lunedì 5 ottobre 2009

Account di Hotmail messi online


Scritto da: Federico Cella alle 18:12


Hotmail, la webmail nata nel lontano 1995 e poi acquisita da Microsoft, non è mai stata così calda. Migliaia di utenze della posta elettronica - user id e password, dunque - sono state violate e pubblicate online. La notizia che fa tremare i polsi ai tantissimi utenti del popolare servizio di Msn - il più diffuso al mondo con oltre 400 milioni di account attivi - è stata inizialmente lanciata dal sito NeoWin e quindi ripresa dalla Bbc che ha avuto la conferma direttamente da Microsoft. Che ha annunciato come i propri esperti stiano «esaminando la situazione per intervenire al più presto».

Secondo gli americani del blog Neowin, gli account violati sono stati più di 10mila: le informazioni, forse raccolte tramite phishing, sarebbero state pubblicate il primo ottobre sul sito per sviluppatori Pastebin. Ora sono stati rimossi ma i responsabili di Neowin hanno ammesso di aver visionato parte della lista, con nomi che andavano dalla "A" alla "B" lasciando supporre possibili pubblicazioni successive: "Possiamo dunque confermare che si tratta di caselle reali, tutte terminanti con "hotmail.com", "msn.com" e "live.com", e che la maggior parte di queste sembrano appartenere a utenti europei".

La paura arriva dunque anche a casa nostra, dove le caselle Hotmail attive sono oltre 11 milioni. Microsoft Italia, da noi contattata, getta acqua sul fuoco per la situazione degli account italiani, spiegando che "abbiamo attivato già da qualche ora il nostro servizio clienti, ma la situazione finora appare tranquilla". Per tutti i possessori di una webmail di Microsoft, in ogni caso, il consiglio che viene dalla Rete (e dal buonsenso) è di cambiare la password.

Timbrano il cartellino e se ne vanno al bar Medico e impiegato assenteisti: denunciati

Corriere del Mezzogiorno


I carabinieri li hanno pizzicati lontani dall'ospedale


NAPOLI - Hanno timbrato il cartellino e poi, invece di lavorare, si sono recati dritti al bar. Un atteggiamento non sfuggito ai carabinieri di Sorrento che hanno denunciato per assenteismo un medico e un impiegato dell’ospedale «De Luca e Rossano» di Vico Equense, in costiera sorrentina, e un impiegato dell’Asl Napoli 3 sud di Sant’Agnello, sempre nel Napoletano.

TRUFFA AGGRAVATA - Il medico, 54 anni, di Meta di Sorrento, in servizio presso il pronto soccorso e l’impiegato, 61 anni, di Vico Equense pur avendo timbrato il cartellino sono risultati assenti dall’ospedale in diverse occasioni, tra cui il giorno della denuncia in cui sono stati rintracciati in un bar della zona. Stesso reato per l’altro denunciato, 55 anni di Meta, assistente amministrativo all’Asl Na3 sud - distretto sanitario 87-88. I tre denunciati, i cui cartellini sono stati sequestrati, sono ritenuti responsabili di truffa aggravati ai danni dello Stato.

McDonald's è al Louvre: le proteste dei francesi

di Redazione



Parigi - Sarà una questione da snob radical chic, giocheranno pure il fattore di supremazia culturale e un briciolo di amor di patria. Il tutto condito dalla solita vis polemica in salsa francese. Oggetto del contendere: l’eccezione culturale parigina che, entro il prossimo mese, sarà messa a dura prova. In uno dei luoghi chiave della cultura transalpina, il museo del Louvre, si apprestano ad aprire i battenti un ristorante Mcdonald e una caffetteria gestita dalla stessa catena americana. 

McDonald invade il Louvre McDonald festeggia i suoi trent’anni di presenza in Francia mettendo la propria "griffe" anche sul Louvre anche se l’iniziativa, come rilevano oggi la stampa francese e britannica, non manca di suscitare proteste. Parlando al Telegraph, uno dei curatori del museo francese, sotto anonimato, parla di un "ultimo smacco". MacDonald, attaca, è "la quintessenza del consumismo, di una gastronomia malata" e poi diffonderà "i suoi odori sgradevoli in tutto il musero". Sulla stessa linea Didier Rykner, direttore del website Art Tribune: "E' un’iniziativa semplicemente scioccante".

Mesiano, il giudice che già trasferito si è tenuto la causa

di Redazione

Milano «Mi dispiace ma non parlo. Tutto quello che avevo da dire l’ho scritto nella sentenza». Alle cinque di ieri pomeriggio, il giudice del caso Mondadori risponde così - cortese ma fermo - alle telefonate dei cronisti. Trovarlo, anche di domenica pomeriggio, non è difficile perché ha il nome e l’indirizzo di casa sull’elenco del telefono: e già questo la dice lunga sul fatto che non siamo davanti a un vip della giustizia, ad un magistrato abituato - per capacità, ambizione, o carattere - alla ribalta professionale o mediatica.

