martedì 20 ottobre 2009

Morto negli Usa a 88 anni primo serial killer del dopoguerra

Corriere della Sera

Howard Unruh leggeva di continuo la Bibbia e frequentava la locale chiesa luterana
Il 6 settembre del 1949 nelle strade del suo quartiere East Camden, assassinò 13 persone tra cui 3 bambini


WASHINGTON – È morto a 88 anni il primo serial killer americano del dopoguerra, Howard Unruh un reduce che nel ’49, in una sanguinaria incursione di 20 minuti nelle strade del suo quartiere, assassinò 13 persone tra cui 3 bambini. Unruh, che aveva 28 anni, soffriva di paranoia e di schizofrenia, e venne rinchiuso nell’ospedale psichiatrico di Trenton nel New Jersey, il suo stato, senza essere processato.

STRAGE DI 60 ANNI FA - L’America non ha mai scordato la strage di 60 anni fa, una strage priva di motivi – Unruh non seppe addurne alcuno – che aprì la strada ad altre. Per la prima volta, dovette chiedersi che cosa spinga un uomo a uccidere tanti amici e conoscenti. La gelida furia del serial killer esplose a East Camden, vicino a New York, la mattina del 6 settembre del 1949. Unruh era tornato dalla guerra in Europa 3 anni prima, ma non aveva trovato lavoro, e viveva con la madre, divorziata, in un piccolo appartamento. In apparenza religioso, leggeva di continuo la Bibbia frequentava la locale chiesa luterana e faceva parte del suo coro. Il giorno della strage, Unruh uscì di casa in un elegante abito marrone, con la camicia bianca e la farfallina, impugnando una Luger calibro 9. La prima vittima fu il ciabattino del rione, un coetaneo con cui si era intrattenuto spesso: Unruh entrò nel negozio e gli sparò senza dire una parola. Le vittime successive furono altri negozianti: la moglie del sarto, una giovane di 28 anni, il barbiere di 33 anni, e un bambino di 6 a cui stava tagliando i capelli. Unruh si recò quindi all’osteria, ma l’oste, Frank Engel, che aveva sentito gli spari, sbarrò la porta.

COLPI NELLE CASE - Il killer incominciò allora a sparare nelle case attraverso le finestre e sui passanti, uccidendo un altro bambino di soli 2 anni e un automobilista di passaggio. Invano Engel aprì il fuoco per fermarlo: ferì leggermente Unruh al fianco, ma questi non diede segno di dolore, e penetrò nella vicina farmacia, sterminandone i quattro titolari. Tra le ultime vittime, prima che Unruh si rinchiudesse in casa, vi fu il terzo bambino, di 9 anni. Scrisse Meyer Berger del New York times che per giorni East Camden fu in preda a un trauma, con la gente che scappava dalle strade: un reportage che gli fruttò il premio Pulitzer e 4.000 dollari (per pietà il giornalista ne diede 1.000 alla madre del killer). L’assassino si arrese alla polizia dopo un selvaggio scontro a fuoco, che peraltro non costò più vite umane. Sbucò dalla casa con le mani sulla testa, l’abito immacolato, la farfallina ancora al collo. Negli interrogatori, Unruh disse di non sapere perché avesse ucciso amici e conoscenti. La polizia gli scoprì in casa una “Bibbia dello sparatore”, e i medici conclusero che era affetto da grave mania di persecuzione: si sentiva perseguitato dai vicini, era convinto che lo ritenessero un omosessuale.

Ennio Caretto

Le lettere segrete degli ambasciatori inglesi: peste e corna sui paesi ospiti

Quotidianonet

Roma, 20 ottobre 2009 - Britannici, e per di più ambasciatori: più educati e irreprensibili non si potrebbe immaginarli, ma i diplomatici di sua Maestà per anni hanno scritto peste e corna dei popoli che li ospitavano in lettere al Foreign Office davvero... poco diplomatiche. Ora, dopo anni di segreto, le missive sono state rivelate dalla Bbc.


“Temo che non ci siano dubbi sul fatto che il nicaraguense medio sia uno dei più disonesti, inaffidabili, violenti e alcolizzati fra i latinoamericani”, scriveva ad esempio senza peli sulla lingua Roger Pinsent da Managua nel 1967. E David Hunt non fu più tenero con la Nigeria nel 1969: i suoi leader, scriveva, “fanno impazzire con la loro abitudine di scegliere sempre la strada che farà il massimo dei danni ai loro interessi”. E “gli africani in generale non solo non disdegnano di castrarsi per far un dispetto alla moglie, ma lo considerano un trionfo della chirurgia estetica”.


