venerdì 16 ottobre 2009

Trattative tra mafia e Stato Il "papello" consegnato ai giudici

Corriere della Sera

Si tratta del documento con l’elenco delle richieste per interrompere la stagione delle stragi


PALERMO — Le condanne definitive nel maxi-processo di Palermo arrivarono a gennaio del 1992, e da lì si scatenò la ven­detta di Totò Riina contro lo Sta­to. A marzo fu assassinato Salvo Lima, a maggio saltò in aria Gio­vanni Falcone, e dopo la strage di Capaci la cancellazione di quel verdetto timbrato dalla Cas­sazione viene messa al primo punto delle richieste mafiose al­lo Stato per fermare l’offensiva terroristica.

«1 - Revisione sentenza ma­xi- processo» è scritto in cima al papello finito nelle mani dell’ex sindaco corleonese di Palermo, Vito Ciancimino, e consegnato ai carabinieri del Ros (il colonnello Mario Mori e il capitano Giusep­pe De Donno) che andavano a far­gli visita per carpire notizie utili alla cattura dei latitanti. Almeno nella loro versione. Secondo Mas­simo Ciancimino invece, figlio di «don Vito» e prin­cipale testimone di questa vicenda, gli ufficiali dell’Ar­ma avevano avviato con suo padre una vera e propria trattati­va, dopo Capaci e pri­ma della strage di via D’Amelio in cui morì Paolo Borsellino, il 19 luglio ’92. Pure questo è un punto in cui le rico­struzioni non coincido­no, uno dei nodi cruciali dell’indagine in corso a 17 anni dai fatti. A riprova di quello che racconta, Ciancimino jr ha fatto avere l’altro giorno ai pubblici ministeri di Paler­mo una fotocopia del famige­rato papello.

È un foglio di carta bianco, con dodici pun­ti scritti a mano, in stampatel­lo, senza errori di ortografia tranne uno (fragranza invece di flagranza), con calligrafia chiara. Che non sembra quella di Riina, né di Bernardo Proven­zano. Secondo i racconti del gio­vane Ciancimino, lui lo ritirò chiuso in una busta, in un bar di Mondello, dal medico condanna­to per mafia Antonino Cinà. Lo portò a suo padre e poi lo rivide nelle mani del misterioso «si­gnor Franco», o «Carlo», l’uomo mai identificato dei servizi segre­ti o di qualche altro apparato che pure partecipò alla trattativa. L’intermediario disse a Vito Cian­cimino che poteva andare avanti, e l’ex sindaco ordinò al figlio di combinare un altro appuntamen­to con Mori e De Donno.

A loro diede il papello, e a riprova di ciò — sempre secondo Ciancimino jr — sull’originale del documen­to è applicato un post-it scritto a mano dal padre dove si legge «Consegnato in copia spontanea­mente al col. Mori, dei carabinie­ri dei Ros». I magistrati non hanno ancora l’originale, e per adesso studiano il contenuto della fotocopia giun­ta via fax all’avvocato di Massi­mo Ciancimino, che l’ha portata in Procura. Dopo il maxi-proces­so i mafiosi si preoccupano di abolire il «41 bis» che prevede il «carcere duro» per i mafiosi, la revisione della legge Rognoni-La Torre e di quella sui pentiti.

Poi, al punto 5, compare un argomen­to che solo anni dopo sarà tratta­to dai boss di Cosa Nostra, come possibile via d’uscita dagli erga­stoli: «Riconoscimento benefici dissociati (Brigate rosse) per con­dannati di mafia». Con evidente riferimento alla legge fatta per gli ex terroristi. È strano che già se ne parli nel ’92, quando i capi sono tutti latitanti, ma questo ri­sulta dal papello. Al punto 7, dopo la richiesta degli arresti domiciliari per gli ul­trasettantenni, s’invoca la chiusu­ra delle carceri speciali. Poi ci si concentra sui rapporti con i fami­liari: dalla detenzione vicino alle abitazioni delle famiglie all’esclu­sione della censura della posta, fi­no all’esclusione delle misure di prevenzione per mogli e figli. C’è poi la proposta di procedere al­l’arresto «solo in fragranza di re­ato », come se le manette potesse­ro scattare durante una riunione tra mafiosi o subito dopo l’esecu­zione di un omicidio, mai in altri casi. Una sorta d’immunità per i boss, come per i parlamentari.

Con l’ultimo punto ci si preoc­cupa di tutt’altro argomento: «Le­vare tasse carburanti, come Ao­sta ». Improvvisamente, dalle condizioni di vita dei detenuti (e dei loro parenti) e dalle riforme del codice penale, si passa a que­stioni economiche come la defi­scalizzazione della benzina. E in­sieme al papello Massimo Cianci­mino ha consegnato alcuni fogli manoscritti dal padre dove, fra varie argomentazioni di tipo poli­tico- programmatico, si cita l’abo­lizione del monopolio del tabac­co. In quelle carte compaiono an­che i nomi di Nicola Mancino e Virginio Rognoni. Il primo diven­ne ministro dell’Interno il 1˚ lu­glio 1992, il secondo fu ministro della Difesa fino a quella data. En­trambi hanno sempre detto di non aver mai saputo nulla della «trattativa» con la mafia, ma il ri­ferimento a Rognoni viene consi­derato dagli inquirenti un altro indizio che il confronto tra lo Sta­to e i boss (tramite l’ex sindaco di Palermo) sarebbe cominciato dopo la strage di Capaci ma pri­ma di quella di via D’Amelio. E che forse Paolo Borsellino morì anche perché era diventato un ostacolo da rimuovere.

Giovanni Bianconi
15 ottobre 2009(ultima modifica: 16 ottobre 2009)

Zingarelli: Sos lingua italiana 2.800 parole sono in fin di vita

di Redazione


Milano - Non solo animali. In via d'estinzione ci sono anche le parole. Dimenticate e poi chiuse nei cassetti del passato. Dietro ogni parola c'è un mondo di significati, immagini e storie. Un mondo che un po' alla volta se ne va. C’è il rischio che domani, raccontando di uno screzio causato da uno smargiasso che con roboante protervia se la prende con un esimio professore, nessuno capisca di cosa si sta parlando.

