sabato 24 ottobre 2009

Domenica addio all'ora legale

Corriere della Sera


Alle 3 di notte gli orologi dovranno essere riportati sulle ore 2. Si dormirà un'ora in più


Alle 3 di notte di domenica termina l'ora legale. Gli orologi dovranno quindi essere portati sulle ore 2. La conseguenza è che si dormirà un'ora di più. L'ora solare resterà in vigore fino al 28 marzo 2010. Secondo Terna, la società che gestisce la rete elettrica, grazie all'ora legale dal 29 marzo di quest'anno si sono risparmiati 643 milioni di kilowattora, pari a 93 milioni di euro. Dal 2004 al 2009 il risparmio complessivo è stato di 3,7 miliardi di kilowattora, pari a circa 500 milioni di euro.

STORIA - In Italia l'ora legale è stata adottata per la prima volta nel 1916. Sospesa nel 1920, ritornò nel 1940 fino al 1948. L'adozione definitiva risale al 1966. Per i primi tredici anni venne stabilito che l'ora legale dovesse rimanere in vigore da fine maggio a fine settembre. Dal 1981 si stabilì di estenderla dall'ultima domenica di marzo all'ultima di settembre e dal 1996 all'ultima domenica di ottobre. Ormai quasi tutti i Paesi industrializzati (Giappone escluso) hanno adottato l'ora legale proprio per gli evidenti risparmi energetici. Le lancette non si spostano neanche in gran parte del resto dell'Asia e in Africa.

La Francia stacca la spina ai pirati e indica la strada su Internet

Corriere della Sera



La Francia vuole essere all’avan­guardia nella battaglia contro la pirateria intellettuale. E ieri questa volon­tà ha fatto un sensibile passo in avanti. La Corte Costituzionale d’Oltralpe ha da­to il via libera alla legge che si propone di proteggere la produzione intellettuale an­che su Internet. Si tratta di una seconda versione delle norme suggerite dalla Ha­dopi ( Haute autorité pour la diffusion des oeuvres et la protection des droits sur Internet ), la commissione da cui pren­de il nome la legge. Le nuo­ve regole stabiliscono pe­nali che possono essere an­che molto pesanti per chi scarica illegalmente conte­nuti dalla rete.

Non è la prima volta nel­la storia che la Francia si pone come Paese che sen­za timidezze vuole imporre principi che poi si rivelano universali. La rete che si è sviluppata grazie al binomio libertà e gra­tuità mal sopporterà quella che viene vi­sta come un’autentica invasione di cam­po. Ma come la Polis fisica, affinché po­tesse continuare a esistere, doveva conta­re su regole, allo stesso modo nel mondo digitale si dovrà avviare un analogo pro­cesso.

Non si sta mettendo in discussio­ne la libertà e il gratuito della rete, quan­to la necessità di confini. E questo anche per un malinteso senso del gratuito. Anche la strategia del free teorizzata da Chris Anderson nel suo ultimo libro è una strategia commerciale, vale a dire che il gratis è uno dei mezzi per poter arrivare a «vendere» prodotti. Tanto più nel caso di prodotti dell’intelletto. Con un problema in più, non tutti sono in grado di at­tuare una difesa o una stra­tegia che valorizzi la pro­pria produzione.

Certo, i francesi non sono andati leggeri: hanno previsto pe­nali pesanti per la pirate­ria via web. Sanzioni di due tipi: la prima prevede la disconnessione da Inter­net per un anno dopo il terzo avviso inviato a chi scarica illegal­mente contenuti, la seconda prevede ad­dirittura l’arresto. E allora si potrà an­che discutere la forza e la misura delle regole. Ma è evidente che non sarà possi­bile rinviare ulteriormente la necessità della loro esistenza.

Daniele Manca

Regione Lazio, Marrazzo si dimette: "Vicenda è una mia debolezza privata"

di Redazione



Roma - Il presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, getta la spunga e si è autosospende. Così, mentre i poteri vengono delegati al vicepresidente Esterino Montino, il governatore si fa da parte dopo esser stato ricattato da quattro carabinieri in possesso di un video che lo ritrarrebbe durante un rapporto intimo. A far pressione tutto i vertici del Pd che in mattinata avevano chiesto a gran voce le dimissione dalla presidenza del Lazio. In mattinata i quattro carabinieri sono stati chiamati a rispondere alle domande del gip Sante Spinaci. 

Marrazzo getta la spugna "Ho detto la verità ai magistrati prima che l’intera vicenda fosse di pubblico dominio". Dopo una giornata di forti pressioni Marrazzo lascia la presidenza della Regione. Si fa da parte: "L’inchiesta sta procedendo speditamente anche grazie a quelle dichiarazioni, che sono state improntate dall’inizio alla massima trasparenza". Poi ammette che si tratta di "una vicenda personale in cui sono entrate in gioco mie debolezze inerenti alla mia sfera privata, e in cui ho sempre agito da solo". 

"Nelle condizioni di vittima in cui mi sono trovato ho sempre avuto come obiettivo principale quello di tutelare la mia famiglia e i miei affetti più cari - continua l'ex governatore del Lazio - gli errori che ho compiuto non hanno in alcun modo interferito nella mia attività politica e di governo". Marrazzo si dice "consapevole che la situazione ha ora assunto un rilievo pubblico di tali dimensioni da rendere oggettivamente e soggettivamente inopportuna la mia permanenza alla guida della Regione, anche al fine di evitare nel giudizio dell’opinione pubblica la sovrapposizione tra la valutazione delle vicende personali e quella sull’esperienza politico-amministrativa". Da qui la decisione di autosospendersi immediatamente e conferire al vicepresidente la delega ad assumere la provvisoria responsabilità di governo "rinunciando a ogni indennità e beneficio connessi alla carica". 

Iniziati gli interrogatori In mattinata i quattro carabinieri sono stati chiamati a rispondere alle domande del gip Sante Spinaci, cui la procura ha chiesto la convalida del fermo dei militari e la contestuale emissione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei loro confronti. "Forse Marrazzo non c’era. Non sono sicuro che la persona che ho visto fosse lui. Forse era una persona somigliante", ha detto il maresciallo dei carabinieri Antonio Tamburrino. Secondo quanto spiegato dal sui difensore, l’avvocato Mario Griffo, Tamburrino ha reso davanti al giudice, nell’interrogatorio di convalida, "spiegazioni ampie". 

"Il dato importante dell’interrogatorio - ha detto il penalista - è che il mio assistito ha espresso dubbi sulla presenza di Marrazzo nel video a precisa domanda del giudice che voleva chiarimento in merito". Il maresciallo è accusato di ricettazione: è lui dei quattro militari indagati che si sarebbe dovuto occupare della commercializzazione del video nel quale Marrazzo sarebbe ritratto in un appartamento insieme con un trans. Tamburrino ha ricevuto il cd da uno degli altri militari ora in carcere. 

I Ros nell'appartamento del trans È durata fino a notte fonda la perquisizione effettuata dai carabinieri del Ros in un condominio di via Gradoli, periferia nord di Roma, dove nel luglio scorso sarebbe avvenuto l’incontro tra Marrazzo e il trans. I militari dell’Arma, circa una decina, hanno perquisito alcuni appartamenti e identificato sette persone (guarda la gallery). Secondo quanto si apprende i primi piani delle due palazzine che compongono il condominio vengono abitualmente utilizzate dai transessuali per gli incontri con i clienti.

Darò 150 mila euro per i giovani Lo facciano anche Santoro e gli altri»

Corriere della Sera

ROMA — Il suo contratto è sta­to rinviato dai vertici Rai perché «troppo oneroso». Non è in imba­razzo,Bruno Vespa?
«Questo contratto non è stato tirato fuori all’improvviso da un cassetto del di­rettore generale. È frutto di una serrata trattativa di diversi mesi che ha coinvolto molte strutture aziendali. Sono stati fatti controlli minuziosissimi e tutti i confron­ti possibili. La migliore garanzia di equità è la sigla del vice direttore generale re­sponsabile del settore, Lorenza Lei, cono­sciuta come 'la signora dei tagli'...»

Conti alla mano c’è un rincaro del 20% rispetto al vecchio.
«Non è così. Sono stati dati numeri a sproposito. La base del mio contratto è del 2001, sono pagato con il controvalo­re in lire. Consideriamo 140 puntate, la media degli ultimi anni. Le prime cento mi vengono pagate 11.878,50 euro lordi ciascuna, le ulteriori quaranta 10.329,14 euro lordi. Totale 1.601.016,40 euro lor­di annui (la metà, come è noto, se ne va in imposte). Col nuovo contratto le pri­me cento puntate verrebbero compensa­te con 1.300.000 euro lordi (13 mila l’una) e le ulteriori quaranta 480 mila eu­ro lordi (12 mila l’una). Totale 1.780.000. Differenza tra vecchio e nuo­vo contratto 178.963,40 euro lordi all’an­no. L’11,18% in più. Tutto il resto è alea­torio. L’anno prossimo, quando partirà il nuovo contratto, il tasso d’inflazione dell’ultimo decennio sarà del 22 per cen­to. Dal 2004 di circa il 14%. Dunque?»

Dunque, c’è il deficit Rai: 600 milioni di buco entro il 2012.
«Giusto che si tenga conto della diffi­cile situazione. Ma contano anche i risul­tati. 'Porta a porta' ha un costo bassissi­mo: 45 mila euro per puntata 'chiavi in mano', è fermo da anni, grazie al rigore amministrativo di Claudio Donat Cattin e di Giovanna Montanari. Per 140 punta­te fa 6 milioni 300 mila euro. Roberto Be­nigni vendette 12 puntate di seconda se­rata della Divina Commedia registrate in pubblico a Firenze (quindi già ammortiz­zate) per 400 mila euro l’una (totale 4.800.000 euro). Gli ascolti furono più bassi di 'Porta a porta', ma nessuno bat­tè ciglio. Certo, l’arte costa...»