I tailandesi, secondo Anthony Rumbold nel 1965, “non hanno letteratura, non hanno pittura e un solo tipo di musica molto strano: la loro scultura, ceramica e danza sono mutuate dall’esterno”. E non basta: “La lascivia è il loro principale passatempo”. Anche popoli vicini e amici cadevano sotto la scure del sarcasmo ‘made in Uk’: “(In Canada) chiunque sia anche solo moderatamente bravo in ciò che fa - in letteratura, teatro, sci o che so io - tende a diventare una figura di rilevanza nazionale. E chi si distingue dalla folla tende ad essere elevato al cielo e ottenere subito l’Ordine del Canada”, scriveva Lord Moran nel 1984.


Questi giudizi erano contenuti
nelle “lettere di commiato”, una pratica seguita degli ambasciatori britannici al termine della loro destinazione in una sede, in cui per tradizione si effettuava una valutazione del paese e dei suoi rapporti con Londra.

 A onor del vero, oltre a insultare i loro ospiti, gli ambasciatori si lasciavano spesso andare a critiche autoironiche sul servizio diplomatico e la sua burocrazia: “E’ mai possibile che nel guadare il fiume di piani aziendali, riesami delle capacità, controlli di qualità (...) e altre escrescenze dell’età del management, ci siamo dimenticati cosa sia davvero la diplomazia?” scriveva Sir Ivor Roberts, ambasciatore in partenza da Roma nel 2006. Evidentemente colpì un nervo scoperto, perché il Foreign Office, per quelle parole così diplomatiche, decise di mettere fine per sempre alle ‘lettere di commiato’.

Se la sindaca Iervolino minaccia querela

Corriere del Mezzogiorno

di MARCO DEMARCO

Abbiamo letto in questi giorni molti articoli sul rischio che corre la libertà di stam­pa. Abbiamo letto di mi­nacce e di intimidazio­ni rivolte ai giornalisti da un potere violento e senza limiti che mal sopporta ogni tentativo di contraddire la pro­pria «narrazione» politi­co- amministrativa. Una narrazione — usiamo questo termine perché pare sia quello più in vo­ga in certi ambienti di contestatori professioni­sti — fatta di fantasmi, realtà rovesciate, fumo­se dicerie e, aggiungia­mo noi, di progetti più volte retoricamente an­nunciati e sempre mise­ramente falliti. Abbiamo letto que­sto, a dire il vero, riferi­to, come si sarà capito, a Berlusconi, e abbiamo letto anche, pervenute­ci domenica sera, due note inviateci dal city manager di Napoli e dal­la sindaca Iervolino. In sintesi, e così si capirà subito l’accostamento tra il premier e la prima cittadina: ci è stata an­nunciata una querela per la nostra inchiesta sulla mobilità, sul traffi­co e sui poteri speciali accordati al Comune di Napoli per tentare di portare a soluzione i problemi ancora aperti.

Inchiesta che ha rivela­to che in tre anni di su­perpoteri a Napoli non è stato costruito nean­che un parcheggio, mentre a Roma sono stati realizzati 55 mila posti auto. Che cosa dovremmo dire ora? Anche noi inti­miditi? Anche noi mi­nacciati? Anche noi messi con le spalle al muro? Per carità. Non chiameremo alla mobili­tazione e non chiedere­mo la solidarietà dei col­leghi e della federazio­ne della stampa, perché se la sindaca e il city ma­nager hanno deciso di rispondere in questo modo sono fatti loro. Noi ne prendiamo atto e ci comporteremo di conseguenza. A’ la guer­re comme à la guerre, di­cono i francesi. Certo, avremmo preferito che sindaca e manager aves­sero risposto prima alle nostre sollecitazioni e avessero preso in seria considerazione gli allar­mi da noi lanciati. E in­vece tutto il mondo è paese. Sindaca e mana­ger avrebbero preferito che questo giornale si impegnasse a descrive­re le magnifiche sorti e progressive di una am­ministrazione «strango­lata » da un governo ne­mico e impossibilitata, non per propri limiti, a far fronte ai mille pro­blemi di questa città. E invece, abbiamo raccon­tato di un Comune pro­digo a promettere buo­ni pasti da record per i propri dipendenti e ava­ro con il servizio di refe­zione scolastica. Un Co­mune dove la stessa so­cietà, la «Napoli Servi­zi », viene descritta da un assessore come il fio­re all’occhiello dell’am­ministrazione e da un suo collega come un bu­co nero che ingoia deci­ne e decine di milioni di debiti fuori bilancio. Abbiamo chiesto alla sindaca quale delle due versioni dovevamo prendere come sua, e non abbiamo avuto al­cuna risposta.

