lunedì 26 ottobre 2009

Marrazzo concordò per 5mila euro»

Corriere della Sera


Nell'ordinanza dei carabinieri arrestati ricostruita l'irruzione nella casa di via Gradoli

ROMA - Un rapporto a pagamento e l'irruzione fuorilegge dei carabinieri infedeli. Le minacce ricevute nel momento e quelle che seguirono dopo. È chiaro il quadro fatto dal gip Sante Spinaci, nell'ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti degli indagati, rispetto a quanto avvenuto ai primi di luglio in un piccolo appartamento di via Gradoli, a Roma, tra l'ormai ex governatore del Lazio Piero Marrazzo, un trans e alcuni militari dell'Arma passati dalla parte del crimine. In carcere sono Luciano Simeone, Carlo Tagliente, Antonio Tamburrino e Nicola Testini. «Il Marrazzo, esaminato dal pm il 21 ottobre 2009, ha precisato che tra l'1 e il 4 luglio 2009 si recava in un appartamento per avere un incontro sessuale a pagamento con una certa Natalie (riporta il gip)

Qui, dopo essersi parzialmente spogliato, deponeva tremila euro - parte della somma concordata, pari a 5000 mila euro - su un tavolinetto, conservando la rimanente parte e i suoi documenti all'interno del portafogli. Mentre si accingevano a consumare il rapporto sessuale concordato, si presentavano alla porta d'ingresso due uomini qualificandosi come carabinieri (identificati poi come Simeoni e Tagliente) ed entrando nell’appartamento assumevano un atteggiamento estremamente arrogante, tanto da incutere soggezione e paura, si facevano consegnare da Marrazzo - che avevano riconosciuto come presidente della Regione - il portafogli con i documenti tenendo in un locale separato Natalie e si recavano in un’altra stanza».

«Al loro ritorno uno dei due gli chiedeva di consegnare loro molti soldi e di andarli a prendere, facendogli capire che altrimenti vi sarebbero state rappresaglie o comunque conseguenze negative, accettando poi che Marrazzo consegnasse loro tre assegni dell’importo uno di diecimila euro e due di cinquemila euro ciascuno. I due prima di andare via lasciavano un numero di cellulare al quale Marrazzo doveva chiamarli per la consegna di altro denaro, facendosi dare da Marrazzo un numero telefonico per ricontattarlo. Esaminando il portafogli Marrazzo si accorgeva che dallo stesso mancava la somma di duemila euro e che non era presente quella di tremila euro appoggiata sul tavolino, circostanza della quale Natalie si mostrava contrariata".

"Qualche giorno dopo al numero telefonico della Regione che Marrazzo aveva lasciato ai due giungeva una telefonata ricevuta dalla segretaria che gli riferiva che l’interlocutore che voleva parlargli si era qualificato come carabiniere. Marrazzo aveva dato incarico al suo segretario di presentare per suo conto una denuncia di smarrimento degli assegni e da allora non era più stato contattato. Il Marrazzo visionava il video specificando di aver notato la polvere bianca non nel momento in cui era entrato nell’appartamento, ma solo durante la permanenza dei due carabinieri nello stesso, ricollegando la presenza della polvere all’attività degli stessi carabinieri che avevano ripreso il suo documento accanto alla polvere che non c’era più quando era uscito dall’appartamento e al fatto che i due avevano altresì ripreso l’autovettura con la quale era giunto sul posto; infine riconosceva sia pure non con assoluta certezza nella foto del Simeone e del Tagliente i due uomini in questione».


Video



Quarantena per il cane eroe Darcy Rivolta in Gran Bretagna e su Facebook

Corriere della Sera



Confinata in una gabbia dopo essere stata in Indonesia ad aiutare i pompieri nella ricerca delle vittime del sisma



La cagnetta Darcy, aiutante dei vigili del fuoco britannici

MILANO. «Liberate Darcy», questa la richiesta che si leva da Facebook, dove oltre 3200 persone hanno aderito alla campagna per impedire che il border collie debba passare i prossimi sei mesi in una gabbia di due metri per quattro nel centro per la quarantena di Colchester, nell’Essex. Già, perché secondo la rigida burocrazia inglese, Darcy è considerato «un cane a rischio», visto che ha trascorso le ultime tre settimane nelle montagne sopra a Sumatra, in Indonesia, dove ha aiutato i soccorritori nella ricerca delle vittime rimaste sotto le macerie del terribile terremoto che ha squassato il paese asiatico. Da qui, la decisione di metterla in quarantena al suo ritorno in Gran Bretagna, avvenuto lo scorso giovedì, malgrado la piccola Darcy sia il solo cane specializzato in ricerca e salvataggio dell’Essex County Fire and Rescue Service.

«Darcy dovrebbe essere liberata immediatamente – ha spiegato al Daily Express Maxine Dare, una delle promotrici dell’iniziativa su Facebbok - perché è un’autentica eroina della nostra nazione». «Svegliatevi burocrati – le fa eco un’altra sostenitrice, Kate Coles – e lasciate andare Darcy. Lei è un’eroina, non una galeotta!». Il border collie appartiene al vigile del fuoco John Ball ed è stato lui a volere che Darcy lo seguisse in Indonesia, giudicando il suo contributo «troppo importante», a dispetto delle conseguenze che sapeva ci sarebbero potute essere (ma confidava che non sarebbero state applicate, stante l’eccezionalità del caso). «Io non sono contrario alla messa in quarantena – ha spiegato il pompiere – perché in Gran Bretagna non c’è la rabbia e questa è una gran cosa. Ma Darcy è stata vaccinata contro la rabbia ed esistono dei test che possono essere eseguiti in tutta sicurezza prima del suo eventuale rilascio, per accertare che il cane non è stato infettato durante il periodo trascorso a Sumatra».

Darcy ha un regolare «passaporto canino», ma tale documento vale solo per i paesi europei. «Quando abbiamo ricevuto la chiamata per andare in Indonesia con Darcy – ha proseguito Ball - ero molto combattuto: sapevo che lei era stata addestrata per questo tipo di intervento e che il suo contributo sarebbe potuto essere vitale nella ricerca dei superstiti, ma al tempo stesso ero consapevole del fatto che lei avrebbe potuto pagare un prezzo altissimo al suo ritorno per il coinvolgimento nella missione. A questo punto, spero che il ministero dell’Ambiente adegui le leggi in favore di quei cani appositamente addestrati per il salvataggio oltreoceano».

