venerdì 30 ottobre 2009

Ai viados tolti anche i videogiochi" Le lacune di Piero al vaglio dei pm

Il Tempo


Anche una playstation. Pare che rapinassero di tutto i quattro carabinieri arrestati con l'accusa di aver ricattato l'ex presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, per il video-scandalo con un trans in un appartamento di via Gradoli, sulla Cassia. Stando alle indiscrezioni che vengono fuori dalla comunità di omosex brasiliani, concentrata nell'area nord di Roma, i «militari infedeli» erano i loro predoni: si sarebbero appropriati di soldi, computer e anche profumi. Stando alle testimonianze, alcune razzie risalirebbero a un anni fa. I carabinieri del Raggruppamento operativo speciale stanno cercando di ricostruire la presunta attività parallela del quartetto, in servizio alla Compagnia Trionfale.

Sospettando che non agissero da soli, ma avessero dei complici, forse anche sedicenti carabinieri. Finora hanno sentito una quindicina di viados, la maggior parte di loro sono clandestini, senza permesso di soggiorno. Condizione che li avrebbe resi vulnerabili, specie agli occhi dei quattro. Dicono: «Ci rapinavano perché siamo clandestini, privandoci di denaro e oggetti, anche delle playstation». Ma non di droga, almeno questa è l'impressione ricavata dal Ros nel corso di questi primi accertamenti. A passare lo stupefacente ai trans brasiliani sarebbe stata un'altra persona, Gian Guarino Cafasso, il pregiudicato morto a settembre per un arresto cardiaco mentre si trovava in un hotel sulla Salaria in compagnia di un brasiliano.

Anche sul suo conto il Ros sta facendo verifiche. Il curriculum di Cafasso è noto alle forze dell'ordine: spaccio di droga e anche sfruttamento della prostituzione. Un settore che il pregiudicato, detto Rino, non avrebbe abbandonato del tutto, rifornendo i transessuali di cocaina. E il business doveva rendere bene. Sono diverse le operazioni di carabinieri e polizia nelle quali i trans incappano come grandi consumatori di polvere. E non solo per loro. Spesso lo stupefacente serve anche per i clienti durante gli incontri. Gli interrogativi che pendono su Cafasso riguardano i suoi rapporti con i quattro carabinieri.

Lui era un loro informatore, segnalava traffici e persone nuove sul territorio. Nell'ordinanza di custodia cautelare, il giudice Spinaci lo spiega bene parlando dei carabinieri Carlo Tagliente, Luciano Simeone e del maresciallo Nicola Testini: «Nel corso di spontanee dichiarazioni - si legge - Tagliente, Simeone e Testini hanno affermato concordemente di avere ricevuto verso la fine del luglio del 2009 da un loro confidente e gravitante nel mondo dei transessuali, tale Gian Guarino Cafasso un filmato su cd nel quale era ripreso il presidente Marrazzo in compagnia di un transessuale in atteggiamenti ambigui e nel quale veniva ripresa anche della polvere bianca.

Il Cafasso aveva chiesto loro di aiutarlo a venderlo e dopo la morte del Cafasso avevano continuato con trattative condotte con l'aiuto del quarto carabiniere, Antonio Tamburrino, anche attraverso il suo amico fotoreporter Max Scarfone con i rappresentanti di una agenzia di Milano, con i quali era infine stato raggiunto l'accordo per 50 mila euro. Pochi giorni prima della perquisizione (il 20 ottobre scorso, ndr ) si erano accorti di probabile indagine nei loro confronti di colleghi appartenenti al Ros e avevano perciò deciso di distruggere i cd contenenti il filmato». La Procura di Roma vuole capire se filmare i vip coi trans e poi ricattarli era un sistema rodato, usato anche con altre vittime. E quindi s'indaga, per accertare se oltre a Marrazzo sotto ricatto c'erano altri personaggi famosi. Politici, attori, calciatori, nomi sussurrati dagli stessi trans dell'appartamento di via Gradoli.

Fabio DI Chio

Il sindaco oscura Facebook sui pc del Comune

Il Secolo XIX


Claudio Donzella

Un filtro introdotto nel sistema impedisce ai dipendenti di accedere al più famoso dei social network e ad altri siti ritenuti estranei al lavoro d’ufficio e fonte di distrazione per il personale. Avviato un monitoraggio della navigazione su Internet nei vari settori del Comune, poi toccherà alla verifica sul traffico telefonico

Facebook oscurato, come altri social network, sui computer degli uffici; avvìo dei controlli per settore della navigazione su Internet e, prossimamente, anche una verifica sul volume e la destinazione delle telefonate che partono dal Comune.

Il “sindaco della comunicazione” Maurizio Zoccarato ha deciso che a Palazzo Bellevue certe regole, che portano peraltro la firma del ministro della pubblica amministrazione e innovazione Renato Brunetta, vanno rispettate. Quindi, stop ai diversivi sul web che possono distogliere i dipendenti comunali dalle loro occupazioni istituzionali.

La prima “vittima”, già da un po’ di tempo, è stato il più famoso e gettonato social network, diventato un vero e proprio fenomeno sociale, il nuovo luogo di incontro tra le persone. Nel sistema informatico di Palazzo Bellevue è stato introdotto un filtro che impedisce (a meno che non si sia degli esperti informatici) l’accesso a Facebook, e ad altri siti analoghi. Una limitazione che si aggiunge a quelle già inserite per impedire di andare su siti pornografici o di giochi.

Zoccarato comunque non vuole dare troppa enfasi all’iniziativa: «Credo di aver fatto una cosa assolutamente normale per qualsiasi azienda o ente pubblico, dove è giusto limitare o impedire l’accesso a quei siti Internet che non sono funzionali e pertinenti al lavoro». Il sindaco assicura di aver agito per un principio di corretto e responsabile funzionamento degli uffici comunali, e a livello “preventivo”, applicando quindi le direttive del ministro Brunetta: e non per aver accertato particolari e ripetuti “abusi” di Facebook. Anche se qualcuno ancora ricorda la “ramanzina” fatta a un operaio, pochi giorni dopo l’insediamento come sindaco, sorpreso a giocare su Internet e a tralasciare gli impegni dell’ufficio.

«Richiamare al rispetto di certe regole non significa mica istituire un clima da “Gestapo”», ribadisce Zoccarato. L’amministrazione ha anche comunicato ai sindacati e al personale che sarà attivato il monitoraggio a campione della navigazione su Internet nei vari settore comunali, secondo le rigorose procedure fissate dalla legge. Se in una determinata area dovessero registrarsi delle anomalìe, cioé troppi accessi prolungati a siti non legati al lavoro, allora verrà informato il dirigente competente, affinché a sua volta segnali il problema al personale e lo richiami a un uso corretto dei computer dell’ufficio. Soltanto nel caso le “stranezze” dovessero proseguire, scatterebbero i controlli a campione sui dipendenti.

Il monitoraggio della navigazione su Internet è comunque già previsto, anche per i singoli dipendenti, ma soltanto a fini statistici: i risultati restano quindi nel server, non possono essere consultati da nessuno (anche perché resterebbe poi la traccia di chi è andato a vederli), e vengono cancellati dopo un certo tempo, a meno che non ci sia una richiesta dell’autorità giudiziaria per gravi motivi.

Una cosa che il sindaco dice invece di voler sicuramente fare è quella di una verifica sul volume e la destinazione del traffico telefonico da tutta una serie di utenze in dotazione al Comune. «Chiederemo l’intervento di una società esterna in grado di svolgere questo controllo», spiega Zoccarato. Che sull’uso dei telefoni ha già mostrato di voler intervenire quando ha di fatto abolito l’utilizzo dei cellulari di servizio da parte degli assessori. Quanto ai telefoni fissi presenti a Palazzo Bellevue e negli uffici distaccati, in effetti le bollette lascerebbero pensare che qualche “abuso” potrebbe anche esserci.

