martedì 3 novembre 2009

Usa, quotidiano vince Pulitzer e poi chiude per bancarotta

di Redazione


 
 
Washington - Sembra un paradosso. Dalle stelle alle stalle. Pochi mesi dopo avere vinto un prestigioso Premio Pulitzer un giornale dell’Arizona ha annunciato di dover chiudere bottega per bancarotta. Protagonista della vicenda è l’East Valley Tribune, un giornale che esce nella periferia di Phoenix (Arizona). Il proprietario ha annunciato che il giornale cesserà la pubblicazione a partire dal primo gennaio prossimo chiedendo la protezione delle leggi sulla bancarotta. Il giornale aveva vinto pochi mesi fa un Premio Pulitzer per una serie di servizi su come la polizia locale, concentrandosi nella lotta alla immigrazione illegale, aveva trascurato la caccia ai responsabili di altri crimini.



Caso Marrazzo, interrogato D'Autilia: «Non c'entro con il ricatto»

Il Messaggero

Tre carabinieri in carcere non rispondono alle domande del pm
Il trans Jennifer: così ho visto morire Cafasso

ROMA (3 novembre) - «Con il ricatto non c'entro nulla». Lo ha detto Donato D'Autilia, il quinto carabiniere indagato nella vicenda Marrazzo, rendendo dichiarazioni spontanee ai pm che indagano sul presunto ricatto all'ex presidente della Regione Lazio.
D'Autilia, indagato per ricettazione, ha spiegato al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e al sostituto Rodolfo Sabelli, assistito dall'avvocato Remo Pannain, di conoscere i tre carabinieri in carcere per il ricatto a Marrazzo (Nicola Testini, Carlo Tagliente e Luciano Simeone) ma di non avere rapporti con loro da diverso tempo.

Secondo la sua difesa D'Autilia non saprebbe nulla del video che ritrae Marrazzo con un trans. «Non vedo i miei colleghi da tempo - ha detto D'Autilia - ne so nulla di video e ricatti». Il carabiniere ha spiegato anche di essere stato diverso tempo ai domiciliari e anche per questo di non aver avuto contatti con i suoi ex colleghi. Secondo le accuse della procura, e la testimonianza del fotografo Max Scarfone (uno degli intermediari a cui si rivolsero i militari in carcere per commercializzare il video) e i, giornalista di Oggi Giangavino Sulas, D'Autilia mostrò il video su un pc in una casa sulla via Cassia.

Intanto si sono avvalsi della facoltà di non rispondere i tre carabinieri in carcere (Testini, Simeone e Tagliente). Assistiti dal loro legale, l'avvocato Marina Lo Faro, saranno domani in udienza al Riesame che dovrà valutare la loro richiesta di annullamento della custodia cautelare in carcere. I tre sono accusati di estorsione, rapina, violazione di domicilio, interferenza illecita nella vita privata e violazione della legge sugli stupefacenti. Nell'inchiesta c'è un quarto indagato, il carabinieri Antonio Tamburrino, accusato di ricettazione del video.

Jennifer: così ho visto morire Cafasso. È stato testimone diretto della morte di Gianguarino Cafasso, il pusher dei trans indicato dai carabinieri coinvolti nel caso Marrazzo come l'autore del video girato in via Gradoli. Anche per questo motivo il transessuale Jennifer è stato interrogato dai magistrati romani.

Cafasso è morto nello scorso settembre per un arresto cardiaco dovuto probabilmente all'assunzione di cocaina proprio mentre era in compagnia di Jennifer, con il quale aveva una relazione. Convocato in procura Jennifer non avrebbe fornito elementi utili per fare luce sulla vicenda Marrazzo, ma ha ripercorso i momenti culminati nella morte di Cafasso. In particolare Jennifer avrebbe affermato che il pusher è deceduto dopo aver consumato droga insieme con lui in un hotel sulla via Salaria. Quasi certamente a provocare la morte di Cafasso sarebbero state anche le sue condizioni di salute e la sua obesità. Gli inquirenti vogliono comunque fare luce su quella morte ed è per questo motivo che hanno disposto una serie di accertamenti medico legali e sono tuttora in attesa dei risultati delle analisi tossicologiche. A differenza di altri trans, come Natalie, sorpreso con Marrazzo nell'appartamento di via Gradoli, Jennifer non è ritenuto un teste di giustizia dagli inquirenti. Trattandosi di persona presente in Italia clandestinamente (proprio ieri c'è stata un'udienza in tribunale) è destinato ad essere espulso.


La Blefari voleva collaborare" I compagni: "Nulla resterà impunito"

Il Tempo

Diana Blefari Melazzi nell'aula bunker di Rebibbia durante il processo per l' omicidio di Massimo D' Antona Depressa, Sofferente per un logornate conflitto interiore. La rivoluzione, la scelta della lotta armata e poi quelle sbarre che da alcune ore sapeva sarebbero state ormai il suo orizzonte per il resto della vita. Diana Blefari Melazzi voleva ritrovare la sua socialità, lontano dal 41 bis e dal distacco con i suoi affetti. Ma uno di uesti, Massimo Papini, era anche lui finito dietro le sbarre. Il mondo è crollato e Diana ha scelto di togliersi la vita. Come la madre. Un episodio che aveva segnato la sua esistenza. Ma la brigatista prima di morire aveva preso anche un'altra decisione, che ieri l'avvocato Valerio Spigarelli ha confermato: «Voleva iniziare a collaborare con gli investigatori».
E alle intenzioni la compagna Maria aveva fatto seguire i fatti. Sabato mattina la detenuta Blefari aveva consegnato una lettera agli uomini della Digos che erano andati a Rebibbia. Diverse pagine dalle quali gli investigatori potrebbero trovare nuove informazioni. O forse solo il motivo del gesto tragico. Sulla collaborazione di Diana Blefari si sono già innescate le polemiche con i compagni di lotta, pronti a insorgere per difendere la fedeltà all'idea rivoluzionaria della donna che avevano essi stessi messo sotto processo. La brigatista addetta alla logistica delle nuove Brigate Rosse voleva parlare ma poi è stata inghiottita dal silenzio.
Al suo ex compagno, l'unico che andava a trovarla in carcere, scriveva: «Non ce la faccio più a stare qui dentro, voglio parlare con i magistrati, aiutami ad uscire». Aveva chiesto: «Aiutami a morire in modo indolore». E adesso la sua morte ha lasciato una lunga scia di polemiche. «Diana Blefari Melazzi poteva essere curata e poi riportata in carcere. Non c'è stata prevenzione, ma ha prevalso l'aspetto punitivo», accusa Caterina Calia. L'avvocato, uno dei legali che in questi anni ha seguito l'irriducibile brigatista che rinunciò ad essere la rampolla di una nobile famiglia, racconta del disagio dell'ex terrorista. «Non ci siamo limitati a delle richieste di perizie, ma abbiamo chiesto anche dei ricoveri in strutture in cui potesse essere seguita momento per momento», ha aggiunto.
Alternava momenti di lucidità e di aggressività e non voleva vedere nessuno, rifiutava di farsi visitare. Poi, inaspettatamente, la scorsa settimana, ha incontrato per tre o quattro volte alcuni investigatori, ma i loro colloqui rimarrano probabilmente sconosciuti ai più. Ma gli avvocati della brigatista suicida oggi hanno sferrato l'affondo più lacerante, puntando il dito sulle richieste di aiuto inascoltate. «Le valutazioni fatte sulle condizioni di salute di Diana Blefari Melazzi sono state inquinate più dal tipo di reati per cui era in carcere che non dal suo reale stato», ha denunciato l'avvocato Valerio Spigarelli. «Per anni - ha sottolineato citando anche l'esito di alcune consulenze fatte da psichiatri di Rebibbia - è stata posta in luce la situazione di Diana, affetta da un grave disturbo psicotico della personalità, compreso il rischio di suicidio.
I tecnici incaricati dalla magistratura di Bologna di verificare se Diana fosse capace di essere presente nel processo Biagi hanno ritenuto che questi rischi non fossero così gravi». Invece Diana ha spiazzato tutti, lei agiata borghese aveva scelto la lotta armata e la clandestinità. Sabato sera ha scelto la fuga da un mondo nel quale non si ritrovava più.


Maurizio Piccirilli


Di Pietro: "Test anti-droga ai politici"

Il Tempo

Durante la trasmissione Il fatto del giorno l'ex pm ha rilanciato l'idea di un test per tutti i candidati in politica: "In Parlamento la droga gira. E gira molto".

La droga "offusca il cervello, distrugge il corpo, non fa capire. Un qualsiasi politico che prende droga non fa bene il suo mestiere". Ecco perchè, durante la trasmissione Il fatto del giorno Antonio Di Pietro ha rilanciato l'idea di un test antidroga per tutti i candidati in politica. "Un test che - ha spiegato - dovrebbe riguardare anche chi è oggi in Parlamento". Infatti, sosiene l'ex magistrato:  "Lì la droga gira. E gira molto". 

Modifica alla par condicio: "Manca solo l'olio di ricino"
- Antonio Di Pietro passa al contrattacco dopo le critiche ricevute su alcuni quotidiani e il "fuoco amico" di Micromega prima, gli "autoconvocati" di Bologna poi. E le critiche rivolte dall'interno dello stesso Idv sono bene accette dal fondatore del partito: "Bellissima cosa - ha detto ospite su Raidue - Le critiche sono il sale della democrazia". "Sono orgoglioso di aver realizzato questo partito da solo ed ora - ha detto - lo metterò a disposizione degli iscritti. Questa è democrazia". E a proposito di informazione il leader Idv commenta davanti a Montecitorio la porposta di modifica della par condicio: "È l'ennesima prova tecnica di regime, manca solo l'olio di ricino".

