sabato 10 ottobre 2009

Napoli, si suicida a quindici anni Su Facebook il conto alla rovescia

Quotidianonet


Gli amici ora invadono il social network con i suoi ricordi: “adesso l’unica cosa che ti chiediamo a nome di tutta la tua classe è “SCUSACI”. Non abbiamo capito il tuo disagio potevamo salvarti"

Napoli, 10 ottobre 2009

 “Meno uno, sto arrivando all`aldilà”. Ha deciso di suicidarsi e, avendo 15 anni, ha deciso di farlo lasciando il suo ultimo messaggio in modo tecnologicamente avanzato: con un post su Facebook. Lui, Carlo D’Urzo, si è impiccato l’altra sera in camera sua, in una casa di Torre del Greco, ad appena 15 anni. Ora Facebook risponde, tardi, al suo segnale di solitudine: è nato un gruppo per salutarlo che attualmente ha 406 membri, in continua crescita.

Sono tre giorni, riporta un quotidiano locale, che su Faccebook c’è il conto alla rovescia del suo suicidio, che non trova spiegazioni: sotto il corpo senza vita il padre ha trovato la maglietta della Turris, quella degli Scout e un foglio su cui ha lasciato il suo addio a tutti. “Mamma, papà, amici: non è stata colpa vostra”.

Gli amici ora invadono Facebook con i suoi ricordi: “adesso l’unica cosa che ti chiediamo a nome di tutta la tua classe è “SCUSACI””. “Non abbiamo capito il tuo disagio - recita un altro commento - potevamo salvarti, starti vicino, farti capire che la vita è una e che vale la pena viverla, ma non abbiamo compreso nulla”.

Brunetta: «Gli impiegati se non vogliono lavorare vadano via». Presto class action

Il Messaggero


ROMA (10 ottobre) - «Gli impiegati se non hanno voglia di lavorare possono pure cambiare mestiere». Così Renato Brunetta commenta la riforma sulla Pubblica amministrazione approvata ieri.

«La pubblica amministrazione deve stare tutta dalla parte dei cittadini, bisogna smetterla di pensare a faccende private di categoria come i magistrati, i professori universitari e i medici» ha aggiunto il ministro della Pubblica amministrazione e innovazione a margine della XXVI Assemblea dell'Anci al Lingotto di Torino. «Saranno i cittadini stessi a controllare» la pubblica amministrazione. «Non ci sarà più - ha aggiunto - una pubblica amministrazione opaca e sorda, irritata e scortese».

Class action nel 2010. Il ministro ha aggiutno che prossima settimana la class action arriverà in consiglio dei ministri come decreto legislativo ed entro l'anno sarà approvata. Dal 1 gennaio 2010 ci sarà poi anche «l'azione collettiva nella pubblica amministrazione, visto che c'è già nel settore privato con la legge Scajola». Brunetta ha poi detto che la class action «non è mai stata bloccata in Cdm».

Raggirate 70 persone da false finanziarie Sei truffatori arrestati dalla Finanza

Corriere del Mezzogiorno

Le vittime erano tutte persone in difficoltà economiche che si affidavano alle agenzie per chiedere prestiti

BARI - Gli uomini della guardia di finanza hanno arrestato sei persone, tre uomini e tre donne, per truffa ai danni di cittadini disagiati e in precarie condizioni economiche. In carcere sono finiti il titolare di una società di intermediazione finanziaria, Gianluca Lopez, di 39 anni, e i suoi collaboratori Giuseppe Cannale, di 34 anni, e Antonello Saverio Maurelli, di 34 anni, ritenuti dagli investigatori i procacciatori della clientela. Arresti domiciliari invece per Maria De Maggis, di 30 anni, e le sorelle Maria e Anna Vasto, di 41 e 34 anni, segretarie delle finanziarie. Il provvedimento restrittivo è stato emesso dal gip del tribunale di Bari Sergio Di Paola su richiesta del pm Renato Nitti. Le vittime delle frodi sono state circa settanta.