La sorella della vittima: mio fratello era solo un rapinatore, non boss di camorra

Corriere del Mezzogiorno


NAPOLI - Pasqualina si augura che il video diffuso dai magistrati sull'omicidio in diretta del fratello serva a prendere l'assassino. È la sorella di Mariano Bacioterracino, l'uomo trucidato a freddo nel maggio scorso nel quartiere Sanità a Napoli. Esecuzione ripresa dalla telecamere. Immagini che ieri hanno fatto il giro del mondo. «Quando è successa la sparatoria, mia nipote non era in casa, ha saputo che il papà era stato ammazzato da un video che le è arrivato sul telefonino. La bambina ovviamente è rimasta sconvolta, non credo che si riprenderà mai dallo choc» ha affermato Pasqualina in una intervista a «Il Mattino».

«PERCHÈ L'HANNO AMMAZZATO?» - «Ci auguriamo solo - aggiunge - che questa tortura serva a qualcosa, aiuti ad identificare il killer di mio fratello, noi non possiamo fare niente per assicurargli giustizia, noi siamo gente semplice, queste cose sono superiori alle nostre forze. Hanno fatto passare mio fratello per un grande boss, un affiliato. Ma non era cosi. Mio fratello era solo un rapinatore. Le mogli degli affiliati hanno uno stipendio quando il marito va in carcere, ma mia cognata non ha mai avuto una lira, ha mandato avanti la famiglia lavorando». «Lo ripeto - conclude - mio fratello aveva sbagliato, ma aveva già pagato per quello che aveva fatto. Era stato in carcere, aveva espiato la sua pena. I suoi conti con la giustizia erano chiusi. Non sappiamo perché è stato ucciso, ma una cosa è certa: non era un boss».

LA PROCURA: NESSUNA SEGNALAZIONE - Al momento però in Procura non è arrivata alcuna segnalazione. Ancora nessuno disposto a collaborare per identificare il killer. Ad affermarlo è il procuratore della Repubblica di Napoli, Giovandomenico Lepore, interpellato dall’Ansa. Il video, nonostante le immagini forti, è stato diffuso proprio per cercare di ottenere segnalazioni, anche anonime, sugli autori dell’omicidio dello scorso 11 maggio. «Purtroppo non è arrivata alcuna comunicazione - dice Lepore - ma noi continuiamo a sperare e ad appellarci a tutti affinchè, anche con una semplice telefonata, qualcuno ci dia qualche indicazione precisa».

Caso Cucchi, è polemica La Russa: «Militari corretti»

Corriere della Sera

Una foto di Stefano Cucchi

MILANO - «Carabinieri corretti». Il caso Cucchi, il 31enne morto in circostanze ancora da chiarire dopo l'arresto, scuote anche il mondo politico e il ministro della Difesa Ignazio La Russa interviene nel dibattito, spiegando di non avere «strumenti» per dire come sono andate le cose, ma dicendosi «certo» di una cosa: «il comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione». «Non c'è dubbio che qualunque reato abbia commesso questo ragazzo - spiega La Russa - ha diritto ad un trattamento assolutamente adeguato alla dignità umana. Quello che è successo non sono però in grado di dirlo perché si tratta di una competenza assolutamente estranea al ministero della Difesa, in quanto attiene da un lato ai carabinieri come forze di polizia, quindi al ministero dell'Interno, dall'altro al ministero della Giustizia. Quindi non ho strumenti per accertare, ma di una cosa sono certo: del comportamento assolutamente corretto da parte dei carabinieri in questa occasione». Alle parole di La Russa sembrano fare eco quelle di Leo Beneduci, segretario generale dell'Osapp, il secondo sindacato della polizia penitenziaria, secondo il quale, «secondo fonti attendibili, Stefano sarebbe arrivato a Regina Coeli direttamente dal tribunale già in quelle condizioni, e accompagnato da un certificato medico che ne autorizzava la detenzione, come di solito si fa in questi casi». L'Osapp protesta con Michele Santoro, per come è stato trattato il caso ad Annozero. «Quale rappresentanti di un'istituzione autorevole che qualcuno tenta di annientare strumentalizzando il "caso" - prosegue Beneduci - siamo disgustati da una vicenda grave che sta via via assumendo le fattezze di un fatto politico e che rischia di disonorarci: come per il caso Bianzino, il caso Aldovrandi. Le ombre ci uccidono, uccidono l'intera categoria alla quale ci esaltiamo di appartenere, ed è triste che fino adesso siamo stati l'unica organizzazione sindacale ad avere il coraggio di dire la propria con grande chiarezza ed onesta».

FAREFUTURO - «Verità» è la parola d'ordine usano da molti in queste ore. «Verità. Naturalmente verità. Verità e legalità per tutti, ma proprio tutti: in fondo è semplice» si legge in un corsivo di Ffwebmagazine, il periodico online della Fondazione Farefuturo presieduta da Gianfranco Fini, all'indomani della pubblicazione voluta dalla famiglia del giovane deceduto delle foto del cadavere. «Uno Stato democratico non può nascondersi dietro la reticenza degli apparati burocratici - continua il corsivo -. Perché verità e legalità devono essere "uguali per tutti", come la legge. Non è possibile che, in uno Stato di diritto, ci sia qualcuno per cui questa regola non valga: fosse anche un poliziotto, un carabiniere, un militare, un agente carcerario o chiunque voi vogliate. Non può esistere una "terra di mezzo" in cui si consente quello che non è consentito, in cui si difende l'indifendibile, in cui la responsabilità individuale va a farsi friggere in nome di un "codice" non scritto che sa tanto, troppo, di omertà tribale». «Nell'esprimere tutto il mio cordoglio alla famiglia del giovane Stefano Cucchi in questo momento di profondo lutto e di terribile dolore, auspico vivamente che da parte di tutti i soggetti coinvolti si impieghi il massimo sforzo nel fare chiarezza al più presto sull'intera vicenda» è l'auspiscio del ministro della Gioventù, Giorgia Meloni. «Presidente Napolitano, le foto diffuse ieri coraggiosamente dalla famiglia di Stefano Cucchi meritano verità e giustizia» è quanto chiedono in un appello inviato al capo dello Stato i giovani della Fgci, l'organizzazione giovanile del PdCI, e dei Giovani Comunisti del PRC. «Gli italiani, tutti, hanno bisogno di avere fiducia nelle forze dell'ordine e nel rispetto della legalità da parte di chi è chiamato a far sì che non venga mai violata» dice Marina Sereni, vicepresidente dei deputati Pd.



Cani in missione anti-pirateria

Corriere della Sera

Sanno fiutare il policarbonato: è la nuova frontiera della lotta contro il contrabbando di film e cd copiati

MILANO - Ruca è un cane poliziotto della Guardia Nazionale Portoghese con una missione speciale: combattere la pirateria di cd e dvd. Infatti non è stato addestrato per scoprire droga o esplosivo, ma policarbonato, e sostanze plastiche di cui sono composti i dischi. Insieme ad altri colleghi a quattro zampe, sparsi nel mondo (ne esistono in Malesia, in Messico e in America), hanno imparato a girare per mercati e vie sospette e a scovare pile di materiale contraffatto. È la nuova frontiera della lotta contro il contrabbando di film e cd copiati, che ha messo in ginocchio l’industria mondiale discografica e cinematografica (solo in Italia si calcola un giro d’affari di 2 miliardi e mezzo di euro).

Labrador addestrati contro la pirateria

ADDESTRATI IN EUROPA - I primi labrador a imparare questo nuovo mestiere, sniffare compact disc e dvd, sono stati due labrador, Lucky e Flo. Non sono stati reclutati dall’Fbi o dalla Cia, ma da Dan Glickman, presidente dell’Associazione dell’Industria cinematografica statunitense (la Mpaa). Erano due cani abbandonati in un canile del nord Irlanda e avevano due anni di età. Il loro allenatore, Michael Buchan, vicedirettore dell’intelligence della Mpaa, all’inizio non credeva in questo nuovo metodo e per primo è rimasto sorpreso dal risultato: «Ovviamente - spiega - gli animali non riescono a distinguere dischi originali da dischi falsi, ma laddove c’è il sospetto di contraffazione danno una grossa mano per scovare enormi quantità di materiale nascosto». La Mpaa ha patrocinato una tournée dei due cani in Usa e in Europa per sensibilizzare il mondo al problema della contraffazione di opere intellettuali.

