lunedì 12 ottobre 2009

Padre accoltella la figlia perché ama un albanese: arrestato

Corriere della Sera

La ragazza, 23 anni, colpita con il punteruolo dal padre, è ricoverata in ospedale ma non è in pericolo di vita

 
OSIMO (ANCONA) - Non gradiva la relazione della figlia con un albanese e l'ha colpita alla gola con un punteruolo la scorsa notte: ora Mario Matarazzo, 44 anni, di Osimo (Ancona), è rinchiuso in carcere con l'accusa di tentato omicidio aggravato. La ragazza, 23 anni, è invece ricoverata nell'ospedale regionale di Ancona: non è in pericolo di vita e dovrebbe guarire in una ventina di giorni. Il fatto è avvenuto ieri sera in via Guazzatore, nel centro abitato di Osimo, sulla porta della casa di famiglia, dove fino a poco tempo fa Matarazzo viveva con la moglie, i due figli, un maschio e una femmina, e la nipotina di sei anni, frutto di una precedente relazione della giovane donna.

LA RICOSTRUZIONE - Matarazzo si era allontanato di casa da alcuni giorni, proprio per i contrasti sul nuovo legame della figlia, ma ieri sera è tornato e l'ha affrontata. Nella colluttazione è rimasta coinvolta anche la madre della ragazza. Dopo averla colpita con il punteruolo che portava in tasca, l'aggressore si è allontanato, ma è stato rintracciato dai carabinieri poco lontano. Aveva i vestiti sporchi di sangue, anche perché aveva tentato di ferirsi con lo stesso punteruolo, che è stato poi trovato in un cassonetto.


Libico con bomba artigianale si fa esplodere in caserma

Corriere della Sera

È accaduto alle 7.45 in piazzale Giuseppe perrucchetti a milano


Bloccato dai militari, l'uomo ha azionato un ordigno nascosto in una cassetta: ha perso una mano e gli occhi. Ferito il caporale 20enne che era di guardia


MILANO - «È un fatto gravissimo da tutti i punti di vista, ma non è da enfatizzare. L'attenzione delle forze dell'ordine è massima». Questa la prima valutazione del procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro, che coordina le indagini sull'attentato di lunedì mattina alla caserma «Santa Barbara» di via Perucchetti. Il procuratore ha precisato che comunque bisognerà capire il contesto in cui è stato compiuto l'attentato e che «se fosse per mano di una persona singola, ci dovrebbe essere una valutazione diversa». L'inchiesta è stata assegnata al pm Maurizio Romanelli, magistrato milanese che ha già condotto parecchie inchieste sul terrorismo islamico. Il bilancio dell'attentato è di due feriti: l'attentatore, Mohamed Game, 34 anni, libico, in gravi condizioni, e un militare ventenne, che ha riportato ferite lievi. L'attentatore, ricoverato al Fatebenefratelli, è in stato di arresto per detenzione, porto abusivo e fabbricazione di esplosivi ed è stato denunciato anche per il reato di strage.

LO SCOPPIO - L'esplosione è avvenuta alle 7.45 davanti alla caserma sede del Primo Reggimento Trasmissioni e del Reggimento artiglieria a cavallo dell'esercito di piazzale Giuseppe Perrucchetti, a Milano (zona Forze Armate). Un uomo di nazionalità libica, Mohamed Game, di 34 anni, con precedenti per ricettazione, è arrivato davanti alla porta carraia con un pacco che conteneva un ordigno rudimentale di bassa potenza, nascosto in una cassetta degli attrezzi. L'uomo ha cercato di approfittare dell'ingresso di un militare che stava entrando nella struttura a prendere servizio con la sua auto, una Fiat Punto. L'attentatore ha cercato di intrufolarsi, ma gli si sono parati davanti i militari di guardia che, per fortuna, erano a qualche metro di distanza e gli hanno spianato contro il fucile mitragliatore. È stato a quel punto che l'uomo ha fatto esplodere il rudimentale ordigno. Prima avrebbe urlato solo alcune parole in arabo. Il comandante della caserma Perrucchetti, il Colonnello Valentino De Simone, e fonti investigative hanno «smentito categoricamente» che il libico abbia proferito frasi inerenti ai nostri militari in Afghanistan, come inizialmente era stato riferito. Dai documenti l'uomo risulta cittadino libico, nato in Libia il 17 ottobre nel 1974, in Italia dal 2003 e in regola con il permesso di soggiorno.

L'ESPLOSIVO - Nella cassetta degli attrezzi c’erano, a quanto sembra, circa due chili di esplosivo artigianale: fortunatamente solo una parte è esplosa, altrimenti la potenza dello scoppio sarebbe stata tale da far crollare l’ingresso della caserma.

IL CAPORALE FERITO - Nello scoppio è rimasto ferito Guido La Veneziana, un caporale di 20 anni del primo reggimento Trasmissioni, di servizio in quel momento in caserma; si è rialzato subito, ha rifiutato il ricovero e ha parlato con gli investigatori. Una scheggia lo avrebbe colpito di rimbalzo, procurandogli ferite lievi alla testa.