L'allarme della Zanichelli
A lanciare l’allarme è la Zanichelli, che nella edizione 2010 del vocabolario Zingarelli fa un lungo elenco di parole da salvare. Voci come Fragranza, Garrulo, Solerte, Sapido, Fulgore, ricche di sfumature ed espressività ma che, nonostante questo, stanno finendo nel dimenticatoio. Il loro uso, insieme a quello di altre 2.800, diviene meno frequente perchè i media troppo spesso privilegiano i loro sinonimi più comuni come profumo, chiacchierone, diligente, saporito, luminosità.

Da sghiribizzo a ondivago un mondo se ne va Può l’italiano permettersi di perdere parole affascinanti come Ghiribizzo? Come faremmo a cucinare certe pietanze senza usare il pane Raffermo? Ed Harry Potter senza il suo maestro Albus Silente? Battisti non canterebbe più la sua giornata Uggiosa. Esiste una parola più onomatopeica di Ondivago? Sono parole che rendono il lessico più variopinto, un discorso più interessante, la lingua italiana più ricca e completa.

Escono le italiane ma entrano le inglesi
Ma lo Zingarelli 2010 guarda anche al nuovo italiano registrando oltre 1.200 nuove parole o nuovi significati. Dalla politica e dall’attualità entrano infatti la ormai famosa Social Card; i dibattiti etici sull’aborto o il testamento biologico hanno diviso le fazioni in Pro Choice dai Pro Life. Not In My Back Yard "non nel giardino dietro casa mia" dice chi ha un atteggiamento favorevole a opere pubbliche come inceneritori, centri per immigrati, basta che non siano dietro casa sua; l’acronimo, NIMBY ora fa parte della lessico comune.

E il dizionario apre alla famiglia omogenitoriale
E se è ancora da scoprire se la società italiana sia pronta per famiglia Omogenitoriale, formata da una coppia dello stesso sesso più figli, la lingua italiana l’ha già fatto. Nuovi modi di dire: una persona seducente è da Acchiappo specie se frequenta un ritrovo di Vipperia; mentre Traduttese è una traduzione troppo letterale e contorta. Da quest’anno lo Zingarelli è anche online. Con una licenza di 12 mesi è possibile consultare la versione più aggiornata del vocabolario in rete, trovare voci con ricerche a tutto testo o con ricerche avanzate. La versione tradizionale cartacea con oltre 140mila voci è disponibile anche con il cd-rom.

L'Antitrust «Bloccate Win for life, la pubblicità inganna i consumatori»

Corriere del Mezzogiorno


BARI — La crociata contro «Win for life», il nuovo gioco Sisal, parte da Bari. L’associa­zione «Avvocati dei consuma­tori» ieri mattina ha presenta­to un ricorso all’Antitrust, l’au­torità garante della concorren­za e del mercato, per chiedere il blocco immediato dei mes­saggi pubblicitari televisivi e su carta - a suo dire - «ingan­nevoli». Oppure, resettare tut­to e rimodulare il gioco stesso, facendo fede a quanto pubbli­cizzato e promesso. Dal 29 settembre scorso, ha debuttato il nuovo gioco che prevede come premio più im­portante una rendita mensile di quattromila euro pagati per venti anni. Una cifra comples­siva di 960mila euro. Questo almeno il messaggio fatto pas­sare attraverso le tv e la carta stampata. «In realtà - spiega il presidente dell’associazione dei consumatori, Domenico Romito - a differenza di quan­to si afferma il vincitore non ha diritto alla rendita di quat­tromila euro. La somma, infat­ti, va distribuita fra tutti gli eventuali vincitori».

In sostanza, se la combina­zione giusta viene indovinata da un unico scommettitore questo avrà diritto ai quattro­mila euro mensili; se a vincere saranno due o più giocatori il premio andrà frazionato equa­mente. Addio, quindi, ai sogni di gloria. «Ma questo piccolo dettaglio - incalza Romito ­non viene precisato. Conside­rato che la enorme spinta, an­che purtroppo di molti giova­ni, verso il nuovo gioco è lega­ta proprio all’elevata cifra in palio e la ripetitività dello stes­so nel corso della giornata, ab­biamo chiesto all’Antitrust di bloccare il messaggio incorpo­rato nelle stesse schedine di gioco. Ogni giorno, Win for li­fe è in grado di condizionare il comportamento economico dei consumatori». Il rischio è di lasciare sul lastrico centina­ia di persone, in particolare i giocatori incalliti.

L’associazione dei consuma­tori punta l’indice anche sulle esigue chance di vinci­ta. «La stessa pubblicità - spie­ga Romito - omette di informa­re correttamente gli scommet­titori sulle probabilità di vitto­ria che, utilizzando i termini tecnici del calcolo combinato­rio, risulta pari a 1 su 184.756, ovvero lo 0,00054 per cento. Considerando, però, che con­dizione necessaria per centra­re la rendita vitalizia è data dal cosiddetto 'numerone', la pro­babilità va moltiplicata per 1 su 20, risultando quindi pari a 1 su 3.695.120 ovvero lo 0,000027 per cento». Una per­centuale, comunque, più eleva­ta rispetto a quella del supere­nalotto, ferma allo 0,00000016 per cento.

«E’ vero - spiega l’avvocato dell’associazione ­ma considerando il maggior numero di estrazioni, ovvero 13 al giorno, 7 giorni su 7, la percentuale si abbassa». Da qui il ricorso presentato ieri mattina. A Win for life si può giocare ogni giorno e le estrazioni avvengono ogni ora dalle 8 alle 20. Lo scommettito­re deve scegliere dieci numeri su venti presenti sulla schedi­na al costo di un euro. Il siste­ma assegna un undicesimo nu­mero - il 'numerone' - che se indovinato insieme agli altri dieci, permette di accedere al pagamento della rendita. Pa­gando due euro le probabilità di vincere la rendita raddop­piano: in questo caso chi indo­vina il numero fortunato, an­che senza aver centrato gli al­tri, accederà alla rendita.