No alla riforma della Giustizia -  "Chi si mette al tavolo con Berlusconi per dialogare sulla giustizia o è un irresponsabile o è connivente: a lui interessa solo l'impunità e la prescrizione breve". E' duro l'attacco al premier che Di Pietro ha fatto parlando con i giornalisti a Montecitorio. L'Idv non può sedersi al tavolo perchè, ha aggiunto l'ex pm, Berlusconi "vuole l'impunità e la denigrazione dei giudici che fanno il loro dovere". E conclude: "Affidare a Berlusconi la riforma della giustizia è come dare il Pronto soccorso a Dracula". 

Il giallo del dossier - Commentando le dichiarazione del presidente del Consiglio contenute nel libro di Bruno Vespa Donne di cuori nelle quali il premier afferma che "nessuno ha armi di ricatto" nei suoi confronti, Di Pietro ammette: "Per una volta tanto sono d'accordo con lui". Perchè, prosegue, "il ruolo che più gli si addice è quello di ricattatore. E l'ex magistrato conclude: "Ne so qualcosa io che l'ho vissuto con l'esperienza dei dossier che mi ha fatto costruire addosso e lo vediamo tutti i giorni, da ultimo anche nella vicenda Marrazzo".



Scarpe scontate alla Lega No-global contro negozio

Corriere del Veneto

Il caso - Basta dichiararsi «simpatizzanti» alla cassa
Schio, meno 15% sulle calzature verdi

Luca Croce del negozio Carla Sport (Galofaro)

Luca Croce del negozio Carla Sport (Galofaro)

SCHIO (Vicenza) - Scarpe verdi scontate del 15 per cento a chi è della Lega Nord: niente tessera di parti­to, basta dichiararsi «simpa­tizzanti » alla cassa. A Schio, in provincia di Vicenza, l'ini­ziativa è in vigore da setti­mane in un frequentato ne­gozio di articoli sportivi. Lo dice la sezione locale del par­tito e lo conferma il titolare del negozio, che però preci­sa: «Non c'è niente di politi­co, anzi se Bertinotti doma­ni volesse farlo per i suoi sti­puleremmo una convenzio­ne anche con lui». Lo sconto al verde padano va però di traverso ai «no global» alto­vicentini, che sabato pome­riggio hanno boicottato il punto vendita accogliendo la clientela con striscioni, slogan e calzature verniciate dello stesso colore.

«Lo sconto è tutt'ora in vi­gore - spiega Luca Croce, uno dei titolari del negozio Carla Sport - è una conven­zione che abbiamo fatto con la Lega, chi si dichiara sim­patizzante ha una riduzione del 15 per cento su scarpe verdi da ginnastica e panta­loni delle tute, questi di qual­siasi tinta. Ma lo facciamo anche con associazioni spor­tive e palestre, per noi l'im­portante è richiamare clien­ti. Niente di politico, non avremmo alcun problema a convenzionarci con partiti della fazione opposta». Saba­to pomeriggio alle 17 il pun­to vendita è stato preso di mira da un gruppo di ragaz­zi della sinistra radicale, ap­partenenti al centro autoge­stito Arcadia, di Schio: «Han­no messo degli striscioni sul­la nostra vetrina, faremo de­nuncia ai carabinieri», com­menta Croce. Sull'episodio interviene, polemica, anche la sezione leghista locale.

«E' inaccettabile, quando il proprietario è uscito per cal­marli quelli del centro Arca­dia l'hanno bersagliato di in­sulti – critica Valter Orsi, ca­pogruppo leghista in consi­glio comunale – hanno oscu­rato la vetrina con uno stri­scioni che accusavano il ne­gozio di razzismo e xenofo­bia, perché c'è la convenzio­ne con noi. Ma noi abbiamo un accordo con Carla Sport per abbigliamento e scarpe come ce l'hanno tante altre associazioni: abbiamo porta­to la nostra solidarietà al ti­tolare, che non è un nostro iscritto. Il centro Arcadia or­mai si sta organizzando in vere e proprie squadre d'as­salto a turbativa dell'ordine pubblico. Purtroppo il Co­mune lo sostiene, attraverso l'Informagiovani che condi­vide il logo per alcune inizia­tive».

La questione è arriva­ta al Viminale. Ieri il senato­re leghista vicentino Paolo Franco ha chiesto l'interven­to del ministro dell'Interno Roberto Maroni: «Sono indi­vidui violenti e facinorosi, è opportuno che il ministero verifichi se l'amministrazio­ne di sinistra in via diretta o indiretta li sostiene finanzia­riamente. Sarebbe molto grave». La portavoce del cen­tro Arcadia, Jessica Borotto, minimizza i danneggiamen­ti: «Lo striscione che abbia­mo appeso alla vetrina l'ab­biamo tolto subito. Tutto è nato perché il negozio scon­ta le scarpe verdi a chi si di­chiara amico della Lega: chiedere l'inclinazione poli­tica personale non è un crite­rio adatto, soprattutto quel­la leghista, che tutti cono­sciamo dai fatti di cronaca come razzista e xenofoba. Non ci sono stati danni, il nostro boicottaggio si è limi­tato alla distribuzione di vo­lantini davanti al punto ven­dita e ad ammassare un mucchio di scarpe vernicia­te di verde vicino alla porta, col senso di dare una “scarpata” ai sostenitori del­la Lega».

Andrea Alba



Teramo: registrazione shock, botte di nascosto ai detenuti

L a Voce

Teramo – Dal carcere di Castrogno arriva un audio, in cui un superiore e un agente dialogano concitatamente riguardo il pestaggio di un detenuto, quasi come se fosse una prassi, una normalità della gestione del penitenziario. “Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto. Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto". Ora questo nastro è nelle mani della Procura della Repubblica di Teramo che ha aperto un'inchiesta sulla vicenda.

La ‘voce’ della registrazione è stata attribuita da più fonti al commissario Luzi che dichiara “forse l’ho detto in un momento di rabbia”. Nulla di ufficiale, ma solo il commento di un uomo che non ricorda di aver mai detto quelle parole a meno che, si diceva, non sia stato un momento di rabbia. Ed è proprio cosi, lo si evince dal tono della chiacchierata: chi parla è arrabbiato, perché è stato commesso un errore che avrebbe potuto scatenare una più che probabile rivolta.

Chiara Bianchi

La Corte europea dei diritti dell'uomo: «No al crocefisso nelle aule scolastiche»

Corriere della Sera


Il ricorso presentato da un'italiana di origine finlandese.

Il governo dovrà pagarle 5mila euro per danni morali


MILANO - La presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce «una violazione del diritto dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni» e una violazione alla «libertà di religione degli alunni». Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo nella sentenza su un ricorso presentato da una cittadina italiana.

LA PROTAGONISTA - Il caso era stato sollevato da Soile Lautsi Albertin, cittadina italiana originaria della Finlandia, che nel 2002 ha chiesto all'istituto statale Vittorino da Feltre di Abano Terme (Padova), frequentato dai suoi due figli, di togliere i crocefissi dalle aule. A nulla in passato erano valsi i suoi ricorsi davanti a tribunali italiani e a dicembre 2004 era arrivato il verdetto della Corte Costituzionale sul ricorso presentato dal Tar del Veneto. Ora i giudici di Strasburgo le hanno dato ragione, stabilendo inoltre che il governo italiano dovrà pagare alla donna un risarcimento di cinquemila euro per danni morali. Si tratta della prima sentenza della Corte di Strasburgo in materia di esposizione dei simboli religiosi nelle aule scolastiche.

Adesso per l'Unità la Blefari è una "vittima"

di Antonio Signorini



 
Roma - Omicidi di Stato, brigatisti che non sono rossi, anche se poi spunta fuori qualcuno che li chiama «compagni». E, sullo sfondo, la classica domanda: a chi giova? Tira un’aria da anni Settanta nella stampa, nei partiti e nei blog della sinistra. Persino l’Unità, che non sarebbe una delle testate più radicali, non ha resistito alla tentazione e in due giri di rotativa ha cancellato anni di sofferti ripensamenti e ammissioni di responsabilità da parte della sinistra.

Domenica il quotidiano diretto da Concita De Gregorio aveva aperto il giornale con il caso della morte di Stefano Cucchi intitolando «Omicidio di Stato», la storia del giovane arrestato per spaccio di droga morto mentre era detenuto. Ieri è stata la volta del suicidio di Diana Blefari. In copertina non c’era la componente delle nuove Brigate rosse, ma una generica apertura sulle «Galere d’Italia», foto cupa di un penitenziario e citazione di Fabrizio De Andrè: «Quando hanno aperto la cella era già tardi perché con una corta al collo freddo pendeva Michè».

Dedica toccante; peccato che l’unica cronaca carceraria di giornata fosse quella della donna che ha partecipato al commando che uccise Marco Biagi e si è tolta la vita due giorni fa. Il suo compito era quello di seguire la vittima designata, individuarne i punti deboli e assicurare che finisse in pasto ai suoi carnefici. Un’altra storia rispetto a quella romantica del prigioniero suicida cantato da De Andrè, condannato a venti anni di galera perché «un giorno aveva ammazzato chi voleva rubargli Marì», la fidanzata.

