mercoledì 21 ottobre 2009

Don Farinella a testa bassa contro Bertone: protettore di Berlusconi

Il Secolo XIX

Don Paolo Farinella
Partecipando all’inaugurazione della mostra `Il potere e la Grazia´ mercoledì scorso a Roma assieme al premier Silvio Berlusconi, il segretario di stato vaticano, il card. Tarcisio Bertone si sarebbe comportato «come un compare di nozze, accanto all«utilizzatore finalè di prostitute a pagamento» che ha «da solo calpestato tutti i principi etici non negoziabili» con cui il porporato «è solito pontificare». Lo scrive in una lettera aperta allo stesso card. Bertone, don Paolo Farinella, sacerdote genovese teologo e biblista, secondo cui il premier ha calpestato «tutti i principi della dottrina sociale della Chiesa che ogni tanto il card. Bertone rispolvera per darsi un contegno». «Lei stava lì - scrive il prete riferendosi all’inaugurazione della mostra a Palazzo Venezia - come un protettore che mette il cappello sul proprio protetto, mandando un messaggio mediatico trasversale dentro e fuori i palazzi: Berlusconi è sotto la protezione del Vaticano e non si tocca». «Il mondo ha visto - prosegue don Farinella - che il presidente del Consiglio ha osato dirle davanti a tutti che in quella mostra mancava un quadro, quello di «San Silvio da Arcore» e lei, con il sorriso di prassi, è rimasto allampanato. Lei annuiva, restando immobile. Io non so se lei si sia reso conto - conclude - del danno che ha provocato alla Chiesa universale e alla Chiesa che è in Italia in modo particolare».


Travaglio, la Cassazione: diffamò l'ex giudice Verde Deve risarcire 5mila euro

di Redazione


Milano - Il "sommo" inquisitore incastrato dalla Corte Suprema. Marco Travaglio e la Garzanti libri spa dovranno risarcire in solido con 5mila euro l’ex giudice Filippo Verde per i danni subiti in relazione al contenuto diffamatorio di un brano del libro "Il manuale del perfetto inquisito", scritto dal giornalista, nel quale si affermava che Verde era stato "più volte inquisito e condannato", mentre l’ex giudice non ha mai riportato alcuna condanna definitiva e, in un caso, è stata dichiarata la prescrizione di un reato a lui addebitato.

La Cassazione conferma
La terza sezione civile della Cassazione ha infatti confermato la sentenza della Corte d’appello di Torino che aveva disposto il risarcimento in favore di Verde, seppure con una somma molto esigua - 5mila euro, appunto, e il rimborso delle spese - rispetto a quella da lui richiesta (500 milioni delle vecchie lire).

Rigettati tutti i ricorsi La Suprema Corte ha rigettato tutti i ricorsi, e nella sentenza n.22190, ribadisce come "soltanto la correlazione rigorosa tra fatto e notizia di esso soddisfa all’interesse pubblico dell’informazione, che è la ratio dell’articolo 21 della Costituzione, di cui il diritto di cronaca è estrinsecazione: il potere-dovere di raccontare e diffondare a mezzo stampa notizie e commenti, quale essenziale estrinsecazione del diritto di libertà di informazione e di pensiero, incontra limiti in altri diritti e interessi fondamentali della persona, come l’onore e la reputazione" e, in materia di cronaca giudiziaria, "deve confrontarsi con il presidio costituzionale della presunzione di non colpevolezza".

Alterazioni e travisamenti La verità di una notizia "mutuata da un provvedimento giudiziario - ricordano i giudici di piazza Cavour - sussiste ogniqualvolta essa sia fedele al contenuto del provvedimento stesso, senza alterazioni o travisamenti di sorta, dovendo il limite della verità essere restrittivamente inteso". Per questo, l’esimente "anche putativa del diritto di cronaca giudiziaria" prevista dall’articolo 51 c.p. va "esclusa - si legge ancora nella sentenza - allorchè manchi la necessaria correlazione tra il fatto narrato e quello accaduto, il quale implica l’assolvimento dell’obbligo di verifica della notizia e, quindi, l’assoluto rispetto del limite interno della verità oggettiva di quanto esposto, nonchè il rigoroso obbligo di rappresentare gli avvenimenti quali sono, senza alterazioni o travisamenti di sorta, risultando inaccettabili i valori sostitutivi, quale quello della verosimiglianza, in quanto il sacrificio della presunzione di innocenza richiede che non si esorbiti da ciò che è strettamente necessario ai fini informativi".

Sbaglia l'anagrafe, registrate le nozze gay Il Comune: annulliamo. Gli sposi: no

Corriere del Veneto

Sbaglia l'anagrafe, registrate le nozze gay
Il Comune: annulliamo. Gli sposi: no

Sarà battaglia legale tra un 36enne residente che vive a Parigi sulla validità del matrimonio californiano. L'ufficio ingannato dal nome del compagno francese

Torta nuziale al maschile (web)

TREVISO - Si sposa a San Francisco con il compagno francese e le nozze, per un errore di trascrizione, vengono registrate all’anagrafe del comune trevigiano in cui risiede, a Quinto. Ora l’uomo, attraverso il suo legale, annuncia di voler ricorrere contro la procedura di annullamento dell’atto avviata dall’amministrazione municipale, dopo essersi resa conto che gli sposi erano entrambi di sesso maschile.