Oltre che sulla rete, il caso della piccola e coraggiosa Darcy è ora finito anche sul tavolo della prossima riunione della Camera dei Comuni grazie all’intervento di Bob Russell, membro del Parlamento di Colchester, mentre il ministro del Defra, Hilary Benn, ha promesso di aprire un’indagine per far luce sulla vicenda e si è impegnato a trovare una soluzione. «Siamo sempre felici di poter discutere con i proprietari e le organizzazioni preposte di nuovi modi per minimizzare gli effetti delle leggi sui cani da salvataggio», ha spiegato un portavoce del ministero. Intanto, il tam-tam sulla rete è iniziato e nel giro di poche ore si sono moltiplicati i gruppi a favore della liberazione della piccola Darcy.


Simona Marchetti


Il primo banner? Solo 15 anni fa

Scritto da: Federico Cella alle 12:06

Il tempo passa veloce nell'epoca dell'informatica. Basti pensare a come un fedele compagno quotidiano delle nostre navigazioni in Rete, l'onnipresente banner pubblicitario nei suoi vari formati e nature, è nato alla fin fine solo 15 anni fa. Una storia non lontana e che i navigatori più scafati si ricorderanno come memorie del Web recenti. Il 27 ottobre del 1994 andò online Hotwired, l'allora emanazione online del mensile Wired, quello che ora viene definito il primo magazine della Rete. Un magazine che, come e anzi più dei colleghi cartacei (non avendo un costo in edicola), aveva bisogno di pubblicità per sopravvivere.

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Ecco dunque il primo spazio di advertising online - un'immagine sottile (468x60) e non proprio elegante (vedi sopra) -, una sorta di Carosello meno artistico ma certo non meno, storicamente, importante. Non è un caso che sia stata l'azienda telefonica americana AT&T a fare questo esordio, proponendo - per 60 mila dollari - ai naviganti di allora l'interrogativo assai profetico "Hai mai cliccato qui con il tuo mouse? Lo farai". Il risultato fu esaltante: il cosiddetto CTR del banner - il "Click through rate", cioè la percentuale di clic - arrivò addirittura al 30 per cento. Un miraggio per i pubblicitari online di oggi, che se tutto va bene devono accontentarsi del CTR medio dello 0,3%.

Denunciò i treni 'spezzati' Annullato il licenziamento

Quotidianonet


Reintegrato dal tribunale Dante De Angelis, il macchinista e sindacalista che aveva riferito dell'insicurezza dei treni ad alta velocità. L'uomo era stato licenziato lo scorso ferragosto

Roma, 26 ottobre 2009 - Il Giudice del Tribunale di Roma, Dario Conte, ha annullato il licenziamento dell’RLS (Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza) OrSA, Dante De Angelis, macchinista delle ferrovie eletto nell’impianto di Roma. Lo rende noto un comunicato dello stesso sindacato OrSA, ricordando che "De Angelis era stato licenziato a Ferragosto dello scorso anno perchè responsabile, secondo FS, di aver denunciato l’insicurezza dei treni Eurostar a seguito dello spezzamento di un ETR 500".


"Quella del tribunale di Roma - prosegue la nota sindacale - è la risposta che ci attendevamo. L’unica che meritava la dirigenza del gruppo FS che, anzichè valorizzare le capacità e l’attenzione dei propri RLS, afferma la propria infallibilità licenziando lavoratori che hanno l’unico torto di essere attenti alla sicurezza dei viaggiatori e dei lavoratori".

A parere dell’Orsa, inoltre, "non si può essere licenziati quando si denuncia insicurezza, ancor meno quando le denunce sono fondate. Ed è questa la condizione di De Angelis, basti pensare che le sue denunce sono riproposte nel rapporto annuale 2008 dell’Agenzia Nazionale per la Sicurezza Ferroviaria (ANSF) in cui si menziona puntualmente la necessità di una maggiore attenzione sia per gli inconvenienti agli Eurostar ETR serie 400 (460, 480, 485, ecc) che per gli spezzamenti degli ETR 500: esattamente le segnalazioni per le quali Dante De Angelis è stato licenziato".

Fonte AGI

Nozze donna nata uomo, prete sollevato da incarico Betori: "Serve riflessione"

di Redazione



Firenze - L’arcivescovo di Firenze monsignor Giuseppe Betori ha "sollevato don Santoro dalla cura pastorale della comunità delle Piagge" e gli ha chiesto di "vivere un periodo di riflessione e di preghiera". Il sacerdote, durante la Santa Messa celebrata ieri alla presenza della comunità, aveva, infatti, celebrato le nozze di Sandra Alvino 64 anni, nata uomo e ora donna, e Fortunato Talotta, 58 anni, nonostante lo stesso Betori, in una lettera indirizzata ad Alvino il primo ottobre scorso, avesse ribadito il precetto, ossia l’ingiunzione a non celebrare il matrimonio, già disposta due anni fa dal suo predecessore, il cardinale Ennio Antonelli. 

La decisione della diocesi Secondo la diocesi, ieri mattina si è compiuta "la simulazione di un sacramento, ponendo un atto privo di ogni valore ed efficacia, in quanto mancante degli elementi costitutivi del matrimonio religioso che si voleva celebrare". "Tale simulazione è stata posta in atto da don Alessandro Santoro in contrasto con le disposizioni più volte dategli dai superiori", ah spiegato Betori puntualizzando che "l’atto assume particolare gravità in quanto genera inganno nei riguardi delle due persone coinvolte, che hanno potuto ritenere di aver celebrato un sacramento laddove ciò era impossibile, nonchè sconcerto e confusione nella comunità cristiana e nell’opinione pubblica, indotta a pensare che per la Chiesa siano mutate le condizioni essenziali per contrarre matrimonio canonico". 

Il ministero del pastore Secondo Betori, "gesti come quello posto da don Alessandro Santoro contraddicono il ministero di pastore di una comunità, per la quale il sacerdote deve rappresentare la voce autentica dell’insegnamento dottrinale e della prassi sacramentale della Chiesa cattolica". "All’arcivescovo di Firenze - ha, infine, concluso la nota - non resta pertanto che riconoscere con dolore e preoccupazione questo dato di fatto e, come preannunciato allo stesso don Santoro, sollevarlo a partire da questo momento dalla cura pastorale della comunità delle Piagge che gli era stata formalmente affidata come cappellania il 14 settembre 2006, ma presso la quale egli ha svolto azione pastorale fin dal 1994".

Condanna per Gentilini: niente comizi per 3 anni

di Redazione



Venezia - Era lo sceriffo di Treviso. Non potra più parlare a comizi politici. Giancarlo Gentilini, prosindaco di Treviso, leghista della prima ora, è stato condannato dal tribunale di Venezia per aver usato parole troppo forti contro gli immigrati e contro la possibilità di aprire moschee in Italia. Gentilini aveva detto la sua dal palco del raduno della Lega di Venezia nel 2008. Parole forti, come è nel costume dello sceriffo, già noto alle cronache per le sue esternazioni colorite. Ne era seguita una denuncia con l’accusa di istigazione al razzismo. Il tribunale di Venezia, in rito abbreviato, ha accolto la tesi dell’accusa condannando Gentilini a 4mila euro di multa e sospensione per tre anni dai pubblici comizi. 