Diversa se non altro perché, come ha spiegato in un’intervista a La Stampa Carole Beebe Tarantelli - vedova di Ezio, ucciso nel 1985 dalla colonna romana delle Brigate rosse - Blefari dopo l’arresto disse «che se avesse avuto fra le mani Marco Biagi, prima di ucciderlo, lo avrebbe torturato». I familiari delle vittime del terrorismo non vogliono che si faccia confusione tra vittime e carnefici. E che il caso umano finisca per favorire una lettura diversa della storia.
Per l’Unità invece la storia sembra ripetersi. Tracce evidenti degli anni di piombo nel pezzo di cronaca sulla morte di Blefari. «Compagna Maria», con le virgolette perché il copyright dei termini cari alla sinistra non può essere patrimonio dei terroristi. Le brigate - insegna l’Unità di trent’anni fa - possono essere solo «sedicenti» rosse.

Poi c’è aria di comprensione e garantismo. Cosa nuova per l’Unità, visto che negli anni d’oro del terrorismo il quotidiano del Pci aveva sposato in pieno la linea della fermezza. Blefari diventa quindi una «killer spietata» e «priva di umanità» nello scegliere un «bersaglio indifeso» ma solo «per i giudici», che per un giorno tornano a esprimere un punto di vista parziale.

Giusto esercitare il dubbio. E allora l’Unità si chiede se si tratti di «una gelida esecutrice di una sentenza da anni di piombo o una vittima di un colossale equivoco esistenziale e giudiziario»; una «militante professionale o una donna fragile e corrosa da una malattia mentale». Per l’Unità è al massimo un pesce piccolo, inutile infierire. È fragile: «Una ragazza dai lineamenti delicati a cui le foto non rendono giustizia». Militante terrorista sì, ma «part time». Poi ci sono le varie tesi complottiste che rimbalzano nei blog. E non poteva mancare la solidarietà dei siti della sinistra antagonista che danno la responsabilità alla magistratura e allo stato.

A coronare un quadro di incertezza in quelle interpretazioni della storia che ormai si consideravano patrimonio comune, una dichiarazione di Eva Catizone, esponente calabrese di Sinistra e Libertà. Formazione a sinistra del Pd che, a detta dello stesso segretario Pier Luigi Bersani, sarà il principale interlocutore dei democratici. Catizone parla della testimonianza negata. E poi di Blefari. «Era calabrese. Era una compagna». Una cosa del genere negli anni Settanta non l’avrebbero detta neppure i gruppi più estremisti. Quando parlavano di terroristi avevano il pudore di aggiungere al compagni un «che sbagliano».


Catia, la scienziata manager che ha inventato il bio-sacchetto




 
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Novara - Se fosse nata all'estero sarebbe conosciuta da tutti, ma è nata a Terni e in Italia pochi sanno chi sia. Eppure meriterebbe molta considerazione, perché è una ricercatrice chimica pluripremiata a livello internazionale e da molti considerata un'autentica innovatrice del nostro tempo.

Si chiama Catia Bastioli. È minuta, ha i capelli neri, come i suoi occhi, vivacissimi, e quando la incontri, rimani impressionato dalla sua energia, tutta fosforo e nervi, più manager che da scienziato. E infatti la Bastioli guida la Novamont, una società che dà lavoro 170 persone, ha un fatturato diretto di 67 milioni di euro e indotto di 400 milioni e va bene in tempi di crisi.

Chi la conosce bene, la descrive come una visionaria, che di notte immagina un nuovo mondo e di giorno si dà da fare per costruirlo. È la pioniera delle bioplastiche di origine agricola, ma detesta l'uso dilagante del prefisso bio, troppo di moda e sovente abusato a fini di marketing o per indorare l'immagine di aziende in realtà inquinanti. «I soliti furbi», sbotta ricevendomi nella sala riunioni della Novamont, alla periferia di Novara. Vuole dimostrare che è possibile contribuire alla creazione di un mondo più pulito, senza rinnegare l'economia di mercato né rinunciare allo stile di vita moderno.

Nel 2007 la Commissione europea l'ha premiata come Inventrice dell'anno, per i sacchetti di origine vegetale Mater-Bi, che assomigliano a quelli di plastica. Con una differenza: quelli tradizionali impiegano da 100 a 400 anni per decomporsi e se vengono bruciati inquinano, i suoi, una volta usati, si dissolvono nella natura in poche settimane. «Il mio scopo non è solo di fabbricare e vendere un bene - spiega - bensì di promuovere un nuovo modello di produzione e riciclaggio fortemente integrato nella regione in cui si vive». Nell'era della globalizzazione, la Bastioli è convinta che «la prossimità sia una risorsa e che sia possibile creare filiere tra agricoltura e industria». Parla di «prodotti che nascono dalla terra e che alla terra ritornano, con il contributo di una chimica pulita».

Utopia? Tutt'altro. Proprio a Novara ha dimostrato che è possibile realizzare un’economia di sistema innovativa ed efficiente. La città qualche anno fa produceva 40mila tonnellate di rifiuti l'anno, oggi solo 14mila, peraltro facilmente smaltibili. Un miracolo reso possibile dalle bioraffinerie e dal metodo Pneo per la raccolta del rifiuto alimentare, che con bidoni aperti e sacchetti traspiranti rallenta i processi fermentativi, riduce la condensa e dunque il peso di ben il 50%, nonché gli odori, i virus e i batteri. «Lo sa che quasi il 40% dei rifiuti prodotti da una famiglia è organico e che il metano in discarica produce un effetto 21 volte maggiore della CO2?». No, non lo sapevo. Ma affrontato nel modo dovuto, un problema diventa una risorsa. E nel mondo ben 4mila Comuni, tra cui San Francisco, hanno adottato il metodo ideato dalla Bastioli e dai suoi ricercatori.
Quando le chiedi se intende quotare in Borsa la Novamont, si ritrae inorridita. «Ci abbiamo pensato qualche anno fa, ma abbiamo rinunciato, perché la logica del risultato trimestrale avrebbe inibito la nostra risorsa principale ovvero gli investimenti nella ricerca, che assorbono il 10% del fatturato e a cui si dedica il 30% del personale», dice camminando energicamente tra i laboratori della Novamont. Dà del tu a tutti e viene salutata dai suoi collaboratori non con riverenza, ma con la cordialità riservata a una collega di microscopio.

Anche la genesi della società è anomala. Nell'89 Catia Bastioli, allora giovanissima ricercatrice, era responsabile in Montedison-Ferruzzi di un progetto strategico per l'applicazione chimica a materie prime con basso impatto inquinante. Quando la Montedison andò in crisi, lei convinse la Comit a non chiudere quel centro di ricerca, nonostante nel '95 fatturasse appena due milioni di euro. Oggi la Novamont è posseduta da Banca Intesa e Investitori Associati, ma lo spirito non è cambiato. E i risultati sono arrivati, con il deposito di mille brevetti internazionali e la creazione di prodotti sempre più innovativi come gli additivi Origo-Bi per pneumatici, i teli agricoli per pacciamatura, i bastoncini cotonati, i guanti, i piatti, i bicchieri usa e getta, tutti biodegradabili. Banca e industria sono andate per una volta felicemente a braccetto.

E la recessione? Non ha inciso negativamente. Anzi, il petrolio alle stelle genera interesse per chi propone concrete soluzioni alternative. In questo terribile 2009 la Novamont non ha mandato nessuno in cassa integrazione, anzi ha assunto personale e ha continuato a svilupparsi. Nel segno di Catia, naturalmente.


Sorpresa: i terroristi detenuti vogliono restare a Guantanamo

di Gian Micalessin




 
Obama avrà convinto gli americani, ma ora deve convincere i prigionieri. È l’ennesima rogna targata Guantanamo, il centro di detenzione per super terroristi che il presidente giura di voler chiudere da quando è entrato nello Studio Ovale. A pochi mesi dalla scadenza di quel primo anno di mandato entro cui s’è impegnato a sbaraccare la galera più criticata del mondo, i detenuti sembrano i primi a non volersene andare. Stanno benissimo nelle loro celle a due passi dal mare dai Caraibi e non hanno nessuna voglia di traslocare nelle galere di massima sicurezza dove i cittadini americani scontano le loro pene in condizioni assai più dure.

A far trapelare l’imprevista rivelazione capace di gettar nello sconforto ogni autentico e sincero democratico sono i funzionari di origine araba incaricati di sviluppare relazioni culturali con i sospetti terroristi. «Qui i detenuti possono uscire, fare quattro passi, annusare l’odore del mare. Chiunque sia passato da queste celle sa che in nessun altro carcere ritroverà gli stessi privilegi, chiunque sia messo nella condizione di scegliere tra Guantanamo e un “super max”, un centro di massima sicurezza in territorio americano, chiederà di restare qui».

A regalare l’inattesa rivelazione ad un giornalista britannico, reduce da una visita al più discusso carcere del mondo è Zak, un operatore culturale abituato dal 2005 ad interpretare pensieri e parole dei reclusi. A trasformare Guantanamo nella migliore delle prigioni possibili sono stati i generali del Pentagono. Mentre il mondo li accusava di aver messo in piedi un «simbolo della negazione dei diritti dell'uomo» – come recitava il 23 gennaio scorso il sito web del nostro Partito democratico - gli esperti della difesa statunitense hanno progressivamente migliorato la struttura e le condizioni detentive della prigione inaugurata nel 2002.

Oggi le immagini dei prigionieri in tuta arancione incatenati e trasportati in carriola o chiusi in anguste gabbie sopravvivono solo nelle fotografie scattate pochi mesi dopo la caduta del regime dei talebani. I canili, come venivano chiamate le gabbie del campo X Ray, sono state abbandonate già nel 2004. A poca distanza da quel primo embrione di carcere è sorto un centro d’alta sicurezza replica di altre due moderne prigioni americane. Lì gli ultimi 221 detenuti rimasti vivono in celle dove una freccia appesa al letto indica la direzione della Mecca e dove hanno a disposizione un tappetino per le cinque preghiere quotidiane.

