domenica 11 ottobre 2009

Poste Italiane sotto attacco hacker

La Voce


Il servizio di sicurezza ha avvisato la polizia postale


Roma - Sotto attacco il sito delle Poste Italiane. Sulla home page la scritta Poste italiane è stata sostituita dalla scritta "Hacked - stavolta siamo stati buoni ma possiamo fare molto di piu". L'attacco è stato comunque immediatamente rilevato dal servizio di sicurezza di Poste che ha avvisato la polizia postale. Immediate le indagini per risalire ai responsabili ed è già stato individuato l'ultimo punto - cioé l'ultimo computer - da dove è partito l'attacco.

Gli hacker erano riusciti a 'sfigurare' la home page ma non sono riusciti a rubare dati sensibili e password, grazie all'intervento immediato dell'ufficio di sicurezza di Poste e della polizia postale, che monitora costantemente i siti istituzionali che potrebbero essere scelti come obiettivo dai pirati informatici. L'attacco, spiegano dalla polizia postale, é avvenuto verso le 19.

Obesita': sono i lucani i piu' grassi d'italia

La Voce


E i bambini italiani sono i piu' ciccioni d'Europa

Roma - Gli abitanti della Basilicata conquistano il primato dei più ciccioni di Italia seguiti sul podio da siciliani e calabresi mentre i più in linea sono i piemontesi. E' quanto afferma la Coldiretti sulla base dei dati dell'Istituto Superiore di Sanità in occasione dell'Obesity Day 2009, la giornata mondiale dell'obesità che si tiene il 10 ottobre, organizzata in Italia dall'Associazione di Dietetica e Nutrizione Clinica (Adi).

Le persone obese in Italia sono il 17 per cento degli uomini e il 21 delle donne tra i 35 e i 74 anni con la forma "a pera" che ha contagiato però entrambi (i fianchi misurano 101 cm negli uomini e 100 cm nelle donne). I lucani sono ben al disopra della media tra gli uomini (34 per cento) e tra le donne (42 per cento), seguiti dai siciliani (31 per cento si per gli uomini che le donne) e dai calabresi (24 per cento gli uomini e 38 per cento le donne).

Tra i più in linea, al lato apposto della classifica ci sono, precisa la Coldiretti, i piemontesi (12 per cento degli uomini e il 13 per cento delle donne) seguiti dai marchigiani (13 per cento per gli uomini e 15 per cento per le donne) e dai sardi (16 per cento gli uomini e 14 per cento le donne). La situazione è ancora più grave se si considerano anche le persone in sovrappeso che in Italia sono oltre due uomini su tre (67 per cento) e più della metà delle donne (55 per cento) mentre molto preoccupante è il dilagare del problema nei più giovani.

I bambini italiani sono i più grassi d'Europa con uno su tre di età compresa tra i 6 e gli 11 anni che pesa troppo. Se in questo caso il record spetta alla Campania, in generale il 12,3 per cento dei bambini è obeso, mentre il 23,6 per cento è in sovrappeso soprattutto per le cattive abitudini alimentari, secondo l'ultima indagine "Okkio alla Salute" del Ministero della Salute in Italia.

La principale causa è individuata in una alimentazione scorretta con il progressivo abbandono dei principi della dieta mediterranea che con pane, pasta, frutta, verdura, extravergine e il tradizionale bicchiere di vino consumati a tavola in pasti regolari, ha consentito ai nonni italiani di conquistare un record della longevitàcon una speranza di vita che e' pari a 78,8 anni per gli uomini e a 84,1 anni per le donne.

R.R.

Messina, quei funerali senza Napolitano E la sinistra ora accusa il Giornale

di Adalberto Signore


nostro inviato a Messina

Che la città sia ferita nel profondo lo testimoniano sì i funerali solenni alle vittime della tragedia di Giampilieri e Scaletta Zanclea, che raccolgono migliaia e migliaia di persone al punto da affollare completamente la grande piazza davanti alla cattedrale, ma soprattutto l’aria che si respira per tutta la mattina in una Messina che pare nel giorno del dopo bomba. Con i pochi negozi aperti che hanno le saracinesche socchiuse e con tutti - dall’anziano al bar fino al giovanissimo edicolante - che seguono come fosse una preghiera collettiva la funzione officiata dall’arcivescovo di Messina Calogero La Piana. Chi con la televisione e chi con la radio, sono tutti in chiesa. Dove il dolore composto dei familiari davanti a quelle 21 bare - venti avvolte nel tricolore e una nella bandiera romena - è straziante. Madri, padri e amici sono tutti lì, quasi a farsi forza a vicenda.

Sono funerali solenni con giornata di lutto nazionale quelli di Messina. In prima fila ci sono il presidente del Senato Renato Schifani e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Mancano all’appello il capo dello Stato e il presidente della Camera Gianfranco Fini che ieri è diventato padre per la terza volta. I ministri Angelino Alfano e Stefania Prestigiacomo stringono mani e provano inutilmente a mitigare il dolore dei familiari delle vittime. La Prestigiacomo in particolare ha parole e tempo davvero per tutti.

Ma è sull’assenza di Giorgio Napolitano che - come per ogni tragedia che si rispetti in Italia - si apre una curiosa polemica. Che coinvolge il Giornale e, guarda un po', Berlusconi. L’accusa è quella di lesa maestà, perché il nostro quotidiano è stato l’unico a sollevare un dubbio che nei palazzi della politica hanno avuto in tanti. A destra, a sinistra e pure sul Colle. L’assenza del presidente della Repubblica, infatti, lascia qualche incertezza, nei modi e nei tempi. Perché se è vero che Napolitano non aveva dato conferma ufficiale della sua partecipazione è altrettanto vero che ha deciso di non venire il giorno dopo la sentenza della Consulta e l’affondo del Cavaliere.