PERSI OCCHI E MANO - Grave invece l'attentatore, Mohamed Game: il personale del 118, dopo averlo intubato e stabilizzato, lo ha portato all'ospedale Fatebenefratelli in codice rosso. Game è stato portato in sala operatoria, dove è stato sedato e intubato. È arrivato in ospedale con l'arto superiore destro dilaniato, che gli sarebbe stato amputato durante l'intervento. Durante l'esplosione ha riportato ferite al volto con scoppio dei bulbi oculari, che gli sarebbero stati rimossi. Sempre a quanto si apprende, al termine dell'operazione sarà trasferito in rianimazione. La prognosi è riservata.

LA COMPAGNA ITALIANA - L'attentatore è residente a Milano e padre di una figlia che ha avuto da una donna italiana, con la quale non risulta essere sposato. In tarda mattinata uomini della Digos si sono recati nella casa dove vive, pare da solo, in cerca di ulteriori elementi su di lui e sulle sue eventuali finalità terroristiche. Il luogo, ovviamente, è coperto dal massimo riserbo, ma non dovrebbe essere molto distante dalla caserma, che si trova nella zona sud-ovest del capoluogo lombardo. Mentre l'uomo è ricoverato per le gravi ferite riportate nell'esplosione, la convivente italiana è sotto interrogatorio.

IL BIGLIETTO DEL TRENO - Il presunto attentatore «sembra fosse giunto a Milano da Napoli, in tasca gli investigatori gli hanno trovato un biglietto ferroviario»: lo ha riferito il consigliere provinciale Giovanni De Nicola parlando ai cronisti in piazzale Perrucchetti. Il politico parla di un «episodio molto, molto preoccupante, che dà l’idea di un piano organizzato e di una possibile base dell’attentatore a Milano».

UN REPARTO IN AFGHANISTAN - Secondo quanto riferito dai vertici militari della caserma Santa Barbara di Milano, un reparto tra quelli di stanza nel complesso milanese dell'Esercito si trova attualmente in zona d'operazioni in Afghanistan. È una compagnia (quindi circa un centinaio di uomini) del primo Reggimento trasmissioni «Spluga», che condivide gli spazi della grande infrastruttura, l'ultima operativa rimasta a Milano, con il Reggimento artiglieria a cavallo, le famose «Voloire». Nella caserma Santa Barbara di Milano c'è anche il centro comando che coordina l'operazione «Strade sicure» nella città, che vede l'impiego di militari sia del Reggimento artiglieria a cavallo, sia di altri reparti anche di fuori città.

LE INTERCETTAZIONI - La caserma Santa Barbara era tra gli obiettivi di due presunti terroristi marocchini arrestati a Milano nel dicembre 2008, che progettavano una serie di attentati proprio nel capoluogo lombardo. Il nome della caserma venne fuori da una telefonata intercettata dalla Digos in cui i due marocchini indicavano anche altri obiettivi: l'Ufficio stranieri e la sede del terzo reparto mobile della Polizia in via Cagni, a Milano, la caserma dei carabinieri di Giussano e la sede della Compagnia dell'Arma a Desio, il parcheggio del supermercato Esselunga di Seregno. I due marocchini, Rachid Ilhami, di 31 anni predicatore del centro culturale «Pace» di Macherio, e Gafir Abdelkader, di 42, furono arrestati il 2 dicembre del 2008: di loro gli investigatori dissero che si trattava di «cani sciolti» pervasi però da forte radicalismo islamico. Dalle intercettazioni è emerso che il gruppo - oltre ai due arrestati l'indagine ha riguardato altre sette persone - dalla predicazione era passato a studiare gli effetti degli ordigni, le tecniche di autodifesa e come utilizzare sostanze comuni per creare ordigni. «Ci vuole qualcosa che rimanga nella storia, così avresti il riconoscimento di Dio e la grazia di Dio» diceva uno dei due arrestati in una conversazione intercettata a settembre 2008. E in un'altra: «Tu vai dentro, per esempio in una caserma dei carabinieri e ci sono 10, 15 militari, e se li terrorizzassimo?» commentavano.

UN CASO ISOLATO - Secondo gli investigatori si trattava di personaggi non inseriti in alcuna organizzazione e che, non essendo riusciti a trovare i contatti necessari per recarsi nelle zone di guerra, avevano deciso di combattere la propria battaglia in Italia. In Procura a Milano hanno comunque fatto sapere che l'attentato alla Perrucchetti sarebbe un caso isolato e non avrebbe nulla a che vedere con i progetti venuti a galla nell'inchiesta che riguarda i marocchini. Inchiesta nella quale non sono mai emersi contatti diretti con fondamentalisti di nazionalità libica.

