sabato 17 ottobre 2009

L'Afghanistan difende l'Italia: «Dal Times accuse irresponsabili»

Corriere della Sera


ROMA - Il ministero degli Esteri afghano entra nel vivo delle polemiche sollevate dal quotidiano britannico Times prendendo posizione in difesa del nostro Paese. Le accuse ai soldati italiani circa presunte mazzette pagate ai capi talebani a Surobi (provincia di Kabul) sono «prive di fondamento e irresponsabili», sottolinea in una nota Ahmad Zaher Faqiri, portavoce del ministro degli Esteri di Kabul Rangin Dadfar Spanta. Nel comunicato si legge che l'Afghanistan «elogia la collaborazione dell'Italia nella lotta contro il terrorismo».

LA NOTA UFFICIALE - «L'Italia è uno dei Paesi più impegnati a garantire efficacia nel compito di assicurare sicurezza, ricostruzione e lotta contro il terrorismo, tanto da aver ospitato conferenze internazionali, in particolar modo l'incontro dei ministri degli ESteri G8, del Pakistan, dell'Afghanistan e dei Paesi confinanti, svoltosi a Trieste nel giugno 2009». «Recentemente - prosegue la nota - i media internazionali e afghani hanno riferito che militari italiani avrebbero pagato talebani allo scopo di evitare attacchi alle loro truppe a Surobi (nella provincia di Kabul). Queste accuse, che hanno suscitato preoccupazione sulla cooperazione dell'Italia in Afghanistan nella lotta comune contro il terrorismo, sono prive di fondamento e irresponsabili». «Il ministero degli Esteri, nel sottolineare la sua gratitudine per la collaborazione dell'Italia, non ha alcun dubbio che l'Italia continuerà a garantire la sua preziosa assistenza nella lotta contro il terrorismo», conclude la nota.

Muore di fame fra le vigne: in tasca 30mila euro



Trento - Muore di fame con 30mila euro in tasca. Un fotografo olandese, Egbert Baas, 56 anni, è stato trovato senza vita tra i filari dei vigneti in Trentino, con in tasca oltre 30.000 euro, ma i primi risultati dell’autopsia rivelano che sarebbe morto di stenti. Il decesso, per cui viene escluso l’omicidio, impegna i carabinieri in un’indagine che al momento presenta una serie di punti oscuri, a partire dalle ragioni che hanno condotto l’uomo in Italia. Notizie sono attese anche dall’Interpol. A farlo cadere in terra, a Lavis, dove poi è stato trovato, sarebbe stato, a dire del medico legale, un malore, o comunque una debolezza enorme, causata dalla fame.

Forse un uomo con difficoltà mentali
Il corpo era stato scoperto giovedì sera da un agricoltore e l’autopsia, eseguita ieri, ha escluso che la causa della morte sia stata violenta, non avendo evidenziato particolari segni sul corpo. Il decesso risalirebbe a una o due settimane fa. Resta aperta l’ipotesi che si tratti di un uomo con difficoltà mentali, al punto da perdere l’orientamento e il senso dell’appetito, così come del freddo, piuttosto intenso negli ultimi giorni in Trentino, con temperature notturne intorno agli zero gradi. Non viene escluso anche che si tratti di un senzatetto per scelta, che abbia deciso di finire in questo modo i propri giorni.

Fotografo clochard?
Eppure che la sua attività fosse quella di fotografo sembrano provarlo alcuni oggetti e scontrini trovati nelle tasche, così come la presenza del suo nome nell’indirizzario internet dei fotografi di Deventer, località olandese con oltre 100.000 abitanti, sul fiume IJssel. Viene indicata una specifica disponibilità per foto sportive, pubblicitarie, di matrimoni ed eventi. Certo è che nei giorni precedenti il ritrovamento del cadavere, alcuni contadini l’avevano visto girare per i campi, urlando: «Money, money (soldi)», circa due settimane fa, e che c’è stato anche chi gli ha offerto un posto per dormire, al caldo, ma si è visto rispondere con un rifiuto.

Mitterrand accusato di pedofilia

La Voce


Nella sua autobiografia il Ministro francese dichiara di avere avuto rapporti sessuali con giovani

Parigi - E' stato accusato di pedofilia e turismo sessuale Frédéric Mitterrand, ministro della Cultura e della Comunicazione in Francia e nipote dell'ex presidente François Mitterrand. A suscitare il sospetto le affermazioni del sessantaduenne contenute in "La mauvaise vie", l'autobiografia pubblicata quattro anni fa.

Mitterrand scrive: "I rituali del mercato dei giovani, il mercato degli schiavi, mi eccitavano enormemente. L'abbondanza di ragazzi molto attraenti e immediatamente disponibili mi mettono in uno stato di desiderio". E ancora: "Ho preso l'abitudine di pagare i ragazzi".

Severe critiche provengono dall'estrema destra di Le Pen, infastidita anche dalla presa di posizione del ministro a difesa di Polanski, il regista polacco accusato di avere stuprato una tredicenne.

Con una petizione online si chiedono le dimissioni del Ministro, che stasera alle 20 risponderà alle accuse ai microfoni dell'emittente TF1.

Eleonora Crisafulli

E morta Rosanna Schiaffino

Corriere della Sera

L'attrice si è spenta a Milano sabato mattina. Era malata da tempo. Sarà seppellita a Portofino

MILANO - È morta sabato mattina a Milano Rosanna Schiaffino. Il decesso è avvenuto alle 10. L'attrice lottava con un tumore al seno dal 1991. «Accompagnata dal professor Umberto Veronesi, che l’ha curata fin dall’inizio, ha avuto ragione per molti anni del male. Il cedimento è avvenuto solo l’anno scorso» racconta a Corriere.it il figlio Guido, 28 anni. «Sono sicuro che ha dato tutto per riuscire a farmi arrivare a un grado di maturità sufficiente per rimanere solo dopo la perdita di mio padre cinque anni fa». Oltre a Guido Rosanna Schiaffino lascia un'altra figlia, Annabella di 39 anni. Rosanna Schiaffino genovese di nascita, sarà sepolta a Portofino, accanto alla madre. «Non poteva che essere così, mia madre era legatissima a Portofino» aggiunge il figlio.