Ma voi quanto «rendete» in pubblicità?
«La Sipra vende i nostri spot a 30 mila euro l’uno. Se ne trasmettono otto. Vo­gliamo essere prudenti? Facciamo il cal­colo su sei. In un anno sono 25 milioni 900 mila euro. Meno il costo della tra­smissione, restano quasi 20 milioni di euro di guadagno all’anno per la Rai. Fac­ciamo un pubblico confronto con gli al­tri, conti alla mano, e tiriamo le somme. Mi dispiacerebbe se questo confronto non fosse fatto dal Consiglio Rai che cer­to dispone (o potrebbe disporre, solo che lo volesse) di tanti documenti che io non ho... »

Comunque, può dire qualcuno, parliamo solo di un talk-show...
«Vogliamo aggiungere che grazie alla migliore squadra su piazza abbiamo di­mostrato di poter andare in onda imme­diatamente qualunque cosa accade in Ita­lia e nel mondo? Vogliamo ricordare che in questo inizio di stagione abbiamo raf­forzato la nostra leadership sui concor­renti diretti?»

Adesso il contratto torna sotto esame. Non pensa di accettare un ribasso, come hanno fatto al­tri personaggi Rai?
«Il consiglio Rai ha chiesto giustamen­te un approfondimento. Se si rifanno conti e confronti, qualche piccola limatu­ra tecnica è possibile. Ma vorrei andare oltre. In tempi difficili bisogna essere so­lidali. Alle opere umanitarie, come è no­to, giro ormai quasi per intero i proventi di convegni e dibattiti. Adesso vorrei ri­nunciare a 150 mila euro all’anno del mio nuovo contratto (600 mila euro in quattro anni) se la Rai utilizzasse questa somma per dieci borse di studio annuali da 15 mila euro l’una per dieci giovani da ammettere, dopo una accurata sele­zione, a un corso-concorso serissimo co­me quello che quarant’anni fa portò me e altri trenta colleghi in Rai.

Mi piacereb­be che una somma analoga (collettiva, non voglio impoverire nessuno...) la sot­toscrivessero insieme Santoro, Fazio, Dandini, Bignardi, Annunziata, Floris in modo da raggiungere le venti borse di studio. Da sempre a 'Porta a porta' il mo­desto turn over si fa guardando i prodot­ti dei candidati prima di incontrarli. E molti, ovviamente, non li incontriamo nemmeno. Ho detto ai miei: non voglio sapere per chi votate, ma fate sì che io non me ne accorga mai. Vorrei che quei dieci o venti ragazzi fossero scelti così. E’ un sogno? E continuo a chiedermi: ma perché tutto questo capita soltanto a me?».

Paolo Conti

La bufera che non c'è svelata dalla Rete «Dopo le leggi, la nevicata ad personam»

Corriere della Sera

MILANO - Il consiglio dei ministri è saltato e con esso anche il faccia a faccia con Giulio Tremonti, il ministro che, per dirla con Bossi, «stanno cercando di fare fuori» e che negli ultimi tempi è stato più volte segnalato in rotta con il capo del governo. Una gatta da pelare in più, insomma, per il Silvio Berlusconi. La «tempesta di neve» che lo ha trattenuto più del previsto a San Pietroburgo, dove era in visita all'amico Vladimir Putin nella dacia che il premier russo possiede sul lago Valdai, potrebbe dunque essere stata provvidenziale, almeno per lasciare calmare un po' le acque.

PARTENZA RITARDATA - «Tempesta di neve». «Bufera». «Avverse condizioni meteorologiche». E nei casi più prudenti, semplicemente «maltempo». Le giustificazioni sulla ritardata partenza dalla Russia del presidente del consiglio italiano, fatte trapelare dall'entourage del premier alle agenzie di stampa, sono però subito suonate strane al popolo della Rete. Perché le bufere di neve ai tempi di Internet, in un mondo ricoperto quasi interamente di webcam, difficilmente si possono inventare. In tanti hanno controllato. E di fiocchi di neve non ne hanno trovato traccia.

I COMMENTI DEI LETTORI - Se ne sono accorti anche i lettori di Corriere.it, che già pochi minuti dopo la diffusione della notizia del ritardo e delle giustificazioni addotte dagli ambienti vicini a Palazzo Chigi - le prime agenzie sono state battute attorno alle 13 - hanno voluto verificare di persona come stessero le cose. E hanno constatato che a San Pietroburgo e dintorni certamente non splendeva il sole, ma che la situazione non era più drammatica rispetto a quella che si sarebbe potuta avere in un qualunque aeroporto del nord Italia in una qualunque mattina di fine ottobre. Decidendo poi di farlo notare in tempo reale attraverso i commenti a margine dell'articolo sulle tensioni nell'esecutivo. «Di forti nevicate nessuna traccia neanche in Siberia» sottolinea alle 14,58 l'utente che si firma romatrash, citando il sito web wunderground.com. Due minuti più tardi è la volta di uomodireggio che racconta di aver visitato «diversi siti meteo e in nessuno era indicato che oggi vi fossero precipitazioni nevose su San Pietroburgo; la tempesta c'è ma è in Italia, a Roma». E lo stesso a distanza di pochi minuti fanno Tiggo, zarabla, maurieffe (che linka un sito meteo russo), sardolo... Il lettore Cichiamavanobanditi, dopo un riassunto dei dati meteo raccolti nel web («precipitazioni assenti, 5°C, visibilità maggiore di 10 km, 0° sopra i 1.500 metri», prova a buttarla sull'ironia: «Forse nevica sul lettone di Putin». Per veleno1970 «tira aria brusca più a Roma che a San Pietroburgo» e bbbarney ha citato altri dati presi da Yahoo Meteo: «deboli piogge, umidità 93%, visibilità 7 km, vento a zero km». Un controllo sul web lo fanno anche giorei69 e bailamos, tanto per restare ai soli utenti che hanno riportato la notizia sotto l'articolo di Corriere.it.

TREMONTI E LA NEBBIA - La questione viene ripresa anche dal deputato del Pd, Sandro Gozi: «Dai dati trasmessi via web dai satelliti in tutto il mondo non c'è traccia di condizioni meteo che impediscano il decollo di un aereo da San Pietroburgo: forse si è trattato di turbolenze governative». E qualche perplessità se la concede lo stesso Giulio Tremonti: «Tempesta di neve? Direi invece che è stato bloccato da una nebbia fitta, molto fitta...».

NEVICATA AD PERSONAM - Basta poi googlare le parole «Berlusconi» «neve» e «San Pietroburgo» per far comparire il link a decine di forum e blog che commentano l'incongruenza tra quanto annunciato dall'entourage del premier e la fotografia della realtà scattata dai siti meteo. Titty53 solleva il caso su Yahoo Answers («Su San Pietroburgo questa mattina non ha nevicato») e le rispondono subito in tredici, tutti per confermare che la neve da quelle parti nessuno l'ha vista. Sul blog Spinoza, nnzeus tira a indovinare la possibile replica del premier: «Previsioni del tempo in mano alla sinistra». E anche cosmètura, di nuovo sul Corriere.it, fa ricorso al sarcasmo e attribuisce alla capacità strategica del Cavaliere: «Oltre alle leggi anche le nevicate ad personam. GRANDE SILVIO».

Alessandro Sala

1009: la distruzione del Santo Sepolcro

Avvenire


In
pochi lo sanno, ma in questi giorni ricorre a Gerusalemme un millenario
molto doloroso per la comunità cristiana della Terra Santa: quello
della distruzione della basilica costantiniana del Santo Sepolcro ad
opera del sultano fatimide al-Hakim. Un fatto destinato a cambiare in
maniera radicale la fisionomia dei luoghi cristiani nella Città Santa,
dal momento che – anche se poi ricostruita – la basilica non avrebbe
mai più ritrovato lo splendore che ebbe nella Gerusalemme del primo
millennio. Un luogo – in particolare – sarebbe andato perduto per
sempre: il Martyrium, cioè la grande chiesa in cui si faceva memoria della Passione di Gesù.

A ricostruire la data esatta dell’anniversario è stato – sull’ultimo numero della rivista Terrasanta
– l’archeologo francescano padre Eugenio Alliata. Le cronache
dell’epoca raccontano, infatti, che la distruzione cominciò «il martedì
il quinto giorno prima della fine del mese di Safar nell’anno 400
dell’Egira». Annota padre Alliata: «L’anno dell’Egira 400 inizia il 25
agosto 1009 ed essendo Safar il secondo mese dell’anno lunare islamico
bisogna aggiungere 54 giorni per arrivare a martedì 18 ottobre, secondo
il calendario gregoriano (giorno ovviamente estrapolato, trattandosi di
una data anteriore all’istituzione ufficiale del medesimo)».

