domenica 4 ottobre 2009

La rete boccia il blog Beppe Grillo

Corriere della Sera


Macchianera Blog Awards 2009

 

Aveva trionfato lo scorso anno. Blogger dell'anno è il sarcastico autore di Paul the Wine Guy



Al Blog Fest di Riva del Garda, il meeting annuale dei blogger italiani, sono stati annunciati i vincitori dei Macchianera Blog Awards, una sorta di Oscar dei blog nostrani, inventati da Gianluca Neri e assegnati dai lettori di Macchianera. Il vincitore dell’edizione 2009 è Spinoza, blog di «satira serissima», online dal 2005, che si è aggiudicato anche i riconoscimenti per miglior community e miglior blog collettivo. Ma la vera sorpresa è stata la bocciatura del blog di Beppe Grillo, trionfatore dell’edizione dello scorso anno, e a cui ieri è stato assegnato il titolo di Miglior blog andato a... escort.


ALTRI PREMI - Blogger dell’anno è invece l’autore di Paul the Wine Guy, sarcastico osservatore dell’attualità. Il più bel post del 2009 l’ha scritto l’autrice del blog Cloridrato di Sviluppina e s’intitola 19 marzo, la festa del mio papà. I blogger hanno votato L’Antefatto, che ha preceduto e sta accompagnando il lancio del giornale Il fatto quotidiano, come blog rivelazione mentre Voglio scendere, scritto da Pino Corrias, Marco Travaglio e Peter Gomez si è guadagnato i premi di miglior blog di opinione e miglior blog vip. Ad Alessandro Gilioli, giornalista dell’Espresso e autore di Piovono Rane è andato il premio come miglior blog giornalistico.

TEMATICI - Per quanto riguarda i blog tematici, Paolo Attivissimo con il suo Disinformatico, in cui smaschera le bufale di cui è pieno il web, si è porterà a casa il premio per il miglior blog tecnico, mentre Un tocco di zenzero ha vinto per la categoria food and wine. Le Malvestite è stato valutato come il blog più temibile della blogosfera. Uccidi un grissino, salverai un tonno è invece il miglior blog di cazzeggio gratuito e Pensieri senza mutandine è stato il più votato nella categoria blog erotici. Cineblog, TvBlog, e Autoblog, del network di nanopublishing Blogo, hanno vinto rispettivamente i premi per la categoria cinema, televisione e motori.  

RadioNation per la categoria musica e Come diventare il mio cane per la sezione blog letterari. Nella categoria Photoblog, dedicata ai diari online fotografici, il gradino più alto del podio è di Voglia di Terra. Il riconoscimento per la grafica più accattivante è andato a Coreingrapho, mentre il premio miglior disegnatore lo ha conquistato l’autore di L’orso ciccione, i cui i post sono strisce di fumetti. Infine Wordpress Italy si è guadagnato il titolo di miglior servizio per i blog e la versione mobile di Repubblica.it ha vinto il premio per il miglior blog mobile.

Elvira Pollina

Diamo fastidio a tutti»: Grillo lancia il suo Movimento a 5 stelle

Corriere della Sera



MILANO - Beppe Grillo ha subito smesso i panni dello showman: appena salito sul palco del teatro Smeraldo di Milano ha sottolineato «questo non è uno spettacolo», fra gli applausi di circa 2 mila persone. L'incontro è stato annunciato come la presentazione del "Movimento a 5 stelle" - cinque come le liste civiche che hanno rappresentato il primo passo in politica di Grillo -, un partito per ora pulviscolare che dovrebbe presentarsi in tutta Italia alle prossime regionali.

«La nostra forza - ha urlato il comico dal palco del teatro gremito - è che non capiscono cosa facciamo, ma diamo fastidio a tutti. È la rete. Io ho messo la faccia e la mia vita. Noi siamo indistruttibili». Poi l'attacco: «Se lo Stato sono i cittadini, allora questo è l'antistato. È uno Stato che sta chiudendo tutte le fessure, che fa le leggi per i delinquenti e io mi chiedo se la legge è uguale per tutti».

LISTE IN EMILIA E PIEMONTE - «Se ci saranno le politiche, il movimento c’è», ha annunciato Grillo dal palco. «Io farò il presidente, credo, poi ci saranno una decina di voi, io voglio vedere la gente di 30 anni prendersi questo paese...». «Nelle nostre liste - ha aggiunto Grillo - non ci saranno persone che hanno problemi con la giustizia, persone che hanno più di due candidature e che sono presenti in altri partiti. Non ce la facciamo a essere presenti con le liste in tutte le regioni, ma solo in Emilia Romagna e in Piemonte: per il resto sosterremo le liste civiche regionali che vorranno presentarsi». Quanto a future elezioni comunali, «saremo sempre disponibili a sostenere e lanciare le nostre liste civiche».

IL PROGRAMMA - Nel corso della manifestazione Grillo ha puntato il dito contro il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, «che si deve far processare come qualsiasi cittadino italiano», e contro il capo dello Stato Giorgio Napolitano, apostrofato come «Ponzio Pilato». Poi ha illustrato i contenuti del programma politico del Movimento, che punta sulla trasparenza amministrativa, il no ai condannati in Parlamento, provvedimenti per la riconversione energetica e contro il cemento, l'accesso gratuito a Internet per tutti.

I CONIUGI CELENTANO - Tra i presenti anche Adriano Celentano e la moglie Claudia Mori: quando i due cantanti sono entrati e si sono seduti nel palchetto d'onore della platea, sono scattati applausi e incitamenti («Adriano, Adriano»). Tra il pubblico anche Pietro Ricca, giornalista free lance noto per aver dato del "Buffone-Puffone" a Silvio Berlusconi, e l’eurodeputato dell’Idv Luigi De Magistris, che in una nota ha espresso sostegno al movimento di Beppe Grillo: «E' un interlocutore importante con cui resta e resterà aperto un canale diretto di confronto e di dialogo per un’azione comune».

«DI PIETRO? UN MONUMENTO» - Grillo ha anche accennato al lodo Alfano e alla legge sullo scudo fiscale, ribadendo la contrarietà alla firma del presidente della Repubblica. «Di Pietro va difeso. È un monumento per quello che fa», ha detto Beppe Grillo, dicendosi d'accordo con le critiche espresse dall'ex magistrato.


