giovedì 22 ottobre 2009

Greenwich festeggia i 125 anni

Corriere della Sera

Fino ad allora ogni Paese aveva mantenuto un proprio orario locale, basato sulla posizione del sole nel cielo


MILANO - È la linea che "batte" il tempo del mondo e lo divide in due grossi spicchi. Esattamente 125 anni fa il meridiano che passa per l’osservatorio astronomico di Greenwich, nei pressi di Londra, venne scelto come punto di riferimento per sincronizzare gli orologi della Terra. Fino ad allora, infatti, ogni Paese, e addirittura molte città, avevano mantenuto un proprio orario locale, basato sulla posizione del sole nel cielo, In Italia, soltanto nel 1866 Roma e Milano adottarono lo stesso orario (seguite poi da Torino, Bologna e Venezia) calcolato in base al meridiano che passava per il Campidoglio. Ma sul piano internazionale e non c’erano regole che sancissero quando un nuovo giorno cominciasse (o terminasse) di preciso.

CONFUSIONE - Il risultato era una confusione non più accettabile in un periodo in cui si cominciava a delineare quel fenomeno detto globalizzazione, che avrebbe reso il mondo più piccolo grazie all’intensificarsi delle comunicazioni in tempo reale e dei trasporti a lunga distanza. Così nell’ottobre del 1884, 41 delegati di 25 nazioni, tra cui l’Italia, si riunirono a Washington DC per stabilire una volta per tutte quale avrebbe dovuto essere il meridiano fondamentale, avente per convenzione longitudine zero, dove allo scoccare della mezzanotte comincia un nuovo giorno universale, che termina esattamente 24 ore dopo. In lizza, oltre a Greenwich, c’erano Berlino, Washington e Parigi. Il dibattito alla Conferenza Internazionale dei Meridiani - i cui documenti originali si possono consultare gratuitamente sul web - fu molto combattuto perché tutte le grandi potenze, in un periodo di grande fervore nazionalistico, non volevano rinunciare al privilegio di dettare il tempo del pianeta. Alla fine la scelta cadde su Greenwich, per una motivazione pratica: dalla Gran Bretagna partivano le principali rotte commerciali, segnate su mappe che consideravano quello di Greenwich il meridiano primo.


FUSI ORARI - L’unico voto contrario arrivò da Santo Domingo. Francia e Brasile si astennero. L’Italia, che pure avrebbe preferito una soluzione più neutrale, come Gerusalemme, si allineò. A partire da Greenwich la Terra venne divisa in fusi orari. Da allora sappiamo che se a Londra è mezzogiorno, a Roma sono già le 13, a Los Angeles le 4 del mattino, a Pechino le 20, a Tokyo le 21 mentre ad Auckland sta già iniziando un nuovo giorno. Qualcosa che ormai ci sembra scontato, ma che permette di sincronizzarci con l’altro capo del mondo, quando mandiamo una mail, facciamo una telefonata intercontinentale, prendiamo l’aereo. Poco importa se nel Novecento prima l’orologio atomico e poi il sistema GPS (che nel 1984 spostò la linea 100 metri più in là dell’osservatorio) abbiano messo in luce leggere imprecisioni del sistema introdotto 125 anni fa: Greenwich continua ad essere il cuore del tempo della Terra.

Elvira Pollina

Euroschiaffone a Di Pietro Bocciata la mozione Pd-Idv

Il Tempo


Nonostante il pressing fatto dall'Idv e da tutto il centrosinistra, nonostante l'appello di Napolitano a tenere fuori dal Parlamento europeo le questioni del tutto italiane, nonostante Di Pietro abbia voluto a tutti i costi portare all'attenzione dell'Unione europea la questione "libertà di informazione" (assente secondo il leader dell'Idv nel nostro Paese), alla fine è arrivato l'alt di Strasburgo. Il documento - firmato dai Socialisti e Democratici, i Verdi, la Sinistra unitaria del Gue, i liberali Alde - denunciava anomalie nel sistema di informazione in Italia e accusava il governo Berlusconi di fare pressioni sui media del nostro Paese ed europei. Il no alla risoluzione è prevalso per tre soli voti: infatti, su 686 votanti, 335 sono stati i favorevoli, 338 i contrari e 13 gli astenuti. Bocciata anche la risoluzione del centrodestra e via via tutte le risoluzioni precedentemente presentate dalle singole

