martedì 13 ottobre 2009

Cuba, no di Fidel alla blogger: "Sanchez non può espatriare"

di Redazione


L'Avana - Per la quarta volta nel giro di un anno il governo cubano ha negato a Yoani Sanchez il permesso di uscire dal Paese. Lo ha riferito il marito della blogger cubana, Reinaldo Escobar. La Sanchez è stata invitata a ritirare alla Columbia University di New York il premio giornalistico intitolato a Maria Moors Cobot. La 34enne fondatrice del blog "Generation Y", in cui racconta la vita quotidiana dell’Avana, era stata invitata alla cerimonia di premiazione nella scuola di giornalismo della Columbia, in programma domani. L’Ufficio immigrazione cubano non ha riferito i motivi della mancata concessione del permesso di uscita e rientro. 

Ennesimo rifiuto Il visto di uscita le era stato rifiutato la prima volta nel 2008 dopo l’invito di el Pais per il premio "Ortega y Gasset". Successivamente le è stato impedito di rispondere all’invito del Festival di Internazionale a Ferrara e a quello della Fondazione dell’exs presidente brasiliano Enrique Cardoso per parlare del suo libro "Cuba Libre".

Santoruvo: «Il bacio ad Aurelio? Sulla guancia non sulle labbra»

Corriere della Sera

Il calciatore del Frosinone spiega il gossip sulla rete: «L'immagine inganna. Non scherziamo con le illazioni»



FROSINONE - Frosinone primo in serie B ma un fermo immagine in pure stile gossip che raffigura Santoruvo che bacia sulle labbra il compagno di squadra Aurelio, dopo aver segnato lunedì al Crotone, è diventato un autentico cult sulla rete».

LA DIFESA - Ma quale bacio sulla bocca - taglia corto Santoruvo - l'immagine inganna, ci siamo abbracciati con Aurelio, che è napoletano e non brasiliano come ho visto scritto da qualche parte, perché lui prima della gara mi aveva pronosticato due gol e infatti uno buono me lo hanno pure annullato. Ovvio che nella gioia sono corso a ringraziarlo ma occhio, l'ho baciato sulla guancia, non scherziamo con le illazioni. Pensare ad altro mi viene da ridere, diciamo così, per noi è un grande momento è tutto fa pubblicità«. Eppure il fermo immagine dell'esultanza dopo il gol lascia intendere che tra Santoruvo e Aurelio effettivamente ci sia un bacio. D'altronde precedenti nel calcio non mancano, come quello, diventato famoso tra Claudio Caniggia e Diego Armando Maradona che, nel 1996, entrambi in forza al Boca Juniors dopo il gol messo a segno dall'ex romanista con il Velez Sarsfield. Santoruvo respinge ogni tipo di allusione.

Quali sono stati i commenti dei compagni? »Mi hanno dato del fortunato perchè con Aurelio ora andremo su 'Striscià come è capitato a Cariello nella scorsa stagione dopo il record mondiale di essersi infortunato dopo dodici secondi di gara».


Omofobia, la Camera "stronca" la legge No di Pdl e Udc. Nel Pd è caso Binetti


Roma - L’Aula della Camera ha "affossato" il testo Concia in materia di omofobia. L’Assemblea di Montecitorio ha infatti approvato la questione pregiudiziale avanzata dall’Udc (che ha ritirato l’iniziale richiesta di voto segreto) anche con i voti del Pdl e della Lega. Pd e Idv hanno votato contro.

Approvata con 285 voti a favore La questione pregiudiziale dell’Udc è stata approvata con 285 voti a favore, 222 contrari e 13 astensioni. L’Udc aveva inizialmente chiesto il voto segreto, ma la richiesta è stata ritirata "per coerenza" dal capogruppo Pier Ferdinando Casini dopo che Italo Bocchino del Pdl ha spiegato le ragioni per cui il suo gruppo aveva votato contro il rinvio del testo in commissione. "Questo testo - aveva spiegato Bocchino - rientra tra quelli inseriti all’ordine del giorno dell’Aula in quota all’opposizione; non era giusto che noi con i nostri voti ne determinassimo il ritorno in commissione, visto che l’opposizione stessa non era d’accordo sul mantenimento del testo. Che diritto abbiamo noi di coartare la volontà dell’opposizione". "Se la proposta di legge salta, il governo presenti presto in materia di lotta all’omofobia un testo adeguato a quanto è prescritto in materia dal trattato di Lisbona", ha concluso.

Franceschini: "Dovrebbero vergognarsi" "È una vergogna. Dopo che tanti esponenti della destra si erano detti disponibili a varare norme contro l’omofobia, un tema che non dovrebbe subire l’influenza del diverso colore politico, hanno votato insieme all’Udc per bloccare la legge". Così Dario Franceschini commenta l’atteggiamento in Aula del centrodestra sulla legge contro l’omofobia. "La risposta all’elenco di inqualificabili aggressioni agli omosessuali - ha aggiunto il segretario del Pd - è stata che non si fa la legge. Dovrebbero vergognarsi".

E la Binetti vota contro il Pd
Paola Binetti, unica nel Pd, ha votato contro l’indicazione del suo gruppo parlamentare nell’esame in Aula della legge sull’omofobia. Era in corso il voto sulla richiesta di rinvio in Commissione e sulle pregiudiziali di costituzionalità, il cui accoglimento comporta che il testo sia affossato e non più riproponibile. In tutti e due i casi la "teodem" ha votato diversamente dal suo gruppo. "La formulazione dell’emendamento era ambigua. Il mio voto è in continuità con quello che avevo espresso due anni fa in Senato sullo stesso argomento". Così la deputata del Pd Paola Binetti, risponde ai cronisti in Transatlantico che gli chiedono un commento alla dichiarazioni del segretario del Pd Dario Franceschini che ha giudicato come "un problema" il suo voto.

I dissenzienti del Pdl
Anche nel Pdl ci sono stati voti dissenzienti, in 9 hanno votato contro le pregiudiziali: Bocchino, Urso, Briguglio, Moroni, Perina, Calderisi, Della Vedova, Tortori e Pepe. In 10 si sono astenuti, tra di loro Bongiorno, Vito e Rotondi. Nell’Udc si è astenuto Mantini. Il deputato del Pdl Benedetto Della Vedova spiega di aver votato contro la pregiudiziale di costituzionalità al ddl sull’omofobia, un testo che "andava corretto non affossato", sostiene. "Il fatto che il Pd si sia impuntato - osserva - opponendosi al rinvio in Commissione del disegno di legge sulla cosiddetta omofobia ha reso più semplice l`affossamento del provvedimento. La gestione del Pd è stata demenziale".