Più dell’ospitalità contano, però, i servizi in cella. Tre volte alla settimana ogni galeotto riceve tre quotidiani tra cui, oltre all’americano Usa Today, un giornale saudita e uno egiziano. Chi vuole testi più impegnativi può approfittare di una libreria con 16mila libri e oltre 160 riviste. Lì i reclusi possono immergersi nella lettura dei più famosi testi dell’islam o rilassarsi sfogliando riviste di piante, fiori e animali dove ogni immagine è consona ai principi integralisti. Chi preferisce la televisione può invece richiedere i Dvd di un rifornito centro video.

All’ora dei pasti ogni recluso sa di poter contare su un pranzo rigorosamente «halal», ovvero cucinato in base ai precetti dell’islam e della cucina mediorientale. Per non sbagliare il Pentagono ha anche fatto aprire un forno dove si prepara il tipico pane arabo a forma di pizza distribuito assieme a razioni di datteri, miele ed olio d’oliva.

Comfort e privilegi sconosciuti agli ospiti del «super max» di Florence, la prigione di massima sicurezza dove l’amministrazione Obama vuole trasferire gli ultimi prigionieri della guerra al terrorismo. In quell’angolo di Colorado - gelido d’inverno e torrido d’estate - i militanti di Al Qaida trascorreranno - al pari dei detenuti americani - 22 ore e mezza della loro giornata dentro cubi di cemento da 2 metri e settanta per lato e rimpiangeranno le 5 e passa ore d’aria quotidiane rese più dolci dal clima dei Caraibi, le partite nel campo di calcio completato all’interno del braccio 7, le passeggiate al sole, le lunghe soste concesse per lavare e asciugare i vestiti all’aria aperta.

Anche incontri e chiacchiere tra detenuti diventeranno, come libri riviste e Dvd, un rimpianto del passato. Così mentre la data della chiusura s’avvicina, Guantanamo perde la sua immagine di prigione dello scandalo e si trasforma per ammissione degli stessi detenuti nella migliore delle galere possibili. Oggi, insomma, per dirla con Peter King, un rappresentante repubblicano del Congresso reduce da una visita alla prigione, «l’unico scandalo di Guantanamo è che i detenuti là dentro se la passano fin troppo bene».




Venezia, il vice di Cacciari assume gli amici

di Stefano Filippi

 
Venezia - Il suo nome è Arti, una sigla che calza a pennello in una città-museo come la Serenissima. Arti sta per Azienda ripristini tecnologici impiantistici: si occupa di una serie di servizi di pubblica utilità come il verde pubblico, la manutenzione di immobili, la verifica degli impianti tecnici, l’igiene urbana, i servizi connessi alle regate, disinfestazione e derattizzazione. Insomma, di tutto un po’ nella laguna. Nel linguaggio burocratico, è una società per azioni pubblica, controllata all’83 per cento dall’ex municipalizzata comunale e per il resto dallo stesso Comune e dalla Provincia. Lo scopo è riassorbire cassintegrati o disoccupati. I dipendenti sono una sessantina.

Il suo nome è Arti. Ma sarebbe meglio chiamarla Casa Vianello.

Vianello come Michele, 56 anni, ex deputato diessino, a lungo assessore e vicesindaco di Venezia. Negli ultimi anni è stato il numero due di Massimo Cacciari occupandosi in particolare delle aziende speciali del Comune. Una figura di riferimento nella sinistra veneziana. A fine settembre ha lasciato l’ufficio di Ca’ Farsetti per diventare direttore generale del parco scientifico tecnologico Vega. Ma fino ad allora ha messo occhi e mani sulle società controllate dalla Serenissima, tra cui Arti.

Vianello come Franco, primo cugino di Michele. Franco è il direttore generale di Arti: ex dipendente Enichem, era stato inserito nelle liste di mobilità. Stava per restare a casa. Per sua fortuna, i Vianello sono una grande famiglia dove ci si dà una mano perché nessuno rimanga sulla strada. Così Franco è entrato nell’azienda che ripulisce campielli e caldaie come direttore generale a 8.400 euro lordi al mese, dove i quadri di settimo livello non raggiungono i 3.000.

A sua volta, Franco ha applicato con solerzia la lezione della solidarietà domestica. Per questo nell’organigramma di Arti troviamo Silvia e Sandra Antonucci, sorelle della moglie, retribuite con un contratto di collaborazione esterna come «data entry», cioè per inserire i dati nel settore ispezione impianti termici. E oltre alle cognate, ha trovato lavoro anche il cognato Andrea Petrucci, marito di Silvia, assunto prima come consulente esterno e poi a tempo indeterminato, sesto livello. E oltre ai cognati, anche i parenti più giovani. Lisa Petrucci, nipote di Andrea, è stata presa come lavoratrice stagionale mentre Marco Foscato, nipote del numero uno Franco, ha avuto un contratto di collaborazione per l’immissione di dati sempre nel settore ispezione impianti termici. Un campo dove la dinastia Vianello-Petrucci evidentemente vanta peculiari competenze.

Ma i Vianello non hanno dimenticato gli amici. Franco ha voluto a fianco Massimo Marton, vecchio compagno, ora funzionario di sesto livello nell’amministrazione del personale. E assieme a lui anche un altro amico storico, Gianfranco Rematelli, pensionato Enichem e consulente specializzato di Arti. Nemmeno Rematelli dimentica le esigenze della famiglia: ha introdotto in azienda il figlio Michele come collaboratore esterno per ridisegnare il sito internet, e il cognato Alberto Fagherazzi, lavoratore stagionale a più riprese. Un altro pensionato Enichem, Paolo Marinello, ha lavorato un paio d’anni come responsabile del magazzino.

Nell’organigramma di Casa Vianello non figurano soltanto le sorelle della moglie di Franco, ma pure le sue amiche. Cristina De Rossi, che fu anche sua collega, è assunta a tempo indeterminato al quinto livello per tenere la contabilità. Loris Favaro, che lavorò assieme alla De Rossi, è operaio di quarto livello assunto senza concorso. Luigi, figlio di Loris, è un lavoratore stagionale. David Cannelli, marito di un’altra ex collega della signora Vianello, è un settimo livello responsabile degli affari generali.

La regola che pone la famiglia prima di tutto vale anche per il principale collaboratore di Vianello, il vicedirettore Cristina Ballin, capo dell’amministrazione e del personale. Suo marito Carlo Bassich ha un contratto di collaborazione esterna mentre l’amica Donatella Consavari è un quarto livello.

Il guaio di Casa Vianello è che le assunzioni, una quindicina in totale, sono state fatte senza concorso. La faccenda è controversa: una società per azioni può assumere chi vuole. Ma Arti è a capitale interamente pubblico e la gestione diretta dei servizi pubblici locali la rende di fatto una emanazione operativa del comune, assimilata a un ente pubblico: dunque dovrebbe assumere per concorso. Lo scorso 3 settembre il direttore generale di Veritas, Andrea Razzini, ha raccomandato a tutte le società controllate (tra cui Arti spa) di «non attivare alcuna procedura di reclutamento senza interpellare preventivamente la Direzione risorse umane di Veritas».



Marrazzo crolla davanti ai pm: «Sì, da Natalie tiravo cocaina»

