mercoledì 4 novembre 2009

Villaricca ricorda Sergio Bruni. Ma a Napoli la «voce» non ha una tomba

Corriere del Mezzogiorno


La denuncia del poeta Salvatore Palomba: «E' nel sepolcro del genero a Somma».
Kermesse canora per ricordarlo

NAPOLI - Sergio Bruni fu nominato da Eduardo De Filippo «'a voce 'e Napule». Non c'era (e forse non vi è più) cantore che abbia così bene descritto secondo i canoni classici della canzone napoletana la vita verace della città, quella dei vicoli, dell'arte di arrangiarsi, delle Carmele nei «bassi » e perché no, dei motoscafi dei contrabbandieri che imperversavano nella acque notturne della metropoli.

Per ricordare la figura di Bruni, stasera 4 novembre dalle 20.30 nella sua città natale, Villaricca, presso il nuovo Centro Polivalente di Via Napoli si terrà il concerto evento «Omaggio a Sergio Bruni», il primo tributo musicale con la partecipazione di artisti di notorietà nazionale ed internazionale. Per la serata saliranno sul palco artisti come Enzo Gragnaniello, Daniele Sepe, Raiz degli Almamegretta, Mirna Doris, Mario Trevi, Adriana bruni, I Virtuosi di San Martino, Mimmo Angrisano e Salvatore Palomba, autore con Bruni di «Carmela», l'ultimo classico della canzone napoletana .

Nel cuore di Palomba l'amico Bruni è ancora presente. «Carmela» era una poesia che Sergio lesse in una raccolta di Salvatore e che, ispirato, volle subito musicare. Il brano fu pubblicato nell'album «Levate 'a maschera Pulicenella» del '75, disco per il quale ricevettero i complimenti dal compianto sindaco Maurizio Valenzi che disse: «Avete cantato la Napoli della realtà». Secondo Palomba, forse oggi Bruni canterebbe una Napoli ancora vera, ma che non sarebbe solo Gomorra e monnezza, ma anche natura e speranza. Eppure, la città (e il Comune) sembrano aver ancora del tutto riconosciuto la figura della sua «voce»: tra gli «scandali», non ci sono particolari iniziative cittadine che ricordino il Maestro, che non riposa nel cimitero di Poggioreale insieme con gli altri «illustri» come meriterebbe.

Audio

Marco Perillo
04 novembre 2009

Padova, vuole benedire defunta atea: prete si scontra con i parenti contrari

Il Messaggero

Il fratello denuncia: «Mia sorella era rigorosamente non credente, la cerimonia religiosa offende la sua immagine»
 
PADOVA (3 novembre) - I familiari di una docente atea, deceduta ieri all'Ospice dell'Immacolata Concezione di Padova, hanno protestato per la "minaccia" del cappellano che intendeva benedire la salma nonostante l'opposizione della figlia. La docente, Bruna Villella Radelli, 75 anni, da quattro mesi era ricoverata come malata terminale nella struttura «di proprietà dell'Immacolata Concezione, ma gestita dall'Ulss 16», precisa il fratello della defunta, Giorgio Villella, 73 anni, per molti anni segretario nazionale dell'Uaar (Unione degli atei ed agnostici razionalisti).

«Oggi pomeriggio, dopo che mia sorella si era spenta in serenità, sono stato chiamato da mia nipote, sua figlia, in lacrime - afferma Villella -: era successo che un sacerdote voleva entrare in stanza e quando la figlia si è opposta è stata insultata, il sacerdote ha detto che quella era casa sua, che lì faceva quello che voleva e che sarebbe ripassato dopo quando i parenti fossero andati via».

«Mia sorella, linguista e docente all'Istituto di antropologia di Città del Messico, era una nota intellettuale, dichiaratamente e rigorosamente atea - prosegue - e una cerimonia religiosa offende la sua immagine. Così siamo rimasti per impedire che il parroco ponesse in atto la sua minaccia di compiere atti contrari alle convinzioni di mia sorella, poi siamo stati allontanati».

Domani i familiari chiederanno il trasferimento del corpo all'obitorio dell'Ospedale civile di Padova.


Caso Marrazzo, parla Natalì "Piero non deve stare solo Ho paura che si ammazzi"

Quotidianonet

Intervista esclusiva di Novella 2000 al trans dello scandalo romano. "Veniva, mi pagava e poi parlava della sua vita, senza fare niente. Ci siamo conosciuti nel 2001, ci vedevamo per tre volte la settimana. Mi confidava del suo grande amore, una donna dello spettacolo che non aveva voluto sposarlo"


Tratto da dagospia.com

Marianna Aprile per 'Novella 2000' 




Quando incontriamo Natalì, che in Brasile i suoi chiamano Natàlia ma che all'anagrafe è Josè Alejandro Vidal Silva, la prima cosa che ci dice è che teme per la vita di Piero Marrazzo: «Non deve stare solo, non può reggere a tutto questo. Io ho paura che se mata, che si ammazzi». E il "se mata" è l'unica digressione da un italiano per il resto perfetto.

Marrazzo da giorni è in un convento, seguito da un medico (avrebbe avuto dei malori legati allo stress) e da uno psicologo. Fa brevi incursioni a Roma ma poi si ritira, per sfuggire a sguardi, commenti, pressioni. È tornato però nei giorni scorsi, per farsi interrogare da quegli stessi inquirenti che hanno fatto arrestare i quattro carabinieri che in questi mesi lo hanno tenuto sotto scacco tentando di vendere alla stampa un video che lo ritrae con una trans.

Meglio dirlo subito. L'unico vero assatanato di sesso in questa intervista è Junior, il barboncino grigio di Fabio, l'amico del cuore di Natalì. Junior non perde occasione per i suoi agguati erotici. Per il resto, dopo due giorni in via Gradoli, lo scandalo a base di video imbarazzanti, trasgressioni inconfessabili e tentativi di ricatto che ha sconquassato la vita dell'ex presidente della Regione Lazio si colora di particolari, aneddoti e di una luce per niente scontata e prevedibile.

Natalì finora è stata zitta, questa è la sua prima intervista: «Voglio raccontare la verità. Si sono dette troppe bugie». Perché proprio a Novella? «Perché voi mi avete seguito dall'inizio, per più di una settimana vi siete presi anche i miei insulti, le grida, ma mi avete aspettato».

L'INCONTRO CON PIERO 

Niente sesso, dicevamo. Perché non era quello a spingere Piero verso Natalì. Incredibile? Non dopo il racconto di questa ragazzona di 1 metro e 80 abbondanti, che la storia vuole ripercorrerla dall'inizio. «Ci siamo conosciuti ai primi del 2001. Allora vivevo in via Courmayeur, vicino casa sua. Ma la prima volta che i nostri sguardi si sono incontrati è stata in via del Corso, in centro».

Cosa ci faceva lì?
«Compravo delle scarpe, da Michelle».

E Marrazzo era lì?
«È entrato accompagnato da una donna bionda. L'ho guardato, lui mi ha guardata ed è finita lì. Qualche giorno dopo ci siamo incontrati di nuovo, a due passi da casa».

Vi siete riconosciuti?
«Sì, ma non ci siamo detti nulla. Poi lui mi ha cercato su un sito di trans. E ha trovato il mio numero».

Quindi aveva capito che era una trans?
«Al primo incontro no. Pensava fossi una donna. Quando ci siamo rivisti, ha capito».

E che fa? La chiama e si presenta come "quello del negozio di scarpe"?
«No. Mi chiama, prende un appuntamento per dopo il lavoro. All'epoca faceva Mi manda Raitre, il mercoledì. Ma io non lo conoscevo perché guardo soprattutto la Tv brasiliana. Non sapevo fosse famoso. Dopo anni, mi ha detto chi era».

