martedì 13 ottobre 2009

Cuba, no di Fidel alla blogger: "Sanchez non può espatriare"

di Redazione


L'Avana - Per la quarta volta nel giro di un anno il governo cubano ha negato a Yoani Sanchez il permesso di uscire dal Paese. Lo ha riferito il marito della blogger cubana, Reinaldo Escobar. La Sanchez è stata invitata a ritirare alla Columbia University di New York il premio giornalistico intitolato a Maria Moors Cobot. La 34enne fondatrice del blog "Generation Y", in cui racconta la vita quotidiana dell’Avana, era stata invitata alla cerimonia di premiazione nella scuola di giornalismo della Columbia, in programma domani. L’Ufficio immigrazione cubano non ha riferito i motivi della mancata concessione del permesso di uscita e rientro.

Ennesimo rifiuto Il visto di uscita le era stato rifiutato la prima volta nel 2008 dopo l’invito di el Pais per il premio "Ortega y Gasset". Successivamente le è stato impedito di rispondere all’invito del Festival di Internazionale a Ferrara e a quello della Fondazione dell’exs presidente brasiliano Enrique Cardoso per parlare del suo libro "Cuba Libre".


Santoruvo: «Il bacio ad Aurelio? Sulla guancia non sulle labbra»

Corriere della Sera

Il calciatore del Frosinone spiega il gossip sulla rete: «L'immagine inganna. Non scherziamo con le illazioni»



FROSINONE - Frosinone primo in serie B ma un fermo immagine in pure stile gossip che raffigura Santoruvo che bacia sulle labbra il compagno di squadra Aurelio, dopo aver segnato lunedì al Crotone, è diventato un autentico cult sulla rete».

LA DIFESA - Ma quale bacio sulla bocca - taglia corto Santoruvo - l'immagine inganna, ci siamo abbracciati con Aurelio, che è napoletano e non brasiliano come ho visto scritto da qualche parte, perché lui prima della gara mi aveva pronosticato due gol e infatti uno buono me lo hanno pure annullato. Ovvio che nella gioia sono corso a ringraziarlo ma occhio, l'ho baciato sulla guancia, non scherziamo con le illazioni. Pensare ad altro mi viene da ridere, diciamo così, per noi è un grande momento è tutto fa pubblicità«. Eppure il fermo immagine dell'esultanza dopo il gol lascia intendere che tra Santoruvo e Aurelio effettivamente ci sia un bacio. D'altronde precedenti nel calcio non mancano, come quello, diventato famoso tra Claudio Caniggia e Diego Armando Maradona che, nel 1996, entrambi in forza al Boca Juniors dopo il gol messo a segno dall'ex romanista con il Velez Sarsfield. Santoruvo respinge ogni tipo di allusione. Quali sono stati i commenti dei compagni? »Mi hanno dato del fortunato perchè con Aurelio ora andremo su 'Striscià come è capitato a Cariello nella scorsa stagione dopo il record mondiale di essersi infortunato dopo dodici secondi di gara».


Omofobia, la Camera "stronca" la legge No di Pdl e Udc. Nel Pd è caso Binetti


Roma - L’Aula della Camera ha "affossato" il testo Concia in materia di omofobia. L’Assemblea di Montecitorio ha infatti approvato la questione pregiudiziale avanzata dall’Udc (che ha ritirato l’iniziale richiesta di voto segreto) anche con i voti del Pdl e della Lega. Pd e Idv hanno votato contro.

Approvata con 285 voti a favore La questione pregiudiziale dell’Udc è stata approvata con 285 voti a favore, 222 contrari e 13 astensioni. L’Udc aveva inizialmente chiesto il voto segreto, ma la richiesta è stata ritirata "per coerenza" dal capogruppo Pier Ferdinando Casini dopo che Italo Bocchino del Pdl ha spiegato le ragioni per cui il suo gruppo aveva votato contro il rinvio del testo in commissione. "Questo testo - aveva spiegato Bocchino - rientra tra quelli inseriti all’ordine del giorno dell’Aula in quota all’opposizione; non era giusto che noi con i nostri voti ne determinassimo il ritorno in commissione, visto che l’opposizione stessa non era d’accordo sul mantenimento del testo. Che diritto abbiamo noi di coartare la volontà dell’opposizione". "Se la proposta di legge salta, il governo presenti presto in materia di lotta all’omofobia un testo adeguato a quanto è prescritto in materia dal trattato di Lisbona", ha concluso.