BIOGRAFIA - Rosanna Schiaffino era nata a Genova il 25 novembre 1939. È stata sposata due volte: la prima con Alfredo Bini, da cui nacque Annabella, nel 1969 e la seconda con Giorgi Falck , da cui nacque Guido Nanni nel 1981.

l.r.

Il cecchino che spara ai cavalli di Genova

Corriere della Sera

BORZONASCA (Genova) — Nella nebbia del mattino si intuiscono sol­tanto. Sbuffi di fiato, rumore di zocco­li, e poi una sagoma che si ritira tra co­nifere e castagni non appena sente la presenza degli umani. Cavalli selvaggi, a dieci chilometri dal casello di Chiava­ri.

CENTO CAVALLI - La mandria è composta da un centi­naio di esemplari di razza bardi­giana, animali da lavoro che fi­no agli anni Sessanta servivano per portare legna in cima all’Ap­pennino ligure. Vivono allo sta­to brado da tempo immemorabi­­le, perpetuandosi tra loro. I loro proprietari non sanno più nep­pure di averli. Se ne ricordano ogni tanto, sempre meno di fre­quente, quando hanno bisogno di sol­di e allora ne devono catturare uno per portarlo al macello. Mai per pagare i di­ritti di pascolo. Così, la mandria cresce­va come un segreto ben custodito nel parco dell’Aveto, all’ombra del monte Aiona nell’alto entroterra di Levante. A due passi dalla civiltà, dalle code in au­tostrada dei turisti diretti a «Santa» o a Rapallo, dal nostro mondo asfaltato.

STESSO METODO - Le due cavalle sono state ammazza­te allo stesso modo. «Con un colpo da vero bastardo», sintetizza Michele Pe­gna, il veterinario della Asl che ne ha esaminato i resti. Una fucilata, sempre con la stessa arma. Sempre con lo stes­so tipo di pallini, piccoli, da caccia alla lepre. A distanza ravvicinata, massimo tre metri, sul lato sinistro. L’unico mo­do possibile per arrivare al cuore di un animale grosso con munizioni così pic­cole, procurando però una agonia infi­nita. Le associazioni ambientaliste so­stengono che nell’ultimo anno questa fine sia toccata ad almeno altri dieci esemplari. Hanno messo una taglia, 2.000 euro, a chi fornisce notizie sull’as­sassino di cavalli al maresciallo della stazione dei carabinieri di Borzonasca. Abbiamo saputo dell’esistenza di questa «anomalia» nel momento esat­to in cui la sua scomparsa viene tim­brata dai colpi di un fucile. Perché è fi­nita, la storia dei cavalli selvaggi del monte Aiona. Ne è ben consapevole an­che Enrico Bertozzi, il custode del se­greto.

MOBILITAZIONE - L’uomo che ha trovato le carcas­se e ha dato vita alla mobilitazione. Se questo fosse davvero il Wyoming, co­me è stato detto e scritto, un tipo co­me lui sarebbe parte integrante del pa­esaggio. Uno che racconta storie da­vanti al fuoco di un bivacco. Dirige la scuola chiavarese di fumetto. Non a ca­so ama il tratto di Ivo Milazzo, l’inven­tore di Ken Parker, detto Lungo Fucile, il personaggio che in una costellazione di Tex e Zagor ha portato l’estetica del western crepuscolare dove viene rac­contata la fine di un’era, e lo spaesa­mento di chi la vive. A lui, che fin da bambino sublima la passione per il ca­vallo scrivendone per riviste specializ­zate, sta capitando la stessa cosa. «Ho lanciato l’idea delle adozioni. Spero co­sì di salvarne il più possibile. Sapevo che non poteva andare avanti a lungo. Allo stato brado sono belli ma hanno effetti collaterali». Tre anni fa, alcuni esemplari erano arrivati fino sulla piazza di Borzonasca. Erano stati pre­si in consegna dal Comune, che li ave­va nutriti fino a che aveva trovato un acquirente. Costo delle libagioni: sei­mila euro. «Qui non siamo nel Texas» dice il sindaco Giuseppe Maschio. «Pensi se per caso diffondessero delle malattie, o assalissero gli umani». Lo hanno mai fatto? «No, finora no. Dan­no fastidio solo agli agricoltori». A sparare è stato uno di loro. Non certo per la taglia, forse per cattiva coscien­za, ma hanno telefonato in molti, fa­cendo un solo nome e cognome. In fondo non importa. Non sparerà più, il suo obiettivo è stato raggiunto con due sole schioppettate.

PROVVEDIMENTI - I cavalli finiranno in un recinto. La Prefettura di Genova aveva elaborato un piano aggressivo di cattura in sella che si è infranto davanti al categorico rifiuto di Bertozzi, l’unica persona in grado di attuarlo. Regione e Provincia saranno invece chiamate a definire un’area recintata a pascolo libero del Parco dell’Aveto dove verrà messa la mandria. I proprietari che non recla­meranno diritti verranno espropriati entro un anno. Ma poi si porrà la que­stione della vendita. L’acquirente è di una sola categoria: macellerie equine. L’unica altra strada è quella proposta da Bertozzi, l’adozione. «Se non sono di nessuno, allora è possibile che asso­ciazioni o privati se ne prendano cu­ra. So che è difficile, ma altrimen­ti… » .Con Enrico Bertozzi abbiamo cerca­to di non scivolare nello stereotipo. L’uomo che sussurrava ai cavalli, il Tex Willer del Levante, cose del gene­re. Ma alla fine se ne esce con una fra­se davvero crepuscolare: «Era stupen­do. Dovevi vederli all’alba, sull’alto­piano. Ma qui da noi le cose belle non durano». E titoli di coda migliori o peggiori di questi non possono davve­ro esserci