Protagonista della vicenda una coppia gay che risiede a Parigi: un uomo di 36 anni trevigiano e il suo compagno francese. Nel settembre del 2008 i due hanno deciso di sposarsi in California. È il nome del compagno francese, scambiato per quello di una donna - secondo quanto ricostruito dall’ufficio anagrafe di Quinto - a far cadere in errore il consolato italiano e successivamente gli stessi funzionari trevigiani. Accortisi dell’errore, i funzionari comunali hanno notificato all’uomo l’avvio delle pratiche di annullamento dell’atto «per una erronea trascrizione tra persone dello stesso sesso».

Nel definire l’incidente «un disguido», il sindaco Mauro Dal Zilio sottolinea che non si tratta del primo caso in Italia: un episodio analogo si è verificato qualche anno fa in Friuli Venezia Giulia e si è concluso con l’annullamento da parte del Tribunale dell’atto. A Quinto le cose rischiano di non essere altrettanto semplici: il legale dell’uomo, Francesco Bilotta, si è detto pronto «a ricorrere sino alla Corte europea dei diritti dell’uomo» pur di non veder cancellato in Italia il matrimonio.



Io, ancora precaria e single a 41 anni con dieci contratti da ricercatrice»

Corriere della Sera




Maria Grazia Di Certo

ROMA
— La pazienza la avverti già nel tono della voce, disteso e per­sino rassicurante, con cui Maria Gra­zia Di Certo, romana, 41 anni, ricer­catrice in biotecnologie al Cnr, pre­caria da 15 anni, racconta la propria storia vissuta «sul filo». Quando si è abituati a camminare in bilico lassù, probabilmente non si solleva nem­meno più lo sguardo per scorgere l'approdo sicuro. Ci si concentra sul centimetro trattenendo il fiato, così come Maria Grazia fa ogni giorno, guardando con il microscopio il suo vetrino in una battaglia più grande di lei, quella contro le malattie gene­tiche.

In fondo il sogno era questo qui, quando Maria Grazia ha iniziato fre­quentando, a Roma, Scienze biologi­che. La laurea è arrivata nel 1994, nello stesso anno in cui a vincere il Nobel per la Medicina è Martin Rod­bell, biochimico, scopritore delle proteine G. «Mi sono specializzata in patologia clinica — racconta Ma­ria Grazia — e poi ho preso il dotto­rato di ricerca a L’Aquila in biotecno­logie ».

Comincia così un percorso insta­bile tra borse di studio e primi con­tratti: «Per carità, tutti noi sappia­mo che la gavetta è lunga — spiega la ricercatrice —. Io arrotondavo fa­cendo il rappresentante farmaceuti­co ». Da lì alla dura realtà dei co.co.co, i collaboratori coordinati e continuativi introdotti nel 1995 con la riforma Dini e istituzionalizzati due anni dopo dal «pacchetto Treu», il passo è breve: «Di quei con­tratti ne avrò collezionati almeno una decina!».

Poi una luce in fondo al tunnel: nel 2007 la Finanziaria Prodi intro­duce una graduale stabilizzazione dei precari. C’è la possibilità di ap­prodare al mitico posto fisso, al con­tratto a tempo indeterminato, a una casa propria e forse, chissà, a una fa­miglia. Maria Grazia si mette in fila per la regolarizzazione ed è a un pas­so dall’ottenerla, quando cambia il governo e la sanatoria viene blocca­ta. «Io non ce l’ho fatta, ma 3 o 4 col­leghi, sì. Erano in 4 mila a sperarci, ce l’avranno fatta, sì e no, un miglia­io ». La delusione è fortissima: «L’unica consolazione è che sono stata inquadrata come articolo 23, contratto a termine, questo signifi­ca almeno non avere più uno stipen­dio da fame...». Cioè? «Guadagno 1.700 euro al mese netti. Sono fortu­nata. Gli altri faticando come me tut­to il giorno, senza riconoscimento di straordinari, in media ne prendo­no 500 in meno».

Adesso però si schiude un’altra possibilità: «Il Cnr dopo 10 anni ria­pre i bandi per le assunzioni: spero di farcela anche se i posti sono po­chissimi e ci sono anche i giova­ni... ». In che senso? «Nel concorso l’anzianità vale, ma fino a un certo punto. Così può accadere che i più giovani ti passino avanti. È come se si saltasse una generazione: quella dei quarantenni come me. Lo trovo ingiusto. Va bene il merito, ma an­che l’esperienza è importante».

E cosa succederà se non supererà il concorso? «Ah, non lo so. Il mio contratto è rinnovabile per 5 anni e io sono al terzo. Tra due anni, o an­che prima, potrei tornare a fare la co.co.co.». Ma se potesse ricomincia­re oggi, rifarebbe tutto Maria Grazia: «Andando a lavorare all’estero però. In Italia la preparazione è ottima, ma dopo mancano i fondi. Si lavora in pochi ma non puoi giocare una parti­ta in tre quando le altre squadre so­no da 11 come accade in altri Paesi. Di sicuro non puoi vincerla».

Difficile parlare di prospettive di vita in queste condizioni. A dispetto del suo cognome, Di Certo, Maria Grazia ha pochi punti fermi: «Io non guardo al futuro: come potrei? Non ho un posto fisso e in banca il mutuo per la casa non me lo fanno. Sto in affitto». Ha una famiglia? Sor­ride: «Mediamente non ci si fa la fa­miglia con questo lavoro... statistica­mente è difficile farsela. Praticamen­te mi dedico al lavoro e continua a piacermi moltissimo».

Con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che ha fatto l’elo­gio del posto fisso, Maria Grazia si trova d’accordo: «Non si discute: la mobilità è negativa se non porta al­la costruzione di qualcosa di stabile. E questo vale poi per l’intera socie­tà ». In che senso? «Penso che il mi­nistro abbia visto che tanta gente non riesce ad arrivare a fine mese. Gente così non può permettersi di spendere un euro in più perché non ha prospettive, non ha neppure la tredicesima a Natale. Tremonti avrà pensato che l’economia non riparte senza garanzie per il futuro. È lapa­lissiano ».