L'ira della Concia
"Mi vergogno di far parte di questo Parlamento". Anna Paola Concia esce furibonda dall’aula della Camera, che ha appena bocciato per incostituzionalità la proposta di legge sull’omofobia di cui la deputata Pd era relatrice. Concia ne ha per tutti: il Pdl, che "ha detto bugie"; ma anche per il suo gruppo, che "senza avvertirmi ha cambiato idea e ha votato contro la possibilità di tenere in vita questa legge con il suo ritorno in commissione".

Paolini si dimette da «disturbatore tv»

Corriere della Sera

«Dopo 20mila sabotaggi catodici farò delle dichiarazioni spontanee in tribunale per annunciare la mia intenzione»


MILANO - Per festeggiare i suoi 35 anni Gabriele Paolini - noto disturbatore dei telegiornali nazionali - ha deciso di regalare serenità ai cronisti impegnati nelle dirette dalle piazze romane. «Ho compiuto ben 20mila sabotaggi catodici ai danni dei giornalisti tv - spiega -. Martedì prenderò la parola nel tribunale di Roma per delle dichiarazioni spontanee, durante un processo che mi vede imputato contro la Rai e Mediaset. Espliciterò al giudice e al pubblico ministero la mia decisone di dire stop agli inquinamenti tv».

TESI DI LAUREA - Paolini è diventato un feonomeno sociale, tanto da essere scelto come oggetto di una tesi di laurea. «Mi sono commosso ed emozionato per avere avuto l'onore di ricevere una tesi dedicata al mio personaggio e al mio percorso artistico - ha detto -. L'ha scritta Gabriele Scarponi e il titolo è "L'audience performativa: il caso di Gabriele Paolini". Settanta pagine, discusse al campus di Savona, sede distaccata della facoltà di Scienze della formazione di Genova».


La rivincita dei portaborse Condannata la Carlucci

Corriere della Sera


ROMA — Evviva Celestina! Da oggi tutti i collaboratori degli onorevoli che lavorano in nero, oppure in grigio con stipendi da fame, hanno la loro eroina. Nessuno prima di lei aveva osato tanto: fare causa al deputato datore di lavoro e ottenere un risarcimento. Ma la sentenza con la quale il giudice Michele Forziati ha condannato Gabriella Carlucci a pagare 10.170 euro e 39 centesimi più interessi a Celestina (la chiameremo semplicemente con il nome di battesimo) che per quasi due anni, dal luglio 2004 al giugno 2006, aveva lavorato nella sua segreteria, va ben oltre. Perché stabilisce il principio che tra la parlamentare del Popolo della libertà e la sua assistente «è intercorso un rapporto di lavoro subordinato». Insomma, il classico buco nella diga.


Il caso che, analogamente a quanto è successo
nel mondo del calcio dopo la famosa sentenza Bosman, potrebbe scatenare la rivoluzione dei portaborse, è stato scoperto dalle Iene, che lo racconteranno questa sera su Italia 1. Erano state proprio le Iene, del resto, a far scoppiare lo scandalo degli assistenti parlamentari pagati in nero: un servizio scioccante andato in onda nel marzo del 2007 rivelò che soltanto 54 fra i 683 collaboratori dei 630 deputati con in tasca il tesserino per accedere alla Camera erano in regola. Un vergognoso 8 per cento di mosche bianche. Vergognoso, perché i parlamentari fanno le leggi. Vergognoso, perché ogni deputato, oltre alla propria indennità con annessi e connessi incassa 4.190 euro al mese per i collaboratori: indipendentemente dalla paga che gli dà. Vergognoso, perché alle ripetute inchieste della Iena Filippo Roma e alle denunce che ne sono seguite molti, nel Palazzo, rispondevano con un'alzata di spalle.

Per farla breve, due anni dopo quel terremoto della primavera del 2007 e la minaccia di uno spaventoso giro di vite (che si trasformò in poco più che un buffetto sulla guancia), i collaboratori in regola erano arrivati appena al numero di 194. Su un totale di 516. E gli altri 322? Oltre ai «regolari», il tesserino per l'accesso al parlamento spettava anche a giovani o meno giovani che svolgono «tirocinio formativo», pensionati, o ancora persone che collaborano con i parlamentari «a titolo non oneroso». Altri modi per chiamare lo stesso colore. Anche se il nome e il cognome di un solo deputato che pagasse in nero il proprio portaborse, quello non si era mai saputo. Sospetti tanti, ma certezze assai poche. «Collaboratrice parlamentare non onerosa» era stata classificata anche Celestina.

In realtà, secondo quanto ha scritto il suo avvocato, Gabriella Carlucci le dava all'inizio 500 euro al mese, poi 1.000 euro dal settembre del 2004 al giugno 2006. «Retribuzione», ha specificato nel ricorso, «che le veniva erogata direttamente» dalla parlamentare. Senza che però, ha precisato, fosse stato mai «sottoscritto né visionato alcun contratto» né fosse stato stipulato «alcun accordo formale». Ma quali erano i compiti che Celestina aveva nella segreteria di Gabriella Carlucci presso la sede di Forza Italia in via dell'Umiltà a Roma?

Nel ricorso il legale ha spiegato che programmava la giornata della parlamentare, le organizzava gli appuntamenti «relativi all'attività nel settore dello spettacolo, principalmente contatti con la redazione e la produzione della trasmissione televisiva Melaverde», prenotava gli alberghi e i biglietti aerei, rispondeva al telefono, seguiva le iniziative di legge, la campagna elettorale e il collegio pugliese dove era stata eletta, e coordinava gli altri addetti alla segreteria. Ricostruzione che il giudice non ha messo in discussione, avendo ascoltato le testimonianze rese da una quindicina di persone, fra cui pure alcuni «stagisti» occupati negli uffici del partito di Silvio Berlusconi.

A suffragio della tesi che «le mansioni assegnate» alla collaboratrice «possono agevolmente ricondursi a quelle di una vera a propria segretaria personale ed inquadrate nel livello terzo di cui al contratto collettivo nazionale per i dipendenti di studi professionali», la sentenza cita poi diffusamente anche le dettagliate disposizioni che Gabriella Carlucci impartiva via mail alla sua assistente. Del tipo: «Dare a mio cognato la mail di Caldoro viceministro della pubblica istruzione... Avverti Manzi che sono a Trani... Manda il progetto di Borgia a Genchi per Fitto... Mi serve il testo che hai mandato al sottosegretario Cota... Richiama per conferma Bettamio... Fai avere a Dilascuo, Armao, Monaci il calendario della commissione... Cerca lo spettacolo di Paolo Poli, ti ricordo che Bondi vuole andare il 22 o il 23 insieme alle Marinelle... Devo entro questa sera parlare con Bud Spencer...»