Marco Imarisio

Geronimo in guerra con Obama

di Guido Mattioni



C’è un vecchio albero che resiste agli acciacchi e al vento, in un angolo sperduto del New Mexico. Succhia dalla terra l’umidità del fiume Gila, che nasce lì vicino, poco fuori la città fantasma di Clifton, e aspetta. Aspetta dal 17 febbraio 1909, quella pianta nodosa, di poter dare finalmente ombra alle spoglie del più famoso capo Apache, il leggendario Geronimo, colui che i suoi chiamavano in lingua chiricaua «Goyaalé». Ovvero - chissà mai perché? - «colui che sbadiglia». 

Ciò che resta del condottiero, da quel giorno di cent’anni fa, quando morì di polmonite, ottantenne e inoffensivo, eppure ancora in una sorta di assurda libertà vigilata, riposa in un cimitero di Fort Sill, un buco dimenticato da Dio e dagli uomini in mezzo al piatto nulla dell’Oklahoma. Ed è da lì che suo bisnipote Harlyn Geronimo, classe ’47, cerca da decenni, con petizioni alla Casa Bianca, di riportare quelle gloriose spoglie proprio sotto l’albero dove il grande capo nacque, il 16 giugno 1829. E dove - così vuole la leggenda - sua madre ne sotterrò il cordone ombelicale. 

Ma quella stessa America multietnica che accoglie e finanzia scienziati da premio Nobel dai mille sangui e dalle mille patrie differenti, dandoci straordinarie lezioni di libertà e tolleranza, a volte è anche capace di incomprensibili ottusità. Così Harlyn, dopo l’infinita serie di promesse tradite e di bugie mantenute da tanti presidenti «visi pallidi», spera ora in quel giovane nero che siede alla Casa Bianca. Lui, apache che rivendica con orgoglio di aver combattuto volontario in Vietnam - e per questo, rivela al quotidiano Le Monde, «alle ultime elezioni ho votato John McCain, eroe di quella guerra» - auspica di non dover dissotterrare la scure di guerra anche contro Barack Obama.

Intanto, per non sbagliare, è ricorso alle armi che usano in tempo di pace. «Insieme ad altri 19 discendenti diretti - spiega - ho citato in giudizio il presidente e il segretario alla Difesa per ottenere il trasferimento dei resti di Geronimo nella sua terra natale. Spero di riuscirci entro l’anno». All’attuale presidente riconosce di aver «nominato un pugno di indiani in alcuni posti importanti della sua amministrazione». Aggiungendo subito dopo, però, che «la storia dei neri d’America non ha nulla a che vedere con quella dei suoi primi abitanti». 

«Mi ossessiona», dice, il pensiero che il Paese non conceda questo semplice onore al bisnonno, peraltro umiliato come fenomeno da parata dal presidente Theodore Roosevelt, che nel 1905 lo fece sfilare al suo insediamento, salvo poi rimandarlo a marcire in Oklahoma. «Come posso accettare l’idea che il più grande guerriero indiano di tutti i tempi, che difese la sua terra, la sua gente e la sua libertà senza mai essere battuto, non possa concludere serenamente il grande ciclo della sua vita? Gli dobbiamo una sepoltura conforme ai suoi desideri. 

Cento anni dopo la sua morte, urge liberarlo». Un’ultima battaglia, la sua, e attraverso di lui l’ultima del bisnonno, che ha trovato un convinto sostenitore nell’europarlamentare della Lega Mario Borghezio. Che in una lettera al presidente della delegazione Ue-Usa, Elmar Brok, chiede di «indirizzare alle competenti Autorità del governo statunitense l’invito ad accogliere la richiesta dei discendenti di Geronimo, eroe del popolo Apache morto combattendo per la libertà, di poter vedere le spoglie dell’antenato nei luoghi sacri degli avi. Mi pare infatti che questa richiesta appartenga a quella cultura del rispetto non solo dei diritti delle minoranze, ma anche del culto degli avi che appartiene alla migliore tradizione europea».

Stupra figlia per 24 anni, poi abusa della nipote

di Redazione

Varese - Violenta la figlia per 24 anni poi molesta la nipotina di 7 anni: arrestato dalla polizia nel varesotto un operaio di 60 anni. L’uomo, un operaio transfrontaliero di 60 anni, è stato sottoposto a fermo di indiziato di delitto dalla procura di Varese per abusi sessuali ai danni della nipote per fatti relativi al 2007, quando la bambina aveva circa 7 anni. Il gip ha poi convalidato la custodia cautelare, ma le indagini della squadra mobile di Varese hanno rivelato una lunga storia di abusi e silenzi. Tutto inizia ad agosto, quando la bambina di ormai 9 anni rivolge una domanda alla madre che lascia la donna sconvolta: "dalle analisi del sangue posso scoprire se sono incinta?"

Le domande della madre La madre insiste, fa altre domande alla bambina e scopre la verità: il nonno della piccola, il padre della donna, ha abusato sessualmente della bambina, in almeno due occasioni, in casa e nel garage. Non un rapporto completo ma veri e propri abusi sessuali. La donna parla con il marito e insieme vanno ad affrontare, convocando una sorta di riunione di famiglia. Tutti i familiari infatti si riuniscono e la donna ora 30enne mette alle strette suo padre e di fronte a tutti racconta cosa le ha detto la figlia. L’uomo prima nega, poi confessa gli abusi. Il giorno dopo la donna va con il marito in questura e denuncia tutto, poco dopo si presenta anche il 60enne che si autodenuncia.