Nulla di fatto. Ecco un altro tentativo di Di Pietro andato in fumo. Con il risultato che, il voto del Parlamento europeo sulla libertà di stampa, tanto voluto in primis dall’Idv e poi dal Pd, si è trasformato in un boomerang per tutta la sinistra. Esulta il centrodestra, a cominciare da Silvio Berlusconi che, dalla lontana Russia, esprime la "piena e personale" soddisfazione, complimentandosi con tutti i suoi europarlamentari.

Nonostante il pressing fatto dall'Idv e da tutto il centrosinistra, nonostante l'appello di Napolitano a tenere fuori dal Parlamento europeo le questioni del tutto italiane, nonostante Di Pietro abbia voluto a tutti i costi portare all'attenzione dell'Unione europea la questione "libertà di informazione" (assente secondo il leader dell'Idv nel nostro Paese), alla fine è arrivato l'alt di Strasburgo. Il documento - firmato dai Socialisti e Democratici, i Verdi, la Sinistra unitaria del Gue, i liberali Alde - denunciava anomalie nel sistema di informazione in Italia e accusava il governo Berlusconi di fare pressioni sui media del nostro Paese ed europei. Il no alla risoluzione è prevalso per tre soli voti: infatti, su 686 votanti, 335 sono stati i favorevoli, 338 i contrari e 13 gli astenuti. Bocciata anche la risoluzione del centrodestra e via via tutte le risoluzioni precedentemente presentate dalle singole forze politiche.

Esattamente un mese fa il presidente della Repubblica aveva invitato i politici italiani a non usare Strasburgo come «istanza di appello» delle decisioni nazionali. Parole del tutto inascoltate. Il centrosinistra aveva parlato da subito di «manovra degli uomini di Berlusconi, con l'intento di coinvolgere il Capo dello Stato in uno scontro politico». Portando avanti così la loro iniziativa: un testo comune messo a punto dagli eurodeputati del Pd e dell'Idv (sulla base dell'intesa tra i gruppi di socialisti e democratici, liberaldemocratici, verdi e sinistra unitaria) dove si chiedeva proprio di lavorare a una direttiva sul pluralismo, denunciando l'esistenza di anomalie in diversi Paesi europei tra cui l'Italia, additata per l'irrisolto conflitto di interessi e per le «pressioni» del governo Berlusconi su media nazionali ed esteri.

Un voto, quello di ieri, molto atteso nel nostro Paese. Nell'Aula di Strasburgo l'agitazione era tanta, con tutto il gruppo del centrosinistra sicuro che alla fine il testo sarebbe passato. «Non nego che ci speravamo», ha commentato il capodelegazione del Pd David Sassoli. Rimane soprattutto il rammarico per quei tre voti, che per la pattuglia di eurodeputati dipietristi si trasforma in atto di accusa: il voto è stato influenzato da «pressioni e minacce ad altissimo livello», con riferimento particolare a tre eurodeputati irlandesi dell'Alde che si sono astenuti in seguito - afferma l'Idv - a pressioni dal governo di Dublino. Ma lo stesso Idv appartiene al gruppo Alde e finisce nel mirino del Pd: «Dispiace constatare che il gruppo dell'Alde e l'Italia dei Valori non abbiano garantito la coesione necessaria», ha attaccato Sassoli in una nota, accusando i dipietristi di essere tra i responsabili del naufragio della risoluzione comune. Alla delusione degli uni fa da contraltare la soddisfazione degli altri.