E in quegli anni cosa è successo?
«Abbiamo iniziato a vederci regolarmente, ma a volte passavano due o tre mesi tra un incontro e l'altro, anche perché io passo alcuni mesi l'anno in Brasile».

Vi siete mai visti più di frequente?
«No, magari veniva tre volte in una settimana, poi per due mesi mai».

Quando ha scoperto che era una trans, non ha avuto esitazioni?
«I clienti dicono tutti che è la loro prima volta con una trans, ma lui fin dall'inizio mi ha detto che aveva avuto già esperienza. È stato da subito un cliente diverso dagli altri».

Diverso perché?
«Perché veniva, mi pagava e poi parlava della sua vita, senza fare niente».

Si riferisce al sesso?
«Sì».

Non l'avete mai fatto?
«Non sta bene dirlo, non era per quello che veniva. Gli mancava l'affetto. Per qualche mese, cinque-sei volte dopo il primo appuntamento, abbiamo solo parlato. Quando è successo dell'altro, tra noi è nata più complicità. Altrimenti non sarebbe venuto tanti anni sempre da me».

Gli ha mai chiesto perché avesse scelto proprio lei?
«Con i clienti faccio la psicologa, li lascio parlare e non faccio domande. Lui non mi ha mai detto perché e io non l'ho chiesto».

Gli parlava di lei?
«Sì, della mia famiglia, di mio nonno, di mio padre e di quanto mi fossero stati vicini quando ho deciso di diventare una trans».

Discutevate, anche?
«Mai litigato con lui. Parlavamo. Lui, tanto, delle sue figlie, di quanto le amasse. Mi parlava dei suoi matrimoni. Rideva anche, quando gli raccontavo le mie cose. E mi diceva che con me si sentiva libero, si sentiva ascoltato».

Le sembrava felice?
«No. Parlava come un uomo a cui manchi qualcosa».

Che cosa, secondo lei?
«In Brasile si dice: "Più soldi hai più problemi hai". Lui mi ha sempre trattato bene, con rispetto, è una brava persona. Io ero uno sfogo, voleva parlare delle cose con una persona che non c'entrava nulla. E mi raccontava del suo grande amore, quello che non aveva potuto avere».

Quale grande amore?
«Una donna dello spettacolo di cui era perso, con cui aveva avuto una storia qualche anno prima che ci conoscessimo. Voleva sposarla, lei disse no e smisero di frequentarsi. Ma gli è rimasta dentro. Ne parlava spessissimo, non aveva superato quella storia, nonostante il matrimonio. Il nome non glielo dico, non tradirei mai le confidenze di Piero».

CHI È NATALÌ

Il 20 dicembre prossimo Natalì compirà, a suo dire, 30 anni. Forse ne ha qualcuno in più, nei verbali ne risultano 37. È nata a Valença, città subito fuori Rio, da Pedro e Aparecida. Pedro è il proprietario del giornale Tribuna da Serra, dove lavora anche la moglie. Natalì, ovvero Alejandro, è il più piccolo di casa, ha due sorelle, due fratelli e pure due nipoti, «che per me sono i figli che non avrò. Li vizio, gli compro tutto quello che vogliono».

Milena ha nove anni e fa smorfie nelle foto che Natalì ci mostra sul suo computer. Col nipote Breno, invece, comunica attraverso orkut.com, un social network simile a Facebook in voga in Brasile, dove Natalì torna ogni anno, per qualche mese, a cavallo del Carnevale, per salire sul carro della sua scuola di samba, la Magueira. A 13 anni Natalì, che allora si chiamava ancora Alejandro, approfitta di un pranzo per dire ai suoi: «Mi piacciono gli uomini». Ma non lo aveva scoperto allora: «Ho sempre saputo quello che volevo». Compiuti 18 anni, dice ai suoi che sarebbe andata a Rio a trovare un'amica. Richiama casa dall'Italia.

Come reagirono i suoi?
«Papà mi disse: "Fai quello che vuoi, ma sempre in modo da poter camminare a testa alta". Mamma la prese malissimo».

Reazione atipica.
«Papà mi è sempre stato vicino, e più ancora nonno Antonio, suo padre, morto tre anni fa. Se decidessi di tornare in Brasile la mia famiglia mi accoglierebbe a braccia aperte. Mio padre con me è splendido. Io credo ai segni, e papà è nato lo stesso giorno di Piero, il 29 luglio. Si chiama Pedro, come lui».

Come va con sua madre, oggi?
«Tutto si è risolto»

Loro sanno che in Italia lei si prostituisce?
«No. Sanno che faccio la parrucchiera e che ho un fidanzato famoso».

Marrazzo?
«Non sanno chi sia».

Suo padre è editore. Sa già di quello che sta succedendo?
«Fino a ieri (il 30 ottobre) avevano saputo dello scandalo di un politico con una trans brasiliana, ma lì non erano ancora uscite le foto. Sono uscite oggi, ma io avevo già avvertito mia sorella».

Teme la loro reazione?
«Certo».

Perché ha deciso di trasformare il suo corpo invece di vivere solo l'omosessualità?
«Mi piace il seno, essere una donna».

UN MONDO ALLA OZPETEK

Che Natalì, silicone a parte, si senta una donna è evidente. Da quanto ci mette a prepararsi per uscire, e dalle sue preoccupazioni per il servizio fotografico da realizzare per noi. Nel pieno dello scandalo e dell'inchiesta in cui è coinvolta in qualità di testimone, il suo pensiero va non a quel che potrà o non potrà raccontarci di Marrazzo, ma agli abiti e alle scarpe che dovrà indossare, alla manicure, ai capelli. Preoccupazioni che si traducono in altrettanti ostacoli alla tabella di marcia del servizio.

Ci tocca seguirla nei preparativi. La prima tappa è all'Oviesse di Corso Francia, poco lontano da via Gradoli. Natalì si fa scortare da Zafira, amica più anziana di lei, sui 50 anni. Sceglie gli abiti per le foto. Un uomo con un telefonino la segue. L'ha riconosciuta, forse pensa di poter guadagnare qualcosa vendendo lo scatto ai giornali. E mentre Natalì si gira e rigira davanti allo specchio del camerino per controllare le pences della gonna, se ne avvicina un altro. Stavolta è il commesso, informa che ha sbagliato camerino: è in quello degli uomini. Natalì sorride e camminando scalza nella nuvola del paradosso trasloca grucce e vestiti in quello per le donne.

Alla fine di questa prima tappa è più serena, lascia andare via Zafira. Sale in macchina con noi, facciamo rotta verso via Merulana, vicino San Giovanni. Qui c'è il mondo di Natalì, quello che va al di là di via Gradoli. Entriamo nel negozio di scarpe, in cui tutti sanno già che calza il 42 e che ama i tacchi molto alti. Poco lontano, c'è il salone di bellezza di Graziella, una bella signora romana sui 45 che ormai parla portoghese: «Le trans vengono tutte qui, alla fine l'ho imparato».

«Io ci vengo da 14 anni», dice Natalì, mentre esibisce trionfante il suo permesso di soggiorno giudiziario alle altre clienti, che conosce una per una. «Vengo da lei tre volte la settimana, però ogni tanto ricambio: Graziella viene a farsi tagliare i capelli a casa mia». Una comunità sorridente e colorata, sembra di essere tra le Fate Ignoranti di Ozpetek. La famiglia romana di Natalì. Le extension sono ormai quasi montate. Finalmente Natalì sentirà di esser pronta per il fotografo.
 
GLI AMORI E LE NOZZE

Ora si parla solo di Marrazzo. Ma nel cuore di Natalì c'è stato anche un altro uomo. E una donna: «È una mia amica italiana che nel 2000 mi ha fatto un grande regalo, sposandomi», ci spiazza lei. La trans del caso Marrazzo è quindi sposata. "Ovviamente" con una donna. «Del giorno del matrimonio vorrei non ricordare nulla. Mi sono dovuta vestire da uomo, tirare indietro i capelli per farli sembrare corti...».