Abusava anche della figlia
Gli agenti ascoltano però tutti i familiari presenti alla riunione di famiglia e scoprono tutta la verità: il fratello della madre della bambina abusata rivela agli inquirenti che il padre abusava della sorella quando era piccola. Si ricordava ancora bene di quando lei aveva solo sei anni e il papà la portava con sè nel lettone. Aveva capito che qualcosa non andava e all’epoca chiese alla sorellina che negò e continuò a negare. Ma durante la riunione familiare, dopo aver scoperto che anche sua figlia era stata vittima degli abusi ha confessato al frattelo: nostro padre abusa di me da quando avevo sei anni, per 24 anni, anche dopo il matrimonio. Era rimasta in silenzio la donna, ma aveva fatto promettere al padre che non avrebbe mai toccato la nipotina, che mai avrebbe fatto subire a sua figlia le stesse cose che aveva subito lei. Ora quella promessa non valeva più e gli investigatori, sulla base del rapporto di fiducia ormai creato con la donna, sono riusciti a instaurare con gli investigatori è riuscita a rompere il silenzio e ha raccontato anche la sua storia, aiutando così con il suo racconto a ricostruire il quadro accusatorio: il 60enne adesso è nel carcere di Varese e il gip ha convalidato la custodia cautelare.

Blitz dei vigili: in Italia 160mila auto-fantasma

di Redazione

Roma - Oltre 160mila auto "fantasma". Intestate a prestanome e condotte da persone di cui non si conosce la vera identità. È l’incredibile "scoperta" fatta dopo oltre un anno di indagini dagli agenti dell’VIII Gruppo della Polizia municipale, diretti dal comandante Antonio Di Maggio, che hanno sgominato una vera propria banda di falsari con quartier generale a Roma ma operante in tutto il territorio nazionale. "Professionisti" della contraffazione in grado di sfornare a richiesta passaggi di proprietà, assicurazioni, certificati medici e permessi di soggiorno praticamente identici all’originale.

Indagine iniziata l'anno scorso Tutto è partito nei primi mesi del 2008, quando negli uffici di Tor Bella Monaca hanno preso corpo i primi sospetti su alcuni incidenti stradali che vedevano coinvolti veicoli con in corso passaggi di proprietà verso persone che non potevano acquistarli, extracomunitari senza permesso di soggiorno. L’indagine delegata dalla procura della Repubblica di Roma, Direzione distrettuale antimafia (sostituto procuratore Carlo La Speranza), dalla capitale si è rapidamente estende su tutto il territorio nazionale: dopo una serie di incidenti mortali o con feriti gravi, tutti opera di "pirati" della strada, i sospetti si sono concentrati su 840 soggetti che - in cambio di qualche centinaio di euro - si facevano intestare veicoli che poi cedevano a persone che altrimenti non avrebbero potuto comprarle.

160mila veicoli "In totale - spiegano i responsabili della Polizia municipale - si è accertato che in Italia circolino almeno 160mila veicoli condotti da persone di cui si disconosce l’identità e risulta impossibile risalire ad essi. Questo consente loro di utilizzare i mezzi per qualsiasi tipo di attività illecita con elevatissima probabilità che le loro condotte criminose rimangano impunite". A questo aspetto se ne aggiunge un altro, "quello legato all’evasione fiscale riguardo a bolli mai pagati o macchine acquistate da falsi invalidi con falsi certificati per le agevolazioni fiscali". Le decine di perquisizioni operate su tutto il territorio nazionale hanno portato ad individuare la centrale a Roma che operava per conto di migliaia di persone che, a richiesta, potevano ottenere qualsiasi certificazione: documenti d’identità, ricevute di pagamenti di bollettini di conto corrente con falsi bolli postali, false buste paga o certificazioni di enti pubblici. Molto "apprezzata" anche la possibilità di eludere il pagamento delle multe, non solo con ricorsi "tarocchi" attestanti versamenti mai effettuati, ma certificati con false ricevute delle Poste: per solo due degli indagati nel comune di Roma risultano multe mai pagate per oltre 80mila euro.

La Polizia municipale Il comandante della Polizia municipale, Angelo Giuliani, ha espresso "grande soddisfazione per la brillante operazione portata a termine dall’VIII Gruppo". E nel ringraziare il comandante Di Maggio ha voluto anche sottolineare come "in un momento così delicato per la vita del Corpo, ancora una volta si dà dimostrazione delle alte professionalità che la Polizia municipale ha al suo interno. Uomini capaci e preparati che con la loro opera risultano agire in sinergia con le altre istituzioni con grande utilità verso i cittadini".

Il contro-papello di don Vito: giudici eletti come negli Usa

Corriere della Sera


PALERMO — Continuava a ragionare da politico l’ex sinda­co mafioso di Palermo Vito Cian­cimino. Riceveva i carabinieri, aveva contatti con gli «uomini d’onore», fu al centro della «tratta­tiva » tra lo Stato e Co­sa Nostra durante la stagione delle stragi del 1992, se davvero c’è sta­ta. E secondo quello che oggi racconta il figlio Massimo, quando ricevet­te il papello da inoltrare ai rappresentanti delle istitu­zioni, capì che bisognava abbassare il tiro. Le richie­ste dei boss, nella sua ottica, erano esagerate. Allora ela­borò un programma alterna­tivo, riassunto in un altro do­cumento consegnato ai magi­strati da Ciancimino jr, scritto da suo padre.