LIBERTA' DI STAMPA - La manifestazione sulla libertà di stampa che si è tenuta ieri a Roma «era stata rinviata dopo la strage di Kabul, ma è stata fatta ugualmente con oltre 20 morti a Messina. Ma che senso ha? La libertà di stampa non significa nulla», ha affermato Grillo, che ha ricordato come a Torino il suo movimento avesse promosso una manifestazione alla quale avevano partecipato 140mila persone al fine di indire un referendum per chiedere la fine dei finanziamenti pubblici ai giornali e l'abrogazione dell'Ordine dei giornalisti.

Se Tonino insulta il Colle

Il Tempo

Il quotidiano "La Repubblica" ha ordinato la mobilitazione in difesa della libertà d’informazione, cioè contro Berlusconi, e la sinistra ha mobilitato le sue truppe. È una prima assoluta.

 


Un giornale chiama, la politica accorre. La Repubblica ha ordinato la mobilitazione in difesa della libertà d’informazione, cioè contro Berlusconi, e la sinistra ha mobilitato le sue truppe.  È una prima assoluta. Con un'appendice tutt'altro che marginale: la chiamata alle armi del quotidiano gossipparo è stata giustificata da un falso problema perché la libertà di stampa in Italia è tutt'altro che in pericolo.

Di più: è sostenuta vistosamente proprio dal governo, grazie ad una legge che ne regolamenta i finanziamenti diretti ed indiretti. E, da quel che sappiamo, non c'è giornalista in giro che può dire di essere stato censurato dal proprio editore o direttore su richiesta del potere esecutivo, mentre ce ne sono molti messi alla porta, perché i conti aziendali non tornano, da quello stesso giornale che ha lanciato l'appello per la libera informazione. E allora perché quell'assembramento tumultuante e variopinto a Piazza del Popolo? Tutti giornalisti, operatori dell'informazione, della comunicazione?

Neppure per sogno. I numerosi manifestanti, tutt'altro che corrucciati, anzi festosi a dire la verità, erano della Cgil, dell'Idv, del Pd, della sinistra extraparlamentare alla quale non è parso vero mettere fuori per una volta la testa, hanno risposto alla chiamata del giornale di Ezio Mauro per inscenare una caciara contro il centrodestra ed il suo leader. La libertà di stampa non c'entrava nulla. Un bel po' c'entravano le puttane che, idealmente, hanno guidato la protesta contro il premier "peccatore". E alla sinistra non è parso vero di averle come ispiratrici ed alleate nella crociata per la moralizzazione della vita pubblica italiana. Che tristezza.

Una volta, le zoccole se ne stavano dignitosamente in disparte svolgendo il loro mestiere negli ambiti più riservati. Oggi rilasciano interviste ed orientano la politica di uno schieramento; si fanno utilizzare da giornali interessati a buttare giù il governo; trovano udienza presso intellettuali che credono di essere furbi lanciandole come armi improprie contro l'odiato Caimano: in fondo continuano a fare il mestiere di sempre, ma in maniera più ignobile.

La sinistra, non essendo riuscita a sconfiggere Berlusconi, in quindici anni di attacchi forsennati, per via giudiziaria, elettorale, parlamentare, ci prova con le alcove usate come fortezze volanti. Che poi la battaglia la conduca un quotidiano che da sei mesi ci sta erudendo sull'eterodossia del sesso al tempo della libertà di inganno usata per sputtanare una persona, non è che un'anomalia tutta italiana la cui apoteosi perfino la televisione di Stato ha celebrato con una trasmissione ritenuta più sacra di ogni altra cosa, sempre per dire che nel nostro Paese l'informazione è imbavagliata.

Dobbiamo comunque ringraziare i protagonisti della giornata di ieri. Ci hanno fatto finalmente capire ciò che ci ostinavamo a non voler capire, tanto ci sembrava assurdo. E cioè che la sinistra non conta nulla, è divisa, spappolata, ingabbiata nei suoi dolori, non ha più niente da dire avendo completato la sua parabola: dal Capitale di Marx alle registrazioni telefoniche della D'Addario, da Bad Goedesberg ai bordelli di Bari.

Che certo giornalismo, sostenuto da fonti informative che hanno il potere di mandare in galera i cittadini, si è affermato come strumento per infangare la vita privata di potenti ed umili, distruggere famiglie e reputazioni in assenza totale di qualsiasi responsabilità penale.

Che l'imbarbarimento della lotta politica ha toccato il culmine. Una notizia buona, però, ce l'abbiamo. L'opposizione, volendo testimoniare la sua vitalità, ha paradossalmente dimostrato la sua agonia. Senza idee, valori, sentimenti, progettualità. E' l'appendice di Repubblica. Un'opposizione escort, insomma.

Gennaro Malgieri

Tonino insulta il Colle: «Napolitano vile» E al Pd saltano i nervi

di Massimiliano Scafi



Roma


Un «vile», un pavido come «Ponzio Pilato», un presidente della Repubblica che «ha abdicato alle sue prerogative». Antonio Di Pietro, scatenato, punta al bersaglio grosso. Secondo lui, Giorgio Napolitano «non doveva firmare la legge criminale sullo scudo fiscale» ma rispedirla in Parlamento. «È proprio la Costituzione - sostiene il leader dell’Idv, stavolta senza coppola in testa - che affida al capo dello Stato il compito di rimandare le leggi alle Camere controllando in prima istanza la loro costituzionalità». Invece, «così facendo, si assume la responsabilità di questo provvedimento».

Parole dure, forse oltre i limiti del vilipendio, che però rimbalzano sulla pelle dura di Napolitano mentre fonti interne del Quirinale spiegano che le dichiarazioni di Di Pietro «vanno al di là di ogni possibile commento».
In mattinata a Rionero in Vulture, prima di rientrare a Roma per dare il via libera allo scudo fiscale, il presidente torna sulla sua scelta. Quella legge, dice, non è incostituzionale, «non è un’amnistia» e non è nemmeno un pastrocchio giuridico, visto che il governo l’ha corretto escludendo dai benefici i processi in corso.

E poi non firmare serve a poco, come spiega a un uomo che lo ferma nella piazza del paese e gli chiede di bloccare la norma. «Presidente, pensi alle persone oneste». Il capo dello Stato si ferma e risponde con calma, offrendo a tutti un breve ripasso di educazione civica: «Nella Costituzione c’è scritto che il presidente della Repubblica promulga le leggi. Se non firmo oggi, il Parlamento rivota un’altra volta la stessa legge e a quel punto io sono obbligato a firmare. Questo voi non lo sapete? Quando mi dite di non firmare, non significa niente».