Raimondo Mesiano era davanti alla prima causa importante della sua vita. E non si è tirato indietro: anzi, ha voluto restare titolare del fascicolo anche se era già stato trasferito alla Corte d’appello, e avrebbe potuto passare la patata bollente ad un altro giudice. Aveva già lasciato la sua stanza al sesto piano, aveva già mollato gli altri fascicoli ad un collega. Ma la causa Mondadori se l’era portata dietro.

I cronisti lo cercavano da settimane nei meandri del palazzo, lui non rispondeva al telefono. Spiazzando tutti, ha depositato la decisione alle dieci di un sabato mattina, convincendo chissà come un cancelliere a farsi trovare in ufficio. Qualcuno - il giudice o un cancelliere - con grafia lievemente aggressiva ha scritto sull’originale: «depositata e resa pubblica». Una postilla inconsueta, come a rivendicare il diritto della sentenza a diventare piombo per i giornali.

Inconsueto, d’altronde, il giudice Mesiano lo è anche per altri aspetti. Cinquantasette anni, nato a Reggio Calabria, in magistratura dal 1980, tra gli avvocati civilisti di Milano è noto per la sua statura fuori dal comune, per i suoi maglioni non sempre impeccabili, per la sua abitudine di fumare disinvoltamente durante le udienze e per la sua capacità di trangugiare - sempre durante le udienze - quantità straordinarie di acqua minerale frizzante. Niente di grave, come si vede, piccoli tratti distintivi che ne hanno fatto un personaggio che non passa inosservato.

A Milano, Mesiano si è sempre occupato solo e soltanto di giustizia civile, cambiando spesso sezione ed approdando infine alla decima sezione, quella che si occupa di risarcimenti danni. È in questa veste che la lotteria assolutamente casuale che regola le assegnazioni dei fascicoli ha fatto approdare sul suo tavolo la causa intentata dalla Cir di De Benedetti contro la Fininvest. Il meccanismo automatico non prevede eccezioni: per la legge le richieste di danni sono tutte uguali, chi litiga con l’inquilino di sopra e chi chiede un miliardo di risarcimento. E vengono decise tutte da un solo giudice, qualunque sia l’importo.

Prima del caso Mondadori, Mesiano era finito sui giornali per cause più modeste: quando ordinò di anticipare di due ore la chiusura di un bar che faceva chiasso, o quando condannò il Comune per non avere curato la manutenzione del pavè stradale su cui era scivolato un pedone. Ieri, quando a Milano si è sparsa la notizia della sentenza a carico della Fininvest, e si è scoperto che a firmarla era stato Mesiano, molti avvocati sono rimasti stupiti. Anche perché finora il giudice non era mai stato considerato un giudice di manica larga nei confronti delle vittime: «Mi ricordo ancora - racconta un avvocato - di un vecchietto che era stato investito sulle strisce pedonali e praticamente ammazzato, lo avevano ridotto con una invalidità del cento per cento. Perché Mesiano gli accordasse un risarcimento ci volle del bello e del buono».

Il Dalai Lama arriva a Washington ma Obama non lo riceve

Corriere della Sera


La decisione per non danneggiare i rapporti con Pechino a poche settimane dalla visita del presidente in Cina



WASHINGTON - Il Dalai Lama arriva a Washington e per la prima volta dal 1991 non sarà ricevuto dal presidente americano. Il leader spirituale tibetano è nella capitale Usa a conclusione di un lungo tour nel Nord America, ma la Casa Bianca ha preferito rinviare ad altra occasione l'incontro con Barack Obama per non danneggiare i rapporti con Pechino in vista della visita presidenziale in Cina, a novembre.

Il primo faccia a faccia tra Obama e il Dalai Lama potrebbe avvenire in un'altra occasione, forse già entro la fine dell'anno, ma non mancano le critiche per questo rinvio. «Cosa deve pensare un monaco o una suora buddhista rinchiusi nella prigione di Drapchi nell'apprendere che Obama non riceve il leader spirituale tibetano?», si è chiesto Frank Wolf, un membro repubblicano del Congresso impegnato nella battaglia per i diritti umani. Anche il primo ministro del governo tibetano in esilio, Samdhong Rinpoche, ha accusato la Casa Bianca di «acquiescenza».

CINA - Del resto l'attuale Amministrazione Usa aveva già fatto capire quanto tenesse ai rapporti con Pechino quando a febbraio, prima di una visita in Cina, il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, aveva affermato che la difesa dei diritti umani umani non deve «interferire con la crisi economica globale, con la crisi dei cambiamenti climatici e con quella della sicurezza».

Fonti dell'Amministrazione Obama hanno spiegato al Washington Post che in questo momento per gli Usa è troppo importante non irritare la Cina per coinvolgerla nel dialogo sulla minaccia nucleare posta dalla Corea del nord e dall'Iran.

È una politica ribattezzata «rassicurazione strategica» di Pechino. Inoltre, viene fatto notare, lo staff di Obama non crede molto in questi incontri rituali che si traducono spesso in una bella foto ricordo senza reali progressi per la causa tibetana. Resta il fatto che nell'ultima visita del Dalai Lama a Washington, nel 2007, George W. Bush era stato il primo presidente americano a incontrarlo in pubblico e davanti a fotografi e telecamere in una cerimonia a Capitol Hill.