«Problemi con una caviglia», hanno fatto sapere dal Colle. Dove ancora ieri sera confermavano però la fitta agenda della settimana: domani interverrà ad un convegno sulla ricerca a La Sapienza di Roma, martedì parlerà alla Scuola dei prefetti, mercoledì sarà a piazza del Popolo per la festa del Corpo forestale, giovedì volerà a Torino dove interverrà alle celebrazioni del centenario della nascita di Norberto Bobbio e venerdì riceverà al Quirinale tutti i premiati del mondo del giornalismo. Insomma, il timore che il capo dello Stato volesse più che altro evitare la foto della stretta di mano con il Cavaliere al momento del rituale «scambiatevi un segno di pace» è quantomeno plausibile.

Invece, dal Pd arriva una levata di scudi che ha l’unica particolarità di mettere per la prima volta sulla stessa lunghezza d’onda i tre candidati alla segreteria del Partito democratico. Pier Luigi Bersani, infatti, punta l’indice contro gli «attacchi feroci e sconsiderati» nei confronti del Colle. Dario Franceschini si distingue e preferisce usare aggettivi diversi: «Attacchi inqualificabili e volgari». Ignazio Marino, invece, punta direttamente sul premier che «disprezza la più alta carica dello Stato». Seguono a ruota Anna Finocchiaro e Vannino Chiti. Con la presidente dei senatori del Pd che attacca il Giornale che «è sceso in campo a sostenere lo scriteriato attacco» al Quirinale e il vicepresidente del Senato che affonda il colpo: «Il Giornale è il braccio, Berlusconi la mente».

Ipocrisie a parte, però, non c’è uno che si chieda il perché di un’assenza tanto rumorosa nonostante l’agenda del Colle di questa settimana fosse a ieri sera ancora molto fitta. Nessuno - almeno pubblicamente - che si domandi perché il capo dello Stato - innamorato da sempre del Mezzogiorno, di Napoli e del sicilianissimo Leonardo Sciascia - non abbia partecipato ai funerali solenni di Messina con tanto di lutto nazionale. D’altra parte, non se l’è chiesto nessuno nemmeno nella maggioranza. Dove il perbenismo istituzionale ha chiuso la bocca a tutti. L’unico - nel senso letterale del termine - che fa un passo in avanti è il vicepresidente dei deputati del Pdl Osvaldo Napoli che punta l’indice contro «certe manifestazioni di indignazione» che «puzzano di ipocrisia lontano un miglio».

«Gli attacchi contro Vittorio Feltri “colpevole a prescindere” sono - insiste Napoli - la riprova dell’ideologia totalitaria che ancora guida personaggi come Finocchiaro e Chiti. Feltri è sicuramente criticabile, come lo è ogni giornalista dalla forte personalità, ma la libertà di stampa è un bene da tutelare per tutti». «La conferma del bozzolo leninista in cui vivono racchiusi i vecchi comunisti - conclude Napoli - viene dall’equazione incauta sfuggita a Chiti: Feltri è l’esecutore e Berlusconi è la mente. Di grazia, chi è il mandante degli attacchi di Michele Santoro al premier? E di Lucia Annunziata? E di Giovanni Floris o di Gad Lerner? O si vuole far passare la barzelletta che siamo in presenza di giornalisti liberi ed equilibrati mentre Feltri è sotto padrone?».

Kenya, chiusa una scuola ci sono fantasmi e spiriti

di Redazione

Nairobi - Fantasmi e spiriti maligni perseguitano gli alunni di una scuola elementare di Malindi. Una vicenda che fa pensare ad una delle più celebri commedie di Eduardo De Filippo, ma che è vera. O, almeno, è con questa motivazione che Harrison Chai, direttore amministrativo della scuola in questione, che si trova a Ganda, sobborgo della nota località turistica della costa keniana, ha chiuso per due settimane l’istituto. Ne dà notizia il portale italiano in kenya www.malindikenya.net. «I ragazzi - ha dichiarato il direttore - lamentavano da giorni di vedere spiriti malvagi che li rincorrevano con coltelli e pugnali, mentre le alunne assicurano di aver visto sulle pareti proiezioni di fantasmi vestiti di bianco». 

La situazione è poi degenerata quando a scuola sono arrivati i genitori degli studenti in preda al panico. Per sedare la loro protesta è addirittura dovuta intervenire la polizia. Suggestione di gruppo? Vendetta contro qualche professore? Quello che è certo è che per ora la scuola è chiusa, mentre il custode dell’istituto Shida Gona spiega: «Trecento alunni tra i 9 ed i 12 anni non possono aver inscenato tutti insieme una farsa del genere: ne ho visti alcuni scappare con gli occhi spiritati, pieni di terrore, altri strapparsi le vesti...». 

Mentre in molti sottolineano come una nuova insegnante, Madam Karani, sia ritenuta responsabile di praticare sortilegi e frequentare sette esoteriche. Martedì ci sarà un incontro tra la direzione della scuola ed una rappresentanza dei genitori, alla presenza degli agenti di polizia. La soluzione che sembra delinearsi è quella di un allontanamento dell’insegnante ’sospettà, per verificare se mai le cose cambiassero.


Il Pd fucila chi diserta dalla Resistenza antiberlusconiana

di Salvatore Tramontano

Dario Franceschini è più bello che intelligente. E se non è d’accordo può sempre mandarci una cartolina da Annozero, dove regolarmente assiste a linciaggi in diretta senza trovare il coraggio di disapprovare o avere un gesto di imbarazzo. Ma come potrebbe? Lui è quello che va in piazza per difendere la libertà di stampa di chi pensa come lui. Questo, almeno, è quello che gli suggerisce la Repubblica, il quotidiano che ogni giorno gli spiega cosa dire e soprattutto cosa fare. Motivo per cui quando parla de il Giornale lo identifica con Berlusconi o addirittura con il governo. Come è accaduto ieri quando il segretario a tempo del Pd per commentare il nostro titolo di prima pagina su Napolitano, «Niente funerali per evitare Silvio», ha tuonato: «Sono attacchi sempre più volgari e sempre più inqualificabili. Deve finire questo attacco da parte del governo allo Stato e alle sue istituzioni».