Sergio Rizzo

Bacio saffico, ragazze picchiate da maghrebini

di Redazione


Padova - Due donne, una brasiliana di 19 anni e un’italiana di 37, sentimentalmente legate, hanno raccontato alla polizia di Padova di essere state insultate perchè si scambiavano effusioni, da un paio di stranieri, magrebini, uno dei quali avrebbe dato una spinta alla diciannovenne facendola cadere. La polizia è intervenuta dopo che al 113 era giunta la segnalazione di una ragazza aggredita sul lungargine del Pioveco, in città. Giunti sul posto, gli agenti hanno trovato le due giovani, una brasiliana di 19 anni e un’italiana di 37. La prima piangeva, mentre la seconda ha raccontato agli agenti che due magrebini, dopo averle viste mentre si scambiavano effusioni, le avevano insultate e poi uno dei due aveva dato una spinta alla diciannovenne, facendola cadere dalla bici. Come riferisce la polizia, un testimone ha raccontato invece agli agenti di aver visto le due ragazze litigare. Entrambe sono state portate al pronto soccorso con un’autoambulanza ma poi la 19enne ha deciso di non sottoporsi alla visita medica e di non sporgere denuncia. Nonostante le ricerche della polizia, i due magrebini non sono stati rintracciati.

Veltroni ospite di Fazio Uso privato della tv pubblica

di Francesco Cramer

Roma - Su Noi, «essi» hanno dato vita a uno strepitoso show. La Rai siete «voi», cioè «noi», ma a goderne sono spesso «loro», in questo caso «lui»: Walter Veltroni. Il mieloso spot veltroniano, andato in onda domenica sera a Che tempo che fa, è il festival del «Io», «Tu», «Egli». Un guazzabuglio di pronomi, tutto funzionale alla réclame dell’ultima fatica editoriale di Uòlter: Noi, appunto. Le domande del conduttore Fabio Fazio inchiodano l’ospite: «Posso chiederle?», «“Lei” teme che possa succedere qualcosa di grave?», «“Lei” prefigura un futuro con “Ego”?», «Chi siamo “noi”? “Lei” lo contrappone all’“io” e all’“Ego”, “noi” e “loro”. Insomma, chi siamo?». Tutto chiaro, no? Ma soprattutto irriverente e graffiante. E l’altro a risponder“gli”: «In questa stagione deve prevalere il “noi” e non l’“io”. Molti di “noi” parlano con l’“io”». Ma «noi» chi? «Noi» di sinistra, ammette. Quindi «loro». Mah. 

Dopo Giulia Maria Crespi e il suo Fai, sfila Veltroni sugli schermi della Rai. Torna là, Walter, negli stessi studi dove promise a milioni di italiani (2006) che «lui» avrebbe concluso la sua carriera politica e si sarebbe occupato di Africa. E «noi» e «voi» a credergli. «Lui» no, nemmeno per un secondo. Super il «loro» esordio: «Perché non è andato alla convention del Pd?», chiede l’uno. «Pensavo fosse giusto si sviluppasse una dialettica nuova», risponde l’altro. E «noi» non abbiamo mica capito cosa volesse dire. «Vero che ha lasciato la segreteria del Pd con dolore?», incalza l’uno.
E l’altro si loda: «Sono stato l’unico a far vedere che è possibile andarsene senza sbattere la porta, senza andare sull’Aventino, senza insultare nessuno». Anche se un sassolino... «Grande dolore, sì, grande sensazione di ingiustizia». 

In sintesi: «Ho dovuto scegliere tra l’“io” e il “noi”». «Ha già pensato per chi voterà al congresso?», domanda difficile, scomoda, irriverente, di pungolo. «Ma lo sanno tutti per chi voterò: grande fiducia e stima in Franceschini. Ha virtù rare in politiche: la lealtà». Della serie: Dario è uno che se promettesse in tv di lasciare la politica lo farebbe per davvero. Dopo il tifo per il suo pupillo Dario, ultime pillole politiche, prima di parlare di Noi, cioè di «loro», o meglio di «lui» e di «noi», minuscoli, di destra, cattivi: «L’Italia vive un periodo nero, c’è sfilacciamento, crisi, odio, violenza verbale e non, è un Paese sempre uguale, e serve una stagione nuova di riformismo, come negli Usa». Manca l’Obama, insomma. E manca anche, dice: «Una vocazione maggioritaria perché non serve un’alleanza con dozzine di partiti se poi non riesci a portare via i rifiuti di Napoli». E qui siamo d’accordo pure «noi». E poi si torna a parlare di Noi, ossia di «loro» e di «lui». Dal libro Noi emerge che «noi» viviamo in una stagione in cui prevale l’“io” e non il “noi”. 

E che “noi”, nel senso di destra, siamo diventati minoranza. Già, perché «c’è una maggioranza civile che s’è stufata di Berlusconi ma anche del grillismo e del dipietrismo». Per esser chiari, «l’“io” di oggi è ipertrofico, fragile, non c’è nulla di collettivo, è un “io” impaurito mentre il “noi” è garanzia di sicurezza». «Noi» e «voi» abbiamo capito poco. Soltanto un paio di cose: che Noi forse è un buon libro ma che «lui» s’è fatto una bella pubblicità gratis davanti a tre milioni ottocentonovantaquattromila spettatori (15,40% di share). «Noi» e «voi» abbiamo capito altresì che se un Fazio di destra (che non si vedrà mai nella Rai del «regime berlusconiano») facesse una buona mezz’ora di pubblicità all’ultimo volume di un Gasparri o di un Bondi qualsiasi, l’Usigrai protesterebbe, Nanni Moretti organizzerebbe un girotondo a viale Mazzini, Santoro ci monterebbe su un bell’Annozero, Sonia Alfano firmerebbe una mozione all’Europarlamento, Repubblica raccoglierebbe le firme per l’appello «Il libro? Non lo vendeRai».




L’ultimo ebreo di Kabul: whisky, Torà e ricordi

Corriere della Sera


Ultimo superstite della comunità, vive nella sinagoga. Fu sospettato di avere avvelenato il «penultimo» ebreo

dal nostro inviato  LORENZO CREMONESI


KABUL — Una versione ebraica della classica storiella del naufrago sull’isola deserta racconta di un rabbino particolarmente intraprendente. È solo, in mezzo al mare. Ma presto si organizza per pescare, raccogliere acqua piovana, coltiva persino la terra. Alla fine costruisce due sinagoghe. «Come mai due?», gli chiederanno incuriositi i salvatori, anni dopo. Risposta: «Perché nella seconda io non metterò mai piede».