Abbiamo raccontato di una società, sempre la «Napoli Servizi» in cui l’amministratore dele­gato, nominato da un assessore, si sceglie a sua volta come direttore generale, contratta con se stesso il compenso da attribuirsi e de­manda a se stesso ogni valutazione sul proprio operato. Abbiamo atteso invano una parola della sin­daca, per sapere se, pur dentro i limiti di una liceità molto discutibile, tutto questo le appari­va opportuno. Abbiamo raccontato di un assessore, lo stes­so che ha indicato il manager di cui sopra, che ha castamente rivelato la prassi secondo cui i «nominati» dal Comune di Napoli nelle azien­de controllate sono tutti amici e amici degli amici. La sindaca ha letto — ma li legge i gior­nali? — e non ha aperto bocca. Poi abbiamo lungamente corteggiato il city manager che è anche vicecommissario operativo al traffico, per avere da lui dati ultimi a trarre un bilancio su tre anni di poteri speciali. Siamo passati da rinvio a rinvio. Quando poi abbiamo comincia­to a farlo noi quel bilancio, ecco finalmente la risposta. Una risposta giudiziaria, la negazione di una normale dialettica tra stampa e potere amministrativo. Avremmo preferito un atteggiamento molto diverso. Ma evidentemente al Comune di Na­poli c’è altro a cui pensare. A giudicare dai fatti è assai difficile intuire cos’è che li tenga così impegnati. Ma su questo è inutile spendere pa­rola: decideranno gli elettori se è così che deb­ba essere governata una grande città come Na­poli. Alla sindaca non abbiamo altro da chiede­re, per il momento. Al city manager, invece, chiediamo se non ritenga corretto rivelare i suoi compensi pubblici, non solo come city manager, ma anche come subcommissario o al­tro. Così, per pura trasparenza. Sempre che questa richiesta non appaia provocatoria e allu­siva.



Alto Adige contro Ikea: "Qui non li vogliamo"

di Guido Mattioni


Montatosi un tantino alla testa, credendo magari di essere diventato il Piave, anche il fiume Adige decise di pronunciare qualcosa di patriottico. Così, gonfiate bene le onde, mormorò: «Non passa lo svedese!». Il suo nemico, quello contro il quale fare oggi «una barriera», ha i vistosi nonché miliardari colori giallo e blu dell’Ikea, la multinazionale dei mobili in scatola di montaggio, dei biscotti di Natale alla cannella e del catalogo fitto di nomi impronunciabili come Bjursta o Aspvik, che ricordano più i codici fiscali di qualche feroce guerriero vikingo che non un mite buffet o una servizievole libreria. Multinazionale che ormai è però, soprattutto, l’indiscusso colosso dell’arredamento ai prezzi più piccoli. A Milano come a Parigi, a Chicago come a Tokio.

Ed è appunto qui, sui prezzi, che casca l’asino. O meglio, che si incavola l’altoatesino. Perché di fronte alla ventilata e reiterata intenzione del gruppo svedese di aprire uno dei suoi megastore anche dalle parti di Bolzano, è insorta la Provincia stessa. Che ha affidato il gran rifiuto all’assessore all’Economia, Thomas Widmann, schieratosi così in difesa del modello locale di commercio al dettaglio. Quello che trova la propria peculiarità nel cosiddetto commercio “di vicinato”, costituito cioè da una fitta rete di negozi piccoli e medi.
La paura - che sia detto non è certo del tutto peregrina - è di venirsi a trovare nel cortile di casa uno di quelli che nel gergo del marketing sono chiamati «category killer». Ovvero giganti che grazie alla loro massa critica e ai conseguenti prezzi stracciati, finiscono col fare terra bruciata attorno a sé. Bruciando così anche quella altoatesina - erba rasata e geranei vermigli compresi - che circonda i tanti piccoli mobilifici e negozi della tradizione locale. Un tessuto di mini imprese, perlopiù a carattere familiare, che oltre a rappresentare una voce importante del commercio, costituisce un’attrattiva turistica in più per una terra che peraltro non ne è certamente priva.