Certo, se Ferruccio De Bortoli, direttore de il Corriere della Sera, scrive che il suo giornale è tra le istituzioni a garanzia del Paese e la Repubblica rivendica il proprio ruolo di opposizione, Dario Franceschini ha tutti i motivi per credere, se nessuno glielo spiega, che il Giornale sia il governo. Però, non è questo il punto. Comprendiamo le difficoltà di chi è costretto a pensare con la testa di un altro e a recitare un ruolo non suo. Siamo consapevoli dello sbandamento di un partito, il Pd, che ogni giorno è costretto a cercare qualcuno cui aggrapparsi per sopravvivere, ma troviamo intollerabile la decadente arroganza con cui si marchia di infamia chiunque diserti dalla Resistenza antiberlusconiana.

È accaduto con il direttore del Tg1, Augusto Minzolini, accade sistematicamente con il Giornale, questa volta reo di lesa maestà al Capo dello Stato. «Inaccettabile», ha dichiarato Anna Finocchiaro. «Attacchi inqualificabili e irresponsabili» ha chiosato Ignazio Marino. «Ora basta» ha sentenziato Vannino Chiti. Al coro di questi liberi pensatori si è unito Pier Ferdinando Casini che, pur essendo sicuramente più bello e più intelligente di Dario Franceschini, ha voluto anche lui bollare come vergognoso l’attacco a Giorgio Napolitano.

Ma hanno letto cosa abbiamo scritto? «Napolitano non rende omaggio alle vittime di Messina per evitare di stringere la mano a Berlusconi». Dov’è l’inaccettabile, irresponsabile, volgare, vergognoso attacco al capo dello Stato? Non ci risulta che il presidente della Repubblica abbia partecipato ai funerali. E vi sembra così irreale che, dopo le polemiche sulla sentenza della Consulta, non ci sia andato per non stringere la mano al premier?

«Inaccettabile». «Irresponsabile». «Volgare». «Vergognoso». È appena un florilegio degli epiteti riservati a questo quotidiano. Accusato di killeraggio solo per aver pubblicato una notizia scomoda ma vera, messo alla gogna solo per aver osato criticare Gianfranco Fini o Giorgio Napolitano. E questa come la chiamate se non censura? «Ora basta» lo diciamo noi. Inaccettabile è la demolizione di chi la pensa diversamente. Irresponsabile è chi si rende complice di una campagna d’odio contro un giornale non gradito. Volgare è il comportamento di chi manifesta per la libertà di stampa e non rispetta quella altrui. Vergognosa è la debolezza di chi apre bocca solo per unirsi al coro.

Quella borghesia che spaventa Stampa e Corriere

di Giordano Bruno Guerri

Sia il capo del governo sia due importanti giornalisti hanno cercato di definire cosa sia la borghesia. Un’impresa davvero difficile, a meno di non voler ricorrere a battute come quella - esilarante - di Marcello Marchesi: «Borghesia: in medio stat virus». Riferendosi al Corriere della Sera, Silvio Berlusconi si è dispiaciuto che «il primo giornale italiano sia passato dall’essere un foglio conservatore della buona borghesia italiana a un foglio di sinistra»: ergo, la «buona borghesia» sarebbe conservatrice.

Massimo Gramellini gli ha risposto a muso duro sulla Stampa: «Perbenista e un po’ ipocrita, ma solida e laboriosa», la borghesia milanese sarebbe stata «spazzata via dall’arrivo di una classe di arrampicatori spregiudicati e volgari che il Corriere non lo leggono perché, essendo moderato, non è abbastanza truculento per i loro gusti». (Come se la borghesia torinese fosse tutt’altra cosa da quella milanese, caro Gramellini?) Ferruccio de Bortoli, direttore del giornale in questione, è stato più pacato, indicando nei suoi lettori «“Quell'Italia che ce la fa”, che lavora, produce, esporta, studia»: una definizione che piacerà senz’altro alla buona borghesia moderata. In realtà, dicevo, definire la borghesia è una delle imprese più difficili che ci sia. Intanto, di quale borghesia si parla? Di quella delle speculazioni edilizie con discrezione?

Di quella che porta i soldi all’estero ma con garbo? O di quella dei salotti buoni? O è quella che sta sempre dalla parte giusta, a seconda del vento? È la borghesia che appoggiava il fascismo prima e il comunismo poi? Mussolini, che era allo stesso tempo grande giornalista e capo del governo, da socialista combatté la borghesia, odiandola, da fascista continuò a odiarla utilizzandola, e ci mise quasi tutta la vita per approdare a una formula che considerò «definitiva»: «Il borghese è quella persona che sta bene ed è vile». È una definizione che oggi - paradossalmente - possono accettare solo dei tardosessantottini e dei no global ipereccitati, a dimostrazione di quanto sia mutevole il concetto di «borghesia».

La riprova è che la parola, oltre che il concetto, sono in disuso da molto tempo sia nel linguaggio corrente sia nelle analisi politiche e sociali. Da anni si preferisce parlare di «classe media», un po’ per accettazione supina dell’inglese middle class, molto perché la definizione di «borghese» aveva finito per diventare quasi un insulto, nell’uso dominante della vecchia sinistra: marchiata d’infamia, la parola è quasi scomparsa dal lessico in quanto «politicamente scorretta», più o meno come è capitato a «handicappato».

A voler vedere la faccenda in prospettiva storica, più che di polemica politica quotidiana, già nel Quattrocento si era formata un’«etica borghese» basata sul risparmio, l’industriosità e una vita familiare quieta e ordinata. Da allora la borghesia ha avuto fasi diverse nel tempo e nei luoghi, ma in definitiva è rimasta incardinata ai princìpì originari, sia dal punto di vista economico (un benessere superiore a quello della classi popolari) sia da quello del comportamento, che oggi si direbbe moderato o conservatore.