Vincenzo Damiani

Addio a Barbara, cane eroe

IlSecoloxix

Edoardo Meoli


L’ultima missione era stata in Abruzzo dove, ancora una volta, si era distinta per un fiuto eccezionale e ben allenato. È lei che ha ritrovato il punto in cui due suore erano sepolte sotto le macerie del convento di Santa Chiara nella frazione Paganica dell’Aquila (una purtroppo era morta) e una coppia di coniugi rimasti sotto un palazzo del centro storico. Barbara aveva dodici anni ed era uno dei cani più famosi d’Italia, punto di riferimento del gruppo cinofilo dei vigili del fuoco di Genova. È morta l’altro ieri, lasciandosi alle spalle un grande dolore. Era un rottweiler e fin da cucciola era stata addestrata alla ricerca delle persone.

In questi dodici anni è stata protagonista praticamente in tutte le grandi calamità che hanno colpito l‘Italia: terremoti, alluvioni, crolli di edifici. Quando c’era da cercare persone in difficoltà, Barbara veniva richiesta dalla Protezione civile. Partiva per qualsiasi parte d’Italia insieme a Marco Risso, il vigile del fuoco che era il suo addestratore, con il quale abitava in una casa di Quinto. Ieri era troppo triste per raccontare del cane capostipite del gruppo cinofilo:

«È un dolore troppo grande per me; oggi sono senza parole. Ho capito quanto era importante il mio cane, anche se era solo un cane». Barbara, “unità cinofila K36”, da ieri riposa nello stesso campo di addestramento dove aveva lavorato per tutta la sua vita di cane-eroe: «L’abbiamo sepolta nel campo e molti di noi hanno pianto - racconta Adriano Zanni, caposquadra del gruppo specialistico - Barbara era il cane guida per tutti gli altri animali, ma anche l’espressione genuina di quello che può diventare il rapporto tra uomo e cane». Nel 2004 il rottweiler era stato insignito della massima onorificenza nel corso del premio internazionale Fedeltà, che si svolge ogni anno a San Rocco di Camogli: in quell’occasione il riconoscimento era arrivato per aver trovato e salvato un escursionista che era precipitato in un dirupo al Faiallo. Senza il fiuto di Barbara, quell’uomo non ce l’avrebbe mai fatta.

Oltre a molti interventi coordinati dalla Protezione civile, il cane aveva dato una mano anche nel corso di parecchie inchieste giudiziarie. Era stata Barbara, ad esempio, a ritrovare sepolto sotto lamiere e calcinacci il corpo senza vita di Albert Kolgjegja, l’operaio albanese morto nel tragico crollo del Museo del Mare, l’8 novembre 2003. Ed era sempre stata Barbara a fiutare le tracce della contessa Francesca Vacca Agusta, nel gennaio del 2001: «Si era accorta del punto esatto in cui si erano dissolte le tacce della contessa, fermandosi nel punto in cui si era verificata la tragica caduta». Il corpo venne poi ritrovato in Costa Azzurra, ma Barbara, con il suo fiuto, aveva già capito tutto», ricorda ancora Zanni.

Cricket al parco, multato anche il giocatore della nazionale

Bresciaoggi


IL NUOVO REGOLAMENTO. Nuova denuncia dell'associazione «Diritti per tutti», che annuncia di voler fare ricorso Fida Hussain con altri giovani era al Pescheto: «Questo è uno sport che l'Amministrazione dovrebbe rispettare di più»

Brescia. «Un atto discriminatorio, xenofobo e razzista, operato dalla polizia urbana ai danni di un gruppo di ragazzi extracomunitari colpevoli solo di aver giocato a cricket all'interno di un parco pubblico cittadino». Con queste parole, il responsabile dell'associazione Diritti per Tutti, Umberto Gobbi ha denunciato una vicenda avvenuta lo scorso 13 settembre nei giardini del parco Pescheto. Per Gobbi, si tratta di un fatto che ha già due precedenti: quello della donna marocchina multata per aver sostato sui gradini della Bella Italia in compagnia della madre ottantenne e quello dei due operai multati mentre bevevano birra all'esterno di una pizzeria indiana di via Milano.

IL NUOVO REGOLAMENTO di polizia urbana, e in particolare l'articolo 23/H, prevede una sanzione per tutti coloro che «praticano il gioco del cricket, del pallone e ogni altro gioco potenzialmente pericoloso e lesivo degli altri utenti, tenuto conto delle condizioni di luogo e tempo e, in ogni caso, dell'affluenza degli altri utenti». Un regolamento che, a detta dell'avvocato Manlio Vicini «andrebbe stracciato e riscritto, perchè non fa capire cosa sia vietato e cosa non lo sia, dando così alla polizia un potere indiscriminato di autogestione. Ad avvalorare questa tesi il fatto che a multare i giovani bevitori di birra e i giocatori di cricket siano stati gli stessi due agenti».

I fatti del 13 settembre li ha spiegati Fida Hussain, giocatore della Nazionale italiana Cricket e vittima della multa: «Insieme ad altri 15 ragazzi abbiamo organizzato una partita di cricket nei giardini del Pescheto, scegliendo le prime ore della domenica mattina per non recare alcun disturbo ai frequentatori del parco e sostituendo la classica palla di legno con una pallina da tennis molto meno pericolosa, ma dopo un'ora di gioco sono arrivati due agenti della polizia che, dopo averci chiesto i documenti, ci hanno sanzionato con 130 euro di multa».

Ma non è finita. «Il giorno seguente mi trovavo al parco insieme a qualche amico, non stavamo giocando, ma gli agenti ci hanno avvicinato e con fare intimidatorio ci hanno comunicato che se avessimo giocato ancora a cricket ci avrebbero tolto anche il permesso di soggiorno - ha lamentato il giocatore nazionale Fida Hussain - La cosa che mi ferisce maggiormente è la mancanza di considerazione da parte dell'Amministrazione nei confronti di uno sport che meriterebbe tutto il rispetto riservato agli altri sport nazionali».

