domenica 18 ottobre 2009

Grasso: «Con la mafia ci fu trattativa. Salvata la vita di molti ministri»

Corriere della Sera


Di Pietro: «Parole gravissime. Adesso faccia i nomi di chi ha gestito questa indecente mercificazione dello Stato»


MILANO - La trattativa con la mafia nei primi anni ’90 c’è stata ed anzi Cosa Nostra aveva capito di poter ricattare lo Stato. A sostenerlo è il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, intervistato dal Tg 3. «Quando Riina dice a Brusca, come lui ci riferisce, che "si sono fatti sotto" vuol dire che è scattato il meccanismo di ricatto nei confronti dello Stato: la strage di Falcone ha funzionato in questo modo. L’accelerazione probabile della strage di Borsellino può allora essere servita a riattivare, ad accelerare la trattativa con i rappresentanti delle istituzioni», dice Grasso.

Per il procuratore «il momento era terribile, bisognava cercare di fermare questa deriva stragista che era iniziata con la strage di Falcone: questi contatti dovevano servire a questo e ad avere degli interlocutori credibili. Il problema - continua - è di non riconoscere a Cosa nostra un ruolo tale da essere al livello di trattare con lo Stato, ma non c’è dubbio che questo primo contatto ha creato delle aspettative che poi ha creato ulteriori conseguenze».

In ogni caso dopo l’arresto di don Vito Ciancimino e Riina «le stragi prendono un’altra strada, ma continuano. Io ritengo - conclude Grasso - che ci sia sempre un unico filo che collega le stragi iniziali, come l’omicidio Lima, a tutte le altre, tra cui quelle mancate dell’attentato all’Olimpico».

«LA TRATTATIVA HA SALVATO LA VITA A MOLTI MINISTRI» - L'intervista in serata al Tg3 ha fatto seguito a un'altra, uscita sulla Stampa, nella quale il procuratore nazionale antimafia sosteneva che la trattativa tra Stato e mafia «ha salvato la vita a molti ministri. Anche via D'Amelio -afferma Grasso- potrebbe essere stata fatta per "riscaldare" la trattativa. In principio pensavano di attaccare il potere politico e avevano in cantiere gli assassinii di Calogero Mannino, di Martelli, Andreotti, Vizzini e forse mi sfugge qualche altro nome. Cambiano obiettivo - dice il magistrato - probabilmente perché capiscono che non possono colpire chi dovrebbe esaudire le loro richieste. In questo senso si può dire che la trattativa abbia salvato la vita a molti politici».

Grasso, cita le carte processuali e anche di un "papellino" comparso poco tempo prima del "papello": «Potrebbe essere stato consegnato ai carabinieri del Ros, al col. Mori che nega l'episodio, da uno strano collaboratore dei servizi che chiedeva l'abolizione dell'ergastolo per i capimafia Luciano Liggio, Giovanbattista Pullará, Pippo Calò, Giuseppe Giacomo Gambino e Bernardo Brusca. Anche quelle richieste ovviamente finirono nel nulla perchè irrealizzabili».

DI PIETRO: «ADESSO FACCIA I NOMI» - «Quelle di Grasso sono parole che non avremmo mai voluto ascoltare». E' di Pietro a reagire nel modo più critico alle due interviste del procuratore: «Deve fare i nomi di chi ha gestito questa indecente mercificazione dello Stato e della sua dignità». «Piero Grasso - continua Di Pietro - deve dire quali politici sono stati salvati e perché la mafia voleva ucciderli. Cosa avevano promesso i politici? Cosa hanno ottenuto?

Chi sono i porta nome e porta interessi della mafia in Parlamento? Alcuni nomi li conosciamo: il primo sarebbe stato Giulio Andreotti, uomo di "esperienza" nei rapporti con la mafia, salvato dal reato di favoreggiamento per prescrizione; un altro è Marcello Dell'Utri, fondatore di Forza Italia, oggi in appello con 9 anni di condanna in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa». «Vogliamo tutti i nomi -prosegue Di Pietro- l'intera lista, per poterli allontanare dalle istituzioni e processare, oltre che per i reati più ovvi, anche per alto tradimento della Patria.

Si, di questo stiamo parlando e nessuno in uno Stato ha l'autorità per poter "vendere" i suoi cittadini alla criminalita. I politici coinvolti nella trattativa con la mafia -conclude Di Pietro- vadano a dare le loro indecenti spiegazioni ai familiari di Giovanni Falcone, della moglie, Francesca Morvillo, dei tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montanaro, a quelli di Borsellino, di Agostino Catalano, di Emanuela Loi, di Vincenzo Li Muli, di Walter Eddie Cosina, di Claudio Traina».


F1, gaffe di Ecclestone: "Morte Senna? Un bene"

di Redazione


San Paolo - Ecclestone sa farsi voler bene. Con una nuova presa di posizione choc il patron della Formula 1 dall'autodromo di Interlagos, dove si corre oggi il Gp del Brasile riesce a mettersi contro l'intero Paese e il mondo dei motori in generale. Secondo la Folha de S.Paulo, maggior quotidiano brasiliano, Bernie Ecclestone ha sostenuto che la morte di Ayrton Senna è stata un dramma, ma ha dato alla Formula 1 una pubblicità straordinaria. "La morte di Ayrton è stata una gran tristezza, ma è stata poi un bene per la Formula 1 - dichiara Ecclestone nell'intervista al quotidiano brasiliano, smentita successivamente dall'interessato ma immediatamente confermata dall'autore dell'intervista che ha fornito i nastri registrati del colloquio -. Molta gente che non aveva mai sentito parlare della Formula 1 ha cominciato ad interessarsi al nostro sport grazie all'immensa ripercussione dell'incidente a Senna".

Sdegno e smentita Le dichiarazioni di Ecclestone hanno immediatamente provocato sdegno e indignazione in Brasile. Il diretto interessato si è affrettato a smentirle, ma il cronista sportivo autore dell'intervista, Fabio Seixas, ha concesso alle emittenti radio locali la registrazione, che conferma parola per parola le ciniche affermazioni del patron della F1. Ecclestone, nel luglio scorso, aveva già provocato scalpore con un'intervista al Times nella quale elogiava Hitler, Saddam e i Talebani; dopo la richiesta di dimissioni da parte del congresso ebraico mondiale, il patron della F1 aveva chiesto scusa parlando prima di "malinteso", poi di sua idiozia nel sostenere quelle tesi.