E con il seno come ha fatto?
«Non era ancora così grande. Non si vedeva molto sotto il completo blu e la cravatta nera».

Ci racconta la cerimonia?
«Era l'8 settembre del 2000, le 10 di mattina. La sera prima io e la mia promessa sposa siamo andate a fare una specie di addio al celibato. Abbiamo cenato fuori, tirato tardi. Poi siamo andate in comune e abbiamo detto "Sì". Sono rimasta a casa di mia moglie per circa otto mesi, poi sono venuta a vivere a Roma».

E sua moglie?
«Ci vediamo ogni tanto e ci sentiamo. Siamo in ottimi rapporti, ma ognuna fa la sua vita».

IL MIO FAVOLOSO 2001

Nel 2000 le nozze, quindi. L'anno dopo invece l'incontro con i due uomini più importanti nella vita di Natalì. «Prima ho conosciuto Piero, poi sono partita per il carnevale di Rio e ho incontrato il mio più grande amore, Marcelo».

Quanti anni ha?
«Oggi 28. Ci siamo visti al carnevale, ci siamo piaciuti. Lui pensava fossi una donna, e quando ci siamo appartati e ha scoperto la verità è rimasto spiazzato».

Che cosa ha fatto?
«A carnevale, a Rio, vale tutto. Siamo stati insieme lo stesso. E abbiamo continuato a vederci per quattro anni, ogni volta che tornavo da lui, in Brasile».

Quindi durante la sua relazione con Marrazzo.
«In Italia c'era Piero, in Brasile Marcelo. Nessuna gelosia, se è questo che vuole sapere».

Che lavoro fa Marcelo?
«Insegna Jujitzu, un'arte marziale giapponese, può immaginare il fisico... È bellissimo, alto, moro...».

Vi vedete ancora?
«Nel 2004 entrò in crisi. Diceva di volere una famiglia, dei figli. Ci siamo lasciati. Oggi lui è sposato, ha una bambina di quattro anni, che ha chiamato Natàlia, e un bimbo di due. Non ci sentiamo più. In quel periodo ho preso una decisione molto importante: lasciare la strada e lavorare soltanto in casa».

Poi, il 25 settembre 2005, si è sposato pure Piero.
«Sì, dopo l'elezione e il matrimonio per un anno non ci siamo visti. Voleva essere prudente, c'era stata quella cosa che avevano provato a incastrarlo con una transessuale, quella tale Veronica di cui hanno parlato i giornali... Poi abbiamo ricominciato».

L'ELITE DI VIA GRADOLI

La casa dove dal 2004 vive e lavora Natalì è nell'ormai celebre via Gradoli, al secondo piano seminterrato del civico 96, ma è su una collinetta e quindi ha anche un balcone. Nel palazzo vivono altre tre trans: Maira al piano terra, Fabiola e Tiffany al secondo, insieme. «Noi quattro siamo inseparabili, andiamo a fare la spesa, usciamo. Le altre, quelle di via Due Ponti e di Largo Sperlonga, dicono che ce la tiriamo, ma solo perché a loro non diamo confidenza. E sono invidiose».

Di cosa?
«Loro stanno in un posto brutto, sporco. Noi qui viviamo in un palazzo con gente per bene, a cui non diamo fastidio, che ci rispetta. Non facciamo il casino che fanno loro, che pensano solo a bere, a drogarsi e non mandano un soldo in Brasile. Loro neanche ci tornano in Brasile, si vergognano».

Due modi di essere trans, quindi.
«Le trans non sono mai amiche tra di loro. Ci riescono con pochi, ma ognuna pensa per sé. Come mi voglio bene io, non mi vorrà mai bene nessuno».

Ci sono protettori? Lei ne ha uno?
«I trans non hanno protettori. Li hanno le prostitute donne, perché sono schiave e non scelgono questo lavoro. Io l'ho scelto. I miei non sono ricchissimi, ma benestanti sì. Se avessi voluto, avrei avuto un lavoro con mio padre».

E perché non lo ha fatto?
«A me questa vita piace».

Non pensa mai di smettere?
«Guadagno tanto. Quando gallina vecchia non farà più buon brodo, prenderò le mie ali e tornerò in Brasile».

PIERO E IO

Per capire quanto sospetto sia stato il blitz dei carabinieri nell'appartamento di Natalì lo scorso 3 luglio bisogna raccontare la routine della relazione tra Marrazzo e la sua trans. «Lui è un uomo speciale, gli voglio bene, soffro per lui».

Come avvenivano i vostri incontri?
«Ci vedevamo sempre dopo mezzanotte. Mi chiamava, diceva che stava arrivando e io avvertivo la guardia di aprire la sbarra che chiude via Gradoli. Usava una Smart bianca, mai l'auto blu. Io mi facevo trovare fuori dal palazzo, salivo in auto e andavamo a casa sua, poco lontano».

Sicura fosse casa sua?
«Sì, anche se non è la casa fuori Roma dove vive con la moglie. Quando arrivavo, mi offriva da bere un succo di frutta, perché non bevo alcolici e neanche lui. Poi andavamo a letto, parlavamo, ci facevamo le coccole».

Coccole?
«Lui voleva essere abbracciato, mi accarezzava i capelli. Quello di cui aveva bisogno era soprattutto l'affetto. Poi apriva la cassaforte dove teneva i contanti e mi pagava. Anche il taxi per andar via».

A che ora andava via?
«Mi sono fermata al massimo quattro ore, mai una notte intera».

Vi siete mai incontrati di giorno?
«No, fino all'irruzione».

Lei dice che vi vedevate sempre di notte e sempre a casa di Marrazzo. Ma il giorno del video era pomeriggio ed eravate in via Gradoli.
«Nel mio appartamento, in passato, era venuto solo un paio di volte. Era arrivato nervoso e gli avevo preparato un bagno caldo. Ma non gli piaceva stare da me, aveva paura. Passava a prendermi e andavamo da lui. A volte succedeva che arrivasse e io non ero ancora pronta: entrava e mi aspettava, poi andavamo da lui».

Guardavate film, ascoltavate musica?
«Ascoltavamo musica».

Avete una vostra canzone?
«Sì, ma non voglio dirle qual è, è una cosa nostra».

Una che lei associa a Piero?
«Che tesoro che sei, di Antonello Venditti. Quella che dice: "Che tesoro che sei quando mi guardi... Io non ti cambierei/perché sei bella bella bella/bella come sei/sei bella come ti vorrei"».

Perché la associa a lui?
«Piero mi diceva che ero bella, anche senza trucco. D'altra parte, ho vinto addirittura due concorsi di bellezza: Miss Transex International, a Firenze, nel 2004, ed Escala Gay 2006 a Rio, che è un concorso mondiale».

Marrazzo sapeva dei suoi successi?
«Sì, era felice per me».
Però, all'epoca era più magra...
«Ora ho 8 chili in più, ma sono a dieta».
 
IL BLITZ

Quel 3 luglio Piero e Natalì non avrebbero dovuto incontrarsi. «Ci eravamo visti due settimane prima, mi aveva detto che mi avrebbe richiamata, che voleva farmi un regalo, ma non c'era un appuntamento preciso», racconta lei.

E invece ha chiamato.
«Alle 14, forse prima, ha telefonato dalla macchina di servizio. Era agitato, aveva un problema sul lavoro e ha chiesto se poteva venire. Gli ho detto di sì. E dopo cinque minuti era qui».

Cosa accade dopo il suo arrivo?
«Mi ha detto che poteva rimanere solo 20 minuti. Si è tolto cravatta, giacca, pantaloni. A quel punto hanno bussato alla porta urlando: "Aprite, carabinieri, sappiamo che c'è un festino con trans e droga"».