Franceschini: "Dovrebbero vergognarsi" "È una vergogna. Dopo che tanti esponenti della destra si erano detti disponibili a varare norme contro l’omofobia, un tema che non dovrebbe subire l’influenza del diverso colore politico, hanno votato insieme all’Udc per bloccare la legge". Così Dario Franceschini commenta l’atteggiamento in Aula del centrodestra sulla legge contro l’omofobia. "La risposta all’elenco di inqualificabili aggressioni agli omosessuali - ha aggiunto il segretario del Pd - è stata che non si fa la legge. Dovrebbero vergognarsi".

E la Binetti vota contro il Pd
Paola Binetti, unica nel Pd, ha votato contro l’indicazione del suo gruppo parlamentare nell’esame in Aula della legge sull’omofobia. Era in corso il voto sulla richiesta di rinvio in Commissione e sulle pregiudiziali di costituzionalità, il cui accoglimento comporta che il testo sia affossato e non più riproponibile. In tutti e due i casi la "teodem" ha votato diversamente dal suo gruppo. "La formulazione dell’emendamento era ambigua. Il mio voto è in continuità con quello che avevo espresso due anni fa in Senato sullo stesso argomento". Così la deputata del Pd Paola Binetti, risponde ai cronisti in Transatlantico che gli chiedono un commento alla dichiarazioni del segretario del Pd Dario Franceschini che ha giudicato come "un problema" il suo voto.

I dissenzienti del Pdl
Anche nel Pdl ci sono stati voti dissenzienti, in 9 hanno votato contro le pregiudiziali: Bocchino, Urso, Briguglio, Moroni, Perina, Calderisi, Della Vedova, Tortori e Pepe. In 10 si sono astenuti, tra di loro Bongiorno, Vito e Rotondi. Nell’Udc si è astenuto Mantini. Il deputato del Pdl Benedetto Della Vedova spiega di aver votato contro la pregiudiziale di costituzionalità al ddl sull’omofobia, un testo che "andava corretto non affossato", sostiene. "Il fatto che il Pd si sia impuntato - osserva - opponendosi al rinvio in Commissione del disegno di legge sulla cosiddetta omofobia ha reso più semplice l`affossamento del provvedimento. La gestione del Pd è stata demenziale".


L'ira della Concia
"Mi vergogno di far parte di questo Parlamento". Anna Paola Concia esce furibonda dall’aula della Camera, che ha appena bocciato per incostituzionalità la proposta di legge sull’omofobia di cui la deputata Pd era relatrice. Concia ne ha per tutti: il Pdl, che "ha detto bugie"; ma anche per il suo gruppo, che "senza avvertirmi ha cambiato idea e ha votato contro la possibilità di tenere in vita questa legge con il suo ritorno in commissione".

Paolini si dimette da «disturbatore tv»

Corriere della Sera

«Dopo 20mila sabotaggi catodici farò delle dichiarazioni spontanee in tribunale per annunciare la mia intenzione»


MILANO - Per festeggiare i suoi 35 anni Gabriele Paolini - noto disturbatore dei telegiornali nazionali - ha deciso di regalare serenità ai cronisti impegnati nelle dirette dalle piazze romane. «Ho compiuto ben 20mila sabotaggi catodici ai danni dei giornalisti tv - spiega -. Martedì prenderò la parola nel tribunale di Roma per delle dichiarazioni spontanee, durante un processo che mi vede imputato contro la Rai e Mediaset. Espliciterò al giudice e al pubblico ministero la mia decisone di dire stop agli inquinamenti tv».