IL FOGLIO - È un foglio in cui si legge «All. 2 Libro», forse in riferimen­to alle bozze di una possibile pubblicazione che l’ex sindaco aveva dato in copia al colonnel­lo dei carabinieri Mario Mori, che le portò all’allora presiden­te dell’Antimafia Luciano Vio­lante. È qui che compaiono, sen­za altre considerazioni, i nomi degli ex ministri dell’Interno Mancino e della Difesa Rogno­ni. Subito dopo si legge «Mini­stro Guardasigilli», e ancora due riferimenti che richiamano altrettanti punti del papello: «Abolizione 416 bis; Strasburgo maxiprocesso», per cancellare il reato di associazione mafiosa e, attraverso la Corte europea, le condanne fioccate nel processo istruito da Falcone e Borsellino. Poi si passa a temi tornati d’attualità nel dibattito politico, senza che ovviamente sia imma­ginabile alcun legame. Ma in un contesto in cui inseguiva le esi­genze dei mafiosi Vito Ciancimi­no immaginava un «partito del Sud». Nell’appunto scrisse «Sud partito», e subito dopo qualco­sa che la Lega Nord suggerisce da tempo: «Riforma Giustizia al­la Americana, sistema elettivo con persone superiori ai 50 an­ni indipendentemente dal titolo di studio (Es. Leonardo Scia­scia) » . L’ex sindaco corleonese mor­to nel 2002 immaginava dun­que — non sappiamo quando, perché il figlio dice nel ’92, ma potrebbe essere anche più tardi — un sistema giudiziario in cui le toghe fossero scelte dal popo­lo.

E i candidati non dovevano essere necessariamente laureati in Legge, bastava che non fosse­ro giovani. Chissà se a Sciascia, semplice maestro elementare prima di diventare uno scritto­re di successo, strenuo difenso­re del garantismo e delle regole fino ad alimentare la famosa po­lemica sui professionisti dell’an­timafia, sarebbe piaciuto essere portato ad esempio di candida­to giudice ideale da un condan­nato per mafia come Vito Cianci­mino. Il quale si richiamava qua­si letteralmente al papello im­maginando «l’abolizione del car­cere preventivo se non in fla­granza di reato; in questo caso rito direttissimo», e alla defisca­lizzazione della benzina chiesta dai boss replicava con «l’aboli­zione del Monopolio Tabacchi». Nei prossimi giorni Massimo Ciancimino dovrebbe portare in Procura gli originali dei ma­noscritti forniti in fotocopia, sui quali i magistrati si manten­gono cauti. Da quel momento saranno possibili gli accerta­menti necessari a stabilirne au­tenticità e provenienza; in parti­colare dell’annotazione in cui Vi­to Ciancimino scrisse «conse­gnato spontaneamente al colon­nello dei carabinieri Mario Mori dei Ros», che secondo Massimo era applicata sul papello con le richieste mafiose.

CARABINIERI - Gli ufficiali dell’Arma hanno sempre detto che i colloqui con l’ex sindaco erano finalizzati al­l’acquisizione di notizie per la ri­cerca dei latitanti, mentre la nuova inchiesta palermitana ipotizza che ancora prima della strage di via D’Amelio (19 lu­glio ’92), i carabinieri abbiano avviato una vera e propria tratta­tiva con i boss di Cosa Nostra, prima Riina e poi Provenzano. L’allora colonnello Mori e l’ex capitano Giuseppe De Donno avrebbero fatto da intermedia­ri, e le recenti dichiarazioni del­la vedova Borsellino rese agli in­quirenti di Caltanissetta — tito­lari dell’indagine sui presunti «mandanti esterni» della strage — potrebbero chiamare in cau­sa anche il loro diretto superio­re: il generale Antonio Subran­ni, all’epoca comandante del Ros.

Agnese Borsellino ha riferi­to che pochi giorni prima di mo­rire suo marito le confidò di nu­trire qualche dubbio sul genera­le, e ieri si sono rincorse voci (seccamente smentite) su una sua possibile iscrizione nel regi­stro degli indagati, seppure co­me atto dovuto. Di certo però, le inchieste aperte nei due capo­luoghi siciliani s’intrecciano col processo in corso a carico di Mo­ri e di un altro ufficiale del Ros di quei tempi, il colonnello Mau­ro Obinu, per la mancata cattu­ra (anch’essa presunta) di Ber­nardo Provenzano nel 1995. In quel dibattimento, verranno ascoltati martedì Luciano Vio­lante e Giovanni Ciancimino, al­tro figlio dell’ex sindaco. Argo­mento delle testimonianze: con­tatti mafia-Stato, eventuale «trattativa» e papello.

Giovanni Bianconi

Castellammare, la ex sindaco Salvato: «Il mio allarme, inascoltato e irriso»

Corriere del Mezzogiorno

L'ex prima cittadina: «Ma Fassino neppure mi rispose» E a Striscia in onda l'intervista a Tommasino del 2007 


NAPOLI - «Il mio allarme sul condizionamento della criminalità organizzata nei confronti del mondo politico fu inascoltato, anzi irriso». Così Ersilia Salvato, ex sindaco di Castellammare di Stabia ricorda al Velino la fase in cui ha guidato la città. E, intanto, «Striscia la Notizia», nella trasmissione di venerdì sera, manda in onda le immagini dell' intervista realizzata nel 2007 da Jimmy Ghione a Gino Tommasino, il consigliere comunale di Castellammare di Stabia ucciso lo scorso 3 febbraio con 11 colpi di arma da fuoco davanti al figlio.

L'INTERVISTA AL CONSIGLIERE UCCISO - Striscia la Notizia nel 2007 era stata contattata da Tommasino per denunciare irregolarità avvenute in occasione delle elezioni degli organismi cittadini e dei delegati da inviare al Congresso provinciale della Margherita nel Comune di Castellammare di Stabia. Nel corso del servizio erano stati mostrati i tabulati contenenti circa mille nominativi di coloro che avevano espresso il loro voto. Dai controlli effettuati, però, non più di un centinaio di persone si sarebbero recate effettivamente alle urne: i restanti sarebbero stati aggiunti artificiosamente.