PELOSI - In quell'occasione al leader spirituale tibetano fu consegnata la medaglia d'oro del congresso, la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti. Anche stavolta a ricevere il Dalai Lama ci sarà, tra gli altri, proprio la speaker democratica del Congresso, Nancy Pelosi, grande sostenitrice della lotta per i diritti umani in Tibet. Dal 1991 è l'undicesima volta che Tenzin Gyatso, questo il nome del XIV Dalai Lama, si reca in visita negli Stati Uniti.


Montanelli, antifascista rifiutato

Corriere della Sera






C'è una scena madre nell’inatteso e inedito ritratto autobiografico di In­dro Montanelli che la casa editrice Le Lettere manda in libreria martedì nella collana Il salotto di Clio con il titolo Le passioni di un anarco conservatore (prefazione di Francesco Perfetti, pagine 88, 9,50 euro). È l’episo­dio centrale per capire la vita e la visione storica che del Novecento ebbe il nostro maggiore gior­nalista.

Arrivato in Svizzera attraverso la frontie­ra di Bellinzona, nell’agosto 1944, dopo l’evasio­ne dal carcere di San Vittore per fuggire dalla condanna a morte, venne ac­colto con grande freddezza nel circolo dei fuorusciti. «In quella fine del 1944 i tem­pi erano davvero duri, so­prattutto in Italia, e capisco che anche i fuorusciti avesse­ro i nervi a fior di pelle. Mi trattarono con sospetto, qualcuno addirittura si spin­se ad accusarmi di 'apologia di fascismo'.

A me, che ave­vo appena rischiato la pelle, quell’accusa giunse davvero inaspettata. Poi capii: erano loro che non capivano, non potevano, che noi giovani, da soli, avevamo fatto nasce­re, dal di dentro del fasci­smo, un altro antifascismo, ben diverso da quello di quanti erano andati in esi­lio». Questa confessione è il nu­cleo centrale della lunga e appassionante intervista, che ci restituisce un Montanelli in tutto il suo sti­le e carattere, realizzata da Marcello Staglieno nel maggio 2000.

Quel dialogo doveva fare da in­troduzione ai Diari 1945-1950 di un’altra grande penna del Novecento, Giovanni Ansaldo, con cui Montanelli aveva collaborato alla redazione di Omnibus, nella casa editrice Longanesi e nell’avventura del primo Borghese, quando un gruppo di intellettuali inseguiva il sogno di una destra normale. Una destra che aveva come numi tutelari Quintino Sella e Max Weber. Niente a che fare con la linea missina che il settimanale avrebbe poi assunto sotto la direzione di Mario Tedeschi.

Dopo aver fatto la lunga intervista e averla sottoposta anche all’approvazione del figlio di Ansaldo, Giovanni Battista, Montanelli si tirò indietro, ricordando una norma del contratto che lo legava alla Rizzoli: non poteva pubblicare per altri editori testi memorialistici. Così pregò l’amico Staglieno, che per anni aveva diretto le pagine culturali del suo Giornale, di lasciar perdere. L’intervista rimase inedita e i Diari di Ansaldo uscirono nel 2003 dal Mulino con un singolare testo introduttivo: la memoria scritta che lo stes­so Ansaldo aveva reso alla polizia italiana, quan­do fu arrestato al ritorno in Italia dalla prigionia in Germania.

«Il tempo delle chimere» aveva definito An­saldo il primo quinquennio del secondo dopo­guerra. Montanelli condivide il giudizio dello scrittore e giornalista genovese, che reputa il principe dei memorialisti. Un conservatore che era arrivato al fascismo quando questo era diven­tato regime e si era identificato con lo Stato, do­po un’iniziale opposizione dalle colonne della Rivoluzione Liberale e il confino nel 1927 nel­l’isola di Lipari. Un fascista atipico, come lo era diventato, per motivi e in modi diversi, il più gio­vane Montanelli.

Attraverso il racconto dell’amicizia con Ansal­do («perenne conservatore» che faceva soggezio­ne allo stesso Mussolini), con Berto Ricci, di cui era stato collaboratore al gruppo dell’Universa­le dove si coltivava l’utopia di un «italiano nuo­vo», e soprattutto con il geniale Leo Longanesi («esempio — rarissimo in Italia — di uomo indi­pendente», «fosse stato vivo nel ’74, non ho dub­bi che a dirigere 'il Giornale' sarebbe stato lui»), Montanelli traccia la propria autobiografia. Dalla giovanile adesione al fascismo e all’avventura in Africa, da cui nacque XX battaglione eritreo, alla precoce disillusione per il regime, poi testimo­niata in Qui non riposano.