Le richieste L’accusatore era il procuratore Vittorio Borraccetti che aveva chiesto 6mila euro di multa pari a un anno e 5 mesi di reclusione. Il difensore di Gentilini, avvocato Luca Ravagnan, ha già annunciato ricorso in appello sostenendo che "Non c’era alcuna maliziosità contro le razze, ma il sostegno ad idee ben note nel mio assistito finalizzate all’integrazione tra etnie diverse". Gentilini sostiene di essere sempre pronto ad esporsi in prima persona "mentre c’è sempre qualcuno pronto a spararmi alle spalle". Il prosindaco di Treviso quest’anno ha partecipato, acclamatissimo, al raduno veneziano di settembre, ma non ha parlato dal palco.

Marrazzo: spiato già nel 2005

Il Secolo XIX

Spiato, pedinato, controllato. La sua “debolezza” ha messo Piero Marrazzo nel mirino dei ricattatori il 2 luglio scorso, il giorno del blitz dei carabinieri nell’appartamento di via Gradoli. Ma è dal 2005 che il presidente del Lazio rischia di finire nei guai. Dal periodo precedente alla sua affermazione elettorale nella sfida con Francesco Storace. L’inchiesta si chiamava Laziogate e aveva scoperto un primo tentativo di screditare Marrazzo sorprendendolo «con un viado».

E tutto gira intorno al quartiere Trionfale, dove opera la compagnia di carabinieri nella quale erano impegnati i quattro militari arrestati. Nel quartiere abitava, o almeno riceveva i clienti, il transessuale che quattro anni fa era stato indicato agli investigatori privati come una delle più assidue frequentazioni di Marrazzo. E nel quartiere si trovava anche l’abitazione di Pierpaolo Pasqua, il detective finito sotto inchiesta. Ora Pasqua spiega: «Ovviamente, non c’entro assolutamente nulla con quel che è successo negli ultimi giorni. Però dimostra un fatto: non volevamo “incastrare” Marrazzo a bella posta, ma avevamo solo raccolto voci confidenziali che non abbiamo neppure voluto utilizzare». Non si voleva, ribadisce Pasqua, mandare un transessuale a bella posta, per costruire uno scandalo a luci rosse che avrebbe costretto lo sfidante di Storace a capitolare.

L’ipotesi? «I carabinieri hanno indagato a lungo su di me. Se qualcuno, seguendomi, è arrivato alla mia stessa scoperta e ha pensato di poterla utilizzare per il proprio tornaconto non lo posso sapere con certezza. Dico che può essere un’ipotesi». Il trans a cui Pasqua era arrivato nel 2005 si faceva chiamare Veronica. Da un informatore era arrivato un numero di telefono. Ci fu anche il tentativo di un contatto, come un cliente qualsiasi. Poi l’iniziativa abortì. Perché? «Non ci interessava entrare fino a questo punto nel privato di Marrazzo», afferma Pasqua, ancora sotto processo per il Laziogate.

Chi ha incastrato Marrazzo? - Rileggi tutto
Video offerto a Mondadori, Berlusconi avvertì Marrazzo

Ralph l'italiano, il primo dirottatore che diventò il papà di Rambo

di Massimo M. Veronese


Aveva appena vent'anni e una vita fin troppo lunga alle spalle. In Vietnam aveva sparato e ucciso, era sopravvissuto ai cecchini del Mekong, alle prostitute kamikaze, quattro decorazioni aveva portato via da quella trincea, quelle che spettano ai duri, ma nessuna certezza sul futuro che verrà. Ralph è un marine, lance corporal cioè soldato scelto, quinta divisione di stanza a Pendleton, in California. Di cognome fa Minichiello perchè i suoi genitori vengono da Melito Irpino e adesso abitano a Seattle, aveva quattordici anni quando attraversò l'oceano, diventò taciturno perchè parlava solo dialetto e l'inglese gli entrava in testa strano e incomprensibile: «A scuola mi iscrissero alla terza media senza conoscere una parola d'inglese e là nessuno parlava italiano. Sono cresciuto con la convinzione che se volevo essere rispettato, dovevo combattere». A scuola non andava bene, ma come meccanico era un portento. Aveva diciassette anni, si arruolò volontario nell'esercito, con il permesso dei genitori, imparò presto a montare e smontare come nessuno fucili da guerra e mitragliette. Ma non tutto fila come deve: «Quando arrivai in Vietnam, pensavo di dover combattere solo i nemici esterni ed invece mi accorsi che per la maggior parte del tempo dovevo lottare con quelli che consideravo miei amici». Parte del denaro che aveva depositato prima di partire era sparito, la richiesta di trasferimento in Italia respinta, i rapporti con i commilitoni e superiori difficili. Ralph era tornato a casa come Rambo e come Rambo era stato messo all'angolo. Una volta lo trovarono ubriaco in infermeria, un'altra mise a soqquadro lo spaccio della base e se ne andò via con duecento dollari di viveri. Il 29 ottobre lo aspettava la corte marziale, il capolinea delle sue speranze: «Così pagai un collega per sostituirmi e andai a Sacramento a comprarmi un fucile». Disertò il giorno stesso.
E il 28 ottobre 1969, quarant'anni fa giusti, a Los Angeles, salì a bordo di un Boeing 707 della Twa diretto a San Francisco, ottanta passeggeri a bordo, con un mitra a canna corta e 350 pallottole nascoste nella borsa. Dopo un quarto d'ora chiese da bere, puntò il fucile sul naso della hostess Charlene Del Monico e si fece accompagnare dal comandante: «Adesso si va a New York. Sennò sparo». Raffaele Minichiello detto Ralph diventò così il primo dirottatore della storia, praticamente il papà dell'undici settembre, l'uomo che ispirò a Stallone il primo Rambo.
L'aereo fece rifornimento a Denver: «Lì rilasciai tutti i passeggeri, con me restarono solo cinque membri dell'equipaggio». A New York sostituì i due piloti con due specialisti di voli intercontinentali. Ha sempre i nervi saldi, è padrone di se stesso, sia quando i cecchini di Denver piazzati sui tetti dell'aeroporto cercano di stanarlo, sia quando a New York le teste di cuoio cercano di salire a bordo. Spara un solo colpo che deviato da un estintore si infila sul soffitto della cabina. E tutti si calmano. Anche perchè lui ha già un altro piano: Roma. «Ma a quelli laggiù - ordina al comandante - devi dire che andiamo al Cairo...».
A Roma arriva sabato 29 novembre. «Cosa farai una volta là?» gli chiede l'hostess Tracey Coleman. «Ci morirò...». Lo aspetta una Giulietta parcheggiata sulla pista: «Lì presi in ostaggio l'ufficiale capo della sicurezza e con lui lasciai l'aereoporto». Vuole andare a Napoli. Dove vive la ragazza che ama da quando era bambino, Rosalia che ha 19 anni anni e vive ancora a Grottaminarda. Non sa che Rosalia è sposata da due anni e ha pure un bambino. Ma alla cinque del mattino dopo un'imponente caccia all'uomo, 18 mila chilometri, quattro scali, in aperta campagna finisce l'avventura di Raffaele Minichiello. «Fuggii a piedi cercando dopo molte ore di rifugiarmi in una chiesa al Divino Amore, ma il prete, che mi aveva riconosciuto, chiamò la polizia e mi fece arrestare».