Questo è lo scenario temuto dalle autorità bolzanine. «E per questa ragione farò di tutto perché grandi realtà come l’Ikea non vengano da noi», ha sentenziato l’assessore Widmann vedendo scorrere nella mente le interminabili cifre di bilancio e di quote di mercato del gruppo fondato sessant’anni fa a Älmhult dal signor Ingvar Kamprad (oggi la sede si trova però in Danimarca, mentre il controllo azionario è passato nelle mani di una fondazione benefica olandese).

Riferendosi poi ai suoi tanti conterranei che sembrano invece guardare con favore all’arrivo di un colosso sì «foresto», ma dai prezzi senz’altro concorrenziali, il buon assessore ha aggiunto una sorta di suo vaffa, traducendolo però molto urbanamente in un «che vadano a Innsbruck e a Verona!». Con esplicito riferimento alle due località più vicine, là dove l’impero svedese ha già piantato altrettante bandierine. Dipingendo rapidamente di giallo e di blu le aree circostanti, conquistando via via fette importanti dei mercati locali del mobile e stringendo di fatto d’assedio il territorio altoatesino, i suoi armadi intagliati nel cirmolo e il modello dei negozietti “di vicinato” dove quando entri ti dicono «Gruss Got».

A preoccupare Widmann sembra anche altro. Ovvero il fatto che della sorte del loro Davide, in un eventuale futuro confronto diretto con il Golia svedese, gli altoatesini (gli amministrati, non gli amministratori) sembrano volersi fermare alle parole di circostanza. Sostenendo cioè a parole di apprezzare la qualità dei prodotti domestici e il rapporto personale che caratterizza i piccoli negozi, ma migrando di fatto già ora, nei weekend, verso l’austriaca Innsbruck o la “meridionale” Verona - là dove c’è un’Ikea - quando si tratta di rifare cucina o salotto. E da là tornano a casa visibilmente soddisfatti. Rosicchiando il loro biscotto alla cannella. Infischiandosene se parole come Bjursta o Aspvik non rientrano nel dizionario del bilinguismo, dogma inviolabile di questo strano pezzo dello Stivale. Badando insomma anche loro - come tutti gli italiani - più all’ultima cifra stampata sullo scontrino che non a quel familiare «Gruss Got».

Mori: "Niente trattativa mafia-Stato" Violante: "Non incontrai Ciancimino"

di Redazione


Palermo - Mafia e politica. Si continua a indagare sui contatti - veri o presunti - tra i boss e le istituzioni nel periodo a cavallo delle stragi mafiose. Il tema è tornato di stretta attualità dopo la consegna ai giudici del "papello", la lista con le richieste che i mafiosi avrebbero fatto allo Stato attraverso Vito Ciancimino. Ma c'è anche un processo in corso a Palermo. E' quello a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano. Mori ha depositato una memoria difensiva nella quale difende il proprio operato e nega che vi sia mai stata una trattaiva tra la mafia e le istituzioni. Intanto Violante, ex presidente dell'Antimafia, ricorda di non aver mai voluto incontrare privatamente Vito Ciancimino, che gli aveva chiesto un colloquio tramite Mori. 

Mori deposita una memoria La difesa di Mori ha chiesto al Tribunale di depositare una memoria contenente le sue dichiarazioni sulla trattativa tra Stato e Cosa nostra. Il pubblico ministero Antonino Di Matteo non si è opposto alla richiesta.

Nessuna trattativa mafia-Stato "Incontrai più volte Vito Ciancimino - rivela Mori - e cercai più volte contatti con la commissione Antimafia senza che avessi obbligo di farlo. Proprio gli incontri con Ciancimino furono la prova che una trattativa con Cosa Nostra non ci fu", ha affermato Mori, e ha aggiunto: "Ogni trattativa del genere e questa in particolare che implicava una resa vergognosa dello Stato a una banda di criminali assassini sarebbe stata impensabile". L’ex comandante del Ros ed ex capo del Sisde ha parlato a lungo davanti al Tribunale, per rivendicare la correttezza del suo operato. Mori ha preso la parola dopo la deposizione dell’ex presidente della Camera ed ex presidente della commissione parlamentare Antimafia, Luciano Violante, sentito dai giudici proprio sui contatti che ebbe all’epoca con Mori.