A Kabul la sinagoga è solo una. Si trova in una via del centro, la cosiddetta Flowers Street. Un edificio fatiscente, il cortile invaso da macerie, i muri percorsi da crepe profonde, le finestre rotte. La sinagoga sta al secondo piano e nella stanzetta sul ballatoio vive Zebulun Simentov. «L’ultimo ebreo di Kabul», lo definiscono i giornalisti locali e stranieri che occasionalmente vengono a trovarlo. La storiella del naufrago gli calza a pennello per il solo fatto che con Isaac Levy, fino alla sua morte nel 2005 il penultimo ebreo di Kabul, litigavano come cane e gatto. «Levy non era neppure ebreo, negli ultimi anni si era convertito all’Islam», farfuglia adesso Simentov, a testimonianza dei vecchi livori.

Un personaggio che sembra uscito da un classico di Dostoevskij, compresa la parodia degli stereotipi antisemiti. A chi lo va a intervistare chiede subito dollari in contanti, «non moneta afghana che non vale nulla», e come minimo due bottiglie di whisky. «Ma di marca, se possibile Johnnie Walker, lo trovi agli spacci della Nato», insiste. E aggiunge con tutti i reporter: «Tu guadagni da questa intervista. Perché non ci posso ricavare anch’io qualche cosa?».

Ama provocare, è sospettoso della sua ombra. Anche per visitare la sinagoga polverosa, con pochi e vecchi libri di preghiera ebraici accatastati in un armadio a muro, occorre promettere un’offerta. Ma non è difficile capire che Simentov recita una parte. Gli piace essere la macchietta di se stesso, sino a risultare simpatico. Barba incolta, pochi capelli unti e biancastri sotto la kippà nera, camicia coperta di macchie, ciabatte sfondate, passa i pomeriggi con gli amici afghani musulmani del periodo comunista a bere superalcolici e sgranocchiare pistacchi.

Dice di osservare rigorosamente i dettami della Kasherut. «Uccido io stesso gli animali che mangio, soprattutto polli e rispetto le regole della macellazione religiosa», dice, indicando un coltellaccio sporco di sangue. Non sa l’ebraico, se non poche sbiascicate parole delle preghiere. Parla in dari.

Su una finestrella ha appese alcune pagine di un giornale della comunità Lubavitch di New York. «Ogni tanto mi aiutano. Inviano qual­che soldo e a volte scatole di matzot (il pane azzimo per celebrare le feste, ndr.). In cambio prego per loro».

Dovrebbe essere nato nel 1959. Cin­quant’anni portati decisamente male. Ma aiu­ta dirgli che sta benissimo e sembra più giova­ne. Se lo si mette di buon umore il suo raccon­to diventa uno spaccato affascinante della sto­ria della comunità ebraica afghana. Si narra sia antica di oltre 2.500 anni, che risalga ai tempi del primo esilio babilonese. «Allora i miei avi erano più di 40.000, tanti a Ghazni e nelle provincie occidentali. Me lo dicevano anche i nostri vecchi che custodivano il cimi­tero ebraico di Herat, vicino alla casa dove so­no nato», ricorda. Nel 1951, tre anni dopo la nascita di Israele, la maggioranza dei circa 5.000 ebrei locali emigra. Nel 1969 sono rima­sti meno di 300, per lo più a Kabul, dove or­mai vive anche Simentov. L’ultimo esodo arri­va 10 anni dopo, con l’invasione sovietica. «Nel 1992, con l’inasprirsi della guerra civile tra milizie, eravamo rimasti in 10», continua.

Lui possedeva un negozio di tappeti. «Com­merciavo con tutto il mondo, ne vendevo tan­ti anche a Milano. È stato il mio ultimo vero lavoro», dice con nostalgia e senza nasconde­re le sue simpatie per il governo filocomuni­sta del presidente Najibullah, più tardi castra­to e ucciso dalle squadracce talebane, che ne appesero il cadavere insanguinato ad un palo nel centro di Kabul. Lui comunque fugge in Tajikistan, dove sposa Leah, una ragazza della comunità ebrai­ca locale. Hanno due figlie: Shoshanna e Ra­chel.

La scelta di trasferirsi con la famiglia in Israele arriva nel 1998. Sembrerebbe il punto di arrivo, la fine delle sue peregrinazioni tra i capitoli più cruenti della storia dell’Afghani­stan contemporaneo. Ma non è così. Siman­tov non si trova bene nella patria del sionismo realizzato. «Problemi personali. Mi mancava Kabul», si limita a commentare abbassando lo sguardo. Così, dopo solo due mesi, lascia la fa­miglia e torna in Afghanistan. Solo? Non proprio. Il titolo di «ultimo ebreo di Kabul» se lo contende con Levy. I due non si possono letteralmente vedere. Litigano per la custodia di un volume della Torà e altri testi antichi centinaia d’anni. Si accusano a vicenda di essere «blasfemi e convertiti», di voler ven­dere in segreto lo stabile della sinagoga. Spes­so i vicini devono intervenire per dividerli.

È il periodo della folle dittatura teocratica talebana in nome dell’Islam più oltranzista. Per i due ebrei sarebbe meglio mantenere il profilo più basso possibile. Invece i loro alterchi sono di dominio pubblico. Sino a che Levy va dai tale­bani per denunciare il correligionario di voler «rubare la Torà». In un attimo intervengono le «squadre contro il vizio per la moralità». Li ar­restano entrambi, li picchiano, li tengono in cella a pane ed acqua per un paio di settimane. Soprattutto sequestrano la Torà assieme a di­versi altri libri. Non saranno mai più resi. «Conosco il ladro. Al momento si trova an­cora nelle celle di Guantánamo», dice oggi Si­mantov, senza rivelarne il nome. In ogni caso, neppure questo servirà a calmare il loro odio reciproco. Tanto che nel 2005, quando Levy or­mai ottantenne muore a Kabul ed è sepolto in Israele, Simantov viene per qualche tempo so­spettato dalla polizia di averlo avvelenato. Og­gi è stato totalmente scagionato. «L’autopsia ha appurato che quello là è morto per proble­mi di circolazione», sottolinea.


I suoi timori sono invece per il futuro. «Guai se tornassero i talebani. Sono cattivi, fa­natici. Sarebbe un male per tutti», afferma con un lampo di paura negli occhi. E che devono fare le forze Nato? «Restare. Combattere i tale­bani. Se partissero qui scoppierebbe subito la guerra civile e le milizie del Mullah Omar sa­rebbero a Kabul in poche ore. Ma soprattutto aiutino la crescita delle nostre forze di sicurez­za nazionali. Ci vuole un forte esercito afgha­no e 80.000 poliziotti sono troppo pochi».

Scontro India-Albania per i resti di Madre Teresa

Nuova Delhi - I resti di madre Teresa di Calcutta non saranno trasferiti in Albania, come richiesto da Tirana, ma resteranno nel cortile della sede centrale delle Missionarie della Carità a Kolkata (Stato indiano del West Bengala), dove attualmente sono sepolti. Lo scrive il quotidiano Indian Express. Citando un portavoce del ministero degli Esteri indiano, il giornale indica che la proposta del premier albanese Sali Berisha di riportare in Albania le spoglie della Premio Nobel per la Pace 1979, in occasione del centenario della sua nascita, é destinata a non avere esito.