Il presidente Berlusconi, in Russia per una visita di due giorni a Vladimir Putin, è rimasto ieri sempre in contatto con Bruxelles e, a voto effettuato, ha espresso la sua soddisfazione. Complimentandosi con tutti i suoi europarlamentari che si sono battuti per respingere la mozione preparata "ad hoc". La battaglia, portata avanti dal capo delegazione Pdl, Mario Mauro e da europarlamentari come Licia Ronzulli è stata vinta grazie allo scarto di tre voti e "sposata" pienamente dal presidente del Ppe, Josef Daul. Il premier ha contattato proprio quest'ultimo per esprimere la sua soddisfazione sul risultato dell'assemblea plenaria di Strasburgo che ha respinto il testo della sinistra.

In Italia, avrebbe ribadito il Cavaliere secondo quanto viene riferito, meriterei una medaglia per quello che ho fatto per l'editoria e l'informazione e invece sono sempre sotto bersaglio mentre faccio gli interessi del Paese. Subito dopo il voto in Aula parte il carosello di gioia dei rappresentanti del Pdl. Licia Ronzulli prende in mano un foglio con stampato a chiare lettere «Basta infangare l'Italia» e lo mostra all'emiciclo ed alle telecamere, un suo collega di partito brandisce un più lungo ma non meno deciso «Il Parlamento europeo non si beve le menzogne della sinistra». «Oggi il Parlamento europeo ci ha fatto fare un bagno di realismo - Mario Mauro - smantellando l'impianto accusatorio e strumentale di chi sostiene che la causa del male sia una singola persona», Silvio Berlusconi.

Commenta anche il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti: «La sinistra è scesa in piazza a Roma, è andata a Bruxelles gridando l'allarme per la nostra libertà di stampa, ha cercato in tutti i modi di far fare brutta figura all'Italia e sono tornati indietro facendo la solita figuraccia, loro!». Gli italiani assenti erano solo cinque, tutti nelle file del centro destra. Mancava, innanzi tutto, Clemente Mastella (Pdl), volato in Italia a seguito dei provvedimenti giudiziari nei confronti della moglie (il capodelegazione è intervenuto in aula prima del voto per stigmatizzare questo fatto, accusando i magistrati italiani di impedire a un eurodeputato l'esercizio delle sue prerogative). Per il Pdl mancavano anche Amalia Sartori e Antonio Cancian. Nelle file della Lega, che ha nove seggi nel gruppo euroscettico Efd, erano assenti invece Fiorello Provera e Matteo Salvini.


Giancarla Rondinelli

22/10/2009



All’Onu non pagano le multe Arretrati per 18 milioni di dollari

di Fausto Biloslavo

Diciotto milioni di dollari di multe per divieto di sosta sono la piccola fortuna che il comune di New York non riesce a incassare dai diplomatici dell’Onu. L’ammontare di 150mila contravvenzioni inflitte ai rappresentanti di 175 nazioni. Per non parlare dei 7 milioni di dollari all’anno in tasse inevase su proprietà consolari. E quasi tutti i paesi sono morosi. Come l’Egitto, che nel 2008 doveva ancora pagare 1,9 milioni di dollari di multe.