«N'aggio fatto niente» disse solo davanti alle tv di tutto il mondo. Fu condannato a sette anni di prigione per aver introdotto e detenuto armi e munizioni da guerra. Il giudice era Squillante. Gli Usa chiesero l'estradizione ma l'Italia non la concesse, anche perchè per quel reato c'è ancora oggi la pena di morte. La buona condotta lo liberò dopo diciotto mesi. Ma il destino non aveva ancora regolato i suoi conti con Ralph: «Uscendo dalla prigione incontrai una donna che si chiamava Cinzia...»
Cinzia diventa il suo mondo. Hanno un bambino, stava per arrivarne un altro «ma al momento del parto, Cinzia fu lasciata sola in sala travaglio dove morì a causa di un embolo: non c'era nessuno per tentare di salvare lei e la creatura che aveva in grembo». Per Ralph è un altro mondo che finisce: «Ero impazzito dal dolore e dalla rabbia verso i medici: il mio odio nei loro confronti divenne incontrollabile». Come in Vietnam, come sul Boeing. Tornò quello che era: «Avevo deciso di piazzare una bomba durante un convegno a Fiuggi e uccidere quanti più medici possibile». Lavora a un stazione di servizio, il piano è quasi pronto. Ma un ragazzo devia quello che sembra un destino già scritto: «Fu proprio in quei giorni che Tony, un giovane che lavorava vicino alla mia pompa di benzina, sentì nel cuore di venirmi a parlarmi e confortarmi». Gli regala il Nuovo Testamento dei Gedeoni, leggerlo per Ralph è una folgorazione: «Il Signore si fece strada nel mio cuore: mi strappò la rabbia e l'odio e lo sostituì con l'amore».
Ha fatto tanti mestieri il vecchio Ralph, aperto un ristorante, «Hijaking», «Il dirottatore», con i soldi delle esclusive vendute ai rotocalchi del mondo intero, lavorato in una gelateria vicino a Piazza del popolo e in America adesso può tornare quando vuole: «Mi sono sposato di nuovo con una meravigliosa credente» e messo al mondo altri due figli che ora hanno 18 e 13 anni. Non sanno niente del marine che dirottò l'aereo, «devo salvaguardarli - dice - difenderli dal mio passato e dalle domande dei compagni di scuola». Non parla mai della sua storia, una volta Vespa lo invitò ma disse no. É stato presidente del Campo di Roma dei Gedeoni «E ringrazio Dio della pazienza che ha avuto con me», ma chissà se nella sua anima c'è la pace o la guerra. Ora vive a Napoli, dove un giorno di ottobre voleva andare con una Giulietta parcheggiata sulla pista di Fiumicino per cercare Rosalia. Ha sessant'anni, e una vita fin troppo lunga alle spalle. Ma vera come lui.

Marrazzo, certificato medico per l'impedimento

di Redazione

Roma - Impedimento per motivi di salute. Il governatore del Lazio Piero Marrazzo è stato visitato stamani al Policlinico Gemelli di Roma. I medici avrebbero accertato uno stato di stress psicofisico. Negli uffici della Regione dovrebbe pervenire il certificato medico che permetterà l’istituto dell’impedimento temporaneo con il trasferimento dei poteri al vice Esterino Montino. Proprio oggi alle 15 si svolgerà la prima riunione di giunta dopo lo scandalo che ha coinvolto il governatore. Marrazzo avrebbe rimesso al ministero del Welfare le deleghe che gli spettavano in qualità di commissario della Sanità nel Lazio. Una volta accettate le dimissioni, il ministero dovrà nominare il nuovo commissario che, presumibilmente, sarà l’attuale subcommissario Mario Morlacco.

Il Pdl: "No ai sotterfugi" "La sinistra continua a far finta di non capire". Lo dichiarano in una nota congiunta Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello, capogruppo e vicecapogruppo vicario del Pdl al Senato. "I gruppi parlamentari del Popolo della Libertà - proseguono - non hanno chiesto le dimissioni del presidente della giunta regionale del Lazio. Abbiamo sempre sostenuto che egli, se ritiene che ne sussistano le condizioni, può e deve andare avanti nel suo mandato. Se invece non ritiene che tali condizioni vi siano, deve dimettersi e consentire lo svolgimento delle elezioni il prima possibile. Non esistono terze vie, né si può ricorrere all’articolo 45 comma 2 dello Statuto della Regione Lazio, che in tal caso verrebbe attivato al solo scopo di rinviare la data delle elezioni, paventando impedimenti temporanei che qualcuno (un medico?) dovrebbe certificare anche in contrasto con l’evidenza dei fatti. Se si perseverasse su questa strada - affermano ancora Gasparri e Quagliariello - saremmo di fronte a un evidente abuso che non necessita di raffinati giuristi per essere ravvisato e denunciato come tale".

Di Pietro: "Si dimetta" "Marrazzo dovrebbe fare un ulteriore passo indietro: dia le dimissioni al più presto per evitare che la sua auto-sospensione venga interpretata dai cittadini come l’ennesimo papocchio politico". A fare questa richiesta al governatore del Lazio è il leader dell’Idv Antonio Di Pietro. "I tempi perché le elezioni si svolgano insieme a quelle delle altre regioni ci sarebbero tutti - aggiunge il parlamentare - perché la legge consentirebbe ulteriori 45 giorni di tempo per andare alle urne, oltre quello normalmente previsto quando si è in presenza di dimissioni. Quindi non vedo quale sarebbe il problema. Ma senz’altro visto che ha fatto 30 faccia 31 - conclude Di Pietro - e si dimetta. Almeno si darebbe una conclusione chiara a questa vicenda".