Video

Ketty Areddia



Bud Spencer compie 80 anni "Snobbato, ma se fossi gay..."

di Massimo Bertarelli


Caro Bud Spencer, le pesano i suoi ottant’anni?
«Per niente. Non mi sono accorto di esserci arrivato».

Sono più gli anni o i chili?
«I chili, i chili. Anche se sono sceso da 150 a 125».

Col cinema però è fermo dal film di Olmi, «Cantando dietro i paraventi», che è di cinque anni fa...
«Macché fermo, ho appena finito di girare Uccidere è il mio mestiere, una produzione tedesca, dove impersono il maestro di un assassino, completamente cieco».

Una commedia più che un poliziesco, quindi, ma quando lo vedremo in Italia?
«Credo presto, ora stanno facendo il doppiaggio».

Senta, tornando a Olmi, critiche entusiaste e sale mezze vuote...
«È il destino dei film di Olmi, un autore talmente geniale che non ha bisogno del successo delle folle».

Al contrario di Bud Spencer...
«Non esageriamo, non mi ritengo un attore, ma un personaggio molto fortunato, diventato popolare. Attore mi sono sentito per la prima volta proprio con Olmi».

Ma la critica la snobba e premi ne ha presi pochi...
«Pochi in Italia, a parte un premio Charlot nel Salento. Invece all’estero ne ho raccolti molti, da Berlino alla Spagna. A Parigi un’autorevole giornalista del Figaro mi ha commosso con le sue parole».

Come spiega questa disattenzione italiana?
«Mah, forse perché non sono gay, né trans e ho la stessa moglie da cinquant’anni».

Dispiaciuto?
«Un po’ ferito sì, per fortuna non conosco il rancore. Mi rifaccio con i fan sparsi in tutto il mondo, Russia, Arabia Saudita, Australia e Germania, dove hanno inventato magliette con il mio faccione al posto di Che Guevara».

E in Italia?
«Ho ventitré fan club, primo della lista a Verona. Per iscriversi bisogna ripetere davanti al notaio le frasi celebri dei miei film. E quante lettere: 1.500 al mese, mica poche, anche se dimezzate rispetto a qualche anno fa».

Scrivono più a lei o al suo socio, Terence Hill?
«Non saprei. Di sicuro scrivono a me, non alla coppia».

Coppia mitica, che ha girato quanti film?
«Sedici, in quarantadue anni. Un lunghissimo tempo senza mai un litigio».

Tornerete insieme, magari con quel Don Chisciotte, di cui si era tanto parlato?
«Non credo. È una questione di decenza, certe cose non posso più farle. Sono rimasto colpito, non tanto tempo fa, da un bambino, che mi ha squadrato per strada e poi ha detto al padre: “Com’è vecchio”. Terence, che ha dieci anni meno di me, forse sì».

Adesso però ha deciso di fargli concorrenza in tv con una nuova serie gialla, I delitti del cuoco, in onda su Canale 5 in primavera...
«Ma io non sono un prete come Don Matteo, bensì un commissario di polizia in pensione, che ha aperto un ristorante e dà una mano alla polizia. Lo dico subito: niente a che vedere con Nero Wolf né con Maigret. Semmai c’è qualche somiglianza col mio Piedone».

Sarà dura eguagliare il boom di Don Matteo...
«E allora? Sono felice del successo di Terence, se farò ascolti più bassi pazienza».

Anche tra di voi vi chiamate Terence e Bud?
«Ma no, ci sentiamo e ci vediamo di continuo: ciao Mario, ciao Carlo».

A proposito, perché non ha fatto cinema con il suo vero nome, Carlo Pedersoli, tra l’altro già celebre per il nuoto?
«Semplice. Negli anni Sessanta e Settanta c’era la moda esterofila di camuffare l’identità di attori e registi. L’hanno fatto tutti, da Sergio Leone a Franco Nero a Giuliano Gemma».

E come ha scelto il suo?
«Altrettanto semplice. Spencer Tracy era il mio idolo e la Budweiser la mia birra preferita».

Lei però ha cominciato la carriera in piscina?
«Sì, sono stato per dieci anni campione italiano dei cento stile libero... ».

Il primo a scendere sotto il minuto...
«Vero. Nel 1950 con 59 secondi e un decimo. Ma giocavo anche a pallanuoto: centravanti della nazionale, il famoso Settebello, alle Olimpiadi di Helsinki del ’52 e di Melbourne nel ’56. Che beffa: gli azzurri vinsero, senza di me, nel ’48 a Londra e nel ’60 a Roma».

Sport e cinema, due strade lontane...
«Mica tanto. Lo sport mi ha insegnato a restare con i piedi per terra. Quando nuotavo avevo le donne che volevo, i migliori alberghi e via dicendo. Ma un giorno ti svegli e c’è qualcuno che va più forte di te. E non sei più nessuno. Così nel cinema: il pubblico ti può togliere il successo in una notte».

Come ha cominciato col cinema?
«Per caso, anche se mia moglie Maria è figlia di uno dei più grandi produttori, Peppino Amato. Un giorno, era il ’67, il regista Giuseppe Colizzi le chiese: “È sempre grosso come prima? Ho bisogno di uno così per un western”».

Visto e preso, insomma...
«Non proprio. A me domandò: “Sai andare a cavallo? Parli inglese? Hai la barba?” Beccandosi tre no. “Va bene”, e aggiunse “quanto vuoi?”. Gli risposi: “Ho due cambiali da due milioni l’una, scadenza giugno e luglio. Me le paghi e siamo pari”. Ci pensò su due mesi, poi accettò. E girai il mio primo western».
Meno male.


La Russia (ri)vuole la pena di morte

Corriere della Sera

MOSCA - La Corte costituzionale russa sta valutando il ripristino della pena di morte già da gennaio 2010. In Russia la pena di morte è attualmente sospesa, ma non è mai stata abolita. La notizia ha provocato un'accesa discussione tra i difensori dei diritti umani, avvocati e giuristi. Mosca per aderire al Consiglio d’Europa ha firmato la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, ma il protocollo numero 6, relativo all’abolizione della pena di morte, non è stato ratificato.

DIBATTITO - L’ultima esecuzione capitale in Russia avvenne nel settembre 1996 a Mosca. Dopo di che il presidente Boris Eltsin firmò un decreto per la riduzione graduale della pena di morte. Successivamente la Corte Costituzionale il 2 febbraio 1999 introdusse la moratoria, tuttora in vigore, con la motivazione dell’assenza di una giuria in molti tribunali. Attualmente solo Cecenia non ci sono giurie, ma dovrebbero essere reintrodotte dal 1° gennaio. Secondo il primo vice presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza, Mikhail Grishankov, il problema non è legale, ma politico: «Molti cittadini sono favorevoli alla pena di morte, ma ci sono avvocati che ritengono la pena di morte incapace di fermare il problema della criminalità. Si tratta di una questione di consenso sociale e di soluzioni politiche».



Il teorema Santoro-Travaglio: il ricattato è Silvio

di Gabriele Villa

Luci (rosse) della ribalta. Venghino signori venghino nel Gran Circo della politica riveduta e corretta dall'indomito domatore Michail Santoro. Tutto fa spettacolo ad Annozero, un reggiseno, come una faccia tosta fuori misura. Il chiaroscuro (molto più scuro che chiaro) degli appartamenti-loculi in cui alloggiano i viados della zona Gradoli-Due Ponti così come aveva fatto (a suo tempo) spettacolo la camera da letto di Silvio Berlusconi, come l'intervistona a Patrizia D’Addario. Nella trasmissione più trans-genica che il servizio pubblico possa proporre ai forzati del canone c'è spazio e tempo per tutto e tutti purché tutto e tutti, adeguatamente modificati con raffinate tecniche che fanno arrossire di vergogna gli ingegneri genetici, appunto, conducano sempre in un porto sicuro. E che cosa c'è di più sicuro che un approdo in casa del presidente del Consiglio?
D'altra parte, dite la verità, chi potevate immaginare che ci fosse dietro il caso Marrazzo se non lui, sempre e soltanto lui, Silvio, l'ossessione notturna del Gran Tribuno Santoro e ancor più del Gran Pinocchio Travaglio (sì, proprio quello che ogni giovedì declama, leggendola dal taccuino la sua poesiola davanti alla famiglia riunita per farsi fare le carezzine e gli applausi del quantoseibravoebello). Già, meno male che c’è Travaglio l’informatissimo, detto «un tanto al chilo». Perché il suo pippone di ieri sera fa tornare Annozero al vero Annozero. Ridà smalto e vigore (ma soprattutto le restituisce il vero volto) a una trasmissione che stava somigliando fino al suo mirabile intervento a «Un giorno in pretura».