TESI DI LAUREA - Paolini è diventato un feonomeno sociale, tanto da essere scelto come oggetto di una tesi di laurea. «Mi sono commosso ed emozionato per avere avuto l'onore di ricevere una tesi dedicata al mio personaggio e al mio percorso artistico - ha detto -. L'ha scritta Gabriele Scarponi e il titolo è "L'audience performativa: il caso di Gabriele Paolini". Settanta pagine, discusse al campus di Savona, sede distaccata della facoltà di Scienze della formazione di Genova».



La rivincita dei portaborse Condannata la Carlucci

Corriere della Sera

ROMA — Evviva Celestina! Da oggi tutti i collaboratori degli onorevoli che lavorano in nero, oppure in grigio con stipendi da fame, hanno la loro eroina. Nessuno prima di lei aveva osato tanto: fare causa al deputato datore di lavoro e ottenere un risarcimento. Ma la sentenza con la quale il giudice Michele Forziati ha condannato Gabriella Carlucci a pagare 10.170 euro e 39 centesimi più interessi a Celestina (la chiameremo semplicemente con il nome di battesimo) che per quasi due anni, dal luglio 2004 al giugno 2006, aveva lavorato nella sua segreteria, va ben oltre. Perché stabilisce il principio che tra la parlamentare del Popolo della libertà e la sua assistente «è intercorso un rapporto di lavoro subordinato». Insomma, il classico buco nella diga.


Il caso che, analogamente a quanto è successo nel mondo del calcio dopo la famosa sentenza Bosman, potrebbe scatenare la rivoluzione dei portaborse, è stato scoperto dalle Iene, che lo racconteranno questa sera su Italia 1. Erano state proprio le Iene, del resto, a far scoppiare lo scandalo degli assistenti parlamentari pagati in nero: un servizio scioccante andato in onda nel marzo del 2007 rivelò che soltanto 54 fra i 683 collaboratori dei 630 deputati con in tasca il tesserino per accedere alla Camera erano in regola. Un vergognoso 8 per cento di mosche bianche. Vergognoso, perché i parlamentari fanno le leggi. Vergognoso, perché ogni deputato, oltre alla propria indennità con annessi e connessi incassa 4.190 euro al mese per i collaboratori: indipendentemente dalla paga che gli dà. Vergognoso, perché alle ripetute inchieste della Iena Filippo Roma e alle denunce che ne sono seguite molti, nel Palazzo, rispondevano con un'alzata di spalle.

Per farla breve, due anni dopo quel terremoto della primavera del 2007 e la minaccia di uno spaventoso giro di vite (che si trasformò in poco più che un buffetto sulla guancia), i collaboratori in regola erano arrivati appena al numero di 194. Su un totale di 516. E gli altri 322? Oltre ai «regolari», il tesserino per l'accesso al parlamento spettava anche a giovani o meno giovani che svolgono «tirocinio formativo», pensionati, o ancora persone che collaborano con i parlamentari «a titolo non oneroso». Altri modi per chiamare lo stesso colore. Anche se il nome e il cognome di un solo deputato che pagasse in nero il proprio portaborse, quello non si era mai saputo. Sospetti tanti, ma certezze assai poche. «Collaboratrice parlamentare non onerosa» era stata classificata anche Celestina. In realtà, secondo quanto ha scritto il suo avvocato, Gabriella Carlucci le dava all'inizio 500 euro al mese, poi 1.000 euro dal settembre del 2004 al giugno 2006. «Retribuzione», ha specificato nel ricorso, «che le veniva erogata direttamente» dalla parlamentare. Senza che però, ha precisato, fosse stato mai «sottoscritto né visionato alcun contratto» né fosse stato stipulato «alcun accordo formale». Ma quali erano i compiti che Celestina aveva nella segreteria di Gabriella Carlucci presso la sede di Forza Italia in via dell'Umiltà a Roma? Nel ricorso il legale ha spiegato che programmava la giornata della parlamentare, le organizzava gli appuntamenti «relativi all'attività nel settore dello spettacolo, principalmente contatti con la redazione e la produzione della trasmissione televisiva Melaverde», prenotava gli alberghi e i biglietti aerei, rispondeva al telefono, seguiva le iniziative di legge, la campagna elettorale e il collegio pugliese dove era stata eletta, e coordinava gli altri addetti alla segreteria. Ricostruzione che il giudice non ha messo in discussione, avendo ascoltato le testimonianze rese da una quindicina di persone, fra cui pure alcuni «stagisti» occupati negli uffici del partito di Silvio Berlusconi.