Quanto è passato dall'arrivo di Marrazzo a quello dei carabinieri?
«Al massimo 10 minuti. Piero mi ha detto di aprire, che tanto ero l'unica trans e di droga non ce n'era. Ho aperto».

E poi?
«I carabinieri hanno iniziato a dire che lo avrebbero arrestato perché andava a trans, poi mi hanno mandata sul balcone e non so cosa sia successo dopo».

E quando è rientrata?
«Ho sentito i due chiedere a Piero due assegni da 50 mila euro l'uno, ma lui gli ha detto che non li aveva. Loro mi hanno ricacciata sul balcone».

Vi minacciavano fisicamente?
«Erano aggressivi, ma non ci hanno messo le mani addosso né ho visto pistole».

Quindi?
«Sono rientrata, loro sono andati via e Piero mi ha detto che avevano preso 2 mila euro dal suo portafogli. Non c'erano più neanche i 5 mila euro sul tavolo per me. Posso però dire una cosa, a casa mia non è mai entrata droga, prima di quel giorno. Appena ci siamo conosciuti, Piero mi ha chiesto se bevevo, fumavo o mi drogavo, perché lui non voleva avere a che fare con quelle cose».

Ma Marrazzo ne ha ammesso l'uso.
«Io mi accorgo se un cliente è drogato o no. Crederò che Piero usa cocaina solo quando me lo dirà lui guardandomi negli occhi. Non posso dire cosa facesse fuori da casa mia, le persone non le conosci mai abbastanza, ma giuro sui miei nipoti e su mia madre che in otto anni con Piero non c'è mai stata cocaina».

Marrazzo girava sempre con tutti questi contanti?
«Non lo so, di solito ci vedevamo da lui».

La pagava sempre in contanti?
«Una volta mi ha dato un assegno, perché non aveva cash. Ma il giorno dopo è tornato con i soldi e se l'è ripreso».

Dopo otto anni, non poteva fidarsi senza farsi lasciare la cauzione?
«Non ha voluto, è sempre stato preciso».

La pagava sempre così tanto?
«Di soldi non posso parlare».

Lui non ha sospettato che fosse stata lei a informare i carabinieri?
«No. Mi ha detto subito che sapeva chi poteva esser stato a organizzare tutto».

E a chi si riferiva?
«Non saprei dirlo».

Che è successo dopo l'irruzione?
«È rimasto dieci minuti, poi ha chiamato l'autista ed è andato via».

Vi siete rivisti?
«Mezz'ora dopo mi ha telefonato e mi ha detto di andare a casa sua».

Quella dove vi eravate sempre incontrati?
«Sì. Ci sono rimasta circa 40 minuti. Mi ha detto delle sue ipotesi su come potevano essere andate le cose. Diceva che forse l'avevano seguito fino a casa mia: venire da me era stato un fuoriprogramma, l'unica spiegazione che sapeva darsi era di essere stato seguito. E si sentiva in colpa per essersi messo nei casini. Ho avuto la sensazione che volesse dirmi qualcosa, ma ero nervosa, lui sconvolto e sono andata via».

Vi siete più sentiti?
«L'8 agosto mi ha telefonato per dirmi che partiva per le vacanze e che ci saremmo visti a settembre, poi più nulla».

Neanche dopo lo scandalo?
«No. Ma penso sempre a lui e spero che riesca a sostenere tutto».

Lei non l'hai mai cercato?
«No. Ho i suoi cellulari ma non ho mai chiamato né mandato sms in otto anni».


Maltempo, scene horror a Poggioreale Scheletri e teschi fuori dalle tombe

Corriere del Mezzogiorno

I familiari dei cari estinti, sepolti nel fondo Desiderio
dello storico cimitero, minacciano un esposto

Cimitero di Poggioreale

Cimitero di Poggioreale

NAPOLI - Ossa e teschi allo scoperto nel cimitero della Pietà di Poggioreale. Alcune lapidi nella zona del cosiddetto «fondo Desiderio» hanno ceduto, probabilmente a causa del maltempo, lasciando intravedere i resti dei defunti. Un'immagine da film horror, alla quale hanno dovuto assistere le numerose famiglie che proprio in questi giorni di commemorazione dei morti, hanno affollato il cimitero.

TOMBE DI DIECI ANNI FA - Le sepolture in questione risalivano a più di dieci anni fa, ed erano posizionate all’interno di nicchie scavate in un muro di contenimento alto circa 4 metri. In questa stessa zona del cimitero, inoltre manca da giorni l'acqua potabile e i cittadini sono costretti a portare da casa delle taniche o a sbrigare al mattino presto le pulizie, per evitare che un calo di pressione prosciughi definitivamente i loro rubinetti.

I PARENTI MINACCIANO UN ESPOSTO - Gli abitanti della zona e i cittadini che hanno i propri cari sepolti nel «fondo Desiderio», minacciano di fare un esposto alla magistratura: «I dipendenti comunali malgrado le nostre sollecitazioni e proteste non stanno facendo nulla per risolvere il problema idrico o per mettere a posto le lapidi».


04 novembre 2009



Rapimento Abu Omar, Pollari e Mancini non giudicabili per il segreto di Stato

Corriere della Sera

Non luogo a procedere per l'ex numero uno del Sismi.
Condannati gli agenti della Cia, tre anni per Pio Pompa

Niccolò Pollari (Eidon)
Niccolò Pollari (Eidon)
MILANO - L’ex direttore del Sismi Niccolò Pollari e l’ex funzionario dello stesso servizio Marco Mancini non devono rispondere del sequestro di Abu Omar perché non sono giudicabili a causa del segreto di Stato.

LA SENTENZA - Lo ha deciso il giudice monocratico di Milano, Oscar Magi, dopo tre ore di camera di consiglio. Sono stati invece condannati gli agenti della Cia in gran parte a cinque anni di reclusione mentre Robert Seldon Lady è stato condannato a otto anni. I funzionari del Sismi Pio Pompa e Luciano Seno accusati solo di favoreggiamento sono stati condannati a tre anni. Immunità consolare, infine, per l'ex capo della Cia in Italia Jeff Castelli.

NON DOVERSI PROCEDERE - Per Pollari il non doversi procedere è stato disposto dal giudice sulla scorta dell'articolo 202 del Codice di Procedura Penale, il quale recita: «qualora il segreto sia confermato e per la definizione del processo risulti essenziale la conoscenza di quanto coperto dal Segreto di Stato il giudice dichiara non doversi procedere per l'esistenza del Segreto di Stato». Stessa sorte per l'ex n.2 del Sismi Marco Mancini. Per Pollari erano stati chiesti 13 anni, 10 per Mancini.

POLLARI - Il generale Nicolò Pollari, al telefono con i suoi difensori, commenta così la sentenza di non luogo a procedere nei suoi confronti: «Se il segreto di Stato fosse stato svelato dagli organi preposti, sarei risultato non solo innocente ma anche contrario a qualsiasi azione illegale». Ai suoi difensori l'ex direttore del Sismi è apparso molto emozionato ma determinato a ribadire, questa sera come dal primo giorno, la sua innocenza.



Marrazzo, il militare denunciato: "Non so nulla del video"

Il Tempo

Fino ad oggi tutti i «protagonisti» della vicenda che ha coinvolto quattro carabinieri e l'ex presidente della Regione Marrazzo hanno rilasciato dichiarazioni contrastanti. In alcuni casi respingendo le accuse, in altri raccontando quello che sapevano e che invece avevano sentito dire.

Da ieri, invece, alcuni «protagonisti» dell'affaire Marrazzo, hanno cambiato «strategia»: da una parte hanno negato di essere mai venuti a conoscenza dei fatti contestati dalla procura di Roma, dall'altra invece chi ha rilasciato dichiarazioni sul presunto giro di droga e transessuali non ha dato riferimenti rilevanti per l'inchiesta. Ieri, infatti, tre dei quattro militari chiusi in cella (Nicola Testini, Luciano Simeone e Carlo Tagliente) accusati, a seconda delle posizioni processuali, di estorsione, rapina, violazione di domicilio, interferenza illecita nella vita privata e violazione della legge sugli stupefacenti, hanno deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere davanti ai pm che li hanno incontrati in carcere.