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Brown venderà beni pubblici per 17 miliardi per ripianare il debito

Corriere della Sera

Sul mercato ponti, tunnel e ferrovia sotto la Manica, società partecipate e proprietà immobiliari

LONDRA - La Gran Bretagna nei prossimi due anni venderà beni pubblici per un totale di 16 miliardi di sterline (circa 17,3 miliardi di euro) per ripianare il debito, salito al 12% del Pil. Lo ha annunciato il premier britannico Gordon Brown. Tra i beni che saranno venduti ci sono il tunnel di Dartford sul Tamigi e il sistema di scommesse Tote, ha citato Brown parlando a un convegno economico alla sede di Bloomberg Londra. Secondo il primo ministro è comunque necessario continuare con il programma di stimolo all'economia fino a quando la ripresa non si sarà consolidata.

CRITICHE - I quotidiani inglesi citano tra i beni che saranno ceduti anche la partecipazione nel capitale della società del tunnel sotto alla Manica e della ferrovia che lo percorre, la quota statale nell'azienda che arricchisce l'uranio per le centrali atomiche (Urenco) e numerose proprietà immobiliari. Il ministro del Commercio e industria, Peter Mandelson, ha riferito che le cessioni «ci aiuteranno a ridurre i disavanzi senza effettuare tagli sui servizi pubblici di base. Ma no siamo idioti: non venderemo ai prezzi più bassi». Critica l'opposizione: «Tentare di vendere adesso, su mercati così duramente depressi, ampi appezzamenti di terreno pubblico è francamente strampalato», ha affermato il portavoce dei liberaldemocratici, Vince Cable.

Le cento sterline che Mussolini intascava dalla "perfida Albione"

Scritto da: Alessio Altichieri alle 22:47


Cento sterline. Cento sterline alla settimana. Per quasi un anno Benito Mussolini, nel 1917, fu stipendiato dai servizi segreti britannici. Sorprendente, forse, per l’uomo che molti anni dopo avrebbe dichiarato guerra alla “perfida Albione”. Ma la politica è spregiudicata, sicché non bisogna meravigliarsi che gl’inglesi, più tardi “stramaledetti” dal fascismo, fossero alleati preziosi in una stagione precedente. Stupisce piuttosto, e qui sta la novità, l’esiguità della somma: cento sterline, il prezzo con cui l’intelligence britannica si comprò la fedeltà di Mussolini, non erano molti soldi nemmeno a quel tempo. “In genere, rivalutiamo per sessanta: perciò, possiamo stimare quella sovvenzione in seimila sterline d’oggi”, dice Peter Martland, professore di storia moderna all’Università di Cambridge. Neppure 5.500 euro al cambio odierno, quindi, per fare una politica, certo congeniale a Mussolini, che era vitale per la Gran Bretagna in guerra contro gl’Imperi Centrali. “Fu un vero affare, perché ormai il conflitto sembrava perso”, osserva Martland. Possibile che con quelle cento sterline si sia cambiato il corso della storia europea? “Comunque, se avesse vinto la Germania, non saremmo qui a parlarne”, commenta lo storico.
Vediamo. Nell’autunno del 1917 le sorti della Grande Guerra sono appese a un filo. La Russia rivoluzionaria ha sospeso i combattimenti contro la Germania, l’Italia ha subito la rotta di Caporetto. La situazione è disperata. Se anche l’Italia dovesse abbandonare il conflitto, solo Francia e Gran Bretagna resterebbero a opporsi a Germania e Austria. Londra deve fare di tutto per garantire che l’Italia non receda dall’alleanza: “C’era il timore che il governo italiano dopo Caporetto dovesse fronteggiare rivolte, ondate pacifiste”, riassume Martland. Ma i britannici avevano a Roma un uomo di prim’ordine, il tenente colonnello Samuel Hoare, dell’intelligence militare, il quale aveva organizzato una rete di un centinaio di agenti che agivano per la Gran Bretagna. Riferiscono sul morale della nazione, sulla condizione delle banche, sul contrabbando di oro e valuta verso la Svizzera che, come sempre nella storia italiana, aumenta nei momenti di grave crisi. Qualcuno consiglia a Hoare di avvicinare il giornalista Benito Mussolini che, cacciato dall’”Avanti!” e dal partito socialista per la sua linea interventista, sostiene ora la politica con un nuovo giornale, “Il Popolo d’Italia”. Hoare acconsente e, conosciuto Mussolini, fa di più: propone una sovvenzione per la testata.
Il suo capo a Londra, Sir George Macdonagh, tentenna. “Hoare lo convince, dicendo che, se la sovvenzione è negata, è pronto a pagare di tasca propria”, spiega Martland. E si fa l’accordo: cento sterline alla settimana. Ricorderà molti anni più tardi, nel 1954, Hoare, ormai divenuto Lord Templewood, nelle sue memorie: “’Lasci fare a me’, fu la risposta che Mussolini mandò attraverso il mio intermediario: ‘Mobiliterò i mutilati di Milano, che spaccheranno la testa a ogni pacifista che tentasse di tenere una manifestazione di strada contro la guerra’. E fu di parola, i fasci neutralizzarono davvero i pacifisti milanesi”, concluse Hoare -  sorvolando, da signore, sulle cifre. Naturalmente, non è che Mussolini abbia salvato le sorti dell’Italia e della guerra, ma anche il suo interventismo, fino al Piave e al riordinamento dell’esercito italiano sbandato, servì alla causa britannica. “L’investimento rese, anche se non so se Mussolini usasse i soldi per il giornale: viste le sue inclinazioni, ritengo probabile che abbia speso quei soldi per le sue amiche”, dice Martland, che fa due conti: “Era buon prezzo, se si pensa che la guerra all’epoca costava alla Gran Bretagna quattro milioni di sterline al giorno”.
La storia è abbastanza nota, molto meno era l’entità del compenso, almeno fino a pochi giorni fa, quando è stata presentato a Londra un volume di mille pagine, la storia del Security Service, cioè il controspionaggio britannico, comunemente chiamato Mi5. Con il titolo“The Defence of the Realm”, che riprende il motto del servizio, “Regnum Defende”, è stata scritta da Christopher Andrew, già autore del celebre “Archivio Mitrokhin” che fece tanto scalpore dieci anni fa, e celebra in modo assolutamente originale (non era mai successo che un servizio segreto di tale importanza pubblicasse la propria “storia autorizzata”) il primo secolo di vita del Mi5, che nel 1917 includeva anche le operazioni all’estero, e naturalmente l’intelligence militare. Andrew, per svolgere il compito immane di consultare 400 mila files, s’è avvalso dell’aiuto di Martland, che proprio a Cambridge aveva a disposizione l’archivio Templewood, un altro forziere di documenti. E lì, spulciando le carte, Martland ha trovato la cifra del compenso britannico a Mussolini, le cento sterline. “Non credo che il dettaglio sia mai stato pubblicato: l’archivio Templewood è disponibile a chiunque, ma bisognava metterci il naso”.
Pur di battere la Germania, andava bene anche l’aiuto di un Mussolini: d’altronde, perfino Winston Churchill disse che, pur di trovare alleati contro Hitler, sarebbe stato pronto ad andare all’inferno ad accordarsi con il diavolo. Oggi, con sano patriottismo, sia Andrew che Martland sottolineano l’opera meritoria per la difesa del regno svolta in cent’anni dal Security Service – e dai suoi agenti. “Hoare a Roma  aveva antenne sensibili: fu il primo a capire, già allora, che il capo della corrente filo-tedesca in Vaticano era il futuro papa, l’arcivescovo Eugenio Pacelli, nunzio a Monaco di Baviera”. E lo stesso Hoare, per coincidenza, avrà ancora un rapporto privilegiato con Mussolini vent’anni dopo, quando sarà diventato Foreign Secretary, cioè ministro degli Esteri, e dovrà confrontarsi con quello che era ormai il Duce del fascismo, lanciato nell’avventura coloniale. Con il suo omologo francese, Pierre Laval, Hoare firmerà un patto per consentire all’Italia di sottomettere l’Abissinia e lasciare all’Etiopia lo sbocco al mare che il “Times”ridicolizzerà come “un corridoio per i cammelli”. Era l’inizio della politica dell’”appeasement” verso il nazifascismo che, fino alla seconda guerra mondiale, illuderà il governo Chamberlain. Ma questa è un’altra storia.