Tra di loro c'erano imprenditori con fallimenti alle spalle, padri di famiglia e anziani: tutte persone a cui gli arrestati promettevano denaro che - secondo quanto accertato dagli investigatori - non faceva in tempo ad arrivare nelle loro casse perchè scattava il meccanismo della truffa. I sei, infatti, acquisivano il denaro per l’apertura delle pratiche di finanziamento chiedendo alle vittime di versare tra i 150 e i 1.500 euro a seconda dell’importo del finanziamento richiesto ma a tutto questo poi non corrispondeva alcun prestito. Secondo quanto accertato dai finanzieri la truffa avrebbe fruttato agli arrestati circa 200.000 euro. Le vittime, che hanno anche sottoscritto documenti in bianco, si sono rivolti alle fiamme gialle appena si sono rese conto di essere state raggirate.

Le indagini si sono protratte per oltre due anni e sono cominciatecon la denuncia di un cittadino albanese che aveva bisogno di un prestito di 100mila euro per l’acquisto di una attività commerciale. Le società finanziarie coinvolte, la Easyfin Italia e la Prestofin, che ha sostituito la prima, hanno avviato la loro attività nel giro di poco tempo l’una dall’altra. «Era un’associazione ben strutturata - ha spiegato in una conferenza stampa il procuratore di Bari, Antonio Laudati - che ha ingannato famiglie in condizioni economiche spesso ai limiti della sopravvivenza, costrette a chiedere soldi in prestito per ripianare altri debiti».

Omicidio Garlasco, depositata la perizia sul pc di Stasi: regge l'alibi dell'imputato

Corriere della Sera

l 13 agosto 2007 ha guardato alcuni filmati, poi ha effettuato una serie di salvataggi al documento della tesi

MILANO - È stata depositata in Tribunale a Vigevano la perizia informatica sul computer di Alberto Stasi, unico imputato per l'omicidio della fidanzata Chiara Poggi. La relazione, circa 200 pagine firmate dagli esperti informatici Roberto Porta e Daniele Occhetti nominati dal gup Stefano Vitelli, chiarisce alcuni passaggi della giornata del 13 agosto 2007, quando la 26enne è stata uccisa nella sua villetta di Garlasco. Nel documento trova conferma quella che fino ad oggi era un'indiscrezione: la mattina del 13 agosto Alberto avrebbe guardato materiale erotico, poi ha effettuato una serie di salvataggi al documento della tesi. Attività che durano, secondo i consulenti, dalle 9.35 alle 12.20.

ALIBI - Sarebbe dunque avvalorato l'alibi di Stasi nelle ore in cui, secondo l'accusa, Chiara è stata uccisa con un'arma mai trovata. La perizia è in linea con le altre, del medico legale e del chimico, consegnate nelle scorse settimane. Dal pc «irrimediabilmente compromesso» dalle operazioni effettuate dai carabinieri nei giorni successivi al delitto, sono però riusciti insieme ai consulenti delle parti a estrapolare dati rilevanti: dimostrando dunque che Alberto la mattina dell'assassinio ha avviato il pc alle 9.35 e, dopo aver aperto le foto di tema sessuale, ha lavorato alla tesi fino alle 12.20.

A causa di problemi al sistema di alimentazione e di virus che non rendevano il computer affidabile, Stasi ha effettuato salvataggi ogni due minuti; quindi ha spento il pc non in modo tradizionale ma mettendolo in stand by, stato in cui è rimasto fino al giorno successivo, quando cioè - poco dopo le 8 di mattina - l'ha consegnato agli inquirenti che hanno fatto una copia della tesi per consegnargliela. Inoltre, la relazione conferma che gli accessi successivi al sequestro, operati dagli inquirenti, hanno alterato il contenuto dell'hard disk.

FOTO - La perizia ha messo in evidenza anche altri particolari: il fatto che la sera prima Chiara non ha visto foto né pedo-pornografiche né pornografichè (di queste ultime forse solo le icone delle cartelle) e invece ha aperto tre immagini personali e ha scaricato quelle relative al weekend trascorso a Londra con il fidanzato. Nella relazione c'è anche un capitolo dedicato a un altro aspetto: tra il 17 marzo e il 24 maggio Chiara aveva scaricato sulla sua chiavetta Usb alcuni articoli di quotidiani e settimanali tra cui uno sugli «omicidi senza colpevole» e tre relativi al profilo psicologico dei pedofili. La perizia informatica sarà al centro dell'udienza del 24 ottobre quando, dopo la richiesta di nuove indagini da parte del gup Vitelli, accusa e difesa torneranno a confrontarsi in aula.