Il gip: "Motivazioni secretate" Il gip del tribunale di Roma, Sante Spinaci, con un provvedimento ha vietato questa mattina la pubblicazione dell’ordinanza con la quale sabato ha convalidato il fermo in carcere dei quattro carabinieri della compagnia Trionfale accusati di aver ricattato il presidente del Lazio, sorpreso e filmato in un appartamento con un transessuale. Il provvedimento del gip è stato emesso in base all’art.114 del codice di procedura penale che vieta la pubblicazione anche parziale di atti coperti dal segreto fino al termine dell’udienza preliminare. Intanto, i difensori dei quattro carabinieri, gli avvocati Mario Griffo e Marina Lo Faro, si preparano a chiedere la scarcerazione dei loro assistiti presentando un ricorso al tribunale del Riesame. Questa mattina i crabinieri del Ros hanno incontrato il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, capo della procura distrettuale antimafia di Roma, per fare il punto sullo stato delle indagini.



Adesso Santoro intervisti Natalie

Il Tempo

Stefano Mannucci

Vignetta di Vauro su Il Manifesto su primarie Pd e caso Marrazzo Le figlie di Marrazzo. È l'unico validissimo motivo che impedisca a Santoro di dedicare una puntata di "Annozero" all'autosospeso governatore del Lazio. Perché davanti alla televisione - come purtroppo è già accaduto - potrebbero trovarsi una bambina di otto anni, due ragazze e anche una moglie provata da un sisma affettivo per il quale non sembra esservi riparo né cura. Ma Mikhail dovrà dirlo esplicitamente. Mezza Italia si aspetta che - qualunque sia il tema di giovedì prossimo - lui apra la serata spiegando che non si occuperà della sordida vicenda del politico del Pdl «per tutelarne i familiari».


Nessuno, a quel punto, avrà alcunché da obiettare. In caso contrario ci aspettiamo una lunga intervista-confessione (non importa se in collegamento o in studio) con la strabordante Natalie, ospitata ovviamente a titolo gratuito, dopo l'approvazione della direzione di rete, del Cda Rai, della Vigilanza, dell'Authority e perfino del cavallo morente di Viale Mazzini. Quale migliore occasione per un programma di attualità se non tentare di scoprire chi si nasconde dietro il presunto ricatto, affondando le mani in quel verminaio in cui, sussurrano, nuotano molti altri vip e politici, qualcuno forse di sinistra? Che succulenta opportunità, per i reporter d'assalto di Mikhail, di intuire se si tratta di un "complotto ordito dall'alto" o di uno squallido tentativo di estorsione.


E se il video hard non fosse di qualità sufficiente per la messa in onda, si potrebbe ricorrere all'espediente di attori che ne recitino almeno il testo, con corollario di sottotitoli. Vorremmo anche ascoltare un esaustivo editoriale di Travaglio - con contraddittorio, all'occorrenza - nel quale dietro le presunte mele marce dell'Arma si adombri pure la longa manus dei servizi segreti, senza necessariamente arrivare allo stalliere di Arcore o al lettone di Putin: e non insinui che i carabinieri si sono trovati davanti Marrazzo culo e camicia con la "fidanzata" mentre cercavano il covo delle Br. Purtroppo gli inviati di "Annozero" non potranno interpellare Tarantini sul giro di coca di Via Gradoli, ma sapranno trovare altri insider.


E ci piacerebbe capire insieme a Ruotolo se quegli assegni a quattro zeri (mica i mille euro del tariffario di Patrizia) provenivano da conti personali del governatore o se - Dio non volesse - avevano una qualche altra origine. Saremmo lieti di sentir ripetere da Luxuria che «il Pd deve ricandidare Marrazzo alla Regione per non farsi accusare di essere un partito bacchettone», o di farci spiegare da qualche similCrepet che «si trasgredisce in quel modo perché il potere logora e l'inconscio cospira per farti scoprire». Qualche ex portavoce di governo potrebbe indicarci la strada. Ameremmo ascoltare una vibrante prolusione di Mikhail su quelle «debolezze private» e sui cavilli dell'autosospensione, pur rischiando di vederlo virare all'improvviso su deprecabilissime cene con ragazze allegre in abito nero leggero: «quelle sì, che sono affari di Stato».


Metta le manone sul tavolo per godersi Vauro e le sue vignette: una, fulminante, è già apparsa ieri sul "manifesto". Si faccia satira, si disegni Marrazzo con l'apostrofo dopo la "M", si coinvolga la Guzzanti nel ruolo di una transgender e Vergassola canti "la storia di Piero". Santoro non si faccia soffiare il plastico della garconniere, chieda l'esclusiva con il protagonista, insegua lo share senza farsi troppi scrupoli. Altrimenti il trans passa di moda. Già stasera ce n'è uno al "Grande Fratello".










Meteorite si schianta a terra: ecco il cratere

La Stampa


Questa notte un meteorite si è schiantato al suolo. E' accaduto nella cittadina lettone di Mazsalaca, vicina al confine con l'Estonia e a 170 km da Riga. Il cratere causato dall'impatto misura 9 metri in larghezza e 3 in profondità. Uldis Nulle, uno scienziato del Centro di Geologia di Riga, ha detto che al suo arrivo il cratere emanava fumo.


Fotogallery

La sorella di Fidel: «Collaborai con la Cia»

Corriere della Sera


Ha 76 anni e dal 1963 ha lasciato Cuba. E oggi a L'Avana Sean Penn incontra il lider maximoLe rivelazioni di Juanita Castro in una biografia: aiutai i dissidenti che subivano la repressione dei miei fratelli



MILANO - La spia ce l'avevano in casa. Più o meno. Perché in realtà i rapporti con la sorella i fratelli Fidel e Raul Castro li aveva rotti agli inizi del 1960 per autoesiliarsi in Messico e a Miami, in disaccordo con la politica repressiva attuata in nome della rivoluzione. E proprio dopo il suo allontanamento dall'isola sarebbe stata contattata dagli agenti della Cia, con cui avrebbe poi effettivamente collaborato. A rivelarlo è lei stessa, Juanita Castro, nel libro di memorie - «Fidel y Raul, mis hermanos. La historia segreta» («Fidel e Raul, i miei fratelli. La storia segreta») -, un testo in spagnolo che sta per uscire dalle tipografie.

AIUTO AI PERSEGUITATI - La sorella «ribelle» ha fatto sapere che già negli anni precedenti la sua partenza da Cuba aveva boicottato le disposizioni dei suoi fratelli, adoperandosi per dare protezione e riparo a molte persone perseguitate dalla politica repressiva di Fidel e di Raul, al potere dopo la rivoluzione del 1959. La notizia choc potrebbe essere la prima una lunga serie. Per tutta la settimana, scrive oggi El Pais, Juanita Castro, che oggi ha 76 anni, sarà impegnata in una serie di intervista a tv e carta stampata per il lancio del libro e non sono da escludere altre, forse altrettanto clamorose, rivelazioni.