Che Montanelli non fosse proprio in linea con la retorica di regime lo aveva dimostrato già nella corrispondenza per il Messaggero dalla Spagna, definendo la batta­glia di Santander «una lunga passeggiata milita­re con un solo nemico: il caldo». Una battuta che gli costò la radiazione dal Pnf, ma che non inter­ruppe la sua carriera, grazie soprattutto alla sti­ma del direttore del Corriere della Sera, Aldo Borelli. Il primo servizio per il Corriere fu dal­l’Albania, ribattezzata «Grandu­cato di Toscana» per via degli «investimenti che vi avevano fatto Ciano, Benini e altri fasci­sti livornesi». Poi i viaggi in Estonia, Lettonia, Lituania, Fin­landia durante il conflitto con l’Urss («le mie corrispondenze da Helsinki, tutte a favore dei finlandesi, entusiasmarono gli italiani»), Norvegia e Svezia.

«A Stoccolma — racconta Monta­nelli — unico straniero invitato a un banchetto di giornalisti an­glo-francesi per festeggiare l’av­vento al potere del 'giornalista' Churchill, ricevetti una propo­sta che avrebbe potuto cambiar­mi il destino: lascia l’Italia, rifu­giati a Londra e collabora alla propaganda antifascista... Rifiu­tai e non me ne pento: anche se poi, dopo i rimproveri ricevuti in Svizzera nel 1944, a Milano a fine giugno 1945 qualcuno che era venuto con gli americani a bombardare le città italiane ebbe la faccia tosta di rinfacciarmelo...».

Torniamo alla scena madre in Svizzera davanti «al Sant’Uffizio di stampo azionista»: «Ch’io fos­si scampato alla fucilazione nazista poco impor­tava, avevo il difetto di esistere, di essere genera­zionalmente cresciuto nel ventennio. E nessuno voleva certo ricordare, in quello strisciante neo­conformismo, che io mai gradito alla gerarchia fascista, non lo ero stato soprattutto durante la Repubblica di Salò». In una puntuale appendice all’intervista, Mar­cello Staglieno contesta i sospetti avanzati da al­cuni biografi del grande giornalista sulla reale esistenza della sentenza di condanna a morte e sull’effettiva presenza di Montanelli in piazzale Loreto il 29 aprile 1945, come testimone della «macelleria messicana». Veleni, cui rispondono i documenti.


Dino Messina

Scandalosa Ventura Giallo sull'intimo in tv

Quotidianonet

La conduttrice di  'Quelli che il calcio' si siede sulla poltrona a forma di bocca e viene ''tradita'' dal vestito. Dibattito aperto se indossasse o meno la lingerie. E subito scatta il paragone con la fatidica scena di Basic Istinct in cui Sharon Stone accavallava le gambe davanti a Michael Douglas



Milano, 5 ottobre 2009 - Tutta colpa di quella poltrona ricavata dalla lingua che esce da una bocca disegnata dall'immancabile creativo in cerca di variazioni sul tema. Ieri pomeriggio, Simona Ventura, 44 anni, conduttrice della trasmissione "Quelli che il calcio" in onda su Rai Due, è stata immortalata come vedete nelle foto, scatenando subito un dibattito sul suo rapporto con la biancheria intima e, soprattutto, sulla necessità di indossarla o meno, anche in diretta tv.

In Rai, l'argomento è al centro dell'attenzione, così come immediati sono stai i richiami alla fatidica scena del film "Basic Istinct" in cui Sharon Stone accavalla le gambe, fulminando Michael Douglas.





Stephanie, la ventiduenne paralizzata da un hamburger

Corriere della Sera

Dal nostro corrispondente  Paolo Valentino


La polpetta acquistata in un supermercato. Ogni anno 70 mila infettati

Carne poco cotta, c'era l'E-coli. Sotto accusa la catena alimentare


WASHINGTON — L'incubo di Stephanie Smith cominciò una sera d'autunno di due anni fa. Una cena in famiglia. Il classico barbecue americano della domenica. Hamburger, insalata e patate al forno. Ma in quella polpetta di carne tritata, acquistata surgelata a un supermercato, non c'era Angus Beef selezionata e di prima qualità, come dichiarava l'etichetta della Cargill, l'azienda produttrice.

Era un impasto immondo, fatto di ritagli di mattatoio pieni di grasso e di una poltiglia ottenuta centrifugando i resti degli animali in un impianto del Wisconsin. Gli ingredienti venivano da Nebraska, Texas, South Dakota e perfino da un macello dell'Uruguay. Cominciò con forti dolori di pancia e crampi. Lei pensò a un virus. Poi vennero la diarrea e il sangue alle feci. La sofferenza si fece insopportabile. Cinque giorni dopo aver mangiato l'hamburger, Stephanie, 22 anni, venne ricoverata al St. Cloud Hospital del Minnesota.