Natività Caravaggio, sul furto è giallo da 40 anni

di Redazione


Palermo - E' tra le prime dieci opere d'arte rubate, nella classifica mondiale stilata dalla Fbi. Uno "sfregio" al nostro patrimonio artistico consumato di quarant'anni fa, nella notte tra il 17 e il 18 ottobre del 1969, quando un commando mafioso trafugò a Palermo dall'Oratorio di San Lorenzo la Natività, una delle opere più famose del Caravaggio. Un olio su tela di 2 metri e 68 centimetri per un metro e 97, dipinto dall'artista nel 1609, il cui valore é stato stimato in 30 milioni di euro.

Le ricerche Da quella notte di quarant'anni fa tutti gli sforzi per restituire questo capolavoro sono stati vani. Il generale Roberto Conforti, fino al 2002 comandante dei carabinieri della tutela patrimonio artistico, in diverse occasioni aveva sottolineato che i suoi uomini davano la caccia ai ladri di quel dipinto con lo stesso impegno con cui si cerca un latitante famoso. Il pentito Francesco Marino Mannoia, che ha confessato di essere uno degli autori del colpo, ha sostenuto che il quadro sarebbe andato distrutto, ma per i carabinieri del Tpa si sbaglia. Probabilmente si confonde con il furto di un altro dipinto messo a segno nella stessa epoca, in una chiesa vicina all'Oratorio. Secondo le indagini il furto sarebbe stato gestito da un personaggio di spicco della mafia cosidetta "perdente", forse per accreditarsi nei confronti del gotha di Cosa Nostra.

Passaggi di mano I carabinieri, grazie anche alle "soffiate" di alcuni collaboratori, hanno ricostruito il percorso del dipinto dal 1969 al 1981. Dopo tre tentativi andati a vuoto di venderlo ad alcuni collezionisti, la tela sarebbe stata seppellita nelle campagne di Palermo, insieme a cinque chili di cocaina e ad alcuni milioni di dollari, dal narcotrafficante Gerlando Alberti. Ma nel luogo indicato dal pentito Vincenzo La Piana, nipote del boss, la cassa di ferro con il tesoro non c'era più. La mafia l'avrebbe fatta prelevare prima dell'arrivo delle forze dell'ordine.

Cornice vuota A quarant'anni di distanza, dunque, resta ancora avvolta dal mistero la fine dell'opera di Caravaggio. E la grande cornice alle spalle dell'altare maggiore Oratorio di San Lorenzo continua a essere desolatamente vuota. Anche per questo motivo un imprenditore torinese che lavora nel settore dell'alluminio, proprietario di un "falso d'autore" della Natività, con tanto di certificato di Pitti Arte Firenze, dipinto nel 2000 dal maestro Stefano Pessione, ha manifestato l'intenzione di donare l'opera per esporla nel luogo dove il capolavoro di Caravaggio é stato trafugato. "La mia famiglia - spiega l'imprenditore - l'ha acquistato alcuni anni fa ad una mostra di falsi d'autore a Cortina. E' una copia talmente perfetta che quando l'abbiamo esposta in una galleria di Torino con l'intenzione di venderla, i carabinieri hanno pensato in un primo momento che fosse l'originale".

La copia Dopo avere chiarito l'equivoco, il proprietario del quadro - proprio attraverso gli stessi militari del nucleo di tutela patrimonio culturale - ha manifestato l'intenzione di donare il quadro all'oratorio di San Lorenzo: "Ma fino ad ora - spiega - non abbiamo avuto alcuna risposta, probabilmente a causa delle lungaggini della burocrazia, io e la mia famiglia crediamo che anche l'esposizione di una copia può servire a non cancellare la 'memoria' di una grande opera".

Uccidono 59enne e lo sezionano «Volevamo vedere gli organi interni»

Corriere della Sera

Alexandrovsk, Russia: due ragazzini di 12 e 13 anni ammazzano un pensionato e gli aprono la cassa toracica

Nella città russa di Alexandrovsk, situata nell'estremo est nella regione di Sakhalin, due ragazzini di 12 e 13 anni hanno ucciso un pensionato e poi gli hanno aperto la cassa toracica per «vedere la disposizione degli organi interni», come hanno detto alla polizia. I due teenager erano andati a trovare il 59enne a casa sua. Quest'ultimo era noto per la sua propensione agli alcolici. I due ragazzi e l'uomo hanno incominciato a bere e, poco dopo, è nata una lite tra loro. I due ragazzini hanno colpito il loro ospite e poi, nonostante che costui fosse ancora vivo, gli hanno aperto il petto. Infine, gli hanno tagliato un orecchio e bucato un occhio. Dopo il loro arresto, i due ragazzi sono stati riconsegnati ai genitori perché l'età minima per essere accusati di un reato, in Russia, è di 14 anni.

Paolo Torretta

Scandalo: 8 stupratori graziati "Ma nessuno aiuta la vittima"

Quotidianonet

E' l'amaro sfogo del legale di Marilena, violentata due anni fa da un branco di otto ragazzi, allora minorenni. La madre della ragazza: "Sono disgustata, delusa e amareggiata"


VITERBO, 18 ottobre 2009 - La giustizia pensa ai criminali e si dimentica delle vittime. E' l'amaro commento dell'avvocato di Marilena, oggi 17enne, stuprata due anni fa da un branco di otto ragazzi durante una festa di compleanno a Montalto di Castro.

Una reazione alla decisione, da parte del tribunale dei minori, di sospendere il processo ai baby-stupratori, con 'messa alla prova' per 24 mesi: la prossima udienza e’ stata fissata per 27 marzo 2012. Eppure nel frattempo sei degli otto stupratori sono diventati maggiorenni.

"Nessuno ha mai pensato al reinserimento di Marinella - si sfoga l’avvocato Piermaria Sciullo - Accanto a lei non c’e’ mai stata alcuna istituzione pubblica. Nessuno le ha chiesto di cosa avesse bisogno. Nessuno le ha mai proposto un lavoro, nemmeno stagionale, nonostante abbia dovuto lasciare la scuola".

E a nulla è servito, dal punto di vista della vittima, che prima di ottenere il beneficio, gli otto accusati hanno dichiarato a verbale il loro pentimento per lo stupro e si sono detti pronti a chiedere scusa alla loro vittima e alla sua famiglia: la mamma della ragazza, tra le lacrime, si è  detta "disgustata, delusa e amareggiata" per la decisione.

Ora funziona così: se nei prossimi due anni i componenti del branco - affidati ai servizi sociali e controllati  - si comporteranno bene, il tribunale dei minori potrà anche dichiarare estinto il reato.