Che cosa ci ha detto Travaglio? Che cosa ci ha fatto capire con la sua solita chiarezza? Che la colpa è di Berlusconi. Anzi, di più. Che Berlusconi è il grande regista del caso Marrazzo, che Berlusconi ha quasi ricattato (avete letto bene: ricattato, visto che Travaglio annuisce di soddisfazione mentre recita la poesiola del giovedì) avvisando il governatore della Regione Lazio del video che sta circolando e «se è vero come è vero - chiosa il Gran Pinocchio-Travaglio - che chi cede ai ricatti e non denuncia si deve dimettere allora come mai questa regola vale solo per Marrazzo e non per Silvio Berlusconi?». Fantastico, suggestivo teorema per dimostrare il quale Travaglio mette in fila tutti gli strani episodi che hanno o avrebbero coinvolto il premier reticente. A cominciare ovviamente dall’ultimo: la notizia del video su Marrazzo riferita al Cavaliere dalla figlia Marina.

Ecco ci spiega Travaglio, vedete come si è comportato Berlusconi? Ha chiamato Marrazzo lo ha avvisato gli ha detto dove comprare il video e anche lui non ha denunciato, non gli è venuto in mente di denunciare il ricatto. Un vizio quello di Berlusconi, secondo Travaglio, visto che nel 1975 ha subìto un attentato mafioso nella sua villa di via Rovani ma non lo ha denunciato. Così come, giura Travaglio, non ha denunciato un altro simile attentato nell'86. E ancora (non c’è ragione di dubitare visto che è sempre Travaglio ad affermarlo con sicumera) per lo stesso motivo (minacce? ricatto?) avrebbe deciso di mandare all'estero i suoi figli (come hanno fatto peraltro centinaia di imprenditori) per metterli al riparo da possibili sequestri. Poteva concludere il suo sermone Travaglio senza citare il tandem che fa sempre pedalare volentier quello composto dall’avvocato Mills e dal premier? No,macchè quindi rieccoci. Siamo sempre lì. Magari (lo suggeriamo a Pinocchietto) mettiamoci anche Mills dietro l’affare Marrazzo così il quadro è completo. Dimenticavamo: pensate che in soccorso di Travaglio arriva persino la debuttante Debora Serracchiani. La Debora non ha le idee chiare ma chiarissime tanto da sentenziare che: «La questione politica è chiusa perché i nostri si dimettono quando sbagliano. Diciamo che da questa vicenda ho scoperto che l’Italia è un Paese di dimissionari tranne uno… ».

La toga rossa chiama "compagni" i colleghi

di Anna Maria Greco

Roma - «So di avere intorno un gruppo di amici e colleghi di grande valore (stava per scapparmi: “compagni”)...». Forse è l’entusiasmo per la vittoria personale, forse è l’abitudine antica, forse un lapsus, ma quel termine esce prepotentemente dalla penna di Valerio Savio. Un termine che denuncia inequivocabilmente il legame mai spezzato con la tradizione comunista.

Il gip di Roma è l’unico eletto per Magistratura democratica nella giunta distrettuale capitolina dell’Anm. E si sente in dovere di ringraziare tutti quelli che l’hanno sostenuto in campagna elettorale. Lo fa con una lettera nella mailing list interna della corrente di sinistra delle toghe «Area», in cui analizza il voto locale. Non è proprio soddisfacente, visto che a Roma la sinistra ha perso in termini percentuali 5 punti, con Md (187 voti) e Movimento (88) scesi dai 3 ai 2 seggi, mentre sono state premiate le correnti moderate: Unità per la costituzione (343 voti) che conferma i 3 seggi e, soprattutto, Magistratura indipendente (202) che passa da 1 a 2 seggi.

«In ogni caso - scrive il giudice -, abbiamo perso un seggio, ne abbiamo solo uno su sette, e la soddisfazione per il dato relativo ai consensi ad Md deve subito cedere il passo alla consapevolezza che nella nuova Giunta molto ci sarà da fare, e non sarà facile farlo». Il neoeletto garantisce il suo impegno e «l’entusiasmo che non sono ancora riusciti a farmi perdere». A chi si riferirà con questa vena di amarezza? Al governo, alla maggioranza, a Berlusconi?
Savio si consola con il fatto di trovarsi in buona compagnia, nel gruppo «unito» dei «compagni» della sezione romana dell’Anm. Lo scrive tra parentesi, ma evidentemente gli viene dal cuore e pensa che ai suoi interlocutori piaccia essere chiamati così. Come ai tempi delle bandiere rosse del vecchio Pci, delle lotte in toga con falce e martello.

Eppure, almeno ufficialmente, ad essere definiti comunisti ci si offende. Perché, se no, le reazioni sdegnate di Anm e Csm alle dichiarazioni di Silvio Berlusconi che ha chiamato «comunisti» i magistrati milanesi? «Siamo ormai - ha accusato il togato di Md al Csm, Livio Pepino - alla ripetizione ossessiva di accuse infondate e questo è l’aspetto più sgradevole». Un «vaneggiamento», ha rincarato la dose il laico di centrosinistra Mauro Volpi.
Già, ma sembra proprio che nella corrente di sinistra della magistratura ci si chiami l’un l’altro «compagni». Qualcosa vuol dire, o no? Un compagno in toga fa sempre un certo effetto al cittadino. Perché non si sente molto garantito se le toghe sono troppo rosse, come troppo nere. Politicizzate, insomma.

Savio usa un gergo «storico», anche se nella sua lettera agli elettori si pone un problema: «La sensazione è che il 95 per cento dei nostri consensi siano stati over 40». Forse, per catturare più giovani bisognerebbe incominciare con il rinnovare il linguaggio. E il gip in questione non sembra la persona giusta. Al congresso della corrente di marzo il suo intervento era intitolato ad una Md «di lotta e di governo», utilizzando ancora una volta la formula di Palmiro Togliatti. Una formula che già anni fa Massimo D’Alema definì sorpassata. Ma forse, quelli di Md sono più legati alla tradizione degli stessi Ds.


Viados e politici, caccia in parlamento Gasparri: "Sono voci per infangarmi"

di Gian Marco Chiocci


Roma - Malignità, pettegolezzi, cicalecci. Gossip allo stato puro. In una ridda di voci incontrollate, e incontrollabili, nei palazzi del potere e nelle redazioni di giornali gira ormai qualunque diceria hard. Fra i politici più bersagliati dalle maldicenze c’è Maurizio Gasparri, presidente del gruppo Pdl al Senato. E se le chiacchiere relative a un suo presunto coinvolgimento in una retata antitrans a Roma girano sul suo conto è anche un po’ colpa sua (si fa per dire) visto che proprio l’ex esponente di An da anni, e in più occasioni, a cene o incontri di partito, ha scherzato su un banale episodio che di striscio riguardò i trans e che col passaparola romano s’è ingigantito assumendo le forme di un segreto da bisbigliare e maneggiare con cura.

Le voci su Gasparri e i viados sono tornate a circolare all’impazzata perché qualche quotidiano ha parlato del coinvolgimento di due ex ministri (e Gasparri è stato ministro) all’inchiesta su Marrazzo. Poi qualcun altro ha aggiunto un altro tratto sospetto all’identikit del politico «chiappe d’oro», ricordando che Gasparri ha abitato in via Gradoli, la stessa strada del palazzo frequentato dall’ex presidente della Regione Lazio, omettendo però di precisare che in quella via (e non in quel palazzo) Gasparri vi abitò con la famiglia oltre quindici anni fa. Insomma, nessun riferimento diretto alla persona, ma uno stillicidio indiretto, fatto di sussurri e indiscrezioni, che dài e dài alla fine hanno raggiunto l’incredulo parlamentare.