Crack vecchia Alitalia, i risparmiatori portano in tribunale gli stipendi d'oro

Corriere della Sera

Quasi 6 milioni di euro percepiti dall'ex ad Giancarlo Cimoli tra il 2004 e inizio 2007

MILANO - Compensi d'oro ai top manager della vecchia Alitalia mentre i conti andavano a rotoli. Arrivano nuovi particolari nel capitolo degli stipendi d'oro nel crack dell'ex Alitalia pubblica. È infarcita di dettagli infatti su compensi e bonus elargiti agli ex amministratori, tra cui Cimoli e Francesco Mengozzi, la citazione al Tribunale di Roma degli avvocati dei piccoli risparmiatori rimasti impigliati nel tracollo di titoli azionari e bond dell'ex compagnia aerea pubblica.

LE CIFRE - Bonus milionari, fino a sei volte superiori a quelli pagati ai loro amministratori dalle compagnie aeree con i bilanci in utile. Quasi 6 milioni di euro percepiti dall'ex ad Giancarlo Cimoli tra il 2004 e inizio 2007. Stipendio sei volte superiore a quello dell' amministratore delegato di Air France, Jean Cyril Spinetta, e il triplo rispetto a quello di British Airways. Falso in bilancio, irregolarità e «mala gestio» sono i rilievi mossi nei confronti degli ex amministratori dagli avvocati Giovanni Tognon e Ernesto Fiorillo, di Consumatori Associati che rappresenta i piccoli azionisti nella causa civile la cui prossima udienza è fissata il prossimo 13 ottobre.

«Risulta chiaro come gli amministratori delegati, e lo stesso consiglio d'amministrazione, hanno sempre avuto interesse a conservare il proprio incarico con assoluta incuria di una sana e produttiva gestione della società» scrivono i legali citando in giudizio civile circa 20 ex manager (tra cui l'ex ad di Air France, Jean Cyril Spinetta) e chiedendo il risarcimento dei risparmi andati in fumo.


Iran, tre dimostranti condannati a morte

Corriere della Sera

Avevano preso parte alle proteste per le elezioni presidenziali

TEHERAN - Tre manifestanti, incriminati per la partecipazione alle dimostrazioni antigovernative, sono stati condannati a morte in Iran. Lo riferisce l'agenzia Isna. I tre avevano preso parte alle proteste scoppiate in occasione delle elezioni presidenziali che hanno sancito la riconferma di Mahmoud Ahmadinejad.

IL MINISTRO - Il capo dell'ufficio pubbliche relazioni del dipartimento di Giustizia della provincia di Teheran, Bashiri Rad, parlando con l'Isna, ha reso note solo le iniziali dei nomi dei tre condannati al patibolo. Si tratta di M.Z., A.P. e M.E. I primi due, ha precisato Bashiri Rad, sono stati riconosciuti colpevoli di legami con un'organizzazione monarchica e il terzo con i Mujaheddin del Popolo, la più importante organizzazione di opposizione armata al regime. Giovedì, il sito riformista Mowjcamp aveva reso nota la condanna a morte di un manifestante, Mohammad-Reza Ali-Zamani, riconosciuto come militante filo-monarchico. Non è escluso che possa trattarsi di uno dei tre di cui si è avuta notizia oggi.