Quella
che il 18 ottobre 1009 si consumò a Gerusalemme fu una distruzione
radicale: lo stesso Santo Sepolcro – racconta sempre il cronista
dell’XI secolo – «fu scavato e sradicato nella maggior parte». Ma come
mai mille anni fa (e quasi quattro secoli dopo la conquista araba di
Gerusalemme), si arrivò a uno scempio del genere? La risposta sta nella
figura del sultano al-Hakim, che regnò al Cairo dal 1000 al 1021. Fu
lui a imporre una svolta nella politica dei fatimidi, dinastia
appartenente alla corrente ismailita degli sciiti, che fino a quel
momento aveva mostrato tolleranza nei confronti sia dei sunniti sia
delle altre minoranze religiose. Al-Hakim, al contrario, tentò con ogni
mezzo di imporre la propria fede. E ad essere più duramente colpiti
furono soprattutto cristiani ed ebrei: il sultano, ad esempio, portò
all’esasperazione la legislazione sui<+corsivo>
dhimmi<+tondo>. Ma fu proprio la distruzione del Santo Sepolcro
il culmine della sua intolleranza religiosa. Un fatto la cui eco
rimbalzò molto presto in Europa, divenendo una delle ragioni addotte
per la convocazione della prima Crociata.

Quella del 1009 fu,
dunque, una pagina nerissima nei rapporti tra islam e cristianesimo. Da
ricordare, però, tenendo presente che lungo i secoli ce ne sono state
anche altre di segno opposto. Proprio la basilica del Santo Sepolcro
era stata testimone del gesto compiuto dal califfo Omar, quando nel
638, al momento della conquista araba di Gerusalemme, scelse di non
entrare a pregare in questo luogo santo, in segno di rispetto verso i
cristiani (un fatto questo molto importante, dal momento che se non si
fosse comportato così la «madre di tutte le chiese» sarebbe stata
trasformata in moschea, come tanti altri luoghi di culto cristiani in
Oriente).

Va inoltre aggiunto che – anche dopo lo scempio
ordinato da al-Hakim – sotto il regno del suo successore al-Zahim fu
comunque raggiunto un accordo tra il sultano e l’imperatore bizantino
Argyropulos in forza del quale già nel 1042 poté iniziare la
ricostruzione del Santo Sepolcro. Dettaglio interessante: l’intesa di
dieci secoli fa prevedeva qualcosa di molto simile a quello che oggi
chiameremmo il principio della reciprocità. L’imperatore, infatti,
concedeva contestualmente il permesso di edificare una moschea a
Costantinopoli.

I lavori di ricostruzione – terminati nel 1048
– si concentrarono solo sulla parte più venerata del complesso
costantiniano: la rotonda al cui centro era posto il Santo Sepolcro.
Nell’edificio antico, consacrato nell’anno 336, esistevano però anche
altri due elementi distinti. Entrando dal cardo maximo, la strada principale della Gerusalemme romana e bizantina, per prima cosa si accedeva al Martiryum,
la grande chiesa a cinque navate. Dal fondo di questo edificio sacro si
entrava poi in un giardino, circondato da un triportico, dove
nell’angolo di sud-est era venerata all’aperto la roccia del Calvario,
dove Gesù fu crocifisso. Oltre il giardino, infine, si apriva l’anastasis,
la rotonda con al centro il Santo Sepolcro. Per dare un’idea della
grandiosità dell’intero complesso basti citare il fatto che insieme
queste tre parti sviluppavano un asse di circa 150 metri (tanto per
dare un termine di paragone la basilica di San Pietro è lunga 186
metri, dunque non molto di più).

La scelta di concentrarsi sulla
rotonda del Santo Sepolcro fu confermata dai crociati: quando nel 1099
nacque il regno latino di Gerusalemme si affermò subito l’idea di
riportare la basilica all’antico splendore. Ma la struttura rimase
comunque più piccola rispetto a quella costantiniana: si decise di
allargare l’anastasis, andando però a ricomprendere
all’interno della chiesa solo la roccia del Calvario, che prima si
trovava – invece – nel giardino. Questo spiega la fisionomia attuale
della basilica, consacrata nel 1149 e poi rimasta sostanzialmente
inviolata anche dopo la sconfitta dei crociati a Gerusalemme.

Il Martyrium,
dunque, è il luogo santo che non c’è più. Luogo fondamentale della
Gerusalemme bizantina, una comunità di cui oggi in realtà si ricorda
pochissimo. Invece era proprio qui che – tra il IV e l’inizio dell’XI
secolo – ogni domenica si riunivano i cristiani per celebrare
l’Eucaristia. In una chiesa anch’essa ricca di simbolismi: Eusebio,
nella sua Vita di Costantino, racconta che l’elemento
principale dell’intera opera era «un emisfero collocato sulla parte più
alta della basilica, cui facevano corona dodici colonne pari al numero
degli Apostoli del Salvatore e ornate in cima con enormi crateri
d’argento che l’imperatore aveva offerto personalmente quale bellissimo
dono votivo al suo Dio».

Era la morte gloriosa di Gesù che
nella Gerusalemme bizantina la Chiesa qui celebrava. Fermando lo
sguardo sulla sua Passione prima di correre al sepolcro vuoto della
Resurrezione. Forse è proprio questa l’idea più importante che un
millenario così nascosto ci può aiutare a ritrovare.





Giorgio Bernardelli


Marrazzo, i 4 carabinieri sotto torchio Pressing dei Democratici: "Dimissioni"

di Redazione

Roma - Sono appena iniziati nel carcere di Regina Coeli gli interrogatori di garanzia dei quattro carabinieri accusati di aver chiesto denaro al presidente della Regione Piero Marrazzo dietro la minaccia di divulgare un video che lo ritrarrebbe durante un rapporto intimo. Così, mentre va prendendo corpo l’ipotesi di dimissioni dalla presidenza della Regione Lazio, il segretario del Pd, Daio Franceschini, vorrebbe proprio la testa di Marrazzo.

Iniziati gli interrogatori I quattro carabinieri sono chiamati a rispondere alle domande del gip Sante Spinaci, cui la procura ha chiesto la convalida del fermo dei militari e la contestuale emissione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei loro confronti. "Forse Marrazzo non c’era. Non sono sicuro che la persona che ho visto fosse lui. Forse era una persona somigliante", ha detto il maresciallo dei carabinieri Antonio Tamburrino. Secondo quanto spiegato dal sui difensore, l’avvocato Mario Griffo, Tamburrino ha reso davanti al giudice, nell’interrogatorio di convalida, "spiegazioni ampie". "Il dato importante dell’interrogatorio - ha detto il penalista - è che il mio assistito ha espresso dubbi sulla presenza di Marrazzo nel video a precisa domanda del giudice che voleva chiarimento in merito". Il maresciallo è accusato di ricettazione: è lui dei quattro militari indagati che si sarebbe dovuto occupare della commercializzazione del video nel quale Marrazzo sarebbe ritratto in un appartamento insieme con un trans. Tamburrino ha ricevuto il cd da uno degli altri militari ora in carcere.

I Ros nell'appartamento del trans È durata fino a notte fonda la perquisizione effettuata dai carabinieri del Ros in un condominio di via Gradoli, periferia nord di Roma, dove nel luglio scorso sarebbe avvenuto l’incontro tra Marrazzo e il trans. I militari dell’Arma, circa una decina, hanno perquisito alcuni appartamenti e identificato sette persone (guarda la gallery). Secondo quanto si apprende i primi piani delle due palazzine che compongono il condominio vengono abitualmente utilizzate dai transessuali per gli incontri con i clienti.

Marrazzo verso le dimissioni Gli esponenti della maggioranza di centrosinistra che stanno recandosi a un incontro con il presidente Piero Marrazzo gli chiederanno le dimissioni. Tuttavia, al fine di evitare che si vada al voto già in gennaio, le dimissioni del presidente, consegnate immediatamente, sarebbero accettate soltanto in dicembre in modo tale da poter far coincidere il voto con l’election day di marzo. Nel frattempo i poteri sostanziali di guida e di indirizzo sarebbero affidati al vicepresidente Esterino Montino. Resta da appurare l’eventuale accordo di Marrazzo verso questa ipotesi. A far precipitare la situazione, i vari elementi emersi dalla lettura dei quotidiani in edicola stamattina. Che mettono in rilevo una serie di affermazioni non rispondenti al vero fatte ieri dal presidente in merito alla vicenda che lo vede vittima di ricatto da parte dei 4 carabinieri dopo averlo sorpreso con un transessuale in un appartamento in zona Cassia.




Marrazzo, voci su possibili dimissioni Maroni: non lo faccia, è vicenda privata

Corriere della Sera

Tensione nel Pd alla vigilia delle primarie. Franceschini: deve lasciare. La Bindi: «Non mi candido»

MILANO - Dopo la divulgazione sulla stampa dei particolari della vicenda che lo vede coinvolto, va prendendo corpo l'ipotesi di dimissioni del presidente della Regione Piero Marrazzo. La decisione, che potrebbe arrivare forse già prima della fine delle primarie, sarebbe ormai considerata «inevitabile» in alcuni ambienti politici regionali. Venerdì Marrazzo aveva dichiarato l’intenzione di continuare il suo mandato: «Continuerò con serenità e determinazione a essere presidente», tutto è «basato su una bufala», aveva detto, seppure visibilmente scosso. Ma è stato smentito dagli sviluppi della vicenda. Aveva affermato di non aver pagato i ricattatori, mentre esistono gli assegni, sia pure non incassati, e addirittura di non aver nemmeno saputo del ricatto, mentre dai verbali pubblicati oggi emerge il contrario. Smentita anche la non esistenza del video: il maresciallo Antonio Tamburrino, uno dei quattro indagati sentiti sabato dal gip, ha consegnato una copia del cd ai carabinieri. Infine, il trans Natalie ha riferito in un'intervista che il presidente l'avrebbe chiamata venerdì «per tre volte» chiedendole di «non parlare con nessuno» in merito alla vicenda. Natalie asserisce, tra l'altro, di conoscere Marrazzo da sette anni. In attesa delle decisioni che Marrazzo prenderà, già si avanzano le ipotesi di una successione pro-tempore del suo vice Montino. Ed è già iniziata la girandola di nomi per la candidatura del Pd alle prossime elezioni per la presidenza del Lazio, prevista a scadenza naturale tra 155 giorni. Sarebbero escluse invece ipotesi di elezioni anticipate.