LA SANZIONE inflitta ai giocatori di cricket ha portato l'associazione Diritti per Tutti a formulare alcune ipotesi di comportamento sanzionabile, tra le quali «l'uso indiscriminato di un regolamento che, se fosse applicato in maniera arbitraria, dovrebbe multare anche tutti i bambini che giocano a pallone nei giardini della città». Ma non solo.

«Quest'ennesima vicenda ci ha fatto capire che non è un caso che l'Amministrazione non abbia allestito alcuno spazio per il gioco del cricket, nonostante sia uno degli sport più praticati a Brescia - ha dichiarato Umberto Gobbi - così come non è un caso che tra le 42 discipline sportive che fanno parte dei corsi di avviamento allo sport del Comune di Brescia siano stati inclusi tutti gli sport tranne il cricket». A prendere le difese dei giocatori di cricket, ci ha pensato l'avvocato Manlio Vicini che , negli scorsi giorni, ha inviato al sindaco Adriano Paroli alcune deduzioni. Ora il sindaco di Brescia ha due possibilità: o ritirare e archiviare la multa, o confermarla, ma in quest'ultimo caso, l'avvocato Vicini ha già confermato di voler far ricorso al giudice di Pace.

Elisabetta Bentivoglio

Mesiano, Anm e Fnsi contro Canale 5 e Giornale

di Redazione


Milano - Il filmato sui comportamenti "stravaganti" del giudice civile milanese, Raimondo Mesiano - trasmesso ieri mattina da Mattino 5, contenitore di news e approfondimenti delle reti Mediaset - fa scoppiare un nuovo caso mediatico. A sollevare il polverone è proprio il presidente della Federazione nazionale della stampa, Roberto Natale, che accusa Canale 5 di "pestaggio mediatico" e invita il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, a intervenire. Sulla scia anche l'Anm va all'attacco di Canale 5 e tira in ballo anche Il Giornale per aver raccontato i commenti di Mesiano alle elezioni politiche 2006 (leggi l'articolo). 

Le accuse dell'Fnsi Il servizio lanciato dal conduttore Claudio Brachino è un focus di pochi minuti sul magistrato milanese che ha condannato il gruppo Fininvest a risarcire alla Cir di Carlo De Benedetti 750 milioni di euro. Il contenuto del video non è, però, piaciuto all'Fnsi. "Visto che il presidente del Consiglio continua a deprecare 'l’uso criminoso' della televisione, ancora una volta tirando in ballo a sproposito Annozero, gli rivolgiamo una domanda - chiede il numero uno della federazione, Roberto Natale - come considera l’uso della televisione che è stato fatto ieri mattina dalla più importante rete Mediaset?". Poi attacca: "Mattino 5 ha mandato in onda un servizio su Raimondo Mesiano, il giudice della sentenza Fininvest-Cir, che rassomiglia molto a un pestaggio mediatico, del quale peraltro l’onorevole Berlusconi aveva già dato il preavviso nei giorni scorsi. Ci sembra un tema ben più rilevante che non le minacce di ritorsione sul canone Rai al solito segnate dal suo clamoroso conflitto di interessi".

Le polemiche dell'Anm Duri anche il presidente e il segretario dell’associazione nazionale magistrati, Luca Palamara e Giuseppe Cascini, che si dicono "esterrefatti e indignati per la gravissima campagna di denigrazione e di aggressione nei confronti del giudice Mesiano, da parte dei giornali e delle televisioni del gruppo Fininvest e della famiglia Berlusconi". L'Anm accusa, infatti, Canale 5 di aver "pedinato il giudice Mesiano, filmandolo abusivamente nei suoi spostamenti privati, peraltro assolutamente normali". Ma il sindacato delle toghe nonsi ferma qui e chiede l'intervento del garante della privacy contro Il Giornale stesso, colpevole di aver "pubblicato il racconto di un anonimo avvocato che tre anni fa avrebbe carpito in un ristorante alcune frasi dello stesso giudice, a commento dei risultati delle elezioni politiche 2006". "Non crediamo - accusa, infine, l'Anm - che esistano precedenti simili in Italia, per denigrare una persona e delegittimare una funzione essenziale e delicata per la civile convivenza in uno Stato di diritto".

Santoro, carte truccate per sputtanare il premier

di Gabriele Villa


«La Fininvest vinse ma la sentenza fu comprata». Come inizio, dopo nemmeno un minuto di Alzo Zero, pardon di Annozero, non c’è male. Non solo una bugia, la prima delle tante che ascolteremo nel corso della solita litania sinistra (conclusa con un giallo su una presunta telefonata in diretta di Berlusconi, annunciata e mai arrivata) ma prima di tutto e soprattutto una colossale bufala giuridica perché una sentenza non si compra, non si può comprare. Soprattutto non si capisce, non si è riusciti a capire per tutta la puntata come può essere stata comprata da chicchessia. 

L’intervista al giudice Carfì che dovrebbe permettere di ricostruire, secondo l’imparziale prospettiva santoriana, la vicenda del cosiddetto Lodo Mondadori stuzzica a tal punto gli spettatori di Raidue che il conduttore decide di giocarsela nell’anteprima come uno di quegli aperitivi che spiana la strada verso qualsiasi polpetta. Indigesta o avvelenata che sia. Peccato che poi, quando la barricadiera trasmissione di Raidue entra nel vivo non si capisce nulla. Come al solito. O meglio si capirà una volta di più che basta dar contro a Berlusconi. Sempre e comunque. Anche se lo obiezioni che vengono mosse nei contradditori dimostrano l’esatto contrario. 

Così la puntata dal titolo un po' harrypotteriano «Io sono l’eletto» rappresenta l’ennesima idrovora congegnata dal conduttore e dai suoi supporter per risucchiare tutto e il contrario di tutto con un Bersani che, messo all’angolo dal condirettore del Giornale, Alessandro Sallusti non riesce a rispondere o, peggio, non vuole rispondere alla domanda su chi abbia eletto il presidente delle Repubblica. Insomma se Bersani non si ricorda, anche se glielo ricorda Sallusti, che Napolitano è stato imposto dalla sinistra (che non ha lasciato al centrodestra nemmeno la possibilità di presentare un suo candidato) in compenso pretende rispetto per il capo dello Stato e della Costituzione. 

