lunedì 2 novembre 2009

I soldi servivano anche per la droga»

Corriere della Sera

MILANO - «Qualche volta poteva capitare che quei soldi servissero anche per la droga». Lo ha detto l'ex governatore del Lazio Piero Marrazzo ai magistrati romani che lunedì pomeriggio lo hanno sentito, come testimone, nel quadro degli accertamenti sul presunto ricatto ordito ai suoi danni da quattro carabinieri. Davanti ai magistrati Marrazzo, secondo quanto si è appreso, è entrato nel merito dei cinquemila euro che aveva pattuito con il trans Natalie in occasione dell'incontro sfociato nell'irruzione dei carabinieri nell'appartamento di via Gradoli.
«MAI STATO RICATTATO» - Nel corso del colloquio con gli inquirenti, l'ex presidente del Lazio ha ribadito di «non essere mai stato ricattato». Inoltre Marrazzo ha sottolineato di considerare l'episodio di inizio luglio una rapina di ciò che c'era nel suo portafogli. Inoltre Marrazzo ha precisato che il giorno dell'irruzione dei carabinieri nell'appartamento di via Gradoli non si sarebbe accorto che qualcuno stava girando un video aggiungendo inoltre di non avere visto in quell'occasione Gianguarino Cafasso, il pusher morto nel settembre scorso. Cafasso tentò di piazzare il video anche contattando Max Scarfone il fotografo del caso Sircana. Secondo quanto si è appreso la posizione di Marrazzo non è cambiata e nel procedimento appare sempre come parte lesa.
COLLOQUIO DI DUE ORE -L'ex governatore del Lazio è stato circa due ore a colloquio con i magistrati. Uscendo dagli uffici giudizi di Piazza Adriana e passando davanti ai giornalisti si è coperto il volto e non ha voluto rilasciare dichiarazioni. Ad accompagnarlo la moglie Roberta Serdoz e l'avvocato Luca Petrucci.


Un figlio segreto per sedici anni

Il Secolo XIX

Dopo sedici anni questo segreto dev’essere svelato. Perché non regge, prima di tutto, agli accertamenti d’un tribunale e al test del dna. E soprattutto non può contrastare il desiderio d’un ragazzino di avere un padre “vero”, e quello della madre di darglielo dopo una vita di bugie.



Formula 1, gomme nel caos Ultimo giro per Bridgestone

di Redazione

Bridgestone lascia la Formula 1 a causa della situazione economica. La società nipponica, fondata dal nonno dell’attuale premier Yukio Hatoyama, ha annunciato che non rinnoverà il contratto di fornitura di pneumatici in scadenza a fine stagione 2010. E proprio dal 2011 secondo le regole attuali i pneumatici dovranno durare per un intero Gp. "Bridgestone - si legge in una nota - annuncia che non firmerà la nuova fornitura di pneumatici per il campionato del mondo di Formula 1 della Fia. Il contratto è in scadenza alla fine della stagione 2010". La decisione, in particolare, è stata presa a seguito "dell’evoluzione del contesto aziendale" e della necessità "di reindirizzare le proprie risorse" alla ricerca e allo sviluppo. La collaborazione con il mondo della F1 ha contribuito a rafforzare la sua notorietà, ma ora Bridgestone sente di esprimere i ringraziamenti "per l’entusiasmo e il sostegno ricevuto negli ultimi 13 anni".



La base in rivolta contro Di Pietro: nascono comitati per la "glasnost"

di Paolo Bracalini

L’allarme, un vero Sos, nell’Idv lo suonano i suoi stessi iscritti, prima organizzandosi su internet, ora anche con assemblee autopromosse. È una fronda che ormai è un problema serio per Di Pietro, e che in modo sempre più forte e capillare chiede un rinnovamento nel partito, con un’insegna che ha un nome e cognome: Luigi De Magistris. Il gruppo di 1.200 persone, tra militanti, iscritti, simpatizzanti (ma anche qualche dirigente locale e nazionale), che ieri ha indetto un raduno a Bologna per la prima assemblea di «Sos Italia dei valori», è un segnale chiaro e preoccupante per Tonino (e molti dei suoi lo descrivono teso e nervoso in quest’ultimo mese).

Anche perché nelle intenzioni dei frondisti il meeting bolognese è solo un prologo per altri comitati di dipietristi ribelli. Il motivo è presto detto: «La base protesta, chiede di rafforzare gli spazi interni di democrazia e che venga svolta una politica - si legge nel comunicato del gruppo Sos Idv - coerente con i valori fondanti del partito, di legalità, merito e trasparenza».

Il malcontento prende corpo sulla Rete, lo strumento che Di Pietro ha scelto (sulla scia di Grillo) come ariete per sfondare nella «società civile», quelli delusi dalla politica e sedotti dall’antipolitica. Il rischio, però, con questa fetta di opinione pubblica, è che si rivolti contro non appena il movimento appaia come il solito partito di acchiappapoltrone e riciclati, rischio molto forte per l’Idv soprattutto meridionale.

In questo tumulto della base, che ha trovato molto spazio su Micromega di Flores D’Arcais (notoriamente vicino all’ala demagistrisiana dell’Idv, molto meno all’apparato dipietrista), ci sono anche delusi che occupano una poltrona ai vertici dello stesso partito. Uno di loro è l’ex consigliere di Tonino al ministero delle Infrastrutture, Giuseppe Vatinno, attualmente responsabile nazionale Energia e Ambiente dell’Idv. L’ex consigliere di Di Pietro vuole dar vita a una corrente interna, per adesso solo virtuale (ma sta sondando e arruolando qualche parlamentare... ), che si chiama «Perestrojka e glasnost», cioè ricostruzione e trasparenza come nell’Urss di Gorbaciov, metafora più che esplicita sulla democrazia interna (ed esterna) del partito. «A livello soprattutto locale nell’Idv c’è una classe dirigente che ha avuto problemi - spiega Vatinno - non c’è trasparenza, lo stiamo dicendo da anni, ma purtroppo il partito è pieno di personaggi molto ambigui, perché non c’è una vera selezione della classe dirigente. L’assemblea di ieri a Bologna è una prima iniziativa, abbiamo approvato un documento che sottoporremo a Di Pietro, vogliamo democrazia e primarie nell’Idv.

Ma ci saranno riunioni autoconvocate in tutte le regioni, entro un mese a Roma e Modena. Vogliamo costruire un luogo di espressione del malcontento nei confronti del partito per avere coerenza tra “predica” e “pratica”». Invitati pare già confermati alla prossima assemblea dell’Idv anti-Tonino? De Magistris e Sonia Alfano.
Sul sito di Micromega si sprecano le lettere di delusi e tesserati che hanno gettato la spugna. Mail di militanti che hanno per titolo «Perché diciamo addio all’Idv», o «Credevo in questo progetto, ora sono ferita e delusa», o «Un partito con problemi di democrazia». Nel circuito dei gruppi internet, tra Facebook e YouTube, circola il video dell’ex consigliere comunale Idv di Gorizia, Francesca Tomasini. Un clip dove la giovane (ex)dipietrista spiega: «Non tolleravo più il bassissimo livello di democrazia interna, di trasparenza, di meritocrazia, l’assenza di regole, lo sfruttamento fine a se stesso e l’ipocrisia che ho visto imperversare indisturbatamente e sempre di più».


Altri gruppi autocostituiti sempre su Facebook chiedono a Di Pietro un passo indietro, per lasciare il posto a Luigi De Magistris. C’è addirittura chi vorrebbe Leoluca Orlando leader dell’Idv. Chiunque, ma non più Di Pietro. Il capo è sotto processo per i molti errori commessi nella scelta dei vertici regionali, delle candidature, per le compromissioni dell’Idv con affari poco chiari. La sua linea però è sempre quella, «le mele marce possono esserci, ma le cacciamo». Tonino punta al congresso dell’Idv, per incassare un plebiscito (grazie a regole congressuali blindatissime). Ma l’impressione generale, nella base, è che le mele marce non solo restino, ma crescano a vista d’occhio.

La Comunità montana senza montagna: c'è ancora, ha soltanto cambiato il nome

Corriere della Sera

L'ente si trova nella Murgia, in Puglia, a 39 metri sul livello del mare. Doveva essere cancellato, è sempre attivo

MILANO - La comunità montana più pianeggiante d’Italia è tornata. «Scompare, scompare», assicurava il presidente Arcangelo Rizzi incalzato da Bruno Vespa a Porta a Porta. E invece no. È riapparsa. La «Casta» di Rizzo e Stella partiva proprio da lì. Da Palagiano, provincia di Taranto, 39 metri sul livello del mare. Un comune che di montuoso non ha nulla ma che faceva e fa parte della Comunità montana Murgia Tarantina. Era diventato il simbolo di tutti gli sprechi della politica.

LA SENTENZA - La Finanziaria del 2008 del governo Prodi ne aveva decretato la fine, insieme ad altri enti inutili. Ora ritorna, grazie ad una sentenza della Corte costituzionale che a fine luglio ha accolto un ricorso del Veneto e della Toscana. Sulla carta la comunità viene sciolta l’8 gennaio 2009. Arriva anche il commissario liquidatore. Sembra proprio la fine dello spreco. Ma i nove comuni non si perdono d’animo. Progettano subito l’Unione dei Comuni della Murgia Tarantina. In pratica lo stesso ente con un altro nome. Anche il presidente è lo stesso: Arcangelo Rizzi, assessore del comune di Laterza ed esponente del locale Pdl. Ma il 24 luglio accade qualcosa di inaspettato. Viene depositata la sentenza della Consulta. Gli effetti, oltre che su Toscana e Veneto, ricadono anche sulla Puglia: la legge regionale che scioglieva gli enti viene dichiarata incostituzionale.

