lunedì 19 ottobre 2009

Passeggera denuncia: «Insultata da bigliettaio Met.ro: "ebrei pieni di soldi"»

Il Messaggero


ROMA (19 ottobre) - «Insulti sugli "ebrei pieni di soldi"». E' la denuncia di una passeggera ebrea contro un dipendente Met.ro alla biglietteria della stazione ferroviaria di Ostia Antica della linea Roma-Lido.

«"Ebrei pieni di soldi"». Secondo la donna, Barbara Levi Carrisi, ieri alle 11, nel comprare quattro biglietti «ho dato al bigliettaio, un giovanotto sulla trentina, una banconota da 50 euro. Subito si è messo a protestare perché non aveva il resto da darmi e poi sono partiti gli insulti con riferimento "agli ebrei pieni di soldi". Probabilmente il giovanotto ha notato il mio braccialetto con la stella di Davide. Non sapendo nulla di me e pertanto che non sono neppure ricca: avevo soltanto prelevato i soldi al bancomat poco prima».

«Costretta a comprare biglietti in più». «Il bigliettaio mi ha così detto - prosegue la donna - che avrei dovuto acquistare almeno 30 biglietti, se no non aveva il resto da dare. Mi sono opposta fermamente. Me li ha dati per forza ma io ne presi soltanto 4. Ho commentato che la proposta sarebbe andata bene per la trasmissione Striscia la notizia. Ed è allora che il bigliettaio mi ha strappato letteralmente di mano i biglietti con una violenza e arroganza tale da spingermi a scrivervi per un formale reclamo».

«Biglietti sbattuti sul bancone». «Non potendo attendere ulteriormente, ho chiesto 10 biglietti ma lui voleva obbligarmi a comperarne 25 e io ho detto "più di 20 non ne prendo". Così me li ha sbattuti sul bancone e il resto è saltato fuori e senza nessun problema».

La donna ha scritto la lettera ai vertici della società Met.ro e per conoscenza al sindaco di Roma Alemanno, al presidente della regione Lazio Marrazzo e al ministro dei Trasposti Matteoli. Nella lettera invita «a fare in modo che in futuro nessun vostro operatore offenda i passeggeri per motivi di razza o religione, altrimenti mi vedrò costretta a denunciare, ai sensi della legge Mancino, chiunque si renda responsabile di reati riguardanti l'intolleranza religiosa e razziale».

Ex argento olimpico di pugilato arrestato per furto in Vaticano

Corriere della Sera


A San Pietro, il romeno Dumitrescu, battuto a Seul
da Parisi, si fingeva poliziotto per derubare i turisti

ROMA - L'ex pugile romeno Daniel Dumitrescu, 41 anni, che ai Giochi Olimpici di Seul del 1988, fu battuto in finale da Giovanni Parisi (scomparso in marzo, vittima di un incidente stradale), è stato arrestato dai Carabinieri del Nucleo Operativo della Compagnia Roma San Pietro per furto aggravato. La medaglia d’argento olimpica, si fingeva poliziotto per raggirare e derubare i turisti stranieri che affollano l'area del Vaticano.

TRUCCO E FUGA - L'olimpionico agiva con la complicità di connazionale di 23 anni, colto in flagranza subito dopo aver derubato il portafogli ad un turista tedesco di 46 anni. I due erano stati segnalati dai turisti per numerosi altri episodi. La tecnica era oramai consolidata: il romeno più giovane fermava le vittime fingendo di chiedere un’informazione, poi giungeva l’ex pugile che mostrando una tessera con la sua foto posticcia con la scritta «police» intimava ai presenti di estrarre i portafogli che poi portava con se dileguandosi. I due romeni sono stati entrambi arrestati per furto aggravato in concorso. A loro carico si svolge un processo per direttissima presso le aule di piazzale Clodio.

Il distretto del divano di Forlì e l’assalto cinese: «Siamo un’altra Prato»

Corriere della Sera

ROMA — Mancano soltan­to i drappi rossi come quelli che i cinesi di Prato appendo­no fuori dal capannone appe­na conquistato, perché tutti sappiano che i lavoratori ita­liani sono andati via e ades­so ci sono loro. Ma per i pic­coli imprenditori e gli arti­giani di quel distretto roma­gnolo del divano, un tempo ricco e fiorente, il fantasma della città toscana si è mate­rializzato già da tempo. «Se va avanti così ci ritroviamo come a Prato», è sbottata da­vanti alle telecamere di Re­port Elena Ciocca, piccola imprenditrice che quello spettro l’ha visto da molto vi­cino.

Ed è diventata, insieme a un’altra donna imprenditri­ce come lei, Manuela Amado­ri, protagonista e simbolo di una battaglia contro un siste­ma di illegalità e connivenze che sta mettendo in ginoc­chio una intera provincia. La stampa locale l’ha già battez­zata Divanopoli, oppure Di­vani puliti. E non a caso. In­torno a Forlì c’è il distretto del divano, uno dei più im­portanti d’Italia, andato in crisi ancora prima che la tempesta finanziaria partita dagli Usa investisse l’Italia. Ma non una crisi di mercato o di commesse: il mercato delle poltrone e dei divani tiene e le commesse non hanno subito particolari fles­sioni. Da qualche anno però, ha raccontato l’inchiesta di Report andata in onda su Rai tre ieri sera, le piccole im­prese italiane che lavorano per le grandi marche nazio­nali o francesi, come Poltro­nesofà o Roche Bobois chiu­dono a ripetizione, lascian­do a casa i lavoratori.