Ma di rispettare il consenso del 70 per cento degli italiani nei riguardi di Berlusconi però se ne infischia e parla di «deriva pericolosa» di sistema padronale. Accuse gravi buttate lì nella matassa ingarbugliata di un trasmissione in cui dalla strage di mafia al Lodo Mondadori la sentenza è scritta in partenza. Basta mescolare le carte per arrivare al solito traguardo e al solito obbiettivo. Basta non far capire. Basta persino negare che sia una notizia (come ha fatto Bersani ieri sera) il fatto che un giudice che sta indagando su Berlusconi si permetta pubblicamente di esternare la sua totale avversione verso Berlusconi stesso come politico e come imprenditore. 

A domanda non si risponde o magari si risponde con i soliti incomprensibili pistolotti di Travaglio che ingarbugliano la matassa ancora di più e aiutano solo la giusta causa della trasmissione: sputtanare il presidente del Consiglio. Castelli si permette solo di ricordare che Vittorio Feltri in suo recente editoriale (puntualmente messo sotto accusa da Santoro) ha prefigurato un percorso costituzionale corretto verso un’elezione diretta del capo dello Stato e non ha fatto alcun discorso eversivo. E chissenefrega. Per il team Santoro, Bersani, Maltese e Travaglio è meglio non parlare di altro e buttare subito nel calderone delle idiozie antiberlusconiane un altro argomento, magari cedere la parola ad una corrispondente spagnola perché esprima «il disagio della stampa estera di fronte ai fatti che «sconvolgono» la vita del nostro Paese. 

Per colpa naturalmente del presidente del Consiglio. Tanto l’idrovora della confusione può fare, almeno così crede Santoro solo il gioco di Annozero e di una certa parte. Così è meglio non rispondere anche all’accusa pesante di Sallusti che rimprovera Repubblica di non aver messo nemmeno una riga sul funzionario del Pd che cercava un killer disposto a far fuori il Cavaliere. Una faccenda decisamente su cui è meglio sorvolare. A questo punto si potrebbe anche spegnere il televisore, perché anche questa volta Santoro col suo Annozero ha acceso un altro elettrodomestico, il frullatore dei sospetti e dei veleni. Sennonchè, con aria candida il Gran Conduttore annuncia l’arrivo di una telefonata di Silvio Berlusconi dalla Bulgaria. 

Una telefonata, confermata e annunciata, pare proprio, anche da un dirigente della rete. Ma per la buona riuscita della trasmissione la linea prima va ceduta a Ruotolo, che deve procedere ad una fondamentale e interminabile intervista a quella Stefania Ariosto di cara memoria. Finita l’intervista, svanisce ogni traccia della telefonata di Silvio Berlusconi, vera o presunta che fosse. E Santoro con l’ultima battuta: «Se dovesse chiamare il premier noi siamo in camerino» finalmente toglie il disturbo.

Il giudice fa la lumaca: condannato a risarcire 4mila euro al ministero

Corriere del Veneto


VENEZIA — Carlo Sangior­gio, ex giudice civile di Bellu­no finito più volte nella bufe­ra per la sua lentezza nella scrittura delle sentenze, do­vrà risarcire il ministero del­la Giustizia per 4286 euro. L’ha deciso la Corte dei Con­ti in tempi-record, visto che l’udienza si era tenuta lo scorso 15 ottobre, e questo in un certo senso è una beffa per quello che sui giornali era diventato il «giudice lu­maca ». I suoi colleghi conta­bili hanno ritenuto il magi­strato, che oggi lavora a Ro­ma, responsabile di «colpa grave» per la condanna che il ministero di via Arenula aveva subito nel 2002, quan­do la Corte d’Appello di Tren­to l’aveva costretto a pagare 6909 euro a un paio di im­prenditori per i tempi lun­ghi con cui il tribunale di Bel­luno aveva trattato i loro pro­cessi.

La Corte ha invece rigetta­to la seconda richiesta del so­stituto procuratore Maria Pa­ola Daino, ovvero un risarci­mento di 30 mila euro per il danno d’immagine procura­to dal magistrato all’ammini­strazione della giustizia. Una recente norma con cui il Par­lamento ha convertito un de­creto legge del governo Ber­lusconi, limita la possibilità di richiedere il danno d’im­magine solo in caso di sen­tenze penali passate in giudi­cato per i fatti in questione e dunque è stata accolta l’ecce­zione di inammissibilità po­sta dall’avvocato veneziano Francesco Curato per conto di Sangiorgio. La procura aveva invece chiesto che la norma non fos­se applicabile retroattiva­mente e aveva anche solleva­to una questione di legittimi­tà costituzionale che è stata però rigettata.

In realtà anche laddove il giudice è stato condannato la Corte dei Conti ha accolto in parte le argomentazioni del suo difensore. Sangior­gio è stato infatti condanna­to a pagare solo una parte dei 6909 euro, perché i fasci­coli gli erano arrivati già fer­mi da anni: nel caso più ecla­tante di quelli per cui il mini­stero della Giustizia era sta­to sanzionato, la parte aveva dovuto attendere la senten­za per ben 12 anni, ma il fa­scicolo gli era stato assegna­to dopo otto anni e dunque è stato deciso di non attri­buirgli l’intera colpa per i tempi biblici.

Oltre alla sentenza conta­bile, a causa della sua lentez­za il magistrato era anche fi­nito sia di fronte alla com­missione disciplinare del Consiglio superiore della ma­gistratura che di fronte al gup di Trento, dove è stato però assolto lo scorso marzo dal reato di omissione di atti d’ufficio. E proprio quando emerse la notizia dell’indagine pena­le di Trento nei suoi confron­ti – che però riguardava un periodo diverso, dal 2002 al 2006 – perfino l’Ordine degli avvocati di Belluno aveva preso le sue difese, espri­mendogli stima e solidarietà e spiegando che forse sì, era un po’ lento. Ma era un bra­vo ed equilibrato giudice.