A compilare la classifica degli indisciplinati sono state un paio di ricerche universitarie che hanno raccolto una specie di anagrafe dei pirati della sosta, con la cattiva abitudine di parcheggiare ovunque, grazie alle targhe diplomatiche; oppure di non pagare il biglietto del parchimetro. Almeno fino al 2002 quando il sindaco della Grande mela, Michael Bloomberg, ha dichiarato guerra ai diplomatici del Palazzo di vetro. Oggi, dopo tre multe per divieto di sosta non pagate, i poliziotti di New York si portano via la targa con la «D». Una novità che ha ridotto il fenomeno ma non lo ha del tutto eliminato. Secondo i ricercatori americani e indiani, che hanno studiato il fenomeno nel 2007 e quest’anno, i più indisciplinati sono i kuwaitiani. Ogni diplomatico del paese arabo ha accumulato 249,4 multe dal 1997 al 2002. Il Kuwait deve ancora pagare 1,3 milioni di dollari di arretrati. I secondi classificati sono gli egiziani con 141,4 multe a testa in cinque anni, contando però su ben 24 diplomatici. L’Egitto è il paese più moroso con quasi 3.400 contravvenzioni non saldate. Fra le prime dieci nazioni nella lista nera spiccano il Sudan, la Bulgaria, il Mozambico e l’Albania. Il decimo è il Pakistan con 70,3 multe a diplomatico, fino al 2002.

Le ricerche evidenziano una correlazione fra le multe inevase e la corruzione endemica all’interno del singolo paese. Come la Nigeria, al quindicesimo posto con 59,4 multe per diplomatico. La classifica cataloga i rappresentanti di 149 nazioni accreditate al Palazzo di vetro. L’Italia è 47ª con 14,8 multe per diplomatico, poi scese drasticamente a 0,80 dopo il giro di vite dell’amministrazione comunale di New York. I più virtuosi sono i giapponesi, i lettoni, i norvegesi e gli svedesi con 0 infrazioni. Alcuni paesi come la Turchia, l’Oman il Bahrein e la Malesia non hanno multe inevase o si avvicinano allo zero, ma sono tutt’altro che virtuosi. Semplicemente hanno pagato le contravvenzioni.

Nel 2002 la svolta voluta dal sindaco Bloomberg fu tutt’altro che indolore. Fra settembre e ottobre di quell’anno, i poliziotti di New York si portarono via 30 targhe su 185 rappresentanze diplomatiche. Subito dopo le contravvenzioni per divieto di sosta sono crollate, prima del 67% e oggi del 93%. Il problema è che durante il periodo del parcheggio selvaggio erano state emesse 150mila multe, per un totale di 21 milioni di dollari. A dicembre 2008 solo tre risultavano pagati. Per punire i paesi morosi Bloomberg aveva trovato un accordo con il Dipartimento di Stato che prevedeva di ridurre gli aiuti alle nazioni indisciplinate di un importo uguale al totale delle contravvenzioni, oltre una maggiorazione annua. Purtroppo l’accordo non è mai stato applicato e l’amministrazione comunale cerca ancora di recuperare il dovuto. Appena insediato l’attuale segretario generale dell’Onu, Ban Ki-Moon ha lanciato un appello ai diplomatici del Palazzo di vetro per saldare il conto. Il suo paese d’origine, la Sud Corea, doveva pagare nel 2007 ancora 17mila dollari in contravvenzioni.

Dagli uffici comunali fanno sapere «che il recupero dei parcheggi non pagati continua ed è importante, ma adesso siamo impegnati a incassare le tasse per proprietà consolari, che non vengono utilizzate a fini diplomatici». Un’altra furbata dei diplomatici dell’Onu, che pensano di godere dell’immunità su tutto. L’amministrazione di New York ha trascinato davanti alla Corte suprema l’India e la Mongolia, alla fine condannate a sborsare 46 milioni di dollari per tasse mai pagate. L’Ungheria ha ammesso quest’ anno di dover versare al comune 32,5 milioni di tasse inevase per le sue proprietà.



E il mafioso svela d'essere gay per ottenere uno sconto di pena

Corriere della Sera

John Gotti, defunto capo dei capi della mafia italo-americana (dal web)

WASHINGHTON – Per ottenere uno sconto della pena, un mafioso newyorchese incriminato per concorso in omicidio, già informatore dell’Fbi (la polizia federale), ha svelato al processo di essere omosessuale, rompendo uno dei tabù di «Cosa Nostra». Lo ha fatto per spiegare che aiutando l’Fbi si era esposto a un doppio pericolo, perché la mafia non perdona non soltanto i traditori, ma nemmeno i gay, e che quindi meritava più clemenza.