Ma Di Pietro non gradisce la lezione. Nel pomeriggio, dal retropalco della manifestazione di Piazza del Popolo, torna ad attaccare il Quirinale. «Riteniamo che la firma affrettata del capo dello Stato, giustificata dal fatto che se lo scudo fiscale dovesse tornare indietro le Camere lo approverebbero tale e quale, sia un gesto oggettivamente vile e di abdicazione. Il rispetto è una cosa, la denuncia di un’omissione, di un inaccettabile gesto pilatesco, un’altra». Dal Colle nessuna reazione ufficiale.

Del resto, al di là delle parole di fuoco contro il presidente, il vero obbiettivo dell’ex pm è un altro. È il Pd. «Noi siamo l’unica opposizione, gli altri sono solo dei cialtroni. Noi dell’Idv al voto sullo scudo fiscale eravamo presenti in modo pressoché totale, gli altri no. Noi pensiamo che il governo Berlusconi faccia male al Paese, gli altri rinunciano a fare il loro dovere e sostengono che Berlusconi sia al governo per colpa di Di Pietro».

La veemenza retorica di Tonino ha il merito di provocare una dura reazione bipartisan, Renato Schifani parla di «attacchi ingiusti e offensivi di Di Pietro nei confronti di un presidente apprezzato da tutti per il prestigio, la levatura e l’autorevolezza istituzionale». Gianfranco Fini di «un Di Pietro irresponsabile che avvelena il clima». Fabrizio Cicchitto di «un disegno eversivo, di estrema destra, contro il capo dello Stato che si sta sviluppando nel silenzio remissivo del Pd». Giulio Tremonti difende il provvedimento: «Lo scudo fiscale è stata l’extrema ratio, ma la nostra legislazione è tra le più severe e rigorose del mondo, nonché onerose per gli evasori».

Nervi tesi nel centro sinistra. Per Anna Finocchiaro «stavolta Di Pietro ha passato il segno». Per Massimo D’Alema «chi fa della legalità la sua bandiera, per coerenza dovrebbe rispettare le istituzioni democratiche». Per Vannino Chiti è il momento della rottura: «Vile è il suo attacco a Napolitano. Su questa strada non ci sono condizioni per un’alleanza». Il più soffice è Dario Franceschini: «Il presidente è stato ineccepibile, Di Pietro dovrebbe conoscere i suoi compiti. Quanto alle assenze in aula, è un errore grave che verrà severamente sanzionato».

In una foto la prova: Ahmadinejad è di origine ebraica

di Redazione


Londra Non Ahmadinejad ma Sabourjan è il cognome originale del presidente iraniano. Di per sé potrebbe anche essere un dettaglio poco interessante, se non fosse che Sabourjan è un cognome di origini ebraiche. Un fatto che il presidente della Repubblica islamica dell’Iran, che da tempo si fa notare per un’aggressività anti-israeliana e antisemita senza precedenti dai tempi del nazismo, ha tutto l’interesse a occultare.

A fine gennaio lo aveva denunciato Mehdi Khazali, figlio dell’ayatollah Abulqassim al Khazali, ex membro del consiglio dei guardiani della rivoluzione, e critico del presidente. Ora è il quotidiano britannico Daily Telegraph a rilanciare la clamorosa indiscrezione, fornendo una valida documentazione. Il giornale pubblica infatti una foto in cui Ahmadinejad, mostrando nel marzo del 2008 il proprio documento di identità, ha involontariamente rivelato il suo cognome originario riportato in lingua farsi, di «chiara origine ebraica» che significa «coloro che indossano il sabour (il tradizionale scialle indossato dagli ebrei quando pregano)».

Al quotidiano conservatore è bastato ingrandire il documento per trovare la conferma alle accuse di Khazali in una nota scarabocchiata da cui emerge che la famiglia cambiò il suo nome in Ahmadinejad quando si convertirono all’Islam al momento della sua nascita. In Iran vive da secoli una folta comunità ebraica: prima della rivoluzione khomeinista se ne contavano centomila, mentre ora ne sono rimasti poco meno di 11mila.

«Questo aspetto delle origini di Ahmadinejad spiega molto di lui - ha detto al Daily Telegraph Ali Nourizadeh, del Centro studi arabi e iraniani di Londra, in riferimento alle dichiarazioni negazioniste dell’ex sindaco di Teheran, che ha più volte definito l’Olocausto una «leggenda» -. Ogni famiglia che si converte a una religione diversa assume una nuova identità condannando la propria vecchia fede».

Ancora, secondo Nourizadeh, «facendo dichiarazioni contro Israele, cerca di allontanare ogni sospetto sui suoi legami ebraici: si sente vulnerabile in un società radicale sciita». Ahmadinejad non ha mai negato il cambio di cognome da parte della sua famiglia, originaria di Aradan, avvenuto dopo il trasferimento a Teheran e quando lui aveva quattro anni. Tuttavia, non ne ha mai spiegato le ragioni.

Polanski, il giallo del risarcimento e dietro l’arresto l’ombra del baratto

Corriere della Sera


L’ipotesi: il regista sarebbe stato incluso nella trattativa Ubs sui conti segreti Usa


WASHINGTON
— Un ba­ratto tra governi. Un accor­do che ha portato all'arresto in Svizzera di Roman Polan­ski. Chiariamo subito: non vi sono prove dello scambio ma solo sospetti rilanciati anche dalla stampa elvetica. Tutto ruoterebbe attorno alla questione dei fondi se­greti depositati da cittadini americani in Svizzera. Un dossier delicato che ha tro­vato un primo accordo que­sta estate. In base all'intesa l'Ubs ha consegnato al Fisco statunitense l’elenco di 4.400 cittadini Usa che ave­vano nascosto i loro capitali nella banca elvetica.

Una li­sta parziale, perché il nume­ro degli evasori è ben più al­to: quasi 13 mila. Preoccupa­ti che la magistratura di Mia­mi — che ha in mano il caso — possa tornare all’attacco bussando alla porta di altre banche, gli svizzeri hanno cercato di manovrare offren­do il possibile. E tra le pedi­ne — sostiene il teorema — c'era anche la testa di Polan­ski, inseguito dalla giustizia americana per lo stupro, nel 1977, dell’allora tredicenne Samantha Geimer.

Chi crede a questa rico­struzione liquida con un sor­riso la versione ufficiale sul­l’arresto. Ossia che l’annun­ciato arrivo del regista polac­co a Zurigo abbia dato tutto il tempo necessario per pre­parare la trappola mentre in altre occasioni non si erano verificate le condizioni favo­revoli. Spiegazione che non regge, sottolineano in molti. Se questa volta sono scatta­te le manette è perché c’era la volontà di farlo, forse sot­to la pressione della vicenda Ubs. Uno sviluppo che è di­ventato persino oggetto di satira tv. «Diamo un premio cinematografico a Osama Bin Laden in Svizzera, così viene a ritirarlo e noi lo arre­stiamo », è stata la battuta.