Violante: Ciancimino voleva parlarmi Interrogato dal pm Antonio Ingoia, Violante ha raccontato: "Conobbi il generale Mori quando ero ancora magistrato a Torino e mi occupavo di terrorismo nero. L’ultimo incontro con Mori risale al 7 luglio ’93, è stato l’unico appuntamento segnato nella mia agenda. Ma precedentemente lo avevo incontrato per tre volte subito dopo la mia nomina. La prima volta Mori mi disse che Vito Ciancimino, che viveva a Roma dalle parti di piazza di Spagna, intendeva parlarmi riservatamente e che mi voleva dire delle cose importanti e che mi avrebbe chiesto qualcosa".

Dissi no a incontri riservati "In quell’occasione - ha aggiunto Violante - feci presente che non svolgevo colloqui riservati e che poteva chiedere un’istanza all’Ufficio di Presidenza della Commissione antimafia che avrebbe valutato la vicenda. Il 29 ottobre comunicai alla Commissione che Ciancimino voleva essere sentito". "Al secondo incontro - ha detto ancora Violante - il colonnello Mori mi portò il libro di Ciancimino "Le mafie", voleva essere un segno di disponibilità. Al terzo incontro confermai al colonnello Mori che non intendevo avere nessun colloquio con Ciancimino, e il colonnello mi ribadì l’opportunità dell’incontro. Di Ciancimino si parlava alla Commissione antimafia perché c’era stata il processo per la confisca dei beni". "Il 29 ottobre dissi alla Commissione antimafia che si poteva sentire Vito Ciancimino perché aveva ritrattato le condizioni che aveva posto precedentemente all’ex presidente Chiaromonte", ha detto ancora Violante rispondendo al presidente della quarta sezione del Tribunale, Antonio Fontana al termine dell’interrogatorio.

Giovanni Ciancimino: "I timori di mio padre" "In carcere dopo l’arresto mio padre era prostrato 'Mi hanno tradito, mi hanno venduto' lo disse più volte, non l’avevo mai visto così sfiduciato e demotivato". Lo ha detto deponendo al processo di Palermo contro il generale Mario Mori, Giovanni Ciancimino, il figlio più grande di don Vito, l’ex sindaco di Palermo condannato per mafia. Nel corso della sua deposizione, il fratello del dichiarante Massimo aveva ricordato una conversazione con il padre 20 giorni dopo la strage di Capaci. "Mi disse: 'Questa mattanza deve finire. Sono stato contattato da personaggi altolocati per trattare con l’altra sponda', io sapevo a cosa lui si riferiva, e rimasi basito". Secondo Giovanni Ciancimino il padre poi gli disse "'Sarà un bene per tutti' e io gli dissi ma sei pazzo? E litigammo".

Quella telerissa sull'omofobia

di Redazione


Milano - La video-rissa a «Domenica 5» rilancia il tema omofobia nel nostro Paese. Il momento della trasmissione durante il quale la tensione ha raggiunto il clou è stato quando Alessandro Cecchi Paone, difensore delle coppie gay, è stato aggredito verbalmente da Maurizio Ruggiero, integralista e cattolico. A quel punto la conduttrice Barbara D’Urso è intervenuta nel tentativo di sedare l’alterco che rischiava di trascendere ulteriormente.

Presenti in studio anche Alba Parietti, generalmente favorevole all’abolizione delle discriminazioni sessuali, e due coppie gay che chiedono di potersi sposare legalmente. Il dibattito ha immediatamente preso una piega litigiosa come sempre accade dinanzi a due punti di vista diametralmente opposti. Renato Farina, editorialista de «il Giornale», vista l’impossibilità di un dialogo civile, ha preferito abbandonare lo studio.


- Cecchi Paone: in tv provocatori omofobi

- Farina: nell'arena dialogo impossibile

- Guarda il video del "duello" in tv

La domanda a cui repubblica non risponde

di Redazione

Tutto previsto. La reazione di la Repubblica al nostro articolo su Corrado Augias, descritto come collaboratore dei servizi segreti cecoslovacchi ai tempi della Cortina di ferro, è arrivata puntuale e nei toni attesi. Una mezza paginata dello stesso Augias che reclama la propria innocenza e un commento di D’Avanzo, editorialista descamisado da alcuni mesi dedito alla narrazione delle attività notturne, vere o presunte, di Silvio Berlusconi.
Il primo cerca di buttarla sul ridere, minimizza la portata dei fatti e naturalmente accusa il Giornale di aver costruito sulla sua candida personcina un castello di balle. Evidentemente non aveva molto altro da dire, benché nel pezzo si sia dilungato in vari particolari privi del minimo interesse. Il secondo riprende il filo di un discorso che va facendo e ripetendo da quando sono tornato al Giornale: il Cavaliere comanda e io, Brighella, eseguo, anzi sparo. Lasciamoglielo credere, così è contento.