Ma? C’è un «ma»? «Be’, aspetto di capire in che cosa si tradurrà questo pensiero: insomma si torna alla sta­bilizzazione dei precari? Io spero di sì. Mi auguro di poter continuare questo lavoro senza sentirmi border­line a 41 anni. Io non credo che in Italia si possano fare miracoli. Ma si può migliorare, un passo dopo l’al­tro. La pazienza di aspettare ce l’ho».
Antonella Baccaro


Ecco come buttano i nostri soldi Regione Lazio, 6 capi senza gruppo

Il Tempo

L'incredibile serie di privilegi dei consiglieri regionali leader di se stessi: indennità, sei addetti alla segreteria e un portavoce. Per loro 35 mila euro al mese. Mentre si risparmia sulla sanità, i "furbetti" sprecano milioni.

I sei rappresentanti potrebbero accomodarsi nel gruppo misto ma, secondo il regolamento, hanno il diritto di guidare una formazione autonoma. Loro non ci hanno pensato due volte. Anche perché la Pisana gli assegna l'indennità di capogruppo, uffici adeguati con computer, fax, telefoni, un capo della segreteria, cinque dipendenti e un addetto stampa. Tanto per non farsi mancare niente. Resta poi alla fantasia dei consiglieri scegliere nomi e simboli delle formazioni, che a volte esistono soltanto negli edifici istituzionali.

I «magnifici» sei sono Vladimiro Rinaldi, capogruppo della Lista Storace, Francesco Saponaro del Movimento per le Autonomie, Ivano Peduzzi, numero uno di Rifondazione Comunista-Sinistra europea, Maria Antonietta Grosso del Partito dei Comunisti Italiani, Donato Robilotta, capogruppo dei Socialisti Riformisti verso il Pdl e Raffaele D'Ambrosio dell'Unione di centro per la Costituente. Fino a pochi giorni fa ce n'erano altri due: Giuseppe Celli (Rete Socialista) e Antonietta Brancati (Liberali Riformatori). Hanno deciso di unirsi e dare vita a un gruppo dalla sintesi inequivocabile: Liberali e Rete Riformista dei Cittadini.

Mentre il presidente Marrazzo è alle prese con il debito della sanità e con i tagli agli ospedali, nel Consiglio regionale del Lazio i privilegi trionfano. Alla Pisana, infatti, ci sono 6 gruppi politici formati da un unico consigliere. Tra indennità e spese costano alla Regione (cioè ai cittadini) più di due milioni e mezzo di euro all’anno.

I sei rappresentanti potrebbero accomodarsi nel gruppo misto ma, secondo il regolamento, hanno il diritto di guidare una formazione autonoma. Loro non ci hanno pensato due volte. Anche perché la Pisana gli assegna l'indennità di capogruppo, uffici adeguati con computer, fax, telefoni, un capo della segreteria, cinque dipendenti e un addetto stampa. Tanto per non farsi mancare niente. Resta poi alla fantasia dei consiglieri scegliere nomi e simboli delle formazioni, che a volte esistono soltanto negli edifici istituzionali.

I «magnifici» sei sono Vladimiro Rinaldi, capogruppo della Lista Storace, Francesco Saponaro del Movimento per le Autonomie, Ivano Peduzzi, numero uno di Rifondazione Comunista-Sinistra europea, Maria Antonietta Grosso del Partito dei Comunisti Italiani, Donato Robilotta, capogruppo dei Socialisti Riformisti verso il Pdl e Raffaele D'Ambrosio dell'Unione di centro per la Costituente. Fino a pochi giorni fa ce n'erano altri due: Giuseppe Celli (Rete Socialista) e Antonietta Brancati (Liberali Riformatori). Hanno deciso di unirsi e dare vita a un gruppo dalla sintesi inequivocabile: Liberali e Rete Riformista dei Cittadini.

Tuttavia non si può fare di tutta l'erba un fascio: ci sono i consiglieri (come Rinaldi e Peduzzi) che sono stati eletti nelle liste di cui adesso sono capigruppo. Dunque sono stati votati sotto quei simboli dagli elettori. Cioè sono «solitari» malgrado la loro volontà. Ma quanto costano i capigruppo di se stessi? A conti fatti 2 milioni e 560 mila euro all'anno, che la Pisana sborsa senza proteste. È la normativa del resto, nessuno ruba niente. Al massimo è una questione morale (e dunque politica). Il timoniere di ogni movimento trova in busta paga una specifica indennità di 1.600 euro, a cui vanno aggiunti gli stipendi delle cinque persone che lavorano nella sua segreteria, che fanno più o meno, compresi gli oneri a carico della Pisana, 15 mila euro. Vanno aggiunti gli stipendi del caposegreteria (3.500 euro netti al mese) e dell'addetto stampa del gruppo (2.200 euro al mese). In tutto, con contributi e tasse, per il personale si arriva a 25 mila euro al mese. Infine ci sono le spese degli uffici. Mica poche.