Le voci sul presunto barat­to sono state seguite dalle notizie su un risarcimento di Polanski alla vittima. Ieri il Los Angeles Times ha scrit­to che il regista si era impe­gnato, nel 1993, a versare 500 mila dollari a Samantha Geimer. Ma, dall’analisi dei documenti giudiziari, non è chiaro se abbia mantenuto la promessa. Nelle carte si parla di un accordo per un assegno consistente e una polizza sulla vita di altri 500 mila dollari. Tre anni dopo, però, la ragazza era ancora in causa per avere il denaro. Una battaglia legale che si sa­rebbe comunque chiusa nel­l’agosto del 1996 con un pro­babile accordo del quale pe­rò sono rimasti ignoti i parti­colari.

Samantha, che oggi vive alle Hawaii e fa la biblioteca­ria, non ha mai parlato di questo aspetto. Anzi, negli scorsi giorni ha ribadito che per lei il suo aguzzino ha già pagato abbastanza, posi­zione sostenuta anche da una lettera scritta al giudi­ce. Un perdono generoso vi­sto quello che ha patito. Durante l’interrogatorio ha descritto in dettaglio al magistrato la violenza. Con il regista che all’ini­zio l'ha costretta a restare nuda, poi l'ha fatta scen­dere in piscina e l'ha mo­­lestata una prima volta. Quindi sono entrati in casa — la villa di Jack Nicholson — e l'ha sodo­mizzata.

Crudi particolari sbattuti in faccia a quanti sono insor­ti per l'arresto di Polanski. Uno schieramento trasversa­le che ha messo insieme il regista Martin Scorsese, Va­sco Rossi, Woody Allen, il ministro degli Esteri france­se Bernard Kouchner e quel­lo della Cultura Frédéric Mitterrand, più una falange di esponenti polacchi. Han­no parlato di «linciaggio», di «uomo gettato in pasto ai leoni», di giustizia «inquie­tante », di un provvedimen­to per una storia che lo­ro considerano ormai sepolta.

Uno slancio di solidarie­tà che sembra però raf­freddarsi. Almeno nel mondo politico. Il portavo­ce del governo francese, Luc Chatel, ha precisato che Parigi non interverrà nella vicenda e che «nessu­no è al di sopra della legge». Il premier polacco Donald Tusk ha invitato i suoi mini­stri alla «cautela».

Un ripensamento forse le­gato ad un’analisi più obietti­va dei fatti e alla reazione sde­gnata dell’opinione pubblica. Mitterrand si era spinto a di­re che «tutti i francesi» prova­vano la sua stessa emozione e rabbia per l’arresto. I son­daggi lo hanno smentito. Dal­la Francia alla Polonia i citta­dini vogliono che Polanski ri­sponda davanti alla Legge. E non piangono se il regista è rinchiuso in una cella sparta­na dove riceve, come tutti gli altri detenuti, una «paga» di 3 euro al giorno. Una reclusio­ne senza apparenti favoriti­smi in attesa che il tribunale decisa se concedere o meno la libertà provvisoria.

I condoni «mai più» e gli incassi dimenticati

Corriere della Sera


Cinque anni dopo non ancora riscossi 5,2 miliardi della misura del 2003. Ogni volta la promessa: sarà l’ultimo. Risultati quasi sempre al di sotto delle stime 

 

Non chiamatelo condono. D’accor­do, si potranno rimpatriare i denari sot­tratti al fisco pagando il 5%, meno di un quarto della più bassa aliquota Ir­pef. D’accordo, con quel misero 5% si potranno sanare reati penali e al riparo dell’anonimato. Ma non chiamatelo condono. Come potete chiamarlo, allo­ra? Forse «un intervento che rientra nella strategia concordata a livello in­ternazionale per combattere i paradisi fiscali», come l’ha definito Giulio Tre­monti?

O «sistemazione del passato», secondo lo strepitoso suggerimento del compianto deputato nazional allea­to Pietro Armani? Ma potreste anche non chiamarlo affatto. «I condoni fatti da questo governo sono stati pochissi­mi e per casi limitatissimi. È la sinistra, con la sua propaganda, a parlare di con­doni, in realtà mai avvenuti». Mai avve­nuti. Lo disse il Guardasigilli Roberto Castelli il 31 marzo del 2006 a Radio An­ch’io. Di lì a poco anche il nuovo gover­no di centrosinistra di Romano Prodi avrebbe fatto il suo bravo condono (l’indulto), ma sul fatto che durante i cinque anni precedenti non si fossero fatti condoni, beh…

In un rapporto del novembre 2008 sulle sanatorie fiscali la Corte dei conti ne ha contati 13, soltanto fra il 2003 e il 2004. E lì i magistrati contabili non hanno avuto timore a chiamare «con­dono » anche il primo scudo fiscale, pa­pà della nuova sanatoria per i capitali illegalmente esportati. Quella che l' Av­venire , il quotidiano dei vescovi, che ha definito «una beffa» perpetrata dal «furbetto del governino» dopo essere stato allargato in Parlamento anche ai reati penali.

Una bella botta per Tre­monti, che avendo all’inizio escluso tas­sativamente la non punibilità di nefan­dezze tipo il falso in bilancio, si è poi rassegnato: «Senza le modifiche del Parlamento lo scudo sarebbe stato un suicidio». Un suicidio? Già, «sarebbe stato un’autodenuncia penale».

Ci sarebbe da domandarsi che fine abbiano fatto le telecamere alle frontie­re (con la Svizzera?) che aveva promes­so di installare dopo il primo «scudo fi­scale del 2002-2003» per pizzicare gli spalloni che avessero continuato a fro­dare il fisco. Ma comunque, evviva la sincerità del ministro dell’Economia. Ma quella del deputato del Pdl Michele Scandroglio non è forse sincerità? «Non c'è dubbio che la teoria dei con­doni sia passibile di critiche. Però non dobbiamo nasconderci dietro un dito: gli italiani sono anche questo. Noi dob­biamo rappresentare al meglio la realtà che abbiamo, si fa quello che si può con quello che siamo».