SEAN PENN INCONTRA FIDEL - Intanto dagli Usa arriva la notizia che l'attore Sean Penn, Oscar come miglior attore per il suo ruolo in «Milk», è partito per Cuba con la speranza di incontrare il lidèr maximo, Fidel, che a 83 anni e nonostante il declino seguito ai problemi di salute e il passaggio formale del potere al fratello Raul, continua ad essere considerato il vero punto di riferimento della politica cubana. Penn, secondo quanto anticipato da Tmz, è però volato a L'Avana in qualità di giornalista, con l'obiettivo di raccogliere un'intervista per conto di Vanity Fair, incentrata sui possibili nuovi rapporti tra Cuba e gli Stati Uniti, dopo l'insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca.

Misteri e dubbi sullo sfondo a luci rosse

Il Tempo

Versioni contrastanti dei protagonisti dello scandalo che ha coinvolto il presdidente della Regione Lazio. Truffatori all'assalto dei politici, ma ci sono troppe lacune.

Tutto è compiuto. Gli anticorpi hanno espulso i quattro militari infetti. Il politico di turno è stato immolato sull’altare mediatico e ha alimentato con il suo sangue la polemica di questi mesi fatta solo di scandali a luci rosse.


Troppe cose però non tornano. I quattro carabinieri, uomini più volte premiati per il loro impegno contro il crimine, si trasformano in squallidi ricattatori. Il presidente della Regione Lazio, paladino dei cittadini vittime degli abusi, diventa un pervertito vigliacco che cede all’ignobile ricatto ancor più grave perché fatto da uomini che vestono una divisa.

Tutto qui? Questi carabinieri, da quanto avevano abiurato al loro giuramento e quanti poveri cristi o illustri personaggi sono caduti nelle loro spire malefiche? Questo vorremmo sapere. Davanti ai magistrati i militari hanno parlato di complotto, di operazione ordita in «alto». Ma dove? Da chi? È vero che la location di tanto scandalo è facile ispiratrice di trame misteriose. Resta il fatto che Marrazzo quella strada la frequentava da tempo e mai nessuno ha sospettato nulla. In primis la sua scorta.

Ecco le scorte. Politici scortati e senza difesa. Personaggi squallidi e torbidi che tentato il colpaccio. Ricatti e ricattucoli al presidente del Consiglio. Al governatore di una Regione. Soldi o favori il fine. Ma lo scopo? Burattini o burattinai. Gli investigatori del Ros intercettano un collega. In quale meandro di indagine non è dato sapere. Ascoltano e capiscono. E subito l’Arma getta la rete e chiude il cerchio. Ma è veramente chiuso su quei quattro militari, tutti di una stessa compagnia territoriale? È saltata tutta la linea di comando e controllo in quella caserma. Ma i carabinieri hanno colpito duro e forse si apprestano a colpire ancora.

Le indagini non si fermano. Trans e carabinieri. Politici e trans. In un quartiere di Roma nord che è da anni sinonimo di prostituzione. Lo scandalo scoppia solo con il nome di Marrazzo. E se quel nome nessuno lo avesse pronunciato al telefono sotto controllo? Forse una leggerezza del carabiniere cacciatore di pusher diventato preda, ha scoperchiato il vaso. Il dubbio è che quel vaso sia stato appena svuotato. Molti, di quelli che vestono la divisa e non hanno abiurato, si chiedono di andare avanti. Fino in fondo. Per tornare a rivedere la luce.
 

Maurizio Piccirilli

Al setaccio i tabulati telefonici della Regione Lazio

Il Tempo

Gli inquirenti stanno anche verficando se l'uso dell'auto blu sia stato improprio. Rischia di allargarsi a macchia d'olio il numero di personaggi noti e meno noti che potrebbero essere rimasti vittime di estorsioni.

Rischia di allargarsi a macchia d'olio il numero di personaggi noti e meno noti che potrebbero essere rimasti vittime di estorsioni o ricatti da parte di transessuali o, addirittura, come ipotizzano i magistrati romani, anche di forze dell'ordine.

Sono gli stessi trans che vivono e lavorano sulla Cassia, soprattutto in via Gradoli, in via Due Ponti e a largo Sperlonga, a raccontare il via vai di volti famosi e meno famosi che entrano ed escono dai mini appartamenti dove si consumano incontri a «luci rosse». In queste strade i trans, in alcuni casi, si affacciano alle finestre o si mettono davanti ai portoni per bloccare potenziali clienti. Insomma, fanno come le lucciole in vetrina. «Arrivano in macchina, anche di grossa cilindrata e con vetri oscurati - dicono i trans - altri invece con lo scooter o con la moto. Questi si lasciano il casco in testa fino a quando non sono dentro l'abitazione, per evitare di essere riconosciuti. Ma tra di noi, a volte, parliamo e ci diciamo chi è entrato in casa nostra e quali sono le loro "preferenze sessuali"».

Per verificare se ci siano stati o meno altri clienti ricattati, i carabinieri dei Ros stanno setacciando i tabulati telefonici dei trans fino ad oggi ascoltati e identificati. Sotto esame anche alcune telefonate che sarebbero arrivate alla Regione Lazio. Potrebbero essere avviati anche accertamenti patrimoniali, necessari per capire se il presidente della Regione Marrazzo abbia mai versato dei soldi in contanti ai 4 militari, oltre ai tre assegni che quella mattina ha firmato - come lui stesso ha ammesso davanti ai magistrati - per paura di essere ricattato. Al centro dell'inchiesta c'è anche quel frammento di filmato nel quale si vede un'auto blu davanti alla casa in via Gradoli. Vettura che per i trans interrogati era del presidente della Regione.

Gli inquirenti dovranno infatti stabilire se l'uso sia stato o meno improprio. E ancora. Le indagini potrebbero estendersi anche ai soldi percepiti dai trans. Altre verifiche riguarderanno invece le telefonate arrivate a un numero fisso della Regione Lazio. Gli investigastori hanno infatti intenzione di capire se, oltre ad alcuni trans, anche i carabinieri finiti in manette abbiano mai cercato di contattare il governatore direttamente all'utenza del suo ufficio. Una volta accertato se in casa c'era cocaina, come si vede nel video «incriminato», dovrebbero partire accertamenti anche su chi e come avrebbe introdotto droga nell'abitazione.