I fatti che riguardano il presunto incidente di percorso di Gasparri, per come li ha ricostruiti il Giornale, sono questi: nella primavera del 1996 (secondo il sito Dagospia il 29 aprile 1996) l’ormai ex sottosegretario agli Interni viene invitato a una cena al prestigioso Circolo del Polo, ai piedi dei Parioli, nella zona sportiva dell’Acqua Acetosa che a quei tempi (e anche in questi) la sera pullulava di donne e/o uomini in vendita con perizoma e calze a rete. La moglie di Gasparri arriva all’appuntamento in auto, in compagnia di Italo Bocchino poiché il marito, attardatosi per questioni di partito, le ha detto che la raggiungerà di lì a poco. Gasparri arriva però con molto ritardo perché, qualche minuto prima, una pattuglia di carabinieri s’era incuriosita dall’indugiare a singhiozzo di una Fiat Punto fra i viali dell’Acqua Acetosa. Lampeggiante, paletta. Gasparri, al volante della Punto, mette la freccia e accosta diligentemente al marciapiede. Si qualifica, fornisce documenti e patente ai carabinieri della gazzella del 112, spiega che stava facendo su e giù lungo quei viali pieni di circoli sportivi (c’è quello parlamentare, quello dei carabinieri, il Coni, ecc. ) perché non conosceva l’esatta ubicazione del Circolo del Polo e a causa della scarsa illuminazione, non riusciva a trovare l’entrata. Chiarito quello che poi lo stesso Gasparri ha definito un equivoco insignificante, non sappiamo se con l’aiuto degli stessi carabinieri o per conto suo, ha trovato la strada giusta ed è giunto a destinazione. Una volta al tavolo Gasparri ha sbandierato ai quattro venti l’episodio, fors’anche per giustificarsi dell’inqualificabile ritardo: «Ahò, ma lo sapete? M’hanno fermato i carabinieri qua vicino. Pensa se passava qualcuno e me vedeva, poteva pensa’ che annavo coi trans!». L’episodio per come lo abbiamo raccontato è stato confermato al Giornale dallo stesso Gasparri che sul punto non ha voluto aggiungere una parola di più, se non che «questo vociare è uno squallore vergognoso. Ma vi giuro che il primo che scrive una riga fuori posto, o che solo lascia intendere qualcos’altro, lo trascino in tribunale». 

Chi organizzò quella cena al Circolo del Polo è Francesco Caroleo Grimaldi, noto avvocato romano, all’epoca presidente di un’associazione culturale (Asi) che aveva tra i suoi referenti politici proprio Maurizio Gasparri. Il Giornale ha contattato anche lui per un riscontro. «Ricordo benissimo questo episodio - spiega Caroleo Grimaldi - era il 1996, adesso non si dire esattamente se era prima o dopo le elezioni. Corrisponde al vero che organizzai una cena al circolo del Polo a cui parteciparono un centinaio di persone. Ricordo anche che Maurizio (Gasparri, ndr) che doveva essere seduto accanto a me, arrivò abbastanza in ritardo. Quando mise piede nel circolo raccontò, suscitando nei presenti non poca ilarità, che era stato fermato dai carabinieri perché non riuscendo a trovare l’entrata del circolo aveva camminato per quei viali poco illuminati che come tutti i romani sanno a una certa ora sono frequentatissimi dai trans. Ricordo anche - continua il legale - che alla fine venne preso in giro dagli amici presenti al tavolo. I più feroci, e simpatici, furono Italo Bocchino e Peppino Valentino. Le battute non posso ripeterle...».



Il video con Marrazzo dura 13 minuti Ci sono volti e voci che non vanno visti»

Corriere della Sera

La confessione di un carabiniere arrestato. Il fotografo Scarfone: il video era stato acquistato


ROMA - Il video originale che ritrae Piero Marrazzo con un transessuale è molto più lungo di quello messo in vendita. A confessarlo è stato il ca­rabiniere Nicola Testini, durante la perquisizione effettuata nel suo appartamento il giorno prima di essere arrestato: «Quello che ho visionato io aveva una durata di circa 13 minuti. Non so chi l’abbia fatto, so soltanto che era a spezzoni, molto mosso. Noi lo abbiamo avuto da un confidente che poi è morto e volevamo farci almeno 60 mila euro». Il re­sto lo aggiunge il suo collega Carlo Tagliente rive­lando di custodirlo nel computer: «D’accordo con i miei colleghi feci una copia del video attraverso il masterizzatore del mio pc portatile che ho tuttora a casa mia e vi consegnerò spontaneamente. Le al­tre due copie sono state invece distrutte da me e Testini». Lo stesso Tagliente avrebbe confidato al fotografo Max Scarfone che nel filmato «ci sono vo­ci e volti che non possono essere visti».
Il quinto carabiniere
Le carte dell’inchiesta che ha portato alle dimis­sioni il Governatore del Lazio rivelano dunque nuovi particolari e dimostrano che gli accertamen­ti sono tutt’altro che finiti. Consegnano dettagli inediti come la possibilità che fossero 15 mila gli euro ripresi sul tavolino accanto alla cocaina e al tesserino, e non 5 mila come racconta lo stesso Marrazzo. E fanno emergere la partecipazione di diversi gruppi editoriali alla trattativa per l’acqui­sto delle immagini. Sono gli stessi carabinieri del­la Compagnia Trionfale Tagliente, Testini e Lucia­no Simeone ad ammettere le proprie colpe parlan­do di «debolezza imperdonabile» e poi racconta­no di aver coinvolto Antonio Tamburrini «soltan­to in un secondo momento perché volevamo ven­dere il materiale e lui aveva un parente fotogra­fo».
Il riferimento è a Max Scarfone, il paparazzo che li mise in contatto con l’agenzia Photomasi di Milano. Il 20 ottobre Scarfone viene interrogato. E dichiara: «A luglio fui contattato da Antonio Tam­burrini che mi disse che alcuni suoi amici aveva­no un video su un politico importante dentro una casa con tanta cocaina e un trans. Mi chiedeva un aiuto per venderlo per conto di queste persone. Dopo qualche giorno Antonio mi ha portato all’ap­puntamento con una di queste persone». La rico­nosce in fotografia e poi aggiunge:
«Dopo giri tor­tuosi per non farmi capire dove stavamo andan­do, siamo arrivati e sotto il portone c’era un’altra persona, un carabiniere, che mi ha controllato mi­litarmente». Lo riconosce in una foto che gli viene mostrata facendo così entrare in scena un quinto complice nei cui confronti sono in corso controlli. Poi descrive il video e fornisce l’altro particolare inedito: «Sul mobile vicino al tavolino c’erano un mucchio di banconote di euro, pezzi da 500, credo fossero stati circa 15 mila euro... Mentre visionavo il filmato, in ragione del fatto che era frammenta­to, chiedevo se la durata era quella di quello visto. Mi rispondeva che era di 12 minuti circa.
Non me lo poteva far vedere tutto né voleva venderlo tutto perché diceva che c’erano delle voci e volti che non potevano essere visti. Gli dissi che ne avrei parlato con la mia agenzia, lui rispose che voleva­no 200 mila euro. Circa due giorni dopo sono anda­to a parlare con Carmen Masi che era molto inte­ressata. Dopo circa una settimana venne a Roma». Descrive l’incontro con i militari del Trionfale, poi sottolinea: «Luciano disse a Carmen che loro, os­sia il gruppo di carabinieri, erano in possesso di alcuni assegni in bianco che Marrazzo aveva la­sciato al trans».
Angelucci e Feltri nella trattativa
Scarfone racconta poi i contatti per la vendita: «Carmen ha proposto il video a Oggi... la trattativa è poi naufragata per motivi a me sconosciuti. È sta­to quindi contattato Signorini di Chi che ha indiriz­zato Carmen verso Belpietro che mi risulta abbia visionato il video. Sembrava interessato, poi però anche questa trattativa è sfumata. Per quanto mi ha raccontato Carmen il video è stato fatto visiona­re anche a personaggi importanti come Berlusco­ni, che però era assolutamente contrario all’acqui­sto del video. Almeno così mi è stato riferito... Car­men è stata successivamente contattata da Signori­ni che l’ha indirizzata, per quanto mi è noto, verso Feltri.
Quest’ultima trattativa è andata a buon fi­ne... Il problema stava nel fatto che i carabinieri vo­levano almeno un guadagno di 60 mila euro... si è poi sbloccato tutto perché Antonio mi ha riferito, venerdì scorso (il 16 ottobre ndr), che i carabinieri avevano accettato la proposta di 55 mila euro e io comunicai a Carmen che era possibile chiudere al­la cifra concordata. L’agenzia ha quindi concluso, credo con Feltri e il suo giornale, ma su questo Car­men potrà essere più precisa. Io avevo infatti con­cluso la mia opera di mediatore. Tuttavia ieri sono stato contattato da Antonio e mi ha detto che dove­vo bloccare l’operazione perché quello che ha gira­to il video era morto.
Mi è sembrato incredibile, ma non c’è stato motivo di fargli dire la vera ragio­ne... Carmen ne ha sicuramente una copia, non so se il giornale di Feltri l’abbia già, ma credo di sì perché hanno chiuso e la notizia, a quanto è di mia conoscenza, dovrebbe uscire a breve. L’originale, per quanto a me è noto, ce l’hanno ancora i carabi­nieri». Saranno proprio gli arrestati a dire di aver bloccato tutto «perché avevamo capito di essere se­guiti dai colleghi del Ros». Ma Vittorio Feltri, rag­giunto ieri in serata, precisa: «Nessuno è andato da Alessandro Sallusti, nessuno mi ha offerto nien­te. E quindi niente abbiamo potuto decidere». Carmen Masi conferma la ricostruzione di Scar­fone, anche se non nomina mai Feltri, spiegando di aver consegnato copia del filmato a Signorini il 5 ottobre.
«Dopo qualche giorno Signorini mi ha richiamato dicendomi che ci poteva essere un inte­resse da parte di Libero con un compenso di 100 mila euro...». La donna precisa che l’incontro con Belpietro avviene il 12 ottobre alle 15 presso la redazione milanese del quotidiano. Il 14 ottobre nuovo cliente: «Dopo ulteriore telefonata di Signo­rini, l’editore Angelucci è venuto alla Photomasi e ha visionato il filmato dimostrandosi interessato, con indicazione di una risposta entro le 19 della stessa sera. Per correttezza ho informato Signori­ni e verso le 17 lui mi ha detto di fermare tutto perché Panorama era molto interessato e doveva­no decidere chi doveva pubblicare tutto. Alle 19 mi ha chiamato Angelucci e gli ho detto che per il momento dovevamo fermarci senza specificare il motivo». Il 19 ottobre Signorini mi ha telefonato dicendomi che mi avrebbe chiamato Marrazzo perché la cosa, per ovvi motivi, interessava diretta­mente a lui».