In definitiva, se si vuole intendere la borghesia per quello che è - un grande fenomeno storico/politico/economico - è fuori luogo monitorarla e reinterpretarla giorno per giorno, come se una grande parte della società cambiasse da un momento all’altro, al pari delle previsioni del tempo. È vero il contrario se, invece, si vuole cercare di definire il suo atteggiamento politico: per fortuna la borghesia va più veloce di chi la osserva, immaginandola sempre uguale. Se posso azzardare una mia definizione a caldo, borghese oggi è chi si può mettere a discutere di queste faccende, perché non ha la preoccupazione di tirare a campare.


Speciale perseguitato dal governo Prodi Se non sei di sinistra ti massacrano

Il Tempo


Sei di destra, ti tirano le pietre. Si potrebe aggiornare così la famosa canzone di Ricky Gianco. E si potrebbe anche aggiungere che dopo nessuno ti chiede scusa. Anzi. Si può scendere in piazza non per avere più libertà, ma per avere la libertà di riempire la televisione di insulti a Berlusconi. Si può esultare quando la Corte Costituzionale boccia il lodo Alfano. Evviva! Che il giustizialismo di sinistra vada in scena. I giudici aprano il sipario. Chiamino a difendersi in aula il presidente del Consiglio così quel gruppo di incalliti anti-italiani ha di che fregarsi le mani.

Si può prendere un servitore dello Stato, linciarlo sui giornali, infangarne la reputazione da un’aula del Parlamento al solo scopo di rimuoverlo forse perché sta indagando sugli scandali della sinistra. Si può. E soprattutto si deve (secondo la sinistra) non chiedergli scusa quando procure e tribunali gli danno ragione. Si può.

E così si apre un altro interrogativo. Ma le spigole sono di destra o di sinistra? Beh, fino a quando potevano essere usate per prendere a pesci in faccia l'ex generale della GdF e attualmente deputato del Pdl, Roberto Speciale, erano sicuramente di sinistra. Poi, quando il tribunale militare ha assolto l'imputato perché, l'aver trasportato "carico ittico" con un aereo di Stato, non ha arrecato alcun danno al Paese né ha messo in atto un abuso di potere, sono diventate magistralmente di destra. Talmente di destra che trovarne notizia sui giornali "farabutti" (come ama definire Berlusconi tutti i quotidiani vicini alla sinistra), serve molta fortuna. Ad esempio, l'11 ottobre 2007 fu proprio Carlo Bonini di la Repubblica a denunciare l'accaduto.

Un paginone a pagina uno contro dieci righe pubblicate l'8 ottobre scorso poste in un angolino in basso a pagina 15. Logicamente anche questa cortesia, riservata all'ex generale Speciale, qualcuno dirà che è frutto della tanto agognata libertà di stampa. Eppure questa vicenda è nulla se paragonata a quello che Speciale fu costretto a subire nel 2006. Una campagna denigratoria della sinistra nei suoi confronti. Il tutto ebbe inizio il 13 luglio quando Vincenzo Visco, viceministro dell'Economia ai tempi del governo Prodi, telefonò al Generale ordinandogli di azzerare i vertici delle Fiamme gialle della Lombardia. Logicamente la giustificazione consisteva in «ragioni di servizio» e in «normali avvicendamenti». Motivazioni non condivise da Speciale che, avendo capito gli intenti della sinistra, rigettò la richiesta del viceministro.

Così i quattro ufficiali che avrebbero dovuto essere rimossi, potevano continuare ad indagare sulla scalata di Unipol alla Bnl. Affare che avrebbe portato la sinistra italiana a possedere un istituto di credito. Fallì così il tentativo di Visco di volersi liberare di ufficiali "scomodi" per le indagini per le quali pochi giorni fa sono stati disposti svariati rinvii a giudizio. La collera degli allora Ds era scattata soprattutto in seguito alla pubblicazione nel dicembre 2005 da parte del Giornale dei alcune intercettazioni telefoniche tra l'allora numero uno di Unipol, Giovanni Consorte, Piero Fassino, Massimo D'Alema e altri esponenti del centrosinistra. L'accusa rivolta alla GdF era per l'appunto che Il Giornale avesse ricevuto proprio da loro i nastri con le registrazioni. Vinte le elezioni (nell'aprile 2006), i diessini pensavano fosse arrivata l'ora di intervenire. E appunto nel luglio di quell'anno il primo passo fu di Visco.

Passa un anno di tira e molla e il primo giugno il Consiglio dei Ministri in seduta straordinaria approvò la revoca dell'incarico a Speciale e l'attribuì a Cosimo D'Arrigo. Da quel momento partì la demonizzazione dell'uomo durante la quale proprio il quotidiano la Repubblica fece emergere, attraverso inchieste giornalistiche, una condotta alquanto dubbia del Generale. Il 6 giugno il ministro dell'Economia, Padoa Schioppa, venne chiamato a relazionare in Senato sulla questione. Sue le accuse più feroci contro Speciale: «Gestione della GdF in modo sleale e personalistica», «ostilità nei confronti di Visco», «mancanza di comunicazione e trasparenza» ed infine aggiunse che «la continua distorsione di regole e procedure ha portato il Corpo dall'autonomia alla separatezza». Accuse per le quali Speciale, il 18 luglio, querelò il ministro.

L'ultimo capitolo dell'intricata vicenda avvenne il 15 dicembre 2007, quando il Tar del Lazio accolse la richiesta di ricorso presentato da Speciale che potè quindi tornare al comando della Guardia di Finanza. Due giorni dopo però il Generale rassegnò le dimissioni Qualcuno gli chiese scusa? No. anzi. Ricominciarono gli attacchi. Il primo fu il comunista Pino Sgobio, capogruppo del Pdci alla Camera: «La Cdl finisca di strumentalizzare tutto ciò che le capita a tiro. C'é un limite a tutto». E Speciale, da «uomo delle istituzioni e ufficiale con la schiena dritta» come viene ironicamente descritto da Repubblica risponde: «Tutte le infamie che mi hanno riversato addosso si sono dimostrate quello che effettivamente erano: delle falsità». Ma d'altronde è risaputo: se sei di destra ti massacrano e poi nessuno ti chiede scusa.