La guerra dei Doria per gli eredi in provetta

di Cristiano Gatti

Dev’essere un virus particolare, che aggredisce le casate con molti quarti di nobiltà e molti conti bancari: prima o poi, le riunioni di famiglia non si tengono più nella sala bella del palazzo avito, davanti al camino acceso, ma direttamente a palazzo di giustizia. Tocca anche ai Doria. Per molti di noi che si sono costruiti una cultura casereccia nel boom economico, questo nome evoca subito le tenerezze di un indimenticato biscottificio. In realtà, si parla di un blasone importantissimo, che grazie al patriarca Andrea, ammiraglio nativo di Oneglia, ricostruì a cavallo tra il 1400 e il 1500 il mito della fiorentissima Superba, tanto che oggi Cassano è sicuramente fiero di portare una maglia in qualche modo intitolata al glorioso personaggio (o forse no, ma in questa sede non è poi così decisivo).

Ovviamente non proverò nemmeno ad ammorbare la platea con una sintetica ricostruzione dell’intero albero genealogico. Basterà stringere di zoom sui tempi nostri, scoprendo che le antiche nobiltà sopravvivono oggi nelle giovani persone di Jonathan Doria Pamphilj e di sua sorella Gesine. Dopo lunghi e tortuosi giri nella storia d’Europa, le intricate faccende familiari si concentrano tutte in questo legame di sangue blu, forse l’ultimo che potremmo definire tranquillo e regolare. Da qui in poi, la saga dei Doria è un rompicapo allucinante. Con tutto il rispetto, ci mancherebbe: ma comunque un rompicapo allucinante.

Partendo dalla fine: la sorella Gesine trascina il fratello davanti alla Procura di Roma, città dove i due vivono per lunghi periodi nel famoso palazzo di via del Corso, chiedendo che la giustizia italiana non riconosca i due figli maschi del fratello medesimo. Come spiega il Secolo XIX di Genova, un pronunciamento è atteso per il 21 ottobre, dopo due anni di complesso contenzioso legale.La domanda è scontata: perché mai la sorella non vuole che i figli del fratello siano riconosciuti eredi? Per capirlo bisogna affrontare un immane sforzo di cervello: siamo nell’epicentro dell’ingarbugliata matassa. In sostanza, i due bambini in questione non sono figli del principe Jonathan e di sua moglie. Jonathan non ha una moglie. Ha un moglio.

O comunque un compagno, essendo egli orgogliosamente gay, come da acclamata sfilata al Gay Pride di Genova. Il quarantaseienne rampollo maschio della dinastia è unito in «civil partership» con un signore brasiliano di nome Elson Edeno Braga. Per legarsi, tempo fa, la coppia si reca a Londra, dove l’operazione è possibile. Ma ovviamente non si ferma lì. Comunque desideroso di lasciare qualcosa a qualcuno, soprattutto che il suo cognome gli sopravviva, Jonathan decide di mettere in piedi l’impalcatura familiare ora al centro della causa legale: in altre parole, ricorre alla fecondazione artificiale. Sempre più difficile, sempre più complicato: nonostante ci siano di mezzo principi e principesse, non si beve come una fiaba.

Per apprezzare, per capire, per tenere il filo, bisogna essere un po’ giuristi e un po’ tecnici di laboratorio. Allora: Jonathan cerca un utero in affitto. In Italia l’operazione è vietata, prevista pure la galera. Ma il nobile Doria ha passaporto inglese, essendo figlio Doria di parte materna, mentre la paternità è di un suddito della Regina, Frank Pogson, per niente nobile, tanto che difatti sparisce dal cognome dei figli. Tornando a noi: grazie al passaporto inglese, Jonathan ricorre a specialisti esteri. La prima volta negli Stati Uniti, dove nel 2007 nasce la piccola Emily.

Anche qui, niente è così semplice: in realtà, la bimba ha pure due mamme, una che ha donato l’ovulo e una che l’ha allevata in grembo. E non finisce qui: Emily è una creatura adorabile, ma resta pur sempre femmina. Al principe preme l’eterna necessità di un maschio. Così, altro viaggio, stavolta in Ucraina. Qui è possibile lavorarci più a fondo, prenotando anche il sesso a colpo sicuro. Difatti, nel 2008, ecco Filippo Andrea. Neanche a dirlo, pure lui con due mamme: la mamma dell’ovulo, la mamma del grembo. In totale, fa esattamente il rompicapo domestico di cui parlavo. Il rompicapo allucinante che ora sta sul tavolo della giustizia italiana.