«MAI STATI CHIUSI» - Ma a sentire gli uffici di Mottola, sede dei “montanari” della Murgia tarantina, si ha una piccola sorpresa. «La comunità non è mai stata chiusa. Sono solo invenzioni, sono state scritte un’enorme quantità di falsità», dicono gli impiegati della struttura. Dal 2008 ad oggi tutti i dipendenti sono rimasti al loro posto. Una finanziaria ha soppresso l’istituzione per cui lavorano, è arrivato un commissario, ma loro da lì non si sono mai mossi. I tre amministrativi e gli otto lavoratori socialmente utili hanno continuato a svolgere le loro mansioni. Dal lunedì al venerdi, dalle 8 alle 14. E così anche i 27 consiglieri, i 6 assessori e il presidente non hanno smesso di ricevere il loro stipendio. «Se l'ente continua ad esistere, perché non avremmo dovuto?», chiede Rizzi. Anche se un consigliere d’opposizione racconta che in due anni si saranno riuniti sì e no due o tre volte. «Siamo in piena attività», ribatte il presidente. Ma di preciso in che cosa consiste l'attività della comunità? «E' troppo complesso da spiegare» secondo Rizzi. Dalla segreteria invitano a visitare il sito per avere informazioni più dettagliate. Peccato che l'account sia stato sospeso.

FINANZIAMENTI BLOCCATI - Nel bilancio però non ci sono solo uscite. A giugno è stata venduta un auto di proprietà della comunità. Base d’asta 2500 euro. «Alla fine ci abbiamo fatto 1.200 euro, era una vecchia Lancia», dice il ragioniere dell’ufficio tecnico. «La comunità così com’è non è una cosa bella», lo riconosce anche il presidente. «Io non ho mai condiviso l’impianto che le è stato dato», continua Rizzi. La colpa pero è tutta della Regione. Il suo intervento legislativo è stato «un papocchio». Se la pensa così perché non si è dimesso? «Sarebbe stato troppo comodo», dice. E intanto rimane lì, al suo posto, in attesa di una «legge di riordino». Dal Ministero dello Sviluppo economico non arrivano più finanziamenti. Gli impiegati spiegano che tutti i possibili interventi sono bloccati. Alcuni Comuni minacciano contenziosi. «Se la situazione non cambia – dice il ragioniere – tenere in vita questo ente è come tenere un cadavere senza seppellirlo».

Antonio Sgobba
(Studente master in giornalismo - Statale di Milano)

New York: con l'acciaio delle Twin Towers costruita nave da guerra

di Redazione

 

New York - Emozione forte. E orgoglio. Sono i sentimenti che moltissimi americani hanno provato sentendo i ventuno colpi di fucile esplosi in aria per salutare l’ingresso nel porto di Manhattan della U.S.S. New York, la nave da guerra americana costruita con l’acciaio estratto dai resti delle Torri Gemelle. Il vascello è arrivato in città dove sarà inaugurato sabato prossimo e a riceverlo su uno dei moli dell’Hudson River ci sono i familiari delle vittime dell’attacco terroristico del 2001.

Sette tonnellate e mezzo La prima cerimonia inaugurale era stata effettuata ieri in Louisiana, dove l’imbarcazione è stata costruita con 7,5 tonnellate di metallo provenienti dalle macerie, alla presenza del segretario alla Marina, Gordon England, che ha ufficialmente intitolato la nave allo Stato di New York. Un’eccezione concessa solo in memoria delle vittime poiché per tradizione solo i sommergibili della Marina americana portano nomi degli Stati dell’unione.

Sotto il ponte di Verrazzano A salutare il varo della nave c’erano anche membri del corpo di polizia di New York e dei vigili del fuoco. La U.S.S. New York è passata sotto il ponte di Verrazzano solcando le acque del porto della città dove è stata accolta da una flotta di imbarcazioni della guardia costiera e dello Stato di New York, gli stessi che accorsero a sud di Manhattan l’11 settembre del 2001.

Lunga 197 metri La nave, che è lunga 197 metri e che è stata costruita dal gruppo Northrup Grunman, resterà per una settimana ancorata al molo 88 di Manhattan, all’altezza della 48sima strada, dove sarà aperta al pubblico prima della sua partenza ufficiale.




Usa: bambini di 5 anni al lavoro nei campi, i piccoli usati per raccogliere i mirtilli

Corriere della Sera

Aziende come Walmart e Kroger coinvolte nello sfruttamento di manodopera minorile nel Michigan


MILANO - Ci sono bambini che in America si ingozzano di torte al mirtillo davanti alla tv. E ci sono bambini che i mirtilli li raccolgono nei campi. Soprattutto nello stato del Michigan, il più grande produttore del frutto tanto amato in Usa. I minori, non più grandi di 12 anni, perlopiù immigrati dal Messico, sono utilizzati perché hanno mani piccole, più adatte a raccogliere il delicato frutto. Riempiono secchi interi per tutta la giornata e li caricano sui camion.

SCANDALO - Lo scandalo che ha coinvolto colossi della grande distribuzione del calibro di Walmart e Kroger e Meijer, ha sconvolto gli Stati Uniti. Più della metà delle aziende agricole del Michigan, che forniscono questi supermercati, sfruttano bambini a cominciare dai 5 anni di età. Ma ci sono aziende che impiegano manodopera minorile in New Jersey, North Carolina e California, nelle piantagioni di pomodori o grano.

LE INCHIESTE - Un’inchiesta dell’ABC, mandata in onda quest’estate, ha svelato la vita quotidiana di centinaia di piccoli immigrati e delle loro famiglie. Da lì è partita un’inchiesta del governo federale per violazione delle leggi sul lavoro minorile e sull’immigrazione. Nei campi sono stati trovati piccoli al lavoro, che hanno dichiarato di essere impegnati nella raccolta da tre o più anni, esposti a pesticidi e ai pericoli dei macchinari industriali. L’incriminata principale nello «scandalo del mirtillo» è la Adkin Blue Ribbon Packing Co., che lavora e impacchetta mirtilli a volontà per tutta l’America, passando da Walmart e affini. I quali nel giro di 4 mesi, si sono premurati di sciogliere ogni tipo di contratto e fornitura «essendo in corso un’indagine interna del nostro team sull’etica», ci tiene a specificare un portavoce della Walmart. La Adkin, dovrà pagare 5.500 dollari (circa 3.700 euro) per aver violato la legge sull’immigrazione e sul lavoro minorile.

LA NORMATIVA - La legge americana vieta l’utilizzo di manodopera di bambini fino a 12 anni. Fra i 12 e i 13 anni i piccoli possono lavorare part time in fattoria, fuori dall’orario scolastico e solo se lavorano a fianco dei genitori, nelle aziende di famiglia o con il consenso dei genitori. In tutte le altre industrie, invece, l’età minima per cominciare a lavorare è 14 anni. L’Osservatorio per i diritti umani americano, sta combattendo una campagna per alzare l’età minima per l’attività lavorativa, che riflette «un’epoca primitiva». «L’America pensa che lo sfruttamento dei minori sia un problema estraneo alla nazione – ha spiegato Zama Coursen-Neff, dell’Osservatorio -, in realtà abbiamo questo problema nel nostro stesso giardino. Pesticidi e agenti chimici stanno causando parecchie patologie respiratorie, dermatologiche e problemi mentali nei piccoli».

Ketty Areddia

Marrazzo: nei verbali nomi eccellenti, un altro trans rapinato, dubbi sulla droga

Il Messaggero

Versioni di Natalie e dell'ex presidente spesso non coincidono
La vendita del video: ora spuntano anche faccendieri

 
di Cristiana Mangani

ROMA (2 novembre) - Inizia oggi una settimana importante per l’inchiesta sul ricatto all’ex governatore del Lazio, Piero Marrazzo. La procura risentirà domani i quattro carabinieri sotto accusa, perché spera di chiarire molti degli aspetti emersi dalle ultime testimonianze, prima che il Tribunale del riesame valuti la posizione di ognuno di loro. I magistrati vogliono vedere chiaro anche nelle tante dichiarazioni rese a verbale da Natalie, il trans con il quale l’ex presidente della Regione è stato filmato. Ci sono nomi, personaggi che entrano ed escono nella vicenda, potenziali altri clienti ricattati, imprenditori dal passato “movimentato” chiamati a “piazzare” il filmato attraverso il loro circuto di conoscenze.

Non è un caso, forse, che sulla testimonianza la procura mette gli omissis proprio quando la brasiliana parla di una rapina ai danni di un altro trans, Raquel, che avrebbe ricevuto la visita dei carabinieri - rapinatori, e che forse fa il nome del cliente di turno. E anche quando il viado racconta di essere andata a casa di Marrazzo dopo la visita degli indagati nel suo appartamento di via Gradoli.

«Mi chiamò Piero - dice ai magistrati - e mi disse di andare da lui. Sono salita su un taxi e ho raggiunto la sua abitazione». Il resto del verbale è “oscurato”, forse perché i due parlano di quanto è successo, o si mettono d’accordo su cosa dire. Raccontano, insomma, particolari sui quali il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il pm Rodolfo Sabelli stanno cercando di fare chiarezza.

Alla trans viene chiesto anche se conoscesse Gianguarino Cafasso, il tossico morto per overdose a settembre scorso, dopo aver detto che qualcuno lo voleva morto. I militari sotto accusa fanno il suo nome perché cercano di attribuire a lui la ripresa del video “incriminato”, ma Natalie sembra smentire questa versione. E ancora altri aspetti non del tutto chiari: la versione del transessuale e quella resa da Marrazzo spesso non coincidono. Natalie parla di un incontro a giugno, l’ex governatore a luglio. Sempre la brasiliana sostiene che lui era andato a trovarla di pomeriggio. Marrazzo parla della mattina. Per questa ragione, gli inquirenti hanno deciso che dovrà essere risentito a breve, non appena le sue condizioni di salute lo consentiranno.

Vogliono chiedergli spiegazioni su molti elementi rimasti misteriosi: la presenza di droga, cocaina, nell’appartamento dove incontrò il transessuale, stupefacente che è anche visibile nel video girato dai carabinieri con il telefonino. E poi il giro di soldi, notevole, che ruotava attorno agli incontri con i trans.

Ci sono pure i tre assegni a sua firma che avrebbe consegnato ai presunti ricattatori. Assegni mai incassati e dei quali Marrazzo racconta di aver denunciato la scomparsa. Una denuncia che, però, non compare negli atti dell’inchiesta ma della quale l’avvocato dell’ex governatore assicura di avere una copia.