La diagnosi: avvelenamento da colibatterio. La più virulenta e devastante delle salmonelle: O157:H17. La ragazza entrò in coma e vi rimase per nove mesi. Quando ne uscì, il male aveva devastato il suo sistema nervoso. Non poteva camminare, era paralizzata dalla vita in giù. «Perché a me? E perché da un hamburger?», si chiede Stephanie raccontando la sua sconcertante vicenda al New York Times, che vi ha dedicato la prima e un'inchiesta di due pagine nella sua edizione domenicale. La risposta in parole semplici è che la ragazza ha avuto sfortuna nella roulette russa di una catena alimentare ad altissimo rischio, che ogni giorno gioca con la salute e qualche volta con la vita di milioni di americani.

È dal 1994, da quando un'intossicazione collettiva da colibatteri esplose nei ristorati Jack the Box portando alla morte di 4 bambini, che le aziende produttrici di cibo e le reti di distribuzione sono state messe in guardia con un divieto severissimo di vendere prodotti contaminati. Ma ogni anno negli Stati Uniti, ci sono 70 mila persone che contraggono l'agente patogeno dopo aver ingerito prodotti delle grandi multinazionali alimentari.

E se è vero che il caso di Stephanie Smith sia estremo e che gran parte degli intossicati non accusino conseguenze permanenti per la loro salute, l'indagine del Times squarcia il velo di un sistema, dove non c'è alcuna sicurezza igienica, la carne è di indubbia provenienza e di fatto mangiare un hamburger equivale a una scommessa. Nei giorni seguenti al ricovero di Stephanie, 940 persone che avevano consumato lo stesso tipo di polpetta si ammalarono, costringendo la Cargill a ritirare dal mercato l'equivalente di 400 quintali di carne macinata.

Mancano seri test sugli ingredienti e la loro origine, le ispezioni negli impianti vengono ridotte al minimo per tagliare sui costi, i lavaggi delle carcasse sono sempre approssimativi, le direttive emesse dal Dipartimento dell'Agricoltura quasi sempre rimangono inapplicate. Il dramma del Minnesota ha smosso qualcosa. Colpita da centinaia di cause penali intentate dalle vittime, Cargill ha accettato di rendere più severo il processo produttivo. Stephanie intanto vive nella casa della madre a Cold Spring, passa molto tempo facendo fisioterapia, pagata dall'azienda che l'ha avvelenata come anticipo sull'accordo di risarcimento finale. I suoi reni sono a rischio permanente di blocco. Faceva l'insegnante di danza per i bambini, prima. Quei passi non potrà farli mai più.




Mafia, una testimone perde la copertura: torno in Sicilia, per lottare, non a morire

Il Messaggero


ROMA (4 ottobre) - «A distanza di 18 anni da quella scelta che ha segnato la mia vita e che non rinnego, dico basta. Ritorno in Sicilia, visto che sono una ex testimone, ritorno a casa mia, dove nessuno può cacciarmi, ritorno alla mia identità che nessuno ha diritto di cancellare. Ritorno tra i ragazzi per rivendicare il diritto alla vita. Non torno per morire ma per lottare». Lo scrive Piera Aiello in una lettera resa nota dall'Associazione antimafiae Rita Atria.

Dopo avere perso la sua copertura che le ha garantito di vivere in una località segreta sotto un altro nome, Piera Aiello, testimone di giustizia dal 1991, quando decise di rompere con il suo contesto familiare e di denunciare il contesto mafioso che conosceva, è amareggiata per avere appreso di essere considerata una ex testimone. «Preferisco passare gli ultimi giorni della mia vita nella mia Sicilia, in mezzo ai mie affetti, che mi sono stati strappati 18 anni fa. Ma desidero farlo rendendo pubbliche le ragioni della mia decisione».

Piera Aiello spiegherà i motivi della sua decisione martedì prossimo alle 11.30 a Partanna (Tp), in via Crispi 199, in una conferenza stampa alla presenza di don Luigi Ciotti.



Chiesto di più che per l’oro degli ebrei

di Nicola Porro

Berlusconi e la Fininvest sono peggio dei nazisti. Il risarcimento che devono a De Benedetti è superiore a quello che le Banche svizzere colluse con Hitler e i suoi gerarchi hanno riconosciuto a 31mila vittime dei lager. Un botto che ha fatto tremare le casseforti di Ubs e Credit Suisse, rischia di replicarsi in casa Fininvest. Ma chi legge, a questo punto, deve avere un po’ di pazienza e seguire il filo di un ragionamento giudiziario. Fatto semplificando le vicende, ma rendendo il senso di ciò che è avvenuto.

Tutto nasce da una sentenza della sezione penale della Cassazione che ha condannato Previti e il giudice Metta per il cosiddetto lodo Mondadori, con cui Berlusconi e alleati conquistarono Segrate. Quella sentenza fa stato, come si dice. È diventata legge. Poco importa come ci si arrivò. E nulla interessa che Berlusconi e Fininvest (che per la verità non fu mai davvero coinvolta) ne uscirono senza alcuna condanna: prima il presidente del Consiglio fu assolto dal gup e poi prescritto. Giova ricordare che il gup proprio agli esordi di quel processo assolse nel merito Berlusconi liquidando le accuse della Boccassini come «semplici sospetti». Il punto è che nel processo decisivo davanti alla Cassazione i due condannati di oggi - Fininvest e indirettamente Berlusconi - non si sono potuti difendere, non hanno mai toccato palla, per il semplice motivo che sono stati ritenuti, per un motivo o per l’altro, non coinvolgibili nella vicenda.