Dall'altra parte, ci sono le parole di un altro transessuale, Jennifer, che era in compagnia del pusher la sera che è morto in un albergo sulla via Salaria. Gli inquirenti lo hanno ascoltato per tentare di capire se era o meno a conoscenza di particolari sulla vicenda che ha coinvolto Marrazzo. Ma il trans, avrebbe soltanto parlato di quei momenti in cui è deceduto Gianguarino Cafasso, la persona indicata dai militari arrestati come l'uomo che ha girato il video che ritrae l'ex governatore del Lazio in via Gradoli 96.

Tra i «protagonisti» che invece hanno negato le accuse avanzate dalla procura di Roma, c'è anche il carabiniere Donato D'Autilia, che davanti ai pm ha negato qualsiasi responsabilità. «Non so nulla di questa vicenda, né del video, non ho una casa nei pressi della Cassia e dal 2006 non frequento più i miei comminitoni». D'Autilia è stato accusato di aver messo a disposizone una casa per la compravendita del video «incriminato». In passato è stato arrestato, e poi messo ai domiciliari, per una vicenda di pedofilia: secondo il suo avvocato la posizione del suo cliente va verso l'archiviazione.

«Anche perché - sostiene il penalista - alcuni indicavano una persona con un tatuaggio verde sulla gamba, ma lui non ne ha nessuno». Per il transessuale Jennifer, senza permesso di soggiorno come un altro trans coinvolto nella vicenda, Natalie, gli inquirenti non hanno chiesto al Viminale che gli venga attribuita la patente di testimone di giustizia. Condizione, questa, che gli avrebbe permesso di restare in Italia, dove invece non potrà rimanere all'esito dell'udienza per direttissima che si è tenuta nei suoi confronti proprio in relazione al suo stato di clandestinità. Oggi, intanto, i militari arrestati si dovranno presentare davanti ai giudici del Riesame, ai quali hanno chiesto di essere scarcerati, attraverso i rispettivi avvocati.

Fabio Di Chio

04/11/2009



Quei nove assegni che non si trovano

Nove assegni. Nel mistero del ricatto all'ex governatore del Lazio i titoli di credito che non si trovano sono nove e non tre soltanto. L'importo complessivo è imprecisato. All'inizio si era detto che Piero Marrazzo ne aveva firmati tre da 20 mila euro ciascuno a favore dei carabinieri Luciano Simeone, Carlo Tagliente e Nicola Testini sospettati di estorsione e rapina, arrestati con il collega Antonio Tamburrino accusato di ricettazione per aver cercato di piazzare il video-scandalo. Poi il valore è cambiato: è passato a due da 5 mila e uno da 10 mila euro. Poi ancora un colpo di scena.

Due giorni dopo la bufera l'ex presidente ha negato di averli firmati, chiedendo addirittura una perizia calligrafica perché si verificasse la bontà dell'autografo. L'ex governatore è parso il pollo spennato da militari e trans. Infine, nell'ultimo interrogatorio coi magistrati è arrivato a negare la tesi del ricatto, di aver pagato i militari perché non divulgassero il video e chiamassero i giornalisti. La crapriola è compiuta. Sta di fatto che nell'indagine gli assegni non sono ancora saltati fuori e non sono mai stati incassati perché Marrazzo stesso li ha bloccati telefonando in banca. In questa storia i punti che sembravano certi sono diventati vaghi e precari, quasi spariti.

L'ex presidente del Lazio ora parla solo di rapina, lasciando intendere che i carabinieri entrati il 3 luglio nell'appartamento di via Gradoli, trovando Marrazzo col trans Natalie, avrebbero frugato nel suo portafogli portando via i soldi (anche qui gli euro cambiano: 2 mila, poi 5 mila) e forse gli assegni che c'erano. Si vedrà. Secondo le indagini condotte fin qui dal Raggruppamento operativo speciale, i tre carabinieri non erano nuovi alle rapine. La prima risalirebbe al gennaio 2007. Vittime designate i trans di Roma nord, alla Cassia, presi di mira perché clandestini da arrestare. Per cui: loro tacevano e i carabinieri li ripulivano. I viados brasiliani hanno parlato di soldi, profumi, computer e anche playstation. Un altro punto che la difesa dei tre dovrà chiarire.

Fabio Di Chio

04/11/2009




Garlasco, i periti del pm "A uccidere Chiara furono forbici da sarto"

di Redazione


 
Vigevano - Sarebbero delle forbici da sarto l’arma con cui Chiara Poggi è stata uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007. Sono queste le conclusioni di una consulenza depositata qualche tempo fa dai consulenti della Procura nell’ambito del processo con rito abbreviato nei confronti di Alberto Stasi imputato dell’omicidio della sua fidanzata. Da quanto si è saputo i consulenti medico legali del pm Rosa Muscio, in base alle loro ricostruzioni tecniche, hanno individuato come possibile arma del delitto, un paio di forbici da sarto. E questo anche in base all’esame delle lesioni riportate da Chiara.


Marrazzo:«Carabinieri violenti, m'impedirono di tirar su i pantaloni»

Corriere della Sera

«Nell'abitazione di Natalie entrarono solo due persone che mi trattarono con estrema durezza»

Piero Marrazzo (LaPresse)

ROMA - «Ribadisco che nell'abitazione di Natalie entrarono solo due persone che mi trattarono con estrema durezza e con violenza. Mi spinsero in un angolo impedendomi di tirare su i pantaloni che mi stavo levando quando sono entrate». È uno dei passi della deposizione di Piero Marrazzo fatta il 2 novembre scorso davanti al procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo ed al sostituto Rodolfo Sabelli.

«STATO PSICOLOGICO D'INFERIORITÀ» -Tale versione contraddice quella dei carabinieri accusati del ricatto secondo il quale nell'appartamento di via Gradoli si trovava anche il pusher Gianguarino Cafasso, morto nello scorso settembre. «In tale modo, per il mio abbigliamento - ha aggiunto Marrazzo - mi trovavo in uno stato psicologico di inferiorità e umiliazione. Inoltre in più occasioni vennero a contatto con me quasi a volermi intimidire, come per farmi capire che erano armati. Per tutto quel tempo sono stato costretto a stare nella stanza da letto e solo in un'occasione mi sono affacciato sulla soglia della porta ed ho potuto vedere con chiarezza che vi erano solo due persone, oltre a Natalie». «Mi sentivo come fossi stato sequestrato. Natalie invece per qualche tempo mi è sembrata essere stata collocata fuori dal balcone; ho dedotto questo dalla circostanza che l’ho vista passare davanti alla stanza da letto spinta verso il balcone e dal luogo dove mi trovavo per qualche tempo non l’ho più vista».

«SOLO 1000 EURO ERANO PER NATALIE» - Ai magistrati che indagano sul presunto ricatto ordito ai suoi danni Piero Marrazzo ha spegato la questione soldi. Non era di 5000 mila euro la cifra pattuita per la prestazione «mercenaria con il trans Natalie», ma di 1000 euro. «Preciso - ha dichiarato - che la somma che avevo nel portafogli al momento di entrare nell'appartamento di Natalie era di soli 3000 euro; 1000 euro e non 3000 come ho detto in precedenza li ho appoggiati su un tavolinetto e gli altri 2000 euro erano rimasti nel mio portafoglio per mie necessità. Non dovevo, in altri termini, consegnarli a Natalie». Marrazzo ha quindi aggiunto che «successivamente, come ho detto, la somma di 2000 euro contenuta nel portafogli è stata sottratta dai due carabinieri entrati». «Mi sono confuso nelle dichiarazioni rese in precedenza sull'entità della somma - ha precisato - perché ricordavo che il giorno precedente avevo effettuato un prelievo dal conto corrente a me intestato presso l'agenzia Unicredit di viale Mazzini, dentro la Rai, una somma di 5000 euro; mi era rimasta la somma di 3000 euro dopo aver effettuato alcuni pagamenti per esigenze familiari per un importo di circa 2000 euro».