Poco prima delle elezioni del 2008 Tremonti ha giurato davanti alle teleca­mere di Repubblica Tv: «Oggi non ci so­no più le condizioni per fare i condoni, che non certo ho fatto volentieri ma perché costretto dalla dura necessità. I condoni sono una cosa del passato». Concetto ribadito addirittura dal futu­ro premier Silvio Berlusconi, questa volta durante una video chat con il Cor­riere. it: «Basta con la stagione dei con­doni. La prossima sarà una stagione di forte contrasto all'elusione e all'evasio­ne fiscale». (31 marzo 2008). Adolfo Ur­so, esponente di An ora viceministro, dichiarava un paio di mesi prima: «Ven­go dalla cultura della legalità della de­stra e dico: mai più condoni di nessun tipo, nemmeno l’indulto».

Poi, quando l’Unione europea boc­ciò il condono Iva varato dal preceden­te esecutivo di centrodestra nel 2003 ri­tenendo che avesse «seriamente» dan­neggiato il mercato comune e favorito i contribuenti colpevoli di frode fisca­le, Tremonti commentò: «Messaggio ri­cevuto, per il futuro è impegno del go­verno escludere provvedimenti del ti­po oggetto della sentenza». (luglio 2008).

Ma non si potrebbe dire che il mini­stro dell’Economia non avesse mai ma­­nifestato ostilità verso le sanatorie. Di­ciotto anni fa, mentre l'ultimo governo di Giulio Andreotti stava per approva­re la terza sanatoria fiscale della storia repubblicana Tremonti scrisse in un editoriale del Corriere: «In Sudamerica il condono fiscale si fa dopo il golpe.

In Italia lo si fa prima delle elezioni ma mutando i fattori il prodotto non cam­bia: il condono è comunque una forma di prelievo fuorilegge». Passato quel condono, l'allora segretario generale delle Finanze Giorgio Benvenuto, in se­guito parlamentare del centrosinistra, promise: «Questo condono sarà l'ulti­mo ». Quattro anni più tardi arrivò il concordato fiscale. Ma il ministro Au­gusto Fantozzi sentenziò: «Credo che ormai l'epoca dei condoni sia tramonta­ta ».

Mai previsione fu meno azzeccata. Sei anni dopo, ecco lo scudo fiscale e la raffica di sanatorie tributarie. Le pole­miche si erano appena smorzate quan­do, nell’estate del 2003, il sottosegreta­rio Giuseppe Vegas oggi viceministro all’Economia, azzardò: «In futuro non ci saranno altri condoni». Mentre il ca­pogruppo di Forza Italia Renato Schifa­ni ammoniva: «Siamo di fronte all’ulti­mo giro di boa di una riforma fiscale.

Il cittadino sa benissimo che una volta varata non ci sarà più spazio per la cle­menza ». Pochi mesi dopo, la finanzia­ria 2004 reiterò il condono fiscale tom­bale. E toccò al successore di Tremonti, Domenico Siniscalco, ripetere ancora nel 2004: «La stagione dei condoni è fi­nita » .

Arriviamo quindi ai giorni nostri. Non che nel frattempo i vari condoni non siano stati rivendicati. Durante la campagna elettorale del 2006 Berlusco­ni arrivò ad affermare che «i condoni non sono poi così negativi, visto che l’Unità, l’Unipol e il signor Prodi, in una società in cui è presente un suo fa­miliare, ne hanno usufruito». Per con­cludere: «I condoni hanno portato mol­ti soldi all'erario e vi ha ricorso chi ave­va evaso le tasse durante il governo Prodi »
.
Sul fatto che i condoni abbiano fatto ricco il Fisco, tuttavia, si potrebbe di­scutere. Secondo la Cgia di Mestre tutti i condoni, compresi quelli edilizi e pre­videnziali, varati dal 1973 a oggi avreb­bero garantito un incasso, attualizzato in valuta 2005, di 104,5 miliardi di eu­ro. Se fosse così, in trent’anni l'Erario avrebbe recuperato con le sanatorie l'evasione fiscale di un solo anno, che è appunto stimata in circa 100 miliardi di euro.

Ma se fosse così. Una fonte al di sopra di ogni sospetto, e cioè la rivi­sta on-line dell’Agenzia delle Entrate Fi­scooggi. it ha calcolato invece che dal 1973 al 2003 lo Stato ha incassato con i principali condoni tributari, previden­ziali, assicurativi, valutari ed edilizi 26 miliardi di euro. Fatevi i conti sul nu­mero degli abitanti: 15 euro a testa l’an­no. L’equivalente di una pizza e una bir­ra, per fare strame di quel minimo di correttezza civica che esisteva in Italia. Soltanto in due casi, vale a dire con i condoni fiscali del 1982 e del 1992, si è superata la previsione di gettito.

In al­tri casi, si è andati ri­dicolmente sotto le stime. Come se non bastasse, c’è stato pure chi ha aderito al condono ma poi non ha nemmeno pagato o pagato tut­to. La Corte dei con­ti nel novembre 2008 ha rivelato che a quella data resta­vano da incassare ancora 5,2 miliardi di euro dei 26 mi­liardi attesi per il condono 2003-2004, in base alle dichiarazioni pervenute alle Fi­nanze. Cinque mi­liardi su 26: il venti per cento.

In quel rapporto si racconta anche un altro particolare. E cioè che 34 mila persone fecero il condono tombale in forma anonima, avvalendosi di una fa­coltà prevista da quella sanatoria: pre­sentare al Fisco una «dichiarazione ri­servata », come per lo scudo fiscale. Con il risultato di restare nell’ombra pure in quel caso. Ma il numero di 34 mila è soltanto una stima. Quando il magistrato della Corte dei conti ha chie­sto di avere i dati relativi a quelle di­chiarazioni «riservate» si è sentito ri­spondere dall'Agenzia delle entrate che, «trattandosi di dati sensibili», era­no «in possesso unicamente del mini­stro ». Ma potevano avere sulla coscien­za 34 mila suicidi?

Sergio Rizzo

Ex ministro Nakagawa trovato morto Si dimise perchè ubriaco al G7 di Roma

Quotidianonet


Il politico, 56 anni che dopo l'incontro di Roma dovette dimettersi, è stato trovato cadavere nella sua casa di Tokio dalla moglie. La polizia ha aperto un'inchiesta



Tokyo, 4 ottobre 2009

L’ex ministro delle Finanze giapponese Shoichi Nakagawa, costretto a rassegnare le dimissioni all’inizio di quest’anno per essere apparso ubriaco durante una riunione del G-7, è stato trovato morto nella sua casa di Tokyo. L’ha reso noto oggi la polizia, che ha aperto un’inchiesta.

Gli inquirenti non hanno reso note le circostanze del decesso dell’ex ministro 56enne, il quale, dalle prime informazioni, è stato trovato senza vita a letto dalla moglie. L’occasione in cui Nakagawa si presentò in pubblico apparentemente ubriaco era stata la conferenza stampa del G-7 finanziario che si era tenuto a febbraio a Roma.