Augusto Parboni

Ai seggi si scopre che c'è un'armata dei nonni-elettori

Corriere della Sera

Un viaggio in motorino tra il volgo disperso del centrosinistra


Tutto un partito davanti. Forse. Come nel finale di un film di Paolo Virzì. Così sono state le primarie, in giro per Roma. Qualche ragazzo precario e molte gentili persone anziane. Tra gli elettori, più centro che periferia, più borghesi che gente a basso reddito, più studenti che commesse, più vecchi che giovani, più donne che uomini. Un viaggio in motorino tra il volgo disperso del centrosinistra si può raccontare, volendo, così. 8.15, piazza Cola di Rienzo. Rione Prati, borghesia di destra con innesti farabutti. Quattro ragazzi sotto la tenda offrono minicornetti ai primi votanti. Due signore mattiniere si baciano e confrontano il voto: «Franceschini». «Ah, io Marino». «Oddio, Marino. E' come quelli che una volta votavano Potere Operaio». Addirittura. 8.40, piazza Melozzo da Forlì. Quartiere Flaminio, case del Ventennio abitate da anziani e ambite dai loro nipoti. I nipoti dovranno aspettare. Gli anziani del Flaminio sono battaglieri. Una nonna assertiva insiste per votare senza certificato elettorale, insistendo «sono in zona». Una coetanea si azzuffa verbalmente con lei e grida «No! Dobbiamo essere un partito serio!». Qualcuno si affaccia. 9.20, Ponte Milvio. La sezione dove era iscritto Enrico Berlinguer. Fuori un cartello a pennarello informa «domenica 25 non sarà possibile la visione della partita». Dentro c'è fila. «Sono tranquilla, vince Bersani», sorride la sua rappresentante di lista, Marika Vaida. Ma qui non aveva vinto Marino, tra gli iscritti? «Evabbe', siamo pieni di medici». Indubbio. 9.50 via Ferrero da Cambiano, Vigna Clara. I personaggi dei Vanzina abitano qui. Ma anche qui c'è fila. E molte lamentele di chi ha sbagliato gazebo. Un'elettrice che se la prende col quartiere «fascista, razzista, casinista, cafonista». Intanto si mette in coda una ventenne, accolta con entusiasmo.

10.10, piazza Monteleone, zona Fleming. Al gazebo lavora Paola Gaiotti de Biase, classe 1927, più volte parlamentare, tonicissima anche lei. Analizza il caso Marrazzo senza imbarazzo: «Influirà in un senso e nell'altro. Nei circoli sono arrabbiati con lui; molti elettori non verranno per questo. Altri invece, arrabbiati anche loro, decideranno che è il momento di muoversi». Vinceranno i primi, di misura. 10.40, piazza Euclide, Parioli. Età media altissima, ingentilita da mamme con figlie adolescenti scese dalle Smart. Nella celebre piazza nera, la fila aumenterà dopo la messa. A fine giornata, si aspetterà un'ora per votare. 11.30 Viale delle Province. Fila meno abbiente e più giovane. Tranne un'altra ottantenne curata, con bastone, ombretto azzurro e scoppola viola: «Sono una di sinistra buona, non "litigosa". Ho paura anche di quelli della destra buona, io il fascismo me lo ricordo». 12.00, via Sant'Agata dei Goti, rione Monti. Mostruosa fila in modalità "tutti da Fulvia sabato sera".

Aspetta di votare Valentino Parlato, tra gli scrutatori c'è la sorella di Giovanna Melandri, in mezzo c'è la pragmatica Bianca, ricercatrice: «Voto Bersani ma se fosse stato primo Franceschini avrei votato lui. Serve un'opposizione unita e basta». 12.45, via dei Giubbonari, Campo dè Fiori. Fotografi appostati per i Vips. Però il più vip è un ignoto milanese che sgrida gli scrutatori perché ha sbagliato seggio (lui); lo accompagna un figlio vestito da cavallerizzo, con stivali e felpa «St. George Pony Club». 14.00, via Galilei, piazza Vittorio, cuore multietnico di Roma. Su 900 elettori hanno votato «due argentini col passaporto e due filippini col permesso di soggiorno», e si spera nel pomeriggio. 15.00, via Tiburtina 521. E' zona popolare, e c'è meno fila. Di fronte al Tiburtina Shopping Center Roberto e Mirko, studenti fuorisede, elogiano la «scelta sobria» di Marrazzo, ma gli viene da ridere. 16.30, circolo Prenestino-Pigneto, accanto all'albergo cinese Jia Huan. Anche qui pochi stranieri e pochi sedicenni. Il presidente Giorgio Endrizzi, ex Pci-Pds-Ds, si definisce «criticamente Pd». Molti alzano gli occhi al cielo e condividono. 17.20, piazza Talenti. Roberta Leoncini, laureanda piddina, smista il traffico nella tendina bianca accanto al megabar multipiano Lo Zio d'America. Sembra una metafora dell'opposizione ai tempi di Berlusconi. Poi si vedrà, ovviamente.

Maria Laura Rodotà



Marrazzo avvertito da Berlusconi: a Milano hanno un video contro di te

Corriere della Sera

Venne offerto alla Mondadori. Il governatore cercò di acquistarlo da un’agenzia

ROMA — Tre giorni prima dell’arresto dei carabinieri del­la Compagnia Trionfale, Silvio Berlusconi ha avvisato Piero Marrazzo che alla Mondadori era stato offerto il video che lo ritraeva in compagnia di un transessuale. E il governatore del Lazio ha contattato l’agen­zia fotografica Photo Masi per cercare di recuperare quel fil­mato. È l’ultimo, clamoroso, retro­scena che emerge dall’indagi­ne sul ricatto al presidente della Regione. Rivela infatti come lo stesso Marrazzo — proprio come era avvenuto a luglio quando fu sorpreso nel­l’appartamento romano di via Gradoli — abbia deciso di non presentare alcuna denun­cia, cercando invece di chiude­re personalmente la partita. Comincia tutto la scorsa setti­mana quando l’agenzia Photo Masi di Milano contatta il set­timanale Chi e offre il video.