Resterà in India Al riguardo il portavoce del ministero degli Esteri a New Delhi, Vishnu Prakash, ha sostenuto che "madre Teresa era cittadina indiana e resterà nel suo paese, nella sua patria. La questione di restituire (all'Albania) i suoi resti non si pone neppure". Madre Teresa, di origine albanese e nata il 26 agosto 1910 con il nome di Agnesë Gonxhe Bojaxhiu, si trasferì nel 1929 in India, prendendo la nazionalità di questo paese, per cominciare un intenso lavoro a favore dei poveri. Dopo le dichiarazioni di Berisha, le Missionarie della carità e i responsabili della Conferenza episcopale indiana avevano chiesto di essere consultati prima che il governo centrale assumesse una qualunque iniziativa riguardante il trasferimento del corpo di madre Teresa a Tirana. Ma apparentemente il no del governo centrale ha chiuso la questione.



Il bambino «troppo amato» Processo a mamma e nonni

Corriere della Sera


L'accusa: parenti iperprotettivi verso un dodicenne

DAL NOSTRO INVIATO

FERRARA — Processati per troppo amore: un amore ritenuto sbagliato, insano. Processati per aver costruito attorno a un bambino e alla sua infanzia una gabbia soffocante fatta di divieti, obblighi, paure che sono sembrate incomprensibili. Una madre e due nonni, di questo, dovranno rispondere davanti a un Tribunale. Di aver alzato un muro tra Luca (lo chiameremo così), che ora ha dodici anni, e il resto del mondo, il mondo dei piccoli. Facendogli del male. Condizionando negativamente il suo sviluppo psicofisico. Isolandolo. Una violenza a tutti gli effetti, secondo l'accusa. E infatti il capo d'imputazione, per il quale la madre e i nonni sono comparsi ieri davanti ai giudici di Ferrara, parla di «maltrattamenti aggravati»: di una «iperprotettività» capace di fare più danni di botte e insulti.

È la seconda volta che la storia di Luca sbarca in tribunale: già nel 2004, per gli stessi motivi e con le medesime accuse, la madre e il nonno furono condannati a un anno e due mesi con rito abbreviato. Ora il copione rischia di ripetersi: con l'aggiunta della nonna, pure lei sotto processo. È una vita subito in salita quella di Luca. I genitori si separano pochi mesi dopo la sua nascita. Rottura burrascosa. Il padre, un commercialista, va a vivere in Lombardia. La madre si trasferisce con il piccolo nell'abitazione dei nonni materni, alle porte di Ferrara. I rapporti tra gli ex coniugi prendono subito una bruttissima piega. Il marito, pur provvedendo agli alimenti, è di fatto completamente escluso dalla vita del figlio.

«L'ostacolo principale — afferma l'avvocato Andrea Marzola, che nel processo cura gli interessi del ragazzino — è sempre stata la figura del nonno: autoritario, con un notevole ascendente sulla madre del bimbo, è lui che non ha mai voluto che ci fossero contatti tra il nipote e il genitore». Il padre però non si dà per vinto. Si rivolge agli assistenti dei servizi sociali di Ferrara, chiede aiuto e denuncia l'ex moglie e i nonni per maltrattamenti. Ed è così che emergono i primi inquietanti particolari sull'infanzia di Luca.

Racconta l'avvocato Marzola: «La madre e i nonni avevano alzato un muro attorno al ragazzino. Non poteva frequentare amici. Non poteva andare in parrocchia. Non praticava sport. Andava a scuola, sì, ma solo le ore strettamente necessarie, d'obbligo: nessuna attività facoltativa, niente ginnastica con gli altri bambini. Un isolato, insomma...». Con conseguenze nefaste per il suo sviluppo psicofisico: «In prima elementare — prosegue il legale — la maestra notò che faceva addirittura fatica a salire le scale. Non sapeva correre. Aveva la capacità motoria di un bambino di tre anni. Altro particolare che la colpì fu il fatto che il bimbo arrivava a scuola con la merenda già divisa in tanti piccoli bocconi...». I giudici, siamo nel 2004, condannano la madre e il nonno ad un anno e due mesi sulla base delle relazioni dei servizi sociali (sentenza ora in appello).

Cinque anni dopo, la storia si ripete. Anche stavolta il processo nasce da una denuncia del padre, che, come afferma il suo avvocato, Henrich Stove, «da ormai 9 anni non vede il figlio». Il sospetto dell'uomo è che i maltrattamenti proseguano. L'avvocato (e senatore pdl) Alberto Balboni, che difende la madre e i due nonni, è invece fiducioso: «Rispetto al processo del 2004, la situazione è migliorata: il ragazzino frequenta con buoni risultati la scuola, va in parrocchia, vede qualche amico. Il vero problema sono i rapporti tra gli ex coniugi: il figlio ha bisogno di loro, di tutti e due...».

Francesco Alberti

Se la sinistra insulta il Colle nessuno grida allo scandalo

di Redazione

Roma

E va bene che lo han fatto santo subito, a furor di popolo democrat, ma è mai possibile che non si possa più dir nulla sul presidente Giorgio Napolitano, non dico sparargli a pallettoni (nel senso metaforico, s’intende) ma nemmeno pronunciarne il nome invano, senza rischiare l’anatema e il rogo degli eretici? Un muro di turiboli e altari s’è improvvisamente innalzato a sinistra ma anche da bastioni di destra, per proteggere non solo dalle critiche ma persino dalle crude notizie e finanche dagli sbuffi che salgono dal basso. Evviva la sacralità delle istituzioni, democratiche ovviamente, ma vi pare che se un giornalista s’azzarda a scrivere dei passi più o meno falsi e più o meno vellutati compiuti sul Colle, scattino le accuse di sacrilegio, attentato alla democrazia e regicidio? Passi per i politici e anche per il premier che corrono i rischi del loro mestiere, ma in barba alla libertà di stampa i defensor fidei son pronti alla crociata. Sinistra in prima fila, come le tricoteuses sotto la ghigliottina. Ma solo questo capo dello Stato è santo, sacro e intoccabile. Perché lor signori hanno già dimenticato quante ne han dette e fatte all’indirizzo di Francesco Cossiga o di Giovanni Leone.