FRANCESCHINI PRO DIMISSIONI - Alla vigilia delle primarie di domenica per scegliere il leader del Pd, il caso Marrazzo scuote i Democratici. Il segretario Dario Franceschini, a quanto si apprende, sarebbe favorevole alle dimissioni e sarebbe in contatto con Pier Luigi Bersani e Ignazio Marino per valutazioni e affinché ogni decisione sia condivisa al di là della battaglia congressuale. In tanti, a quanto si apprende, al vertice del Pd, hanno cercato invano di contattare Marrazzo per capire la situazione.

MARONI: «NON SI DIMETTA» - Commentando la vicenda Marrazzo, il ministro dell'Interno Roberto Maroni ha affermato: «È una vicenda personale, non credo debba dimettersi». Parlando a margine dell'Assemblea federale degli eletti nella Lega in Lombardia, Maroni ha detto: «È una brutta vicenda, che mi addolora molto perché vede il coinvolgimento di 4 carabinieri. Stiamo verificando per capire cosa possa essere successo e per questo sono in contatto con il comandante generale dell'Arma». «Dopo di che - ha aggiunto - essendo stato vittima di un ricatto, come ha detto lui, non credo debba dimettersi. Sono sempre dell'idea che la vita personale è personale e ognuno può fare ciò che crede». «Se una persona subisce un ricatto - ha concluso - diventa vittima del reato quindi non può essere condannata. Bisogna condannare chi compie i reati. Però ci sono ancora lati oscuri della vicenda per i quali ci sta pensando la magistratura».

CASINI: «DEVE LASCIARE» - Di parere opposto il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini: «Non conosco i dettagli del caso Marrazzo se non da quello che ho letto sui giornali. Una cosa voglio dire con chiarezza: un uomo politico che cede a un ricatto deve smettere di fare politica, deve ritirarsi. Se ha ceduto a un ricatto, dico se - perché è giusto che usi il condizionale - allora ha terminato il discorso con la politica». Pro dimissioni anche Francesco Storace, segretario nazionale de La Destra: «L'articolo 44 dello statuto della Regione Lazio prevede che le dimissioni del presidente comportino lo scioglimento del consiglio regionale. Si proceda e si vada a votare rapidamente. Marrazzo si sottragga responsabilmente ad una vicenda molto triste e nel rispetto della legge elettorale ci porti alle urne a fine gennaio».

DI PIETRO: PARLI CHIARO - «Marrazzo dica se è davvero ancora in grado di poter governare la regione o si trova in uno stato di imbarazzo e potenziale ricatto che gli impedisce di svolgere le sue funzioni», ha detto il leader dell'Italia dei valori Antonio Di Pietro. «A lui va la mia solidarietà umana, ho anche la responsabilità politica di farlo rilevare. In secondo luogo mi dispiace che quei carabinieri abbiano macchiato la loro divisa e auspico che la magistratura faccia preso luce sulla questione», ha concluso Di Pietro. «La tutela della privacy dovrebbe valere per tutti», è il commento del capogruppo della Lega Nord alla Camera Roberto Cota.

LA BINDI: «NON MI CANDIDO» - «Mi auguro che Marrazzo chiarisca presto la sua vicenda. Ma non sono disponibile ad una candidatura a presidente della regione Lazio», ha affermato Rosy Bindi da Milano, dove è candidata all’Assemblea nazionale del Pd nel collegio 15. «Le voci sul mio nome - ha sottolineato in una nota - sono del tutto prive di fondamento e mi stupisce che possano circolare con tanta facilità. Ricordo che sono toscana e vivo a Sinalunga. Chiunque si candiderà a presidente del Lazio sarà un candidato o una candidata con una biografia, una storia e radici espressione di questa regione e il Pd del Lazio saprà individuare, anche attraverso primarie di coalizione, la persona giusta».

PARERI DISCORDI - «Se il video è vero, Marrazzo deve andarsene e anche al più presto», ha dichiarato invece il consigliere provinciale di Roma del Pd, Giuseppe Lobefaro. Con Marrazzo si schiera invece il vicepresidente della Regione Lazio Esterino Montino, dopo una riunione in Regione con assessori e capigruppo: «Il nostro candidato resta Marrazzo e a lui l'intera giunta e tutta la maggioranza ha espresso la propria solidarietà». La Montino ha anche parlato di «macchinazione» e sottolineato che Marrazzo «è la vittima».



Marrazzo, ora la sinistra cade sul sesso Festino con trans e coca: ecco i verbali

di Redazione

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Visti gli atti del procedimento sopra indicato nei confronti tra gli altri di:
1) Simeone Luciano n. Napoli il 26.12.1979
Tagliente Carlo n. Ostuni (Br) il 14.12.1978;
Tamburrino Antonio n. Parete (Ce) il 26.2.1981;
Testini Nicola, n. Andria (Ba) il 25.4.1972;
in ordine:
Simeone, Tagliente, Testini
A) al delitto di cui agli articoli 110, 615 c.p., perché in concorso fra loro, il Simeone e il Tagliente quali Carabinieri Scelti in servizio presso la Compagnia Roma Trionfale, abusando dei poteri inerenti alle loro funzioni, s’introducevano e si trattenevano illegalmente nell’appartamento sito in Roma, in uso a persona non compiutamente identificata, individuata con il nome di Natalie, e ciò in concorso previo accordo con il Testini, Maresciallo capo in servizio presso lo stesso Comando; fatto commesso in Roma in data compresa fra i giorni 1 e 4 luglio 2009.
B) al delitto di cui agli artt. 110, 317 c.p., perché, in concorso come sopra (Simeone e Tagliente realizzando la condotta materiale in concorso previo accordo con il Testini), presentandosi come Carabinieri e così abusando della loro qualità, con la minaccia di gravi conseguenze, costringevano Marrazzo Piero a consegnare loro tre assegni, dell’importo complessivo di 20.000 euro; fatto commesso nelle stesse circostanze sub A);

IL PIANO SEGRETO DELLE MELE MARCE
C) al delitto di cui agli artt. 110, 61 n.9, 628 comma 3 n.1) e.p., perché, in concorso come sopra (Simeone e Tagliente realizzando la condotta materiale in concorso previo accordo con il Testini) con violazione dei doveri inerenti alla funzione da loro esercitata, agendo Simeone e Tagliente riuniti tra loro, con modalità intimidatorie, derivanti dalle circostanze e modalità di condotta descritte nei capi che precedono, si impossessavano della somma complessiva in contanti di 5.000 euro, di altrui proprietà; fatto commesso nelle stesse circostanze sub A);
D) al delitto di cui agli artt. 110, 61n.9 c.p., 73 commi 1 e 6 D.P.R. 309/1990, perché, in concorso come sopra (Simeone e Tagliente realizzando la condotta materiale in concorso in previo accordo con il Testini), con violazione dei doveri inerenti alla funzione da loro esercitata, detenevano illegalmente un quantitativo non esattamente determinato di cocaina; fatto commesso nelle stesse circostanze sub A);
IL VIDEO E) al delitto di cui agli artt. 110, 615 bis comma 3 c.p., perché in concorso come sopra (Simeone e Tagliente realizzando la condotta materiale in concorso in previo accordo con il Testini), con violazione dei doveri inerenti alla funzione da loro esercitata, mediante l’uso di strumenti di ripresa audio-video, si procuravano indebitamente immagini attinenti alla vita privata di quanti si trovavano all’interno dell’appartamento citato sub A), nel quale abusivamente si erano introdotti, così come descritto in tale capo; fatto commesso nelle stesse circostanze sub A);

IL SEXY RICATTO E IL PREZZO DEL VIDEO
Tamburrino:
F) al delitto di cui agli artt. 61 n.9, 648 c.p., perché, con violazione dei doveri inerenti alla sua funzione di Carabiniere in servizio presso la Stazione Carabinieri Roma Trionfale, alla fine di procurare a sé e ai predetti Simeone, Tagliente e Testini un profitto, riceveva, per farne successivo commercio, il video realizzato nelle circostanze del precedente capo E); fatto commesso in Roma in epoca compresa fra i mesi di luglio e ottobre 2009;

G) al delitto di cui all’art. 361 comma 2 c.p., perché, avendo avuto notizia dei reati descritti ai capi A) - E), ometteva di farne denuncia all’Autorità giudiziaria; fatto commesso in Roma in epoca compresa fra i mesi di luglio e ottobre 2009;

OSSERVA
Dalle dichiarazioni finora rese dalle persone informate, da quelle delle persone indagate e dall’esito degli atti di perquisizione e sequestro eseguiti, i fatti possono essere così ricostruiti.
Nei primi giorni del mese di luglio, alcuni militari dell’Arma dei Carabinieri in servizio presso la Compagnia Carabinieri Roma Trionfale, identificati negli indagati sopra generalizzati, realizzavano un filmato, che ritraeva Piero Marrazzo, mentre si intratteneva con un transessuale all’interno di un’abitazione.