LA CHIAMATA DA ARCORE - Racconta il direttore Alfonso Signorini: «Me l’ha offerto la ti­tolare Carmen Masi e io l’ho preso in visione. Mi disse che il prezzo era di 200.000 euro trat­tabili. Ho spiegato subito che non mi interessava, però — co­me spesso avviene per vicende così delicate — ho detto che ne avrei parlato con i vertici del­l’azienda. Ho subito informato la presidente Marina Berlusco­ni e l’amministratore delegato Maurizio Costa, con i quali ab­biamo concordato di rifiutare la proposta». È a questo punto che, presumibilmente, la stes­sa Marina Berlusconi avvisa il padre di quanto sta accadendo. Lunedì scorso il presidente del Consiglio visiona le imma­gini. Poi chiama Marrazzo. Lo confermano ambienti vicini al capo del governo e lo stesso Marrazzo — quando ormai la vicenda è diventata pubblica — lo racconta ad alcuni amici, anche se non specifica a tutti chi sia l’interlocutore che lo ha messo in guardia. Durante la telefonata Berlu­sconi lo informa che il video è nella mani della Mondadori, gli assicura che la sua azienda non è interessata all’acquisto e gli fornisce i contatti della Pho­to Masi in modo da cercare un accordo direttamente con loro. L’obiettivo del capo del gover­no appare chiaro: smarcare il suo gruppo editoriale da even­tuali accuse di aver gestito il fil­mato a fini politici, ma anche mostrare all’opposizione la sua volontà di non sfruttare uno scandalo sessuale. Una mossa che arriva al termine di trattati­ve con altri quotidiani a lui vici­ni che avevano comunque rite­nuto il filmato «non pubblicabi­le », come ha sottolineato il di­rettore di Libero , Maurizio Bel­pietro, quando ha raccontato di averlo visionato.

L'INTERMEDIARIO - In ogni caso il governatore capisce che si è aperta una via d’uscita, probabilmente è con­vinto di potersi così sottrarre al ricatto dei carabinieri. Telefo­na alla titolare della società e prende un appuntamento per il mercoledì successivo. L’ac­cordo prevede che sia un suo intermediario ad andare a Mila­no. È il «metodo Corona», con la vittima che tenta di far spari­re dal mercato materiale com­promettente. Carmen Masi avverte Max Scarfone, il fotografo che ha avuto il video dai militari del Trionfale e ha incaricato lei di occuparsi della vendita. Gli pre­nota via Internet un biglietto ferroviario per farlo andare nel capoluogo lombardo e assiste­re all’incontro. Gli investigatori del Ros capi­scono che devono intervenire perché la trattativa è nella fase finale, dunque il filmato ri­schia di essere distrutto con l’eliminazione della prova del­l’estorsione. Alle 23 di martedì scorso bloccano Scarfone alla stazione e lo portano in caser­ma per l’interrogatorio. Il foto­grafo conferma quanto già emerge dalle intercettazioni te­lefoniche. All’alba viene perqui­sita la Photo Masi e sequestrata una copia del video. Alle 18 la stessa squadra del Ros entra nella redazione di Chi per prendere la seconda co­pia. L’appuntamento con il governatore viene immediata­mente annullato.

LO STUPORE DEI PM - Il giorno dopo Marrazzo è convocato in Procura. «Crede­vo che i magistrati dovessero parlarmi di qualche indagine le­gata agli appalti», racconterà poi ai collaboratori. E i pubbli­ci ministeri gli comunicano di aver scoperto il ricatto dei cara­binieri, lo interrogano come parte lesa. Lui racconta l’irruzione, spie­ga di aver consegnato gli asse­gni, ammette anche che nella casa del transessuale c’era coca­ina. Ma nulla dice di quanto lui ha tentato di fare per cercare di bloccare la pubblicazione del video. Di fronte ai magistrati si mostra anzi stupito che ci sia per le conseguenze. A questo punto c’è una sorta di «patto tra gentiluomini» come lo definiscono negli ambienti giudiziari. Si decide che, quan­do la notizia sarà pubblica con l’arresto dei 4 carabinieri, lui dovrà dire che si tratta di una «vicenda privata» e nessun al­tro fornirà dettagli. E invece, di fronte al clamore, Marrazzo rea­gisce in maniera diversa. Parla di una «bufala», addirittura ipotizza che quel filmato sia «un falso» lasciando così inten­dere che all’interno dell’Arma sia stato ordito un complotto ai suoi danni. Una linea di dife­sa incomprensibile, visto che lui stesso ha appena ammesso tutto davanti ai magistrati, che alla fine lo costringe alla resa. E adesso i magistrati stanno veri­ficando se quanto è stato sco­perto finora — uso dell’auto di servizio, droga nell’apparta­mento del trans — possa far cambiare la sua posizione giu­diziaria. Fiorenza Sarzanini

Sconto di pena un algerino omicida: vulnerabile geneticamente, "straniamento" da integrazione

di Redazione

Trieste - Condannato con rito abbreviato a nove anni e due mesi di reclusione dal giudice per l'udienza preliminare del Tribunale di Udine il 10 giugno 2008, per omicidio volontario, con interdizione perpetua dai pubblici uffici, si è visto scontare la pena di un anno in secondo grado dalla Corte d'Assise d'appello di Trieste perché ritenuto "vulnerabile geneticamente". E' quanto accaduto - per la prima volta in Italia - al cittadino algerino Abdelmalek Bayout, accusato di aver ucciso a coltellate nel 2007, a Udine, durante una rissa, il colombiano Walter Felipe Novoa Perez, di 32 anni.

Attraverso un'indagine cromosomica innovativa, Bayout è stato trovato in possesso di alcuni geni, che lo renderebbero più incline a manifestare aggressività se provocato o espulso socialmente. Tale "vulnerabilità genetica" si sarebbe incrociata, nel momento immediatamente precedente all'omicidio, con "lo straniamento dovuto all'essersi trovato nella necessità di coniugare il rispetto della propria fede islamica integralista con il modello comportamentale occidentale", così da determinare nell'uomo "un importante deficit nella sua capacità di intendere e di volere".

La sentenza - ha osservato il giudice Amedeo Santosuosso, consigliere della Corte d'Appello di Milano - applica l'orientamento espresso nel 2002 nel documento britannico diventato da allora il punto di riferimento in merito alle connessioni fra caratteristiche genetiche, comportamento e responsabilità. Il documento, intitolato "Genetica e comportamento umano: il contesto etico", è stato elaborato dal Nuffield Council on Bioethics.

"Le conclusioni di quel documento, in generale condivise, rilevano - spiega Santosuosso - che dalle conoscenze genetiche attuali non emerge una sufficiente evidenza scientifica tale da escludere la responsabilità e assolvere persone con determinate caratteristiche; tuttavia possono verificarsi casi in cui parziali evidenze scientifiche possono essere utilizzate per calcolare la pena".

Il corpo senza vita di Novoa Perez era stato trovato il 10 marzo 2007 nei pressi del sottopasso ferroviario di via Cernaia, a Udine. La Polizia era risalita a Bayout indagando su una medicazione che l'uomo si era fatto fare al Pronto soccorso dell'Ospedale. Fermato, l'algerino aveva ammesso di aver accoltellato Novoa Perez, spiegando che lo aveva deriso perché aveva gli occhi truccati con il kajal, apparentemente per motivi religiosi, ed aveva condotto gli agenti nel luogo in cui aveva gettato l'arma, prima di chiudersi in un silenzio assoluto.