(“The Defence of the Realm: The Autorized History of MI5”, di Christopher Andrew, è pubblicato da Allen Lane, 1032 pagine, 30 sterline. Nelle foto, dall’alto: Benito Mussolini davanti a una statua che lo ritrae; i bersaglieri nella battaglia di Caporetto, secondo una "Domenica del Corriere" del novembre 1917; Thames House, la sede del Mi5 a Londra; il logo del Security Service; "Profilo continuo - Testa di Benito Mussolini", di Renato Giuseppe Bertelli, terracotta smaltata, 1933; gli agenti del Mi5 sono protagonisti di una serie di successo della Bbc, "Spooks").

Addio al papà del caffè Hag

Corriere della Sera


Aveva lanciato anche numerose acque minerali. Accusò il figlio e i suoi consulenti di aver distrutto il patrimonio

 


ROMA - È deceduto in Brasile l'imprenditore Tommaso Berger, conosciuto come creatore del caffè Hag. Berger è morto all'età di 80 anni a Rio de Janeiro. Berger aveva creato un notevole impero commerciale non solo nel campo del caffè decaffeinato, ma lanciando anche numerose acque minerali tra le quali Fiuggi, Sangemini, Fabia, Ferrarella, Uliveto e Levissima.

QUERELE - Due anni fa Berger scrisse il libro Onora il padre in cui accusava il figlio Roberto: secondo il padre, con l'aiuto di alcuni consulenti, avrebbe distrutto il patrimonio famigliare di 150 milioni di euro ottenuto con la vendita dell'azienda Crippa&Berger nel 1992 alla Chiari&Forti. Il figlio e i consulenti a loro volta hanno querelato per diffamazione Tommaso Berger e l'editore del libro.