A suffragio della tesi che «le mansioni assegnate» alla collaboratrice «possono agevolmente ricondursi a quelle di una vera a propria segretaria personale ed inquadrate nel livello terzo di cui al contratto collettivo nazionale per i dipendenti di studi professionali», la sentenza cita poi diffusamente anche le dettagliate disposizioni che Gabriella Carlucci impartiva via mail alla sua assistente. Del tipo: «Dare a mio cognato la mail di Caldoro viceministro della pubblica istruzione... Avverti Manzi che sono a Trani... Manda il progetto di Borgia a Genchi per Fitto... Mi serve il testo che hai mandato al sottosegretario Cota... Richiama per conferma Bettamio... Fai avere a Dilascuo, Armao, Monaci il calendario della commissione... Cerca lo spettacolo di Paolo Poli, ti ricordo che Bondi vuole andare il 22 o il 23 insieme alle Marinelle... Devo entro questa sera parlare con Bud Spencer...»

Sergio Rizzo

Bacio saffico, ragazze picchiate da maghrebini

di Redazione


Padova - Due donne, una brasiliana di 19 anni e un’italiana di 37, sentimentalmente legate, hanno raccontato alla polizia di Padova di essere state insultate perchè si scambiavano effusioni, da un paio di stranieri, magrebini, uno dei quali avrebbe dato una spinta alla diciannovenne facendola cadere. La polizia è intervenuta dopo che al 113 era giunta la segnalazione di una ragazza aggredita sul lungargine del Pioveco, in città. Giunti sul posto, gli agenti hanno trovato le due giovani, una brasiliana di 19 anni e un’italiana di 37. La prima piangeva, mentre la seconda ha raccontato agli agenti che due magrebini, dopo averle viste mentre si scambiavano effusioni, le avevano insultate e poi uno dei due aveva dato una spinta alla diciannovenne, facendola cadere dalla bici. Come riferisce la polizia, un testimone ha raccontato invece agli agenti di aver visto le due ragazze litigare. Entrambe sono state portate al pronto soccorso con un’autoambulanza ma poi la 19enne ha deciso di non sottoporsi alla visita medica e di non sporgere denuncia. Nonostante le ricerche della polizia, i due magrebini non sono stati rintracciati.

Veltroni ospite di Fazio Uso privato della tv pubblica

di Francesco Cramer

Roma - Su Noi, «essi» hanno dato vita a uno strepitoso show. La Rai siete «voi», cioè «noi», ma a goderne sono spesso «loro», in questo caso «lui»: Walter Veltroni. Il mieloso spot veltroniano, andato in onda domenica sera a Che tempo che fa, è il festival del «Io», «Tu», «Egli». Un guazzabuglio di pronomi, tutto funzionale alla réclame dell’ultima fatica editoriale di Uòlter: Noi, appunto. Le domande del conduttore Fabio Fazio inchiodano l’ospite: «Posso chiederle?», «“Lei” teme che possa succedere qualcosa di grave?», «“Lei” prefigura un futuro con “Ego”?», «Chi siamo “noi”? “Lei” lo contrappone all’“io” e all’“Ego”, “noi” e “loro”. Insomma, chi siamo?». Tutto chiaro, no? Ma soprattutto irriverente e graffiante. E l’altro a risponder“gli”: «In questa stagione deve prevalere il “noi” e non l’“io”. Molti di “noi” parlano con l’“io”». Ma «noi» chi? «Noi» di sinistra, ammette. Quindi «loro». Mah.