Ma andiamo avanti: la Cassazione ritiene che sia stata comprata la sentenza da parte di Previti con la complicità di Metta (e non degli altri due giudici che componevano il collegio, ma questo poco rileva evidentemente). Forti di questa sentenza, gli uomini di De Benedetti cosa pensano? Chiediamo un conseguente risarcimento danni a chi è stato condannato. Eh sì, ma Fininvest e Berlusconi sono tecnicamente fuori dal discorso. Semmai il risarcimento potevano chiederlo ai (ci rendiamo conto) meno danarosi Previti e Metta. E in via subordinata allo Stato, che avrebbe dovuto rappresentare il giudice Metta.

Niente di tutto questo avviene. De Benedetti, l’ingegnere senza macchia, del crac Ambrosiano e delle stampanti postali, ha bene in mente il suo obiettivo: Silvio Berlusconi e la sua Fininvest. È a loro che chiede il risarcimento derivante da una sentenza che non riguarda loro. Vi sembrerà strano, ma è così. Anzi mettiamola giù più semplice. Il giudice penale condanna per un reato due imputati. E il giudice civile condanna al risarcimento un terzo, che dal reato iniziale è tenuto fuori. C’è una contraddizione logica. E soprattutto politica. Il magistrato civile si arroga il diritto a condannare colui che il magistrato penale non era riuscito a incastrare.

Ma non basta. Entriamo, per quanto si possa, nel merito. Il giudice civile è ben sicuro del fatto suo. Ritiene congrua la cifra di 750 milioni a cui aggiungere i danni morali, in virtù di una sua valutazione tanto personale che non richiede neanche uno straccio di perizia. In Italia anche se ti fanno un’esecuzione su un fondo, nominano un tecnico. Qui ballano 1500 miliardi delle vecchie lire e il giudice fa tutto da sé. Sia chiaro non aveva alcun obbligo, ma forse una prudenza di controllo successivo, quando si rischia di cestinare un gruppo editoriale. Inoltre non è irrilevante che il risarcimento non è dovuto al fatto che Berlusconi si sarebbe appropriato di Mondadori grazie alla corruzione di un giudice, come si dice in giro.

E no. Il risarcimento è giustificato da un principio molto più sottile. A De Benedetti è stata negata la chance di conquistare Mondadori. E cioè non è detto che ci sarebbe riuscito, non è detto che la sentenza cosiddetta corrotta sia necessariamente sbagliata. Vi è bensì un’alea, una possibilità, una chance appunto. Che vale 750 milioni di euro. Se domani vi dovessero rubare un biglietto della lotteria, fate causa civile al ladro. Se trovate un giudice a Milano, lo condanneranno a pagarvi un risarcimento pari all’intero ammontare del primo premio. Anche se il vostro biglietto era perdente.

Napolitano e i giorni del disagio

Corriere della Sera

Il Colle: inaccettabile diventare bersaglio di un partito. «Mistificazione costituzionale» nelle scelte Idv

ROMA - La crisi della politica non è, non può essere, la crisi delle istituzioni e delle autorità di garanzia, e tra queste la presidenza della Repubblica, verso le quali occorre il necessario rispetto». Ecco ciò che diceva Giorgio Napolitano il 25 giugno scorso, tra un sussulto e l’altro dello scontro tra governo e opposizione.

Scontro le cui scosse mi­nacciavano ormai anche il Quirinale. Esortava, insom­ma, a tenere ben distinti il pia­no della politica e quello del­le istituzioni. Da sabato sta sperimentan­do di persona come l’argine che chiedeva di preservare, «per la tutela della stessa de­mocrazia », sia stato sfonda­to. E scopre con amarezza che, davanti alla campagna d’insulti e di «mistificazione costituzionale» — così la defi­niscono sul Colle — lanciata da Di Pietro, il maggiore parti­to del centrosinistra, il Pd, af­fronta la nuova rincorsa di ve­leni con atteggiamenti impac­ciati, esitanti e deboli. Con il pericolo di far prevalere una tendenza movimentista e di consegnare alla piazza (una piazza per molti aspetti disin­formata) qualsiasi tipo di pro­testa e, al limite, persino ogni futura iniziativa politica. Per tutto questo, più che ir­ritato — e lo è, molto — è pre­occupato, preoccupatissimo, il presidente della Repubbli­ca. Dopo intermittenti provo­cazioni, quasi sempre lasciate cadere, da parte di Di Pietro, del blogger e attore di satira Grillo o del giornalista Trava­glio o dell’ex magistrato (ora europarlamentare) De Magi­stris, la firma allo scudo fisca­le ha rinfocolato le polemi­che. Portandole su livelli di intimidazione inaccettabili, per Napolitano. Il quale, an­che in un’analisi retrospetti­va che gli è facile fare grazie al suo lungo cursus honorum nella politica e nelle istituzio­ni, stenta a trovare preceden­ti paragonabili a quanto gli ca­pita. Caso Cossiga a parte, per troppi aspetti comunque di­verso.