Lucia Annunziata: «Più di un killer mi scandalizza un politico corrotto»

Corriere del Mezzogiorno

Il video-choc e le polemiche su Napoli e sul Mezzogiorno
La giornalista: «Ma adesso la città è meno scandalosa»

Lucia Annunziata

Lucia Annunziata

NAPOLI — Il video-choc dell’omi­cidio della Sanità rimbalzato nel mondo. Una città da commissaria­re, direbbe Angelo Panebianco. Una nuova spedizione dei Mille (funzionari), la ricetta Brunetta. Una classe politica da molti consi­derata impresentabile. Nord contro Sud. Lucia Annunziata fa da cicerone nella due giorni caprese di Confin­dustria. Guida politici e imprendi­tori in viaggio nel Mediterraneo. Due passioni mai tradite: la politica e la sua terra. Uno stile grintoso e, finalmente, politicamente scorret­to. Nella testa degli italiani e dei na­poletani scorrono ancora le imma­gini di quell’omicidio di camorra filmato dalle telecamere. Tutti ad analizzare l’indifferenza del quartie­re, un fioccare di giusti appelli a de­nunciare e poi una voce fuori dal coro. Quella della giornalista saler­nitana. Che, intendiamoci, non smi­nuisce l’accaduto. Piuttosto gli dà nuove coordinate. E lo inserisce in un discorso generale. «La domanda — spiega Lucia Annunziata - è: quel video è una novità? Napoli ci ha abituati a ben altro. Prima c’era­no la pizza e il mandolino, ora l’omicidio in diretta. Anche questa è una produzione dell’immaginifi­co napoletano nel mondo».

Lei ha visto il video? Che sensa­zione le ha fatto?
«Dirò una cosa politicamente scorretta: l’ho trovato anche abba­stanza affascinante. Abbiamo uno scrittore come Saviano che raccon­ta Gomorra, un grande regista co­me Garrone che la filma. Ma poi uno non ci crede fino in fondo. Ec­co allora che irrompe la realtà. Que­sta è la fascinazione della verità nu­da e cruda. Non altro ovviamente».

I rifiuti due anni fa. E poi gli scandali politici. Ora un omicidio in diretta. Ormai è solo questa l’immagine di Napoli nel mondo?
«Non credo. C’è un problema Ita­lia. Oggi l’immagine di tutto il Pae­se è pessima. Prima Napoli e poche altre città rappresentavano il punto dolente, il Meridione tragico. Ora Napoli è meno scandalosa».

Meno scandalosa perché il livel­lo complessivo si è assai abbassa­to, perché sono caduti molti ta­bù?
«I grandi scandali a sfondo ses­suale hanno ampiamente minato la credibilità delle istituzioni, pen­so a Marrazzo e a Berlusconi ovvia­mente. Sulle pagine internazionali emerge l’inadeguatezza della clas­se politica. I camorristi restano de­linquenti che vuoi vedere in gale­ra, ma con cui non te la prendi davvero. Mentre un politico cor­rotto e affarista, a me, scandalizza molto di più. Mi fa arrabbiare mol­to di più».

C'è, come ha scritto Cazzullo, una meridionalizzazione del Nord del Paese? C’è la necessità di commissariare il Mezzogior­no disgraziato?
«Ci sono due questioni molto di­verse tra di loro. La prima: la bana­lità del Nord. Il Nord e le sue classi intellettuali farebbero bene a inter­rogarsi, invece che autoassolversi. Lo scandalo Abelli non è da meno rispetto al caso Mastella. E i croni­sti settentrionali dovrebbero ricor­dare che al Nord si registra il più alto tasso di corruzione. La banali­tà con cui si tratta il Sud serve so­lo a scaricarsi la coscienza».

Secondo punto.
«Forse più importante e che non è in contraddizione con la pri­ma: esiste una questione morale nel Mezzogiorno, e in Campania particolarmente, che tocca la clas­se dirigente di centrodestra e di centrosinistra. Ma la soluzione è nelle mani dei cittadini meridiona­li, non dei funzionari di Brunetta, a cui ricorderei che i Mille hanno lasciato alle loro spalle un territo­rio devastato. La Campania, in questo momento, è la sentina del­la crisi politica dell’Italia».

A cosa si riferisce?
«Penso al caso Noemi, quella storia è nata qui. E ancora non c’è risposta a due domande semplici: chi sapeva di Noemi e perché lo sa­peva? Non è un mistero che il cen­trodestra abbia difficoltà in que­sto momento. È stato Fini ad aver posto un problema di opportunità per la candidatura di Cosentino al­la Regione. E non è un mistero che ci siano problemi anche nel centrosinistra. Penso al caso Ca­stellammare, ai soliti coniugi Ma­stella, che sono pure simpatici, ma basta. Dunque, Napoli e la Campania sono la frontiera su cui si può vincere o perdere la batta­glia della classe dirigente meridio­nale ».

Quindi cosa si augura?
«Che il Partito democratico ven­ga fuori con un candidato forte. Sempre che ce l’abbia».

Simona Brandolini

La «Repubblica» d’assalto? È finita assediata


 
Roma

Chi di Noemi colpisce di Natalie perisce, si potrebbe dire andando sul facile. Oppure che stan facendo la fine dei pifferi di montagna, che andarono per suonare e furono suonati. In ogni caso la sostanza non cambia, le truppe del partito Repubblica stan risalendo «in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza». Fuor di metafora e di citazioni, il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari e diretto da Ezio Mauro, mobilitato per l’assalto al cielo della politica, in guerra contro Berlusconi, contro D’Alema e i suoi candidati, contro tutti gli altri quotidiani, sta inanellando una sconfitta dopo l’altra. E da assediante, si ritrova ormai assediato.
Rivelatore dello stato confusionale in cui si ritrova Repubblica accerchiata dalle sue vittime, è il fondo del fondatore in prima pagina di ieri. Ha consumato un quarto della sua consueta articolessa illustrando la difficoltà e il disagio incontrati in questo frangente nel decidersi su quale argomento scrivere per i suoi lettori della domenica, Scalfari. Il caso Marrazzo? La tragica morte del giovane Stefano Cucchi? Lo spettro della disoccupazione? La possibilità che D’Alema vada agli Esteri dell’Ue e Tremonti all’Eurogruppo «oppure che entrambi restino dove sono»? Nooo, signora mia. Con un brivido alla schiena di chi lo leggeva, s’è fermato allo «stato miserevole della seconda Repubblica, avviata ormai verso un’agonia dalla quale difficilmente potrà salvarsi». Per fortuna Scalfari ha scartato pure questo tema. Ha ripiegato sul libro del cardinal Martini, dedicandosi ad una meditazione sulla morte.

E proprio ieri è partito il contrattacco di due quotidiani fatti bersaglio dei colpi di Repubblica. Mitragliate contro «il mondo tetro di Repubblica» da Libero, con altrettante foto di ben quattro articoli pubblicati il giorno prima a toccare il record del catastrofismo. «Disoccupazione record», «Ora il virus minaccia il calcio», «Napoli, vince la camorra», «Telemarketing riparte l’assedio domestico». Il bollettino delle piaghe d’Egitto, «Mauro e compagni parlano solo delle piaghe d’Italia» scrive Mario Giordano. Mentre Maurizio Belpietro ingaggia un aspro duello con Giuseppe D’Avanzo, che risponde al direttore di Libero arrampicandosi sui vetri e uscendone male.
D’Avanzo è ormai da mesi la colonna di sfondamento di Repubblica, è il vice di Mauro nella crociata per liberar la patria da Berlusconi, ha sempre picchiato senza risparmio. E ieri le ha buscate anche dal Riformista, da lui accusato di subire la regia dell’«esperto di gossip» Signorini, che «consiglia, indica, sollecita, combina non soltanto le scelte dei direttori dei media berlusconiani, sovraordinato a Vittorio Feltri, capataz del giornale di famiglia, ma anche delle testate del gruppo Angelucci, Libero e Riformista». Antonio Polito ha sfoderato lo staffile rivendicando di aver scritto della «sezione affari riservati di Chi» sei giorni prima che D’Avanzo se ne accorgesse «su Ripubblica» (volutamente con la i), rimproverando la «prosa truculenta» e i disastri causati all’opposizione dalla «sinistra davanzata». Impietoso, il direttore del Riformista racconta di conoscere D’Avanzo da anni, «una volta trovava notizie, e di prima qualità, ora passa il tempo a fabbricare teoremi», e mentre il Corriere scovava la D’Addario e «lo scandalo delle escort, lui era lì a menarsela con le dieci domande a Berlusconi (è vero che sei malato? è vero che ti tira troppo, la minorenne la toccavi o no?)».

Brucianti più della pece, i richiami alle sconfitte subite dal Corrierone al quale Repubblica sognava di sottrarre il primato delle vendite. È da lì probabilmente, che è iniziato il declino e i crociati han mollato l’assedio per rinchiudersi ad Acri. Quando Scalfari ha provato a rimproverare quelli del Corriere perché «pavidi», ha ricevuto da Ferruccio De Bortoli un paio di risposte che lo hanno zittito, «noi facciamo il mestiere di giornalisti, voi campagne politiche» ha sentenziato, sfidando Repubblica a scrivere qualcosa sugli affari dell’ingegner De Benedetti. E ha ragione, perché sul piano del giornalismo e delle notizie, Repubblica s’è fermata a Noemi, da allora prende «buchi» a ripetizione.
Ma peggio di tutto, la vera Caporetto di Repubblica, è la batosta incassata nelle primarie del Pd con la campagna pro Franceschini, la bomba-carta del «lodo Scalfari», l’aver dovuto registrare che i pur affezionati lettori non seguono né punto né poco le indicazione del quotidiano-guida. Toccherebbe tornare a fare soltanto i giornalisti, ma non è facile per chi nutriva l’ambizione di dar la linea all’intera sinistra.


Volontari e involontari, pur sempre fannulloni

Il Tempo

Se l'opposizione fosse stata sempre al completo, più di un disegno di legge del governo avrebbe visto i sorci verdi.

Ma una volta sbollita l'indignazione gli assenti la fanno franca.


Parlamento vuoto A Montecitorio, ma la cosa vale per Palazzo Madama, i fannulloni si distinguono in due categorie: i fannulloni volontari e quelli involontari. I primi si affacciano in aula nel primo pomeriggio di martedì e sono sul piede di partenza già la mattina di giovedì. 