Dopo Giulia Maria Crespi e il suo Fai, sfila Veltroni sugli schermi della Rai. Torna là, Walter, negli stessi studi dove promise a milioni di italiani (2006) che «lui» avrebbe concluso la sua carriera politica e si sarebbe occupato di Africa. E «noi» e «voi» a credergli. «Lui» no, nemmeno per un secondo. Super il «loro» esordio: «Perché non è andato alla convention del Pd?», chiede l’uno. «Pensavo fosse giusto si sviluppasse una dialettica nuova», risponde l’altro. E «noi» non abbiamo mica capito cosa volesse dire. «Vero che ha lasciato la segreteria del Pd con dolore?», incalza l’uno.

E l’altro si loda: «Sono stato l’unico a far vedere che è possibile andarsene senza sbattere la porta, senza andare sull’Aventino, senza insultare nessuno». Anche se un sassolino... «Grande dolore, sì, grande sensazione di ingiustizia». In sintesi: «Ho dovuto scegliere tra l’“io” e il “noi”». «Ha già pensato per chi voterà al congresso?», domanda difficile, scomoda, irriverente, di pungolo. «Ma lo sanno tutti per chi voterò: grande fiducia e stima in Franceschini. Ha virtù rare in politiche: la lealtà». Della serie: Dario è uno che se promettesse in tv di lasciare la politica lo farebbe per davvero.

Dopo il tifo per il suo pupillo Dario, ultime pillole politiche, prima di parlare di Noi, cioè di «loro», o meglio di «lui» e di «noi», minuscoli, di destra, cattivi: «L’Italia vive un periodo nero, c’è sfilacciamento, crisi, odio, violenza verbale e non, è un Paese sempre uguale, e serve una stagione nuova di riformismo, come negli Usa». Manca l’Obama, insomma. E manca anche, dice: «Una vocazione maggioritaria perché non serve un’alleanza con dozzine di partiti se poi non riesci a portare via i rifiuti di Napoli». E qui siamo d’accordo pure «noi».

E poi si torna a parlare di Noi, ossia di «loro» e di «lui». Dal libro Noi emerge che «noi» viviamo in una stagione in cui prevale l’“io” e non il “noi”. E che “noi”, nel senso di destra, siamo diventati minoranza. Già, perché «c’è una maggioranza civile che s’è stufata di Berlusconi ma anche del grillismo e del dipietrismo». Per esser chiari, «l’“io” di oggi è ipertrofico, fragile, non c’è nulla di collettivo, è un “io” impaurito mentre il “noi” è garanzia di sicurezza».

«Noi» e «voi» abbiamo capito poco. Soltanto un paio di cose: che Noi forse è un buon libro ma che «lui» s’è fatto una bella pubblicità gratis davanti a tre milioni ottocentonovantaquattromila spettatori (15,40% di share). «Noi» e «voi» abbiamo capito altresì che se un Fazio di destra (che non si vedrà mai nella Rai del «regime berlusconiano») facesse una buona mezz’ora di pubblicità all’ultimo volume di un Gasparri o di un Bondi qualsiasi, l’Usigrai protesterebbe, Nanni Moretti organizzerebbe un girotondo a viale Mazzini, Santoro ci monterebbe su un bell’Annozero, Sonia Alfano firmerebbe una mozione all’Europarlamento, Repubblica raccoglierebbe le firme per l’appello «Il libro? Non lo vendeRai».





L’ultimo ebreo di Kabul: whisky, Torà e ricordi

Corriere della Sera

Ultimo superstite della comunità, vive nella sinagoga. Fu sospettato di avere avvelenato il «penultimo» ebreo

dal nostro inviato  LORENZO CREMONESI


KABUL — Una versione ebraica della classica storiella del naufrago sull’isola deserta racconta di un rabbino particolarmente intraprendente. È solo, in mezzo al mare. Ma presto si organizza per pescare, raccogliere acqua piovana, coltiva persino la terra. Alla fine costruisce due sinagoghe. «Come mai due?», gli chiederanno incuriositi i salvatori, anni dopo. Risposta: «Perché nella seconda io non metterò mai piede».