Sorpresa, aiuto ai profughi: l’Onu ci ringrazia

di Alessandro M. Caprettini


Roma Raccontano che sia stato con malcelato stupore che l’ambasciatore italiano a Tripoli, Francesco Trupiano, abbia preso visione della lettera indirizzatagli qualche giorno fa dalla sede romana dell’Unhcr e cioè dall’ufficio dell’Alto commissariato per i profughi messo in piedi dall’Onu.
Si aspettava una qualche protesta, o magari una richiesta di mediazione con gli uomini di Gheddafi che non riconoscono l’organismo che favorisce il diritto d’asilo. E invece si è trovato alle prese con un messaggio di ringraziamento per quello che il governo italiano ha fatto e sta facendo proprio in favore di un certo numero di profughi in terra di Libia.

Ma come!? Non era stato proprio l’Unhcr a bollare il governo Berlusconi per i respingimenti? Non era stata la portavoce in Italia Laura Boldrini a far sentire la sua voce di dura condanna per avere la nostra Marina militare obbligato alcune carrette del mare a riprendere la rotta verso il golfo della Sirte anziché scortarle in Sicilia? Non è forse vero che proprio dagli uffici dei Parioli, dove ha sede l’organizzazione, partivano denunce su denunce sull’atteggiamento di fatto “razzista” del governo di Roma?

È tutto verissimo. Ma è anche vero che in silenzio, e ormai da qualche tempo, proprio il governo Berlusconi sta spostando a sue spese profughi provenienti dalla Somalia e dall’Eritrea soprattutto, nel nostro Paese. Piccoli gruppi - 50, 60 persone alla volta - che chiedono asilo, che hanno qualche amico e parente nella penisola e che vengono imbarcati sui nostri aerei (a spese del governo italiano) in nome del diritto d’asilo che l’Italia, come tantissimi alti paesi, riconosce ed applica.

Proprio tra qualche giorno un’altra cinquantina di persone, forse qualcuna in più, tutti fuggiti dalla Somalia in fiamme, dovrebbe decollare da Tripoli e giungere a Roma. Lo conferma Margherita Boniver, deputato del Pdl, già sottosegretario agli Esteri ed ora presidente del comitato parlamentare Schengen, che avverte poi: «Bisogna smetterla con questa querelle sbagliata e invereconda che ha teso a dipingere l’Italia come un paese che vìola i trattati internazionali in seguito agli accordi con la Libia sull’immigrazione!».

La Boniver ha chiamato proprio l’ambasciatore Trupiano a intervenire tra un paio di settimane in una riunione del comitato che presiede per fare il punto della situazione. Ma intanto rileva come anche Giuliano Amato, non più tardi di qualche giorno fa a Milano, ha ammesso come «tre anni fa facemmo silenziosamente prelevare un gruppo di eritrei che avevano diritto d’asilo e si trovavano in territorio libico e li facemmo arrivare in Italia».

Silenziosamente, l’operazione continua. E a testimoniarlo c’è la lettera di caldo ringraziamento giunta alla nostra ambasciata di Tripoli a firma dell’Unchr. Che poi lo sappia anche Laura Boldrini è da verificare. La Boniver sostiene «che sarebbe strano se non ne fosse al corrente...». Ma certo, prosegue, «è quantomeno curioso il fatto che le accuse pubbliche e ricorrenti della portavoce non coincidano coi ringraziamenti, sia pur riservati, ma chiarissimi per l’azione del nostro governo nei confronti di tanti profughi...».

Qualcuno, nell’entourage dell’ex-sottosegretario, dice di non trovarci nulla di strano nel fatto che la Boldrini si agiti e urli il suo disappunto. Non è forse la stessa persona che ai primi di settembre si è recata a Cortona a far lezione alla scuola di “Cultura democratica” del Pd? E che ha tenuto a far presente di come negli anni recenti «s’infuocano gli animi con la paura e l’odio» per chiari fini elettorali?

Che rientri nei suoi compiti di portavoce la protesta contro i respingimenti può anche starci. Che invece si trasformi in «portasilenzio» quando il governo italiano riceve i ringraziamenti dell’organismo che rappresenta, sembra invece un tantinello più anomalo. In realtà potrebbe esserci anche una terza via: non ha saputo nulla della lettera inviata all’ambasciatore Trupiano. Ma se fosse vero, la cosa non sarebbe grave? Non dovrebbe indurla a prendere atto che il suo rapporto con l’Unhcr è logoro?

Ci sono 60mila persone ma i giornalisti "liberi" mentono pure sui numeri

Roma Un mare di bandiere, palloni e palloncini rossi della Cgil. Un bel pacco di bandiere del Pd, stagni di bandiere dipietriste. E un oceano di cappellini rossi targati Unità o Cgil. Concita ha nuovamente fregato il compagno/amico Menichini, a regalar giornali tra la folla ci sono soltanto i suoi strilloni e quelli di Repubblica. L’altro giornale del Pd, Europa, non si vede: forse teme davvero la censura. Potevano mancare gli striscioni dell’Anpi, «ora e sempre resistenza»?

C’è uno striscione bianco imperioso: «Terremoto in Abruzzo - il buco dell’informazione»: oddio, è stata censurata anche l’informazione dall’Aquila e non ce ne siamo accorti. A reggere lo striscione dei «farabutti di Raitre» hanno mandato gli ascari: i mezzibusto, i Mannoni, le Venditti, i Sassoli e i Vianello sono tutti nel recinto vip del palco. Sventola qualche bandiera dei giovani repubblicani: forse anche Nucara se ne vuole andare come La Malfa.

C’è lo striscione di Emergency, quello di Sinistra Critica, la Fiom, l’Arci, la Federconsumatori. La Cgil di Lugo di Romagna agita fiera i suoi cartelli, come i pensionati Cgil di Osimo, del resto. Quelli della IV Internazionale se ne fregano dell’informazione negata e del guinzaglio, con un lenzuolone rosso grande come Porta del Popolo vanno al sodo chiedendo che «governino i lavoratori».

Suona l’Orchestra di piazza Vittorio e piazza del Popolo balla: rumba, samba, vai col tango. Sono le 15.20 e il sole picchia. Meno male che hanno i cappellini di Concita e di Epifani, anch’egli nel recinto dei panda, però ridente e soddisfatto. Nella folla prevalgono gli accenti toscani ed emiliani. Gran bei pullman, ha organizzato la cinghia di trasmissione. Dal palco annunciano che son 150mila, poi 200 e infine 300mila. Come sempre, gli organizzatori sono presi dalla vertigine dei numeri, ma questa piazza quando è colma ne tiene 60mila.