Certo, argomenta l'avvocato Sciullo, anche alla ragazza potrebbero essere d'aiuto assistenti sociali, psicologi, e altre figure di supporto, "ma non si sono mai visti. Marilena, pur essendo una studentessa modello, dopo lo stupro non ce l’ha fatta a tornare a scuola. Ha anche provato a iscriversi in un istituto di Roma, ma non è riuscita a inserirsi. Da allora ha provato a cercare un lavoro, anche stagionale, ma nessuno glielo ha offerto".

Alessandria, il sindaco vuole garanzie dalla Cgil: "La piazza per il corteo? 30mila euro di polizza"

di Redazione

Alessandria - Un'assicurazione contro la manifestazione. Per concedere l'autorizzazione a organizzare una iniziativa nella piazza centrale della città, l'amministrazione di Alessandria vuole che la Cgil stipuli una polizza da 30mila euro. La richiesta viene dal sindaco, Piercarlo Fabbio (Pdl), che, dopo avere detto più volte di no, ha chiesto "una copertura assicurativa mediante polizza fideiussoria per la copertura dei rischi da danneggiamento del bene pubblico". La Cgil alessandrina ha chiesto di utilizzare piazzetta della Lega, il salotto buono della città dove si organizzano manifestazioni pubbliche, per tenervi, venerdì 23 ottobre, gli Stati Generali sulla crisi.

La Cgil: "Insulto" "La risposta dell'amministrazione comunale - replica la dirigente sindacale Silvana Tiberti - è uno sfregio alla Cgil e un insulto indegno a tutta la storia del sindacato confederale. Da sempre le nostre manifestazioni sono state un esempio di civiltà e di rispetto per il bene pubblico, che fanno parte del Dna del movimento dei lavoratori. Rischia anche di costituire un precedente contro la libertà di manifestare. Viene da chiedersi: quanto costerebbe, se diventasse regola, assicurare piazza del Popolo a Roma?". La confederazione alessandrina assicura che quella polizza non la farà, "a meno che che ci sia un regolamento specificamente dedicato all'utilizzo di piazzetta della Lega, valido per chiunque". Critica anche la Cgil piemontese: "Consideriamo il comportamento del sindaco un segnale preoccupante e negativo che mina alla base il diritto di manifestare dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali".

Il sindaco: "Ma quale sfregio..." "Ma quale sfregio alla Cgil, è solo un problema tecnico. Abbiamo appena rifatto la pavimentazione della piazza e non sappiamo se la struttura che vogliono metterci possa provocare dei danni". Il sindaco di Alessandria butta acqua sul fuoco dopo le polemiche. "La Cgil ci ha chiesto di mettere una struttura tensostatica su quattro plinti di cemento da due tonnellate l'uno - spiega il sindaco - e i tecnici hanno evidenziato il rischio che si abbassi la pavimentazione nuova. Per noi il principio è uno solo: la piazza è di tutti, chi rompe paga e questo vale per chiunque. Non è un no alla Cgil, non so nemmeno di quale manifestazione si tratti, ma una risposta di buon senso. Mi sembra una polemica fuori luogo, con toni vittimistici". Il sindaco ricorda che l'intervento per la pavimentazione della piazza e di una via laterale è costato circa due milioni di euro e che nelle altre iniziative sono stati utilizzati gazebo leggeri e palchi, "mai una struttura da otto tonnellate".

Emilia rossa regno degli evasori

di Paolo Stefanato


Se l’occasione fa l’uomo ladro, la vicinanza di San Marino è una bella tentazione per risparmiare sulle tasse. Così dall’Emilia Romagna, ricca popolosa e rossa, molti hanno trasferito la residenza nella minuscola Repubblica, che offre due vantaggi: la prossimità geografica e il sistema tributario favorevole. In 7.451 hanno traslocato, almeno ufficialmente, sotto al Titano da quella terra fertile e conviviale che ha dato i natali a Luciano Pavarotti e Alberto Tomba (già pizzicati dal fisco) ma anche a Pierluigi Bersani e Dario Franceschini, che forse hanno appreso la notizia con un certo imbarazzo. Che migliaia e migliaia di conterranei abbiano preso la scorciatoia sanmarinese apparirà una contraddizione anche per tanti onesti «compagni», spettatori di qualcosa che assomiglia a un tradimento ideologico; perché in Emilia anche molti datori di lavoro, e non solo lavoratori, sono in linea con la tradizione politica di sinistra.

Il numero proviene dagli elenchi dell’Aire, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero, e si riferisce a quelli in Paesi con fiscalità privilegiata. Ne sono stati accertati più di 29mila, per la precisione 29.158, distribuiti tra piccole oasi europee, isole dei Caraibi, Stati arabi, asiatici o africani. Di tutti costoro si sta interessando il fisco nell’attività di lotta all’evasione fiscale intensificata proprio in parallelo allo scudo fiscale: costoro non potranno aderirvi, avendo optato per la residenza all’estero. In tutto saranno 40mila i destinatari di un modulo di avviso: ai residenti si aggiungono coloro che, negli ultimi cinque anni, hanno alternato la residenza in Italia con quella in qualche Paese estero.

I sanmarinesi-ex italiani sono 8.490, di cui, appunto, 7.451 solo dall’Emilia Romagna: come dire che uno su quattro degli italiani residenti in paradisi fiscali ha scelto di trasferirsi a due passi da casa, cosa che genera più di qualche sospetto. L’altro polo di attrazione è il Principato di Monaco, dove gli italiani residenti sono 4.648, di cui 1.327 provenienti dalla Liguria, 942 dalla Lombardia e 812 dal Piemonte. Montecarlo è la meta preferita anche del Lazio (517). Il 77,8% degli italiani è concentrato in 7 paradisi, sui 54 dell’elenco: San Marino, Monaco, Uruguay, Costarica, Ecuador, Emirati Arabi, Liechtenstein.

Un buon numero di residenti italiani segue anche rotte più lontane. Così, a fianco dei 3.553 italiani residenti in Uruguay, ci sono 637 italiani che risiedono ad Hong Kong, 1.702 negli Emirati Arabi Uniti, 925 nelle Isole Bermuda, 887 a Singapore e 548 nell’isola di Anguilla.
Nella lista dei 54 paradisi tracciata dal fisco ci sono anche mini-Stati su isole dai mari caldi, come l’atollo di Nieu dove due italiani (un lombardo e un siciliano) hanno spostato la residenza. Più affollate di nostri connazionali residenti sono invece le isole Cayman che registrano 29 italiani. Ma a scegliere il mare a bassa fiscalità dei Caraibi sono anche i 925 italiani che risiedono a Bermuda, i 5 di Saint Kitts e Nevis, i 4 dell’isola Santa Lucia, i 548 di Anguilla o i 6 dell’arcipelago corallino Turks e Caicos. Nell’Oceano Indiano sono invece 86 gli italiani che hanno trasferito l’indirizzo alle Seychelles, ai quali si aggiungono i 23 delle Maldive e i 123 della Mauritius.