A Kabul la sinagoga è solo una. Si trova in una via del centro, la cosiddetta Flowers Street. Un edificio fatiscente, il cortile invaso da macerie, i muri percorsi da crepe profonde, le finestre rotte. La sinagoga sta al secondo piano e nella stanzetta sul ballatoio vive Zebulun Simentov. «L’ultimo ebreo di Kabul», lo definiscono i giornalisti locali e stranieri che occasionalmente vengono a trovarlo. La storiella del naufrago gli calza a pennello per il solo fatto che con Isaac Levy, fino alla sua morte nel 2005 il penultimo ebreo di Kabul, litigavano come cane e gatto. «Levy non era neppure ebreo, negli ultimi anni si era convertito all’Islam», farfuglia adesso Simentov, a testimonianza dei vecchi livori. Un personaggio che sembra uscito da un classico di Dostoevskij, compresa la parodia degli stereotipi antisemiti. A chi lo va a intervistare chiede subito dollari in contanti, «non moneta afghana che non vale nulla», e come minimo due bottiglie di whisky. «Ma di marca, se possibile Johnnie Walker, lo trovi agli spacci della Nato», insiste. E aggiunge con tutti i reporter: «Tu guadagni da questa intervista. Perché non ci posso ricavare anch’io qualche cosa?».

Ama provocare, è sospettoso della sua ombra. Anche per visitare la sinagoga polverosa, con pochi e vecchi libri di preghiera ebraici accatastati in un armadio a muro, occorre promettere un’offerta. Ma non è difficile capire che Simentov recita una parte. Gli piace essere la macchietta di se stesso, sino a risultare simpatico. Barba incolta, pochi capelli unti e biancastri sotto la kippà nera, camicia coperta di macchie, ciabatte sfondate, passa i pomeriggi con gli amici afghani musulmani del periodo comunista a bere superalcolici e sgranocchiare pistacchi. Dice di osservare rigorosamente i dettami della Kasherut. «Uccido io stesso gli animali che mangio, soprattutto polli e rispetto le regole della macellazione religiosa», dice, indicando un coltellaccio sporco di sangue. Non sa l’ebraico, se non poche sbiascicate parole delle preghiere. Parla in dari. Su una finestrella ha appese alcune pagine di un giornale della comunità Lubavitch di New York. «Ogni tanto mi aiutano. Inviano qual­che soldo e a volte scatole di matzot (il pane azzimo per celebrare le feste, ndr.). In cambio prego per loro».

Dovrebbe essere nato nel 1959. Cin­quant’anni portati decisamente male. Ma aiu­ta dirgli che sta benissimo e sembra più giova­ne. Se lo si mette di buon umore il suo raccon­to diventa uno spaccato affascinante della sto­ria della comunità ebraica afghana. Si narra sia antica di oltre 2.500 anni, che risalga ai tempi del primo esilio babilonese. «Allora i miei avi erano più di 40.000, tanti a Ghazni e nelle provincie occidentali. Me lo dicevano anche i nostri vecchi che custodivano il cimi­tero ebraico di Herat, vicino alla casa dove so­no nato», ricorda. Nel 1951, tre anni dopo la nascita di Israele, la maggioranza dei circa 5.000 ebrei locali emigra. Nel 1969 sono rima­sti meno di 300, per lo più a Kabul, dove or­mai vive anche Simentov. L’ultimo esodo arri­va 10 anni dopo, con l’invasione sovietica. «Nel 1992, con l’inasprirsi della guerra civile tra milizie, eravamo rimasti in 10», continua.

Lui possedeva un negozio di tappeti. «Com­merciavo con tutto il mondo, ne vendevo tan­ti anche a Milano. È stato il mio ultimo vero lavoro», dice con nostalgia e senza nasconde­re le sue simpatie per il governo filocomuni­sta del presidente Najibullah, più tardi castra­to e ucciso dalle squadracce talebane, che ne appesero il cadavere insanguinato ad un palo nel centro di Kabul. Lui comunque fugge in Tajikistan, dove sposa Leah, una ragazza della comunità ebrai­ca locale. Hanno due figlie: Shoshanna e Ra­chel.