LE PAROLE DELLA EX SINDACO - Ecco il jaccuse che la ex sindaco, Ersilia Salvato, consegna al «Velino». «Quando ero sindaco - ricorda la Salvato - uscii dai Ds nel 2005 con una lettera all'allora segretario Fassino nella quale lanciavo l'allarme sulla questione morale in tutta la politica cittadina». Un'uscita senza che ci fosse alcuna reazione dal Bottegone. «Non solo non ebbi risposta, ma fui addirittura derisa in città. Constatavo un pericolo: nelle elezioni c'è sempre stato il condizionamento da parte della criminalità, ma nelle ultime amministrative vi è stato in maniera evidente, palese, con i camorristi sotto ai seggi. Lo denunciai anche alla polizia, ma mi dissero che non erano in grado di stabilire se quelle persone realmente condizionassero il voto o meno. Dopo un anno da consigliere, decisi che era meglio dimettermi».

16 ottobre 2009


La mappa dei segreti di Roma antica

La Stampa

Dalla gigantesca struttura del Circo Massimo al tempio del Sole: i monumenti ancora sepolti


MATTIA FELTRI
ROMA

Qui, in piazza Venezia, a Roma, scavando è stato trovato l’Ateneo di Adriano, una notizia importante e allo stesso tempo comica: ovunque si scavasse, nell’area dei Fori, si troverebbe qualche cosa perché lì sotto ci sono tremila anni di storia. Francesco Rutelli, presidente del comitato parlamentare di controllo dei servizi segreti, ma ex sindaco di Roma e appassionato di storia antica, ipotizzò un museo a cielo aperto che da piazza Venezia arrivasse sino all’Appia antica comprendendo i Fori, il Colosseo, il Palatino e il Circo Massimo, tutti liberati dal traffico.

Oggi Rutelli sbircia i ruderi dell’Ateneo e illustra la sua nuova idea: «Penso che questa via, via dei Fori Imperiali, sia ormai parte della città e della sua storia. Mi pare che l’idea di sventrarla appartenga soprattutto a un tic della sinistra, poiché la volle Mussolini. Si potrebbe però renderla pedonale e per soli mezzi elettrici, sarebbe la più spettacolare passerella archeologica del mondo. E niente vieterebbe di scavarci sotto per riportare alla luce tutto quello che fu costruito nell’intera valle dei Fori».

Rutelli guarda i ruderi e sospira: «Certo è costoso. E di per sé qualificherebbe l’intero lavoro di un governo. Mi rendo conto delle difficoltà e delle opere che comporterebbe, oltre alle decine di cose che ci sono da fare: consolidare il Palatino, che si sfalda, o mettere in sicurezza la Domus Aurea. Del resto i grandi momenti archeologici di Roma sono stati solo quello dell’Unità d’Italia e quello del fascismo, inclusa la retorica imperiale e gli sventramenti. Nel dopoguerra soltanto la legge Biasini (anni Ottanta, quella dei monumenti in gabbia, ndr) e il piano del Giubileo». Qui sotto ci si troverebbe di tutto. C’è la forma urbis che spiega quali templi, quali edifici. «Semplicemente completeremmo i Fori. Ma il tesoro non è solo qui». Andiamo al Circo Massimo. «Bisognerebbe scavare qui, in via dei Cerchi». Alle spalle abbiamo il Palatino, di fronte il Circo Massimo. «Di sicuro ci sono i resti del Tempio del Sole e della Luna».

Si tratterebbe di chiudere al traffico un’altra via di Roma, ma secondo Rutelli «non è una via a grande scorrimento e poi è qui che è nata Roma, proprio qui c’era il Pulvinar, il palco dell’imperatore». Indica il grande prato: «Il Circo Massimo andrebbe gradualmente scavato. Era il più grande monumento di Roma Imperiale, conteneva forse trecentomila spettatori e non lo conosciamo. Un’assurdità». Da quello che si dice, sotto al Circo Massimo la struttura dello stadio per le bighe non c’è più. Rutelli strabuzza gli occhi: «Ma non è vero. E’ stato spogliato dai marmi come è successo al Colosseo, ma la struttura architettonica c’è, eccome. E’ un tesoro, quest’area, e adesso è ridotta a discarica. Nemmeno ci si può portare i bambini a giocare», dice indicando i cocci di vetro. «E proprio lì, nel grande edificio dove era l’ufficio elettorale, va fatto il museo della città sui cui è d’accordo anche Alemanno. Il primo luogo dove con le tecnologie moderne si possa realizzare la visita virtuale dell’antichità».

A proposito di scavi, non è che adesso si stia con le mani in mano: l’Ateneo di Adriano, la stanza circolare di Nerone. Rutelli ridacchia: «Mi spiace deludervi, ma è tutto da dimostrare che quelli siano davvero l’Ateneo di Adriano e la stanza circolare di Nerone. C’è dibattito. E’ che su queste cose si fa sempre un po’ di propaganda». Beh, anche lei da sindaco ne ha fatta un po’... «Ma sì, d’accordo, però su cose un pochino più concrete. Ricordo che Andrea Carandini, che è un grandissimo archeologo e un grande divulgatore, sul Palatino trovò il Pomerio, il primo confine di Roma voluto da Romolo». Anche sull’autenticità del Pomerio si discute, e parecchio. E poi, una volta scoperto, è stato subito ricoperto. Rutelli osserva il punto dove si scavò: «Lo coprimmo perché si sarebbe sfaldato. Ma insomma tutto questo dimostra che ci sarebbero centinaia di cose da fare. Al prezzo di una finanziaria, lo so. A me piacerebbe che se ne facessero alcune immediate, dovute».

Da su, dal Palatino, si vedono i Fori: «Primo: andrebbero eliminate quelle murature delle cantine secentesche trovate laggiù, nei Fori imperiali. Ma chi se ne frega delle cantine del Seicento? E’ feticismo. Secondo: sempre lì andrebbero tolti qui cantieri fermi da anni, eliminata l’ormai inutile via Alessandrina, sistemate alberature e percorsi di visita. Terzo: bisognerebbe ricostruire quell’alzata delle colonne, lì, nel Foro di Nerva; eccole, perché lasciarle a terra? Si obietta che solo Mussolini rialzò le colonne. E allora? Facciamolo. Il vicesindaco Cutrufo vuole ricostruire Roma imperiale di plastica in periferia quando abbiamo quella vera e ci pare brutto persino rimettere in piedi delle colonne. Tutte queste sono imprese da due lire».