LE PRIME IMMAGINI DEL FILM: TESSERINO E LA COCAINA
Nel filmato (di cui è stata acquisita copia, probabilmente parziale) si vedono anche della polvere bianca, che, per le caratteristiche, le circostanze e le dichiarazioni rese, consisteva con ogni evidenza in cocaina, nonché un tesserino, sul quale si legge il nome di Marrazzo.
Tale fatto emerge anzitutto dalle dichiarazioni, almeno in parte concordi, rese da alcuni dei soggetti coinvolti a vario titolo nella vicenda. In particolare: da SCARFONE Massimiliano, un fotografo al quale si era rivolto il TAMBURRINO, su richiesta dei tre colleghi, perché lo aiutasse a individuare soggetti interessati ad acquistare il filmato; da MASI Domenico e da PIZZUTTI Carmen, rispettivamente titolare e dipendente della società Photo Masi, un’agenzia fotografica di Milano alla quale il video è stato consegnato da TAMBURRINO; dagli stessi indagati, in occasione delle perquisizioni eseguite a loro carico.
Conferma documentale si ricava dal filmato, un esemplare del quale è stato rinvenuto presso la Photo Masi, e da un biglietto ferroviario per la tratta Roma Termini-Milano Centrale, acquistato a mezzo internet da MASI Domenico a nome di TAMBURRINO Antonio, per il giorno 5.10.2009, circostanza nella quale TAMBURRINO consegnò il CD contenente il filmato al titolare della Photo Masi; di tale viaggio riferiscono SCARFONE e PIZZUTTI.

E NELLA TRATTATIVA SPUNTA IL MORTO
Sempre in base alle dichiarazioni raccolte, le trattative per la vendita del video proseguivano per il tramite dell’agenzia fotografica; a tal fine copia del filmato, secondo quanto riferito dallo SCARFONE, sarebbe stata consegnata a rappresentanti di alcune testate e gruppi editoriali.
Le dichiarazioni rese dalle persone informate sui fatti sopra citate sono sostanzialmente concordi con quanto riferito dai quattro militari quanto alla fase delle trattative di vendita; esse dunque consentono di ricostruire con sicura affidabilità i tentativi fatti dai militari per collocare il video in cambio di un prezzo ingente e i conseguenti trasferimenti del filmato. Sono invece inattendibili le dichiarazioni rese dai Carabinieri in ordine alle circostanze di realizzazione e acquisizione del filmato, che appaiono il risultato di una versione a scopo difensivo. Al riguardo, gli indagati hanno sostenuto che il video sarebbe stato loro consegnato da tale CAFASSO Gianguarino, soggetto a stretto contatto con alcuni transessuali, deceduto per cause naturali nel mese di settembre 2009.

LA SOFFIATA SICURA SUL FESTINO DEI TRANS
Peraltro, il solo TAGLIENTE aggiunge un particolare ulteriore: secondo le sue parole, nei primi giorni dello scorso mese di luglio, egli stesso e SIMEONE furono avvisati dal CAFASSO che, presso un’abitazione romana, era in corso un festino al quale partecipavano alcuni transessuali. Recatisi sul posto e qualificatisi come Carabinieri, i due entrarono nell’appartamento e con asserito notevole imbarazzo riconobbero il MARRAZZO, il quale chiese di mantenere il riserbo sull’accaduto. Quindi i due militari si sarebbero allontanati, senza avere rinvenuto alcunché d’interesse per un’eventuale indagine penale. Solo in seguito CAFASSO avrebbe consegnato loro un filmato, peraltro realizzato in altra occasione rispetto a quella del loro intervento, come poteva desumersi dalle differenti caratteristiche fisiche del transessuale ritratto nel video.

IL VERBALE DI MARRAZZO: "ERO CON NATALIE QUANDO..."
MARRAZZO esaminato dal pubblico ministero in data 21/10/2009, ha reso dichiarazioni che consentono di pervenire a una precisa ricostruzione delle circostanze in cui il filmato fu realizzato. È appena il caso di osservare che tale ricostruzione è del tutto attendibile anche solo in base ad una valutazione di intrinseca coerenza e logica attendibilità, rispetto alle versioni contraddittorie e riduttive rese dagli indagati. Infatti, in base alle dichiarazioni del teste, può affermarsi che in un giorno dei primi dello scorso luglio, mentre il predetto si tratteneva all’interno di un appartamento in compagnia di tale Natalie, fecero ingresso due uomini che si presentarono come Carabinieri. Gli stessi, con modi palesemente intimidatori, si fecero consegnare dalla parte lesa il portafoglio contenente, oltre a una somma di denaro, i documenti di identità, e chiesero una somma ingente, lasciando intendere, in caso di rifiuto, gravi conseguenze.

"HO DATO LORO TRE ASSEGNI MA VOLEVANO ALTRI SOLDI"
La vittima rifiutò di versare denaro contante, ma rilasciò tre assegni, dell’importo complessivo di 20mila euro; peraltro, prima di andare via, i due lasciarono un numero di cellulare, chiedendo di essere contattati, in quanto volevano altri soldi. Aggiunge il MARRAZZO che, una volta recuperato il proprio portafogli, mancava la somma di duemila euro che vi custodiva; inoltre, Natalie appariva contrariata, come se i due si fossero impadroniti anche di una somma ulteriore di tremila euro, che era stata lasciata su un tavolino. Sempre secondo tali dichiarazioni, nella stanza era presente anche della polvere bianca (che, come già detto, è ritratta nel filmato), che il teste identifica come cocaina, pur non avendone fatto uso.

"IN CAMERA C’ERA COCAINA MA NON NE HO FATTO USO"
Ulteriore particolare di rilievo, la parte lesa riferisce, in ordine al tesserino, anch’esso ritratto nel video, che non fu lui a collocarlo in quella posizione: deve pertanto ritenersi che il documento fu asportato dai militari, collocato accanto alla polvere, e intenzionalmente filmato. Quanto al video, il teste ha dichiarato di non essersi accorto di essere ripreso, ma ha confermato che il filmato fu realizzato proprio nell’occasione in cui fu sorpreso dai Carabinieri. Infine, questi ultimi sono stati riconosciuti, sia pure con qualche incertezza nelle fotografie appunto del SIMEONE (foto n. 5) e del TAGLIENTE (foto n. 10).

"NON MI SONO ACCORTO CHE MI STAVANO FILMANDO"
Nei fatti è dato individuare i delitti di violazione di domicilio commessa da pubblico ufficiale, concussione, rapina aggravata, detenzione aggravata di sostanza stupefacente, interferenza illecita nella vita privata aggravata. Quanto al delitto di cui all’art. 317 c.p., va rilevato come la richiesta di denaro e la conseguente consegna degli assegni, avvenne in una situazione di generale intimidazione, ben espressa dal teste, in cui, peraltro, alla dichiarata qualità di Carabinieri si aggiungeva la presenza di polvere bianca, accanto alla quale, significativamente, come si diceva, fu collocato e ritratto il tesserino di MARRAZZO. In tale conteso il timore di essere arrestato, come dichiarato in sede di esame, assume una notevole valenza.

IL GOVERNATORE: "AVEVO PAURA DI ESSERE ARRESTATO"
Quanto alla rapina, la vittima ha dichiarato di non avere rinvenuto più il denaro custodito in quello stesso portafogli che i due militari gli avevano prelevato. Anche la somma lasciata sul tavolino risultava asportata. Considerate le circostanze dei fatti, appare adeguatamente provato che il denaro sia stato asportato dal SIMEONE e dal TAGLIENTE, nell’ambito di un contesto di grave intimidazione, che si pone in termini funzionali rispetto a quella sottrazione. È appena il caso di osservare che a tale contesto di grave abuso è da ricondurre l’ingresso dei militari nell’appartamento, non potendosi riconoscere alcun rilievo, attese le circostanze e le modalità dei fatti, al fatto che fu la Natalie, sul momento, ad aprire la porta.

"LA POLVERE BIANCA? L’HO VISTA A UN CERTO PUNTO"
Quanto infine alla sostanza stupefacente, il MARRAZZO ha dichiarato di essersi accorto «a un certo punto» della polvere; questa non c’era più quando la parte lesa lasciò l’appartamento. A ciò va aggiunto il fatto che la sostanza appare nel video disposta in file ben ordinate e senza sbavature, accanto ad una cannula per l’aspirazione, come a suggerire un’intenzionale messa in scena, effetto reso ancor più evidente, come si diceva, dalla collocazione del tesserino del Marrazzo, che non può ritenersi casuale. Se ne ricavano indizi gravi del fatto che quella sostanza sia stata lì collocata e in seguito asportata proprio dai militari, in quanto strumentale alla ripresa video, che ripetutamente indugia sulla polvere e sul tesserino.

IL CORPO DEL REATO BEN OCCULTATO
Ciò, del resto, è del tutto conforme alle evidenti finalità dell’intervento, premeditato e diretto proprio a sfruttare quell’occasione. Quanto infine al filmato, che costituisce anche reato presupposto della ricettazione contestata al TAMBURRINO, va appena osservato che esso fu realizzato senz’altro con modalità abusive, di nascosto dai presenti (infatti il MARRAZZO non se ne avvide), da persona che non era legittimamente ammessa all’interno del locale. Ne segue che il filmato stesso è corpo del reato di cui all’art. 615 bis c.p., posto che il suo autore si è con tale condotta procurato indebitamente immagini attinenti alla vita privata delle persone ritratte, contro la volontà di queste. Infatti, in base a quanto affermato dalla giurisprudenza di legittimità, «l’interferenza illecita prevista e sanzionata dal predetto art. 615 c.p. è quella proveniente dal terzo estraneo alla vita privata e non già quella del soggetto, che invece, sia ammesso, sia pure estemporaneamente, a farne parte, mentre è irrilevante l’oggetto della ripresa, considerato che il concetto di "vita privata" si riferisce a qualsiasi atto o vicenda della persona in luogo riservato» (Cass. pen., sez.5, sentenza n. 1766 del 28/11/2007).