Di certo è bizzarra, se non inquietante, questa levata di scudi e di sepolcri imbiancati impegnata a lapidare chiunque osi aprir bocca, più ancora che a difendere l’onore di Napolitano. Perfino Tonino Di Pietro s’è scoperto senza peccato e ora invoca «basta critiche», lui che sferzava il Colle con accuse di viltà e silenzi mafiosi. Non c’è più pudore signora mia, e va bene che Sant’Antonio Abate secondo la tradizione popolare s’era innamorato del porcello che nelle icone gli sta sempre al fianco, ma questa sinistra nostrana non potrebbe essere più cauta negli innamoramenti e nelle canonizzazioni, o almeno più sobria nello scatenar la caccia alle streghe? Nemmeno se su questo giornale qualcuno avesse scritto che Giorgio Napolitano ha chiesto scusa con troppi anni di ritardo, per aver benedetto nel 1956 i carri armati sovietici in Ungheria. O che non ha ancora ammesso l’errore di aver strenuamente lottato contro l’installazione degli euromissili a Comiso vent’anni fa.

Che cosa sia stato scritto di così offensivo e dissacrante sul Quirinale in questi giorni, lo sanno solo Di Pietro e Rosy Bindi. Ma certo è da far rivoltare nella tomba Giovanni Leone, costretto a dimettersi come un ladro, su richiesta esplicita del Pci non ancora Pds, Ds, Pd, nel giugno 1978. Lo stavano massacrando da tre anni, anche allora l’Espresso e l’Unità andavano come carri armati, Camilla Cederna che guidava la campagna era venerata come la pulzella d’Orleans. Usciva di tutto, contro quel grande e mite avvocato. Non solo che era lui l’Antelope Cobbler che aveva intascato le tangenti della Lockheed, cosa che poi si rivelò del tutto infondata, ma pure dossier dei servizi segreti sulla moglie.

Per non dire dei figli, descritti come dissipatori e gaudenti, rampolli che avevano trasformato il Quirinale in un palazzo di festini e bagordi. Un mare di menzogne e di infamie che ha distrutto un uomo e la sua famiglia. Il suo partito, la Dc, non lo difese e non gli diede nemmeno la possibilità di difendersi. Furono i figli a querelare la Cederna, che fu infine condannata. Troppo tardi per Leone, però. L’onore glielo hanno ridato il 3 novembre del ’98, quando compiva i 90 anni, in una solenne cerimonia a Palazzo Giustiniani. Pannella e la Bonino gli chiesero pubblicamente scusa, per gli attacchi di vent’anni prima. Il Pci non c’era più, come la Cederna, morta un anno prima. Ma non risulta chel’Espresso e l’Unità abbiano fatto ammenda.

E Cossiga, vogliamo dimenticare Cossiga? Ma se lo volevano addirittura processare in Parlamento! Agli atti c’è ancora il dossier con tutte le «denunce» a sua carico, presentate in prima fila dagli onorevoli Nando Dalla Chiesa, Sergio Garavini e Ugo Pecchioli. E indovinate da chi è firmata la proposta di messa in stato di accusa «per attentato alla Costituzione» presentata il 28 gennaio 1992? Dal deputato Anna Finocchiaro Fidelbo. Sinistra Dc e Pci/Pds davano al presidente Cossiga del «bugiardo» perché difendeva Gladio, «infame» perché non copriva le colpe di Togliatti sui nostri imprigionati in Russia, «demagogo» perché parlava, e «da affidare a cure psichiatriche» perché non obbediva. Altro, che santo subito.

Tarsu, niente sconto dal Comune

Corriere del Mezzogiorno

Bocciato l’aumento del fondo per sgravare i contribuenti più poveri. E i dirigenti delle miste non rivelano i loro stipendi

NAPOLI — Il centrosini­stra ha bocciato gli sgravi sul­la Tarsu. Il Consiglio comuna­le di Napoli, chiamato a vota­re la manovra di riequilibrio di bilancio (la seduta è stata riaggiornata a stamattina), ha infatti detto no all’aumen­to del fondo destinato alle fa­miglie più povere per solle­varle — seppure parzialmen­te — dal pagamento della tas­sa sui rifiuti; fondo che quin­di rimarrà fermo a 2 milioni e mezzo contro i 10 milioni che venivano chiesti in Con­siglio da molti consiglieri con un coro bipartizan. La proposta era stata avan­zata dal Pdl con un ordine del giorno sostenuto anche da Pdci, da Idv e da Carlo Mi­gliaccio del Gruppo misto. Ma la giunta ha detto no. Niente tagli alla tassa sui ri­fiuti, insomma, e la Tarsu ri­marrà altissima. Indipenden­temente dal quartiere in cui si abita, con aumenti del 60 per cento che in questi gior­ni già si contano nelle cartel­le di pagamento che stanno giungendo nelle case dei na­poletani. «Non possiamo ipo­tizzare una cifra ulteriore da destinare agli sgravi», ha spiegato all’aula Rosa Russo Iervolino, perché a suo avvi­so «mancano gli elementi per poterla quantificare». Il centrosinistra aveva presen­tato un emendamento all’or­dine del giorno in questione che impegnava «la giunta ad incrementare il massimo possibile in sede di assesta­mento di Bilancio le risorse a favore dei contribuenti me­no abbienti, con particolare attenzione ai cittadini di Chiaiano, che sopportano specifici danni ambientali per la gestione del ciclo inte­grato dei rifiuti». Ma il docu­mento è stato respinto. «Co­sì come era formulata — ha detto l’assessore al Bilancio, Riccardo Realfonzo — la pro­posta non poteva essere ac­cettata. Ci siamo però impe­gnati ad incrementare le ri­sorse al massimo possibile». E così, al centro delle pole­miche ci finisce proprio Real­fonzo, che da parte sua ha sempre sostenuto come l’au­mento della Tarsu fosse «at­tribuibile al governo che ci ha imposto di coprire il cen­to per cento della spesa per i rifiuti». In realtà, il governo ha solo fatto sapere che, ter­minata l’emergenza rifiuti in Campania, i Comuni devono farsi carico dell’intero costo del ciclo dei rifiuti. Ma non ha mai sostenuto che l’intero costo dovesse ricadere sui cittadini. Da qui, le tensioni, altissime, di ieri in aula. E sempre Riccardo Realfonzo, a proposito del costo dei diri­genti delle società controlla­te dal Comune, ha fatto sape­re di aver scritto «una lettera a tutte le amministrazioni delle società partecipate — sono 17 — affinché mi faces­sero una relazione sui com­pensi dei loro dirigenti. Ma finora ho ricevuto solo po­chissime risposte». Insomma, per Realfonzo ri­sulta difficile sapere quanto le società cotrollate (la dele­ga è la sua) spendano per gli stipendi dei dirigenti che, a differenza dei consiglieri di amministrazione delle stesse società, non sono obbligati dalla legge Brunetta in mate­ria di trasparenza a rendere pubblici i loro emolumenti. Questo perché formalmente i compensi derivano da con­tratti di diritto privato, dun­que non vige lo stesso obbli­go di trasparenza che la leg­ge impone ai dirigenti pub­blici. Nei giorni scorsi l'argo­mento era venuto alla ribalta quando l’ex assessore al Bi­lancio, Salvatore Varriale, aveva sostenuto in una nota: «Mi giunge notizia che la re­tribuzione di Balzamo, diret­tore generale di Napoli Servi­zi, sfiorerebbe i 300 mila eu­ro l’anno». Immediata e pic­cata la replica di Balzamo sui suoi compensi: «Certamente non lo faccio sapere al mio vi­cino di casa attraverso un giornale. Volesse il cielo gua­dagnassi quanto dice Varria­le ». Ieri la vicenda è stata ripre­sa in consiglio comunale da Raffaele Carotenuto, capo­gruppo di Rifondazione, che già nell'ultima seduta di con­siglio comunale aveva solle­vato il problema cercando di sapere quanti e quali fossero i dirigenti delle società parte­cipate del Comune, e quanto percepissero per il loro inca­rico.