Che non son pochi, per una manifestazione organizzata da giornalisti liberi e resistenti, che però son racchiusi tutti quanti nel backstage. E va bene che sono storie di Repubblica e di altri nove, dicesi nove, quotidiani e dell’80 per cento dei giornalisti Rai, però la Cgil e il Pd potevano far di meglio: o scarseggiano adesso anche i lavoratori, i giovani e le donne volontarie per una gita gratis a Roma? Pure il servizio d’ordine nel recinto è del soccorso rosso. Evviva il sindacato libero dei giornalisti.

Però i cappellini sono preparati. Quando alle 16 Franco Siddi, segretario della Fnsi, se la prende con Cisl e Uil che per partecipare «pretendevano» di discutere il documento e il programma, la folla si scatena in un tuono di fischi. Il segretario dei giornalisti è incontenibile, «non chiediamo qui, se sei di destra o di sinistra!» tuona.

Nooo, guarda quel signore in maniche di camicia che è riuscito a raggiungere la transenna sotto il palco e grida incessante: «La libertà c’è, tu sei un pagliaccio». Siddi non può sentirlo, si sta infiammando per la libera stampa «che non china la testa e non piega la schiena», la piazza esplode «siamo-tutti-fa-ra-butti» e ancora «San-to-ro, San-to-ro», ma dopo mezz’ora che quel temerario provoca, seppur civilmente, quelli col cappelletto dell’Unità e della Cgil se lo mangiano. Onore al signor Mario Vitale.

E onore pure al presidente emerito Valerio Onida, quello che stava all’Alta corte già nel ’97, quando dalla sera alla mattina sbianchettarono su input del pio Oscar la decisione sul referendum per la smilitarizzazione delle Fiamme gialle. Abile Onida, che esaltando la «grandezza» giornalistica di Feltri, «pari solo al suo cinismo», solleva raffiche di fischi facendo mostra di spegnerli. Gli applausi a spellarsi le mani per Mauro, Santoro e Travaglio però, non ha fatto nemmeno finta di smorzarli.
Onore a quel recinto di rifugiati a Parigi e confinati a Ventotene, che hanno mostrato il petto contro la dittatura. Sembrava il cortile di Montecitorio quando c’è il pienone per un voto di fiducia.

E i giornalisti oppressi a pavoneggiarsi con loro, inseguirli e vezzeggiarli come madonne pellegrine. Solo Del Boca e Jacopino, dell’ordine nazionale, hanno preso le distanze. «La libertà non è quella di Repubblica contro il Giornale», ha dichiarato il presidente. «Vedo la controfigura di Di Pietro, quello che ha il record di cause intentate contro giornali e giornalisti», ha ironizzato il segretario. Ma per il resto, che pena signora mia! Bello però, l’incontro tra Bertinotti, Gianni, Donadi e Fumagalli. E la miriade di telecamere - c’è pure pdcitv - che inseguono i candidati del Pd, gettonando più Bersani di Franceschini e Marino?

Toh, si rivedono anche Angius, Ferrero, Mussi e Giordano. E gli immancabili della cultura, attori e registi delle migliori terrazze romane. Finalmente sale sul palco la sindacalista dei precari della scuola e invita i suoi «trentamila» - facciamo la metà - che han fatto tappa lì, a muoversi per Trastevere. Una voce si leva: «Brava!, sparaje alla Gelmini».

Lodo Mondadori: «Fininvest deve risarcire 750 milioni a Cir»

Corriere della Sera

ROMA - Fininvest dovrà risarcire Cir del danno patrimoniale da «perdita di chance» di un giudizio imparziale, quantificato in circa 750 milioni (749.955.611,93, per l'esattezza). Lo scrive Cir in una nota, riferendo della sentenza del Tribunale di Milano nella causa civile promossa dalla società contro Fininvest per il risarcimento del danno causato dalla corruzione giudiziaria nella vicenda del 'lodo Mondadori'. Cir ha diritto anche al risarcimento da parte di Fininvest dei danni non patrimoniali, la cui liquidazione «è riservata ad altro giudizio».

DE BENEDETTI - «Dopo quasi vent'anni dalla condotta fraudolenta messa in atto per sottrarre al nostro gruppo la legittima proprietà della Mondadori, finalmente la magistratura, dopo la sentenza che ha confermato definitivamente in sede penale l'avvenuta corruzione di un giudice, ci rende giustizia anche sul piano civile», commenta Carlo De Benedetti, presidente onorario di Cir.

APPELLO - La Fininvest esprime invece «tutta la propria incredulità» e annuncia che farà «subito appello». È, afferma Fininvest in una nota, «una sentenza profondamente ingiusta». «In attesa di conoscerne le motivazioni, la Fininvest ribadisce la correttezza del suo operato, la validità delle proprie ragioni e degli elementi che sono stati addotti per sostenerle». Il presidente della Fininvest, Marina Berlusconi, parla di «verdetto incredibile e sconcertante». «La Fininvest - commenta - ha sempre operato nella massima correttezza e ha dimostrato in modo limpido e inconfutabile la validità delle proprie ragioni. Non posso non rilevare che questa sentenza cade in un momento politico molto particolare. Non posso non rilevare che dà ragione ad un Gruppo editoriale la cui linea di durissimo attacco al presidente del Consiglio, per non dire altro, è sotto gli occhi di tutti. Sbaglia però chi canta vittoria troppo presto. Sappiamo di essere nel giusto e siamo certi che alla fine questo non potrà non esserci riconosciuto».

LA VICENDA - La vicenda Lodo Mondadori si incentrava su presunte sentenze comprate che avevano assegnato il gruppo editoriale di Segrate alla Fininvest nella battaglia legale che nella seconda metà degli anni '80 aveva opposto Silvio Berlusconi al gruppo di Carlo De Benedetti. Nel processo, Berlusconi era stato prosciolto per intervenuta prescrizione.

Non costruite sotto quel monte» Tredici anni di denunce inutili

Corriere della Sera


DA UNO DEI NOSTRI INVIATI MESSINA
 

«L'evento meteorologico è soltanto l’ultima fase di un percorso partito da lontano che ha trasformato zo­ne ad alto rischio come la valle di Giam­pilieri e l'antistante bacino idrogeologi­co di Scaletta Zanclea in aree di grande espansione edilizia». Questa frase, che potrebbe essere usa­ta in epigrafe alla tragedia della scorsa notte, è vecchia di 13 anni. Non è stata scritta da un militante ecologista, per quanto siano decine le denunce di Le­gambiente che prefiguravano rischi «per animali al pascolo e si ritiene anche per la popolazione», e neppure da un geolo­go di chiara fama.