COCAINA - Nell'audizione del 2 novembre, come si legge dai verbali, Marrazzo precisa di far uso di droga, rispondendo ad una domanda dei pm, solo occasionalmente ed in compagnia di transessuali. «Mi è capitato sporadicamente di aver consumato cocaina solo durante questa tipologia di incontri». Parlando di Natalie, Marrazzo afferma di conoscerlo «già da qualche tempo e di essere stato con lei in qualche altra occasione, ma non più di due-tre volte dal gennaio di quest'anno. Non so dire con precisione da quanto conosco Natalie». Marrazzo riconosce poi di aver avuto «altri incontri di questo tipo con un'altra persona, un certo Blenda (e non Brenda come è stato scritto in questi giorni ndr), nome che ho letto sui giornali e che mi sembra di ricordare». «Nell'occasione di un incontro con Blenda ricordo che è passato anche un altro trans del quale non rammento il nome. Mi sembra che ho avuto solo due incontri con Blenda».

RICATTATO - «Né Blenda né Natalie mi hanno mai chiesto del denaro o ricattato in relazione a foto o video che mi ritraevano», sottolinea Marrazzo ai magistrati che indagano sul presunto ricatto messo a punto da quattro carabinieri. «Non sono a conoscenza di video o foto - ha aggiunto - scattate da Blenda in occasione di questi incontri, ma il mio stato confusionale negli stessi incontri, dovuto all'assunzione occasionale della cocaina non mi mette nelle condizioni di saperlo». Marrazzo afferma inoltre che il 3 luglio, quando entrò in casa di Natalie, di non aver «visto alcun piatto con la cocaina». «Ho visto invece la cocaina nel piatto - si legge nel verbale di interrogatorio - solo dopo l'irruzione dei due carabinieri e non ho visto chi l'ha collocata». Quanto a Natalie, l'ex presidente della Regione Lazio afferma di non ricordare se gli abbia dato assegni «per pagare le sue prestazioni, assegni poi restituitimi in cambio di contanti». Marrazzo, infine, ritorna su una telefonata arrivata su un'utenza della presidenza della Regione: «per quanto ricordo - dichiara - ho ricevuto solo una telefonata sull'utenza fissa della mia segreteria da parte di persona che, per come si è qualificata al telefono alla mia segretaria, ho pensato fosse uno dei due carabinieri che è intervenuto il 3 luglio; la telefonata è stata presa dalla mia segretaria ed è stata effettuata pochi giorni dopo il 3 luglio».

IL RINVIO- Il verbale dell’ultimo interrogatorio reso dall’ex governatore è stato depositato oggi al tribunale del riesame e proprio per questo è stata rinviata, dopo pochi minuti l’udienza, davanti al tribunale del riesame per l’esame dei ricorsi delle difese dei 4 carabinieri in carcere. Il collegio, presieduto da Francesco Taurisano, ha accolto la richiesta di termini a difesa fatta dagli avvocati degli indagati e ha disposto il rinvio a lunedì 9 novembre proprio perché i pubblici ministeri hanno depositato proprio stamane il verbale.


04 novembre 2009



Messori: "Via dagli uffici la foto di Napolitano"




 
«Seguendo questa logica pericolosa e settaria, dovendo rispettare anche i sentimenti politici oltre che quelli religiosi, perché non chiedere che dagli uffici pubblici sia tolta l’effigie del presidente Napolitano?». Vittorio Messori è in Spagna, per l’uscita del suo ultimo libro, ma non rinuncia a ragionare anche provocatoriamente sul tema del giorno.

Come reagisce alla sentenza di Strasburgo?
«Sono rattristato, amareggiato ma non scandalizzato. L’amarezza nasce da questa considerazione: da molto tempo ormai il crocifisso non è più soltanto un segno religioso, ma è diventato un simbolo umano per eccellenza, il simbolo dell’ingiustizia e della resistenza al male».

Volerlo cancellare è un’offesa alla religione cristiana?
«No, è un’offesa, anzi un peccato contro la storia. Il cristianesimo, la croce, ha a che fare con le origini della civiltà europea e dunque questa sentenza non va contro la religione, ma va contro la nostra storia e il senso della realtà».

Perché è importante il riferimento alle radici cristiane dell’Europa?
«Senza il cristianesimo il nostro continente non esisterebbe o nel caso esistesse, sarebbe assolutamente diverso. Nel V-VI secolo l’Europa non esisteva più, invasa da popoli nuovi provenienti dal Nord. L’amalgama tra la romanità e i barbari fu soltanto la Chiesa cattolica. Furono quelle ventimila abbazie che costellarono il continente, dalla Scozia a Pantelleria, da Lisbona fino a Kiev. I monaci hanno dato un contributo essenziale alla formazione della nostra civiltà».

Perché ha detto che non si scandalizza per la sentenza?
«Perché Gesù Cristo e la sua croce sono più grandi dei burocrati europei. Credo dovremmo smetterla con la pretesa di vivere in un’epoca di cristianità e renderci conto che siamo diventati un piccolo gregge, dunque non mi scandalizzerei a dover esporre la croce solo nei luoghi dove la religione cristiana è praticata. Per i cristiani la croce è ben di più di un simbolo culturale o di un riferimento storico».

Dunque lei toglierebbe i crocifissi?
«Non ho detto questo. L’esposizione dei crocifissi nelle scuole pubbliche, se non vado errato, venne disposta dalla legge Lanza nel 1857, mentre per gli uffici pubblici la disposizione risale al 1923, dopo i Patti Lateranensi. Nel 1988 il Consiglio di Stato ha definito la croce “simbolo della civiltà e della cultura cristiana, nella sua radice storica, come valore universale, indipendentemente dalla specifica confessione religiosa”. Vorrei ricordare che anche Palmiro Togliatti decise di far confluire nella Costituzione tutti i Patti Lateranensi e che non si oppose mai all’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici».

Ora però l’Europa sentenzia e legifera...
«Ma allora, scusatemi, potrei chiedere anche di togliere la fotografia del capo dello Stato».

Che cosa fa, provoca? Non è la stessa cosa...
«Non esiste mica solo il sentimento religioso. Esiste anche il sentimento politico, e anche questo può essere offeso, non crede? Il presidente della Repubblica non è un alieno, giunto da Marte il giorno della sua designazione al Colle. Ammettiamo che io mi riconosca in una delle forze politiche che non hanno votato per lui fino all’ultimo. Sulla base del mio sentimento, potrei sentirmi offeso nel vedere la sua fotografia negli uffici pubblici. E chiedere di toglierla».

Il presidente rappresenta la nazione, rappresenta tutti, ed è un’istituzione laica.
«Certo, ma se offende il mio sentimento politico, non ho forse diritto di chiedere la rimozione della sua effigie dal municipio o dalla prefettura? La mia, ovviamente, è una boutade, e non mi sognerei mai di fare una richiesta del genere. Non ho nulla contro il presidente. L’ho detto soltanto per far comprendere che se cominciamo con questa logica, non ci fermiamo più. Abbiamo parlato di sentimento religioso e di sentimento politico. E quello sportivo dove lo mettiamo?».

Chi vuole togliere la croce dalle aule e dagli uffici si appella alla laicità dello Stato e al pluralismo religioso.
«Ribadisco: si tratta di una logica che personalmente trovo aberrante. Il crocifisso è da secoli simbolo di umanità e al contempo di speranza di resurrezione. Oltretutto, dà noia soltanto a qualche laicista nostrano, ma non, ad esempio, ai musulmani, che non mi risulta si siano lamentati».