Come dicevamo, un italiano su quattro, tra i «residenti in Paradiso» è originario dell’Emilia Romagna (7.451). Seguono, distaccati, Lombardia e Lazio, rispettivamente con 4.243 e 2.934 residenti in aree a fiscalità agevolata. La «classifica» vede poi la Liguria, il Piemonte, il Veneto e le Marche.

Erminio, l’arte di arrangiarsi in guerra «Salvato due volte dalla fucilazione»

Corriere della Sera

La storia - Un novantenne di piazzale Corvetto ricorda la sua vita spericolata nell’Italia dilaniata del dopo 8 settembre
Maffina: lavoravo per i tedeschi, ma gli rubavo i materiali per la Linea Gotica


Rubagalline acrobatico, diserto­re impenitente, contrabbandie­re, sciupafemmine, attaccabri­ghe, collaborazionista e «resistente», un tipo un po' così, l'Erminio, insensi­bile a ordini e disciplina, ma affabula­tore fantastico, capace di far rivivere con le parole la Milano di settant'anni fa come fosse lì, identica, fuori dalla porta di casa. Raccontare ha un effet­to botox, le rughe scompaiono, nel vi­so si illuminano due occhi azzurri da attore.

«Sono stati la mia 'croce e delizia'. Tutte le donne mi volevano, non mi lasciavano in pace un minuto, mentre io pensavo solo alla bicicletta e a star­mene tranquillo». Che gran filone. Fortuna che qualunque cosa Erminio Maffina racconti della «sua» guerra è di sicuro caduta in prescrizione. Il quasi novantenne scapolone di piazza­le Corvetto è già stato due volte ad un passo dal plotone di esecuzione, non sarebbe il caso, alla sua età, finire in galera per un articolo di giornale.

«Ero quasi arrivato al professioni­smo con la bici, quando la guerra mi ha rovinato. Mi allenavo con i grandi dell'epoca, Conte, Rimoldi, Rovida, andavamo a Miradolo, San Colomba­no. Rovida, se lo ricorda lei Rovida? No. Troppo giovane? Erano campioni, ma in bolletta e con la famiglia da mantenere. Così, al ritorno, passando dai paesetti prendevano al volo le gal­line. A quei tempi si usava lasciarle li­bere in strada e i ciclisti, senza scende­re, zac, presa. Io ero il 'pinella', il ra­gazzino del gruppo, e quando ho pro­vato mi è capitata un'oca che mi ha sgraffignato tutta la mano...».

Un maestro nell'arte dell'arrangiar­si: atleta sì, ma inabile al servizio mili­tare attivo. «Avevo una punta d'ernia, non potevo portare la mitraglia e le munizioni assieme. Furbo? Beh! An­che l'ufficiale medico del Distretto lo era: quando misurava il torace, tene­va nel pugno 5 o 6 centimetri di me­tro da sarta. 'Abile arruolato'. Anche quello più 'saracca' (magro come un' aringa)».

«Mi provarono come attendente. Prima per un generale romano che mi usa come cameriere al servizio della moglie, ma io con 5 sorelle a casa non avevo mai fatti i mestieri e non vede­vo perché avrei dovuto farli in divisa. Il secondo ufficiale era meglio. Stava a Imperia e dovevo marcare i punti quando giocava a biliardo nel Caffè Roma sulla piazza centrale».

Il 9 settembre 1943, quando, dopo l'armistizio del generale Badoglio, le forze italiane si sbandano, Maffina non ha dubbi su quale sia la scelta più sicura e, in bicicletta, se ne torna a Mi­lano. «La fame però era fame. Non po­tevo starmene a casa a far niente, così chiesi un posto alla società tedesca che aveva l'appalto per costruire la Li­nea Gotica. Diventai camionista e spe­cialista in borsa nera. Lavoravo soprat­tutto nella zona di La Spezia, i miei ve­nivano giù da Milano e io gli riempi­vo d'olio d'oliva un serbatoio da 5 litri nascosto sulla pancia. Con gli altri operai abbiamo fatto sparire tonnella­te di nafta, cemento, mattoni, viveri. Altro che partigiani, non fosse stato per noi 'mani lunghe', i tedeschi avrebbero finito la Linea Gotica in tempo per resistere agli americani».

«Una volta però mi è andata male. Un fascista mi aveva dato da vendere al mercato nero un bidone di nafta. Un fascista, sì. Tutti dovevano campa­re. I tedeschi però mi scoprirono e mi misero nel carcere di Genova per un mese prima di essere condannato a morte. Non fosse stato per due inter­preti italiane che si erano innamorate dei miei occhi azzurri, non ci sarei più. 'Lascia fare a noi', mi dissero. Portarono fuori la sera il tedesco e la mattina dopo fui rilasciato. Peccato non aver potuto ringraziare le ragaz­ze ».

«La seconda volta mi ha condanna­to alla fucilazione il Principe Borghe­se in persona, capo della X Mas. Porta­vo degli operai da un cantiere all'altro quando questi, ubriachi, si mettono a cantare 'Bandiera rossa' proprio da­vanti alla caserma. Arrestati. L'ufficia­le cappellano passa la sera a confessar­ci perché la fucilazione sarebbe stata la mattina. Invece, durante la notte gli americani o i britannici bombardano e Borghese mi rimette sul camion: 'Porta i miei soldati al rifugio e torna a prendere gli altri'. Fossi matto, do­po il primo viaggio restituisco il furgo­ne alla mia ditta e me la squaglio. Or­mai la guerra, era chiaro, stava per fi­nire. Da un momento all'altro la ditta tedesca avrebbe chiuso i battenti e ad­dio stipendio. Che senso aveva ri­schiare ancora?». Sopravvivere. Per Maffina importante è sopravvivere.

Andrea Nicastro

Canone Rai, gli evasori nel mirino di Masi

Corriere della Sera


ROMA — «Mi rivolgo al vi­ceministro Romani chiedendo a lui e al governo un impegno chiaro per una seria lotta al­l’evasione del canone e perché il canone sia sempre adeguato all’enorme offerta del servizio pubblico». Mercoledì 14 otto­bre, il presidente della Rai guarda negli occhi Paolo Ro­mani, viceministro per le Co­municazioni che ha organizza­to il seminario sul digitale ter­restre (sul palco c’è Fedele Confalonieri). Romani sorride e annuisce. Garimberti: «Spe­ro che ora arrivino atti concre­ti » .