Hamsik: «A Napoli vado a 140 all'ora Non mi multano perché mi riconoscono»

Corriere del Mezzogiorno

Una dichiarazione-choc del centrocampista azzurro in Slovacchia, ospite del «Red Bull Racing» di Formula 1


NAPOLI - Ennesima «esternazione» estera per Marek Hamsik su Napoli e il suo modo di vivere la città. Come riportato dall'edizione campana de La Gazzetta dello Sport, il centrocampista azzurro è stato ospite del promo action del «Red Bull Racing», te­am austriaco di Formula 1, a Bratislava. Nonostante l'adrenalina dei motori, Hamsik non ha toccato alte velocità.

Ma una volta sceso dalla vettura si è lasciato andare a una dichiarazione ai cronisti della Pravda: «A Napoli - ha detto Hamsik - mi capi­ta di guidare anche a 140 al­l’ora, ma i vigili non mi pu­niscono perché mi riconosco­no».

Non è la prima volta che «Marekiaro» rilascia in Slovacchia dichiarazioni poco chiare. L'ultima volta fu dopo la rapina e la restituzione del suo Rolex («Me lo hanno restituito quando hanno capito che era il mio orologio»); dichiarazione poi smentita a Napoli dallo stesso giocatore.

R. W.

Torna a vivere "Il Facchino" una delle sei statue parlanti di Roma

Il Messaggero


Si trova in via Lata, nei pressi del Collegio Romano

di Livia Ermini

ROMA (11 ottobre) - Il Facchino torna a far sentire la sua voce. A lanciare le sue satire contro potere come faceva durante gli anni della Roma papalina. La più giovane delle sei “statue parlanti” della Capitale è infatti stata riaperta al pubblico il 6 ottobre dopo l’ultimazione dei restauri che la hanno salvata dall’incuria e dal degrado del tempo.

I romani potranno così riappropriarsi della amata fontanella da cui sgorga “l’acqua del Sindaco” che si trova in Via Lata nei pressi del Collegio Romano.
Abbigliato con le vesti tipiche cinquecentesche e con in mano un barilotto da cui zampilla l’acqua Il facchino era il simbolo dell’Università degli “acquaroli”, antico mestiere di trasportare l’acqua del fiume nelle case cittadine. Realizzata tra il 1586 e il 1598 su disegno del pittore fiorentino Jacopino del Conte era originariamente posta ad ornamento della sua casa di via del Corso e solo nel 1874 fu spostata nell’attuale sede di via Lata per ragioni di viabilità. «Quella degli acquaioli – ha spiegato alla presentazione del restauro Il Sovrintendente di Roma Umberto Broccoli - è una realtà che è durata fino all’800, l’acqua del Tevere era potabile e veniva venduta dopo essere stata filtrata».

Del progetto di restauro conservativo, voluto dall’Associazione Abitanti del Centro Storico, l’Assessorato alla cultura e la Sovraintendenza ai Beni culturali del Comune, fanno parte quattro delle sei statue parlanti della città.

Non tutti sanno forse che oltre al celeberrimo Pasquino, a cui vengono tutt’ora affidati messaggi vergati a mano ed affissi sul marmo, fin dal 1500 erano in diversi a lanciare i loro strali e le loro reprimende ai politici del tempo.

C’era la Madama Lucrezia situata in Piazza San marco accanto a Palazzo Venezia.
Il suo nome deriverebbe da Lucrezia Alagna favorita del re di Napoli Alfonso V d’Aragona che si sarebbe trasferita a Roma dopo la morte dell’amante. In suo onore vennero organizzate manifestazioni a grande partecipazione popolare come quella che il 1° maggio in occasione del ballo dei guitti la vedeva ornata di collane d’aglio, peperonicini e cipolle.

C’è poi l’Abate Luigi a Largo Vidoni, statua tardo imperiale che raffigura un oratore romano avvolto nella lunga toga e prende il nome, secondo la tradizione, dal pungente sagrestano della chiesa del SS. Sudario.

L’opera di messa nuovo è il primo esempio di collaborazione tra i residenti che hanno reperito i fondi (circa 70 mila euro) e le istituzioni preposte alla salvaguardia del patrimonio culturale della città che hanno fornito il “braccio” operativo.

Nell’agosto scorso alla presenza dell’assessore ai Beni culturali del Comune erano già stati tolti i ponteggi all’Abate Luigi mentre la Madama Lucrezia tonerà a breve a mostrare le sue grazie.

«Per evitare il degrado a cui finora sono state sottoposte, inoltre, l’Associazione del centro storico ha creato una bacheca sul sito www.statueparlantiroma.it a cui i surfer della rete potranno affidare i loro messaggi affiggendoli su statue virtuali».

Statali, torna orario lungo per visite fiscali: obbligo di reperibilità a casa per 6-7 ore

Il Messaggero


di Pietro Piovani

ROMA (12 ottobre) - Per i dipendenti pubblici malati tornano le permanenze forzate in casa. Sarà nuovamente allungato l’orario di reperibilità per le visite fiscali. Quell’orario, cioè, che il ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta aveva già una volta esteso praticamente all’intera giornata, ma che in seguito era stato riportato alla normale durata di sole quattro ore quotidiane (10-12 e 17-19).