Infatti il problema non sono le ossessioni di D’Avanzo né le imbarazzate argomentazioni difensive di Corrado Augias. Ciò che rimane sospeso per aria è il contenuto di quanto abbiamo pubblicato. I due colleghi citati non entrano nel merito della questione, non spiegano, non giustificano, non precisano. Si limitano a scrollare le spalle e girano la frittata secondo lo stile ormai invalso nel loro quotidiano di lotta debenedettiana contro il capo del governo e tutto ciò che in qualche modo si riconduca a lui.

Augias lascia intendere di essere molto offeso perché, valutato il materiale in nostro possesso, non gli abbiamo telefonato per informarlo. Praticamente ci accusa di aver colpito lui per colpire la Repubblica, e glissa sul resto come se la storia dello spionaggio che lo riguarda fosse un’invenzione denigratoria. È proprio qui che si sbaglia di grosso. C’è o ci fa? Si dà il caso, caro Corrado, che non sia stato il Giornale ad attribuirti una intensa collaborazione con gli apparati spionistici della Cecoslovacchia, Paese nemico all’epoca della guerra fredda, bensì gli apparati stessi che di tale collaborazione hanno conservato documenti dai quali abbiamo attinto le notizie su di te.

Abbiamo svolto un lavoro da cronisti: ci siamo procurati le carte - recentemente messe a disposizione -, le abbiamo lette e riassunte. Non è con noi che te la devi prendere ma con gli 007 cui hai reso per parecchio tempo, consapevolmente o no, i tuoi servigi. Lo hai fatto per affinità ideologica o per altro? Il punto è che lo hai fatto, almeno secondo le fonti, cioè gli archivi di Praga.
Se poi tu abitualmente incontravi l’agente segreto da Rosati in piazza del Popolo a Roma o in altro luogo, poco importa. Gli agenti segreti e i loro informatori (con tanto di codice) per definizione non sono identificabili quindi frequentano qualsiasi ambiente senza temere di essere riconosciuti per quello che in realtà sono: spie. Può darsi benissimo che tu non avessi nulla da confidare a chi ti aveva «contattato». Se così fosse tuttavia bisognerebbe capire per quale ragione tu lo frequentassi e per quale quell’agente frequentasse uno, te, che non aveva alcunché da dirgli.

Questi dettagli, converrai, meritano di essere chiariti. Tocca a te chiarirli. Noi abbiamo appreso dei dati da documenti controllati e li abbiamo divulgati perché storicamente rilevanti. Peccato che tu li abbia scambiati per nostre illazioni. Non è così. La scrollatina di spalle non basta a fugare dubbi e perplessità sul tuo conto.

Miss Black University è una bianca: non la vogliamo

Corriere della Sera

Scritto da: Alessandra Farkas alle 21:19


NEW YORK - Nikole Churchill ha molto in comune con il presidente americano Barack Obama. Oltre ad essere cresciuta anche lei alle Hawaii, la 22enne studentessa della Hampton University, uno degli 80 storici black college d'America, è alta e bella, con lunghi capelli nero corvino e tratti esotici che tradiscono la sua origine multietnica: madre italiana e padre chamorro del Guam (la mamma di Obama era una bianca del Kansas, il padre un africano keniota).

Ed è stata proprio la speranza di far leva su queste affinità a spingere Nikole a scrivere una lettera al presidente Obama, invocando il suo aiuto. Il motivo: le  proteste scoppiate nel campus della sua università in Sud Virginia quando, battendo altre nove concorrenti, tutte afroamericane, Nikole ha vinto il titolo di Homecoming Queen assegnato ogni anno alla più bella del college. Prima Miss non nera nella centenaria storia di Hampton ad aggiudicarsi l'ambito trofeo.

Durante la sua incoronazione - definita nella lettera ad Obama "il giorno più bello della mia vita" - un folto gruppo di studenti se ne sono andati in segno di protesta. Alcuni giornali hanno parlato di "razzismo alla rovescia". "Nikole", hanno spiegato, "è stata discriminata a causa della sua pelle troppo bianca".