Stavolta, infatti, c’è un par­tito, l’Italia dei valori, che ha scelto il capo dello Stato co­me bersaglio, accusandolo di aver compiuto un «atto di vil­tà e di abdicazione» ai propri doveri (senza contare le fol­cloristiche ingiurie escogitate per infiammare le platee, ad esempio la battuta su «Pon­zio pelato»). Un partito che può già agitare alla stregua di una clava politica le oltre 80 mila firme contro la promul­gazione raccolte da Il fatto quotidiano . Un partito che forse agisce in questo modo secondo la strategia di allar­garsi così nell’area antigover­nativa e domani, chissà, ege­monizzarla. Un partito che fa leva sulla visceralità di una certa opinione pubblica, pronta a appellarsi ogni matti­na al Quirinale, ma con poca voglia di capire. E c’è poi, nelle allarmate va­lutazioni del Presidente, un altro partito dello stesso ver­sante, il Pd, che sembra esser­si mosso più all’attacco di Di Pietro che in difesa del capo dello Stato. Non per nulla, tranne qualche condanna più esplicita (come quelle di Enri­co Letta e Rutelli), in questa battaglia si è attivato un po’ in ritardo. Quasi con timidez­za e disagio. Mostrando le proprie divisioni. Mentre in­vece, come dimostra la conta­bilità del voto alla Camera, avrebbe magari potuto aggiu­dicarsi la partita sullo scudo fiscale semplicemente assicu­rando la presenza di tutti i suoi deputati in Aula. Un at­teggiamento che, per quanto giustificabile con il trapasso interno, rischia di appiattirsi su certe astratte speranze che circolano nell’opposizione. Cioè che il governo cada con una manifestazione di piazza (come succedeva nella Prima Repubblica).

O per un crollo nervoso del premier, incalza­to da gossip che hanno fatto il giro del mondo. O, ancora, con un generico appello al­l’Europa. Com’è ovvio, non è questa la strada per mandare a casa un esecutivo. Come non lo è quella di chiedere al capo del­lo Stato di violare l’articolo 74 della Costituzione, che gli impone di promulgare le leg­gi dopo averle attentamente valutate. Cosa che Napolitano ha fatto. Verificando che la legge non riassumeva amni­stie mascherate (il condono vi era già contenuto), che non avrebbe inciso sui pro­cessi in corso e che contem­plava anzi una serie di miglio­rie suggerite con il metodo della moral suasion.

Marzio Breda

Rissa tra piloti, steward e hostess su un volo Air India

Corriere della Sera

Solo l'intervento dei passeggeri ha impedito che le cose andassero a finire peggio


NEW DELHI - Prima gli insulti poi gli spintoni e infine una vera e propria rissa tra piloti e assistenti di volo della Air India. Teatro della scazzottata non un aeroporto, ma un volo internazionale.

I PASSEGGERI - Lo racconta il Times of India, secondo il quale a seguito della rissa la compagnia ha aperto un'inchiesta e ha sospeso due piloti e due membri di equipaggio. Il giornale racconta che mentre l'aereo si trovava in volo tra New Delhi e Sharjah (negli Emirati Arabi Uniti), alcuni membri dell'equipaggio hanno cominciato a scambiarsi insulti e sono anche passati alle vie di fatto dopo che una hostess aveva accusato i piloti di molestie sessuali. Di fronte a centinaia di passeggeri impietriti e stupefatti, la rissa si è spostata anche nella cucina dell'apparecchio e ad un certo punto è rimasta vuota anche la cabina di pilotaggio. In più, uno dei piloti ha anche minacciato di dirottare l'aereo verso il Pakistan. Il giornale non racconta come sia finito il litigio ma precisa che la polizia ha aperto un'inchiesta contro i comandanti per «oltraggio al pudore».

Addio a Gino Giugni

Corriere della Sera


Scomparso il padre dello Statuto dei lavoratori. Nell'83 fu ferito in un attentato dalle Brigate Rosse

 

ROMA - È scomparso domenica notte a Roma al termine di una lunga malattia, Gino Giugni, aveva 82 anni. Giurista, riformatore e grande saggio del vecchio Psi, è ricordato come il Padre dello Statuto dei lavoratori. Nel 1969 venne infatti messo a capo della Commissione nazionale che ebbe l'incarico di scrivere il testo che è una delle norme principali del diritto del lavoro italiano. Prima di Marco Biagi e Massimo D'Antona, Giugni è stato per anni l'anello di congiunzione tra le istituzioni e il mondo economico.

L'ATTENTATO - Nel maggio del 1983 fu vittima di un attentato delle Brigate Rosse. Venne «gambizzato» a Roma da una donna. Nello stesso anno venne eletto senatore nelle liste del Partito Socialista Italiano (rieletto poi nell'87). Dall'aprile 93 al maggio 94 ricoprì la carica di ministro del Lavoro e della sicurezza sociale del governo Ciampi. Fu inoltre membro della commissione parlamentare inquirente sulla Loggia Massonica P2. Giugni negli ultimi anni ha ricoperto tra l'altro la carica di presidente della Commissione di Garanzia dell'attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali.