Perché al loro posto, an­che qui, sono arrivati i cine­si. Poche regole o nessuna re­gola, lavoratori formalmen­te part-time che in realtà si trovano in situazioni ai confi­ni dello schiavismo. Una in­filtrazione rapida e profon­da, che ha ben presto messo fuori mercato le piccole im­prese locali impossibilitate a seguire la picchiata dei prez­zi. Al punto che qualche «ter­zista » italiano, per non resta­re tagliato fuori, prende le commesse e le passa alle dit­te controllate dal Dragone.

Risultato: già nel 2006 nel distretto del «mobile imbot­tito» di Forlì avevano chiuso i battenti 50 imprese italia­ne, mentre il numero delle ditte cinesi aumentava del 135%. Senza che questo feno­meno, come del resto è acca­duto a Prato, avesse destato particolare attenzione. Nel­l’anno in questione c’erano stati 12 controlli del locale ispettorato del lavoro. Ma an­che se i 12 controlli avevano fatto scoprire ben 314 illeci­ti, 110 lavoratori irregolari e 23 clandestini, questo non aveva destato alcun allarme. Tanto che nel 2007 i control­li dell’ispettorato del lavoro, ha rivelato l’inchiesta di Report condotta da Sa­brina Giannini, si era­no ridotti a cinque.

Tutto questo men­tre Elena Ciocca e Manuela Amadori tempestavano sin­dacati, ispettorato del lavoro e le as­sociazioni impren­ditoriali. Denunce cadute a quanto pare nel vuoto, finché un espo­sto non è arrivato al questore Calogero Ger­manà e le due imprenditrici sono state chiamate a rende­re la loro testimonianza. A quel punto è scoppiato il ca­so. Il sostituto procuratore della Repubblica di Forlì, Fa­bio Di Vizio, ha avviato un’in­dagine che ipotizza ben 78 violazione del codice penale: dal mancato rispetto delle norme di sicurezza alla tur­bativa di mercato. Secondo Report , l’indagine ha coin­volto almeno tre imprese ita­liane (Polaris, Cosmosalotto e Tre Erre) che lavorano di­rettamente o indirettamente per le multinazionali della poltrona. E si è conclusa nei giorni scorsi con un esito cla­moroso. «Turbativa del com­mercio e dell’industria» è l’ipotesi di reato confermata al termine dell’inchiesta giu­diziaria. Una ipotesi suffraga­ta anche dall’esistenza, affer­mano i magistrati, di una «società di fatto» fra alcuni imprenditori italiani che avrebbero fornito alle ditte cinesi capannoni e macchi­nari, e le ditte cinesi che avrebbero fornito agli im­prenditori italiani prodotti a prezzi stracciati. Ma in atte­sa che la giustizia faccia il suo corso, nel distretto del divano forlivese è cambiato poco o nulla. Le ditte cinesi coinvolte nell’inchiesta, ha documentato la trasmissio­ne di Milena Gabanelli, han­no cambiato ragione sociale: e così continuano a lavorare per gli stessi committenti ita­liani.
Sergio Rizzo

L'allarme del ministro Brunetta: «L'assenteismo sta tornando»

Corriere della Sera

«Ho sbagliato e mi dovrò correggere: +20/22% ad agosto e settembre»

ROMA - Ad agosto e settembre l'assenteismo tra i dipendenti dello Stato è tornato ad aumentare.

IL MINISTRO - Lo riferisce il ministro dell'amministrazione pubblica, Renato Brunetta, in un'intervista a La Stampa. «Avevo tentato di dare fiducia, riducendo da 11 a 4 le ore della reperibilità giornaliera per i controlli medici. Ora riscontriamo il 20-22% di assenze in più». «Ho sbagliato - afferma Brunetta - e mi dovrò correggere».

MESIANO - Cambiando argomento, poi, il ministro «anti-fannulloni» difende il giudice Raimondo Mesiano. «Quello non è giornalismo, secondo me», afferma Renato Brunetta sul servizio del Tg5 che ha preso di mira il Raimondo Mesiano della sentenza Cir-Fininvest. Esprimendo «solidarietà» al magistrato milanese, il ministro della Pubblica amministrazione e dell`Innovazione aggiunge: «Però L'Espresso ha pubblicato foto e indirizzi delle mie case, e di solidarietà io non ne ho ricevuta. Credo siano forme di intimidazione, da qualsiasi parte vengano». Nell’intervista, Brunetta ventila anche l’ipotesi di diventare primo cittadino di Venezia: «Chiunque faccia politica sogna di diventare sindaco della sua città. Ma io ho preso un altro impegno, di fronte a sessanta milioni di italiani, e lo porterò a termine».



Usa: il Pentagono sta sviluppando armi laser

La Voce


Washington - Il giorno in cui le battaglie verranno combattute a colpi di raggi laser come nei film di fantascienza è molto vicino. Il Pentagono ha infatti lanciato decine di programmi di ricerca e sviluppo di armi laser di ogni tipo, alcune delle quali vedranno presto la luce.

Testato sul poligono di tiro di White Sands, in New Mexico, Il Laser Avenger, prodotto dalla Boeing, è montato su un veicolo leggero e può distruggere un drone in volo. Viene utilizzato anche per mettere fuori uso le mine antiuomo. Il Laser Area Defence System, della Raytheon, è un dispositivo installato su un camion e ha la capacità di difendere una zona delimitata dal tiro dell’artiglia pesante disintegrando i proiettili degli obici nemici. Il laser impiegato ha una potenza di 50 Kw. Il prototipo ha già dimostrato di poter distruggere in volo proiettili da 60 mm a una distanza di 700 metri. 