di Gian Marco Chiocci

Massimo Malpica

RomaIndagato? No, per la procura. Ma ambienti investigativi confermano: la posizione giudiziaria di Piero Marrazzo ora è «molto delicata». Lui esce sotto la pioggia, nascondendosi dietro la moglie Roberta e due agenti, la testa coperta da un giaccone, nemmeno fosse un camorrista. Si infila nel Suv del suo avvocato Luca Petrucci, e dietro ai vetri oscurati continua a celarsi il volto. I flash immortalano solo la sua mano. Marrazzo lascia così gli uffici giudiziari di piazza Adriana, a Roma, dopo due ore di faccia a faccia con i pm dell’inchiesta sul presunto videoricatto ai danni dell’ex governatore.
Che senso ha nascondersi? Nessuno, solo l’istinto a sfuggire ai flash. Ma anche su questo dettaglio è giallo: il suo avvocato sostiene che quello non fosse lui, ma un suo collaboratore, e che Marrazzo sia andato via dalla porta posteriore. In entrambi i casi appare evidente la voglia di sparire dalla scena pubblica. A imbarazzare Piero, ancora una volta, sono le contraddizioni che ha dovuto chiarire con i pm nel suo secondo interrogatorio, dopo quello dello scorso 21 ottobre. Ammettendo, per la prima volta, che in quegli incontri con i trans «è capitato qualche volta che i soldi servissero anche per la droga, oltre che per le prestazioni sessuali». Una «confessione» (il 21 ottobre «azzardò l’ipotesi» che la coca l’avessero portata i carabinieri) che cambia gli scenari dell’indagine. E che non per caso viene accompagnata da un’altra precisazione, che incrina il quadro d’insieme ipotizzato dalla procura di Roma. «Non sono mai stato ricattato, quella in via Gradoli è stata una rapina», mette a verbale l’ex presidente laziale.
Con la cocaina in ballo, questa ricostruzione alla fine in parte conviene anche a lui. I pm immaginavano un uomo terrorizzato perché sorpreso con un trans e timoroso per la sua vita privata e per la sua immagine pubblica. Quindi pronto a staccare assegni ai due carabinieri infedeli, e a non dar peso ai contanti spariti dal portafogli. Se invece la dazione di denaro avviene dopo che l’ex presidente è stato pizzicato con la coca, il confine tra ricatto subìto e corruzione tentata sarebbe più labile, più rischioso.
Il cambio di rotta nelle dichiarazioni di Marrazzo accredita almeno in parte la versione raccontata dai carabinieri accusati di concussione, che verranno a loro volta interrogati oggi (ma si avvarranno della facoltà di non rispondere). Se per i pm avrebbero allestito una specie di «set cinematografico», sistemando ad hoc la polvere bianca su un tavolino accanto a una tessera intestata a Marrazzo, per rendere più appetibile il video e più stringente il ricatto, la confessione di Marrazzo adesso rischia di sparigliare le carte. Ammettendo l’uso della droga, smentendo l’ipotesi del ricatto, spiegando di esser rimasto vittima di una «rapina», l’indagine rischia di subire un contraccolpo. Anche perché le (diverse) versioni che su alcuni punti Marrazzo avrebbe fornito agli inquirenti potrebbero ritorcersi contro l’ex presidente della Regione Lazio. Che se oggi parla di rapina, ieri parlava di estorsione collegandola a tre assegni staccati ai due carabinieri autori dell’irruzione in via Gradoli. Assegni per 20mila euro, mai incassati dai carabinieri arrestati che negano di averli ricevuti, mai rintracciati dai carabinieri del Ros. Ne parla solo Marrazzo, che aveva spiegato ai magistrati di aver dato mandato al suo segretario di sporgere denuncia per bloccare queicheque. Ma della denuncia pare non vi sia traccia.
A far virare la versione di Marrazzo forse è stata anche la sua amica trans, Natalie, che sentita in procura aveva fatto due ammissioni. La prima sulla presenza di cocaina. La seconda su un punto che, una volta di più, conferma paradossalmente il racconto dei carabinieri indagati: il 3 luglio, il giorno dell’irruzione, sulla porta della casa di via Gradoli ci sarebbe stato davvero il pusher Gianguarino Cafasso, l’uomo che secondo i carabinieri in quell’occasione avrebbe filmato, all’insaputa di tutti, il governatore col trans. Su questo ultimo punto Marrazzo avrebbe confermato la versione del primo interrogatorio, ossia che gli uomini che lo hanno terrorizzato erano solo due, e si erano qualificati come carabinieri.
In serata Marrazzo, attraverso il suo legale, ha chiesto «silenzio», e ha sostenuto che le indiscrezioni sul suo interrogatorio sono state «travisate». L’interpretazione «ufficiale» è più diplomatica: «Ho sempre svolto il mio ruolo di presidente della Regione Lazio nell’interesse esclusivo dei cittadini».


Messina, bimbo investito non trova posto in 3 ospedali e muore. Aperta un'inchiesta

Il Messaggero

MESSINA (2 novembre) - Un bimbo di 4 anni è morto dopo essere stato trasportato da ospedale a ospedale perché non c'era posto in Rianimazione. Il piccolo, Mirko, romeno, è stato investito da una donna alla guida di una Twingo.

La tragica corsa contro il tempo. Dopo la corsa agli ospedali (l'unità operativa del Piemonte, il Policlinico e il Papardo) il piccolo è stato trasportato con elisoccorso al Cannizzaro di Catania. Ma Mirko è morto prima di arrivare in ospedale. All'ospedale Piemonte gli è stato medicato un profondo taglio alla testa ed è stato sottoposto a radiografia che ha evidenziato alcune lesioni interne.

Mirko era in strada con la mamma e il papà.
La famiglia, arrivata da poco a Messina, viveva in un campo abusivo a Maregrosso.

Le inchieste. Il sostituto procuratore di Messina Franco Chillemi ha iscritto nel registro degli indagati Giuseppa La Rocca, 54 anni, la donna che ha travolto il bimbo che era in strada con la madre e il padre quando, forse sfuggendo al loro controllo, ha attraversato un incrocio tra via S. Cecilia e via Natoli finendo sotto l'auto. Al vaglio della procura vi è la dinamica dell'incidente e le ragioni per cui il piccolo paziente non ha trovato posto nei nosocomi peloritani. Anche la procura di Catania, ha aperto un'inchiesta e ha disposto l'esame medico legale sul corpo del piccolo.


Marrazzo ai pm: "Soldi anche per la coca" Ecco i verbali degli incontri con il trans

Libero

Due ore di colloquio. Tanto è durato l’incontro tra l'ex presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo e il procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo e dal sostituto Rodolfo Sabelli. Marrazzo è stato ascoltato nell'ambito dell'inchiesta sul presunto ricatto attuato nei suoi confronti da quattro carabinieri finiti in carcere. Indagato un quinto militare.  “Qualche volta poteva capitare che quei soldi (i cinquemila euro che aveva pattuito con il trans Natalie in occasione dell'incontro sfociato nell'irruzione dei carabinieri nell'appartamento di via Gradoli, ndr)  servissero anche per la droga”, ha ammesso l'ex governatore davanti ai magistrati. Ha ribadito invece di “non essere mai stato né di essersi mai sentito  ricattato”, e di non essersi neppure accorto che lo scorso 3 luglio, durante la rapina e l'irruzione dei carabinieri nell'appartamento di via Gradoli, qualcuno stesse girando un video. Quel giorno, tra l’altro, ha raccontato Marrazzo, non “ho Gianguarino Cafasso”, il pusher morto nel settembre scorso. Cafasso tentò di piazzare il video anche contattando Max Scarfone il fotografo del caso Sircana. Secondo quanto si è appreso la posizione di Marrazzo non è cambiata e nel procedimento appare sempre come parte lesa.
L'indagine istruttoria proseguirà martedì con l'interrogatorio di tre dei quattro carabinieri coinvolti nella vicenda e detenuti a Regina Coeli. In particolare saranno ascoltati Luciano Simeone, Carlo Tagliente e Nicola Testini. Non è previsto invece l'interrogatorio di Antonio Tamburrino, il quarto carabiniere al quale è stata contestata l'accusa di ricettazione e omessa denuncia. Sempre in giornata dovrebbe essere ascoltato un quinto carabiniere il nome del quale esce dall'esame delle carte e dei verbali raccolti dagli investigatori. Si tratta di Donato D'Autilia che ha 43 anni ed è stato coinvolto in un'inchiesta sulla pedofilia. Si sospetta che egli abbia potuto avere un ruolo per quanto riguarda il commercio del video che ritrae Marrazzo nella casa di via Gradoli dove il filmato fu girato. Nell'attuale fase dell'inchiesta gli investigatori smentiscono ancora una volta l'esistenza di un secondo video giudicando infondate le notizie che in proposito sono circolate.

Intanto è stato rintracciato dai carabinieri del Ros il transessuale Brenda, che avrebbe avuto rapporti sessuali con Marrazzo. Brenda è stato portato in procura per essere ascoltato come testimone nell'ambito dell'inchiesta sul presunto ricatto ai danni dell'ex presidente della Regione Lazio. Il viado dovra' chiarire l'esistenza di un secondo video in cui apparirebbe l’ex governatore e di cui hanno parlato alcuni transessuali.



di Roberta Catania«Aveva gli occhi lucidi», Piero Marrazzo, «mentre ci implorava di non rovinarlo. Ci promise promozioni nell’Arma e trasferimenti». Ecco uno dei passaggi del verbale di uno dei quattro carabinieri arrestati per lo scandalo che ha costretto il governatore del Lazio alle dimissioni. Dichiarazioni spontanee che Libero è in grado di pubblicare integralmente.

È l’1.40 della notte del 21 ottobre 2009 quando i militari del Raggruppamento operativo Speciale sentono il collega “infedele”, il carabiniere scelto Carlo Tagliente. Gli altri negano, negano tutto. Lui no, lui ammette almeno parzialmente le responsabilità che lo legano soprattutto ai colleghi Nicola Testini e Luciano Simeone. La posizione di Alessandro Tamburrino, infatti, è una storia a parte, che entra in ballo solo all’ultimo, quando i militari cercano di vendere il video che ritrae l’ex presidente della Regione in compagnia di un trans.

Tagliente, pugliese di 32 anni, racconta ai colleghi che gli stanno perquisendo l’abitazione di essere «entrato in contatto con un confidente legato al mondo dei transessuali, tale Cafasso Gianguarino». Il 3 luglio Cafasso «ci chiamò (...) e ci disse che era venuto a conoscenza che si stava svolgendo un festino con dei trans all’interno di un appartamento in via Gradoli». È in questa occasione, dunque, che Gianguarino viene tirato per la prima volta in ballo. Il racconto del carabiniere della Compagnia Trionfale prosegue e arriva al momento in cui «bussammo alla porta». «Aprì un viados di pelle scura e moro di capelli», ricostruisce Tagliente, che aggiunge: «Ci trovammo di fronte una persona che riconoscemmo subito essere Marrazzo. (...) Ci trovammo in grandissimo imbarazzo, perché indossava solo una maglia intima e le mutande. (...) Lui ci pregò con gli occhi lucidi di non fare nulla, perché ci diceva: “Io ho una mia dignità e la mia posizione... vi prego aiutatemi.. saprò ricompensarvi, vi aiuterò nell’Arma”. Quindi ci disse che avrebbe potuto aiutarci se avessimo voluto un trasferimento». Qui il carabiniere ammette la propria debolezza e confida di aver a lungo cercato il trasferimento per ricongiungersi alla famiglia d’origine. Così, racconta, accettò l’offerta di Marrazzo.

l’altro trans di piero

Dopo 15 giorni, a leggere la ricostruzione di Tagliente, Cafasso si mise di nuovo in contatto con i carabinieri: «Disse che era entrato in possesso, senza specificare come, di un video che ritraeva Marrazzo mentre si trovava in compagnia di un trans in atteggiamenti ambigui».