Vanno malvolentieri in commissione e votano, quando votano, lo stretto necessario per non perdere la diaria. Si accontentano di schiacciare i pulsanti di votazione secondo le indicazioni del capogruppo. Il pollice all'insù vuol dire sì, il pollice all'ingiù vuol dire no e il palmo della mano sospeso orizzontalmente a mezz'aria, come un caciocavallo, significa astensione. Un po' come Nerone al Colosseo. I fannulloni volontari sono la bestia nera dei capigruppo. Se l'opposizione fosse stata sempre al completo, più di un disegno di legge del governo avrebbe visto i sorci verdi. Ma una volta sbollita l'indignazione del popolo di sinistra, gli assenti più o meno cronici dell'opposizione, minacciati delle più severe sanzioni, la fanno poi franca.

I fannulloni volontari della maggioranza, del resto, ripagano l'assenteismo degli avversari con gli interessi. Si vede che sono di salute cagionevole. E solo un cerbero come Brunetta potrebbe d'incanto guarirli, come ha fatto dall'oggi al domani con gli impiegati pubblici. Diavolo d'un uomo, meriterebbe il Nobel per la medicina. Ed ecco che si minaccia nei loro riguardi la non ricandidatura. Ma ancora una volta sarà ricandidato, vedrete, solo chi sta alla corte di questo o quel ras. Con tanti saluti alla strombazzata meritocrazia. Poi ci sono i fannulloni involontari. Appartengono alla benemerita categoria coloro che vorrebbero darsi da fare, ma non possono.

Come ha riconosciuto ieri Giancarlo Mazzuca sul nostro giornale. Stravaccati sui divani di Montecitorio o passeggiando su e giù per il Transatlantico, danno l'impressione di starsene all'interno di una stazione in un giorno di sciopero. Non si sa mai quando arriveranno e partiranno i treni. Gianfranco Fini era animato dalle migliori intenzioni. Annusando come un segugio l'aria che tira, all'indomani della sua elezione alla presidenza della Camera si era ripromesso di intensificare l'attività parlamentare e di far lavorare al meglio gli inquilini di Montecitorio. E invece la hegeliana eterogenesi dei fini, che stavolta potrebbe scriversi con la F maiuscola, di nuovo ha colpito il segno. La via dell'inferno, si sa, è lastricata di buone intenzioni. Si voleva mettere alla frusta i parlamentari e invece costoro si stanno rivelando più neghittosi che mai. Volenti o no. Di chi la colpa? Come sostiene Andreotti, in segno di contrizione battiamo immancabilmente il pugno sul petto altrui. Così Fini ha allargato le braccia e ha detto che tutto questo non dipende da lui.

Ma semmai dalle commissioni, che non licenziano per l'aula in tempo utile i provvedimenti legislativi. Magari perché privi di copertura finanziaria. Con il risultato che l'aula di Montecitorio ha chiuso per nervoso fino al 10 novembre e c'è una pletora di fannulloni per forza. L'opposizione incolpa il governo perché sforna decreti a gogò. Quasi che Prodi non facesse altrettanto. La maggioranza se la rifà con l'opposizione perché, malmessa com'è, fa cadere le braccia. E Antonio Martino, contro tutti, ha sostenuto che «L'aula deve servire come luogo di dibattito». Bravo. Ma dove si trovano più oratori che ci tengano svegli?

Paolo Armaroli

Roberta come Hillary, nel Pd spunta la Serdoz

Il Tempo


Roberta Sardoz, moglie di Piero Marrazzo


L'ultimo a parlare di lei è stato il marito: «Senza di lei sarei già morto», ha detto Piero Marrazzo, l'ex governatore. Di sicuro Roberta Serdoz non dimenticherà la settimana che si è appena conclusa. Non solo per quello che è successo al marito. E non solo per la scelta di rimanergli accanto. Ma anche per la pioggia di elogi che le sono piovuti addosso.

Appena venerdì scorso, durante la trasmissione «Niente di personale» condotta da Antonello Piroso su La7, Paolo Mieli ha usato parole più che mielose: «La moglie di Marrazzo è stata secondo me la vera eroina della settimana», ha detto l'ex direttore del Corriere della Sera. E ha subito aggiunto: «Ha avuto un momento di sconcerto ma ha saputo restare al fianco del marito e della famiglia».

«Non è da tutti - ha sottolineato Mieli sempre parlando della Serdoz - di solito le mogli in queste circostanze si fanno prendere dal panico ed invece lei è stata forte e mi piace renderle omaggio pubblicamente. Oltre tutto è una collega ed è precaria per cui non ha tratto alcun vantaggio "di regime"».

Quindi ha ricordato di non conoscerla, rimarcando il fatto che il suo era un elogio del tutto disinteressato. Prima di Mieli al suo fianco erano scesi in campo i colleghi del Tg3, visto che la moglie di Marrazzo lavora al telegiornale Rai alla rassegna stampa notturna. Carlo Verna, leader del sindacato dei giornalisti Rai, ha avvertito: «Nessun contratto ad hoc per Roberta Serdoz inserita negli elenchi di un lungo precariato. Siamo tutti solidali con lei, lasciatela in pace. Infierire in questi giorni sulla Serdoz con disinformazione è azione che si commenta da sé».

E il comitato di redazione del telegiornale più a sinistra ha ricordato che lei è precaria dal 1992. E prima ancora, andando a ritroso, sulla Serdoz erano piovuti applausi da sinistra e da destra. Dacia Maraini aveva detto a proposito della sua scelta di rimanere accanto al marito: «È un gesto molto generoso di una donna che vuole bene al suo uomo. Credo che sia un gesto sincero, sono per un'ammirazione per questa donna».

E anche Giulia Bongiorno, deputata Pdl e avvocato di Fini, aveva spiegato: «Quando la nave rischia di affondare solitamente tutti l'abbandonano, lei non solo non l'ha abbandonata ma ne ha assunto coraggiosamente il comando». Una sequenza impressionante. E che ha colpito anche i vertici del Pd al punto che qualcuno sta pensando per lei un percorso alla Hillary Clinton: la discesa in politica.

Anche la moglie del presidente degli Stati Uniti, nel momento in cui esplose il sexgate che travolse il marito, scelse di rimanere accanto a Bill. Non solo, prese in mano la situazione in quel «torrido» gennaio del '98. Si attaccò al telefono, mobilitò gli amici del presidente nel momento in cui Bill era un pugile suonato e preparò la controffensiva.

Dopo i due mandati di Bush ha provato direttamente la scalata alla politica provando le primarie per la nomination dei Democratici. Roberta ha avuto un atteggiamento simile. Non ha avuto paura di apparire in pubblico andando, pochi giorni dopo lo scoppio del caso che ha investito Piero Marrazzo, a moderare un convegno alla Provincia di Roma.

Ed è tornata quasi subito al lavoro. Quarantun anni compiuti ad agosto, la Serdoz è molto legata a un'altra moglie che ha compiuto la scelta di impegnarsi in politica: Rosa Villecco Calipari, moglie di Nicola, il dirigente del Sismi ucciso in Iraq nel tentativo di portare in salvo Giuliana Sgrena.

Certo, è ben difficile che l'ipotesi candidatura Serdoz possa prendere piede. Ma è anche vero che il bailamme che regna a sinistra potrebbe portare a qualunque approdo. E lei? Accetterebbe? Forse risponderebbe con una frase del 2005: «Il mio primo pensiero quando Piero mi ha comunicato che si candidava? Egoisticamente è stato: Oddio! - disse dopo la vittoria del marito alle Regionali di quell'anno - Ero conscia che avrebbe e avremmo dovuto affrontare sei mesi di campagna elettorale durissima».


Fabrizio dell'Orefice


Banconote, cocaina e video: le verità su Marrazzo

di Massimo Malpica

Roma - Chi, dove, come, quando, quanto, perché. Nell’affaire del presunto videoricatto a Piero Marrazzo, filmato in casa di un trans a inizio luglio, sembra non esserci quasi nessun punto che non sia controverso, e le versioni dei protagonisti non sono sovrapponibili praticamente su nulla. Persino Marrazzo e il suo legale si contraddicono, per esempio, sul prezzo della «prestazione». «Non era 5mila euro», spiega l’avvocato. Ma lui, a verbale, conferma la cifra. E così sull’irruzione, sul video, sui soldi, sulla droga, ci sono tante verità quanti sono gli interpreti di questa vicenda. C’è l’ipotesi della procura: un ricatto al governatore, che vi cede, ordito da parte di carabinieri infedeli. C’è Marrazzo che dice la sua. Ci sono i carabinieri, presunti ricattatori, che sostengono una verità diversa. Ci sono i trans, che parlano tanto ai giornali quanto agli inquirenti.

DAL GOVERNATORE AL PUSHER OGNUNO HA LA SUA VERITÀ
Cominciamo dai protagonisti. Il primo è Marrazzo. Sorpreso nell’appartamento di via Gradoli dove è andato con l’auto blu, dice di aver pagato in assegni due sedicenti carabinieri, non denuncia il fatto e, quando scopre l’esistenza del video, contatta l’agenzia per toglierlo di mezzo. Ci sono poi i cinque carabinieri arrestati. Si dicono vittime di un complotto. Per la procura di Roma invece i ruoli sono chiari: il maresciallo Nicola Testini è la «mente», Carlo Tagliente e Luciano Simeone sono il braccio (irrompono nella casa di via Gradoli e filmano Marrazzo), Antonio Tamburrino è il ricettatore e fa da tramite con il fotografo Max Scarfone per vendere il video, e di ricettazione è accusato anche Donato D’Autilia, l’ultimo indagato. Poi c’è il trans, anzi, i trans: Natalie è il padrone di casa in via Gradoli 96. Marrazzo dice che l’ha conosciuta per strada a fine giugno.