Alberto Zorzi

Morta novantenne scippata a Molfetta Arrestati i due giovanissimi rapinatori

Corriere del Mezzogiorno

Lesioni a cranio e torace: non ce l'ha fatta l'anziana ricoverata prima ad Andria poi a Foggia


BARI - Non ce l'ha fatta la donna scippata alcuni giorni fa a Molfetta, in provincia di Bari. L'anziana Giulia Samarelli - 90 anni - era stata aggredita da due pregiudicati di 18 anni, Michele De Bari e Pietro Gadeleta, che inutilmente avevano cercato di strapparle dalle mani la borsetta contenente pochi spiccioli. Lo scippo non era andato a buon fine: la borsetta è rimasta sul selciato. Ma la 90enne cadendo rovinosamente a terra ha battuto la testa, riportando gravi lesioni al cranio e al torace.

IN OSPEDALE - È stata ricoverata all'ospedale di Andria dove era giunta da quello di Molfetta. Poi, l'anziana, aggravatasi nella notte, è stata trasferita a Foggia nel reparto pneumologia: qui è avvenuto il decesso. Aveva subito un intervento chirurgico ma le sue condizioni erano troppo gravi.

IN MANETTE - De Bari e Gadeleta, i due pregiudicati 18enni sono stati arrestati. Determinanti a incastrare i giovanissimi le immagini di alcune telecamere di sorveglianza installate in due differenti punti della strada che hanno consentito ai carabinieri di ricostruire la dinamica dell'accaduto e di identificare i responsabili. Il fascicolo ora è in mano al magistrato Buquicchio. A questo punto potrebbe cambiare il capo d'accusa per i due giovanissimi: da tentata rapina a omicidio preterintenzionale.

Angelo Alfonso Centrone

Usa, si è sciolto il giallo del bimbo perso in cielo

La Stampa

La vicenda ha tenuto in apprensione l'America per ore. Poi il ritrovamento nel garage di casa, dove si era nascosto dopo un rimprovero del padre.
DENVER

Terrore, ma lieto fine, in Colorado. Dopo una corsa contro il tempo all’inseguimento di un pallone aerostatico artigianale dove si pensava si fosse imbarcato un bambino di 6 anni, e dopo l’allarme scatenato dal ritrovamento del pallone, vuoto, il piccolo Falcon Heene è stato finalmente ritrovato, sano e salvo, nel garage di casa sua.

Un vero e proprio giallo con finale a sorpresa che ha tenuto inchiodata per oltre un’ora tutta l’America che ha guardato con apprensione le immagini in diretta dell’inseguimento per poi stupirsi di fronte all’esito finale: nessun bambino nel pallone. Una scoperta che poteva voler dire solo due cose: Falcon non era mai salito a bordo della mongolfiera realizzata dal signor Heene, il papà-scienziato che da sempre si è dilettato in esperimenti, oppure, nella peggiore delle ipotesi, che fosse caduto durante il volo.

La vicenda ha impegnato affannosamente per più di una mezz’ora il Dipartimento dei trasporti Usa per l’aviazione civile che ha cercato di rintracciare sui radar il pallone aerostatico e ha avvertito l’aeroporto internazionale di Denver. I maggiori network americani hanno seguito in diretta il volo della mongolfiera che fluttuava a 2 mila metri d’altezza e a 50 all’ora attraversando il Colorado. Un ultimo allarme da alcuni testimoni oculari che giuravano di aver visto cadere dalla mongolfiera una scatola dove forse poteva essereci il bambino che, in quel caso, si sarebbe schiantato al suolo. La scatola c’era ma, fortunatamente, era ancora nell’attico della famiglia Heene con il bambino dentro ma fortunatamente «sano e salvo».

Il piccolo infatti si era semplicemente nascosto nel garage di casa, dopo essere stato rimproverato dal padre che non voleva che giocasse sulla mongolfiera. L’allarme era stato dato dal fratello che lo aveva visto salire sull’artigianale velivolo. Il padre del bambino, Richard Heene, ha raccontato, tenendo il figlio Falcon in braccio davanti alle telecamere delle emittenti locali, che ieri mattina stava preparandosi a lanciare il pallone quando ha rimproverato il piccolo che stava giocando nella navicella. Il bambino si è offeso per il rimprovero e è andato a nascondersi in garage, dove è stato trovato soltanto dopo che il pallone aerostatico due ore dopo essere sfuggito al proprietario è caduto in un campo. Quando i soccorritori hanno accertato che a bordo non c’era nessun bambino, e dopo ipotesi tragiche sulla possibilità che fosse caduto fuori dalla navicella in volo, ai genitori è venuto in mente di cercarlo nel posto più semplice dove trovarlo: in casa.

Il killer del consigliere era iscritto al Pd Partito sotto choc e commissariato

Corriere del Mezzogiorno

Espulso dal partito l’omicida di Tommasino. Il segretario: «Non sapevamo che fosse un delinquente»

NAPOLI — Ad ucciderlo fu­rono in quattro; almeno uno era un suo compagno di parti­to, iscritto come lui al Pd di Ca­stellammare. Nuova e sconcer­tante sorpresa nella vicenda di Gino Tommasino, il consiglie­re comunale stabiese assassina­to il 3 febbraio scorso. Catello Romano, fermato sabato scor­so dalla squadra mobile di Na­poli con l’accusa di aver fatto parte del commando omicida e poi evaso calandosi dal balco­ne dell’albergo dove, in qualità di collaboratore di giustizia, era stato mandato, fino a ieri era un tesserato del Pd; la tesse­ra l’aveva ricevuta nello stesso circolo di Tommasino, quello di corso Vittorio Emanuele. Do­po la rivelazione del quotidia­no locale Metropolis, Romano è stato espulso dal collegio re­gionale dei garanti, d’intesa con il segretario regionale Tino Iannuzzi ed il commissario pro­vinciale Enrico Morando
.
Ulte­riori verifiche sono in corso, in­vece, per Salvatore Belviso, cu­gino del capoclan Vincenzo D’Alessandro e a sua volta fer­mato per l’omicidio: negli elen­chi del circolo, infatti, c’è un tesserato con questo nome, ma non figura la data di nascita. Il circolo è stato commissariato da Morando; commissario è stato nominato Paolo Persico, che del collegio dei garanti fa parte. «Il suo mandato — preci­sa Morando — è volto al conse­guimento di due obiettivi: pro­cedere ad una minuziosa verifi­ca del tesseramento realizzato nel settembre 2008; garantire il regolare svolgimento delle pri­marie in condizioni di assoluta trasparenza. Sono certo — pro­segue il commissario provincia­le — che le centinaia di perso­ne per bene che sono iscritte e militanti del Pd a Castellamma­re collaboreranno con Persico, a tutela della dignità e del buon nome del Partito Demo­cratico e di ogni persona che onestamente ne fa parte».