LA CONFESSIONE - Il mafioso, Robert Mormando, divorziato e padre di due figli, ha detto al giudice di avere violato due volte il codice d’onore della «Onorata società» che richiede ai suoi membri di essere uomini veri. La confessione di Mormando ha attratto l’attenzione del New York Times perché il mafioso è intimo amico di Richard Gotti, il nipote del defunto capo dei capi John Gotti. L'amicizia dei due, che risale all’adolescenza, non sembra essere stata compromettente per Gotti, scrive il giornale, «ma è una macchia sul suo nome». Per cavarsela al processo, Mormando potrebbe essersi esposto a un rischio ancora più grave. Anche se Gotti, attualmente in carcere per attività mafiose, gli perdonasse la confessione, altri sarebbero pronti a fargliela pagare.

LA REGOLA - Una regola non scritta di «Cosa nostra» è che i gay non devono farsi scoprire. Al riguardo, il New York Times rievoca uno degli episodi più assurdi della storia della mafia. Nel ’92, John D’Amato, l’ex boss della «famiglia» Cavalcante, fu denunciato dalla compagna come omosessuale. Uno dei suoi ex sottoposti, Tony Capo, lo assassinò, protestando che «nessuno continuerebbe a rispettarci se si venisse a sapere che abbiamo un capo gay». L’episodio divenne oggetto di qualche puntata dello sceneggiato televisivo «I Soprano»: in esse, un mafioso omosessuale, Vito Spatafore, fu ucciso perché sorpreso dai soci con altri gay in un bar. L’attore Joseph Gannascoli, che studiò il caso per interpretare il personaggio di Spatafore, ha dichiarato al New York Times che la mafia e l’omosessualità sono incompatibili. Il giornale osserva tuttavia che in America la «Onorata società» non esitò a servirsi di avvocati omosessuali ogni volta che ne ebbe bisogno. Due celebri «Padrini», Anthony Salerno e Carmine Galante, si fecero difendere da Roy Cohn, forse il più grande legale gay di New York. Non solo: la mafia gestì a lungo bar e night clubs per omosessuali nel periodo in cui essi si nascondevano ancora. Il New York Times si chiede che cosa succederà di Mormando e del suo complice, Angelo Mugnolo, che ne ignorava le tendenze omosessuali e adesso teme anche per sé. Al processo il giudice Jack Weinstein non si è ancora pronunciato. Ennio Caretto
21 ottobre 2009

ronde Chi pensava che il regolamento sulle ronde facesse scattare la corsa dei volontari nel presidiare le strade, guardando a quanto sta succedendo a Milano sarà costretto per il momento a ricredersi. A oltre due mesi dal decreto del Viminale che detta le regole per gli «osservatori volontari», sotto la Madonnina soltanto un'organizzazione ha presentato la richiesta in Prefettura per essere inserita nell'elenco ufficiale. Si tratta dell'Associazione poliziotti italiani, un gruppo di ex appartenenti alle forze dell'ordine in congedo che da oltre un anno già pattuglia, senza armi, le periferie più difficili di Milano e dalla scorsa estate presidia nelle ore serali anche le metropolitane.

In attesa che gli uffici della Prefettura verifichino che l'organizzazione non abbia legami con partiti o movimenti politici e i suoi aderenti non siano macchiati da guai giudiziari, i poliziotti in pensione continueranno a prestare i loro servizi di vigilanza, seguendo le direttive che ogni settimana arrivano dal vicesindaco e assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato. Poi da febbraio, scaduta la fase transitoria concessa dal decreto, anche l'Api dovrà adeguarsi alle nuove normative. Dovrà adottare la pettorina gialla fluorescente con la scritta "osservatori volontari" e soprattutto dovrà verificare con il Comune se potrà ancora ricevere i finanziamenti previsti dal contratto di appalto, visto che il regolamento ministeriale vieta sovvenzioni pubbliche per le ronde.