LE REAZIONI - «Padre dello Statuto dei lavoratori, uomo attento e acutissimo capace di non perdere mai di vista i cambiamenti nel mondo del lavoro, equilibrato e coraggioso: con Gino Giugni se ne va un vero riformista. Lo Statuto che porta la sua firma è uno dei grandi passaggi della modernizzazione e della crescita sociale del nostro Paese. Per questo la sua scomparsa ci addolora e colpisce. Esprimo alla sua famiglia, ai suoi collaboratori la vicinanza mia personale e quella di tutto il Pd» ha dichiarato il segretario del Pd Dario Franceschini.

Gino Giugni è stato il «vero grande maestro del diritto e della politica del lavoro» lo ricorda invece il senatore del Pd, Tiziano Treu, giuslavorista allievo dello stesso Giugni.

Diventa padre a tredici anni "Lascio la scuola per lavorare"

Quotidianonet


La fidanzatina ha solo 16 anni. In Inghilterra i parti di baby-genitori sono 43mila all'anno. Brown annuncia misure: "Basta con i bambini che hanno bambini"


MANCHESTER, 4 OTTOBRE 2009


DIVENTA PAPÀ ad appena 13 anni. Il neogenitore è uno studente di Manchester, che ha avuto una bambina dalla fidanzatina sedicenne. L’identità dei due adolescenti non è stata rivelata per motivi legali, ma a parlare è il padre del tredicenne, che al Daily Mirror, il primo a raccontare la storia, ha detto: «Mio figlio è maturo per la sua età e sarà un buon papà, meglio della maggior parte degli uomini di 25 anni o più». Di parere diverso il ministro per la gioventù della Gran Bretagna, che già all’inizio di quest’anno, di fronte a un altro presunto caso di tredicenne inglese diventato papà, aveva detto: «Ho visto le foto del ragazzino con il bebè in braccio. Questo non è giusto. E’ solo orribile».

LE COPPIE di baby-genitori sono tutt’altro che rare in Gran Bretagna, dove si registra il più alto tasso di gravidanze tra teenager in Europa. In Inghilterra circa 43 mila adolescenti l’anno diventano mamme. Proprio questa settimana il premier Gordon Brown ha annunciato una serie di misure per affrontare il fenomeno e ridurre il numero di «bambini che hanno bambini».

Ma il padre dello studente di Manchester sembra invece piuttosto orgoglioso: l’uomo — che è separato dalla moglie — racconta che il ragazzino «non è rimasto sconvolto da quanto accaduto. Certo all’inizio era un po’ choccato, ma ora è contentissimo. Ha frequentato assiduamente il corso di preparazione al parto che viene organizzato per i futuri genitori, è maturo per i suoi 13 anni e sa bene che cosa è successo. La ragazza infatti, che non frequenta la sua stessa scuola, credeva che fosse più vecchio della sua età».

Il ragazzino, che ha due sorelle, ha ora un lavoro nel fine settimana per contribuire a mantenere la fidanzata e il bebè, anche se le famiglie di entrambi hanno già fatto sapere che aiuteranno la coppia a cavarsela. Il giovanissimo neogenitore progetta di rinunciare alla scuola non appena potrà, e di trovare un’occupazione a tempo pieno per diventare così un vero capo famiglia, per la sua compagna e la bimba. Ma i genitori precisano che continuerà a studiare fino a quando non avrà una «preparazione di base» sufficiente ad assumersi sulle spalle un lavoro a tempo pieno.

All’inizio di quest’anno un altro tredicenne, Alfie Patten, di Eastbourne nel Sussex orientale, era diventato famoso per aver avuto un bebè dalla fidanzatina quindicenne, Chantelle. La sua foto, con il bimbo in braccio, era finita anche sulla copertina del Sun, altro periodico britannico di taglio decisamente popolare e perciò vendutissimo.

MA SONO iniziate a circolare fra gli adolescenti, che conoscevano i due neogenitori, parecchie voci sul fatto che Chantelle avesse avuto altre storie amorose, e alla fine il test del Dna ha raffreddato gli entusiasmi di Alfie, o forse lo ha salvato, stabilendo che il piccolo era figlio di un altro ragazzo, di 15 anni, Tyler. Lo scandalo suscitato da quella vicenda, tuttavia, aveva già acceso un dibattito nazionale circa la crisi degli adolescenti in Gran Bretagna.

Dove recentemente le associazioni scolastiche hanno indicato come molti ragazzini di dieci o dodici anni si alzino da soli e da soli escano la mattina presto da casa per recarsi a scuola, senza sapere se al loro ritorno troveranno qualcuno ad attenderli. Infatti padri e madri che lavorano, spesso in situazioni di difficoltà, li lasciano responsabili di loro stessi.