Telefoni, fax, fotocopiatrici, computer, posta e chi più ne ha più ne metta. In tutto 9 mila euro. Fanno 35.600 euro al mese. Cioè 427.200 euro all'anno per ogni gruppo. Dunque 2 milioni 563 mila euro per le sei formazioni. Se poi si considerano anche i due gruppi che soltanto da pochi giorni hanno smesso di essere «solitari» si arriva a 3 milioni 417 mila euro. Soldi che la Pisana ha speso negli ultimi anni per i partitini che più mini non si può. Ma del resto è stato il regolamento regionale a permettere ai consiglieri di formare nuovi movimenti e dunque di aumentare la loro dote ben oltre quei nove-diecimila euro in media che gli spettano ogni mese. Non è un caso che nel Consiglio regionale del Lazio ci siano politici che hanno cambiato casacca anche quattro o cinque volte. Se a questo si aggiunge che almeno in qualche caso nelle segreterie vengono «piazzati» amici o addirittura parenti allora il gioco vale davvero la candela. A formare minigruppi sono stati anche consiglieri eletti nel listino, cioè nella formazione legata alla vittoria del candidato presidente.

Tredici persone che conquistano un posto in Aula in caso di vittoria del «loro» aspirante governatore. Qui la posta diventa astronomica. Ovvero: come ottenere il massimo rischiando il minimo. Da anni si parla della nuova legge elettorale e della necessità di cancellare i partitini ma la discussione è ancora in Commissione e mancano meno di cinque mesi alla fine della legislatura. Nelle prossime settimane le norme dovrebbero sbarcare in Consiglio. Chissà che non si riesca, per una volta, a dare il buon esempio.


Alberto Di Majo

Bufera all'Agenzia dell'ambiente, 25 arresti Indagati in 63: c'è la moglie di Mastella

Corriere del Mezzogiorno

Lonardo, divieto di dimora in Campania. Coinvolto consuocero di Clemente. Emergono aiuti elettorali di clan


NAPOLI - Terremoto all'Arpac, l'agenzia dell'ambiente campano: 25 ordinanze di custodia cautelare in carcere, 63 indagati, 18 divieti di dimora e 6 misure interdittive. Un vero e proprio ciclone contro uno dei settori pubblici, considerato da anni uno dei «feudi» del Campanile di Clemente Mastella. L'operazione condotta dalla Guardia di finanza di Napoli e dai carabinieri di Caserta coinvolge, infatti, politici, dirigenti della pubblica amministrazione, professionisti e imprenditori campani.

DIVIETO PER SANDRA - Nell’inchiesta risulta indagato anche il presidente del Consiglio regionale della Campania, Sandra Lonardo, destinataria di un provvedimento di divieto di dimora. Secondo le prime notizie trapelate, si tratterebbe, di un divieto di dimora in Campania, dove si svolge l’attività istituzionale della Lonardo in qualità di presidente dell’Assemblea. Non solo: sette carabinieri sono entrati nella villa della famiglia Mastella a Ceppaloni, nel Beneventano e ne sono usciti dopo qualche ora. La Lonardo al momento sta scrivendo una lettera indirizzata ai «cittadini campani».

ARPAC - Il filone dell’indagine per il quale sono scattati gli arresti riguarda l’Arpac, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale. Le accuse contestate vanno dall'’associazione a delinquere finalizzata alla truffa, al falso, all'abuso di ufficio, alla turbativa d’asta e alla concussione. Nel mirino degli inquirenti sia la gestione di appalti pubblici sia i concorsi finalizzati all’assunzione di personale e l'affidamento di incarichi professionali nella pubblica amministrazione. Sarebbero stati trovati dei file in cui ogni nome da assumere era rigorosamente abbinato a quello di un politico Udeur. E nel partito chi non si piegava a quest'andazzo veniva vessato e intimidito. .

COINVOLTO ANCHE IL CONSUOCERO - Gli attuali sviluppi dell’inchiesta scaturiscono dall’unificazione di due indagini riguardanti presunti episodi di corruzione e concussione di esponenti dell’Udeur della Campania, tra i quali lo stesso leader del partito, Clemente Mastella, all’epoca ministro della Giustizia. Oltre a Mastella e alla moglie, Alessandra Lonardo, presidente del consiglio regionale campano, sono coinvolti nell’inchiesta, secondo quanto si è appreso, anche il consuocero di Mastella, Carlo Camilleri, che è anche segretario generale dell’Autorità di Bacino sinistra Sele, l’ex direttore dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Campagnia (Arpac), Luciano Capobianco, e il consigliere regionale dell’Udeur Campania, Nicola Ferraro.

APPOGGIO DEI CLAN - Un filone dell'inchieste riguarda presunti appoggi di un clan di Marcianise (Caserta): questa parte verrà ora stralciata e passata, per competenza alla Dda. Tra l'altro Pellegrino Mastella, uno dei figli di Clemente, girava con una Porsche Cayenne procurata dal titolare di un'autosalone di Marcianise attualmente detenuto per 416 bis.

LA DECISIONE SU CLEMENTE - La decisione del gup di Napoli Sergio Marotta sull’inchiesta che vede 23 indagati per la presunta lobby di potere che avrebbe favorito le nomine in quota Udeur, è stata, intanto, rinviata al 26 ottobre. Si tratta dell’inchiesta che portò alle dimissioni l’ex Guardasigilli Clemente Mastella (anche lui nell’elenco degli imputati) dopo l’arresto, fra gli altri, della moglie Sandra e degli ex assessori regionali Luigi Nocera e

Andrea Abbamonte.




La bella vita di Mesiano, dopo la promozione arriva anche l’auto blu

di Stefano Zurlo


Milano

Giacca, cravatta e auto blu. La nuova vita di Raimondo Mesiano comincia sui soffici sedili della vettura di servizio messa a disposizione dalla corte d’appello di Milano e pilotata dall’autista d’ordinanza. Il calzino turchese è archeologia giudiziaria, come certe pratiche ammuffite. A Mattino 5 non va più onda il vituperato video che riprendeva Mesiano dal barbiere o con la sigaretta in mano. Pure quello è ormai materiale d’archivio. Lo schermo se lo prende tutto il segretario dell’Associazione nazionale magistrati Giuseppe Cascini. E Cascini fa il pelo e il contropelo a chi ha attaccato il magistrato più famoso d’Italia, dopo una vita da Carneade. «Mesiano è stato encomiabile» lo loda Cascini, perché non ha risposto in alcun modo agli attacchi ricevuti dopo la sentenza in cui ha fissato in 750 milioni di euro il risarcimento per il Lodo Mondadori.