Il video dello scandalo, si direbbe, anche se alcuni dettagli non tornano. È vero che dura quei famosi «2-3 minuti», ma il carabiniere arrestato identifica questo altro viados come «biondo». Anche se è possibile che il militare abbia confuso le due circostanze e invertito il ricordo della fisionomia dei due travestiti.

Dopo aver «nascosto il cd o dvd in una zona di campagna sulla via Trionfale», i carabinieri corrotti hanno cercato di vendere il filmato. Nel racconto si ricostruisce anche della improvvisa morte di Cafasso e dell’occasione, per loro, di continuare da soli le trattative per ricavare soldi dal video.

Il militare pugliese rivela anche di essersi «insospettito» avendo notato «un carabiniere del Ros che stava con una ragazza davanti al bar Vanni».

pedinamenti errati

«Questo fu un primo campanello d’allarme». Il primo segnale, perché dopo c’era stato anche uno strano incontro con un «collega appostato su un motociclo T-max, fermo in via Cortina d’Ampezzo».

I carabinieri sentono il fiato sul collo e decidono di fare un passo indietro, distruggendo i dvd, anzi «spaccandoli in più pezzi e gettandoli in un bidone dell’immondizia vicino alla caserma sede della Compagnia Trionfale». Un ravvedimento giunto comunque troppo tardi: ormai l’indagine è avviata e gli investigatori del Ros gli sono addosso.

Cinque giorni dopo aver rinunciato al video, infatti, scattano i fermi e la vicenda di Marrazzo e del trans diventa di dominio pubblico.

IL VERBALE

Il giorno 21 ottobre 2009, alle ore 01,40, in Roma, negli Uffici del Comando della Compagnia Carabinieri di Roma Trionfale.

Avanti ai sottoscritti Ufficiali di Polizia Giudiziaria Colonnello Massimiliano MACILENTI, Capitano Carmine TORDIGLIONE e Maresciallo A.s. UPS Roberto PUCCI, rispettivamente Comandante e addetti alla sezione Anticrimine Carabinieri di Roma, nonché Cap. Massimiliano D’ANGELANTONIO, comandante della II Sezione del II Reparto Investigativo del R:O:S: Carabinieri di Roma è presente TAGLIENTE Carlo, il quale spontaneamente Riletto confermato e sottoscritto in data e luogo di cui sopra

“Nei primi giorni del mese di luglio 2009, credo, se non ricordo male, forse il 3, unitamente al mio collega SIMEONE Luciano, ho avuto un contatto con un confidente legato al mondo dei transessuali, tale CAFASSO Gianguarino. Preciso che quest’ultimo era un confidente del Maresciallo TESTINI Nicola ma conseguentemente ai rapporti di stretta collaborazione di tipo professionale con il maresciallo è diventato anche mio confidente. Come vi dicevo quel giorno ci chiamò, non ricordo come e su quale utenza, noi (io e SIMEONE) andammo all’appuntamento e lui ci disse che era venuto a conoscenza e si stava svolgendo un festino con dei trans all’interno di un appartamento di Roma, via Gradoli, appartamento che sarei in grado di riconoscere se tornassi sul posto. Ivi giunti, nella tarda mattinata- primo pomeriggio (ora di pranzo), bussammo alla porta dell’appartamento qualificandoci come Carabinieri. Aprì un viados di pelle scura, moro di capelli. Noi entrammo e ci trovammo di fronte una persona di sesso maschile che riconoscemmo subito essere il Presidente della Regione Lazio Piero MARRAZZO.

Alla vista di questa personalità ci trovammo in gravissimo imbarazzo anche perché indossava solo una maglia intima e le mutande per cui non sapemmo veramente cosa fare. Lui ci pregò con gli occhi lucidi di non fare nulla perché ci diceva «Io ho una mia dignità e la mia posizione … vi prego aiutatemi… saprò ricompensarvi vi aiuterò nell’Arma». Quindi ci disse che avrebbe potuto aiutarci se volessimo un trasferimento.

«temevo che mi chiamasse»

Io purtroppo devo dirvi che ho una grave situazione familiare perché ho un nipote di 5 anni in gravissime condizioni. La voglia quindi cercare di rendermi utile alla mia famiglia mi ha fatto ritenere che veramente avrebbe potuto aiutarmi. Noi d’altronde, seppur dopo una brevissima ispezione dei locali, non avevamo individuato nessuna cosa pertinente a qualunque tipo di reato, per cui anche perché non sapevamo veramente cosa fare abbiamo deciso di andarcene senza fare nulla per timore della personalità.

Io prima di andarmene, su sua richiesta, gli lasciai l’utenza 333/********* di cui non ricordo l’intestatario e che io utilizzavo normalmente per i contatti con i confidenti necessari al mio lavoro. Devo precisare che questa utenza io l’ho dismessa circa 10 giorni dopo perché ero intimorito, imbarazzato dalla possibilità che lui potesse chiamarmi. Infatti, dopo un primo momento in cui avevo ceduto pensando in qualche modo che mi sarebbe stato utile, poi dopo una riflessione decisi che non volevo ricevere la sua chiamata. Specifico che nei 10 giorni successivi in cui ho ancora tenuto in uso quell’utenza non mi ha mai chiamato.

Circa 15 giorni dopo questo evento, non ricordo precisamente il giorno ma credo fosse la fine del mese di luglio, ci (a me e SIMEONE, credo fosse lui con me ma in questo momento non riesco ad essere più preciso) ricontattò Gianguarino CAFASSO che ci diede uno dei soliti appuntamenti. Noi ci andammo credendo ci dovesse dare qualche informazione per il nostro servizio. In realtà egli ci disse che era entrato in possesso, senza specificare come, di un video che ritraeva il citato Presidente MARRAZZO mentre si trovava in compagnia di un Trans in atteggiamenti ambigui. Ci chiese, visto che lui non era in alcun modo presentabile e non avrebbe potuto tenere rapporti legali, di aiutarlo a ricavare qualcosa da questo video. In termini di soldi intendo. Quindi noi gli chiedemmo di poter vedere il video anche perché ci volevamo rendere conto se fosse vero o meno quello che ci aveva raccontato ed eventualmente cercare di capire se era autentico o artefatto.

Andammo quindi con lui in zona cassia ed a bordo della sua autovettura ci fece vedere il video su un suo pc portatile. Effettivamente il video conteneva il Presidente della Regione Lazio Piero MARRAZZO che si trovava in un luogo chiuso in compagnia di un trans biondo, questa volta vicino ad un tavolo ove vi era un piatto con delle strisce di una sostanza bianca polverosa.

Alla fine del video, che peraltro era molto mosso e frammentato tanto da farci inizialmente pensare ad un fotomontaggio, vi era anche un’autovettura tipo Lancia THESIS a mia memoria di colore scuro ripresa lungo una strada. In quell’occasione, poiché noi palesammo l’idea di aiutarlo senza però dargli alcuna rassicurazione, CAFASSO ci diede il video in un CD ROM o DVD (non riesco a ricordare in questo momento con precisione) che io e SIMEONE nascondemmo in una zona di campagna sulla via Trionfale vicino al ponte nuovo. Preciso che il video da me visto durava circa 2-3 minuti ed era comunque breve.

«cerchiamo un acquirente»

Da quel momento, dopo averne parlato con TESTINI, iniziammo a cercare qualcuno che potesse comprarlo. Io però non sapevo come muovermi in questo settore per me assolutamente sconosciuto.

Nel frattempo a settembre di quest’anno CAFASSO morì di infarto sulla via salaria. Lui normalmente viveva negli alberghi e non aveva fissa dimora. Seppi della sua morte dal maresciallo TESTINI il quale lo aveva appreso da un altro suo confidente.

Ci trovammo quindi con la copia del filmato in mano e pensammo di proseguire nel tentativo di venderlo.