Con il bando sui presidi antidegrado del 2008 il capoluogo lombardo ha nei fatti anticipato la legalizzazione delle ronde urbane, permettendo a tre associazioni, l'Api, i City Angels e i Blue Berets, di presidiare i quartieri più difficili, ciascuna con la propria uniforme. A dispetto delle aspettative (o dei timori) di molti il varo della nuova legge sulle ronde ha rappresentato una sorta di giro di vite.

Le polemiche sull'adesione del presidente dei Blue Berets a un'organizzazione di estrema destra hanno infatti spinto il Comune a sciogliere la convenzione e a revocare l'autorizzazione ai pattugliamenti. E i City Angels non sembrano intenzionati ad accreditarsi in Prefettura come volontari per la sicurezza, così potranno continuare a vestire la loro divisa e a godere dei finanziamenti degli enti pubblici. «Sulla strada noi prestiamo assistenza sociale a chi ha bisogno - ha affermato il fondatore Mario Furlan - e non vogliamo trasformarci in ronde».
«Il regolamento del Viminale - ha commentato il vicesindaco Riccardo De Corato - impone ai volontari per la sicurezza precisi requisiti che impediscono le ronde fai-da-te. Francamente non mi aspetto altre richieste dopo quella dei poliziotti in pensione». Di diverso parere l'assessore provinciale alla Sicurezza, il leghista Stefano Bolognini. «C'è ancora bisogno di tempo - ha detto - ma sono certo che i servizi dei volontari per la sicurezza si diffonderanno anche nei comuni dell'hinterland».

21/10/2009



Le più grandi truffe dello sport Briatore secondo solo a Maradona

Il Tempo


Flavio Briatore

Cosa hanno in comune Diego Armando Maradona e Flavio Briatore? Qual è il nesso tra Ben Johnson e Luciano Moggi? Secondo il quotidiano tedesco Bild il filo rosso che lega questi personaggi è quello di essere i "più grandi truffatori dello sport".

Hit parade - Il sito del giornale tedesco, infatti, stila la singolare classifica degli "imbroglioni" più celebri della storia dello sport. E il primo posto non può che spettare al gesto che ha incarnato la furbizia per generazioni di tifosi, ovvero il gol di mano segnato da Maradona all'Inghilterra nella semifinale dei Mondiali di Calcio del 1986 a Città del Messico.

"Argento" per Flavio -  Dalla storia del calcio all'attualità. Il posto d'onore infatti, viene attribuito da Bild a Flavio Briatore, nell'occhio del ciclone per le indagini che hanno seguito l'incidente di Nelson Piquet Jr., "pilotato" dall'ex team manager della Renault, poi radiato a vita dalla Fia. Al terzo posto della poco onorevole hit parade Ben Johnson, l'atleta canadese medagia d'oro con record del mondo nei 100 metri a Seoul 1988, annullato in seguito a una clmorosa squalifica per doping.

Moggi decimo - Nella lista dei "bari" stilata dal quotidiano tedesco c'è però posto anche per un altro italiano. Luciano Moggi, protagonista della serie di inchieste sportive e giudiziarie passate sotto il nome di "calciopoli", infatti, chiude al decimo posto.

Il doping peggior imbroglio - Nel resto delle posizioni soprattutto storie di doping. Tra gli altri Marion Jones, l'atleta americana che ha restituito le cinque medaglie olimpiche vinte a Sidney, il fondista tedesco Dieter Baumann oro nei Giochi del 92 e poi sospeso per aver assunto nandrolone, e Floyd Landis. Il ciclista americano si vide ritirare per doping la maglia gialla conquistata al Tour de France 2006.

Redazione Web
21/10/2009