Mesiano sarà pure finito nel mirino di qualche telecamera maliziosa, ma ormai la sua popolarità è alle stelle. E il Csm apre a tempo record una pratica a tutela del giudice più esposto del momento. Ieri, primo round in Commissione, oggi, con procedura d’urgenza, dibattito al plenum. Con i soli consiglieri laici di centrodestra pronti a sbarrare la strada alla falange di chi vuole votare un documento in sua difesa.
È successo tutto in una manciata di settimane. Prima la sentenza che affonda la Fininvest e la condanna a versare 750 milioni di euro alla Cir di Carlo De Benedetti. Raimondo Mesiano sbuca sotto i riflettori dall’anonimato di una vita. È la sua rivoluzione d’ottobre. Il resto arriva di conseguenza ed è all’altezza di quel primo, clamoroso passo. Con un tempismo tutto burocratico, il solito Csm lo promuove tributandogli una sorta di standing ovation e riconoscendogli «equilibrio, laboriosità, diligenza». Nel Paese che su tutto si divide e su tutto s’azzuffa, questa pagella quasi imbarazzante sembra agli uni una provocazione. Mesiano torna sulle prime pagine dei giornali e questa volta non sloggerà tanto facilmente. Giovedì scorso, Mattino 5 manda in onda la passeggiata «stravagante» del giudice fra shampoo, forbici e barbiere.

Quel servizio, infelice, provoca un’altra tempesta e la levata di scudi della magistratura italiana. Quei calzini, esibiti perfino dal leader del Pd Dario Franceschini, diventano un simbolo della resistenza a Berlusconi e alle sue televisioni. Parafrasando un celebre detto di Piercamillo Davigo si potrebbe dire che l’Italia è stata rivoltata con un calzino.
Ormai esistono due Mesiano: il personaggio, che dilaga ovunque, l’uomo che, invece, sta tutto rannicchiato e ripiegato su se stesso, fugge la stampa, non concede un’intervista che sia una, diventa un filo di voce al citofono di casa. Ma se il personaggio è oggetto di zuffe, come in una partita a bandiera, l’uomo finisce suo malgrado sotto tutela. La corte d’appello gli mette a disposizione auto e autista per sottrarlo alla muta dei cronisti. E ieri, Mesiano arriva a Palazzo di giustizia come un vip. Intanto, il Csm alza il suo scudo, chiesto a gran voce da una quindicina di consiglieri: laici di centrosinistra, Unicost, Magistratura democratica, Movimenti riuniti. Si elabora un documento in cui si sottolinea la «gravità» delle affermazioni di autorevoli esponenti del Parlamento e del governo. Ovvero, di Berlusconi che senza tanti giri di parole aveva definito la sentenza sul Lodo Mondadori «un’enormità giuridica». Oggi il documento potrebbe essere votato, ma i laici del Pdl si mettono di traverso e contestano la procedura seguita: con le nuove regole, il Csm non dovrebbe più occuparsi di casi singoli, ma di questioni generali. Mesiano tace, tutti parlano di lui e Cascini dal pulpito di Canale 5 ammonisce Canale 5 e la sua proprietà: «C’è un potere di intimidazione nei confronti del giudice». C’è il rischio che la toga s’inchini alla parte forte. Quella, per intenderci, «che potrebbe fargli pagare un verdetto sgradito. Per esempio, mandando le sue televisioni sotto la casa» di quel magistrato. Per ora, però, c’è solo l’auto blu. Con il lampeggiante.

D'Alema sfila per la stampa ma poi ci querela

di Gianni Pennacchi


Roma -

Sì, sì, la libertà di stampa coartata, la mordacchia del potere, il regime del Cavaliere nero, il tintinnar di manette per i prodi giornalisti. C’era anche Massimo D’Alema, nel parterre a Piazza del Popolo in quel luminoso sabato 3 ottobre, festa di San Gerardo protettore delle gestanti in difficoltà. La manifestazione organizzata dalla Cgil per conto della Fnsi si dipanava come da copione contro l’oppressione del premier, sorvolando su Tonino Di Pietro che si sbracciava e tuonava, anch’egli nel recinto dei vip, pur essendo il magistrato/politico che ha il record di cause contro giornalisti.

Lo sanno tutti, no?, che non c’è miglior viatico per un cronista a scrivere quel che vede o sa, di una bella querela. Ma D’Alema si teneva distante dalla sua creatura (nell’accezione semplice che gli ha dato lo scranno di senatore, beninteso), sorrideva ai giornalisti, si lasciava pacatamente intervistare da tivù grandi e piccole, criticava le nomine in Rai ma «non tutte» (capirai, avevano appena fatto direttrice del Tg3 Bianca Berlinguer), distillava parole di sdegno e di riprovazione per il premier che s’era rivolto al tribunale civile chiedendo i danni a Repubblica e all’Unità.