LA RICETTAZIONE E IL VIDEO SCOOP
Ne segue che, costituendo il video corpo del reato di cui all’art. 615bis c.p., la sua ricezione a scopo di profitto, con piena consapevolezza del suo contenuto e delle modalità della sua realizzazione (cosa che certo non poteva sfuggire al TAMBURRINO che lo aveva ricevuto dai colleghi) integra gli estremi del delitto di ricettazione.
Quanto alla natura delle rispettive responsabilità, nulla vi è da aggiungere in ordine alla posizione del SIMEONE e del TAGLIENTE, che furono autori materiali dei reati descritti ai capi compresi fra A) ed E). Quanto al TESTINI, pur non avendo fatto egli ingresso nell’appartamento, tuttavia più elementi lo individuano come concorrente nei reati, quale organizzatore e istigatore dei due colleghi.

IL TRADE UNION PER IL COLPO GROSSO
Infatti, in base a quanto riferito da TAGLIENTE (delle cui dichiarazioni sul punto non vi è motivo di dubitare), il CAFASSO era confidente proprio del TESTINI, il quale risulta così essere il momento di contatto con il mondo dei transessuali. Inoltre, dalle dichiarazioni di SCARFONE il ruolo del TESTINI appare di indubbio rilievo, tanto che fu proprio costui a operare il suo controllo prima di ammetterlo alla visione del filmato.
A diverse conclusioni deve pervenirsi quanto alla posizione del TAMBURRINO, al quale lo SCARFONE e i colleghi coindagati attribuiscono il ruolo secondario di soggetto intervenuto successivamente, nella fase di commercializzazione del video.

IL «PIAZZISTA» ESPERTO DEL VIDEO SCOMODO
Così illustrati i gravi indizi di colpevolezza, va rilevato che sussistono elementi specifici che fondano il pericolo di fuga degli indagati sopra generalizzati. Va anzitutto sottolineata la gravità estrema dei fatti oggetto del presente procedimento, in considerazione della qualità soggettiva dei soggetti indagati - appartenenti all’Arma dei Carabinieri - qualità della quale peraltro si sono evidentemente avvantaggiati per la realizzazione dei fatti. La ricostruzione dell’accaduto e l’individuazione dei responsabili, non vi è dubbio che possa concretamente indurli a sottrarsi alle ricerche, in considerazione dell’eccezionalità della situazione realizzatosi, con le prevedibili gravi conseguenze, anche cautelari;

NEI SECOLI INFEDELI E RICCHI IN CASSA
Sotto altro aspetto, l’esistenza del rapporto organico con l’Amministrazione militare di appartenenza non può costituire ormai adeguata remora alla fuga, in considerazione degli ovvi imminenti effetti disciplinari. Ma si ravvisano anche ulteriori elementi che rafforzano quel pericolo: la disponibilità di diverse dimore in luoghi differenti da quelli in cui essi prestano servizio; la disponibilità, in alcuni casi, di rilevanti risorse patrimoniali (si vedano sul punto le dichiarazioni di SCARFONE), che potrebbero agevolare la fuga; la qualità di appartenenti alla polizia giudiziaria, che da un lato li rende ben edotti dei prevedibili sviluppi di simili procedimenti penali, e dall’altro consente di costruire un’ampia rete di conoscenze (che evidentemente già li ha favoriti per la realizzazione del filmato) ben utilizzabili in occasione di una latitanza.

IL PERICOLO DI FUGA E LO SMERCIO DEL FILM
Giova fin d’ora aggiungere che ricorrono anche le altre esigenze cautelari previste dall’art. 274 e.p.p.. Anzitutto il concreto pericolo di inquinamento probatorio, atteso che il tentativo di ridurre la portata dei fatti con riferimento alle circostanze di realizzazione e acquisizione del filmato (tentativo che è dato cogliere nelle dichiarazioni rese dagli indagati) prevedibilmente indurrà questi ultimi a intervenire sui testimoni e sulle prove documentali non ancora acquisite, anche sfruttando la qualità da loro rivestita.

DISTRUTTE LE AUTO DELLA FAMIGLIA MARRAZZO
A tale riguardo non può ritenersi casuale la circostanza che proprio nella mattina del 21 ottobre, cioè poche ore dopo l’avvenuta esecuzione delle perquisizioni, le autovetture della ex moglie e della figlia del MARRAZZO sono state fatte oggetto di atti ai vandalismo. Sotto altro aspetto, la gravità estrema dell’accaduto rivela una rara spregiudicatezza, a cui si aggiunge lo scopo di lucro perseguito: tali circostanze fondano il grave e concreto pericolo che siano realizzati reati ulteriori, agevolati proprio dalla speciale funzione e autorità rivestita, la cui strumentalizzazione a fini delittuosi non può non suscitare notevole inquietudine per le possibili conseguenze in danno alla collettività.

CONTATTI CRIMINALI E INTIMIDAZIONI
Va infine richiamato quanto riferito dallo SCARFONE, secondo il quale i militari avevano fatto spesso riferimento ai loro innumerevoli contatti negli ambienti criminali della città, tanto da restarne intimidito.
P.T.M.
Visto l’art. 384 c.p..;
DISPONE
il fermo di SIMEONE Luciano, TAGLIENTE Carlo, TAMBURRINO Antonio, TESTINI Nicola, tutti sopra generalizzati, in relazione ai reati come sopra loro rispettivamente ascritti ai capi B), C), D), F).
Delega per l’esecuzione Ufficiali di polizia giudiziaria del R.O.S. Carabinieri-Servizio Centrale - II reparto Investigativo con facoltà di subdelega.
Roma, lì 22 ottobre 2009, ore 1,20
Il Procuratore Aggiunto
Giancarlo Capaldo
Il Sostituto Procuratore
Rodolfo Sabelli

Il chiarimento necessario

Corriere della Sera



Certamente la poli­tica italiana sta raggiungendo «livelli intollera­bili di barbarie». La mel­ma dei ricatti, delle indi­screzioni comprometten­ti, delle intrusioni corsa­re nella vita privata di tut­ti sta sommergendo ciò che resta del dibattito pubblico. È una giungla di dossier, di video, di fo­to rubate, di registrazio­ni devastanti, di pedina­menti che sta sostituen­do da mesi la lotta politi­ca. Che non è mai un mi­nuetto, ma neanche può diventare una rissa sen­za argini e senza esclusio­ne di colpi, preferibil­mente molto bassi.

Ed è sventurato il Pae­se in cui Piero Marrazzo, governatore di una Regio­ne decisiva nell’equilibrio politico nazionale, si ve­de costretto a dar conto della sua sfera più perso­nale. In cui l’opinione pubblica viene messa al corrente delle scelte ses­suali di un esponente di rilievo della politica. In cui chi, all’interno delle forze dell’ordine, deve ba­dare alla sicurezza dei cit­tadini e al perseguimento dei reati viene invece as­sociato a una trama di ri­catti che sembra il cano­vaccio di un film sulla Los Angeles corrotta de­gli anni Venti e Trenta. Ri­catti che travolgono la vi­ta privata di un politico, non gli atti della sua vi­cenda pubblica. E anche questo degradante capito­lo della vita nazionale, purtroppo, rischia di di­ventare materia di un gos­sip internazionale che da un po’ di tempo in qua tie­ne nel mirino l’Italia.

Anche in questo caso, il garantismo non può es­sere un’opzione facoltati­va, da subordinare alla lo­gica della convenienza po­litica. E perciò costituireb­be un ulteriore sprofonda­mento nella «barbarie» sottoporre Marrazzo alla gogna. Resta solo da chie­dersi se e quanto sia stata condizionata l’attività pubblica di un presidente della Regione che da me­si vive costantemente in una condizione di ricatta­bilità.

Se fosse vero, ma è tutto da dimostrare e da documentare oltre ogni dubbio, che il presidente del Lazio ha dovuto paga­re per neutralizzare le ma­novre dei suoi estorsori, questo significherebbe che da molto tempo Mar­razzo è costretto a vivere in una condizione di mi­norità politica e ammini­strativa. Un governatore sotto ricatto è un governa­tore politicamente dimez­zato e azzoppato, impossi­bilitato a svolgere con se­renità e responsabilità istituzionale le funzioni che gli sono proprie e che vanno ben al di là delle sue privatissime vicende, nelle quali l’opinione pub­blica non deve emettere giudizi.

Si tratta di un punto de­licatissimo, in cui la sensi­bilità politica dei protago­nisti dovrebbe far premio su ogni altra considerazio­ne giudiziaria ed etica. Se l’eventuale accettazione di un sordido ricatto è sta­ta la scelta di un rappre­sentante delle istituzioni, è difficile non immagina­re che le istituzioni stesse debbano essere messe al riparo da ogni sospetto e da ogni interferenza. Non spetta ai giornali fare pro­cessi o anticipare senten­ze. Ma certo Marrazzo de­ve valutare se fare un pas­so indietro non sia l’uni­co gesto pieno di dignità in un momento della no­stra politica in cui la di­gnità sembra tristemente smarrita, sommersa da una «barbarie» cui biso­gna mettere, per sempre, la parola fine.