L’HEL TD, sviluppato dalla Northrop Grumman, è più ambizioso. Si tratta di un dispositivo « Counter Ram » (rockets, artillery, and mortars), capace di vennire a capo di missile, proiettili di artiglia e di mortaio. La potenza del laser è superiore a 100 Kw. I primi test su bersagli reali sono previsti per il 2013, mentre la macchina dovrebbe entrare in funzione nel 2015. 

I fuochi d’artificio verranno anche dal cielo. Il progetto ATL consiste a installare in un Lockheed C-130 un laser chimico da 5,5 tonnellate, di una potenza stimata attorno ai 100 Kw. L’aereo potrebbe così intercettare bersagli al suolo fino a 20 km di distanza. La potenza del laser è modulabile, così invece di far saltare in aria un automezzo l’ATL potrebbe limitarsi a forargli una gomma. 

Sono queste le nuove armi da fantascienza che saranno presto a disposizione delle truppe americane. Ma i dubbi che possano servire a vincere una guerra asimettrica come quella ttualmente in corso in Afghanistan rimangono tutti. 

Massimo Alberico

Insulta, fai fallire e compra: ecco De Benedetti

di Roberto Scafuri


«Quando il vizio diventa un precedente, è un pericolo». Chissà se Carlo De Benedetti l’avrà mai letto Benjamin Jonson, poeta, drammaturgo e attore britannico che, già nella seconda metà del Cinquecento, puntava l’indice contro chi, spacciandosi per benefattore, aveva il vizio di infilare una mariuolata dopo l’altra. Dubitiamo. Ma, d’altronde, di quale utilità avrebbe potuto essergli Jonson? La storia dell’Ingegnere, la sua strategia, non hanno mai avuto bisogno di particolari ispirazioni.

Si è sempre saputo muovere con destrezza, sospinto solo da un encomiabile fiuto degli affari. E si è sempre lasciato commuovere da certe sgangherate imprese e da imprenditori o risparmiatori spolpati dai debiti e avvizziti dalla depressione e perciò, ogni volta che ha potuto, si è precipitato in loro soccorso. Con la tecnica delle quattro mosse per arrivare allo scacco vincente. Primo: operazione di delegittimazione (oggi, forse, si preferisce usare il termine sputtanamento) dell’obbiettivo individuato, affidata ai giornali di proprietà (mettiamo Repubblica, per esempio). Secondo: un politico o più politici che sostengono la sua idea magari con un provvedimento ad hoc. Terzo: l’Ingegnere che grazie a quel provvedimento e/o alla campagna stampa allarmistica compra a prezzi stracciati ciò che invece varrebbe sulla carta molto di più. Quarto: la magistratura che indaga, ma alla fine assolve puntualmente De Benedetti. Il modus operandi che abbiamo testé sintetizzato è scritto nel dna dell’Ingegnere, tanto che si può ritrovare pari pari nella vicenda Europrogramme.

Lanciato e ideato con grande successo (75mila sottoscrittori, duemila agenti che raccolsero fiducia e denaro in tutt’Italia) dal finanziere italo-elvetico Orazio Bagnasco, nel 1969, il fondo d’investimento (un fondo di diritto svizzero, autorizzato ad operare in Italia, come all’epoca lo potevano fare soltanto altri otto analoghi fondi lussemburghesi) finì per una rocambolesca quanto surreale vicenda in liquidazione vent’anni dopo. Liquidazione che non fu mai accettata supinamente dai sottoscrittori (anche se alla fine furono in gran parte risarciti dei 615 miliardi di lire investiti, con una cifra nel frattempo lievitata a 880 miliardi) che, riuniti in un comitato di ben 25mila aderenti, e guidati dall’indomito Mario Pretin (autore, fra l’altro, di un libro dal titolo emblematico Furto con stampa) decisero di rivalersi su De Benedetti.

Vediamo perché. Perché, secondo loro, era stata orchestrata una violenta campagna mediatica con articoli allarmistici pubblicati da alcune testate di proprietà dell’Ingegnere (La Repubblica, L’Espresso etc) a firma di Turani, Pansa, Massimo Riva (che occupava anche un seggio in Senato e che da quel seggio fece quanto in suo potere per osteggiare, con l’allora ministro Visentini, il fondo Europrogramme) che, innescando una conseguente fuga precipitosa dei risparmiatori, aveva, di fatto, affossato l’istituto. Non proprio secondario fu il ruolo giocato in quei tempi da Bruno Visentini che, da ministro delle Finanze, ma mentre era anche presidente della Olivetti (sì, proprio l’azienda che fa rima con De Benedetti) caldeggiò e - approfittando di una vacatio legis proprio in tema di fondi - varò un decreto che stabiliva un’aliquota del 30 per cento (poi ridotta in sede di approvazione al 18) sulle plusvalenze, ancorché da realizzare. Un provvedimento che diede la definitiva spallata a Europrogramme.

L’interpretazione, diciamo più vicina alla verità, su questa curiosa storia venne a galla in tutta la sua drammaticità quando, alla fine dell’89, si scoprì che gli immobili di Europrogramme erano stati acquistati dalla Sasea appartenente al finanziere fallito Florio Fiorini, arrestato in Svizzera tre anni dopo ed estradato poi in Italia. In buona sostanza Fiorini, tramite la società ginevrina Reh, aveva pagato il tutto con obbligazioni per 500 milioni di franchi svizzeri e grazie a un credito di altri 250 milioni, erogato dalla banca elvetica Ubs e garantito proprio dalla Cir di De Benedetti. Dietro la Sasea, insomma, sosteneva e sostenne a lungo il comitato costituitosi tra i sottoscrittori, c’era l’Ingegnere. Che prima aveva affossato Europrogramme e, al momento buono, ne aveva comprato il patrimonio con poca spesa.