Scop­pia un caso, dunque: possibile che solo dopo la denuncia di un giornale il Pd si sia deciso ad allontanare due personaggi contigui con la camorra, uno dei quali reo confesso di quat­tro omicidi? E chi fu ad avvici­nare Romano al Pd? Forse pro­prio Tommasino, che lo cono­sceva? Morando, non senza im­barazzo, chiarisce: «Quando si fece il tesseramento, nessuno aveva elementi per negare l’iscrizione a queste persone. Dovunque ci siano state segna­lazioni abbiamo fatto verifiche insieme con la polizia. Ma sen­za una segnalazione precisa è molto difficile individuare gli amici dei boss tra le centinaia di simpatizzanti che chiedono l’iscrizione al partito». Gino Tommasino fu assassi­nato il pomeriggio del 3 febbra­io scorso in viale Europa, cioè in pieno centro di Castellamma­re, mentre era in auto con il fi­glio tredicenne.

Dalla dinamica dell’agguato fu immediatamen­te chiaro agli investigatori che era stata un’esecuzione di ca­morra. Più difficile, invece, risa­lire al movente, che tuttora non è ben chiaro: molte piste sono state scandagliate. L’uni­co elemento concreto sembra, al momento, l’appropriazione da parte di Tommasino di 30.000 euro del clan D’Alessan­dro, alcuni affiliati del quale il consigliere assassinato fre­quentava da anni. A fare da sfondo al delitto, secondo la Procura di Napoli, ci sono in­trecci tra interessi politici e cri­minali, scambi di favori, posti di lavoro dati a persone vicine ai D’Alessandro in cambio, for­se, di appoggi elettorali. Dopo otto mesi di indagini, sabato scorso la svolta: la squadra mo­bile individua i presunti re­sponsabili dell’omicidio.

Sono Catello Romano, Raffaele Poli­to, Renato Cavaliere, già dete­nuto, e Salvatore Belviso, cugi­no e braccio destro del boss Vincenzo D’Alessandro. Polito e Romano — che ha appena 19 anni — decidono subito di col­laborare, si autoaccusano di al­tri omicidi e, anziché essere ar­restati, vengono allontanati, per precauzione, dalla provin­cia di Napoli: una decisione che farà discutere. Infatti arri­va il colpo di scena: il giovanis­simo killer cambia idea all’im­provviso. Non vuole più colla­borare con i magistrati Pierpao­lo Filippelli e Claudio Siragusa, che coordinano le indagini. Fugge: beffando la polizia peni­tenziaria, che ha l’incarico di sorvegliarlo, si cala dal balcone dell’albergo con una corda fat­ta di lenzuola.

Due giorni dopo la clamorosa notizia della fuga di Romano — per il quale ades­so la Procura ha chiesto l’arre­sto — arriva quella, più eclatan­te ancora, della sua iscrizione al Pd. Per Enzo Amendola, can­didato alla segreteria regionale del Pd e sostenitore di Pierluigi Bersani, «è una vicenda doloro­sa che deve farci riflettere e che richiede una reazione immedia­ta per ristabilire fiducia nel no­stro partito. Sono d’accordo con i provvedimenti immedia­ti presi da Morando, a cui va tutto il mio sostegno. È in gio­co la credibilità del Pd di Castel­lammare e di quanti con passio­ne e onestà lavorano al radica­mento di un partito sano». Per Leonardo Impegno, candidato della mozione Franceschini, «Il coinvolgimento di due iscritti del Partito democratico nel­l’omicidio Tommasino è un fat­to inquietante: da un lato getta fango sulle migliaia di militan­ti onesti del partito, dall’altro conferma l’esigenza di alzare l’asticella nel contrasto alla cri­minalità organizzata » .

Titti Beneduce

Informazione, sfida in tv. Giallo sul premier e la telefonata da Sofia

Corriere della Sera


ROMA - Puntata incande­scente con giallo finale per An­nozero , ieri sera su Raidue. San­toro, verso la fine: «Indovinate chi sta per telefonare...». Ovve­ro Berlusconi da Sofia. Il vicemi­nistro Roberto Castelli ironizza: «Lei è proprio fortunato...». E Santoro: «Però prima dobbia­mo mandare l’intervista all’Ario­sto ». Poi il programma prose­gue con gli interventi degli ospi­ti e le vignette di Vauro e non arriva nessuna chiamata. Santo­ro si congeda: «Se chiama qual­cuno, dite che siamo in cameri­no... ». A programma concluso dirà che «se Berlusconi avesse chiamato, da parte nostra non ci sarebbe stato nessun proble­ma a mandare in onda la telefo­nata ». Rivelando che la chiama­ta, a differenza di quanto annun­ciato in diretta dallo studio, non c’è stata. Versione confer­mata dal vicedirettore di Raidue Massimo Lavatori, presente in studio: «La direzione mi ha aller­tato sulla possibilità di questo intervento. Ho fatto allertare Santoro ma c’è stato un equivo­co e il 'Berlusconi potrebbe in­tervenire' è diventato, con l’as­soluta buona fede di Michele, un 'Berlusconi vorrebbe inter­venire'. Ma alla fine non ha chiamato nessuno».