Paolo Cuozzo

Milano, trovati cento chili di esplosivo Fermati due presunti complici di Game

Corriere della Sera

erano accatastati in un appartamento nella zona di via Tommaso Gulli

Sono un libico e un egiziano. Lunedì un ordigno è esploso davanti alla caserma S. Barbara in piazza Perrucchetti


MILANO - Svolta nelle indagini sull'attentato alla caserma Santa Barbara in piazzale Perrucchetti a Milano. Nella notte sono stati fermati due presunti complici di Mohamed Game, un libico e un egiziano, e la Digos ha trovato un'ingente quantità di esplosivo, circa cento chili: sarebbe nitrato di ammonio, un concime che se combinato con altri materiali può dare vita a miscele esplosive. Era accatastato negli appartamenti dei due uomini fermati martedì mattina, nella zona di via Tommaso Gulli, che tra l'altro non è distante da piazzale Perrucchetti.

ESPLOSIVO - I due presunti complici di Game, fermati dagli uomini della squadra mobile coordinati dal pm Maurizio Romanelli, avrebbero accompagnato il libico ad acquistare il concime. I fermi sono avvenuti dopo che la polizia ha ascoltato parenti e amici del 34enne accusato di detenzione, porto abusivo e fabbricazione di esplosivi. Il pm Romanelli, titolare dell'inchiesta sull'attentato, oggi dovrebbe inoltrare al gip la richiesta di convalida del suo arresto.


Shaari: «Veniva a pregare, come tanti»

L'attentatore libico frequentava la moschea, ma senza farsi notare. L'ultima volta al Ciak per il Ramadan

MILANO - «Un libico che bazzicava un po' dappertutto, è venuto a pregare anche da noi, come migliaia di altre persone, ma non è che ci sia una conoscenza approfondita». Abdel Hamid Shaari, di origini libiche, presidente dell'Istituto islamico milanese di viale Jenner, ha detto di aver incontrato una volta Mohammed Game, l'attentatore di 35 anni, come lui di origine libica, che ha fatto esplodere un ordigno all'ingresso della caserma dell'esercito di via Perucchetti a Milano. «Lo conoscevo di vista - spiega Shaari -: una volta era venuto a presentarsi e avevamo fatto una chiacchierata, poi capitava che venisse a pregare, ma andava anche da altre parti. Veniva a pregare e poi se ne andava, non è che stava qui a fare comizi, come altre migliaia che vengono, pregano e se ne vanno».

«NON E' UN INTEGRALISTA» - Le ultime volte che Game è stato visto partecipare alla preghiera, «una ventina di giorni fa», ricorda ancora Shaari, è stato «per gli ultimi giorni del Ramadan, per la preghiera notturna, al teatro Ciak, ma c'erano migliaia di persone». Secondo Shaari, l'aspetto esteriore del libico non faceva pensare a un integralista. «Veste all'occidentale - spiega - e ha una barba molto corta». L'uomo a quanto pare non dava grandi confidenze e in ogni caso nulla lasciava sospettare che pianificasse un gesto di questo tipo. «Se avessimo intuito qualcosa - dice Shaari - avremmo subito denunciato e comunque siamo sempre a disposizione per aiutare nelle indagini». Shaari non ha saputo fornire ulteriori dettagli né sul lavoro né sulla vita privata dell'uomo, se non che la moglie italiana aveva già avuto figli da una precedente relazione. «Anche questo - spiega - non fa pensare a un mussulmano molto ortodosso». La motivazione religiosa, secondo Shaari, potrebbe dunque essere una fra le tante. «Ci sono anche persone che compiono gesti eclatanti magari per la mancanza di un lavoro - dice -, o per la disperazione di una vita difficile».

CONDANNA DELLA VIOLENZA - Il presidente del centro islamico esprime ferma condanna per il gesto: «Qualsiasi tipo di violenza, di qualunque marchio essa sia, è condannabile. Noi, come comunità islamica, rifiutiamo nella maniera più assoluta, questi gesti». Shaari non esclude possa essersi trattato del gesto di «un pazzo». Quanto alla nazionalità dell'attentatore Shaari, egli stesso di origini libiche, si dice «sorpreso». «Siamo talmente pochi qui a Milano - spiega - un centinaio, al massimo duecento».



Napolitano scrive, Feltri risponde

di Redazione

Caro Presidente, non era e non è mia intenzione giocare con le parole. Nel mio articolo di ricostruzione dei fatti, non ho accennato a «patti stipulati» come invece si legge nel suo comunicato di risposta. Ho scritto una cosa molto diversa: «patto fra gentiluomini». Che non significa contratto con tanto di firme e timbri, bensì accordo fra persone perbene che non ha bisogno dei crismi dell’ufficialità. E proprio di questo si è trattato. Lo si evince anche dalle ultime quattro righe del suo stesso comunicato: «La collaborazione fra gli uffici della Presidenza e dei Ministri competenti è parte di una prassi da lungo tempo consolidata di semplice consultazione e leale cooperazione...».

Nel caso specifico è stata una cooperazione molto intensa, tanto è vero che alla stesura del testo ha partecipato attivamente il suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, già capo di gabinetto del ministro Diliberto (Grazia e giustizia), il quale non penso abbia agito senza informarla su quanto andava facendo per rendere approvabile il Lodo.
D’altronde codesta Presidenza ha accompagnato la legge con una nota in cui si rammentava che il provvedimento teneva conto delle osservazioni e delle correzioni suggerite dalla Consulta. E ciò nella sostanza confermava la volontà del Quirinale di predisporre la «pratica» affinché non incontrasse ostacoli per l’approvazione dei giudici, senza per questo violare l’indipendenza della Corte. La quale in effetti ha preso una decisione contraria rispetto alle attese di chi aveva cooperato alla stesura della norma, cioè il ministro Alfano e il Quirinale che avevano lavorato - ripeto - di concerto.