Perché non torno in Europa: l’antisemitismo è ancora vivo

Corriere della Sera

La lettera di Rudolf Carnap dagli Sta­ti Uniti a Karl Popper 30 maggio 1945

Caro dottor Popper,
la Fondazione Guggenheim mi ha ri­sposto dicendomi che le borse di studio sono disponibili solo per le persone che vivono in America. Me ne rammarico molto poiché lei avrebbe avuto qui una buona probabilità di ottenerla. Se le fos­se possibile magari di venire in questo Paese con altri mezzi (per esempio con una borsa di studio Rockefeller), allora lei potrebbe fare domanda per una bor­sa di studio Guggenheim; è richiesta so­lo la residenza negli Stati Uniti, non la cittadinanza. Le notizie da Vienna sono molto inte­ressanti, ma finora piuttosto limitate. Ha mai preso in considerazione la possi­bilità di ritornarci se le fosse offerto un incarico? Il suo R. Carnap



Una prima lettera di Karl Popper a Rudolf Carnap nel mese di giugno 3 giugno 1945
Caro professor Carnap,
 ho presentato la mia domanda per la cattedra lasciata vacante dal professor Findlay, ma ora dovrò ritirarla, dato che mi è stato offerto un posto di do­cente incaricato in Logica e metodo scientifico alla London School of Eco­nomics e, naturalmente, accetterò que­sta offerta. Spero davvero che lei e sua moglie stiano bene. K. R. Popper

La seconda lettera di Karl Popper a Rudolf Carnap nello stesso mese di giugno 23 giugno 1945
Caro professor Carnap,
ho accettato l’incarico di insegnamen­to in Logica e metodo scientifico alla Lon­don School of Economics, sono molto fe­lice di questo sviluppo. Sono molto contento che la sua schie­na vada meglio, anche se avevo sperato che il problema fosse ormai totalmente scomparso. Spero che l’estate le porti sol­lievo. Per quanto riguarda la sua doman da circa un possibile ritorno in Europa continentale, la mia risposta è: no, mai! Lei è di diverso parere? I più cordiali saluti, il suo K. R. Popper

Karl Popper scrive a Isaiah Berlin 17 febbraio 1959

Caro Isaiah,
ho appena finito di leggere la sua confe­renza inaugurale, che ho ricevuto qualche tempo fa, e per la quale non l’ho ancora ringraziata. Difficilmente mi è capitato di leggere qualcosa sulla filosofia della politica con cui sia stato così completamente d’accor­do su tutte le questioni importanti — e le questioni sono davvero molto importanti. Mi compiaccio per la sua chiara distinzio­ne fra quella che lei chiama libertà negati­va e libertà positiva; con la sua professio­ne di fede — che anche se solo implicita, non è meno chiara ed energica — per la libertà negativa; per la sua esposizione dei pericoli dell’ideologia della libertà positi­va; per la sua presa di posizione contro lo storicismo morale; per i suoi avvertimenti contro l’ipotesi che i problemi sociali pos­sano essere risolvibili di principio, e che tutti i beni (reali) debbano essere compati­bili, e in armonia; e soprattutto per la sua dichiarazione sui diritti umani assoluti. Su tutte queste cose siamo perfettamen­te d’accordo; e ritengo che il modo in cui lei ha discusso e presentato queste idee sia ammirevole. Suo per sempre Karl Popper

La lettera di Karl Popper a Friedri­ch von Hayek 24 ottobre 1969

Caro Fritz,
ti ringrazio moltissimo per la tua lette­ra dell’11 ottobre 1969 dall’Imperial Hotel di Vienna. È una lettera incredibile, incredibile in molti sensi. È veramente incredibile che tu tenti per la seconda volta di fare una simile cosa per me. E che tu ci abbia pen­sato addirittura prima di aver reso sicura, e pienamente chiarita, la tua posizione, è altrettanto incredibile. La prima volta — quando mi hai por­tato dalla Nuova Zelanda in Inghilterra — avevi una posizione affermata e di grande influenza alla London School of Economics, che era abituata alla presen­za di stranieri. Ora vuoi tentare una co­sa simile quando neppure tu sei ancora là, quando tu stesso sarai un’eccezione, forse invidiata, e quando questo genere di sostegno nei miei confronti potreb­be persino indebolire la tua posizione e le tue prospettive. Per favore, non fare niente di avventa­to.

Non ho mai sognato una cosa simile e credo sia estremamente improbabile che ciò possa realizzarsi. Ma posso immagina­re che potrebbe arrecare un danno consi­derevole alla tua situazione. Questa non è pura immaginazione. Sebbene non ci abbia pensato prima, ri­tengo del tutto possibile che io possa non essere gradito a qualcuno a Salisbur­go e, in tal caso, non vorrei ovviamente venire. Nella tua lettera mi fai una doman­da precisa: «È possibile che tu possa pren­dere in considerazione la possibilità di se­guirmi a Salisburgo se... ti offrissero uno stipendio da professore fino all’età di 75 anni?». La mia risposta è che dovrei pen­sarci, ma per le seguenti ragioni non so­no sicuro di dover accettare. L’antisemitismo è ancora forte in Au­stria, il che è molto triste. Non è solo il fatto che temo di soffrirne — in realtà, non lo temo affatto.