La decisione è stata sostanzialmente già presa, restano soltanto da definire le nuove “fasce orarie di reperibilità”. Che dovrebbero comunque comprendere non più di sei o sette ore nell’arco di una giornata.

L’ora d’aria. Tutto è cominciato nell’estate del 2008, quando furono introdotte una serie di misure contro l’assenteismo nel pubblico impiego. All’interno di un decreto (la manovra economica di Tremonti) Brunetta fece inserire un articolo in cui si penalizzavano i dipendenti in malattia con una trattenuta sullo stipendio. E sempre in quell’articolo fu previsto un nuovo regime per le visite fiscali: l’obbligo di farsi trovare a casa veniva indicato nelle fasce orarie 8-13 e 14-20. Ben undici ore di reperibilità, con soltanto un’ora di pausa che nel gergo della pubblica amministrazione fu subito ribattezzata “ora d’aria”.

La rivolta. Il nuovo orario provocò le proteste di tutti i sindacati. Anche della Cisl, che pure è sempre stata la confederazione più bendisposta verso le decisioni di Brunetta. L’argomento principale contro il regime dell’ora d’aria era: visto che si predica l’uguaglianza fra lavoro pubblico e lavoro privato, non è giusto che per i dipendenti delle amministrazioni si preveda un trattamento peggiore rispetto ai dipendenti delle imprese. E una volta tanto, le proteste furono ascoltate dal ministro: lo scorso maggio, parlando a un congresso della Cisl, Brunetta annunciò che l’ora d’aria sarebbe stata abrogata. Cosa che infatti è avvenuta a luglio, con una norma inserita all’interno del decreto anticrisi.

I dati sulle assenze. Alla fine dell’estate succede un fatto che Brunetta non aveva previsto. Ad agosto le rilevazioni sulle assenze (compiute come ogni mese dal Dipartimento Funzione pubblica) registrano per la prima volta un sensibile aumento dei giorni di lavoro persi per malattia. Certo, era prevedibile che il fenomeno del calo delle assenze cominciasse ad esaurirsi, anche perché ormai i confronti si cominciano a fare con i dati della seconda metà del 2008, cioè con i mesi in cui si era già rilevata una forte diminuzione delle malattie. Nessuno però si aspettava un aumento, e addirittura del 16,7%. Le segnalazioni giunte dagli uffici del personale di alcuni enti hanno fatto convinto il ministero che tutto sia dipeso dall’abolizione dell’ora d’aria.

Il nuovo decreto. Ecco perché adesso si pensa di riallungare l’orario delle visite fiscali. Nel decreto legislativo sul lavoro pubblico approvato dal Consiglio dei ministri venerdì scorso c’è una norma che dà a Brunetta il potere di decidere le fasce di reperibilità con un semplice atto ministeriale. Cosa che verrà fatta nei prossimi giorni. L’orientamento sarebbe comunque quello di non tornare alle undici ore fissate inizialmente con la norma sull’ora d’aria. Probabilmente ci si limiterà a sei o sette ore di reperibilità.

La Cisl. I sindacati ovviamente non accoglieranno con favore questo nuovo ripensamento. A cominciare dalla Cisl, che a suo tempo si attribuì il merito della marcia indietro sull’ora d’aria. Gianni Baratta, segretario confederale, lo fa sapere sin d’ora: «Io spero che questa cosa non si faccia. Sarebbe una misura sbagliata, proprio ora che invece dobbiamo concentrarci tutti quanti sull’applicazione delle riforme di Brunetta, sul miglioramento dei servizi e dell’efficienza. Allungare le fasce di reperibilità non aiuta nessuno, è solo un modo di rendere dispettoso il rapporto fra amministrazioni e lavoratori». Quanto poi alla ripresa delle assenze per malattia, Baratta contesta i dati: «Per parlare di assenze dovremmo aspettare i risultati delle rilevazioni ufficiali, quelle compiute annualmente dalla Ragioneria dello Stato. Ancora non conosciamo i dati del 2008, figuriamoci quelli del 2009. Queste rilevazioni che fa il Dipartimento Funzione pubblica si basano su un campione molto ristretto, e c’è il dubbio che vengano scelti soltanto i dati che danno un buon risultato, scartando gli altri».

Milano, bomba alla caserma S. Barbara L'attentatore gridava: via dall'Afghanistan

Il Messaggero

L'uomo è un libico: è grave. Ferito lievemente un soldato



MILANO (12 ottobre) - Un'esplosione si è verificata, stamani, a Milano, davanti a una caserma Santa Barbara in via Perrucchetti. Due i feriti, uno grave, che sono stati medicati dal personale del 118. E' stato un uomo straniero, un arabo, probabilmente nordafricano, a lanciare l'ordigno contro la caserma ed è il ferito più grave, sembra che rischi di perdere la mano. La struttura, peraltro, non ha riportato danni gravi. Ferito anche un militare del corpo di guardia, raggiunto da una scheggia alla mano, ma non esendo grave è stato medicato sul posto.