Lei a Repubblica dichiara di conoscere il governatore da sette anni. Ma il Ros raccoglie le dichiarazioni spontanee di altri transessuali «attivi» nella zona di Roma Nord. E mette a verbale le dichiarazioni di Brendona, che abita in via Due Ponti, tirata in ballo da Natalie la quale sostiene che Brenda avrebbe fatto un video a Marrazzo. C’è anche un mistero sul trans ripreso nel video del ricatto: Natalie è scura di capelli. Tagliente dice di aver visto un filmato con il governatore e un trans «questa volta biondo». Infine c’è il pusher Gianguarino Cafasso, legato al mondo dei trans e confidente di fiducia sia di Testini che di Tagliente. Proprio i carabinieri indagati dicono che il video era suo, girato da un trans o da lui stesso nel corso dell’irruzione. In effetti è lui il primo a contattare un quotidiano (Libero) per proporre il filmato. È morto per overdose in una stanza d’albergo a settembre, ora la procura indaga sulla sua scomparsa.

L’IRRUZIONE È UNA SOLA LE VERSIONI SONO TROPPE
Per Marrazzo la sua disavventura comincia quando due uomini entrano nella casa di via Gradoli dove lui è insieme al trans. Interrogato, l’ex governatore fissa la data tra il primo e il 4 luglio. Racconta di due uomini in borghese, che si qualificano come carabinieri ma non mostrano alcun tesserino, e che gli prendono il portafogli. Sostiene di non essere stato «esplicitamente» minacciato, anche se era terrorizzato, e di averli pregati di lasciarlo libero. Riconosce, «sia pure con incertezza», scrive la procura, in Simeone e Tagliente i due «incursori». Il trans Natalie ha ricordi diversi. Anticipa a fine giugno l’evento. E sostiene che quando i due carabinieri che lei conosceva («Carlo e Luciano», mette a verbale) aprono la porta, sanno bene chi cercare: «Avevo detto che non avevo clienti, ma sono entrati dicendomi che ero con qualcuno che a loro interessava molto vedere». A differenza di Marrazzo, racconta anche di aver sentito minacce dirette al governatore, che poteva essere «rovinato» perché sorpreso con un trans.

Manco a dirlo, il racconto dei carabinieri arrestati è diametralmente opposto. Tagliente è il primo che già a caldo, dopo il fermo, riconosce di aver pizzicato Marrazzo in un contesto compromettente. Dice che era stato Cafasso a fare la soffiata su un festino in corso in via Gradoli, ma di essere caduto dalle nuvole quando lui e Simeone, entrando in casa, avevano trovato il Governatore seminudo insieme «a un viado di pelle scura, moro di capelli». Ma sostiene che, ascoltate le preghiere di Marrazzo di mantenere il riserbo, e le promesse di aiuti per la carriera, lui e il collega sarebbero andati via senza colpo ferire. Nell’interrogatorio di garanzia Tagliente e Simeone ritoccano la propria versione e ammettono che a guardare quel filmato si capisce che è stato girato in occasione della loro irruzione. Ma, giurano, non lo hanno girato loro.

PUSHER, TRANS, CARABINIERI: CHI È IL REGISTA DEL VIDEO?
Marrazzo sul video ha poco da dire. «Non m’hanno detto di aver fatto foto né io mi sono accorto se uno dei due avesse qualche strumento adatto allo scopo», spiega ai Pm. Natalie, il trans, ha le idee più chiare, e secondo Libero si accorge che i carabinieri filmano e scattano foto con il cellulare. Solo che Simeone e Tagliente negano tutto e sempre. Il video, raccontano, è roba di Cafasso. «Ci disse che ne era entrato in possesso, senza specificare come», mette nero su bianco Tagliente dopo il fermo. Tamburrino riferisce che Simeone avrebbe detto a un potenziale acquirente che l’aveva girato un trans.

Poi proprio Tagliente e Simeone, nell’interrogatorio di garanzia, dicono che il «regista» è proprio Cafasso: lo avrebbe girato quel giorno di luglio, a loro insaputa, partecipando all’irruzione insieme ai due militari. C’è un giallo sulla durata: tutti o quasi parlano di 2-3 minuti: Tagliente, Simeone, ma anche Carmen Pizzuti dell’agenzia PhotoMasi. Non Testini: «Il video da me visionato durava 13 minuti». E ancora Tamburrino racconta che Tagliente disse a Scarfone che «c’era un’altra parte del video che non poteva essere vista», perché «erano riprese persone che dovevano essere tutelate».

TANTI SOLDI E ASSEGNI: I CONTANTI NON TORNANO
Piero Marrazzo spiega che aveva con sé 5mila euro in contanti, il «compenso pattuito» per Natalie. Spariti dopo la visita dei carabinieri. Ma aggiunge che uno dei due gli ha anche chiesto «molti soldi», tanto che lui decise di staccare tre assegni. I carabinieri arrestati negano di aver rapinato o ricattato Marrazzo. Ma non negano che nel video si vedano soldi. Secondo il giornalista di Oggi Giangavino Sulas, erano «mazzette di banconote da 500 euro». Una somma superiore ai 5mila euro «rubati» a Marrazzo. E un punto da approfondire, che potrebbe essere collegato a un’altra questione contrastata su cui gli inquirenti lavorano.

QUELLA POLVERE BIANCA CHE APPARE E SCOMPARE
Nel video ci sono piste di polvere bianca con accanto una tessera intestata a Marrazzo. «Quando se ne andarono, su un tavolino mi accorsi che c’era polvere bianca, presumo fosse cocaina. Non c’era quando sono arrivato, non ne ho fatto uso», spiega lui, scaricando la responsabilità sui due militari. Il trans Natalie invece non la nota né prima né dopo. E i carabinieri Tagliente e Simeone? Negano di averla portata per incastrare il presidente. Ma ammettono di averla vista. E di averla «buttata nel water». Una cortesia istituzionale?




Marrazzo, nuove accuse ai ricattatori

Corriere della Sera

I carabinieri arrestati avrebbero rapinato numerosi trans. L’ipotesi di video su altri clienti

ROMA — I carabinieri che ri­cattavano Piero Marrazzo avrebbero compiuto altre rapi­ne. A confermare il sospetto de­gli investigatori del Ros è stato Natalie, 37 anni, il transessuale filmato in compagnia del go­vernatore. Durante i suoi due interrogatori della scorsa setti­mana ha riferito nomi e circo­stanze. Questa parte della sua deposizione è stata coperta da omissis, probabilmente per na­scondere il nome dei clienti presenti durante le irruzioni. Dieci giorni dopo la scoperta dell’esistenza del video utilizza­to per tenere sotto pressione il presidente della Regione La­zio, si rafforza l’ipotesi che al­tri incontri possano essere sta­ti «ripresi». E dunque che an­che ad altre persone possano essere stati chiesti soldi in cam­bio del silenzio.

Ci sono diversi brani del ver­bale che i pubblici ministeri hanno «omissato». L’attendibi­lità di Natalie — all’anagrafe Jo­sé Alexandre Vidal Silva — è confermata dalla scelta dei ma­gistrati di concedere un per­messo di soggiorno a fini di giustizia. E questo fa ritenere che abbia fornito elementi pre­ziosi per verificare quanto am­pio fosse il «giro» dei militari in servizio presso la Compa­gnia Trionfale, tuttora rinchiu­si in una sezione speciale del carcere di Rebibbia. «Sono mol­to noti nell’ambiente dei trans — ha affermato il transessuale — perché soliti entrare nelle ca­se e rubare tutti i soldi e gli og­getti di valore. A una mia ami­ca transessuale di nome Raquel che abita in Due Ponti 150, da quanto da lei riferito­mi, hanno rapinato 1.600 euro in contanti, un computer e tan­ti profumi di marca».

Natalie tornerà al palazzo di giustizia nei prossimi giorni, ma prima — domani pomerig­gio — il pubblico ministero ascolterà Nicola Testini, Lucia­no Simeone e Carlo Tagliente, accusati di estorsione e altri re­ati. Nessuna richiesta è stata presentata per Antonio Tam­burrino, accusato soltanto del­la ricettazione del filmato, e questo — sottolinea il suo lega­le Mario Griffo — «conferma come le posizione processuali siano molto diverse». In vista dell’udienza del Tribunale del Riesame fissata per mercoledì, il magistrato ha deciso di ascol­tare nuovamente Marrazzo, for­se addirittura già oggi.

Sono ancora troppe le con­traddizioni e le omissioni che emergono da una lettura com­parata dei verbali riempiti dai protagonisti di questa vicen­da. E quelle più evidenti ri­guardano proprio la ricostru­zione fornita dal governatore e quella di Natalie, anche su dettagli apparentemente bana­li, quasi accreditando la possi­bilità che in realtà siano stati due gli incontri filmati.

Nel primo interrogatorio il transessuale sostiene che l’irru­zione dei carabinieri avviene a giugno, Marrazzo parla degli inizi di luglio. Secondo Natalie era pomeriggio, il governatore dice invece «le prime ore della mattina » .

L’ex presidente della Regio­ne dovrà poi precisare quanti soldi abbia davvero versato ai carabinieri (finora ha detto che furono portati via 2.000 euro suoi e 3.000 di Natalie) e, so­prattutto, se quella mazzetta di banconote che si vede nel filmi­no fosse il prezzo del ricatto. «Erano almeno 15.000 euro», ha raccontato agli investigatori del Ros Max Scarfone, il foto­grafo che fece da intermediario per vendere il filmato. «Erano certamente tanti, molto più di 5.000. Una «pila» alta: sotto quelli da cinquecento euro e poi quelli da cento, fino ad arrivare a quelli da cinquanta e da dieci», ha aggiunto Giangavino Sulas, il giornalista di Oggi che ha potuto vedere il vi­deo. Ma soprattutto dovrà dire se è vero che dopo l’irruzione chiese a Natalie di rag­giungerlo a casa — co­me ha raccontato il transessuale — e, in ca­so affermativo, per quale ragione.

Ancora tutti da chia­rire anche i rapporti tra i carabinieri arresta­ti e Gianguarino Cafas­so, lo spacciatore mor­to qualche settimana fa, che per primo aveva tentato di vendere il video. I militari so­stengono che fu proprio lui a filmare Marrazzo, ma i magi­strati ritengono questa versio­ne «non credibile», anche se proseguono gli accertamenti per capire quale sia stato il suo ruolo effettivo.

Fiorenza Sarzanini

Caso Marrazzo, indagini sul pusher Natalie: ecco cosa accadde a casa mia

Il Tempo

Cafasso è deceduto in un albergo sulla via Salaria. Gli arrestati: è stato lui a girare il video a Marrazzo.