Che non si fosse andati molto lontano dalla realtà in questa ricostruzione lo dimostra l’indagine sui rapporti De Benedetti-Fiorini avviata anche dalla Procura di Milano (pm Luigi Orsi), che decise di inviare gli uomini della Guardia di Finanza a perquisire gli uffici della Lasa, l’immobiliare (controllata da Cir) che aveva acquistato la Reh. L’inchiesta Europrogramme coinvolse anche cinque ex manager del gruppo Cir sospettati di falsa testimonianza ma, alla fine, tutto esplose in una bolla di sapone. Come la definitiva sentenza d’archiviazione del 4 dicembre del 1998 che giunse dai magistrati del Canton Ticino, competenti per territorio: «Nessuna prova», conclusero i giudici, che Carlo De Benedetti avesse orchestrato ad hoc quella campagna di stampa per provocare il fallimento dei fondi e rilevarne a condizioni vantaggiose gli immobili. «Un nesso di causalità - ebbe a commentare all’epoca il procuratore ticinese Bertoli - che francamente, prendendo in esame la denuncia dei sottoscrittori di Europrogramme, non ho trovato. Per questo motivo, più che d’ipotesi truffaldine, qui bisognerebbe parlare di capacità divinatorie da parte di De Benedetti». Già, capacità divinatorie.

Che portarono, nel caso in questione, l’Ingegnere a impossessarsi di un patrimonio di oltre mille miliardi in immobili. Ma tu guarda che cosa vuol dire saper maneggiare non solo i propri giornali ma anche la sfera di cristallo.


Un fedelissimo alla causa comunista»

di Roberto Scafuri

Roma

Presidente emerito Francesco Cossiga, a volte la cultura non paga. La fedeltà ideologica invece sì?
«Dipende».

Corrado Augias. Chi l’ha visto mai come spia? Storia credibile?
«Non me l’aspettavo neanch’io, che pure conosco bene Colby e ricevo dai ragazzi di via Veneto, come chiamo gli amici della Cia, gustosi regalini di compleanno... No, Augias non mi sembra il tipo da avere informazioni sensibili, e d’altronde sono sicuro che non abbia alcuna attitudine psico-tecnologica per fare la spia, neppure dilettante».

E allora in quale campo siamo?
«Siamo al terzo livello, quello dell’“informatore inconsapevole”».

Una specie di «utile idiota»?
«Non necessariamente. Si tratta di persone, spesso magari giovani, che credono di parlare con un diplomatico e sono invece davanti a un agente. A volte basta un invito a cena dell’addetto stampa di un’ambasciata, e uno, per fare bella figura...».

Non c’è contraccambio di soldi.
«Di solito no. E non sarebbe neanche punibile: in altri Paesi, più seri dei nostri, si punisce chi riceve denaro da un servizio segreto straniero, senza che sia necessario dimostrare il passaggio di notizie segrete. In Italia no, puoi beccarti un milione dalla Sfb (l’erede del Kgb, ndr) e, se non riveli notizie segrete, puoi metterlo pure nella dichiarazione dei redditi».

E l’intelligence straniera che interesse avrebbe, a contattarti e magari pagarti?
«Magari soltanto per mettere assieme i tasselli di un quadro, ricomporre un domino, fare la mappatura di un ambiente. Così, per esempio, si giustificò il più noto di essi, Ruggero Orfei, consigliere diplomatico di De Mita nonché “agente operativo” in contatto con i servizi cecoslovacchi e nella lista Mitrokhin del Kgb. La cosa che mi fece più arrabbiare, era che i suoi “contatti” avvenivano o in un bar-ristorante della stazione Termini o nella chiesa di San Claudio, che frequentavo anch’io. Dunque, certamente a un inginocchiatoio poco distante dal mio...».

Augias sembra ammettere di aver conosciuto un non meglio precisato «diplomatico».
«Appunto. Ma Augias va compreso: è sempre stato un intellettuale “organico“, che nutriva una totale fedeltà ideologica per la patria... la “loro” patria, cioè dal punto di vista dell’internazionalismo comunista, per il quale l’Urss era Stato-guida. D’altronde, a parti invertite, io avrei fatto lo stesso, per riconquistare la libertà di un’Italia eventualmente satellite dell’Urss. Così come, negli anni Sessanta, il celebre Philby...».

La celebre spia del Kgb?
«Sì, un esponente dell’aristocrazia britannica, che aveva abbracciato il credo comunista. Non il solo: furono chiamati Cambridge Five i cinque rampolli britannici che si scoprì lavoravano per la grandezza dell’Urss. Philby era stato contattato tramite una ragazza, in Austria: “se vuoi aiutare la causa del comunismo internazionale - gli fu detto - aiuta l’Urss, e avrai servito molto meglio la causa del socialismo che in qualsiasi altro modo”».

Montanelli lo aveva conosciuto.
«Sì, durante la guerra civile spagnola. Lavorava come giornalista per un quotidiano conservatore e interpretava la parte del tipico inviato distratto, poltrone, ubriacone... Tanto che, mi confidò Montanelli, alcune corrispondenze di guerra gliele aveva scritte lui».