È, piuttosto, che pen­so che le persone di origine ebraica come me (Hennie è di origine contadina, prove­niente dalla Bassa Austria) dovrebbero stare alla larga dall’Austria in attesa che il sentimento si spenga. Quando alcuni anni fa abbiamo valuta­to che cosa fare e dove sistemarci quan­do fossi andato in pensione, abbiamo pensato di tornare in Austria magari vici­no al paese d’origine del padre di Hen­nie; ma abbiamo deciso di non farlo a causa dell’antisemitismo. Hennie crede che sia peggio a Salisburgo e una catte­dra universitaria è, chiaramente, più esposta di un semplice pensionamento, che era tutto ciò a cui stavamo pensando. Da allora la situazione finanziaria è peggiorata (a causa della svalutazioni del­la sterlina) e dovrei fare proprio qualsiasi cosa per assicurare una pensione sicura e di valore stabile ad Hennie, che rinunciò alla sua carriera di insegnante per seguir­mi in Nuova Zelanda.

Ma non penso che, se entro in servizio avendo più di sessan­tasette anni, mi offrirebbero una pensio­ne di reversibilità per Hennie. Lei è preoc­cupata — molto più di me — del fatto che la mia influenza, o piuttosto l’influen­za delle mie idee, venga pregiudicata dal mio lasciare il mondo anglofono. In Au­stria la mia influenza è pari a zero. In Ger­mania devo ammettere che non sembra essere trascurabile. Non so se questo sia un punto di una qualche importanza. Ma penso che scrive­rò ancora peggio in inglese una volta che avrò lasciato l’Inghilterra; e non posso fa­re a meno di pensare — e di sperare — che la lingua inglese sia più importante, dal punto di vista intellettuale, della lin­gua tedesca. Mi rendo naturalmente conto che que­sta richiesta abbassa quasi a zero le pro­babilità di ricevere un’offerta.

Ma questo, in sé, confermerebbe soltanto che Hen­nie ed io avevamo ragione sull’esistenza di un pericolo antisemita. Sono molto spiacente di scrivere una lettera così lunga. Mi rendo conto di quanto per te sia importante andare a Sa­lisburgo, nella tua Austria. Deve essere ancor più importante per tua moglie. E Salisburgo è così meravigliosamente bel­la. Spero che riuscirai ad andarci e che sa­rai felice nel nuovo ambiente. Tu sai quanto io sia consapevole del mio debito nei tuoi confronti. Ti ringra­zio ancora. Tuo, per sempre, Karl

- L’epistolario Pubblichiamo alcune delle lettere di Popper indirizzate a Rudolf Carnap, Friedrich von Hayek e Isaiah Berlin durante gli anni trascorsi in esilio con la moglie Hennie

Ecco come D’Alema fa quello che vieta agli altri

di Paolo Bracalini


Intelligente per definizione, pur non svettando in altezza Massimo D’Alema riesce a guardare tutti, amici, nemici, alleati, conoscenti, popoli, sempre e solo dall’alto in basso. Con l’aria sufficiente di chi ne sa di più, Max mantiene il profilo del veterano che non si sporca le mani con le beghe di partito, ma è tutta una finta. È lui il manovratore più abile della macchina partitica, è lui che mentre appare concentrato in alti pensieri sul destino della Patria lavora incessantemente alle trame interne, muove pedine, manda avanti i suoi alfieri (l’ultimo è Bersani), sposta e dirige il traffico di bottega (ancora parecchio oscura) come un vigile, tutti gli altri dentro il Pd gli fanno un baffo, e lui di baffi se ne intende perché li porta da quando era un ventenne già capo della Fgci. Almeno in questo, sul baffo, D’Alema è coerente. Per il resto Massimo «Spezzaferro», come lo chiamavano i compagni perché si vantava di piegare i tappi delle birre con due dita, coltiva come molti colleghi l’arte del mimetismo ideologico, dell’incoerenza militante.

L’ultimo vuoto di memoria è nell’intervista di ieri al Riformista, dove D’Alema si indigna perché l’immunità del Lodo Alfano sarebbe «un argine totalmente inappropriato», e perché insomma un uomo di Stato deve rispondere davanti alla giustizia, senza scudi o lodi. Quando però il gip Clementina Forleo chiese l’autorizzazione per utilizzare le sue telefonate con i furbetti di Unipol, lui si parò dietro l’immunità da ex parlamentare europeo, e l’Europa gli concesse lo scudo, che ora reputa inaccettabile. Ne ha beneficiato, D’Alema, anche se tempo prima il suo pensiero sembrava chiaro: «Chi viene eletto dal popolo non può essere processato, è un’idea che non ha un fondamento in nessun Paese civile e che finirebbe per gettare discredito sulle istituzioni democratiche». Si vede che le immunità sono come gli abiti sartoriali, sua passione: tutto dipende da chi li indossa.

La sua incoerenza ha dietro una scienza particolare, il cui principio base fu lui stesso a spiegare, in una formidabile risposta tempo fa: «Io ho vissuto seguendo sempre gli stessi ideali. È il mondo che è cambiato profondamente». Ecco qui il nocciolo della superiorità dalemiana rispetto all’esistente: non è lui l’incoerente che da ragazzino frequentava i campi pionieri in Urss e che poi da adulto avrebbe esaltato la democrazia Usa dei Clinton e degli Obama, ma è il mondo che cambia senza dargli il giusto preavviso. Lui rimane fedele ai suoi solidi principi democratici (mentre «Berlusconi è a-democratico»), fermo come un semaforo. Almeno così dice lui.

Una linea salda e irremovibile, per esempio, sulla libertà di stampa e sui giornalisti, martiri del libero pensiero se li querela il nemico, «iene dattilografe» (copyright Stalin) se invece criticano lui, il primo della classe globale. Eppure è lui stesso un giornalista, arrivato a dirigere L’Unità pur di scalare il partito, sebbene anche da quella poltrona si distinse subito per insofferenza alla satira, facendo chiudere l’inserto umoristico «Tango». Da premier poi era parecchio infastidito dall’esistenza stessa della stampa, spiegò che i giornali dovevano restare nelle edicole e che se avesse dovuto comunicare qualcosa avrebbe semplicemente chiamato una telecamera. Era lo stesso D’Alema che ora manifesta in piazza in difesa dei giornalisti, che freme perché «gli spazi di libertà si stanno facendo sempre più ristretti», perché in Italia «la libertà di informazione è a rischio».