Ci sono ancora troppi punti oscuri nella vicenda che ha coinvolto l'ex presidente della Regione Piero Marrazzo. Troppe contraddizioni nelle dichiarazioni degli indagati e anche risposte «vaghe» da parte del politico davanti agli inquirenti. E ancora è giallo sulla morte del pusher dei trans, Gianguarino Cafasso. Così i magistrati romani, che hanno mandato dietro le sbarre quattro carabinieri, hanno intenzione di interrogare di nuovo i militari e lo stesso Marrazzo prima del 4 novembre, giorno in cui è stata fissata l'udienza davanti al Tribunale dei Riesame.

Davanti agli inquirenti si dovrà sedere anche un quinto carabiniere, indagato dalla procura di Roma per ricettazione: avrebbe messo a disposizione il suo appartamento per far visionare il video che ritraeva l'ex governatore del Lazio in compagnia di un transessuale nella casa in via Gradoli. Tra gli aspetti ancora da chiarire, la presenza della cocaina nell'appartamento sulla Cassia, gli assegni che Marrazzo sostiene di aver consegnato ai militari, mai incassati, e dei quali non c'è alcuna traccia, nonché le telefonate fatte in Regione dai presunti ricattatori. Ma non è escluso che agli indagati possano essere contestati altri illeciti, come alcune rapine compiute la scorsa primavera ai danni di transessuali e sulle quali la procura ha deciso di fare luce per verificare se nelle maglie dei ricattatori siano finite altre persone.

Il sostituto procuratore Rodolfo Maria Sabelli, intanto, d'intesa con il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, ha disposto accertamenti sulla morte di Gianguarino Cafasso, lo spacciatore di droga indicato da uno dei carabinieri chiuso in carcere per aver ricattato l'ex presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo. Cafasso, ufficialmente, è deceduto a causa di arresto cardiaco provocato con ogni probabilità da una eccessiva assunzione di droga mentre si trovava in un albergo sulla via Salaria. Ed anche se non sussistono elementi per ipotizzare una morte violenta, i magistrati romani vogliono indagare comunque sulla morte dell'uomo. Per questo sono in attesa del completamento dell'esame autoptico e delle risultanze delle analisi tossicologiche.

Gianguarino Cafasso, legato sentimentalmente a un transessuale chiamato Jennifer, era molto conosciuto negli ambienti dei viados. Fin dal primo giorno, uno dei carabinieri arrestati ha riferito che il video «incriminato» gli era stato consegnato da Cafasso e che quindi non era stato girato dai militari il giorno dell'irruzione nell'abitazione di via Gradoli. I pm romani, intanto, hanno dato parere contrario alla scarcerazione dei militari.


Augusto Parboni

01/11/2009



Svizzera nel torto: i patti si mantengono

La reazione svizzera alle azioni della Guardia di finanza, riguardanti la lotta all’evasione fiscale è certamente eccessiva, anche se qualche ragione il governo elvetico ce l’ha, di lagnarsi con noi, in relazione ai controlli a tappeto sulle filiali italiane delle banche svizzere per verificare le posizioni dei cittadini italiani. Ma la Svizzera si è messa dalla parte del torto, con il sospendere la firma del trattato di cooperazione fiscale con l’Italia. Esso fa parte dei trattati che la Confederazione elvetica ha promesso di sottoscrivere, come condizione per uscire dalla lista nera dei paradisi fiscali, ossia, in termini tecnici, la lista dei «Paesi a regime fiscale privilegiato» per i quali l’Europa adotta misure tributarie di disfavore. E, grazie a questa promessa, la Svizzera è già uscita da tale lista nera. E quindi ha già avuto la contropartita a compenso della promessa di sottoscrivere il trattato di cooperazione tributaria con l’Italia.

Le promesse vanno mantenute. Ovviamente non è desiderabile che la Svizzera rientri nei Paesi «a regime fiscale privilegiato», come le Bahamas o le Isole Cayman. Non sarebbe né logico né giusto, in quanto le sue banche sono banche serie e importanti e la Costituzione svizzera è quella di un Paese libero e democratico. Si cerchi, dunque, di ragionare a mente fredda. Se è vero che sono state sottoposte a verifica tutte le filiali di banche svizzere in Italia e nessuna altra filiale di banca estera o italiana, per accertamenti riguardanti la posizione di clienti italiani, che hanno conti esteri, una discriminazione nei riguardi di tali banche ci può essere stata. In generale, gli accertamenti bancari per fini fiscali sono una cosa molto delicata. E ciò, in particolare, è delicato in un periodo di difficoltà bancarie. D’altra parte l’Italia non può non eseguire i controlli relativi ai contribuenti che possono avere commesso reati di evasione e frode fiscale, mediante banche estere, dato che tale azione si collega alla sanatoria delle posizioni irregolari, mediante lo «scudo fiscale».

Se la nostra amministrazione finanziaria non facesse questi controlli, il «perdono» insito nello scudo fiscale sarebbe un regalo agli evasori, non un mezzo per consentire loro di mettersi in regola e fare emergere i capitali nascosti all’estero. Aggiungo che per i capitali occultati negli Stati diversi da quelli a fiscalità privilegiata, il «rientro» in Italia richiesto per usufruire dello scudo fiscale non ha carattere reale, ma solo formale. In altre parole, tali capitali possono rimanere nelle banche estere in cui sono ora, ma, per beneficiare dello scudo fiscale, occorre che essi vengano denunciati alla nostra autorità tributaria. Il «rientro» è formale, avviene con l’informazione in questione, che li fa acquisire alla contabilità delle attività finanziarie dell’Italia sull’estero.

Il regime fiscale per i proventi di questi capitali esteri consiste in una trattenuta del 20% a titolo di imposta. Chi tiene i soldi su banche in Italia paga il 27% o il 12,5% secco a seconda che si tratti di depositi bancari o di altre attività finanziarie non qualificate. Paga l’imposta piena, sulla base della dichiarazione dei redditi personale o della società, se si tratta di partecipazioni qualificate. Insomma tenere i soldi in Svizzera può convenire comunque, anche se ciò viene dichiarato. Anzi così si ha una maggior disponibilità di tali cespiti. Dunque le banche della Svizzera non hanno alcunché da temere dallo scudo fiscale, quando si tratta di investimenti regolari, motivati dalla convenienza di usufruire dei servizi di tali istituti.

Ciò premesso, tuttavia, se la Svizzera riteneva che le visite sistematiche della Guardia di finanza alle sue filiali bancarie in Italia abbiano danneggiato gli istituti bancari a cui esse fanno capo, avrebbe avuto un modo legale per affrontare la questione e farvi chiarezza. Essa, infatti, poteva rivolgersi alle autorità comunitarie, per sollevare il caso. Ovviamente le autorità di Bruxelles avrebbero esaminato il caso, nel quadro complessivo, che riguarda le azioni concertate a livello europeo, per far cessare i regimi fiscali privilegiati, alias le evasioni a danno dei contribuenti che non evadono e debbono, per conseguenza, pagare di più di quel che sarebbe possibile. La diplomazia svizzera, comunque, ha denominato la sua protesta «sospensione della firma». Lascia aperta la porta per la ripresa della trattativa. È nel reciproco interesse che l’orizzonte fra i due Paesi si rassereni, dati i legami economici e finanziari che ci sono fra loro, e in particolare fra Piemonte e Lombardia e Cantoni elvetici confinanti.

L'ex governatore: volevo lasciare anche prima dello scandalo

Corriere della Sera

«A giugno mi dissero che a ottobre sarei stato attaccato»

ROMA — «Mi è stato riservato un trattamento che non ha precedenti. Sono stato "scarnificato" dai media, si è lasciato che giornali, riviste e tv si cibassero di me e di questa storia. In altre epoche e per altri personaggi non sarebbe mai accaduto. Quello che mi è successo, del resto, ha fatto comodo a tanti...». Lunghissimo silenzio, poi un altro discorso interrotto dalle lacrime, poi ancora silenzio, poi parole, poi lacrime: Piero Marrazzo, chiuso nella sua casa sulla via Tiberina, va avanti così. Certo, è seguito con attenzione dal medico che, da qualche giorno, lo ha preso in cura. E soprattutto gli è vicina una donna, la moglie, Roberta Serdoz: «Senza di lei, sarei già morto». E poi c'è la bimba di otto anni che corre intorno al tavolo della sala: ecco, lei forse è la medicina migliore. Ma per quanto possa essere importante l'amore delle persone care, non è difficile immaginare che per l'ex presidente del Lazio questi siano giorni orribili.

Lui, una vita passata in tv e poi un'altra a capo di una Regione, adesso è protetto dalle mura domestiche ma prigioniero dello stesso perimetro: «Non voglio uscire, non voglio che la gente mi riconosca». Nella settimana appena terminata ha ricevuto qualche visita, Piero Marrazzo: ha abbracciato le poche persone che per quasi cinque anni hanno lavorato a strettissimo contatto con lui. Li ha accolti in casa indossando vestiti sportivi, niente giacca, niente cravatta. A loro, seduto sul divano, col capo chino, ha affidato le sue parole, il suo sconforto. E la sua consapevolezza principale: «Ho commesso un errore enorme. Anche perché ho sempre saputo che uno scheletro così nell'armadio proprio non è compatibile con una carica pubblica. Avrei dovuto essere senza macchia né peccato, con la popolarità che avevo». I suoi assistenti raccontano che l'ultimo sondaggio, del 4 e 5 ottobre, era un trionfo: conosciuto dal 93 per cento dei cittadini del Lazio, apprezzamento al 64 per cento, successo elettorale previsto a prescindere dallo sfidante scelto dal centrodestra. Un trionfo. Uno dei suoi collaboratori più fidati oggi dice che «per mesi, Piero mi ha detto di voler lasciare la politica. Voleva andarsene, diceva di odiare questa barbarie che chiamiamo politica ma che si costruisce sull'annientamento dell'avversario. Lui lo diceva e io gli rispondevo così: "Ma guarda i sondaggi, sei al top della popolarità, vinci le elezioni"». Invece, non è così che è andata. Adesso Marrazzo, negli ultimi colloqui con i suoi collaboratori, dice di averne parlato anche con un personaggio importante del partito, della sua voglia di «lasciare la politica».