Io come vi ho detto prima non avevo i contatti giusti per fare questa cosa ma nel frattempo SIMEONE Luciano, tenendoci comunque al corrente, aveva instaurato rapporti finalizzati alla vendita su due diversi canali, il primo con tale Riccardo, un imprenditore che a me non è mai piaciuto, che per quanto di mia conoscenza fu presentato a Luciano da un suo confidente, tale Ottavio. Voglio precisare fin d’ora che questa situazione non ha portato a nulla anche se Riccardo con tale Massimo, mi pare di ricordare, ebbero modo di visionare il filmato sotto casa di Luciano stesso. In quell’occasione ero presente anch’io e dopo l’incontro nonostante i due sembrassero interessati ebbi modo di confermare a Luciano la mia cattiva sensazione nell’avere avuto rapporto con queste persone. Non mi ispiravano fiducia a pelle. Sempre su di loro, per quanto mi disse Luciano, posso dire che non erano loro i diretti acquirenti del video ma stavano agendo per conto di altri che non conosco. Prima di concludere quest’aspetto della vicenda devo dirvi che Luciano e TESTINI durante un incontro con Riccardo – non so dirvi quando perché non ero presente – notarono un maresciallo del ROS che stava con una ragazza davanti al bar Vanni per cui si insospettirono. Questo fu un primo campanello di allarme che aggiunto a quello che vi dirò ci fece desistere dalla trattativa per la vendita del video-----// il secondo attraverso TAMBURRINO, ossia un Carabiniere della Stazione Roma-Trionfale che Luciano attivò sapendo avere un parente fotografo. So per quanto mi ha riferito SIMEONE Luciano che ha tenuto i contatti con TAMBURRINO per questa situazione, che la trattativa è stata incanalata verso un’agenzia di Milano di cui poi io ho avuto modo di conoscere tali Max, una donna ed il marito di quest’ultima che io ho incontrato in una occasione perché SIMEONE non era disponibile, adesso non ricordo per quale motivo. Feci vedere nell’occasione il video alla donna e all’uomo in sua compagnia.

l’appuntamento

I due vennero all’appuntamento con il Carabiniere TAMBURRINO e tale Max. Questi ultimi due, in questa circostanza, non hanno assistito alla visione del video avvenuto a bordo della mia autovettura Mercedes Classe B. Attraverso questo canale ci è stato offerto il compenso di 50.000 (cinquantamila) euro. Noi valutammo positivamente l’offerta perché ci fu assicurato che questa agenzia avrebbe potuto commercializzare il video in modo assolutamente legale. Poi però un giorno, non vi posso dire quando con esattezza, ma posso dirvi che era successivo all’incontro del bar Vanni dove fu visto un maresciallo del ROS conosciuto da TESTINI, durante un servizio di ocp avemmo modo di notare un uomo a bordo di un motociclo tipo TMAX fermo di fronte il ristorante-bar “Al cocomerino” di via Cortina D’Ampezzo. Credendo che fosse un soggetto che si doveva incontrare con uno dei nostri indagati lo fermammo ed il maresciallo TESTINI gli chiese i documenti. Questa persona glieli diede ed il maresciallo TESTINI gli chiese se fosse un collega. Ricevuta risposta positiva ed avendo appreso che stava lì per un servizio poiché lui ci disse “o ci siamo noi o voi non possiamo starci in due”, noi decidemmo di andare via per non dare fastidio. Tuttavia riflettendoci successivamente la cosa sembrò strana e ci fece preoccupare ancor di più io quindi pregai gli altri di lasciare perdere, ma solo 5-6 giorni fa decidemmo di distruggere il video e chiudere questa vicenda che mi pento veramente di avere iniziato. Non so veramente spiegare come possa essermi trovato in una situazione tale, è stata una debolezza imperdonabile. Voglio precisare un’altra cosa, io feci d’accordo con i miei colleghi una copia del video attraverso il masterizzatore del mio pc portatile che ho tuttora a casa mia e che vi consegnerò spontaneamente. Entrambe le copie furono distrutte come vi ho detto da me Luciano e TESTINI 5 o 6 giorni fa spaccandoli in più pezzi e gettandoli in un bidone dell’immondizia vicino alla caserma sede della Compagnia Trionfale. La decisione di agire in questo modo la prendemmo circa una settimana fa quando ci riunimmo io Luciano e TESTINI perché eravamo molto preoccupati e ci stavamo finalmente rendendo conto che era un grosso errore.


Natalie a casa di Marrazzo

Natalie è «andata in taxi a casa di Piero Marrazzo», come dichiara lei stessa in un verbale che compare agli atti del Marrazzo-gate. Convocata tramite una «telefonata» fatta direttamente dall’ex governatore «40 minuti dopo il blitz dei carabinieri» infedeli (...)

(...) in via Gradoli, la trans è «salita a bordo di un’auto del 3570» e si è precipitata all’indirizzo della residenza privata dall’allora presidente. La circostanza è ricostruita in un verbale degli investigatori del Raggruppamento operativo speciale che, insieme ai magistrati romani, hanno sentito per l’ennesima volta l’amante dell’ex giornalista Rai. Sempre in qualità di persona informata dei fatti, le hanno chiesto di ricostruire con maggior precisione la cronologia degli eventi del 3 luglio scorso.

Natalie non dice perché l’ex presidente della Regione Lazio le chiede di raggiungerlo. Lei non lo specifica spontaneamente e - da quel che Libero ha potuto leggere nella copia degli atti - gli inquirenti non glielo domandano.

Il verbale secretato di questa audizione inizia con una frase di Natalie che si «dichiara disposta» ad aggiungere i particolari omessi in precedenza. E lo fa cominciando dal principio, dall’irruzione dei militari della Compagnia Trionfale nell’alcova al piano seminterrato di via Gradoli 96.

«Avevo detto loro che non avevo clienti», si giustifica la transessuale per escludere l’ipotesi di una sua collaborazione a tendere quella trappola a Marrazzo, «ma Carlo» Tagliente «e Luciano» Simeone «sono entrati dicendomi che ero con qualcuno che a loro interessava molto vedere». E ancora, si legge: «Piero stava nella stanza, era in mutande bianche. Loro», riferendosi ai carabinieri, «mi hanno obbligato ad uscire sul balcone. Ero lì fuori e si sono parlati per circa venti minuti. Poi sono tornata nella stanza e ho sentito che minacciavano Piero dicendo che se lo avessero portato in caserma lo avrebbero rovinato dato che stava con un trans. Ho sentito che uno dei due voleva 50mila euro, e altri 50mila li voleva l’altro ma Piero non aveva quei soldi».

Poi, nel prosieguo del racconto, ci sono solo fatti noti e già acquisiti dal filmato del ricatto: i due carabinieri avrebbero ripreso alcune scene con il cellulare, soffermandosi sull’inquadratura in cui si vede un tavolino con tre “piste” di cocaina collocate vicino al tesserino regionale del politico e ad una cannula per sniffare la droga.

“Piero” sul display

Una volta rimasta sola, dopo l’uscita di scena dei carabinieri e la “fuga” di Marrazzo dal luogo dove era appena stato sorpreso in evidente stato di imbarazzo, Natalie fa mettere a verbale di «essere stata contattata da Piero 40 minuti più tardi». Prosegue chiarendo anche che l’ex governatore le «ha detto di recarsi subito a casa sua», probabilmente approfittando dell’assenza del resto della famiglia. Si suppone che la moglie fosse al lavoro e la bambina dai nonni. Comunque, la transessuale non racconta della presenza di terze persone nell’appartamento.

La ricostruzione riprende in modo piuttosto preciso. «Ho chiamato il servizio taxi del 3570 e, giunta a destinazione, ho trovato un uomo in guardiola che mi ha aperto il cancello e indicato la direzione» per raggiungere la casa di Marrazzo. Di questo signore, la trans fa una sommaria descrizione: «Si tratta di uomo alto quanto me». Ma gli interlocutori non appaiono interessati ad identificarlo e, quindi, il discorso viene riportato su argomenti di rilevanza investigativa. La questione della cocaina, ovviamente, non può essere tralasciata. Su questo punto ci sono un paio di domande - infatti nella trascrizione dei virgolettati di Natalie è riportato il classico adr (a domanda risponde) - che però non svelano chissà quale segreto. Lei nega, nega di aver visto polvere bianca, nega di conoscerne la provenienza e al riguardo si tiene sempre sul vago.

Versioni concordate

I punti chiave di questo verbale, però, sarebbero altri. E le domande che ci saremmo aspettati dai pm sarebbero state rivolte capire che cosa si siano detti Marrazzo e la sua amante in privato. E, soprattutto, perché Marrazzo avesse così tanta urgenza di parlarle, una tale urgenza che lo ha spinto perfino a correre il gravissimo rischio di farla andare in casa sua.

Come già detto, questa parte è trattata con estrema superficialità. Natalie lascia intendere che il “suo uomo” in quel momento potesse avere bisogno di conforto. Che il governatore (all’epoca ancora in carica) avesse la necessità di sfogarsi con qualcuno. E l’unica persona che poteva condividere il suo segreto era proprio la transessuale di via Gradoli, vittima con lui dell’imboscata.

Il verbale di Marrazzo

A conti fatti, però, c’è qualcosa che non torna. L’incontro potrebbe celare altri scopi, finalità che ovviamente si possono solo immaginare non essendo stati messi a verbale né per spontanee dichiarazioni di Natalie né per domanda diretta degli inquirenti.

Andando per ipotesi, che per ora non hanno riscontri, ma si basano su deduzioni logiche, l’urgenza di quell’incontro potrebbe essere giustificata dalla volontà di concordare una linea da seguire. Una versione dei fatti comune, nel caso in cui - come poi è stato - la vicenda fosse venuta allo scoperto.

Oppure, chi lo sa, Marrazzo potrebbe aver convocato a casa l’amante per darle quei cinquemila euro che non era riuscito a consegnarle perché sottratti dai carabinieri piombati nell’alcova sulla Cassia. È giusto una sfumatura, ma questo dettaglio emerge piuttosto chiaramente dal verbale che raccoglie la deposizione di Piero Marrazzo, convocato in procura il 21 ottobre scorso.

Parlando del furto dei 2mila euro dal proprio portafogli e dei 3mila euro collocati su un tavolino del monolocale di via Gradoli, e quindi indicati come il guadagno della trans, Marrazzo definisce Natalie «contrariata», perché ovviamente i soldi erano destinati a lei, ma non la indica come parte lesa della rapina. Perché l’intera somma, evidentemente, apparteneva all’ex governatore.