Erano proprio quelle azioni civili intentate da Silvio Berlusconi, che motivavano la protesta e la manifestazione della “libera” stampa, del centrosinistra e del sindacato giornalisti, con la convinta partecipazione del primo postcomunista assunto (nell’accezione mistica e religiosa, beninteso) a Palazzo Chigi. Sì, sì, l’azione intimidatoria di Berlusconi. E ora che c’è di nuovo? Si scopre che D’Alema ha querelato il Giornale. Il direttore, come di rito, e tre umili cronisti: Stefano Filippi, Gian Marco Chiocci e il sottoscritto. Querelati, nel senso che oltre ai soldi - che voglia cambiar barca? - sollecita proprio una condanna penale. Il reato che accampa è «diffamazione a mezzo stampa». Altro che mordacchia, carcere!

A gloria della libertà, del diritto di cronaca e della libera stampa, ovviamente. E sapete perché vuol trascinarci in tribunale? Per quanto abbiamo scritto sull’affaire della malasanità pugliese, e delle escort, comprese quelle del suo entourage; e per gli atti processuali che abbiamo pubblicato integralmente a riprova che «nel 1999 i fedelissimi dell’allora premier avevano rapporti con prostitute in cambio di favori», e che il processo si concluse con la condanna della sola «fornitrice iniziale». L’azione di D’Alema muove da quella famosa intervista televisiva data a Lucia Annunziata domenica 14 giugno, in diretta da Otranto. Attraverso il suo legale, chiede all’autorità inquirente di acquisire anche la trascrizione di quanto dichiarava in quella mezz’ora della Rai.

Serviamo qui il passaggio cruciale, quando l’Annunziata gli domanda dei «prossimi mesi» e D’Alema risponde: «Io penso che la vicenda italiana potrà conoscere delle scosse, non c’è dubbio. Anche perché Berlusconi non è un uomo che accetti volentieri l’idea di un suo declino politico, o umano che poi sarebbe nell’ordine naturale delle cose. È un uomo animato da un mito di eterna giovinezza, e questi miti sono sempre pericolosi, perché finiscono...». L’Annunziata lo interrompe per chiedergli: «La parola scosse sta per?». Lui prende tempo: «La parola?». «Scosse», sillaba lei. E D’Alema, dopo un lungo respiro: «Scosse sta per momenti di conflitto, momenti di difficoltà, momenti anche imprevedibili; le scosse a volte sono imprevedibili, diciamo, di conflitto e di difficoltà. Il che richiede un’opposizione in grado di assumersi le proprie responsabilità con molta forza, con molta autorevolezza, nella pienezza delle sue funzioni.

Cosa che spero noi ci metteremo presto in grado di essere». Ricordate il putiferio esploso soltanto tre giorni dopo, quando il Corriere sparò nel firmamento Patrizia D’Addario e le sue rivelazioni? Era lo stesso Corriere - avrà querelato anche Ferruccio De Bortoli, Spezzaferro? - a scrivere che «non si esclude che possa essere proprio questa la “scossa al governo” della quale ha parlato domenica scorsa Massimo D’Alema per invitare l’opposizione “a tenersi pronta”». La palla di vetro di Baffino, Massimo Divino Othelma, il veggente di Gallipoli: si scatenò l’intero Pdl, da Capezzone a Verdini passando per Gasparri, e in testa il ministro Fitto, pugliese, che adombrava sussurri e anticipazioni giunte a D’Alema, in giro elettorale nella «sua» regione, dai numerosi magistrati che hanno okkupato i posti di comando nel Pd pugliese, in modo abnorme rispetto ad ogni altra regione italiana. O credete che un magistrato in attività, quando incontra un collega in aspettativa o comunque “prestato” alla politica - nonostante lu mere, Bari non è Parigi, signora mia - scappa da un’altra parte, s’incerotta la bocca e intona il vade retro satana? Come dicono a Roma, forse non aveva saputo tenersi il cecio in bocca, il Migliore di questi poveri nostri tempi. Che s’infuriò. «Che cosa c’entro io con queste storie di veline e di feste!» si stupiva indignato.

«Se qualcuno ha il coraggio di dire che manovro le inchieste, lo denuncio perché è un mascalzone e un bugiardo», minacciava. Figurarsi, lo sanno tutti che semmai è vero il contrario, sono ormai le toghe che “manovrano” (nell’accezione antica del tram beninteso, “non disturbate il manovratore”) il Pd, e particolarmente in Puglia lo tengono per le palle, come suol dirsi. E adesso il deputato di Gallipoli ci querela. Non farebbe miglior figura con un appuntamento dietro il convento delle carmelitane all’alba? Se ci lascia la scelta dell’arma, facciamo a torte in faccia.

Scambio di mail tra Berna e gli Usa Così la Svizzera ha «scaricato» Polanski

Corriere della Sera

MILANO -
Sono state le autorità svizzere a favorire l'arresto del regista Roman Polanski, fermato lo scorso 26 settembre all'aeroporto di Zurigo per un abuso sessuale nei confronti di una 13enne, motivo per cui nel 1978 aveva lasciato gli Stati Unici che avevano spiccato nei suoi confronti un mandato di arresto. Resta ora da vedere come si concluderà la procedura di estradizione. Nel frattempo i giudici di Bellinzona hanno deciso di non accogliere l'istanza di scarcerazione presentata dagli avvocati di Polanski: ritengono infatti che vi sia un elevato rischio di fuga.