E a conferma cita il caso di questo libricino, che probabilmente sarà edito dalla Regione e che è «una sintesi ragionata» dei quasi cinque anni di lavoro regionale: «Ho scelto io il titolo e volevo che fosse quello, gli altri che mi sono stati suggeriti li ho rifiutati. E tutti mi dicevano: ma così sembra che hai finito di fare il governatore, non va bene, va cambiato». Invece, alla fine, s'intitola come voleva Marrazzo: «Missione compiuta». Voleva lasciare la politica prima che lo scandalo deflagrasse, Piero Marrazzo: almeno così, oggi, racconta a chi gli ha fatto visita. «Avevo già deciso di comunicare la mia decisione con una lettera da diffondere il martedì successivo alle primarie». Avrebbe fatto parlare tutta l'Italia, quella scelta. Invece, martedì scorso, l'Italia parlava d'altro. E adesso, in questi giorni, lui ripensa anche ai segnali che gli erano arrivati: «In un colloquio politico, nel giugno scorso, fui avvisato, mi venne detto che mi avrebbero attaccato ad ottobre». Chi riferisce le sue parole, precisa però che «Piero in questo periodo alterna momenti di lucidità, di consapevolezza, ad altri nei quali è confuso, depresso, schiacciato». Anche perché Marrazzo sa bene che «al di là delle mie colpe private, il trattamento che mi è stato riservato dai media non ha precedenti. Si è lasciato che mi gettassero nel tritacarne, non ho avuto la minima protezione». Sa anche un'altra cosa, Piero Marrazzo: «Quello che è successo, questo scandalo, rimarrà nella storia della Repubblica». Ma tra tanti pensieri deprimenti, ce n'è uno che, invece, sembra un nuovo inizio. E non ha niente a che vedere con i giornali, con la politica, con i ricatti. Chiuso nella sua casa, quasi sempre in compagnia di qualcuno, l'ex governatore del Lazio in questi giorni orribili sembra aver ritrovato una certezza: «Se non avessi avuto mia moglie non avrei resistito. Lei, adesso, mi sta salvando la vita».

Alessandro Capponi
01 novembre 2009

Marrazzo mi chiamò: vieni a casa mia»

Corriere della Sera

Natalie: i carabinieri gli chiesero 100.000 euro.
 Omissis sui nomi dei clienti

ROMA - Sono due i verbali di Natalie, 37 anni, il trans ritratto nel vi­deo insieme al governatore Pie­ro Marrazzo. Il primo è del 24 ottobre scorso, davanti ai cara­binieri del Ros.

Ma è soltanto tre giorni dopo, di fronte ai ma­gistrati, che dichiara: «Circa quaranta minuti dopo il fatto Marrazzo mi ha chiamato dicen­domi di andare a casa sua. Quando arrivai da lui, prima di entrare nel palazzo, c’era un uo­mo di vigilanza, come o anche più alto di me, che mi fece se­gno di entrare. Preciso che quando arrivai quest’uomo sta­va parlando al telefono. Una vol­ta entrato in casa, Marrazzo che era solo, mi disse che i carabi­nieri gli avevano portato via an­che 2.000 o 2.200 euro che ave­va nel portafogli e che era mol­to nervoso perché temeva che i due potessero fargli qualcosa di male».

La sua testimonianza viene ritenuta fondamentale da­gli inquirenti — che le hanno concesso un permesso di sog­giorno ai fini di giustizia — ma anche dai difensori dei carabi­nieri arrestati Mario Griffo e Marina Lo Faro perché può aiu­tare a ricostruire che cosa accad­de davvero nel suo appartamen­to il 3 luglio. Nel verbale ci so­no però numerosi omissis che probabilmente coprono infor­mazioni su altri clienti e altre circostanze che il transessuale ha cominciato a verbalizzare. «Ero a casa con Piero, così io lo chiamo, sono venuti due ca­rabinieri in borghese, ossia Car­lo e quello bellino. In quell’occa­sione, eravamo insieme in inti­mità, quando hanno suonato al campanello.

Mi sono trovato davanti i due carabinieri, in bor­ghese, che mi hanno fatto vede­re il tesserino. Carlo ha chiesto se stavo con qualcuno, io gli ri­spondevo negativamente. Loro sono entrati, dicendo che alcu­ni amici miei gli avevano riferi­to che io avevo un cliente che gli interessava molto vederlo. Quindi, in camera da letto, han­no visto Piero in mutande (bianche). Carlo, quindi, mi ob­bligava ad uscire nel balcone e andava con l’altro carabiniere in camera a parlare con Piero. Io non ho quindi sentito quello che si sono detti. Sono stati a parlare circa 20 minuti mentre ero costretta a stare in balcone. Loro infatti avevano chiuso la fi­nestra in modo tale che non po­tessi né tentare di entrare, né sentire la conversazione. Come detto, dopo 20 minuti mi face­vano rientrare.

I due carabinie­ri, pertanto, alla mia presenza, minacciavano Piero, dicendogli che se lo avessero portato in ca­serma perché stava con un tran­sessuale gli avrebbero rovinato le carriera. Io pregavo Carlo di non portare Piero in caserma ma di portare me, perché altri­menti lo avrebbero rovinato. A quel punto Carlo mi obbligava ancora una volta ad uscire in balcone, chiudendo ancora le porte dello stesso. Vedevo che i due carabinieri continuavano a parlare con Piero che sembrava molto imbarazzato e nervoso. Dopo al massimo 5 minuti mi hanno consentito di rientrare dentro e io ho sentito che Carlo voleva 50.000 euro per lui e 50.000 euro per l’altro carabi­niere. Volevano i soldi subito, ma Piero non li aveva. A quel punto Carlo si rivolgeva all’al­tro carabiniere e gli diceva di andare fuori e di chiamare Nico­la. Quindi il carabiniere giova­ne usciva per pochi minuti e quando rientrava scuoteva la te­sta, ma non so cosa significas­se.

Carlo, quindi, chiedeva a Pie­ro il numero del cellulare, ma Piero gli dava quello dell’uffi­cio, i due carabinieri volevano un appuntamento per ricevere i soldi. Dopo che i due carabinie­ri se ne sono andati Piero mi ha ha confidato che i predetti gli avevano rubato oltre 2000 euro dal portafoglio. Non so se han­no preso altro. Volevano porta­re via anche il mio computer ma alla fine hanno desistito per­ché li ho minacciati di chiama­re la polizia. Piero, dopo circa 5-10 minuti, se ne è andato. Era molto agitato e preoccupato. Quando sono venuti da me i due carabinieri e hanno sorpre­so Piero non c’era droga. Ribadi­sco che durante le circostanze che Piero è venuto a casa mia nessuno ha girato alcun video. Non posso però dirvi se Carlo e l’altro carabiniere abbiano ri­preso qualcosa, ossia abbiano girato il video nel momento in cui mi hanno chiuso fuori, per­ché fecero in modo di chiudere anche la tenda. Mai Piero ha portato cocaina con lui e mai io gliela ho data».

Come raggiungeva la sua abitazione il signor Marraz­zo? «Non posso fornirvi indica­zioni al riguardo, poiché lui quando veniva, suonava il cam­panello ed entrava. Non l’ho mai visto con alcuna macchi­na, né se fosse accompagnato da qualcuno».

Ha subito altre rapine da parte di carabinieri? «L’unica volta che i due cara­binieri sono venuti e casa mia è stata quella che vi ho descrit­to. Tuttavia, sono molto noti nell’ambiente dei trans, perché soliti entrare nelle case e ruba­re tutti i soldi ed oggetti di valo­re. Ad una mia amica (transes­suale) di nome Raquel che abi­ta in via dei due Ponti 150, da quanto da lei riferitomi, hanno rapinato 1.600 euro in contan­ti, un computer e tanti profumi di marca».

Conosce il signor Cafasso Gianguarino? «Non credo di conoscerlo, avrei bisogno di vederlo in fo­to, ma tale nome non mi dice niente » .

Conosce Rino? «Si, lo conosco di nome, per­ché si dice, nell’ambiente, che portasse droga ai trans. So che è morto, sempre per averlo ap­preso nell’ambiente. Non so dirvi se Rino di cui ho sentito dire in questi termini sia Cafas­so Gianguarino. Il 29 ottobre viene sentito per due volte l’avvocato Cin­quegrana, difensore di Cafasso, che racconta le confidenze del suo cliente. «Mi disse che la ri­presa era stata fatta dai due ca­rabinieri e che Marrazzo gli die­de assegni per 50.000 euro». E la seconda volta aggiunge: «Ca­fasso mi disse che lui era pre­sente, ma non so che cosa in­tendesse » .

Fiorenza Sarzanini
31 ottobre 2009(ultima modifica: 01 novembre 2009)

Soldi, bugie e mediatori, tutti i punti oscuri dal blitz alla trattativa

Corriere della Sera

Le contraddizioni e le versioni diverse dei protagonisti
Nel video forse più dettagli di quelli già noti

La tenaglia che ha già stritolato Pie­ro Marrazzo si stringe ancora e ora rischia di strozzare qualcun altro. Perché dieci giorni dopo l’arresto dei quattro carabinieri, questa storia che s’è dipanata da luglio a ottobre rimane segnata da troppi punti oscuri. I due momenti cruciali sono l’irruzione nel­l’appartamento del transessuale Natalie e la commercializzazione del video del governato­re. La lettura degli atti sin qui acquisiti (quan­tomeno quelli che i giudici hanno messo a di­sposizione delle parti) mostra le contraddizio­ni — anche su dettagli all’apparenza banali— e le versioni divergenti fornite dai protagoni­sti. Ma soprattutto evidenzia quanto appro­fondite debbano essere le verifiche investigati­ve per comprendere se l’iniziale ricatto econo­mico possa essersi trasformato anche in una trappola politica. Nella seconda fase si agita­no infatti sulla scena attori che mostrano inte­resse per il video, ma poi dichiarano di non aver mai avuto l’intenzione di renderlo noto «perché si trattava di immagini impubblicabi­li ». E allora ci si può domandare come mai ab­biano continuato a trattarlo, invece di denun­ciare che cosa stava accadendo. Si tratta infat­ti di personaggi di primo piano dell’informa­zione, della politica e dell’imprenditoria italia­na. Dunque è proprio dall’inizio che bisogna ripartire per cercare di individuare i misteri da svelare.