L'ha scritta nell'otto­bre del 1999 un ispettore dei Vigili urba­ni, coordinatore del reparto operativo mobile di Messina, al termine di un lavo­ro di controllo sul territorio durato tre anni. In città c’era ancora paura per la tra­gedia sfiorata del 1996, 92 millimetri di pioggia che avevano fatto esondare 8 del­le 35 fiumare che innervano il territorio comunale. All’Ispettorato Forestale era stata ordinata un’indagine «sul presunto dissesto idrogeologico», così recitava il bando.

Il rapporto finale si concludeva con una eloquente riflessione. «Costrui­re a ridosso di una montagna — scriveva il tecnico incaricato della relazione — è sempre sconsigliato, ma nel caso di Giampilieri, dove i boschi non sono più integri e in alcun modo possono ostaco­lare il piano di scorrimento di una even­tuale frana, è da considerarsi assoluta­mente rischioso. Le precipitazioni del 1996 vanno considerate come avvisaglie molto significative: se la pioggia fosse durata di più, cosa sarebbe accaduto?».

-Ai Vigili urbani era invece toccato l’esame dello stato dei torrenti. Anche qui, come abbiamo visto, le conclusioni finali hanno un retrogusto profetico. Ma la scheda dello screening operato sul tor­rente Giampilieri «e zona attigua» è an­cora più eloquente. «La situazione appa­re non migliorata rispetto al passato. Sul corso d’acqua affiorano numerose carcas­se d’auto. All’altezza di Giampilieri supe­riore si rilevano svariati manufatti di na­tura abusiva; una zona di 200 metri di ter­reno è recintata abusivamente con reti metalliche e adibita a coltivazione. E c’è persino un campo di calcio in terra battu­ta nell’alveo sotto il ponte, oltre a un campo di calcetto con base in cemento sempre posto nell’alveo del corso d’ac­qua ».

Da allora nulla è cambiato, nulla è sta­to fatto. Le due relazioni, coraggiose vi­sto che si trattava del lavoro di dipenden­ti comunali, sono rimaste lettera morta. Il Piano regolatore di Messina varato nel 1998 prevedeva per le frazioni nelle valli dell’estremo sud messinese un aumento di cubature pari al 12 per cento dell’esi­stente. Nel 2002 il Wwf denuncia «il ve­nir meno della vegetazione boschiva nel­l’area di Giampilieri superiore, soprattut­to per via di incendi».

Un dato che si in­crocia «con un sempre maggiore carico urbanistico dell’area» e potrebbe avere quindi «serie conseguenze» per il territo­rio «e coloro che lo abitano». All’inizio del 2006 l’indagine congiunta di Legam­biente e Protezione civile sul pericolo idrogeologico in Sicilia assegnava a Mes­sina la percentuale di rischio più alta, 86 per cento, ma soprattutto definiva le sue fiumare «uno degli elementi più fragili del territorio nazionale». Siccome c’era­no anche i voti, da 1 a 10, il Comune di Messina vinceva la maglia nera tra i gran­di comuni con un bel 2 in pagella, «non avendo messo in campo praticamente nessuna azione nella mitigazione del ri­schio idrogeologico».

Nello stesso anno, dopo una trenten­nale latitanza, vede finalmente la luce il P.A.I., acronimo di Piano di Assetto Idro­geologico, varato dalla Regione Sicilia. Ne era stata pubblicata una prima versio­ne nel 2000, poi ritirata nel 2004 a causa dei comuni che cercarono in ogni modo di dichiararsi malati, convinti che sareb­bero arrivati soldi per affrontare l’emer­genza. Quando scoprirono che l’inseri­mento nella classifica dei dissesti non portava il denaro sperato ma aumentava i vincoli edilizi, ci fu la corsa a minimizza­re ogni problema sul territorio per can­cellarsi dalla lista, falsandola in modo de­finitivo.

L’indagine datata 2006 sulla zona com­presa nei comuni di Messina e Scaletta Zanclea sottolinea «l’uso improprio» del­le fiumare. «Con il passare del tempo e con la continua espansione edilizia gli al­vei sono stati trasformati in strade urba­ne e gli argini sono stati occupati con la costruzione di edifici». Nell’elenco dei dissesti con relativo livello di pericolosi­tà e rischio sono compresi tutti e quattro i paesi colpiti dall’alluvione. Giampilieri superiore ricade nella tipologia 1, ovvero rischio di crollo e/o ribaltamento. Il suo territorio è definito «attivo», sottoposto continuamente a modificazioni, la peri­colosità presente nell’area è di terzo gra­do, vale a dire «elevata».

Quella di Alto­lia, l’unica frazione ancora non raggiun­ta dai soccorsi, è addirittura «molto ele­vata » a causa di «frequenti e numerosi dissesti dovuti a processi erosivi inten­si », gli stessi dei quali soffre Molino, la frazione gemella. La situazione di Scalet­ta Zanclea viene definita «critica nel suo aspetto generale» e in effetti l’elenco dei dissesti presenti nel Comune rappresen­ta un Bignami del rischio idrogeologico. Deformazione superficiale lenta e in co­stante progressione, area a franosità dif­fusa, sprofondamento, processi erosivi intensi, rischi di crollo e ribaltamento.

Dal 1996 ad oggi risulta un solo inter­vento, di natura «contenitiva». Dopo l’al­luvione del 2007, prova generale della tragedia di oggi, erano stati stanziati 45mila euro per un terrazzamento an­ti- frana a Giampilieri. Gli abitanti, che avevano fondato un comitato, avevano protestato sostenendo che si trattava di un solo cerotto messo su un corpo segna­to da decine di fronti franosi. Chiedeva­no che cominciassero i lavori deliberati dalla Protezione civile regionale di Messi­na per la messa in sicurezza del villaggio, un progetto da 700mila euro rimandato più volte.

Sarebbero dovuti iniziare lune­dì prossimo, questo almeno era stato l’ul­timo annuncio dopo una lunga serie di rinvii. Per quasi un anno, la piccola asso­ciazione di cittadini si è riunita una volta alla settimana. L’appuntamento era al campo da calcio in terra battuta costrui­to nell’alveo della fiumara, lo stesso che 12 anni prima era stato etichettato dai Vi­gili come «irregolare e pericoloso». Ades­so non c’è più. È sepolto anche lui sotto il muro di fango nero.


Marco Imarisio