Pierluigi Battista

Caso Marrazzo: la moglie avvisata con una telefonata mentre è in diretta tv

Corriere della Sera

La giornalista di Rai Tre Rober­ta Serdoz ha saputo della vicenda dal marito. Non ha più dormito a casa

ROMA — Giovedì sera, studi Rai di Saxa Rubra, redazione di «Linea Not­te», manca pochissimo prima di anda­re in onda. Piero Marrazzo telefona alla moglie, la giornalista di Rai Tre Rober­ta Serdoz, che durante la trasmissione dovrà curare la rassegna stampa al tou­ch screen, lo schermo a sfioramento. Il presidente della Regione Lazio chiama per avvisarla: «Roberta, senti, adesso vedrai i giornali, sono stati arrestati dei carabinieri, è stato sventato un brutto ricatto contro di me». Maurizio Mannoni, il conduttore del­la trasmissione, si accorge subito che sta accadendo qualcosa. «Roberta ha cercato di rincuorare suo marito — rac­conta il popolare giornalista — Gli di­ceva: Piero, lo sapevi che questa campagna elettorale era durissima, avvelenata, è chiaro che si tratta d’un complotto». Poi ha messo giù e ha continuato a lavorare: «È stata sicuramente la diretta più difficile — continua Mannoni —, Roberta con una mano telefonava alle redazioni dei quotidiani per farsi dare i titoli di prima pagina da mostra­re poi sul touch screen, dall’altra però chiamava non so chi per saperne di più su quanto stava accadendo. Era pre­occupatissima».

Marrazzo e Roberta Serdoz sono spo­sati da più di 4 anni: a unirli in matri­monio fu Veltroni, allora sindaco di Ro­ma, il 25 settembre del 2005, in Campi­doglio. Lui ad aprile di quell’anno era già diventato governatore, avendo vin­to la sfida con Storace. La notte dell’ele­zione, dopo essere rimasta lontana dai riflettori per tutta la campagna elettora­le, Roberta salì sul podio accanto a lui avvolta in una bandiera della pace. Una coppia di giornalisti, Piero e Ro­berta. Si conobbero a Mixer, il pro­gramma di Minoli. «La mia casa è una redazione», disse un giorno l’ex con­duttore di «Mi Manda Rai Tre».

Oggi hanno una bambina di 8 anni, Chiara, che si è aggiunta a Diletta e Giulia, le figlie avute da Piero nel primo matri­monio («Sono circondato dalle donne e mi ci trovo benissimo», scherzò una volta Marrazzo). Giovedì, però, è andata in onda l’an­goscia. «Era mezzanotte — ricorda Maurizio Mannoni — e le prime pagi­ne dei giornali, quelle vere, ancora non arrivavano. Perciò eravamo all’oscuro. Ma lei è stata brava ad arrivare fino alla fine». Ieri mattina, il conduttore di «Li­nea Notte» ha inviato un sms alla Ser­doz: «Siamo vicini di scrivania, cono­sco bene anche Piero, così ho pensato di mandarle un messaggino di affet­to ». Roberta ieri sera è tornata in reda­zione. Gentile come sempre: «Non vo­glio dire niente, capitemi, sto preparan­do un servizio che deve andare in on­da». Ma poi non avrebbe più dormito a casa.

Fabrizio Caccia

Per vendere il filmato contattato il reporter del caso Sircana

Corriere della Sera

L’indagine partì dalla droga dei Casalesi

ROMA — L’indagine puntava sul clan dei Casalesi e su un traffico di droga da cui emergevano strani in­trecci con i carabinieri arrestati per l’estorsione al presidente della Re­gione Lazio, Piero Marrazzo. Inter­cettando alcuni telefoni, il Ros ha re­gistrato conversazioni in cui si par­lava del video girato abusivamente e del tentativo di piazzarlo. È cosi che i militari dell’Arma sono arriva­ti ai loro colleghi rinchiusi in cella: Luciano Simeone (30 anni), Carlo Tagliente (29), Antonio Tamburri­no (28) e Nicola Testini (37).

L’in­contro tra l’esponente del Pd e il transessuale sarebbe avvenuto in un appartamento in via Gradoli 96, nello stesso condominio in cui le Brigate Rosse avevano un covo du­rante il sequestro di Aldo Moro. Ieri sera il Ros ha perquisito sei case del palazzo e interrogato numerosi trans. «Abbiamo visto qui almeno due volte Marrazzo qualche mese fa», ha detto una coppia di moldavi che vive nel complesso. «Lo abbia­mo riconosciuto perché lo aveva­mo visto in tv: era senza scorta ed entrava in un abitazione seguendo un transessuale». Affermazioni tutte da verificare. Dal provvedimento contro i quattro carabinieri (subito sospesi dal servi­zio) del procuratore aggiunto Gian­carlo Capaldo e del pm Rodolfo Sa­belli emergono i particolari della vi­cenda: ieri il punto degli accerta­menti (gli interrogatori sono oggi) è stato fatto in un incontro tra il pro­curatore Giovanni Ferrara e il co­mandante provinciale dell’Arma, ge­nerale Vittorio Tomasone.

E se da­gli ambienti giudiziari è stato sotto­lineato come le indagini «non abbia­no messo in luce alcun complotto di natura politica ai danni del presi­dente della Regione», nel provvedi­mento di fermo si descrive la perico­losità degli arrestati. «Non può rite­nersi casuale la circostanza che pro­prio la mattina del 21 ottobre, cioè poche ore dopo le perquisizioni (in casa degli indagati, ndr) le auto del­l’ex moglie e della figlia di Marrazzo siano state fatte oggetto di atti di vandalismo». I magistrati, sulla trat­tativa per piazzare il video, hanno messo in evidenza come i quattro carabinieri contattarono perfino il fotografo coinvolto nella vicenda di Silvio Sircana, quando il portavoce di Romano Prodi, allora presidente del Consiglio, fu immortalato men­tre parlava con un trans in strada: Massimiliano Scarfone fu avvicina­to da Tamburrino, «su richiesta dei tre colleghi, perché lo aiutasse a in­dividuare soggetti interessati ad ac­quistare il filmato». Scarfone avreb­be poi consegnato una copia del fil­mato «a rappresentanti di alcune te­state e gruppi editoriali».

Rinaldo Frignani, Flavio Haver

L’irruzione e la coca nella casa di Natalie

Corriere della Sera

Marrazzo: «Non mi rovinate». E firma tre assegni da 20 mila euro. Filmato per 90 secondi con solo una camicia

ROMA — Il filmato parte dalla camera da let­to. Si vede un uomo che indossa soltanto una camicia, accanto ha un transessuale seminu­do. «Favorite i documenti» intima una voce fuori campo. L’uomo sgrana gli occhi. «Non mi rovinate, non mi fate del male» risponde. Poi va verso un tavolino. Poco dopo vengono inquadrate alcune strisce di cocaina e una pic­cola cannula per aspirarla. Accanto c’è un tes­serino della Regione Lazio che viene «zooma­to » per captarne i dettagli. È intestato a Piero Marrazzo. È lui l’uomo ripreso con un telefoni­no all’interno dell’appartamento che si trova in via Gradoli, zona nord di Roma.

Il video du­ra un minuto e mezzo ed è servito a tenerlo poi sotto ricatto. Perché in quel momento il Governatore, minacciato e per questo preso dal panico, consegna ai due militari che han­no compiuto l’irruzione tre assegni per un to­tale di 20.000 euro. Titoli che non risultano in­cassati, ma che da quel momento lo hanno messo in scacco. Sono i primi di luglio. Mar­razzo lascia l’appartamento e decide di non de­nunciare quanto è successo. Probabilmente non sa che sarà costretto a incontrare nuova­mente queste persone, a soddisfare alcune lo­ro richieste. Non può neanche immaginare che cosa accadrà in seguito.

Per le immagini 140.000 euro - Circa un mese dopo la vicenda finisce al cen­tro di un’inchiesta. La versione ufficiale accre­dita l’ipotesi che gli accertamenti siano comin­ciati captando casualmente una conversazio­ne durante la quale si parlava di vendere a un giornale o a una tv «il video di un politico mol­to noto con un trans». Ma non è escluso che sia stata invece una «soffiata» a mettere gli in­vestigatori del Ros, il Raggruppamento opera­tivo speciale dell’Arma, sulla pista giusta. Nel­le carte processuali sin qui raccolte si rintrac­cia comunque il filo di una storia che ha anco­ra molti punti oscuri, soprattutto per le versio­ni discordanti dei protagonisti.

La persona che al telefono offre il materiale si chiama Antonio Tamburrino è un giovane carabiniere in servizio alla Compagnia Trionfa­le. Le sue parole forniscono la traccia per indi­viduare i tre complici: Luciano Simeone, Carlo Tagliente e Nicola Testini. Si scopre che pure loro sono carabinieri. Si attivano così altre in­tercettazioni, i quattro vengono pedinati. Le conversazioni registrate dimostrano che i ten­tativi per piazzare il filmato sono continui. Si parte da una richiesta iniziale di 140.000 euro, ma poi le pretese sono sempre più modeste. Ad aiutarli c’è Max Scarfone. È il paparazzo di­ventato noto per aver immortalato il portavo­ce del governo Prodi Silvio Sircana mentre si avvicinava con l’auto a un transessuale. Agli inizi di luglio viene contattata la direzione del settimanale Oggi. Un inviato esamina il filma­to, ma dopo qualche giorno comunica di non essere interessato. Si prova con alcuni quoti­diani, ancora una volta senza successo.

Il 5 ot­tobre scorso Tamburrino parte per Milano. Il biglietto del treno è stato acquistato via inter­net dalla società Photo Masi. Gli accertamenti entrano nella fase finale. Qualche giorno dopo Scarfone viene convoca­to per un interrogatorio. Conferma il viaggio dell’amico. «Altre copie del video — dichiara — sono state consegnate ad alcune testate e gruppi editoriali». Il 20 ottobre scattano le per­quisizioni. Nella sede della Photo Masi il Ros rintraccia un dvd che contiene le immagini. Nulla viene invece trovato invece a casa dei ca­rabinieri indagati, alimentando il sospetto che l’originale duri molto più a lungo e per questo sia stato nascosto.