SCAMBIO DI INFORMAZIONI - Proprio sulla base di quel mandato il regista è stato arrestato appena messo piene in territorio elvetico, diretto al festival del cinema di Zurigo. Ora, secondo quanto riferisce l'Associated Press, si scopre che la sua cattura è stata favorita proprio dai servizi di intelligence elvetici che hanno stabilito un contatto diretto con gli Usa per decidere il da farsi. Una serie di e-mail, che l’Ap si è procurata, tra cui una datata 22 settembre, mostra che la Svizzera ha avvertito gli Stati Uniti dell’arrivo imminente di Polanski. Gli Stati Uniti hanno sempre rifiutato di precisare come hanno appreso che Polanski doveva arrivare al festival, ma una richiesta pubblica mostra che l’hanno saputo dall’ufficio federale svizzero della giustizia. I nuovi dati ai quali ha avuto accesso l’Ap non rispondono alla domanda del perchè la Svizzera ha deciso di "scaricare" Polanski, 76 anni, proprio ora, visto che il regista si reca regolarmente nel paese, dove possiede uno chalet.

LA VICENDA - Polanski, 76 anni, era fuggito dagli Usa proprio nel 1978 dopo aver confessato di aver fatto sesso con una ragazza di 13 anni. Il regista aveva a suo tempo patteggiato la condanna con il tribunale di Santa Monica a Los Angeles. Il procuratore in cambio della sua ammissione gli aveva risparmiato il carcere lasciando perdere le altre accuse, tra cui stupro con uso di stupefacenti, perversione e sodomia, che erano emerse dalla testimonianza della ragazza, che successivamente a distanza di quasi 30 anni dai fatti, aveva però perdonato il regista. Un accordo, quello fatto dalla procura di Los Angeles, che non era però piaciuto al tribunale che si apprestava ad incarcerare Polanski, che, a questo punto, aveva scelto la fuga. Nello scorso mese di dicembre gli avvocati di Polanski avevano chiesto la ricusazione dei giudici di Los Angeles. Una richiesta che era stata respinta dal giudice Peter Espinoza che aveva detto di non poter esaminare il caso fino a quando Polanski non si fosse presentato in aula, affrontando così l'arresto. Espinoza aveva dato tempo fino al 7 maggio scorso a Polanski per presentarsi. Se Polanski sarà estradato negli Stati Uniti potrebbe quindi dover affrontare un nuovo processo per stupro a Los Angeles.





Aspiranti killer sul web: "Uccidiamo Berlusconi"

Ridendo e scherzando, fanno passi avanti. L’odio stimola la fantasia, ormai siamo alle proposte concrete. Claudio Eros, uno dei più creativi, sceglierebbe questa strada: «Tagliategli le palpebre e pisciategli dentro gli occhi». Un moderato. Mattia è tendenzialmente più ambizioso: «Mettiamogli di fianco a casa una bella centrale nucleare, la facciamo saltare in aria, così la villa prende fuoco e scoppia». Poi c’è il palato fine, Francesco, che vuole gustarsi lo spettacolo a lenti sorsi: «Come Piergiorgio Welby, senza toccare morfina, ovviamente. Così si potrebbe rendere un po’ più lunga, suggestiva e accattivante la diretta su un canale pay-per-view di Mediaset Premium».

Sogni e desideri di un’Italia che esiste davvero. Non c’è solo il coordinatore del circolo Pd, velocemente cacciato nei giorni scorsi: sono alcune migliaia. Giovani e meno giovani, Nord e Sud. Uniti da un disegno comune: vogliono morto Berlusconi. Come in un macabro gioco di società, o come in una soluzione strategica delle Br, cullano l’idea e progettano esecuzioni. Si radunano su Facebook, questo pianeta della galassia Internet che offre spazi sconfinati e sicuri. Non hanno nemmeno il problema di camuffarsi: le intitolazioni dei loro gruppi sono esplicite. Il più classico, il più affollato: «Uccidiamo Berlusconi». Sotto questa insegna, 11.380 iscritti (dato aggiornato al 20 ottobre). Va sottolineato due volte che non tutti aderiscono per accelerare bruscamente la dipartita del premier: si fanno avanti anche quelli con un minimo di buonsenso, come la spaventatissima Erika, scrivendo «Odddiooo!!! Voi non state bene, mi fate paura!». Ma altrettanto obiettivamente va detto che le persone di buonsenso restano esigua minoranza. Dilagano gli aspiranti killer. Neftali: «Vi dico senza mezze parole: lo vorrei morto. Sta rovinando il paese come il suo vecchio amico Craxi. Ora se ne deve andare anche lui. Berlusca deve morire». E Vittorio: «Magari qualcuno prendesse alla lettera questo Gruppo. Berlusconi deve essere ucciso. Chiunque lo farà, io lo reputerò un eroe nazionale». E Maria Grazia, meno truculenta, con tanta grazia: «Senza augurare la morte, per carità: ma povero, con tutto quello stress, il cuore soffre tanto, hi-hi».

Appena poco più in là, in un’altra suite di Facebook, si consultano febbrilmente i trecento iscritti (per il momento) di un gruppo che non ama i giri di parole. Titolo: «Uccidiamo a badilate Silvio Berlusconi». Li unisce questa analisi politica della società italiana: «Ora ha proprio rotto i coglioni, l’unico modo per togliercelo dai maroni è farlo fuori, per il bene del nostro paese, Dio bono!». L’aggancio al Creatore potrebbe far pensare a un gruppo dell’integralismo religioso, ma è solo un’impressione. Hanno in testa il chiodo fisso. E non è quello. Arturo: «Uccidere Berlusconi porta bene». KX: «Accoppatelo: farlo fuori è un bene per l’Italia e per gli italiani». Pippi: «Lo strozzerei con le mie mani». Alessandro: «Per ucciderlo farei da kamikaze. Solo che poi muore da martire». Sempre Alessandro, come variante: «Lo prendiamo a sassate, gli bruciamo gli occhi con l’acido muriatico, poi gli spappoliamo il cranio e lo mettiamo sotto il piede di Franceschini».