Altro livello, torniamo all’«informatore inconsapevole». Quali gli altri gradini?
«L’agente professionista vero e proprio, come il famoso Giorgio Conforto, che prestò servizio per il Kgb essendosi infiltrato anche nell’Ovra fascista, e ottenendo persino la pensione. Infine, gli “informatori pagati”, tipo quel dirigente sindacale che fu accusato di essere in combutta con i servizi bulgari e con il Kgb, ma poi fu scagionato...».

E dirigenti del Pci, alla Cossutta, erano «pagati»?
«Cossutta è un amico e so che non era una spia. Semmai le spie, dentro Botteghe Oscure, informavano in anteprima il Kgb dei passi fatti da mio cugino Enrico Berlinguer per prendere le distanze dall’Urss. Pensi che, per avere i finanziamenti dal Kgb per Paese Sera, Cossutta dovette andare dall’ambasciatore di Parigi, non fidandosi di quello in Italia, che avrebbe potuto riferire a Berlinguer... L’episodio divertente però fu un altro: l’aereo con il quale tornava fu costretto a un atterraggio d’emergenza per una tormenta. Quando, evocando la storia in un’occasione pubblica, Cossutta raccontò: “riparammo a Copenaghen”, io lo corressi: “No, Stoccolma”. “Come fai a saperlo?“, sbalordì. “Eravamo meno fessi di quanto tu pensavi”, potetti dire con soddisfazione».

Gli 007 cecoslovacchi: Augias infiltrato negli Usa

di Antonio Selvatici



I cecoslovacchi seguono con interesse la carriera di Corrado Augias: «Donat partirà l’8 febbraio 1967 per New York dove lavorerà per la Rai con il compito di piazzare negli Usa i programmi culturali preparati a Roma. Ha firmato il contratto per due anni con lo stipendio di 1.400 dollari al mese. La moglie lo raggiungerà in aprile con la bambina e con la donna di servizio». 

I cecoslovacchi cercano di capire se il trasferimento del giornalista e della sua famiglia possa rappresentare un’opportunità. Prima di tutto occorreva appurare se Corrado Augias fosse disposto a continuare la collaborazione durante la permanenza negli Stati Uniti. In secondo luogo era necessario il nulla osta della sezione d’intelligence cecoslovacca che curava i rapporti con gli informatori residenti negli Stati Uniti (Settore 3). 

Dalla lettura dei documenti sembra emergere che Corrado Augias si fosse reso disponibile ad incontrare negli Stati Uniti dei cecoslovacchi. Molti i documenti che avvalorano questa tesi. Il giorno prima d’imbarcarsi per New York, Corrado Augias e la moglie incontrano Jaros. Il verbale dell’appuntamento: 

«Era l’ultimo incontro con Donat. Avevo ricordato a Donat il nostro accordo che se venisse qualcuno con il mio biglietto da visita sul quale egli stesso aveva scritto l'indirizzo, sarebbe stato sicuramente un amico da frequentare. Mi aveva assicurato la sua disponibilità dicendo che sarà sempre un grande amico della Cecoslovacchia. Non riusciva a capacitarsi che era l'ultima volta che ci vedevamo». 

Quindi sembra che Corrado Augias acconsenta ad incontrare sul territorio americano dei cecoslovacchi forniti di un segno di riconoscimento rilasciato da Jaros o dai suoi colleghi. Una precedente informativa stilata dall’amico dell’ambasciata cecoslovacca riporta con più precisione le regole da seguire in caso d’appuntamento: «Gli ho chiesto di concedere favore ed amicizia al mio amico che eventualmente manderò da lui. 

Era entusiasticamente d’accordo, posso contare su di lui. Abbiamo concordato che se dovessi sapere che un mio amico parte per gli Stati Uniti lo cercherà mostrando il mio biglietto da visita. Gliene ho dato uno scrivendoci sopra il mio indirizzo di Roma ed il numero di telefono. Su un altro mio biglietto da visita Donat aveva scritto il suo recapito americano. Ho detto che, se dovesse andare qualcuno con quel biglietto da visita, cioè quello sul quale aveva scritto il suo indirizzo, significava che costui era un mio buon amico». 

In un altro documento viene ribadita la disponibilità: «Se qualcuno si rivolgerà a lui a nome di Jaros, vale a dire un membro dell’ambasciata o della missione, Donat lo frequenterà volentieri e cercherà, per quanto gli sia possibile, di soddisfare le necessità». Infine il maggiore Vaclav Majer in un’informativa interna ancora una volta sottolinea quanto già più volte emerso: «Se verrà contattato a nome di Jaros, secondo le proprie disponibilità, Donat manterrà volentieri dei contatti con qualcuno dell’ufficio di rappresentanza diplomatica negli Usa e cercherà di venirgli incontro».

Dopo il benestare del dipartimento che si occupava delle faccende italiane (Settore 1), occorreva quello che si occupava di quelle statunitensi (Settore 3). Quindi la pratica Corrado Augias-Donat venne valutata sia a New York che a Praga. Un documento datato 2 marzo 1967 classificato «top secret» recita: «La posizione di Donat non convince: l'ufficiale che stila la nota è molto critico riguardo la “preparazione operativa del caso prima della partenza da Roma per New York” e lamenta anche che non siano stati eseguiti “controlli di sicurezza“» su Corrado Augias. 