La frase di Paolo Garimberti è stata solo l’anticipazione di una inevitabile strategia che la Rai dovrà adottare per salvar­si: recuperare la quota di eva­sione del canone, proprio nei giorni in cui il presidente del Consiglio ha (parole sue) «fat­to una brutta previsione, il 50% degli italiani non pagherà più il canone, andando avanti così, con un uso criminoso del­la Rai».

Quella quota di canone do­vrà tornare in azienda, sostie­ne la Rai, pena un «buco» cla­moroso alla fine del 2012. A parlarne, la prossima settima­na, sarà il direttore generale dell’azienda Mauro Masi che porterà all’esame del Consi­glio, probabilmente giovedì, il piano industriale triennale 2010-2012. Il documento è sta­to approntato da Masi e da un gruppo di lavoro composto dai quattro vicedirettori gene­rali (Gianfranco Comanducci, Lorenza Lei, Giancarlo Leone, Antonio Marano) con la super­visione di Fabio Belli, respon­sabile della Pianificazione e controllo (che dipende da Lo­renza Lei). Dopo le voci e le ipotesi (di cui ha scritto il 1 ottobre su queste pagine Sergio Rizzo), il capo operativo della Rai mette­rà nero su bianco le cifre uffi­ciali del deficit. Nel 2010 si toc­cherà quota 275 milioni: colpa dei diritti sportivi (Mondiali di calcio e Olimpiadi inverna­li), del calo pubblicitario pro­babilmente costante rispetto al 2009 (quest’anno gli introiti Sipra, la concessionaria della pubblicità, chiuderanno i con­ti con un -20% rispetto al 2008 su un fatturato di un miliardo e cento milioni, quindi circa -220 se non addirittura -250 milioni) e di altre spese ag­giuntive (lancio di canali tema­tici, l’operazione digitale terre­stre). Il «rosso» proseguirà, nelle previsioni di Masi, nel 2011 (almeno -100 milioni) e nel 2012 (sempre almeno -100 milioni). Quindi la stima che il direttore generale farà in Con­siglio sarà, verosimilmente, di un deficit di 500 milioni di eu­ro, quindi quasi 600 partendo dal 2009. Una cifra che potreb­be obbligare l’azienda a ricor­rere alle banche.

Masi ipotizzerà (non giove­dì ma in futuro) diversi inter­venti. Per esempio immobilia­ri (vendite o messa a reddito di importanti edifici, affittan­doli). O il rientro nell’azienda principale delle attività di alcu­ne consociate, ritenute costo­se (toccherà a Rai Trade, a Rai International, a Rai Sat, a Rai Cinema?) Tagliando poi i costi di alcune produzioni e del per­sonale. Ma l’intervento struttu­rale e sostanziale su cui Masi dovrà inevitabilmente punta­re sarà il recupero dell’evasio­ne del canone. Un mancato in­troito del 30% degli abbonati «vale» almeno 400 milioni sul­la carta. Masi avrà come princi­pale alleato in questa battaglia per recuperare il canone pro­prio un uomo di area centrode­stra, il consigliere Angelo Ma­ria Petroni, nominato in Cda dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Il 29 settem­bre scorso, alla Camera duran­te il convegno della rivista «Formiche», Petroni ha avan­zato di nuovo (stavolta col con­sigliere di area Udc Rodolfo De Laurentiis) la sua proposta: «agganciare» il pagamento del canone alla bolletta della luce.

Il recupero potrebbe non an­dare interamente alla Rai. Una quota di 100 milioni, sostiene Petroni, potrebbe abbattere il canone alle fasce sociali più svantaggiate (possessori di So­cial card) o abbassarlo per tut­ti a 99 euro.

Fatto sta che l’intervento sul canone, stavolta in termini ultimativi da parte della Rai nei confronti del governo, sembra inevitabile. La recente crisi economico-finanziaria, sostengono al settimo piano della Rai, non renderebbe sem­plice nemmeno a un’azienda solida come la Rai l’accesso a prestiti così massicci.

Paolo Conti

Scuola, ora di Islam: no della Lega, Chiesa divisa

di Redazione


Treviso - Presentando il paper di Farefuturo, la fondazione dei finiani, il segretario generale Adolfo Urso ha suggerito di "dare cittadinanza a chi nasce in Italia alla fine delle scuole elementari, oppure dopo cinque anni di residenza regolare a chi dimostra di conoscere la lingua italiana e di condividere i valori e i diritti costituzionalmente garantiti". Ribadendo la sua contrarietà alle scuole coraniche, in quanto "fonte di ghettizzazione e di contrasto" e al "velo negli edifici pubblici, nelle scuole e nelle università" ha, invece, espresso favore per "l'introduzione dell'ora di religione islamica facoltativa nelle scuole pubbliche". "Il governo - ha poi affermato - ha operato bene nel contrasto all`immigrazione clandestina ma nei respingimenti occorre garantire il rispetto dei diritti dei rifugiati, di quello comunitario e di quello internazionale. Occorre - ha detto - distinguere l'illegalità di accesso dall'illegalità di permanenza: un conto è infatti definire illegale chi entra nei confini di uno Stato in aperta violazione delle norme nazionali. Altro è la condivisione di chi, venuto in possesso dei requisiti legali, abbia perso lo status di legalità per motivazioni spesso a lui non imputabili".

Castelli: "Una provocazione" Una proposta "strumentale", anzi "solo una provocazione". Roberto Castelli ritiene che l’idea dell’ora di religione islamica, lanciata da Adolfo Urso al convegno di Farefuturo e ItalianiEuropei, "non sia neanche da prendere in considerazione". Insomma, dice il viceministro alle Infrastrutture in un’intervista al Corriere della sera, "l’ora di religione islamica non è nel programma, non esiste. Chi ne parla ha in mente altre cose". Peraltro, osserva Castelli, giunge a pochi giorni dall’attentato a Milano, "proprio per suscitare una nostra reazione e seminare zizzania. Sono giochini tristi e prevedibili. Mi viene in mente Follini". Follini che nel 2004, spiega il viceministro leghista, "cercava solo di creare problemi alla maggioranza sui temi più diversi ma sempre a prescindere dalla sostanza delle cose". Oggi però, avverte Castelli, "la maggioranza è molto più solida di allora. Ma Fini ha avuto un’accelerazione che lo mette fuori dal comune sentire del Popolo della libertà".