In altri momenti però sentiva la problematica in ben altro modo (come ha ricordato Giampaolo Pansa su Libero): «In questo Paese non si potrà fare qualcosa finché ci sarà di mezzo la stampa. La prima cosa da fare quando nascerà la Seconda Repubblica sarà una bella epurazione dei giornalisti in stile polpottiano», è un D’Alema annata 1993. Visto così sembrerebbe un tipo contraddittorio, ma credeteci, il disprezzo per la stampa è rimasto invariato negli anni. Il Conte Max, amante delle scarpe artigianali e delle vele, ha questa particolarità: non ne ha mai azzeccata una, ma ha l’allure dell’Infallibile.

È così che i suoi peggiori nemici sono annidati nell’orto di casa. «Come può una persona che non ne ha indovinata mezza continuare a ritenersi necessaria?» si è chiesto Massimo Cacciari, che chiama Max «il solito noto». L’ultima profezia alla rovescia è stata quella sulle imminenti scosse, preannunciate da Dalemix (altro soprannome) prima dell’estate. Dovevano far tremare il governo berlusconiano, le famose «scosse», invece hanno fulminato mezzo Pd, che trafficava in protesi sanitarie con il bon vivant Tarantini, da Bari, occasionale compagno di navigazione di «Max il gelido».

Solida formazione Pci, figlio di comunista attivo nel partito, ragazzo prodigio subito sponsorizzato dalla nomenklatura rossa, da tempo Baffino non si dice più comunista, ma solo «democratico e anche socialista». Eppure il popolo, esaltato dalle Internazionali, gli piace pochissimo. Fosse per lui (se lo lasciò sfuggire una volta) dovrebbero votare «solo quelli che leggono i giornali, anzi solo quelli che leggono i libri». Il suffragio universale, questa schifezza. La sua carriera è così, costellata di sconfitte, contraddizioni e cambi di direzione. Una volta ha confessato di amare il «Risiko», e di simulare sempre la battaglia di Waterloo. Quella, va detto, gli riesce benissimo.

Per questi giudici chi dà le notizie va condannato

di Gian Marco Chiocci


Il Lodo Mondadori rischia di costare caro non soltanto a Silvio Berlusconi. Il pm Ilda Boccassini e l’ex collega Gherardo Colombo vogliono mezzo milione di euro dal giornalista Maurizio Martinelli del Tg2 e dal suo ex direttore al Tg1 Clemente Mimun. Il primo, in particolar modo - per i denuncianti - avrebbe confezionato un servizio di parte su un’udienza del processo Imi Sir-Mondadori. Un miliardo delle vecchie lire, 250mila euro a testa.

Secondo Boccassini e Colombo, nel servizio curato da Martinelli, andato in onda il 24 febbraio 2005, il Tg1 non si sarebbe «limitato a riprodurre brani dell’arringa della difesa o a riassumerli alla stregua di mere tesi difensive di parte da assumere come tali», ma avrebbe riferito «come narrazione di fatti oggettivi e certi» un episodio su cui molto si è discusso in tribunale. Quale sia questo episodio lo vedremo a breve. Colombo e Boccassini si sono sentiti diffamati da un servizio che li accuserebbe di «aver manomesso documenti acquisiti agli atti di un processo penale». La difesa di Martinelli la pensa in tutt’altro modo, e carte alla mano prova a dimostare che nessun favoritismo alla difesa di Cesare Previti vi fu. Anzi. A riprova dell’equilibrio da sempre dimostrato, sciorinano tutti i servizi mandati in onda in quelle settimane dalla Rai, in cui si dà spazio in egual misura, a seconda di chi è in quel giorno protagonista del processo, alle tesi dell’accusa e della difesa.

Nel documento televisivo incriminato si fa la storia di un particolare episodio relativo alla vicenda Imi Sir-Mondadori. Martinelli, si legge nella memoria difensiva, lo racconta seguendo fedelmente la cronaca dei fatti e riportando le parole dell’avvocato Alessandro Sammarco, legale dell’ex ministro Previti. Il 24 febbraio del 2005 al processo in corso a Milano, l’avvocato di Previti denuncia alcune anomalie che renderebbero nulla la sentenza di primo grado. Di queste anomalie, nell’edizione delle 20 del Tg1, si occupa Martinelli nella sua cronaca. Questa: «Un processo da rifare quello che in primo grado ha condannato Cesare Previti per l’affare Imi-Sir/Lodo Mondadori. Nell’aula della seconda Corte d’appello, l’avvocato Sammarco chiede l’azzeramento di quella che definisce una sentenza a sorpresa.

Il mio assistito, dice l’avvocato, è stato giudicato per episodi che non si è mai visto contestare, rispetto ai quali dunque non ha mai potuto difendersi (...) Ci sono vari episodi processualmente molto gravi che sono stati tenuti all’oscuro della difesa e dell’imputato». Martinelli poi sintetizza: «Il riferimento è al prospetto nel quale l’avvocato svizzero Rubino Mensch illustrò i bonifici effettuati per conto della famiglia Rovelli in favore di alcuni legali romani. Quel documento, consegnato nel maggio ’96 ai pubblici ministeri, è stato in un secondo tempo epurato di alcune voci, due delle quali relative a versamenti diretti al civilista Mario Are». A questo fa seguito la ricostruzione «dell’episodio Mensch» fatta dalla difesa Previti:

«Fu proprio Are, è lui stesso ad ammetterlo, che scrisse la famosa bozza poi recepita integralmente nella sentenza del giudice Metta al processo Imi-Sir (che annullava il “lodo” e ridava la Mondadori alla Fininvest, ndr), eppure di Are al processo di Milano non si è mai parlato se non in forma incidentale. Ad inquisirlo, e per gli stessi reati, sono stati invece i giudici della capitale». Infine Martinelli riferisce le parole conclusive di Sammarco: «È a Roma che gran parte delle difese chiedono ora sia trasferito il processo. Se atto corruttivo c’è stato, sostengono i legali, quell’accordo nasce e matura a Roma non certo a Milano». Una cronaca asettica, scevra da interpretazioni: «Tale servizio - insiste l’avvocato di Martinelli - sia pure con la necessaria sintesi giornalistica, rappresenta la fedele riproduzione di quanto dichiarato nell’udienza».