Siamo al Colosseo. Qui sta per arrivare la nuova metropolitana. «La metropolitana viaggia circa trenta metri sotto terra, quindi più in basso del livello archeologico. Quella potrebbe essere la porta di Roma antica: l’ingresso per un percorso sotterraneo. L’incubo di Federico Fellini in Roma - con la talpa meccanica che scopre un grandi affreschi che svaniscono subito - forse sarà il sogno della Roma futura».

Borghezio difende gli Apache "Geronimo guerriero eroico"

Libero




Dopo aver espresso la sua preoccupazione a seguito dell’attentato di Milano definendolo “un segnale  gravissimo, che fa emergere una realtà inquietante e pericolosa”, Maurizio Borghezio, esponente di prim’ordine della Lega Nord e membro della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni, ha inviato una lettera al presidente della delegazione Ue/Usa, Elmar Brok, affinché accolga la richiesta degli antenati dell’eroico guerriero apache ‘Geronimo’, desiderosi di riavere indietro le spoglie del proprio antenato. 

"Illustre Presidente – si legge nella lettera dell’esponente della Lega Nord - mi rivolgo a Lei per chiedere che la nostra delegazione voglia indirizzare alle competenti Autorità del governo statunitense l'invito ad accogliere la richiesta, formulata anche attraverso le vie legali, dei discendenti del grande guerriero ‘Geronimo’, eroe del popolo Apache morto combattendo per la libertà, di poter vedere le spoglie del proprio antenato nei luoghi sacri degli avi. Mi pare, infatti, che questa ben fondata richiesta appartenga a quella cultura del rispetto non solo dei diritti delle minoranze, ma anche del culto degli avi che appartiene alla migliore tradizione europea".

Tanto rumore per un video, quanto silenzio su quel brindisi

di Mario Cervi


Premessa. Da decenni critico i magistrati italiani per il cipiglio con cui rivendicano uno status particolare pur essendo per formazione ambientale e culturale simili come gocce d’acqua agli altri burocrati pubblici. Li distingue unicamente una migliore retribuzione, forse dovuta anche al fatto che su di essa sono parametrate le indennità dei parlamentari. Tuttavia non condivido l’idea che nei Tribunali siedano innumerevoli «toghe rosse». Ce ne sono, intendiamoci. Ma non è questa, a mio avviso, la causa prima dei mali da cui la giustizia è afflitta.

Ho dapprima valutato con distacco le accuse mosse al dottor Raimondo Mesiano per la sentenza sulla causa De Benedetti-Fininvest. Ritenevo che gli dovesse essere accreditata la buona fede. Confesso che le informazioni sulle esuberanze antiberlusconiane del nostro, e sulle bicchierate per la sconfitta elettorale di Berlusconi, hanno inferto un duro colpo alla mia presunzione d’innocenza. Un magistrato ha diritto a convinzioni politiche, come ogni cittadino. Ma se le esprime con una festosità e faziosità di parte, e poi si occupa d’una vertenza in cui è coinvolta la parte che gli sta antipatica, la sua imparzialità crolla. Tuttavia i dirigenti dell’Associazione nazionale magistrati ci hanno tenuto a precisare che quand’anche il racconto dei tripudi antiberlusconiani di Mesiano fosse vero «non se ne potrebbe trarre alcun elemento sulla mancanza di correttezza del magistrato nell’esercizio della giurisdizione». Nessun elemento?

Quella decisione che potrebbe costare a Silvio Berlusconi la bellezza di 750 milioni di euro ha fatto di Raimondo Mesiano un personaggio nazionalmente e internazionalmente famoso. La notorietà ha degli inconvenienti, lo sanno tutti i divi e le dive e divetti e veline paparazzati incessantemente (ma non è che se ne dispiacciano). Lo seppe il potente e segreto banchiere Enrico Cuccia, tallonato cammin facendo dall’inviato di Striscia la notizia Francesco Salvi. Lo sa più d’ogni altro il Cavaliere, sulle cui case, sulle cui vacanze, sulle cui conoscenze soprattutto femminili s’avventano, come si espresse un conduttore televisivo non ferrato in materia ittica, stormi di piranha.

La trasmissione Mattino Cinque di Mediaset ha l’altro giorno sguinzagliato i suoi reporter al seguito di Mesiano: e i reporter lo hanno colto non in una alcova clandestina ma per strada o dal barbiere. Il «servizio» includeva anche apprezzamenti non positivi sull’abbigliamento del giudice. In confronto a ciò che quotidianamente vediamo, leggiamo e sentiamo questa è acqua fresca. È vero, si è accennato a «stravaganze» di Mesiano, non è mancato un accenno alla promozione conferitagli subito dopo la sentenza contro Berlusconi. Ma le insinuazioni e il gossip che ogni giorno ci vengono propinati da tutti i mezzi d’informazione sono ben più pesanti.

Capisco che Mesiano possa essersi irritato: non è piacevole vedersi rinfacciare pantaloni blu, mocassino bianco e calzini turchese. Capisco meno che l’Associazione nazionale dei magistrati, capace di mantenere una calma marmorea di fronte ad intrusioni indecorose nella dignità e nella privacy di personaggi altolocati, sia insorta con veemenza, e che si sia parlato di «pestaggio mediatico». Andreotti Belzebù e mafioso non ha suscitato e non suscita scalpore. Invece per Mesiano è previsto addirittura un intervento del Consiglio superiore della magistratura. Viene inoltre annunciata un’inchiesta del sindacato lombardo dei giornalisti contro Claudio Brachino, responsabile di Mattino Cinque. Questo tipo di giornalismo non mi manda in estasi, ma evidentemente piace se numerose testate della carta stampata e della televisione fanno a gara nel praticarlo. Ma quanto rumore e quanta indignazione per così poco.