Il Vaticano dice sì Il Vaticano apre all’ipotesi di una ora di religione musulmana a scuola e, per bocca del cardinale Renato Raffaele Martino, sottolinea che, assicurando i debiti "controlli", si tratterebbe, oltre che di un "diritto", di un meccanismo che permetterebbe di evitare che i giovani di religione islamica finiscano nel "radicalismo". "Se si ammettono gli immigrati, essi vengono con la loro cultura e la loro religione e devono inculturarsi nel paese dove arrivano", spiega il presidente del Pontificio consiglio Giustizia e pace ad ’Apcom’. "A meno che non scelgano di convertirsi al cristianesimo - perché la libertà di religione è un principio sancito da Dichiarazione dei diritti dell’uomo - se scelgono di conservare la loro religione hanno diritto ad istruirsi nella loro religione", afferma il cardinal Martino. "È un loro diritto". Il porporato non manca di sottolineare il rischio che, in assenza di un’ora di Corano a scuola, i ragazzi di religione musulmana scelgano una scuola confessionale a rischio di influenze radicali. "Se c’è questo pericolo e se l’ora di religione musulmana è inserita in un sistema con tutti i controlli necessari - spiega - penso sia meglio che non andare a finire nel radicalismo". Il ’ministrò del Vaticano per le questioni attinenti alla Giustizia e la pace pone una condizione alla possibilità di introdurre l’ora di islam nella scuola pubblica: "È necessario che ci sia il numero sufficiente di alunni. Se c’è un solo bambino musulmano, è più opportuno che ci pensino i genitori".

Cardinal Tonini: "Impraticabile" La proposta di introdurre un’ora di religione islamica nelle scuole italiane, pure nelle sue "buone intenzioni", non trova d’accordo il cardinale Ersilio Tonini che all’Adnkronos afferma: "capisco le intenzioni ma dietro queste proposte c’è pressapochismo. Ci vuole massima prudenza nell’approccio con l’Islam". Secondo il porporato, "si tratta di un’idea impraticabile, non attualizzabile nel nostro momento storico". Il cardinale precisa il suo disappunto: "pensare che l’Islam sia un gruppo completo, esaustivo, è un errore. L’Islam ha mille espressioni, collegamenti, imparentamenti. Insomma, con i valori della nostra civiltà non ha nulla a che vedere". Una proposta che si inserisce nella direzione di favorire l’ integrazione, tanto auspicata da più parti, col mondo islamico anche attraverso l’attuazione di un Concordato con l’Islam come quello sottoscritto con la Chiesa cattolica. "Che sia necessaria una specie di intesa e di libertà di pensiero è evidente - afferma Tonini - ma bisogna sempre presupporre che ci sian qualcosa di comune quando si va a siglare un patto. Beninteso, la libertà religiosa è un diritto sacrosanto, ma quando si tratta di tradurla in concreto nei rapporti sociali vediamo che le difficoltà sono enormi. Basta pensare al posto che occupa la donna nel mondo islamico: siamo lontani anni luce anche su questo punto fondamentale".

Sì del Pd L’idea lanciata da Urso piace a Massimo D’Alema. "È un’idea giusta - dice l’ex ministro degli Esteri in una conferenza stampa ad Asolo - perché basterebbe l’allargamento di un principio che oggi già esiste, cioè quello di optare per un insegnamento alternativo all’ora di religione cattolica. Non vedo perché tra le opzioni non debba essere contemplata la religione islamica. In un mondo ideale - prosegue D’Alema - forse si potrebbe anche avere un’ora in cui i insegnano tutte le religioni". Tuttavia, "la proposta di Urso viene incontro a un’esigenza di un fenomeno che ormai rappresenta una grande realtà nel Paese".


Ascoltate il rabbino di Roma: in classe solo il cattolicesimo

Per quanto mi riguarda non amo gran che l’ora di religione cattolica e quindi, proprio per questo sono forse più credibile se (anticipando la conclusione) dico che non vi è una seria alternativa allo stato delle cose. Non amo l’ora di religione cattolica per tanti motivi e non insisto su vicende personali ormai lontane, quando alle elementari - dovendo assistere all’ora di religione, pur esentato - il sacerdote insegnante spiegò come gli ebrei fossero gente cattiva che aveva ucciso Gesù e, passandomi le mani nei capelli aggiunse che io non c’entravo, col risultato che da quel giorno nessuno volle sedere accanto a me sul banco. Sono vicende legate a un clima fortunatamente lontano. E tuttavia preferivo l’esenzione del vecchio Concordato che consentiva agli alunni meno piccoli di uscire prima o entrare più tardi e di non subire l’avvilente obbligo di seguire improbabili materie alternative. Al primo dei miei figli fu imposto di seguire un’ora di storia delle religioni che si risolse nella lettura del Corano per tutto l’anno. Per il secondo - e parlo di pochi anni fa - fummo soggetti a pressioni con l’argomento che è bene che il bambino non si senta «isolato». Al punto che l’insegnante di religione si permise di incitare i bambini a premere sul compagno perché restasse in classe. E per il terzo figlio abbiamo subito le pressioni dell’insegnante per farlo restare con l’incentivo che si sarebbe parlato tutto l’anno dell’Antico Testamento. Ma perché mai - con tutto il rispetto - dovremmo far insegnare la Torah da un insegnante cattolico?
Quindi non sono appassionato dell’ora di religione, soprattutto per il modo in cui viene gestita, spesso da insegnanti di scarso spessore spirituale, che hanno una visione della religione da sociologia progressista, e per la pressione che viene fatta a seguirla a tutti i costi attraverso il ricatto di assurde materie alternative o del presunto isolamento.
Ciò detto, quali sono le alternative? Si tratta di chiarire una volta per tutte cosa si vuole che sia questa ora di religione. Una materia come le altre? Oppure un’ora in cui si introduce l’alunno alla religione cattolica con un approccio confessionale, se pure non strettamente catechistico? O un’altra cosa ancora? Se fosse da intendere come una materia al pari delle altre, allora dovrebbe trattarsi di un’ora di storia delle religioni. Una siffatta materia non esiste, né esistono gli insegnanti preparati per farla. Si potrebbe considerarne l’opportunità, ma allora si aprirebbe una questione interamente nuova: introdurre questa materia negli ordinamenti della pubblica istruzione, definirne i contenuti, preparare gli insegnanti attraverso lauree adeguate, definire le corrispondenti classi di abilitazione ecc. Insomma, una tematica inedita che apre problemi difficilissimi e imporrebbe una revisione costituzionale che verrebbe respinta da gran parte del mondo cattolico.
Esistono scelte intermedie tra questa e l’approccio confessionale? Ne vedo una soltanto che avrebbe senso ma porrebbe problemi non meno complessi. Si tratterebbe di identificare il ceppo non soltanto culturale ma spirituale della religiosità europea, il quale è indiscutibilmente il monoteismo ebraico-cristiano. Dico «indiscutibilmente» perché sono convinto che tale tesi possa essere sostenuta con argomenti assai più validi delle chiacchiere su Averroè, e che sia più che legittimo enfatizzare l’approccio spirituale che più ha plasmato la nostra cultura religiosa e, più in generale, europea. E tuttavia è chiaro che molti - non soltanto tra gli ebrei e i cattolici - non la condividono. Basti pensare alla sorte che ha avuto la richiesta di introdurre un riferimento alle «radici giudaico-cristiane» nella costituzione europea. Inoltre, progettare una «materia» simile porrebbe problemi molto difficili. In primo luogo, occorrerebbe individuare un’impostazione capace di rendere conto dei principi religiosi e morali della Bibbia ebraica e del Nuovo Testamento, che ne evidenzi gli assi comuni senza tacere le differenze, soprattutto teologiche, e presentandole in modo obbiettivo e sereno. Si richiederebbe per questo una capacità non comune di progettare programmi adeguati. Inoltre, la preparazione e la scelta degli insegnanti - che in linea di principio potrebbe essere anche più facile che nel primo caso - porrebbe problemi enormi che lascio immaginare al lettore. In conclusione, anche questa ipotesi - che personalmente trovo stimolante - non appare realizzabile.