La sinistra non perde il vizio dei «compagni che sbagliano»

di Redazione

Ieri l’Unità ci ha raccontato la biografia tormentata della Blefari come se fosse un romanzo d’appendice dell’800, l’ennesimo paradosso di una «rivoluzionaria» che ha ecceduto sulla via della redenzione dell’umanità afflitta, un’ennesima vittima della generosità e dell’utopia coniugata con la ferocia del ’900. Nel quotidiano diretto da Concita De Gregorio e negli uffici di Sinistra e Libertà, dove Eva Catizone inneggia ancora una volta all’eroina coinvolta in una spirale negativa, dovrebbero appendere un cartello con un precetto educativo: «Non definire mai compagni quelli che hanno le mani sporche di sangue». E volendo, nel dettaglio di questo errore fatale, basterebbe ricordare tutto quello che nel pezzo non c’è. Ad esempio le frasi prive di qualunque indizio di umanità declinate dalla spietata guerrigliera quando ha rivendicato dal carcere con ferocia l’omicidio di Marco Biagi.

I compagni continuano a sbagliare. È bastato il tragico suicidio di una terrorista depressa per risvegliare quel sentimento di sangue che lega la sinistra all’odio. E ancora una volta il brigatista ritorna compagno. Un compagno che sbaglia, si intende. Perché per la sinistra questa locuzione è come le attenuanti generiche, non si negano mai a nessuno. E l’errore tragico continua a essere commesso. Ignorando tutti i rischi già vissuti in passato. C’è in questo ormai trentennale abbaglio tutta la tragedia dei progressisti italiani. Una chiamata di correo, un vincolo di omertà.

E la violenza denunciata come intollerabile per gli avversari politici viene generosamente derubricata per i famigli e per i consanguinei. C’è insomma un autentico frammento di inciviltà, il senso della tribù che non si scioglie nemmeno di fronte ai delitti più efferati.
In un famoso editoriale di tanti anni fa Rossana Rossanda descrisse questo sentimento coniando la definizione di «album di famiglia». Voleva dire che chi era andato a sparare nelle strade veniva da una costola della storia della resistenza, che le Brigate rosse non erano una banda di «provocatori» mascherati o fascisti rossi, per usare una celebre espressione di Giorgio Amendola.

Ma adesso cedere al sentimento di inclusione comprensiva per gli ultimi squallidi e infatuati che declinavano la lotta di classe con le pistole sui corpi dei riformisti per bene come Biagi e D’Antona, o che giocavano a guardia e ladri nei covi di via Montecuccoli, pur di sentirsi vicini alle lapidi partigiane, è qualcosa di più di un errore politico: è un peccato mortale. È un atto di complicità intellettuale di quelli che i radical chic commettono a cuor leggero, e di cui se avessero onestà intellettuale dovrebbe prontamente chiedere scusa.

È vero, come diceva Marx, la storia si ripete, la seconda è sempre in forma di farsa. Ma certo se è vero che negli Anni di piombo furono i cattivi maestri ad armare la mano dei ragazzini scalmanati, è altrettanto sicuro che la disinvoltura del linguaggio corrivo e comprensivo ancora oggi può legittimare gli esaltati che inneggiano alla resistenza armata e si compiacciono nel dileggio delle istituzioni. Toni Negri esaltò chi si calava il passamontagna sul viso, anche se non andò mai materialmente a sparare. I nuovi cattivi maestri non pensano minimamente alla lotta armata, ma possono fare ugualmente molto male con la loro bonarietà e la penosa comprensione.

Il suicidio di una giovane ragazza induce pietà umana ma non può e non deve mai produrre complicità politica. L’Unità farebbe bene a scusarsi, pubblicando quelle parole d’odio che, nel santino confezionato ieri per la compagna che sbaglia, sono (non inavvertitamente saltate): «Biagi lo avrei torturato prima di giustiziarlo, ed è proprio così, per quello che ha fatto al proletariato».


Vittima di mobbing la prima donna diventata guardia della Torre di Londra

Quotidianonet

Moira Cameron, 44 anni, scozzese, è finita nel mirino di alcuni colleghi. Due 'beefeater' sono stati sospesi dal servizio e un terzo è sotto inchiesta


Londra, 2 novembre 2009 - Due anni fa il suo ingresso tra le fila dei guardiani della Torre di Londra aveva infranto un tabù pluricentenario, adesso si scopre che la prima donna ad aver vestito quella divisa è stata vittima di mobbing.

La vita sul posto di lavoro non è stata facile per Moira Cameron, 44 anni, scozzese. Secondo quanto rivela il tabloid 'Sun', due suoi colleghi sono stati sospesi dal servizio e un terzo è sotto inchiesta per averla perseguitata con minacce e ingiurie anche sul web.

Cameron da quando è diventata un 'beefeater' (dal nome della razione di carne 'beef' che ricevevano) ha sopportato molte angherie: avrebbe trovato la sua uniforme lacerata e nel suo cassetto privato dei messaggi "intimidatori", inoltre, la sua voce sull'enciclopedia online Wikipedia è stata alterata con espressioni offensive.

I guardiani del tesoro della Corona, corpo creato da Enrico VII nel 1485, ancora oggi indossano una divisa tradizionale, tunica rossa e oro, calze rosse, collare bianco e scarpe di pelle per la gioia di milioni di turisti.



Marrazzo : tra omissis e clandestinita'

La Voce

Natalie rimarra' in Italia grazie allo status di testimone di giustizia

Roma – Nonostante si sia dimesso dal suo incarico pubblico, Piero Marrazzo, rimane al centro della bufera. Il verbale che verrà consegnato ai suoi difensori sarà pieno di omissis, ossia di ‘cancellazioni’. Il procedimento legale intentato dall’ex governatore del Lazio, premetterà, inoltre, a Natalie, il trans coinvolto nella vicenda, di restare in Italia, benché clandestino, grazie alla status di testimone di giustizia. I pm, infatti, hanno chiesto al Viminale che la clandestina permanesse sul suolo nostrano, perché, a quanto pare, la brasiliana, e le sue colleghe, sarebbero a conoscenza di dettagli inerenti ad almeno tre rapine commesse dai carabinieri finiti in carcere, anche ai danni di clienti in vista.

Le imputazioni a loro carico sono non solo l’estorsione ai danni dell’esponente politico e il tentativo di vendita del video girato nell’appartamento di Natalie, ma anche quella di aver introdotto nella stessa abitazione la cocaina che si vede nel filmato.

I quattro Carlo Tagliente, Luciano Simeone, Nicola Testini e Antonio Tamburrini, sarebbero solo una piccola frangia di un’organizzazione ben più ampia ed articolata.

Valeria Bollini

Marrazzo, forse altri 11 video

Tra i politici ci sarebbe anche un sottosegretario
Le registrazioni circolano clandestinamente negli ambienti politici

Roma

 - Sarebbero 11 i video girati dai 4 carabinieri che hanno ricattato l'ex presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo. Nei video, che starebbero circolando in alcuni ambienti, oltre a quelli che riguardano Marrazzo, sarebbero ripresi altri esponenti delle istituzioni, tra i quali un sottosegretario (area An). I video degli incontri dei politici con i trans romani, sarebbero arrivati anche sulla scrivania del direttore di un noto settimanale della Mondadori, che ne avrebbe voluto pubblicare dei fotogramnmi. Secondo voci che circolano in ambienti politici, la pubblicazione sarebbe stata bloccata da una telefonata dell'editore. Nei video ripresi dai carabinieri arrestati su richiesta della Procura di Roma i politici sarebbero stati colti in flagrante in compagnia dei trans, intenti a consumare cocaina. Non è da escludersi che, nelle prossime ore, questi video, diventino disponibili su YouTube.

29/10/2


Caso Marrazzo, Gasparri: 'Non c'entro, su di me squallido vociare'

Quindici anni fa viveva, con la famiglia, in via Gradoli
Voci su un coinvolgimento del capogruppo Pdl al Senato in una retata anti-trans del 1996: ma lui nega

Roma – Voci di un presunto coinvolgimento di Maurizio Gasparri nello scandalo Marrazzo. E il capogruppo al Senato del Popolo della libertà non ci sta, e alza la voce. “Questo vociare è uno squallore vergognoso. Ma vi giuro che il primo che scrive una riga fuori posto, o che solo lascia intendere qualcos'altro, lo trascino in tribunale”. E così l’ex ministro delle Telecomunicazioni, accusato di essere coinvolto in una retata anti-trans del 1996, attraverso ‘Il Giornale’ ricostruisce l’episodio da cui è nata questa polemica. Premessa fondamentale: 15 anni fa la famiglia Gasparri viveva in via Gradoli, la stessa via che fungerebbe da set per il famoso video dell’ex governatore del Lazio.

Nella primavera del 1996, riporta il quotidiano di Vittorio Feltri, Gasparri “venne invitato al Circolo del Polo, nella zona sportiva dell'Acqua Acetosa, che a quei tempi (e anche in questi) la sera pullulava di donne o uomini in vendita con perizoma e calze a rete”. La signora Gasparri arrivò puntuale, accompagnata da Italo Bocchino, mentre il marito tardava per impegni di lavoro. Messosi in auto, Gasparri arrivò fra i viali dell’Acqua Acetosa e si perse. Fu intercettato da una pattuglia di carabinieri ai quali si identificò prima di chiedere informazioni sulla strada corretta per giungere al Circolo del Polo, situato peraltro in una zona poco illuminata.

Come conferma dell’equivoco, ‘Il Giornale’ racconta anche dell’arrivo – con molto ritardo – di Gasparri a destinazione. Non aveva nulla da nascondere, tant’è che raccontava a tutti: “Ahò, ma lo sapete? M'hanno fermato i carabinieri qua vicino. Pensa se passava qualcuno e me vedeva, poteva pensá che annavo coi trans!".

Domenico D'Alessandro

30/10/2009