 "Il vero motivo dietro al dissenso è che non sono afro-americana", ha protestato lei stessa nella missiva ad Obama, che ha invitato ad Hampton "per assistermi nel convincere i miei colleghi a smetterla di focalizzarsi così tanto sul colore della mia pelle, sentendosi piuttosto orgogliosi dei passi avanti fatti dall'America nell'accettare la diversità". 
  "Spero proprio", conclude Nikole, "che lei possa aiutarmi ad illuminare queste menti offuscate". Apriti cielo.

"Il colore non c'entra un tubo", ha subito ribattuto Juan Diasgranados, studente del secondo anno, "protestiamo perché Nikole, appena trasferitasi da un'altra università, è un'outsider che non ha mai vissuto nel campus, mangiato alla mensa, o socializzato con noi compagni. In altre parole: nessuno la conosce e non ci rappresenta".

Ad altri non è andato a genio che a scegliere la vincitrice non siano stati gli studenti, ma un comitato di cinque esperti - bianchi e neri - tre dei quali esterni all'università. Tirata in causa, la direttrice esecutiva del concorso, l'afro-americana Shelia Maye, (che è anche capo del dipartimento di musica) ha difeso la scelta: "Il nostro campus non è un ghetto ed è aperto a tutti",  afferma, invitando gli studenti a "presentare Nikole come candidata ufficiale della Hampton University al prossimo concorso per Miss Virginia".

Anche se in un sondaggio del Daily News il 61% degli interpellati le danno ragione, Nikole ha finito per chiedere scusa all'Università per la lettera inviata ad Obama. "Ho esagerato", spiega, "Chiedo umilmente scusa per aver messo in cattiva luce il mio ateneo".  E adesso c'è già chi da la colpa al razzismo post-razziale dell'era Obama che, come scrive l'Huffington Post, ha finito indirettamente per riacutizzare le tensioni  tra neri e bianchi. Mentre la destra repubblicana più intollerante rialza la cresta risfoderando i peggiori stereotipi razzisti contro i neri, anche la Black America riscopre insomma l' orgoglio nero.

Entri nel negozio e parli al cellulare? E il tabaccaio non ti serve più

Corrierefiorentino

Nelle tabaccherie di piazza Santa Maria Novella e piazza Ottaviani, dietro al banco della cassa c’è un cartello con una scritta insolita: «Non serviamo persone al cellulare»


FIRENZE - Bando alla maleducazione, a quelli che entrano nei negozi e neanche ti guardano, a chi ti chiede di essere servito e parla al cellulare. Da qualche settimana, nelle tabaccherie di piazza Santa Maria Novella e piazza Ottaviani nel centro di Firenze, dietro al banco della cassa c’è un cartello con una scritta insolita: «Non serviamo persone al cellulare».

«SIAMO STANCHI DELLA MALEDUCAZIONE» - «Lo abbiamo fatto - spiega la commessa della tabaccheria di Santa Maria Novella - perchè siamo stanchi della maleducazione di certi clienti che vogliono essere serviti mentre parlano e a volte litigano al cellulare. È una forma di mancanza di rispetto che non sopportiamo». Insieme alla lotta alla maleducazione, al degrado e alla crisi col fai-da-te, una curiosità arriva sempre da un locale del centro di Firenze.

Sondaggio/ Sei d'accordo con la presa di posizione di alcuni tabaccai fiorentini? Vota

CONTRO LA CRISI - Nel chiosco di lampredotto e trippa (le interiora di bovino, piatto tipico fiorentino) di via Dante Alighieri, a due passi da piazza della Signoria, da un po' di tempo lavora una bella ragazza cinese. Il titolare non ha trovato italiani disposti a lavorare con lui. I turni sono duri. Il chiosco è aperto tutto il giorno. Gli italiani hanno mostrato di gradire poco il tipo di impiego mentre gli immigrati no. Così è arrivata lei, la bella orientale. E il lampredotto è finito in mano cinese. E contro la crisi che si fa? Per combattere il caro-prezzi arriva l’idea del menù anticrisi del ristorante-macelleria «La norcineria» in San Lorenzo. Per cinque euro si può mangiare pollo con patate più una bottiglia da mezzo litro d’acqua oppure un piatto di pasta al pomodoro, un’insalata e il mezzo litro d’acqua.


19 ottobre 2009