La richiesta di mezzo milione di euro sembra apparire sproporzionata, anche perché i fatti riportati nel servizio televisivo, per i legali di Martinelli sono facilmente riscontrabili. Infatti, osserva l’avvocato Andrea Di Porto, tutti gli episodi raccontati in aula dall’avvocato di Cesare Previti e ripresi nel servizio televisivo da Martinelli, sono riscontrabili - precisa la difesa - nelle trascrizioni del processo e negli atti giudiziari e processuali citati dall’avvocato Sammarco. Mero esercizio del diritto di cronaca, giura Martinelli. Interpretazione distorta della realtà, ribattono i querelanti. Che battono anche cassa: mezzo milione di euro il risarcimento richiesto.

Rifare» la Sindone? Provateci

Avvenire


Ormai è un ritornello che si ripete regolarmente. Ogni volta che viene indetta un’ostensione della Sindone assistiamo, nei mesi che la precedono, ad una serie di scoperte presentate come sensazionali che dimostrerebbero che la Sindone è un falso realizzato con le tecniche più svariate, ovviamente in epoca medioevale.

Già all’inizio dell’estate è giunta dagli Stati Uniti la notizia che la Sindone sarebbe l’autoritratto di Leonardo realizzato dal genio toscano in una vera e propria camera oscura utilizzando un busto con le proprie fattezze che avrebbe lasciato l’impronta su di un telo trattato con chiara d’uovo e gelatina: in pratica l’invenzione della fotografia sarebbe da far retrocedere di quasi 400 anni! E fino ad ora non ne sapevamo nulla! A questa ipotesi se ne è immediatamente aggiunta un’altra (in realtà proposta già da tempo) che sostiene che l’immagine della Sindone è facilmente realizzabile con un pirografo. Una trentina di anni fa un medico barese affermò di essere riuscito ad ottenere un’impronta simile a quella della Sindone sfruttando l’energia termica generata da un bassorilievo riscaldato. E si potrebbe proseguire a lungo con l’elenco di tali teorie.

Ora è la volta di un chimico di Pavia che, secondo le notizie riportate da alcuni quotidiani, sostiene di aver realizzato anche lui un’impronta identica a quella della Sindone usando come matrici il corpo di un suo assistente e un calco in gesso e utilizzando ocra rossiccia, tempera liquida, acido solforico e alluminato di cobalto. Non ho nessun motivo per dubitare della cura e della professionalità con cui tali manufatti sono stati realizzati, ma nutro forti perplessità che possano essere seriamente messi a confronto con la Sindone e la sua immagine. Non è sufficiente ottenere un’immagine che ad un esame visivo appaia simile a quella presente sulla Sindone. Forse fino ad alcuni decenni fa sarebbe stato sufficiente, oggi non più.

L’immagine della Sindone e le cosiddette "macchie ematiche" visibili sul telo sono state studiate in modo approfondito soprattutto in seguito alla campagna di raccolta di dati e di campioni effettuata sulla Sindone dall’8 al 13 ottobre 1978. I risultati dell’analisi di tali dati sono stati resi noti dagli scienziati che parteciparono alla ricerca in decine di articoli pubblicati su prestigiose riviste scientifiche internazionali. 


In particolare gli scienziati statunitensi appartenenti allo Sturp (Shroud of Turin Research Project) effettuarono una serie di esami (spettroscopia nel visibile e nell’ultravioletto per riflettanza e per fluorescenza, spettroscopia ai raggi X e IR, spettroscopia di massa, termografia infrarossa, radiografia, ecc.) sia sulle zone interessate dall’immagine sia sulle zone ematiche, accertando l’assoluta mancanza sul lenzuolo di pigmenti e coloranti e dimostrando inoltre che l’immagine corporea è assente al di sotto delle macchie ematiche (e dunque si è formata successivamente ad esse) e che è dovuta ad un’ossidazione-disidratazione della cellulosa delle fibre superficiali del tessuto con formazione di gruppi carbonilici coniugati.

Tale alterazione è rilevabile solo superficialmente per una profondità di circa 40 micrometri (ossia 4 centesimi di millimetro). È stato inoltre dimostrato che la colorazione delle fibre nelle zone dell’immagine è uniforme e le variazioni di intensità dell’immagine sono dovute al numero di fibre colorate per unità di superficie. Nelle zone ematiche è stata evidenziata la presenza di anelli porfirinici e le stesse zone hanno dato luogo a reazioni di immunofluorescenza tipiche del sangue umano di gruppo AB. E molte altre ancora sono le caratteristiche dell’immagine evidenziate dalle analisi effettuate dopo gli esami del 1978.


È pertanto evidente che per poter affermare di aver ottenuto (non importa con quale tecnica o metodo) un’immagine identica a quella sindonica è indispensabile effettuare su di essa le stesse analisi fatte sulla Sindone ed ottenere tutti gli stessi identici risultati. Invito pertanto coloro che intendono cimentarsi con tali esperimenti a effettuare sulle immagini da loro ottenute tali analisi, pubblicando su riviste scientifiche i relativi risultati.

Mi risulta che fino ad ora tutte le teorie proposte, pur interessanti di per sé, sono sempre risultate carenti o perché non sono state correlate da verifiche sperimentali serie o perché tali verifiche hanno evidenziato sulle immagini ottenute caratteristiche fisico-chimiche molto diverse da quelle possedute dall’immagine sindonica.

      
Bruno Barberis