Il giornalista avrebbe potuto essere un infiltrato dei servizi italiani. Per quel che riguarda la qualità del servizio offerto da Donat il documento si esprime in termini contraddittori: «Donat è un caso senza ambizione e concretezza che passa per un contatto dal carattere confidenziale. Questo anche in prospettiva, nonostante a chiunque studi il fascicolo Donat, deve essere chiaro che in realtà non è così». La conclusione della lunga informativa: «Bisogna applicare più serietà nelle valutazioni (...) Vogliamo riconsiderare il caso con il referente del suo settore».

Alla severa reprimenda proveniente dal «Settore 3» risponde una decina di giorni dopo (15 marzo 1967) il maggiore Sumavsky (del Settore 1) minimizzando il lavoro svolto da Donat e puntando l’attenzione verso Daniela Pasti, moglie di Corrado Augias. L’alto ufficiale: «Nella discussione è stato chiarito che nel caso di un eventuale contatto con Donat a New York (a Roma non è stato fatto alcun passo per la preparazione operativa del caso) questo si manterrebbe a livello di conoscenza di società per usarlo come mediatore di nuovi interessanti contatti e per eventuali possibili informazioni a lui accessibili. 

D’altra parte, questo parziale sfruttamento della sua persona sarà segnalato dalla sicurezza (controspionaggio Usa) e ciò potrebbe significare una grande limitazione delle possibilità operative al suo ritorno in Italia. Jaros dice che queste prospettive sono tali in considerazione della posizione del padre e della moglie stessa, vedi il suo lavoro precedente al ministero della Marina». 

Le conclusioni: «Jaros, al suo ritorno a Roma avrà altre opportunità di contatto con la moglie di Donat (dal punto di vista operativo più interessante perché di carattere avventuroso e coraggioso). Durante il contatto dovrà sapere, verosimilmente, posizione di Donat a New York, la possibilità di lui e di lei di muoversi nell’ambito sia della comunità italiana che tra gli americani». 

Sembra che il progetto riguardante la coppia sia rimasto sulla carta. Corrado Augias da New York incomincerà una brillante carriera di giornalista e scrittore. Qualche anno dopo Daniela Pasti diverrà una famosa giornalista, inviata del quotidiano Repubblica.

I versetti del kamikaze poco prima dell'attentato

Corriere della Sera

Milano: Sul divano, il Corano aperto sulla «Sura della vacca»


MILANO — Sul ballatoio c'è un portoncino di legno, verniciato di verde. Appena dentro, addossato alla parete della stanza, un vecchio divano. Proprio là, sui cuscini, era appoggiato un Corano aperto sulla «Sura della vacca», i versetti che di solito i kamikaze recitano prima di andare a farsi esplodere. Quel libro è l'ultimo segno lasciato da Mohamed Game dentro l'appartamento-«covo» al terzo piano di un palazzo in via Gulli. Davanti a quelle pagine, Game ha pregato poco dopo le 7 del mattino di lunedì scorso. Poi ha preso la cassetta degli attrezzi imbottita di esplosivo ed è uscito. È sceso per tre piani di scale e, una volta in strada, ha girato a sinistra e s'è messo a camminare. A passo normale, deve aver impiegato poco più di cinque minuti. La caserma di piazzale Perrucchetti è molto vicina, alla fine della strada. Seicentocinquanta metri per diventare uno shaid, un martire. È passata una settimana dall'attentato alla caserma «Santa Barbara» di Milano.

Il «covo» è stato scoperto quindici ore dopo l'esplosione, alle 23 di lunedì sera. E da quel momento è diventato il fulcro dell'indagine della Digos e dei Ros. Una casa protetta da una doppia porta: la prima, con un'intelaiatura di ferro, dà su un balconcino; da quel punto si apre poi il secondo portone. All'interno, una prima stanza fa da ingresso e soggiorno. Qui Game e i suoi complici hanno «cucinato» per giorni (forse settimane) l'esplosivo. La cucina è nell'angolo a sinistra: i fuochi, il lavandino, pensili e cassetti. C'erano pentole e pentolini sul piano di lavoro e sul tavolo al centro della stanza. Recipienti più piccoli e più grandi. Sparse tra il pavimento e i ripiani, un numero imprecisato di bottiglie e flaconi: una serie prodotti chimici (dall'acetone ai cosmetici) che chiunque può comprare in un supermercato o in un negozio di ferramenta, ma che una cellula integralista può usare invece come reagenti o ingredienti per assemblare la «marmellata», l'impasto per gli ordigni. Quest'ultima operazione Game e i suoi complici la svolgevano tra la cucina e il bagno, dove gli investigatori hanno trovato un altro grosso pentolone nella vasca. Per ricostruire la pianta dell'appartamento si può entrare in via Gulli e salire al quarto piano. La casa sopra a quella del «covo» ha una disposizione identica. È abbandonata, con la porta distrutta, chiunque può entrare calpestando un tappeto di immondizia e vestiti strappati. Oltre il soggiorno, c'è una stanza con un piccolo balcone che si affaccia sulla strada. La porta del bagno è sulla parete a sinistra. La casa, come hanno spiegato gli inquirenti, era «nella disponibilità» di Mamhoud Kol, l'idraulico egiziano in carcere con l'accusa di essere il complice di Game. Personaggio che col passare dei giorni sembra assumere un ruolo sempre più centrale in questa storia. A partire da un interrogativo: come può un immigrato con dieci figli, che vive in una casa occupata abusivamente, permettersi di lasciare un appartamento a disposizione della cellula? Kol, che di fronte ai magistrati è rimasto in silenzio, era un vicino di casa di Game. I due abitavano in due palazzine popolari affacciate sullo stesso cortile. In questi giorni almeno un paio di inquilini hanno raccontato alcune caratteristiche della loro amicizia: «Si vedevano spesso, soprattutto negli ultimi mesi, parlottavano fitti in giardino o uscivano».