Il terrore di Marrazzo
Il Governatore, interrogato il 21 ottobre affer­ma: «Nei primi giorni di luglio 2009 ho deciso di avere un incontro sessuale a pagamento con una persona incontrata per strada qualche tempo pri­ma e di cui avevo il cellulare, di nome Natalie. Te­lefonai a questa persona e presi un appuntamento per le prime ore della mattina. Mi recai in auto gui­data dal mio autista e lo lasciai alcune centinaia di metri distante con la scusa che sarei andato a fare una passeggiata». Marrazzo racconta l’irruzione, le minacce dei carabinieri e poi afferma: «Ebbi pa­ura sia di essere arrestato, sia per la mia incolumi­tà e pregai i due uomini di non farmi del male e di lasciarmi libero». Conferma che fu Berlusconi «a telefonarmi per comunicarmi di aver saputo che negli ambienti editoriali milanesi girava voce che vi fossero foto compromettenti che mi riguardava­no», ma nega di aver avuto da lui i contatti della Photomasi: «Ho cercato tramite i miei collaborato­ri dell’ufficio di stampa di saperne di più. Così mi è stato dato il nome dell’agenzia».

Il Tar conferma la maxi-multa a cartello della pasta: 12 milioni


 
Roma - Multe per 12,5 milioni di euro, è questa la sanzione inflitta dall’Antitrust a fine febbraio al "cartello della pasta" e oggi confermata dal Tar del Lazio. Tra le aziende e le 2 associazioni che avrebbero dato vita a "un’intesa restrittiva della concorrenza finalizzata a concertare gli aumenti del prezzo della vendita" ci sono alcune delle società più note de settore alimentare del Made in Italy.

Catricalà: "Una bellissima giornata"
Per il presidente dell’Autorità, Antonio Catricalà, "è una bellissima giornata perchè al Tar abbiamo vinto contro tutti i ricorsi presentati" Le società coinvolte (Barilla, De Cecco, Colussi, Garofalo, Di Martini, Rummo, Fabianelli, Mennucci, De Matteis, Cellino, Delverde, Divella, La Molisana, Tandoi, Nestlè, Zara, Riscossa, Liguori, Chirico, Granoro e Berruto. Secondo il Garante i produttori sanzionati rappresentano circa il 90% del mercato della pasta e una delle due organizzazioni multate, l’Unipi (Unione industriale pastai italiani), è la maggiore l’associazione di categoria. Non tutti i partecipanti all’accordo dovranno pagare la stessa cifra: alla Barilla tocca il tributo più oneroso, il gruppo di Parma dovrebbe infatti pagare il 40% dell’ammenda totale, mentre se la caverebbe solo con 1.000 euro, la multa più bassa, Unionalimentare.

Diminuiva il costo del grano e aumentava quello della pasta
Secondo l’Antitrust il cartello avrebbe operato dall’ottobre del 2006 al marzo del 2008. E gli effetti distortivi dell’accordo avrebbero pesato notevolmente sulle tasche delle famiglie. Per la Coldiretti l’anno scorso gli italiani hanno consumato oltre 1,5 milioni di tonnellate di pasta, per un valore controvalore di 2,8 miliardi i di euro. Per l’organizzazione degli imprenditori agricoli, infatti, il prezzo del piatto preferito dagli italiani, in media 1,4 euro, supera del 400% la quotazione del grano duro, 18 centesimi al chilo. Oltre all’Antitrust, hanno applaudito alla decisione del tribunale amministrativo anche le associazione dei consumatori, che da tempo lamentavano "speculazioni" nel settore. "Nel 2008 abbiamo più volte denunciato all’Autorità come i prezzi al dettaglio della pasta crescessero senza alcuna ragione, mentre il costo del grano diminuiva sensibilmente (fino al -62%)", fa notare il Codacons. Mentre Federconsumatori, sottolinea come il cartello abbia determinato "per una famiglia tipo che consuma un chilo di pasta al giorno un onere aggiuntivo pari a 146 annui". Al Contrario manifesta disappunto uno dei soggetti colpiti dalla decisione, l’Unipi, secondo cui non si è "mai configurato alcun accordo lesivo degli interessi dei consumatori".

Ipotesi e veleni, 4 carriere al setaccio

Il Tempo

I carabinieri vogliono sapere tutto dei quattro militari arrestati per aver estorto denaro all'ex presidente della Regione, usando la trappola del video-scandalo.

Al setaccio degli investigatori è finito il loro passato. I carabinieri del Raggruppamento operativo speciale vogliono sapere tutto dei quattro militari della Compagnia Trionfale arrestati con l'accusa di aver estorto denaro all'ex presidente della Regione, usando la trappola del video-scandalo. Vogliono capire perché i carabinieri scelti Carlo Tagliente, Luciano Simeone, Antonio Tamburrini e il maresciallo capo Nicola Testini sarebbero scivolati nell'illegalità più cupa, usando il loro ruolo per spaventare meglio e incastrare di più.