Come, non ricorda il caso clamoroso di Adel Smith?
«Un caso isolato. Smith non rappresenta alcuna comunità islamica».



Se a Barbareschi non basta lo stipendio

Corriere della Sera


Il deputato-attore ha bucato il 52,3% di sedute in Parlamento. Troppi impegni extra-politici

«Si immagini il nostro stupore, mettendoci se­duti, nel vedere che decine di posti erano vuoti, che le tribune a sbalzo erano presso­ché deserte e che nessuno di quei pochi si­gnori presenti stava ascoltando il Presiden­te. (...) I senatori parlavano fra di loro e al cellulare con estrema naturalezza, generando un fastidiosissimo brusio. (...) Molti altri entrano ed escono, leggono e scrivono, ci guardano e sorridono. (...) Come si può governare bene un Paese se non ci si siede quasi mai in quelle tribune?».

Occupatissimo a fare l’attore, il regista e un mucchio di altre cose (il ministro Bondi gli ha affidato un incarico in più: «Consigliere per lo studio e l’approfondimento delle possibili iniziative volte alla promozione ed alla valorizza­zione del patrimonio culturale ed artistico italiano nel terri­torio del Consiglio di Cooperazione per gli Stati Arabi del Golfo») è possibile che il deputato Luca Barbareschi non abbia molto tempo per leggere i giornali. Quindi non ha probabilmente letto la lettera su citata di sconcerto inviata il 3 gennaio scorso al capo dello Stato da un gruppo di studenti del liceo Scientifico «XXV Aprile» di Pontedera pubblicata da La Stampa. Ma come: i professori li avevano portati in uno dei templi della democrazia, l’aula del Senato, e cosa avevano vi­sto? Una specie di circolo delu­xe in linea con un’antica battuta attribuita ora a Guido Gonella, ora ad Attilio Piccioni: «Ozio senza riposo, fatica senza lavo­ro» .

Non bastasse, l’attore non ha probabilmente letto quanto tuo­nò l’uomo cui riconosce lui stes­so di dovere la carriera politica, Gianfranco Fini: «È impensabile che un deputato e un senatore pensino di lavorare da lunedì mattina a giovedì sera. Biso­gna lavorare di più». Né ha avuto il tempo di soffermarsi sulle parole dette alla vigilia delle Europee da un altro lea­der di cui afferma (a modo suo: «È uno statista di livello mondiale. L’ultimo ad avere altrettanta visibilità e rispetto era stato Mussolini») di avere stima, Berlusconi. Il quale at­taccò i candidati avversari («maleodoranti e malvestiti») di­cendo che a destra volevano «rinnovare la classe politica con persone che siano colte, preparate e che garantiscano la loro presenza a tutte le votazioni...». Bene: ignaro di tutto, Luca Barbareschi non solo non con­testa (non può: i numeri sono numeri) i dati del suo assen­teismo in aula (52,3% di sedute bucate) ma al cronista de Il Fatto che gli ricorda come uno stipendio lordo di 23 mila euro al mese più benefit dovrebbe spingerlo a essere più presente, risponde che non ha alternative: impegni pregres­si. E poi, confessa: «Non ce la farei ad andare avanti con il solo stipendio da politico». Tema: qual è il messaggio ai dipendenti pubblici che da mesi sono sotto scopa per tassi di assenteismo che sono quasi sempre molto, ma molto, ma molto più bassi?

di Gian Antonio Stella

Sofri, Casalegno e la violenza in Lc «Quando non sei più innocente»

Corriere della Sera
Quarant’anni dopo

Gentile direttore,

ho letto l’intervista ad Andrea Casalegno. Vorrei dire che cosa penso dei punti cruciali, che vengono presentati come se rivelassero qualcosa. A cominciare dal legame fra Leonardo Marino e me. La cui evidenza è stata fin dall’inizio (dal 1988, quando fui arrestato) il filo conduttore della vicenda: il figlio chiamato Adriano, i soldi che gli avevo dato... Mi chiesero come mai gli avessi dato dei soldi, se non per comprare il suo silenzio. Perché me li aveva chiesti, spiegai, perché gli ero affezionato, perché era povero e ne aveva bisogno per la sua famiglia: e documentai cifre e circostanze. In Lotta Continua, dice Andrea, tutti pensano che Marino dica la verità. Non so. Però so la verità. Non ebbi il colloquio che Marino mi attribuì, non gli diedi alcun mandato. Io lo so, e lo sanno per certo coloro che furono testimoni dei miei movimenti nella circostanza in cui Marino volle collocare il colloquio. Non diedi alcun mandato, e dunque non coinvolsi Lotta Continua — tutte le sue persone, compreso Andrea Casalegno — nella responsabilità di un omicidio.

Di tutte le altre responsabilità mi sono fatto carico, e non certo per difendermi in un tribunale. La mia condanna— che continuo a scontare — autorizza chiunque lo voglia a dichiararmi mandante provato dell’omicidio di Calabresi. Ma la condanna non cambia la verità, né la mia saldezza nel sostenerla. Dice Andrea — pensiero che dà il titolo alla pagina — che «il germe della violenza c’era già alle origini», dunque prima della strage di piazza Fontana; e critica la definizione del 12 dicembre del ’69 come la data della «perdita dell’innocenza». Io l’ho detto da tempo. In particolare, proprio in un’intervista al Corriere del 2 aprile 2004. «Così abbiamo perduto l’innocenza. Ma oggi mi interrogo sulla sensatezza di questa formula... Si tratta dell’idea: chi è innocente scagli la prima pietra. È l’espediente che Gesù usa per non fare lapidare l’adultera.



Questo stratagemma evoca un problema morale straordinario: è proprio vero che chi è innocente può scagliare la prima pietra? Noi oggi ci comportiamo così nei confronti del racconto di piazza Fontana. Innocenti come eravamo, toccava a noi per diritto, diritto che è divenuto poi la nostra dannazione, tirare la prima pietra. Poi quando l’hai scagliata non sei più innocente. E non a caso poi ne tiri un’altra e un’altra ancora. Fino a divenire un lanciatore di pietre. Quasi un lapidatore: persino a noi successe.

La campagna contro Calabresi diventò una specie di lapidazione... In realtà innocenti non lo eravamo. La verità è che l’innocenza come condizione originaria è molto difficile da trovare. Lo choc della strage per noi fu fortissimo, un colpo che ti fa tramortire: tuttavia eravamo militanti politici con una grande voglia di fare la rivoluzione da anni. Questo rende contraddittoria e parziale quella definizione di innocenza... la trasforma in una specie di autoassoluzione un po’ troppo indulgente. Mi chiedo: senza la strage di piazza Fontana, avrei tirato la mia prima pietra o no? Secondo me sì. Anzi forse l’avevamo già tirata». E alla domanda: «Vuole dire che la violenza era già dentro il movimento?», risposi: «Noi non abbiamo cominciato a credere non solo nella necessità ma addirittura nella virtù della violenza dopo il 12 dicembre. Noi ce ne riempivamo la bocca da molto tempo prima...».

Ricordato questo, trovo sconcertante l’opinione di Andrea che «la strategia della tensione ebbe un certo ruolo nel precipitare il Paese negli anni di piombo». La strategia della tensione e delle stragi segnò un mutamento sconvolgente nella temperie umana e civile dell’Italia, nel nostro stato d’animo e nel nostro orizzonte politico. Solo alcuni di noi — quasi per una deformazione psicologica — continuano a seguire quello che si dice, settimana dietro settimana, 35 anni dopo!, al processo bresciano su piazza della Loggia: autopsia delle colpe dello Stato nelle stragi, agghiacciante quanto sfinita. E comunque, per allora e per oggi, penso che qualunque delitto privato sia incomparabile col delitto commesso da chi ha il monopolio pubblico della forza.