E allora cosa fare? Introdurre un’ora di religione islamica soltanto perché i musulmani sono ora più numerosi di prima e più numerosi dei protestanti o degli ebrei? Essi sono comunque abbastanza poco numerosi da creare situazioni ingestibili nelle classi (di certo la stragrande maggioranza) in cui sono presenti soltanto uno o due bambini musulmani. Bisognerebbe creare un’ora apposita soltanto per una persona? E allora perché non farlo per gli ebrei o i valdesi? Non sarebbe questa una inaccettabile discriminazione? A meno che qualche sconsiderato non pensi alla concentrazione dei musulmani in classi in cui siano abbastanza numerosi creando così davvero delle madrasse e seguendo un approccio di tipo comunitarista che sappiamo benissimo a quali approdi disastrosi conduca. Non voglio neppure accennare ai problemi che si pongono in relazione alle questioni di sicurezza e di prevenzione dell’integralismo e della predicazione dell’odio. E poi: chi sceglierà i docenti, chi compilerà gli albi? Si pensa forse a un concordato tra Stato e una consulta islamica, ovvero la creazione di una specie di chiesa islamica italiana? Appena si entra nel concreto, l’idea dell’ora di religione islamica è un sogno di mezzo autunno che è meglio archiviare prontamente.
Allo stato degli atti, condivido l’opinione del rabbino Di Segni. Si lasci com’è l’esclusività dell’ora di religione cattolica, un’ora da intendere come attività confessionale e di introduzione spirituale al cattolicesimo. In fin dei conti, essa continua ad essere frequentata dalla stragrande maggioranza degli alunni e risponde al fatto che il nostro Paese continua a essere caratterizzato dalla religiosità cattolica. L’unica cosa che va chiesta - anche nell’interesse di chi difende il valore di questa ora - è di superare quegli aspetti negativi illustrati sopra e che ne fanno talvolta qualcosa di oppressivo per chi legittimamente non voglia seguirla.


Così l’Italia aprirebbe le porte al peggior fondamentalismo


L’ultima proposta che viene dal presidente della Camera (presentata dal Segretario della fondazione Farefuturo, Adolfo Urso) è l’insegnamento della religione islamica nelle scuole di Stato. Con i soldi dei cittadini, dunque, costretti così a diventare sostenitori di un «dio» in cui non credono.
Sulla questione del «credere» o non credere, da parte degli italiani, in una religione da insegnare nelle scuole pubbliche, tornerò fra poco; quello che mi colpisce subito, invece, davanti a questa proposta, è un’altra cosa, una cosa di cui eravamo in molti a essere certi già da lungo tempo, ma alla quale non volevamo credere. Invece, è così, è proprio vero: il signor Gianfranco Fini odia gli italiani. Odia l’Italia, la sua cultura, la sua storia, la sua arte, il suo territorio, la sua poesia: tutto. Non passa giorno che dal presidente della Camera non giunga qualche idea, qualche proposta, qualche affermazione che non confermi questo odio, manifestando addirittura una specie di ansia, di fretta, nel voler cancellare al più presto i segni dell’esistenza degli italiani. Egli ripete presso a poco ogni quarantotto ore che è indispensabile dare la cittadinanza italiana agli immigrati, di volta in volta o perché sono nati in territorio italiano o perché vi si sono stabiliti da cinque anni o perché hanno un lavoro o perché conoscono la lingua... Mi dispiace non conoscere altri buoni motivi per regalare la cittadinanza agli stranieri, da suggerire a chi coltiva un così profondo disprezzo per l’italianità; ma soprattutto mi dispiace che la nostra tanto osannata Costituzione non preveda la condanna dei politici in caso di «tradimento» del popolo italiano, non potendo forse i costituenti immaginare altro tradimento che quello militare. Condannare a morte la propria patria senza sparare neanche un colpo, è senza dubbio una novità.
Secondo le ultime statistiche, gli immigrati in Italia sono poco più di 4 milioni. Per quanto questa cifra possa essere inferiore alla realtà, non tutti gli immigrati sono musulmani (vi sono cattolici, ortodossi, buddisti ecc.), per cui si tratta di una piccolissima minoranza alla quale si dà un rilievo eccessivo. I motivi li conosciamo bene: l’islamismo è una «religione-cultura» totale, che implica una forma mentis di assoluta dipendenza da Allah, un determinato sistema di vita, un’etica, un rapporto maschio-femmina, un rapporto con i credenti di altre religioni (gli «infedeli») del tutto diversi dal nostro, sia che si qualifichi il nostro come «occidentale-laico» sia che lo si qualifichi come «cristiano». Per questo la presenza di una piccola minoranza è così rumorosa ed esplosiva: la loro diversità stride in continuazione, in ogni cosa che fanno, che dicono, che vogliono. Insegnare l’islamismo nelle scuole pubbliche significherebbe che abbiamo deciso di insegnare ai nostri figli che è vero ciò in cui noi non crediamo; e che è vero ciò che è contro la nostra storia, la nostra civiltà, la nostra etica. Insomma, significa che vogliamo che i nostri figli non credano in nulla.
Molti italiani, nel dirsi «laici», ritengono di dichiararsi anche non credenti, non cristiani. Ciò non toglie, però, che è impossibile non includere il cristianesimo nella storia italiana visto che sarebbe incomprensibile, non soltanto la storia politica, ma anche quella morale, letteraria, artistica. In fondo, le difficoltà religiose degli italiani si incentrano sulla Chiesa e sui suoi precetti, più che su Gesù e il Vangelo. E il cristianesimo è prima di tutto questo: Gesù e il Vangelo.