Un particolare che oggi sembra importante, perché una delle domande fondamentali a cui dovrà rispondere l'inchiesta è: chi ha convinto Game a diventare un martire? Il kamikaze della caserma Perrucchetti, fino a sei mesi fa, non era neppure religioso. E negli ultimi tempi un tracollo economico e gravi problemi di salute l'avevano portato a una profonda frustrazione. Uno dei «manuali» della jihad che circola in Internet spiega: «Se conosci qualcuno di giovane — uno, due o più — nel tuo quartiere, nella moschea o all'università, che è entusiasta (della causa, ndr) – forma insieme a lui (o a loro, ndr) la cellula». Due giorni fa Game, uno dei giovani del gruppo, ha compiuto 35 anni nel suo letto d'ospedale. Kol di anni ne ha 52. Non si sa quando l'idraulico egiziano abbia visitato per l'ultima volta il «suo» appartamento nel palazzo-casbah di via Gulli. E non si sa neppure quanti uomini siano passati (o dovessero passare) da quella casa. Nel frigorifero c'erano però molte provviste, cibo che avrebbe potuto sfamare più di una persona per giorni. E poi c'erano le scorte di esplosivo: 40 chili del fertilizzante (lo stesso nitrato d'ammonio usato per la bomba di Game) abbandonati in un angolo della cucina. E infine un'altra cassetta degli attrezzi, identica a quella che Mohamed Game ha fatto esplodere. La mattina del 12 ottobre il kamikaze si è svegliato alle 6 e mezza, ha recitato la preghiera dell'alba e ha fatto le abluzioni, mentre la moglie e i quattro figli ancora dormivano. Intorno alle 7 è uscito da via Civitali e ha percorso circa 900 metri per arrivare al «covo». Ha preso l'ordigno e alle 7,35 era di fronte alla caserma. Ha atteso che la Fiat Punto bianca di due militari entrasse nella porta carraia e si è infilato. Due soldati gli hanno sbarrato la strada. Game si è piegato e ha tirato l'innesco. L'esplosione gli ha portato via una mano e gli occhi. Alle 7 e 41 è arrivata la prima telefonata al 113.

Guido Olimpio
Gianni Santucci



Nel «covo» i documenti di altri islamici

MILANO - Non solo nitrato d'ammonio e sostanze chimiche, ma anche documenti di altri islamici. Il covo di via Gulli a Milano, dove gli uomini della Digos hanno trovato il materiale con il quale è stato confezionato l'ordigno fatto esplodere davanti alla caserma dell'Esercito in piazzale Perrucchetti lunedì scorso, probabilmente ospitava altri islamici, oltre ai tre già finiti in manette. Massimo il riserbo degli inquirenti, ma a quanto si apprende sarebbero un paio i documenti di altre persone trovate nell'appartamento-laboratorio. Identità sulle quali gli investigatori stanno svolgendo tutti i controlli. «Troppo presto adesso, per parlare di complici», dicono. I documento comunque appartengono a persone diverse da quelle arrestate finora. L'appartamento, dove è stato fabbricato l'ordigno, era nella disponibilità di Mohamed Game, il libico 34enne che lunedì scorso ha compiuto l'attentato. L'uomo è in coma farmacologico dopo aver perso una mano e la vista nell'esplosione.

SCEGLIE DI NON RISPONDERE - Nel pomeriggio di giovedì si sono svolti gli interrogatori dei presunti complici di Game: Mahmoud Abdelaziz Kol, 52 anni, egiziano, e Mohamaed Imbaeya Israfel, 33 anni, libico. Mahmoud Adbelaziz Kol, nel corso dell’udienza di convalida davanti al gip Franco Cantù Rajnoldi, si è avvalso della facoltà di non rispondere. L’udienza si è tenuto nel carcere di San Vittore a Milano. Lorenzo Piazzese, legale di Kol, ha chiesto per il suo assistito gli arresti domiciliari e il Gip si è riservato di decidere. L’avvocato ha ricordato che Kol, ora «molto provato», è incensurato, è dal 1994 in Italia dove lavora come elettricista, con regolare ditta registrata alla Camera di Commercio, con la quale «mantiene 5 figli in Italia e altri 5 in Egitto». Fra i tre, l'egiziano era il fedele musulmano più osservante: nelle foto si nota il «callo da preghiera» causato dalle genuflessioni.

«IO NON C'ENTRO NIENTE» - Mohamed Israfel, il 33enne libico, ha invece risposto a lungo alle domande del gip Franco Cantù Rajnoldi, dichiarandosi «estraneo ai fatti». L'uomo, accusato di detenzione, fabbricazione e porto di esplosivi, si è difeso per circa tre ore nel corso dell’udienza di convalida nel carcere di San Vittore a Milano: «Ha spiegato al giudice i motivi per i quali è estraneo ai fatti», si è limitato a dire il legale, Alessandro Petti, lasciando il carcere. L'avvocato ha chiesto l'immediata scarcerazione del libico e, in alternativa, una misura cautelare alternativa rispetto al carcere invocato dal pm, Maurizio Romanelli. Il giudice si è riservato e la decisione potrebbe arrivare già venerdì. Lunedì, dopo l'attentato, Israfel si era mescolato ai cronisti, di fronte a casa di Game, e aveva cominciato a scaricare addosso a lui tutta la responsabilità dell’attentato: «Per i tanti guai che aveva — ha raccontato — era uno che poteva am­mazzarsi anche per conto suo».