Quattro nella casa
Almeno la data appare ormai fissata: 3 lu­glio 2009. Marrazzo, Natalie e i due carabinie­ri che effettuano l’irruzione (Carlo Simeone e Luciano Tagliente) negano che nell’apparta­mento ci fossero altre persone. Ma su quanto accade forniscono ricostruzioni molto diver­se. I militari raccontano di essere entrati per­ché avvisati dalla loro «fonte» Gianguarino Cafasso che c’era un festino a base di cocaina. E sostengono che fu il presidente, sorpreso in quella situazione imbarazzante, a offrire loro denaro e favori. Marrazzo racconta di essere stato minacciato dai due che volevano soldi in contanti e di aver invece offerto tre assegni «perché avevo paura sia di essere arrestato, sia per la mia incolumità». Ma perché conse­gnarsi ai ricattatori fornendo loro un elemen­to così compromettente, tanto più se — come ha verbalizzato — il governatore non si era ac­corto che qualcuno stava girando un filmino, dunque non sapeva di essere incastrato? È pro­babile che la trattativa sia stata più comples­sa, che ci siano state consegne immediate o comunque successive di soldi. Uno dei carabi­nieri ha detto che il video originale dura 13 minuti confermando il sospetto che mostri molto più di quanto emerso. O, addirittura, che sia stato girato in due fasi diverse: quella dell’irruzione e quella dell’avvenuto pagamen­to. Due persone che l’hanno visionato sosten­gono che sul tavolino c’erano molto più dei 5.000 euro di cui ha parlato Marrazzo. «Alme­no 15.000 in banconote da 500 euro», concor­dano il fotografo Max Scarfone e il giornalista Giangavino Sulas.

Nell’ombra della trattativa
L’indagine dovrà stabilire chi abbia girato il video, ma altrettanto e forse più interessante è comprendere quale fosse il fine reale della sua messa in vendita. È accertato che già il 15 luglio, appena dieci giorni dopo l’irruzione, Cafasso contatta due giornaliste di Libero . Il quotidiano all’epoca è diretto da Vittorio Fel­tri che però dice di non aver mai visto le im­magini. Negli stessi giorni i carabinieri (si è aggiunto Nicola Testini) chiedono al collega Antonio Tamburrino di trovare qualcuno che lo compri. Se l’unico obiettivo è fare soldi, non basta tenere in scacco Marrazzo? Lui stes­so ha ammesso che «quelli si sono rifatti sot­to in seguito, volevano favori». Con il trascor­rere del tempo la voce dell’esistenza del filma­to si è ormai sparsa, gli stessi militari hanno contattato alcuni imprenditori, «un certo Ric­cardo con tale Massimo». Ed ecco il primo det­taglio che inquieta. Racconta Tagliente: «Sime­one mi disse che quei due agivano per conto di altri». Chi sono questi altri? Ma soprattutto, quale uso può fare un imprenditore di un vi­deo tanto imbarazzante, se non utilizzarlo per un ricatto? E chi è davvero quel «Piero Cola­bianchi che ha case in Sardegna», al quale lo stesso Simeone racconta di essersi rivolto?

Il secondo livello
Mentre i tre carabinieri si muovono, il foto­grafo Max Scarfone fa salire il livello degli in­terlocutori affidando il negoziato all’agenzia Photo Masi. Le regole per veicolare materiale delicato le conosce bene, visto che due anni fa fu proprio lui a immortalare Silvio Sircana, il portavoce del governo Prodi, mentre si acco­stava con la macchina a un transessuale in un viale alberato di Roma. Tentano con il settima­nale della Rcs Oggi , ma dopo aver mandato il giornalista Sulas a visionare il video, il diretto­re Andrea Monti dichiara di non essere inte­ressato. Ben diversa è la procedura con Mon­dadori, visto che il 5 ottobre Alfonso Signori­ni ne ottiene una copia. «Non avevo alcuna in­tenzione di pubblicarlo», dichiara quando la storia diventa nota. Ma, nonostante questo, non ha ritenuto di doverlo restituire a chi lo gestiva in esclusiva. Anzi.

Le visioni private
Ne parla subito con Marina Berlusconi e con lo stesso presidente del Consiglio, al qua­le lo porta in visione. Poi lo veicola all’interno del gruppo editoriale, ma non solo. Per il 12 ottobre procura un appuntamento al nuovo direttore di Libero Maurizio Belpietro che lo visionerà negli uffici della Photo Masi. Lo stes­so accade due giorni dopo — 14 ottobre — con Gianpaolo Angelucci, l’imprenditore del­la sanità ed editore di Libero e del Riformista. Il diretto interessato smentisce di aver guarda­to il filmato, ma è Carmen Pizzuti, la titolare dell’agenzia, a rivelare i dettagli di quell’incon­tro specificando che «Angelucci si mostrò in­teressato e disse che mi avrebbe dato una ri­sposta entro le 19». Chi mente e perché? Rac­conta Pizzuti: «Quello stesso 14 ottobre Signo­rini mi chiamò e mi disse di fermare tutte le trattative perché Panorama era molto interes­sato e dovevano decidere chi doveva pubblica­re tutto». Adesso bisogna capire che cosa ac­cadde nei cinque giorni successivi. Perché il 19 ottobre è lo stesso Berlusconi ad avvisare Marrazzo dell’esistenza del video. Sono tra­scorse due settimane da quando il suo gruppo editoriale lo ha avuto in consegna. Perché ha aspettato tutto questo tempo? Il presidente del Consiglio ha detto pubblicamente di aver fornito a Marrazzo i contatti per trovare un ac­cordo con l’agenzia. Il governatore racconta un’altra storia: «Silvio Berlusconi mi ha telefo­nato per comunicarmi di aver saputo che ne­gli ambienti editoriali milanesi girava voce che ci fossero foto compromettenti che mi ri­guardavano. Io ho subito ripensato all’episo­dio accaduto nei primi di luglio e ho cercato tramite i miei collaboratori dell’ufficio stam­pa di saperne di più. È così che mi è stato dato il numero di telefono dell’agenzia che sembra­va interessata alla commercializzazione delle presunte foto che mi riguardavano». Pizzuti lo smentisce: «Il 19 ottobre Signorini mi ha te­lefonato dicendomi che mi avrebbe chiamato Marrazzo perché la cosa, per ovvi motivi, inte­ressava direttamente lui. Infatti il 19 ottobre, tra le 15.00 e le 15.30, mi contattava sul mio cellulare una voce maschile che si presentava come Piero Marrazzo». Se anche fosse riuscito ad acquistare quel materiale, come poteva spe­rare il Governatore che il segreto fosse mante­nuto per sempre? Sono tutte queste domande, tutti i misteri ancora aperti, a dimostrare come siano i ri­svolti politici ad intrecciarsi con un’inchiesta giudiziaria che potrà accertare la verità soltan­to chiarendo le diverse versioni fornite dai protagonisti.

Fiorenza Sarzanini
01 novembre 2009

E Angelucci chiede il conto a «Repubblica»: 30 milioni

di Redazione

Roma

Nel numero ieri in edicola, Repubblica scrive che il re delle cliniche ed editore di Libero Angelucci, nel duello con il governatore del Lazio Piero Marrazzo, avrebbe perso 30 milioni di euro. E ricostruisce i motivi d’attrito, diciamo così, tra l’imprenditore e l’ex presidente travolto dallo scandalo del videoricatto col trans. Oggi arriva la smentita del Gruppo Tosinvest, che annuncia anche di aver dato mandato ai propri legali di procedere a una richiesta di risarcimento danni nei confronti di Repubblica di importo pari al «taglio» che le cliniche di Angelucci avrebbero subito dal piano sanitario regionale secondo le rivelazioni del quotidiano: 30 milioni di euro. Con il corollario che «tutto quanto dovesse essere riconosciuto al gruppo come indennizzo dagli organi competenti verrà interamente devoluto in beneficenza».

L’affaire Marrazzo vive dunque le sue appendici giudiziarie collaterali, quando salta fuori un piccolo giallo sul quinto carabiniere indagato, per ricettazione, Donato D’Autilia, già coinvolto nel 2006 nell’indagine «Fiori nel fango 2», sulla pedofilia. Nel caso Marrazzo il 42enne leccese sarebbe entrato mettendo a disposizione la sua casa per mostrare il filmato di Marrazzo con il trans (dopo aver cercato di perquisire gli occasionali ospiti), un appartamento che si troverebbe in un complesso di nuova costruzione sulla Cassia: palazzine a cortina a tre piani, che si snodano lungo una strada privata all’altezza della Giustiniana. Lì gli inquirenti sarebbero arrivati ripercorrendo la strada fatta da alcuni dei testimoni che erano interessati ad acquistare il video. Ma, curiosamente, c’è anche un altro dei quattro carabinieri già indagati, Luciano Simeone, che risulterebbe di fatto domiciliato in quello stesso piccolo condominio.

E mentre la Procura cerca di chiarire il ruolo - e le circostanze della morte, avvenuta in una stanza d’albergo della Salaria - del pusher Gianguarino Cafasso, indicato dagli indagati come autore materiale del video, e che in quanto defunto ha difficoltà a fornire una sua versione, i pm romani fanno sapere che come era prevedibile si opporranno alla scarcerazione di Carlo Tagliente, Simeone, Nicola Testini (accusati del ricatto a Marrazzo) e Antonio Tamburrino (accusato di ricettazione) nell’udienza del tribunale del riesame, in calendario per il 4 novembre prossimo. Prima di allora, peraltro, i quattro - e la new entry nel registro degli indagati D’Autilia - verranno nuovamente interrogati per tentare di ricostruire i punti ancora vaghi, dalla presenza della droga nell’appartamento dove fu girato il video ai misteriosi e mai ritrovati assegni che l’ex governatore dice di aver consegnato ai due militari che fecero irruzione in casa del trans Natalie. Tutto in attesa di risentire anche la vittima del presunto ricatto, Piero Marrazzo. Che dopo la tregua dall’assedio dei media tornerà presto in Procura.