Quando Mesiano esultò al bar delle toghe «Evviva, Prodi è premier»

di Stefano Zurlo

Milano


Un brindisi alla cacciata di Berlusconi e alla vittoria di Prodi. C’è anche questo nel curriculum di Raimondo Mesiano, il giudice che ha messo ko la Fininvest stabilendo un risarcimento record di 750 milioni di euro per la Cir di Carlo De Benedetti. Nell’aprile 2006 Mesiano ha già fra le mani quel delicatissimo fascicolo: la causa civile sul Lodo Mondadori, un capitolo infuocato di storia italiana. Ma il magistrato, che proprio tre giorni fa è stato promosso dal Csm per «l’equilibro dimostrato», non ha paura di tifare in pubblico per il centrosinistra, come un militante della curva girotondina, anche se lui è giudice a Milano ed è il giudice di Berlusconi.

Non importa. Del resto l’endorsement per Prodi si ripeterà qualche settimana dopo al Cuoco di bordo, meta meneghina dei cultori del pesce fresco. La vittoria di primavera è arrivata per un’incollatura, ventiseimila voti in più per Prodi alla Camera, dopo un’estenuante altalena di dati. Il clima al quartier generale dell’Ulivo è di euforia; Berlusconi ha sfiorato la rimonta impossibile, ma non ce l’ha fatta. È battuto, anche se per un soffio. E Raimondo Mesiano esulta come un ultrà, un ultrà in toga.

All’ora di pranzo raggiunge il Ristorante self service Battisti a due passi dal Palazzo di giustizia. Il locale è suo rifugio abituale per lo spuntino quotidiano, fra una causa e l’altra. «È entrato gridando “abbiamo vinto, abbiamo vinto” - racconta Claudio, dipendente Fininvest, altro frequentatore assiduo del ristorante che oggi ha cambiato gestione e nome - mi ricordo che l’ho osservato sbalordito e mi sono rivolto al mio amico Osvaldo dicendogli: ma guarda questo giudice». Claudio si abbandona ai suoi pensieri, ma il breve show del magistrato va avanti: «Ha cominciato a stringere le mani dei presenti, un gruppetto di avvocati, pure arrivati in via Battisti per rifocillarsi, poi ha aggiunto: dobbiamo festeggiare, brindiamo».

Detto fatto, dopo qualche secondo il tappo di una bottiglia di spumante vola verso il soffitto, i calici, cinque a quanto pare, si alzano, i quattro avvocati e il giudice brindano alle fortune del governo Prodi. Che però non avrà una gran fortuna e morirà dopo un paio d’anni di vita stentata. Ma in quel momento Mesiano è soddisfatto. Ed esternerà la sua allegria qualche settimana dopo nel corso di una cena a base di pesce Al cuoco di bordo, in via Gluck. È l’episodio che il Giornale ha raccontato ieri: «Berlusconi dovrebbe dimettersi, Berlusconi dovrebbe andarsene», queste le parole scandite dal magistrato fra un piatto di cozze e uno di seppie. Un giovane avvocato, un legale che frequenta la decima sezione del tribunale e percorre i lunghi corridoi del Palazzo di giustizia, si ritrova seduto per caso al tavolo di fianco, ascolta e pensa più o meno le stesse cose che ha pensato qualche tempo prima Claudio.

I due però non conoscono il dettaglio più importante di questa storia: Mesiano è anche il titolare di una causa spinosissima, quella promossa nel 2004 dalla Cir contro il Biscione per la compravendita della sentenza sulla Mondadori. La causa, civile, è stata affidata al giudice Domenico Piombo ma all’udienza del 26 settembre 2005 Piombo ha lasciato il posto a Raimondo Mesiano. Che però, da via Battisti alla via Gluck immortalata da Adriano Celentano, non nasconde simpatie, antipatie e preferenze politiche.

Può essere considerato imparziale nell’atto di giudicare i guai di Berlusconi un giudice che brinda alla sconfitta del Cavaliere ed entra in un ristorante frequentato dagli avvocati inneggiando alla vittoria di Prodi? Si dirà, naturalmente, che il lavoro del magistrato dev’essere valutato nel merito, nei suoi ragionamenti, nei suoi passaggi logici, nelle conclusioni cui arriva. È vero, ma è altrettanto innegabile che per la giustizia anche la forma è importante e le forme dovrebbero segnalare che il giudice è indipendente, imparziale, neutrale, terzo come si dice in linguaggio giuridico.

Può essere considerato terzo Mesiano? Al Csm che l’ha appena promosso lodando «impegno, laboriosità, equilibrio» e altro ancora, sono convinti di sì. Claudio e l’avvocato si sono fatti un’altra idea: «Ricordo bene - ha spiegato il legale al Giornale - che più parlava e più mi dicevo: ma allora le toghe rosse esistono davvero».

Questioni di forma, dunque. E di opportunità. Claudio e l’avvocato hanno ripensato a quei brindisi e a quelle parole infiammate tre anni dopo, quando Mesiano, sulla scia del processo penale chiuso con la condanna del giudice Vittorio Metta e dell’avvocato Cesare Previti, ha dato ragione alla Cir ma, soprattutto, ha stabilito un risarcimento record, senza precedenti: 750 milioni di euro. Quasi una manovra finanziaria. Così, i due, senza sapere l’uno dell’altro, hanno raccontato al Giornale quegli episodi nelle stesse ore in cui il Csm, con disarmante tempismo, promuoveva addirittura Mesiano e gli alzava lo stipendio tributandogli una sorta di standing ovation.