La caserma colpita. È la caserma Santa Barbara, sede del Primo Reggimento Trasmissioni e del Reggimento artiglieria a cavallo dell'esercito, la struttura coinvolta dall'esplosione a Milano. L'uomo di nazionalità straniera si è avvicinato alla porta carraia e, riferiscono all'Adnkronos fonti della Difesa, dopo aver gridato alcune frasi ha fatto esplodere una cassetta che teneva in mano.

Attentatore ha cercato di entrare. Secondo la prima ricostruzione di polizia e carabinieri l'attentatore, poco dopo le 7:30, si è avvicinato alla porta carraia della caserma e ha cercato di approfittare dell'ingresso di un militare che stava entrando nella struttura per prendere servizio con la sua auto. L'attentatore ha cercato di intrufolarsi ma gli sono parati davanti i militari di guardia che, per fortuna, erano a qualche metro di distanza. È stato a quel punto che ha fatto esplodere il rudimentale ordigno.

Via dall'Afghanistan. Avrebbe urlato «via dall'Afghanistan», secondo alcuni testimenti. L'uomo avrebbe più volte anche fatto riferimento all'impegno dei militari italiani in Afghanistan prima che il pacco esplodesse.

Attentatore piantonato. L'attentatore rimasto ferito è ricoverato al pronto soccorso dell'ospedale Fatebenefratelli. In questo momento il personale medico sta effettuando degli accertamenti clinici. L'uomo è piantonato da un nutrito numero di poliziotti e carabinieri che presidiano l'ingresso del pronto soccorso, che si affaccia su via Castelfidardo con quattro agenti e una Volante, e gli ingressi e i corridoi del reparto.





Iran, condannato e impiccato per un omicidio commesso a 17 anni

di Redazione

 
Behnud Shojai, un giovane iraniano condannato a morte per un omicidio commesso a 17 anni, è stato impiccato a Teheran dopo quattro anni di reclusione, nonostante la mobilitazione in suo favore di varie organizzazioni per i diritti umani e gli appelli dell'Unione europea perché gli fosse risparmiata la vita. L'esecuzione, ha reso noto l'agenzia Fars, è avvenuta poco prima dell'alba nel carcere di Evin, dopo che negli anni scorsi era stata rinviata per ben cinque volte. L'avvocato Mostafai, difensore di Behnud, ha detto all'ANSA che altri sette condannati per omicidi commessi quando erano minorenni dovrebbero essere impiccati a tempi brevi.

La prima esecuzione è programmata per il 19 ottobre. Sul patibolo dovrebbe salire un giovane, identificato con il solo nome di Safar. Sono diverse decine i giovani rinchiusi nei bracci della morte in Iran per delitti compiuti quando avevano meno di 18 anni. Almeno quattro di loro sono stati impiccati nei primi cinque mesi di quest'anno, secondo i dati raccolti dall'associazione 'Nessuno tocchi Caino'. Tra di loro, la pittrice Delara Darabi, portata al patibolo il primo maggio scorso nella città di Rasht dopo una drammatica telefonata fatta ai genitori in cui annunciava la sua imminente esecuzione.
Le autorità iraniane giustificano la pena di morte per i minori di 18 anni con l'applicazione della legge islamica. E in base a questa stessa legge le sentenze capitali per omicidio possono essere cancellate solo se i familiari delle vittime concedono il perdono. E' così che si è salvata una donna, Akram, che doveva essere anch'ella impiccata a Teheran. E proprio per cercare di ottenere il perdono della vittima di Behnud Shojai, un ragazzo da lui ucciso in una rissa in un complesso residenziale della capitale, la magistratura ha rinviato per cinque volte la sua esecuzione. Ma tutto è stato vano, compresa una lettera di supplica inviata lo scorso anno dal condannato alla madre della sua vittima. 

Il ministro degli Esteri italiano Franco Frattini ha reagito alla notizia dell'impiccagione di Behnud esprimendo "profondo sconcerto" e ha rivolto "un sincero appello a Teheran a sospendere le altre esecuzioni" previste. Allo stesso tempo il ministro ha fatto presente che la salvaguardia della vita umana e dei diritti fondamentali della persona costituiscono una premessa necessaria per consolidare il clima di fiducia apertosi con il negoziato sulla questione nucleare di Ginevra.


Una coppia gay aggredita in pieno giorno nel centro di Roma

Corriere della Sera


Uno dei due è stato colpito con un casco da un gruppo di giovani che urlavano slogan neofascisti



ROMA
- Una coppia gay è stata aggredita domenica pomeriggio nei pressi di via del Corso, mentre percorreva a piedi via del Collegio Romano diretta al Pantheon. I ragazzi, sono stati avvicinati da 6 giovanissimi a bordo di 3 scooter. Il più giovane della coppia, Francesco, 25 anni, sarebbe stato aggredito con un colpo di casco sulla testa e all'inguine.