La zia dei bambini, principessa Gesine, chiede che una simile situazione non venga ratificata dalla nostra legge. Passi il fratello gay che si unisce a Londra con il suo amore, affari e affetti suoi, ma non può passare che i figli «creati» dall’architettura genetica siano eredi a pieno titolo. Negli ambienti della nobiltà italiana, c’è anche chi sospetta un intervento troppo interessato di Gesine: lei, sposata all’esperto d’arte Massimiliano Floridi, ha quattro figlie femmine e quattro buoni motivi per non accettare con entusiasmo una spartizione «artificiale». Ma sono gli amici più intimi della stessa Gesine a rigettare con sdegno una spiegazione tanto piccina: ricordano, gli amici veri, che Gesine nutre comunque affetto nei confronti dei nipotini.

Soltanto, anche a difesa della loro dignità, vuole che una volta per tutte sia fatta chiarezza. Metti caso che un giorno le quattro madri sparse per il mondo risaltino fuori per rivendicare qualche diritto: la legge deve mettere subito ordine nel groviglio allestito dal fratello. Qualunque sia la decisione della giustizia italiana, assicurano i fedelissimi, lei poi l’accetterà serenamente. L’essenziale è che il buon nome e il patrimonio della famiglia siano tutelati senza se e senza ma.

Scriveva Tolstoj, nella prima riga di Anna Karenina: tutte le famiglie felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Nelle cronache del sangue blu, questa suprema verità si sta confermando puntualmente. Nel caso Doria c’è qualcosa di più: non si sta litigando su conti nascosti e collezioni d’arte, ma sul futuro di due bambini entrati nella storia per vie traverse. Sarebbe il caso di sottolinearlo: loro non si giocano un’eredità, si giocano il destino.

Napolitano salta i funerali per non incontrare Berlusconi

di Adalberto Signore

Fino a questa mattina il grande freddo tra Palazzo Chigi e il Quirinale era stato tutto nelle parole e nei titoli di giornali e tv. Oggi, quando alle 10.30 sfileranno nella cattedrale di Messina le bare di 21 delle 28 vittime della tragedia di Giampilieri e Scaletta Zanclea la tensione di queste ore tra Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano sarà invece affidata alle immagini e fotografie di funerali di Stato senza il capo dello Stato. A Messina, infatti, ci saranno il premier e il presidente del Senato Renato Schifani, mentre mancherà il presidente della Repubblica. Incerto fino all’ultimo, invece, Gianfranco Fini che ieri ha allertato il vicepresidente vicario della Camera Antonio Leone che potrebbe rappresentare Montecitorio al suo posto.

D’altra parte, ormai da molti giorni la compagna dell’ex leader di An Elisabetta Tulliani è arrivata al termine della gravidanza ed è davvero questione di ore. È l’assenza del capo dello Stato, invece, che a Messina lascia qualche perplessità. Perché se è vero che il Quirinale non ha mai formalizzato la sua presenza, non c’è dubbio che l’input arrivato dal Colle dopo l’invito pubblico di martedì scorso del sindaco Giuseppe Buzzanca (un «appello» l'aveva definito il primo cittadino) lasciava intendere l’esatto contrario. Tanto che mercoledì l’agenzia Asca batteva da Messina il seguente lancio: «Napolitano, Berlusconi, Schifani e Fini sabato ai funerali». Funerali solenni con giornata di lutto nazionale proclamata in Consiglio dei ministri.

Era il primo pomeriggio del 7 ottobre e di lì a qualche ora la Corte Costituzionale avrebbe bocciato il Lodo Alfano con tutte le polemiche che ne sono poi derivate. Gli affondi di Berlusconi prima, ribaditi a tarda sera in tv e in qualche modo ancora ieri, e le repliche del Colle, prima attraverso una nota ufficiale e poi con il comunicato congiunto di Schifani e Fini chiamati a fare quadrato sul Quirinale.
Così, ci sta che qualcuno - non solo nel Pdl ma anche sul Colle - sospetti che quella di Napolitano sia una scelta dovuta più al gelo delle ultime ore con il Cavaliere che ad effettivi impedimenti. Anche perché la decisione è stata presa giovedì sera, proprio mentre Fini e Schifani erano al Quirinale a limare per quasi un’ora sfumature e virgole della nota congiunta in difesa del capo dello Stato.