Tre domande al giudice Mesiano

di Redazione


Chi mangia fa molliche, dicevano i vecchi giornalisti. Vuol dire che fra i tanti servizi realizzati da una testata, ci si concentra solo su quelli un po’ più sfortunati.


E quello andato in onda giovedì scorso a Mattino 5 sul giudice Mesiano, non appartiene certo alla categoria dei capolavori. Sul merito di un singolo servizio si può discutere all’infinito. Fa parte della libertà di critica, come fa parte della libertà di stampa la possibilità di criticare un magistrato. Se alcuni termini usati nel testo hanno offeso Mesiano, mi scuso con lui. Per me la sensibilità di una persona viene prima dei ruoli sociali e delle discussioni sul diritto di cronaca e sul diritto alla privacy. Mi impegno a non trasmettere più quelle immagini, cosa che dovrebbe fare anche chi indignato mi critica, e criticando le ri-trasmette in continuazione, dalla Sky di Murdoch a Raitre, trasformando il rimedio in qualcosa di più grave della malattia.

Le critiche appunto, o meglio la marea di insulti e di lezioncine piovute su di me, sulla giornalista autrice del pezzo e sulla testata. Nel polverone vorrei che il pubblico avesse gli occhiali a infrarossi per separare il giusto da ciò che è strumentale.

Innanzitutto noi non pediniamo nessuno. Sul mio tavolo arrivano ogni giorno immagini da fonti diverse. Sono immagini che riguardano i protagonisti dell’attualità, del gossip, dello sport, della cronaca. La domanda di fondo della rubrica giovedì scorso era quella che molti opinionisti si erano posti in quelle ore: la cosiddetta promozione ad orologeria del giudice Mesiano a pochi giorni dalla sentenza sul Lodo Mondadori, era davvero per indiscussi meriti professionali?

Quella sentenza, 750 milioni di euro che la Fininvest dovrà pagare a De Benedetti, per la sua portata economica e per le polemiche connesse, ha fatto il giro del mondo. Mesiano è diventato un personaggio di pubblico dominio. In questo contesto ho deciso di trasmettere quelle immagini, per dare sostanza televisiva a una figura di cui si leggeva e si sentiva parlare, ma di cui poco si era visto.

Nel servizio non si fanno valutazioni politiche e giuridiche. Non si usano epiteti infamanti. La battuta sui calzini può non piacere. Ma rimane una battuta. Ricordo con terrore un romanzo di Kundera, Lo scherzo, in cui il protagonista finisce ai lavori forzati per un umorismo non gradito. Per fortuna era la Cecoslovacchia comunista degli anni ’60. Certo, c’è l’aggettivo «stravagante». Come ricorda lo Zanichelli, stravagante vuol dire raro anche nel senso di originale, fuori dagli schemi. E allora? Le immagini, poi, sono realizzate per strada, in luoghi pubblici. Il contesto spazio-temporale è definito, il pedinamento ossessivo è un’altra cosa.

C’è una sproporzione sospetta, insomma, tra l’azione e la reazione, tra il buffetto e le cannonate, tra il termine stravagante e quelli che soprattutto i colleghi hanno rifilato a me: servo, killer, vergogna, barbarie. Ma le lezioni davvero inaccettabili sono quelle che arrivano dal quotidiano la Repubblica. Non è forse lo stesso che ha pubblicato le immagini della villa del premier, con ospiti internazionali colti in frangenti in cui neanche del colore dei calzini si poteva discutere?

Non è forse lo stesso che ha pubblicato le immagini del bagno della residenza romana del premier, rubate con un telefonino? Un magistrato ricopre un ruolo pubblico importante, ma se non sbaglio anche la presidenza del Consiglio è un’istituzione importante. E poi, perché il servizio è andato in onda alle 10 di giovedì 15 ottobre e il caos si è scatenato venerdì 16 dopo un articolo diRepubblica? È un problema di fuso orario o di chi detta l’agenda?

E non è Repubblica coinvolta nella battaglia legale che porta 750 milioni di euro nelle tasche del suo editore? E ancora, abbiamo visto i magistrati protagonisti delle grandi vicende giudiziarie ripresi in tutte le salse, consapevoli o inconsapevoli che fossero. Da Di Pietro che rubava il taccuino a Brosio, a Borrelli a cavallo, a Woodcock sull’Harley-Davidson. Perché allora non si possono mostrare le immagini di Mesiano per strada a Milano? C’è forse un’immunità «mediatica» per chi si è occupato di Berlusconi? In tutto questo polverone bisogna tenere stretti gli occhiali e non perdere di vista le domande giornalistiche della rubrica di giovedì scorso.

Primo, la promozione di Mesiano è meritata professionalmente o come sostengono molti è un premio politico per una sentenza che di fatto va contro il premier? Secondo, le idee politiche di un giudice, per quanto legittime, come agiscono sulla sua serenità e sulla sua indipendenza? Terzo, è vero che nel processo civile non serve un collegio di tre magistrati, ma non è «stravagante» decidere su una somma di 750 milioni di euro senza avvalersi di tecnici e consulenti?

Chi conosce la storia di Mattino 5 sa che, al di là delle strumentalizzazioni delle ultime ore, abbiamo dato il diritto di replica a chiunque, negli stessi spazi e con lo stesso tempo. Invito allora qui il giudice Mesiano, per scusarmi di quelle che vengono reputate offese personali ma anche per rivolgergli quelle tre domande.

direttore di Videonews