Al suo fianco, un poeta. Marco: «Per me, la cosa migliore è farlo affogare nelle amate acque della Sardegna...».
In questo nuovo sport nazionale, che dovrebbe preoccupare non tanto per il bersaglio scelto, quanto per la facilità e per la fertilità del delirio omicida, doveroso l’omaggio ai titolari della cattedra: certo, c’è anche il gruppo Brigate rosse. Ce n’era uno ed è stato rimosso dalle autorità competenti, assieme all’altro a sfondo benefico: «Dona un euro per uccidere Berlusconi». Ma prontamente i simpatizzanti Br ne hanno fondato subito un altro, sempre intitolato alle gloriose furie omicide degli anni di piombo. Attualmente gli iscritti sono 250. Quale il progetto? Oltre alla consueta macelleria, sul tavolo delle proposte un paio di varianti controcorrente. Marco: «Bisogna sequestrare il figlio di Berlusconi, chiedendo la cessazione di tutte le attività, per liberare il paese». E Alocin: «Non mi dispiacerebbe domani saperlo morto di cancro alla prostata, e mi piacerebbe che dopodomani si scoprisse la cura contro tutti i tumori».

Ragazzate? Forse, per qualcuno che ama scherzare col fuoco, è solo estremismo goliardico. Ma ne abbiamo già viste di queste ragazzate. Cominciano da ragazzate e finiscono con i funerali, perché c’è sempre qualcuno - ne basta uno - che non capisce bene, che non capisce tutto, che prende l’euforia omicida alla lettera. Ricordiamo perfettamente, quale lettera in particolare: era la P. Aveva vicino anche un numero, 38.

Per la prima volta la Chiesa apre ai sacerdoti sposati

di Andrea Tornielli

Roma

Con una decisione storica, che non mancherà di suscitare un notevole dibattito in campo ecumenico, Benedetto XVI ha deciso di mettere nero su bianco le regole e le condizioni per tutti i vescovi, i preti e i fedeli anglicani che intendono entrate in comunione con Roma perché non condividono le scelte liberal della loro Chiesa. Il Papa intende costituire degli «Ordinariati personali», strutturati sulla falsariga degli Ordinariati militari, permettendo a queste comunità di mantenere alcune specificità liturgiche legate alla loro tradizione.
Tutto ciò sarà esplicitato in una Costituzione apostolica, che doveva essere presentata ieri, ma la cui uscita è stata ritardata di alcuni giorni. Il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, William Levada, insieme all’arcivescovo Augustine Di Noia, segretario del Culto divino, hanno voluto comunque convocare la prevista conferenza stampa per annunciare i contenuti del testo. L’annuncio della prossima pubblicazione del documento papale veniva contemporaneamente dato, in un clima un po’ imbarazzato, dal primate anglicano Rowan Williams come pure dall’arcivescovo cattolico di Westminster, a Londra.

I preti e i vescovi anglicani saranno ordinati nuovamente, e diventeranno a pieno titolo preti cattolici, anche se sposati e con figli. Non potranno invece diventare vescovi cattolici i vescovi anglicani sposati, ma soltanto quelli celibi. L’eccezione di ammettere al sacerdozio cattolico uomini sposati - un’opzione che la Chiesa di Roma già contempla per alcune comunità di rito orientale, come in Ucraina - avrà però, secondo quanto anticipato ieri dal Giornale, un valore «transitorio». Riguarderà cioè soltanto i preti e i vescovi che attualmente hanno famiglia, ma in futuro per quelle comunità non si ammetterano più al sacerdozio uomini sposati. Così come non potranno entrare a far parte di queste comunità pastori di altre confessioni cristiane o ex preti cattolici che si sono sposati.
È dall’inizio degli anni Novanta, da quando la Comunione anglicana disse sì all’ordinazione delle donne prete, che alcune comunità tradizionali hanno iniziato un processo di separazione e sono confluite nella «Traditional Anglican Communion». Più di recente, ora che anche la stessa Chiesa d’Inghilterra ha deciso di aprire alle donne vescovo (già presenti da anni in altre comunità anglicane), un numero sempre maggiore di vescovi e di preti hanno chiesto di fare parte della Chiesa cattolica. Nei mesi scorsi alcuni vescovi hanno bussato alle porte di Roma chiedendo di essere accolti. L’ex Sant’Uffizio ha discusso con il Pontefice le condizioni per l’accoglimento, che ora stanno per essere pubblicate e che non sono indirizzate soltanto ai gruppi anglicani tradizionalisti, ma a tutti. Lunedì scorso il cardinale Levada era a Londra: ha incontrato il primate Williams, che era stato informato la settimana scorsa dell’imminente documento, e soprattutto ha spiegato l’iniziativa del Papa ai vescovi cattolici inglesi, che in passato si erano detti contrari. Il cardinale ha fatto presente che la decisione risponde «alle numerose richieste pervenute da vari gruppi di chierici e di fedeli anglicani di diverse parti del mondo». I vescovi anglicani interessati sarebbero una trentina, mentre al momento è impossibile quantificare il numero di fedeli. Il clero e i fedeli anglicani che decideranno di diventare cattolici, riconoscendo tutto il Catechismo della Chiesa e il primato del Pontefice, manterranno alcune loro peculiarità liturgiche e libri di preghiere, e saranno guidati da Ordinari personali diversi dai vescovi diocesani dei loro Paesi.

«Quello che accade oggi non è un elemento di rottura nei rapporti tra le nostre comunioni», ha detto il primate anglicano Williams. Ma è certo che la decisione di Ratzinger di aprire le porte in modo così solenne a intere comunità pronte a lasciare l’anglicanesimo apre una nuova stagione nei rapporti ecumenici con le «Chiese sorelle».