A questo punto non è difficile concludere che la Consulta non ha accolto il parere della Presidenza, e che il governo - dopo aver collaborato invano con la più alta istituzione allo scopo di non avere brutte sorprese - è rimasto col cerino in mano.
Gli sconfitti dunque sono due: il premier e lei, Presidente.


Pansa: sì, è ora di fermarsi Sento aria di anni Settanta

Corriere della Sera

«Come allora ci sono due blocchi che si odiano, cattivi maestri e firmaioli»

«Sottoscrivo dalla prima riga all'ultima l'editoriale di Ferruccio de Bortoli, e anche la sua replica a Eugenio Scalfari e Marco Travaglio. È il momento di fermarci. Di stabilire una tregua. Nel Paese, e anche tra i giornali».

Perché ne è convinto, Giampaolo Pansa? «Perché l'aria che sento circolare in Italia mi ricorda molto quella dell'inizio degli anni '70. Non dico sia la stessa. Però, come i vecchi cani da caccia, vengo messo in allarme. Perché, essendo abbastanza anziano, rammento quel che ho visto allora».

A cosa si riferisce in particolare? «Autunno 1970. A Genova nasce una banda rossa, la XXII ottobre, che rapisce Sergio Gadolla, figlio di un imprenditore, per averne un riscatto. Marzo 1971: la stessa banda di Genova uccide un fattorino, Alessandro Floris, nel corso di una rapina. Nel maggio 1972 a Milano, tanto per ricordarlo, viene assassinato il commissario Luigi Calabresi. Nel 1973 le Br, che l'anno prima hanno rapito e fotografato con una pistola alla guancia il capo del personale della Sit Siemens, compiono altri sequestri-lampo e appiccano incendi nelle fabbriche milanesi. Il primo sequestro di lunga durata è del 1974: Mario Sossi resta nel carcere brigatista per un mese. Sempre nel 1974, a Padova, le Br uccidono due persone nella sede del Msi… Sono cose che ho seguito di persona, come cronista della Stampa di Ronchey e del Corriere della Sera di Ottone».

È sicuro di non sentire la suggestione di un passato che ci pare sempre destinato a ripetersi? «Il vissuto, come ci insegna l'esistenza, ti torna sempre in mente, se non sei portato al black-out, alla rimozione. Tocchi pure ferro. Ma nell'Italia di oggi ritrovo cinque situazioni identiche ad allora. Il Paese è diviso in due blocchi che si odiano, si scomunicano a vicenda, si combattono senza esclusioni di colpi. Vedo in giro molto pregiudizio, cose gridate senza riscontri, condanne morali pronunciate senza autorità. Personalmente mi sono già vaccinato da solo: quando sono usciti i miei libri revisionisti, la sinistra mi ha subito dato del fascista, senza aver nemmeno letto nulla di quello che scrivevo. Ma se allarghiamo le nostre vicende personali, e le collochiamo nel quadro dell'Italia di oggi, è una roba che fa spavento. Senza precedenti negli ultimi quarant'anni, tranne forse il culmine di Tangentopoli».

Quali sono le altre «situazioni identiche» ai primi anni '70? «L'imperversare dei cattivi maestri. Quelli che intossicano l'aria. Soprattutto quelli di sinistra. Scrivono che Berlusconi è come Mussolini, che la democrazia in Italia sta morendo, che non c'è più la libertà di stampa. Ancora: la ricomparsa dei firmaioli. Si stende un proclama e i cervelloni di sinistra lo firmano o mandano lettere su lettere ai giornali. Se non fosse grottesco, mi incuterebbe un timore. Ce le ricordiamo o no le 800 e più firme in fondo all'appello contro Calabresi "torturatore" di Pinelli? La famosa intellighentia di sinistra troppe volte ha tradito i doveri degli intellettuali: distinguere, non fare confusione, non aizzare le reazioni delle persone più semplici». Oggi sui giornali non ci sono appelli contro commissari di polizia, ma per la libertà di stampa e la dignità delle donne, dopo l'attacco di Berlusconi a Rosy Bindi. «Berlusconi ha fatto male. Guai a prendere in giro una donna. Me l'ha insegnato una volta per sempre mia madre, negli anni '40. Ma come si fa a trasformare una battutaccia scema in un delitto pubblico, da sanzionare con le firme e con le magliette? Un po' di misura ci vuole».

Ma dietro la «battutaccia» c'è la vicenda delle escort a Palazzo Grazioli. E ci sono le querele del premier ai giornali. «L'ho scritto sia sul Riformista sia su Libero: sono convinto che Berlusconi sia cotto. Di lui non mi frega assolutamente nulla: non l'ho mai votato, non mi piace, nel 1990 ho scritto un libro contro di lui persino troppo duro, "L'intrigo", sulla guerra di Segrate. Credo che Silvio Berlusconi sia arrivato alla fine della corsa, per due volte gli ho consigliato di dimettersi. Penso si sia comportato in modo folle: tutti possono andare con le escort, se hanno soldi e non hanno una signora che li controlli; l'unico che non può farlo è il presidente del Consiglio. Berlusconi è colpevole. Detto questo, dobbiamo fucilarlo? Appenderlo per i piedi, come Mussolini con la Petacci?».

Quali potrebbero essere le conseguenze, secondo lei, qualora la tregua non ci fosse? «Il ritorno della violenza, anche a sinistra. È accaduto un fatto che mi ha colpito, pure se non ha "bucato" le cronache, che legittimamente si occupano di capire se Berlusconi starà o no in piedi e chi guiderà il disgraziatissimo Pd. Alla fine di settembre è morto per infarto a Torino il magistrato Maurizio Laudi, un galantuomo, che aveva indagato su anarchici ed estremisti rossi. Il giorno dopo sui muri c'erano decine di scritte contro di lui. La Stampa ne ha pubblicato le foto: "Laudi è morto, un boia in meno". Un'oscenità. L'altro giorno a Pistoia c'è stata l'ennesima spedizione punitiva contro Casa Pound, l'associazione di destra, con tanto di scontri con la polizia…».

Ma cosa c'entra la violenza con le polemiche dei giornali? «Questa è la quinta e ultima analogia tra i primi anni '70 e oggi. È cominciata la guerriglia tra giornali, e va ben oltre il confronto tra opinioni diverse. Un conto è scrivere in modo secco e duro; è anche mia abitudine. Ma se cominciamo a farci la guerra, ad accusarci a vicenda di cose che non abbiamo fatto né scritto, le conseguenze possono essere serie. Ce lo insegna la storia del nostro Paese».

Aldo Cazzullo