Il presidente della Camera, così come le sinistre, che si sono subito dichiarate d’accordo con la sua proposta, manifestano in questo modo il loro disprezzo per le religioni, e si comportano come se le diversità delle religioni potessero essere trattate, più o meno, con il sistema che essi chiamano «pluralismo» nell’informazione o nelle idee partitiche. È indispensabile richiamarli alla realtà: gli italiani non vogliono morire, tanto meno scavarsi la fossa con le proprie mani facilitando il radicarsi dell’islamismo nel proprio territorio.

Ragazza incinta rapita dal compagno tunisino: "Se mi lasci devi abortire"

di Redazione


Brescia - Un matrimonio che non s’ha da fare finito con un sequestro di persona. L’ennesima storia d’amore in cui culture, religioni in «guerra» e tradizioni tribali trasformano l’idillio in un gorgo di violenze. Stavolta, almeno, non c’è scappato il morto, un sms ha salvato la vittima prima che fosse troppo tardi.

Arriva dalla provincia di Brescia quest’ultimo racconto di integrazione mancata, di convivenza impossibile, dove le colpe sono, forse, solo quelle di appartenere a «razze diverse».

Ecco il riassunto: loro, musulmani, non volevano che lei italiana, in stato di gravidanza, abbandonasse il compagno musulmano. A lei la scelta: o abortire o rassegnarsi a lasciare il bebè, una volta nato, al padre perché crescesse secondo i dettami dell’Islam.

Sono state settimane da incubo quelle vissute da una ragazza di 27 anni sequestrata dalla famiglia del compagno in una casa in provincia di Brescia. Il fidanzato tunisino, Saidani Slah e i suoi parenti la tenevano rinchiusa in una stanza e, nel caso di visite inattese, la nascondevano su un balcone.

Un calvario durato fino a qualche giorno fa quando la giovane è riuscita a inviare con il telefonino un messaggio alla madre, che vive in provincia di Lecce. Un sos rimbalzato immediatamente ai carabinieri di Gallipoli che hanno richiesto l’intervento dei colleghi di Brescia. È scattata l’indagine, per fortuna a lieto fine. I militari sono riusciti a liberare la ragazza e ad ammanettare i suoi sequestratori, tra cui una tunisina di 35 anni, agli arresti proprio presso quel domicilio.

Un racconto da incubo quello fatto dalla prigioniera. La vicenda risale ai primi di agosto quando lei dopo aver conosciuto a Voghera, in provincia di Pavia, il magrebino rimane incinta. Saidani, a questo punto, la convince a seguirlo nel piccolo centro di Castelmella, nell’abitazione di sua nipote Rafi Ahlem e del marito Nabil Adelaziz, lui marocchino. Qui per la giovane comincia il calvario. Maltrattata, umiliata, costretta a vivere da schiava. E quando, esasperata, prova ad andarsene ecco innescarsi la miccia. Da questo momento tutto si è complica. Ora è sorvegliata a vista, il terzetto la obbliga a non allontanarsi dall’abitazione, a subire angherie di ogni tipo, in particolare da parte del suo compagno che la minaccia di morte o di mutilarle gli arti. E quando è ubriaco non lesina le botte.

Lui e i suoi parenti non possono accettare che il nascituro possa essere allevato da italiani. Per essere liberata la giovane avrebbe dovuto, secondo quanto lei stessa ha raccontato ai militari, abortire o lasciare il bebè al padre. nel frattempo comincia nei suoi confronti una sorta di violenza psicologica. Vogliono farle cambiare idea, la devono convertire, le ripetono che sono loro quelli dalla parte della ragione. Le minacce la pongono di fronte a un bivio crudele: abortire, oppure partorire e poi andarsene, lasciando il bambino nelle loro mani.

L’altro giorno finalmente la salvezza. Sono bastate poche ore ai carabinieri per individuare la prigione della ragazza, nell’appartamento di Castelmella. Quindi dopo aver circondato il palazzo, l’irruzione. Lei, prostrata, era in stato di shock. Per i tre aguzzini sono invece scattate le manette: ora si trovano nel carcere di Brescia. Devono rispondere di sequestro di persona.

Iran: ucciso capo dei pasdaran

Corriere della Sera

Nurali Shushtari, generale del battaglione Al Qods, assassinato nel sud-est del Paese


TEHERAN - Il capo del battaglione Al Qods dei Pasdaran iraniani, generale Nurali Shushtari, è stato ucciso stamane in un attacco di uomini armati nel sud-est dell'Iran insieme a numerosi altri membri e alti comandanti dei Guardiani Rivoluzionari nella provincia meridionale del Sistan-Baluchistan. I morti, secondo alcune fonti potrebbero essere decine.

KAMIKAZE - «In questo atto terroristico sono stati uccisi il generale Nour-Ali Shoushtari, il vicecomandante dell’esercito dei Guardiani della Rivoluzione, generale Mohammad-Zadeh, il comandante dei Guardiani della Rivoluzione del Sistan-Baluchistan, il comandante dei Guardiani per la città di Iranshahr e il comandante dell’unità Amir-al Momenin», si legge in un comunicato dell'agenzia Fars. Il presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani, ha confermato la morte degli alti comandanti in un discorso pronunciato in Parlamento e ritrasmesso in televisione. Si tratta in assoluto dell’attentato più grave mai compiuto ai danni di questo potentissimo corpo d’elite. L’attacco è avvenuto nella regione di Pishin, vicono al confine con il Pakistan. I quattro alti comandanti si trovavano all’interno di un’auto diretti ad una riunione quando un attentatore si è fatto saltare in aria. Diverse persone nei dintorni sono rimaste uccise o ferite, scrive l’agenzia stampa Irna.