ARCIGAY - Lo ha reso noto, in un comunicato, Arcigay Roma, il cui presidente Fabrizio Marrazzo ha espresso «sconcerto e rabbia». «Abbiamo sentito le vittime dell'aggressione - ha detto Marrazzo - a cui abbiamo espresso la nostra solidarietà e forniremo loro tutto il nostro supporto. A colpirci è soprattutto l'età dei giovanissimi aggressori, e il fatto che abbiano urlato slogan neofascisti prima di scagliarsi contro la coppia gay. C'è un degrado morale di chi commette questi atti di omofobia: è indegno commettere violenza verso una coppia che si ama e si tiene per mano».

Secondo il presidente di Arcigay Roma «incredibile è il fatto che l'aggressione sia avvenuta a poche ore dalla manifestazione Uguali, che sabato ha portato a Roma migliaia di persone per rivendicare pari diritti per le persone lesbiche, gay e trans. Le modalità dell'aggressione confermano la necessità di un piano culturale e formativo contro l'omofobia che parta prima di tutto dalle scuole, un invito già rivolto alle istituzioni e che ribadiamo di nuovo con forza». Gli aggrediti fanno parte dell'associazione Leather Club Roma, fondata il 20 gennaio del 1999 da «un gruppo di amici», come è scritto sul loro sito, che ha l'avvertenza di non aprirlo a minori di 18 anni perché «questo è un sito per gli adulti di orientamento gay, appassionati del genere leather, rubber, fetish, skinheads, e di pratiche sessuali forti».


Feltri attacca Napolitano, il Pd insorge

Corriere della Sera


Il direttore del Giornale: ha tradito un patto. Soro: la Costituzione non è di proprietà di Berlusconi

MILANO - Dopo il presidente della Camera Gianfranco Fini, il direttore del Giornale Vittorio Feltri attacca il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Nell’editoriale pubblicato oggi - titolato a tutta pagina «Lo zampino del Quirinale sul lodo» - Feltri scrive di un «patto tra gentiluomini» che il capo dello Stato avrebbe disatteso con Palazzo Chigi circa il giudizio di costituzionalità della Consulta sul Lodo Alfano.

PATTO TRA GENTILUOMINI - Nella ricostruzione di Feltri, «parti di testo del lodo Alfano furono scritte da un consigliere giuridico di Napolitano». In buona sostanza, secondo Feltri, «i funzionari di Napolitano dissero: non preoccupatevi, sistemeremo noi il testo del Lodo in modo che non trovi ostacoli nella Consulta. Vi garantiamo, passerà». Queste sarebbero le ragioni dell’ira di Berlusconi dopo la bocciatura della Consulta. «Ovvio - conclude il direttore del Giornale -. Il capo dello Stato gli ha fatto ritirare l’emendamento blocca processi per ragioni di opportunità, gli ha promesso di adoperarsi per portare al traguardo la tutela delle maggiori autorità istituzionali e il patto tra gentiluomini alla resa dei conti si è rivelato un bidone contro il premier e l’intero governo».

«LA COSTITUZIONE NON E' SUA» - Ma l'attacco al Quirinale non è piaciuto al Pd che aprendo il proprio congresso a Roma ha tributato un saluto particolare a Giorgio Napolitano, per il suo impegno a difesa della Costituzione. Ma l'attacco di Feltri è stigmatizzato in particolare da alcuni esponenti di punta del partito. Per il capogruppo alla Camera, Antonello Soro, «il fatto che il giornale della famiglia Berlusconi continui a portare avanti un attacco esplicito al Capo dello Stato chiamando in causa con modesta fantasia il ricorso a un funzionario del Quirinale è segno palese non solo di assoluta mancanza di rispetto per il Presidente della Repubblica e per la Corte Costituzionale, ma anche una conferma di una confusione sul carattere della nostra Costituzione, sulla divisione dei poteri e la conferma di una indisponibilità a prendere atto che in Italia esiste una costituzione che non è proprietà della famiglia Berlusconi». «Il fuoco continuo verso il Quirinale - ha sottolineato Soro - non servirà a nascondere le ragioni vere di questo accanimento che stanno nella consapevolezza di aver fallito la prova di governo».

«BERLUSCONI PRENDA LE DISTANZE» -Rosy Bindi, che nei giorni scorsi era stata protagonista di un battibecco con il premier durante Porta a Porta, invita ora il Cavaliere a «prendere le distanze dal giornale di famiglia perché si sta andando troppo oltre». «Questa partita denigratoria nei confronti del Capo dello Stato e delle istituzioni - ha aggiunto - ci fa dire che il governo è contro lo Stato. E’ inutile affermare che ci possa essere coabitazione se poi il giornale di famiglia fa questi attacchi contro Napolitano al quale va tutta la nostra solidarietà».

DI PIETRO, NAPOLITANO SMENTISCA - Il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro e l'europarlamentare dell'Idv Luigi de Magistris sulla vicenda hanno scritto una nota congiunta: «Con la fiducia nelle Istituzioni che ci ha sempre animato nella battaglia in difesa della democrazia, rivolgiamo al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano un nuovo accorato appello affinchè trovino da Lui smentita le inquietanti ricostruzioni pubblicate oggi su Il Giornale».