È stato in quella occasione che Napolitano ha chiesto a Schifani di rappresentarlo a Messina e portare il suo cordoglio alle vittime, consegnandogli anche il testo di un breve saluto che oggi il presidente del Senato potrebbe leggere. Il punto, però, è il perché di un’assenza che nella nota ufficiale del Colle non viene motivata e che solo a tarda sera trova una spiegazione ufficiosa del Quirinale: il riacutizzarsi di un dolore alla caviglia a causa del quale il capo dello Stato ha anche annullato un’incontro che aveva in programma ieri con alcuni giovani. E poi, fanno sapere dalla presidenza della Repubblica, a parte L’Aquila e le esequie per i militari morti in Afghanistan, Napolitano non ama partecipare a queste cerimonie, tanto da aver rinunciato anche a quella di Torino per le vittime della Thyssen nonostante il tema delle morti sul lavoro sia a lui molto caro.

Il controcanto al capo dello Stato, però, lo fanno i soliti maligni. Che, agenda alla mano, provano a insinuare il dubbio che il problema alla caviglia non sia poi così decisivo. E via ad elencare appuntamenti: lunedì Napolitano interverrà ad un convegno sulla ricerca a La Sapienza di Roma, martedì parlerà sempre a Roma alla Scuola dei prefetti, mercoledì sarà a piazza del Popolo per la festa del Corpo forestale dello Stato, giovedì volerà a Torino dove interverrà alle celebrazioni del centenario della nascita di Norberto Bobbio e venerdì riceverà al Quirinale tutti i premiati del mondo giornalismo. Un’agenda effettivamente piuttosto fitta.

Enel, maxi-bolletta da 300mila euro Operaio la legge ed è colto da malore

di Redazione


Sna Cesario di Lecce - Ammonta a 292 mila 709 euro e 59 centesimi la bolletta dell'Enel recapitata nell'abitazione dell'operaio Giuseppe Abatianni, che vive nel piccolo comune salentino di San Cesario di Lecce. L'uomo, dopo essersi reso conto che non si trattava di uno scherzo ma di una vera bolletta, con tanto di scadenza fissata per lunedì 12 ottobre, ha accusato un malore ed è stato ricoverato per accertamenti nell'ospedale Vito Fazzi di Lecce. Dirigenti regionali dell'Enel, informati dell'accaduto, stanno cercando di capire cosa sia successo.

G8 Genova, aumentate le pene Heidi Giuliani: è una vendetta

Libero

Non si placano le polemiche sul G8. Dopo l’assoluzione dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro e di Spartaco Mortola dall'accusa di induzione a falsa testimonianza nei confronti di Francesco Colucci, oggi è arrivata la sentenza d’appello per i 25 imputati accusati di devastazione e saccheggio per gli scontri al G8 del luglio 2001 le cui pene sono state aumentate: Francesco Puglisi (10 anni e 6 mesi in primo grado) è stato condannato a 15 anni; Vincenzo Vecchi (10 anni e 6 mesi) è stato condannato a 13 anni; Marina Cugnaschi (11 anni) dovrà scontare 12 anni e tre mesi; Alberto Funaro (9 anni) è stato condannato a dieci anni. Aumentate anche le pene per Carlo Arculeo (da 7 anni e 6 mesi a 8 anni), Luca Finotti (da 10 anni a 10 anni e 9 mesi), Antonino Valguarnera (da 7 anni e 8 mesi a 8 anni), Carlo Cuccomarino (da 7 anni e 10 mesi a otto anni), Dario Ursino (da 6 anni e 6 mesi a 7 anni), Ines Morasca (da 6 anni a 6 anni e 6 mesi).

"Vendetta non giustizia" - «Questa non è una sentenza è una vendetta», ha dichiarato Haidi Giuliani Gaggio, madre di Carlo Giuliani, ucciso durante gli scontri del G8, alla lettura della sentenza.