Scoperchiato lo scandalo, sul loro conto adesso circolano voci incontrollate e non verificate. I Ros vogliono accertarle. Anche perché i quattro carabinieri in questione hanno sempre svolto bene il loro lavoro. Fonti diverse parlano di prepotenze sui piccoli spacciatori ai quali sarebbero state tolte le dosi di droga, sui trans, "ripuliti" anch'essi. Illazioni che gli investigatori non tralasciano. Così come non si tralasciano anche i piccoli dettagli e i malumori di chi coi quattro «infedeli», o con alcuni soltanto, ha avuto a che fare. Come è capitato all'associazione Spazio Roma, in viale Tor di Quinto, che ha scritto alla Prefettura una lettera dai toni pesanti.

«La sera del 1° agosto - dice uno dei rappresentanti, Alfredo Iorio - nel nostro spazio si svolgeva il concerto di Anna Oxa. C'erano centinania di persone. Arrivano i carabinieri. C'era anche Carlo Tagliente. Siamo stati vittime di un comportamento al limite dell'intimidatorio. Perché? Si è detto che non avevamo le tabelle alcolmetriche. Durante l'irruzione abbiamo girato un video e si vedono le tabelle esposte sulle pareti. Si è detto che non avevamo le autorizzazioni per la somministrazione di bevande alcoliche. Invece c'è: è del 30 marzo, con protocollo 16830. E poi è stata contestata la mancanza del nulla osta che consente di protarre l'orario di apertura, dalle 23 alle 4 di notte. L'associazione l'ha presentata il 2 marzo e il Comune non ha mai fornito risposte».

Iorio è un fiume in piena: «È stata un'irruzione - continua - e per tale comportamento quella sera chiamammo addirittura polizia e vigili urbani perché vedessero in tempo reale». Il fatto è assai lontano dal giallo di via Gradoli e dagli interessi che l'avrebbero colorato. Chi indaga però vuole capire chi sono stati i quattro carabinieri indagati, se il loro comportamento è stato sempre impeccabile.


Fabio Di Chio

29/10/2009



Calciatori e divi tv Dopo Marrazzo altre vittime invischiate nella rete dei trans

Quotidianonet

Dagli archivi delle agenzie fotografiche stanno per uscire altri video che vedrebbero personaggi famosi, politici e star in situazioni scabrose

ROMA , 29 OTTOBRE 2009— GLI INQUIRENTI del caso Marrazzo, oltre che su una banda di carabinieri «infedeli», hanno messo le mani sulla «guerra dei trans». Dal giorno in cui lo scandalo è andato in prima pagina, venerdì 23, all’interno di questo giro di prostituzione stanziale fra due sponde della Cassia, dall’arcinota via Gradoli alla meno conosciuta via Due Ponti, la parola d’ordine è «si salvi chi può». Tutti contro tutti, davanti a microfoni e telecamere, ma anche sui verbali di polizia giudiziaria raccolti dagli investigatori del Ros e trasmessi ai magistrati.

CON I PEZZI di una controstoria della Roma by night che possono aprire altri fronti d’indagine su guardie, ladri e derubati. In ordine sparso, intorno all’episodio più eclatante che si è risolto in tragedia umana e politica per Marrazzo, fioccano fuori controllo i nomi di un parlamentare e di un politico di primo piano, di un presentatore televisivo e di un campione sportivo, di un direttore di giornale e di un ex amministratore locale, anche loro «beccati» in situazioni inequivocabili con un trans. Difficile, al momento, distinguere tra novità e fondi di magazzino, bocconi avvelenati e spunti promettenti per l’inchiesta. Intanto l’ex presidente della Giunta regionale ha trascorso il suo primo giorno di «ritiro» nella villa di famiglia a Colle Romano. Una scelta fatta martedì sera, dopo che il tentativo di raggiungere l’abbazia di Montecassino era stato abbandonato per evitare l’assedio da parte del «circo mediatico». Al di là della ricostruzione più esatta possibile del videoricatto costato lacrime e sangue all’ex Governatore del Lazio, la Procura per battere il ferro finché è caldo ha chiesto al ministero dell’Interno di applicare all’ormai famoso viado brasiliano Natalie (o «Natali», come si presenta sul citofono della palazzina frequentata anche da Marrazzo) la norma che consente a un clandestino di rimanere sul territorio italiano per «motivi di giustizia».

L’INTERROGATORIO di Natalie, infatti, è fra le carte depositate nel primo pomeriggio di ieri dalla pubblica accusa nella cancelleria del tribunale del Riesame, in vista dell’imminente udienza sul ricorso presentato dai difensori dei militari arrestati giovedì scorso.
Nel motivare le esigenze cautelari che impediscono di rimettere in libertà gli indagati, sabato 24, il gip ha scritto che il pericolo di fuga e di reiterazione del reato «è argomentabile dai poteri connessi alla qualifica rivestita, piegati all’esclusiva finalità di lucro perseguita anche con il ricorso a gravi attività come la disponibilità di sostanze stupefacenti, che denota peraltro il collegamento con ambienti della criminalità organizzata».

di BRUNO RUGGIERO



Caso Marrazzo, indagini su nuovi vip nel mirino

Roma - I soldi, tanti, quelli che giravano attorno alle prestazioni dei transessuali, i tre assegni dati ai militari "per non rovinarmi", e la cocaina che si trovava nell’appartamento di via Gradoli. Potrebbero essere questi i temi che gli inquirenti affronteranno con l’ex governatore del Lazio, Piero Marrazzo, che sarà chiamato a rispondere, già nei prossimi giorni, su alcune lacune che riguardano la testimonianza resa la mattina prima degli arresti dei quattro carabinieri coinvolti nell’inchiesta del ricatto sul video compromettente.

Inchiesta Gli inquirenti, che stanno cercando di delineare i contorni della vicenda, a otto giorni dagli arresti dei quattro militari, sentono l’esigenza di chiarire con l’ex governatore alcuni aspetti delle sue dichiarazioni ai magistrati. Ma anche cercare di capire, ad esempio, se esiste una traccia della denuncia che Marrazzo disse di aver fatto in merito ai tre assegni, mai trovati, che diede ai carabinieri che fecero l’irruzione nell’appartamento di via Gradoli quella mattina di luglio. Denuncia che l’avvocato di Marrazzo, Luca Petrucci, dice però di avere.

Altri vip nel mirino
Le indagini comunque vanno avanti anche su un altro versante, quello dei presunti vip ricattati. Vip i cui nomi apparirebbero in colloqui informali, tra alcuni transessuali e chi sta indagando sul caso Marrazzo, nomi di personaggi noti che frequenterebbero o avrebbero frequentato l’appartamento di via Gradoli a Roma. Ovvero la casa dove Piero Marrazzo, immortalato in un video, incontrò un transessuale. Le acquisizioni dove i trans avrebbero fatto nomi di uomini importanti sarebbero state fatte circa una settimana fa, appena esploso lo scandalo. Le acquisizioni di informazioni, non verbalizzate, non si trovano nè negli atti formali nè nelle acquisizioni informative.

"Calo degli affari" dopo lo scandalo
Alcuni dei trans risentiti ora, compresa Natalie, ovvero il trans che si sarebbero intrattenuto con Marrazzo, però non avrebbero più fatto nomi eccellenti. Anzi avrebbero giustificato il loro atteggiamento discreto con un "calo di affari" dopo lo scandalo. Non esistono comunque, allo stato, ipotesi di reato. Frequentare transessuali infatti non è reato. Cosa diversa sarebbe se accanto a questi nomi vi fosse un sospetto, se non una prova, di altri ricatti come quello che ha travolto, fino alle dimissioni, l’ex governatore del Lazio. E in questa direzione le indagini proseguono. Intanto oggi il tribunale del Riesame di Roma ha fissato la data del 4 novembre prossimo per la discussione delle istanze di revoca degli ordini di carcerazione emessi nei confronti dei quattro carabinieri accusati di aver ricattato l’ex presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo. I difensori di Luciano Simeone, Carlo Tagliente, Antonio Tamburrini e Nicola Testini, i quattro carabinieri arrestati, hanno chiesto l’annullamento dei provvedimenti o, in subordine, l’adozione di misure meno pesanti rispetto alla detenzione in carcere.