«Il festino con la cocaina»- I carabinieri negano. La loro versione dei fat­ti viene ricostruita dal pubblico ministero nel­l’ordinanza di fermo: «Gli indagati hanno so­stenuto che il video sarebbe stato loro conse­gnato da Gianguarino Cafasso, soggetto a con­tatto con alcuni transessuali, deceduto per cau­se naturali nel settembre scorso. Tagliente for­nisce un particolare ulteriore: nei primi giorni del mese di luglio, egli e Simeone furono avvi­sati da Cafasso che presso un’abitazione roma­na era in corso un festino con alcuni transes­suali. Entrarono nell’appartamento, si qualifi­carono come carabinieri e riconobbero Marraz­zo che gli chiese di mantenere riserbo sull’ac­caduto. Poi andarono via e soltanto dopo rice­vettero da Cafasso il filmato realizzato in una occasione diversa rispetto a quella del loro in­tervento». A questa ricostruzione i magistrati non danno alcun credito. Il giorno dopo viene ascoltato il presidente della Regione.

Così il magistrato nel provvedi­mento sintetizza il suo interrogatorio: «In un giorno ai primi di luglio scorso, mentre Mar­razzo si tratteneva all’interno di un apparta­mento in compagnia di tale Natalie, fecero in­gresso due uomini che si presentarono come carabinieri. Gli stessi, con modi palesemente intimidatori, si fecero consegnare dalla parte lesa il portafoglio contenente, oltre a una som­ma di denaro, i documenti di identità e chiese­ro una somma ingente, lasciando intendere, in caso di rifiuto, gravi conseguenze. La vitti­ma rifiutò di versare denaro contante, ma rila­sciò tre assegni dell’importo complessivo di 20.000 euro. Prima di andare via i due lasciaro­no un numero di cellulare chiedendo di essere contattati in quanto volevano altri soldi». Il Governatore ammette dunque di aver pa­gato, cedendo così al ricatto. Scrive ancora il magistrato: «Marrazzo aggiunge che una volta recuperato il proprio portafogli, mancava la somma di 2.000 euro che vi custodiva. Inoltre Natalie appariva contrariata, come se i due si erano impadroniti anche di una somma di ul­teriori 3.000 euro (il prezzo della prestazione ndr ) che era stata lasciata su un tavolino. Sem­pre secondo tali dichiarazioni, nella stanza era presente anche polvere bianca che il teste ( Marrazzo ndr ) identifica come cocaina, pur non avendone fatto uso. Riferisce poi che non fu lui a collocare il suo tesserino nella posizio­ne che si vede nel video e deve pertanto rite­nersi che il documento fu asportato dai milita­ri, collocato accanto alla polvere e intenzional­mente filmato».

«Ho pagato per paura dell’arresto» - Alla fine Marrazzo dichiara: «C’era la cocai­na, ho pagato perché avevo paura di essere ar­restato». Alle 15 del giorno successivo gli inve­stigatori si presentano nella caserma del Trion­fale e ammanettano i loro quattro colleghi. Agli atti ci sono già le tracce degli altri contatti con il presidente della Regione per chiedere al­cuni favori. Gli accertamenti dovranno adesso stabilire se Marazzo gli abbia versato anche soldi in contanti. I militari finiti in carcere non hanno mai messo all’incasso gli assegni, dun­que è possibile che li abbiano utilizzati come strumento di pressione per ottenere altro ed è su questo che si concentrano le verifiche. Del resto è stato lo stesso Scarfone a raccontare che «hanno a disposizione ingenti risorse pa­trimoniali». Il governatore ha detto di aver pre­sentato una denuncia di smarrimento di quei titoli pochi giorni dopo la consegna. Finora questa sua affermazione non ha però trovato riscontro.

Fiorenza Sarzanini

Al Tg3 E la moglie giornalista non dà la notizia

di Redazione

La rassegna stampa di «Linea Notte» del Tg3 giovedì sera tocca a lei, Roberta Serdoz, che è nella redazione del programma di approfondimento condotto da Maurizio Mannoni. Ma Roberta Serdoz è anche la moglie di Piero Marrazzo. Poco prima di mezzanotte e mezza l’Ansa rilancia la notizia del ricatto ai danni del consorte, mentre lei è in onda. Gli spettatori non vengono aggiornati. E gli ultimi dieci minuti, dedicati appunto alla rassegna stampa, si concentrano sulla visita di Berlusconi a Putin, sui titoli di Manifesto ed Europa, sulle vignette di Vauro e sulle minacce al premier su Facebook. Della notizia del ricatto, presente sia sul Corriere della Sera che su Repubblica, nemmeno l’ombra.

Un festino con trans e coca Ecco perché Marrazzo ha nascosto il ricatto «hard»

di Redazione

Ecco i verbali del «Marrazzo gate». Le carte giudiziarie del ricatto a luci rosse al presidente della Regione Lazio raccontano una verità più scabrosa e oscura rispetto al quella fornita dal governatore del Lazio nel suo tardivo outing . Se Marrazzo parla di «bufala» gli atti d’indagine dicono che il presidente della giunta laziale a luglio era nell’appartamento di un transessuale quando è stato sorpreso dall’irruzione dei carabinieri-ricattatori. Secondo la procura Marrazzo, intimidito, sforna assegni e si lascia derubare e filmare. È la vittima. Ma da luglio a oggi non ha mai denunciato il ricatto. Perché?

Il buonismo razzista di Dario: sceglie il vice «perché è nero»

di Redazione


«L’ho scelto per la sua storia, perché è un politico di livello e, non voglio essere ipocrita, perché è nero». Chiaro che è buona l’ultima ragione, se no non l’avrebbe circondata di borotalco: l’ha preso perché nero. Questo ha detto Dario Franceschini per spiegare come mai ha voluto Jean Leonard Touadi, nato in Congo, deputato eletto con l’Italia dei valori e poi passato al Partito democratico, come vice nella corsa per la segreteria. Ha detto proprio: «Non voglio essere ipocrita». Pensava così di essersela cavata, e di beccarsi un elogio: ma guarda com’è sincero. Al diavolo. È come dire a Touadi che è più nero che intelligente.

Scegliere uno perché è nero, è uguale - perfettamente uguale - a scartare uno perché è nero. Obbedisce alla stessa gerarchia di valori razzisti. Trasforma il colore della pelle, l’appartenenza etnica in un merito, in un punteggio. Come l’origine sociale per Stalin, il quale optava per Tizio o per Caio sostenendo: è di puro sangue proletario. Oppure lo spediva in gulag perché «di origini piccolo borghesi», e il fiuto di classe non inganna. Che fiuto è invece quello di Franceschini? Somiglia, solo apparentemente a rovescio, a quello di Joseph Arthur de Gobineau, che inventò la superiorità della razza ariana. In fondo anche Franceschini crede in questa superiorità del bianco. Il potere infatti resta saldamente in mano a chi sceglie, non certo a chi è scelto. Il padrone dice: ti voglio perché sei nero, non ho ancora avuto un nero nella mia collezione di vice. E il nero cosa deve rispondere? Grazie, buana.

Non penso affatto che Franceschini consideri i neri una razza inferiore o superiore. Non siamo mica come quelli alla Travaglio, noialtri. Non pretendiamo di studiare con la lente la psiche degli avversari. È stato un errore figlio della disperazione e del veltronismo, che sono un po’ la stessa cosa. L’obbligo di piacere, di essere sempre in corsa con l’applausometro del buonismo, conduce a queste topiche offensive. E rivela un razzismo inconscio, l’idea della perenne superiorità della casta intellettuale, la quale coopta sulla base dei valori che ritiene debbano prevalere sulla base dell’umore dei telespettatori di Michele Santoro.

Apprendiamo così che al mattino un bravo politico di sinistra consulta una tabella, non di sondaggisti, ma di studiosi del valore commerciale delle razze. Quelli ipocriti non lo ammetteranno mai, ma uno sincero come Franceschini ne fa un vanto. La sua domanda mattutina al consigliere non è qualche idea su come battere la disoccupazione o magari Bersani (per Franceschini la vittoria di Bersani coinciderebbe con la disoccupazione) ma: oggi sul mercato quanto vale un bianco? Un giallo? Uno zingaro? Un nero? Pare che oggi tiri il nero, guai però a chiamarlo «negro», perché altrimenti si diventa di destra. (Anche se, la sinistra non lo sa, ma almeno in casa latina la parola «negro» è stata riabilitata dalla négritude di Léopold Senghor).

Touadi, che è persona - non sono un ipocrita e lo ammetto - squisita e intelligente, sono certo si ribellerà a questa qualificazione razziale della sua promozione. Già le quote rosa sono a mio giudizio un’offesa al valore delle donne, le quali se sono brave non hanno bisogno di correre con un giro di vantaggio per riuscire, ma forse mi sbaglio. Adesso siamo alle quote nere. Mi domando: perché i filippini che in Italia sono di più dei congolesi devono essere messi in subordine? Perché in tv si notano meno dato il loro pallore?

Negli anni ’60 Nino Ferrer cantava «Vorrei la pelle nera»: era un elogio di Wilson Pickett e degli altri grandissimi musicisti di colore, avendo gli afroamericani più ritmo, più voce, più classe. Com’è cambiato il mondo. Touadi, digli di no.