La scelta di trasferirsi con la famiglia in Israele arriva nel 1998. Sembrerebbe il punto di arrivo, la fine delle sue peregrinazioni tra i capitoli più cruenti della storia dell’Afghani­stan contemporaneo. Ma non è così. Siman­tov non si trova bene nella patria del sionismo realizzato. «Problemi personali. Mi mancava Kabul», si limita a commentare abbassando lo sguardo. Così, dopo solo due mesi, lascia la fa­miglia e torna in Afghanistan. Solo? Non proprio. Il titolo di «ultimo ebreo di Kabul» se lo contende con Levy. I due non si possono letteralmente vedere. Litigano per la custodia di un volume della Torà e altri testi antichi centinaia d’anni. Si accusano a vicenda di essere «blasfemi e convertiti», di voler ven­dere in segreto lo stabile della sinagoga. Spes­so i vicini devono intervenire per dividerli.

È il periodo della folle dittatura teocratica talebana in nome dell’Islam più oltranzista. Per i due ebrei sarebbe meglio mantenere il profilo più basso possibile. Invece i loro alterchi sono di dominio pubblico. Sino a che Levy va dai tale­bani per denunciare il correligionario di voler «rubare la Torà». In un attimo intervengono le «squadre contro il vizio per la moralità». Li ar­restano entrambi, li picchiano, li tengono in cella a pane ed acqua per un paio di settimane. Soprattutto sequestrano la Torà assieme a di­versi altri libri. Non saranno mai più resi. «Conosco il ladro. Al momento si trova an­cora nelle celle di Guantánamo», dice oggi Si­mantov, senza rivelarne il nome. In ogni caso, neppure questo servirà a calmare il loro odio reciproco. Tanto che nel 2005, quando Levy or­mai ottantenne muore a Kabul ed è sepolto in Israele, Simantov viene per qualche tempo so­spettato dalla polizia di averlo avvelenato. Og­gi è stato totalmente scagionato. «L’autopsia ha appurato che quello là è morto per proble­mi di circolazione», sottolinea.

I suoi timori sono invece per il futuro. «Guai se tornassero i talebani. Sono cattivi, fa­natici. Sarebbe un male per tutti», afferma con un lampo di paura negli occhi. E che devono fare le forze Nato? «Restare. Combattere i tale­bani. Se partissero qui scoppierebbe subito la guerra civile e le milizie del Mullah Omar sa­rebbero a Kabul in poche ore. Ma soprattutto aiutino la crescita delle nostre forze di sicurez­za nazionali. Ci vuole un forte esercito afgha­no e 80.000 poliziotti sono troppo pochi».
La religione è l'oppio dei popoli

La religione nasce dal bisogno dell'uomo di spiegarsi il mondo. La vita, la morte, le calamità naturali, la nascita, il destino... Tutti concetti e realtà che risultano ancora oggi difficili da accettare e comprendere.

La religione è una consolazione, una sicurezza. E' una guida autoimposta per imparare a muoversi nel mondo, per darsi delle tappe e degli obiettivi, per rispondere alle nostre domande.

In questo senso, secondo Marx, la religione ci permette di non pensare, di non riflettere, di guardare alla nostra vita in maniera confortantemente distorta.

La religione è un oppio perchè annebbia la mente in modo piacevole, perchè aiuta a dimenticare la crudezza della realtà, perchè è un rifugio per le menti più deboli, perchè unifica i popoli sotto il vessillo di una comune, rassicurante bugia da imbonitori.


« Se un uomo ha fallito nella ricerca di una buona ragione per credere nell'esistenza di un dio, è perfettamente naturale e razionale che non creda che ci sia un dio; e se è così, allora è un ateo...

Se va oltre e, dopo una ricerca nella natura e nelle capacità della conoscenza umana, arrivando a concludere che l'esistenza di dio non può essere provata, cessa di credere in esso basandosi sul fatto che non può sapere se è vero, egli è sia un agnostico che un ateo

un ateo-agnostico - ateo perché agnostico... mentre quindi è sbagliato identificare agnosticismo e ateismo, è altrettanto sbagliato separare i due concetti come se uno escludesse l'altro... »

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