Stupro di Guidonia, fuori due romeni E il branco potrebbe tornare libero

Il Tempo

Il pm non ha ancora formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio per i quattro romeni arrestati a gennaio. Già liberi coloro che li hanno coperti e aiutati a fuggire. C'è il rischio che scadano i termini e il branco torni in libertà.




Liberi per scadenza termini. Liberi perchè il pm dopo la chiusura dell'indagine sullo stupro stile "arancia meccanica" di Guidonia, vicino a Roma compiuto nello scorso mese di gennaio, non ha ancora formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio per il branco di quattro romeni, accusati di essere i violentatori, e per i due loro connazionali che li aiutarono nella fuga.

Liberi per decorrenza dei termini - Sono stati proprio questi ultimi a tornare in libertà per scadenza naturale dei termini, dopo sei mesi di obbligo di dimora e in precedenza gli arresti domiciliari. Mugurel Goia e Ionut Barbu, questi i nomi dei due romeni accusati dalla procura di Tivoli di aver favorito, procacciando anche un'auto, la fuga dei quattro connazionali responsabili dello stupro avvenuto il 22 gennaio scorso a Guidonia.

La vicenda - La vittima della violenza sessuale fu una ragazza che si era appartata in auto con il suo fidanzato. Il giovane venne massacrato di botte dai quattro e successivamente rinchiuso nel bagagliaio. Poi lo stupro di gruppo, in auto.

Non ancora chiesto il giudizio - Dopo essere stati agli arresti domiciliari a Roma dallo scorso aprile Goia e Barbu si trovavano in una località segreta del nord d'Italia. Ora è caduta anche la misura dell'obbligo di dimora e in attesa del processo i due romeni sono in libertà. Le forze dell'ordine, secondo quanto si è appreso, dovranno ora vigilare per impedire che i due possano lasciare il territorio nazionale e sottrarsi al più che probabile processo. Ma il pm della procura di Tivoli, Marco Mansi, lo stesso magistrato che domani sosterrà la controversa accusa contro i presunti pedofili della scuola "Olga Rovere" di Rignano Flaminio, non ha ancora chiesto il giudizio. Mansi dovrà formalizzare entro gennaio anche la richiesta di giudizio per i quattro violentatori - al momento in carcere a Rebibbia - altrimenti c'è il rischio che scadano i termini e il branco torni in libertà.

"Non scappiamo, vogliamo un lavoro" - I due romeni "fiancheggiatori" hanno manifestato l'intenzione di voler restara al Nord "nella speranza di trovare in Veneto finalmente un lavoro", ha riferito il loro legale l'avvocato Domenico Dellomonaco. Nel frattempo la procura di Tivoli ha depositato gli atti dell'inchiesta notificando l'avviso di conclusione delle indagini alle difese. Il pm Marco Mansi ha contestato a quattro romeni i reati di violenza sessuale e rapina aggravata, a Goia e Barbu, oltre al favoreggiamento, anche la resistenza a pubblico ufficiale. Questi ultimi si sono sempre difesi sostenendo di essere stati interpellati da uno del branco (senza sapere che fosse collegato allo stupro) che aveva bisogno di un passaggio in auto per raggiungere una città del nord per motivi di lavoro.

Il sindaco: "E' uno scandalo" - La vicenda ha suscitato la veemente reazione del sindaco Gianni Alemanno: "È veramente uno scandalo", ha ripetuto più volte Alemanno, che ha continuato: "È un segnale devastante per questa città e per tutte le donne. La magistratura, la macchina della giustizia, si deve rendere conto che così non andiamo da nessuna parte. Lo considero un'offesa per la città".

29/10/2009


Pallottola per Berlusconi" Chiesta l'archiviazione

Il resto del carlino

Non scatterà nessuna denuncia per l'ex coordinatore del Pd di Vignola finito al centro delle polemiche per le minacce pubblicate su Facebook  nei confronti del Presidente del Consiglio



Modena, 29 ottobre 2009. Matteo Mezzadri ora può ‘virtualmente’ voltare pagina. Non scatterà nessuna denuncia, infatti, per l’ex coordinatore del Pd di Vignola finito, due settimane fa, al centro delle polemiche per minacce - "Ma possibile che nessuno sia in grado di ficcare una pallottola in testa a Berlusconi!" - pubblicate sul suo profilo del social network ‘Facebook’ e denunciate dai consiglieri del Pdl, Aimi e Rinaldi.

"Non c’è nessuna ipotesi di reato, quindi trasmetterò gli atti al giudice per le indagini preliminari con richiesta di archiviazione", ha fatto sapere il procuratore capo Vito Zincani. Una decisione maturata dopo che, ieri mattina, proprio Zincani ha sentito Mezzadri come persona informata sui fatti. "Mi è stato chiesto di raccontare in quale contesto è avvenuto il fatto", si limita a dire Mezzadri. Dopo essersi dimesso dal Pd e scusato per la frase incriminata, ha scelto infatti il silenzio.




Irmela, una vita contro i graffiti nazi

Corriere della Sera

Gira da 23 anni per le strade di Berlino cancellando scritte e manifesti omofobi, razzisti o anti-semiti

Irmela Mensah-Schramm

BERLINO - La battaglia di nonna Irmela contro tutte le discriminazioni e le violenze si gioca, da 23 anni, per le strade di Berlino. Con la costanza e la cura che solo una nonna può avere, ogni giorno va a caccia di scritte, graffiti e manifesti neo-nazisti, omofobi, razzisti o anti-semiti. Dalla sua sportina bianca con la scritta oramai sbiadita «Combatti i nazi», tira cuori un coltellino, una pezzuola e uno smacchiatore e li rimuove con pazienza. Dal 1986 a oggi ha collezionato oltre 80mila adesivi con svastiche, slogan razzisti e anti-semiti.

RICONOSCIMENTI - A 64 anni non è stanca di andare in giro sola per i quartieri della capitale riunificata. In 20 anni ha ottenuto cinque riconoscimenti per la sua azione in favore dei diritti civili, tra cui un’onorificenza del governo, la medaglia federale al merito, nel 1994. Le svastiche e i simboli nazisti sono banditi in Germania, sono immagini ufficialmente considerate incostituzionali. Eppure l’intelligence tedesca solo nel 2008 ha contato oltre 17mila graffiti firmati dagli estremisti di destra.

«NIGGERS GO HOME» - Braccio "armato" di questa lotta anti-nazi è Irmela Mensah-Schramm, nata a Stuttgart nel 1945 e poi trasferitasi a Berlino. Lei agisce in solitaria, in un’azione pacifica e senza fine: ispeziona muri, pali e vetrine. A cominciare da quando nel 1986 uscì da casa e lesse sul muro di casa «Libertà per Rudolf Hess», un nazista condannato per crimini di guerra. Decise in quel momento che non si sarebbe più girata dall’altra parte, ma avrebbe fatto come a casa sua, avrebbe tolto la sporcizia in ogni angolo. Ultimamente sono le scritte omofobe e quelle dell’Npd, il partito nazional democratico tedesco, a preoccuparla di più. Frasi come «Buon ritorno a casa» o «Niggers go home».

UN'OSSESSIONE - Negli anni, Arne Orgassa, della rivista Der Spiegel, l’attività di Irmela è diventata un’ossessione. Si è specializzata nei sottopassaggi pedonali, nelle metropolitane e nei quartieri suburbani: «Ci penso costantemente - ammette -, devo farlo sempre, non posso pulire solo sporadicamente. In un giorno riesco a trovarne anche cento». Spende 300 euro al mese in materiale solvente, scalpelli e pezzuole. La sua mostra itinerante, «Distruggi l’odio», mostra le foto degli slogan nazisti rimossi dal 1990. E per i giovani nonna Irmela organizza workshop sulla lotta al razzismo, così dà una ripulita anche alle nuove generazioni.

Ketty Areddia
29 ottobre 2009