Da Sofia, dall’entourage del premier, solo la conferma che l’intenzione di chiamare c’era. Fino a lì la trasmissione era vissuta sul nuovo confronto tra Il Corriere della Sera e la Repub­blica con due interviste paralle­le, ai direttori Ferruccio de Bor­toli e Ezio Mauro. De Bortoli: «Il nostro giornale è e resta un quo­tidiano indipendente, rispetta i suoi lettori, non appartiene a nessuno schieramento in que­sta guerra civile mediatica. Re­pubblica è un partito? Direi di sì, ma lo rispetto... Col mio azio­nista sono stato chiaro, voglio fare il giornalista libero e indi­pendente senza elmetto e senza divisa. La mia è una storia di contrapposizioni a Berlusconi. Mi sono espresso contro la guer­ra in Iraq prima di molti altri. E c’era Berlusconi al governo. Ho attaccato le leggi ad personam. E c’era Berlusconi... Nel 2003 non ero più gradito e ho perso il posto. Sono pronto a perderlo per la seconda volta per l’indi­pendenza della testata. Ho an­che criticato in un fondo i no­stri azionisti, sfido qualcuno a Repubblica a farlo con De Bene­detti. La verità è che le notizie vere, sulla D’Addario e su Taran­tini, le abbiamo date noi».

Ezio Mauro: «I giornali inter­nazionali hanno nei confronti di questo governo lo stesso at­teggiamento de la Repubblica. Solo in Italia per il conformi­smo verso il potere la nostra po­sizione sembra eccentrica. In nessun Paese un leader denun­cia un giornale per aver propo­sto delle domande. Anche la mo­glie di Berlusconi ha detto che suo marito scambia i favori di giovani ragazze con candidatu­re politiche. In quanto alla no­stra linea, là dove ci sono le con­traddizioni del potere, lì c’è lo spazio naturale e obbligatorio del giornalismo. La nostra testa è alta, è bassa quella di chi non vuole vedere cosa sta accaden­do in questo Paese. Abbiamo sbagliato a non dare notizia de­gli attacchi di Berlusconi al Cor­riere ma ne abbiamo parlato nei giorni successivi».

A Viale Mazzini, frattanto, ieri c’è stata la prima audizione in Vi­gilanza di Bianca Berlinguer, ne­odirettore del Tg3 : «Mi viene da sorridere, ma se me lo chiedono sono pronta ad assumermi la re­sponsabilità di Annozero ». La trasmissione di Santoro, che il direttore di Raidue Massimo Lio­fredi ha dichiarato di «non ama­re », potrebbe insomma essere editorialmente ricondotta al Tg3 . Sempre ieri il direttore del Tg1 , Augusto Minzolini, è stato ascoltato dal Consiglio Rai. Un confronto franco ma pacato. Il capogruppo pdl alla Camera, Fa­brizio Cicchitto, ha contestato l’audizione in Vigilanza di Min­zolini di mercoledì: «La commis­sione ha raggiunto il punto più basso della sua attività tramu­tandosi in tribunale d’inquisizio­ne nei confronti del direttore del Tg1 ».


 Paolo Conti

La fotocopia, le date , i dubbi

Corriere della Sera

Ecco il presunto papello

Ecco dunque, finalmente, il presunto papel­lo , seppure in fotocopia e trasmesso via fax. La «prova tangibile che la trattativa tra mafia e Sta­to non solo è esistita, ma è anche iniziata», l’ave­va definito il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia prima di vederlo.

Ma ora al se­condo piano del palazzo di giustizia si respira aria di prudenza. Perché quel pezzo di carta è arrivato dopo mesi di tira e molla con chi l’ha fatto recapitare: Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco mafioso Vito, principale e con­troverso testimone nell’inchiesta sui contatti tra boss e istituzioni avviati a cavallo delle stra­gi mafiose del ’92. E perché manca ancora l’ori­ginale sul quale poter fare perizie e ulteriori ac­certamenti per provare a stabilirne la provenien­za. Ciancimino jr dice che sopra c’è un post-it vergato dal padre in cui è scritto che fu conse­gnato «spontaneamente» all’allora colonnello dei carabinieri Mario Mori, ma un foglietto ade­sivo si può applicare e riapplicare ovunque. E, per esempio, Vito Ciancimino diede al colonnel­lo un altro documento, la bozza del libro che vo­leva pubblicare, sul quale può aver messo quel­l’appunto. Il che non significa che ci sia stata una manipolazione delle prove, ma semplice­mente che è possibile, e perciò bisogna procede­re con cautela.

Come sanno bene i magistrati. Alcuni dei quali, per fare un altro esempio, sono rimasti perplessi leggendo che nel ’92 i capima­fia avessero in mente una legge sulla dissocia­zione da Cosa Nostra, sul modello di quella vara­ta per gli ex terroristi. Un’idea comparsa in alcu­ni colloqui intercettati solo molto tempo dopo, e che sarà tentata da qualche capomafia che al tempo del papello era libero, seppure latitante. Pure Riina e Provenzano erano fuori, sembra­vano imprendibili e stavano mettendo in ginoc­chio lo Stato a suon di bombe; curioso che già immaginassero una via d’uscita da detenzioni ancora lontane. Anche la richiesta di chiudere le carceri speciali risulta un po’ strana, se scritta prima della strage di via D’Amelio, quando i boss detenuti erano ancora nelle prigioni «ordi­narie ».

In ogni caso l’oggetto misterioso inseguito per anni e promesso da mesi adesso c’è, e intor­no ad esso si potranno appuntare nuove indagi­ni. Come sui nuovi elementi acquisiti, ultime in ordine di tempo le rivelazioni sulle informazio­ni giunte a Borsellino poco prima della sua mor­te. Anche in quel caso, di fronte alle versioni contrapposte di chi conferma e chi nega, biso­gnerà appurare chi mente e perché. Con il dovu­to scrupolo e senza tralasciare nulla, perché 17 anni dopo quella stagione di sangue e di misteri non sono tollerabili altri errori.

 Giovanni Bianconi