Andrea Casalegno ha raccontato in un libro l’assassinio di suo padre e una storia di famiglia piena di dolore. Mi dispiace molto, e mi dispiace il sentimento che leggo nelle sue parole. Quando Carlo Casalegno fu assassinato, ne provai rabbia e pena. Anni fa scrissi ad Andrea per ricordare un episodio: «Una volta — nel 1976— ritenni che tuo padre, in un commento, avesse ingiustamente addebitato a Lotta Continua il favoreggiamento verso scelte armate clandestine. Io reagii prendendo il telefono — ero a Roma — e chiamando tuo padre, col quale ebbi una conversazione vivace e aspra, nella quale però fu reciproco il riconoscimento della sincerità e forza delle convinzioni rispettive. (Forse, nelle parole di apprezzamento che tuo padre mi rivolse, c’era soprattutto il riflesso della sua sollecitudine e rispetto per te)». Quanto a chi in quegli anni passò la linea, Andrea tiene a ripetere che si può diventare ex di qualunque cosa, ma un assassino rimane per sempre un assassino. Io non lo penso: penso che ciascuno possa cambiare, e che anche un assassino possa diventare una persona che ha commesso un assassinio. Che non solo il calendario cristiano, ma la nostra società dimostri largamente, per fortuna, che questo avviene.

Adriano Sofri
04 novembre 2009

Festa delle Forze Armate, Napolitano all'Altare della Patria

Corriere della Sera

Il presidente della Repubblica ha deposto una corona di alloro. Presente anche il premier Berlusconi

La cerimonia all'altare della Patria (Zanini)
 (Zanini)
ROMA - Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi si sono incontrati all'Altare della Patria per la celebrazione della Giornata dell'Unità nazionale e delle Forze Armate. Il capo dello Stato ha deposto una corona d'alloro sulla tomba del Milite ignoto. Il premier ha poi salutato il capo dello Stato. È il primo incontro dopo la decisione della Corte Costituzionale sul lodo Alfano. All’arrivo in piazza Venezia, il presidente della Repubblica, dopo aver passato in rassegna le truppe schierate, ha stretto la mano a Silvio Berlusconi. I due, dopo le polemiche seguite alla bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte costituzionale, non avevano avuto occasioni di incontro. In precedenza nell’attesa dell’arrivo di Napolitano, il presidente del Consiglio si era intrattenuto brevemente a colloquio con il presidente al Senato, Renato Schifani, e con quello della Camera, Gianfranco Fini.

PRESENTI - Dopo gli onori militari, Napolitano, che ha deposto la corona di alloro sulle note del ’silenzio’, si è soffermato alcuni secondi in raccoglimento davanti alla tomba del Milite Ignoto, prima di abbandonare la piazza. Le celebrazioni ufficiali per il 4 novembre si sono aperte con l’alzabandiera. La cerimonia è stata salutata dal passaggio delle Frecce Tricolori. La Giornata delle Forze Armate e Festa dell’Unità d’Italia coincidono quest’anno con il 91esimo anniversario della fine della Prima Guerra Mondiale. Il 4 novembre 1918 entrò in vigore l’armistizio che mise fine alle ostilità tra l’Italia e l’Austria-Ungheria, concluse sul campo con la vittoriosa offensiva di Vittorio Veneto. Una vittoria che costò la vita a 689.000 italiani mentre oltre un milione furono i mutilati e i feriti.

«PIENO SUPPORTO» - Il presidente della Repubblica ha inviato alle Forze Armate un messaggio nel quale sottolinea il loro ruolo cruciale nella difesa di valori come libertà e democrazia e anche nelle missioni all’estero. «Siamo tutti ben consapevoli che l’impegno militare italiano nelle missioni internazionali è di capitale importanza per il futuro del Paese e della comunità internazionale - spiega Napolitano - e dobbiamo perciò far sì che a questo impegno non venga mai a mancare il pieno supporto dei cittadini e dello Stato». «Nel contesto pur profondamente mutato del XXI secolo, questi restano valori fondamentali che dobbiamo continuare a tutelare ed a consolidare. Oggi ricorre il 91° anniversario della vittoria nella Grande Guerra e con essa si celebrano il Giorno dell’Unità Nazionale e la Giornata delle Forze Armate. Martedì - ha aggiunto il presidente -, ho celebrato il 4 novembre insieme ai nostri militari impegnati nella missione Unifil in Libano ed ho potuto ancora una volta apprezzare lo straordinario contributo che le Forze Armate sanno dare - per generale riconoscimento - alla sicurezza internazionale, alla pacifica convivenza e al progresso dei popoli». «La critica fase di instabilità che stiamo vivendo, con le sofferenze e le ingiustizie che pure comporta, segna un passaggio di rilevanza fondamentale - ha osservato il Capo dello Stato - nella transizione verso una società globale sempre più interconnessa ed interdipendente. Questa nostra società sarà in grado di affrontare e vincere le grandi sfide dell’umanità se gli Stati sapranno trovare la necessaria unitarietà di intenti e costruire insieme un sempre più rappresentativo sistema di istituzioni internazionali ed un’efficace struttura di sicurezza». «Tale struttura - ha concluso Napolitano - dovrà avere la capacità, da un lato, di intervenire nelle situazioni di crisi e di instabilità prima che queste degenerino in conflitto e, dall’altro, di contrastare le grandi minacce eversive transnazionali, dal terrorismo alla criminalità organizzata. Questi sono i compiti primari delle Forze Armate dei Paesi avanzati e di quelle italiane in particolare».


04 novembre 2009



Un trans racconta: "Marrazzo spesso voleva solo parlare"

Quotidianonet

Intervista con telecamera nascosta a 'Porta a porta' durante la puntata dedicata al caso dell'ex governatore della regione Lazio. E in studio Luxuria rivela: "Conosco i nomi di politici che vanno con transessuali"

Roma, 4 novembre 2009 - "Io sono stata con Marrazzo. Lui spesso voleva solo parlare, anche un’intera sera". A parlare così è un transessuale intervistato da una giornalista di ‘Porta a porta’ in un video girato con telecamera nascosta, mostrato durante la puntata di ieri sera del programma di Bruno Vespa dedicata al caso dell'ex presidente della Regione Lazio.

A una domanda del giornalista, inoltre, il transessuale ha raccontato di un pagamento da cinque mila euro. "E’ stato un complotto, un complotto di Stato", ha affermato con sicurezza il transessuale.

Nel corso della puntata, come ospite, è intervenuto anche l'ex parlamentare Vladimir Luxuria, il quale ha rivelato di conoscere i nomi di politici che frequentano transessuali. "Io conosco, perché me li hanno detti delle altre transessuali, i nomi di altri politici che frequentano transessuali - ha dichiarato -. Ma non li ho mai voluti utilizzare nella mia vita politica, perché sono una persona seria".



Luxuria: per 3 anni ho amato un uomo politico importante ma non vi rivelo chi è

L'ex onorevole si confessa al settimanale 'Oggi': "Abbiamo vissuto come i pipistrelli, ci vedevamo solo quando faceva buio. Poi lui ha troncato e ho sofferto molto. Non è vero che a sinistra piacciano in trans e a destra le escort: in Parlamento sono stata corteggiata da entrambe le parti"

Roma, 3 novembre 2009 - "Per me è stato un amore vero e mi ha fatto soffrire non poterlo vivere alla luce del sole. Purtroppo lui era un uomo importante, famoso, e ha avuto paura".

Vladimir Luxuria per la prima volta rivela al settimanale Oggi di essere stata legata a un vip, che Oggi afferma essere un politico. "Per tre anni abbiamo vissuto come i pipistrelli: ci vedevamo solo quando faceva buio, nascosti dentro sciarpe, cappucci e foulard. Ci incontravamo alla periferia di Roma, in posti il più possibile isolati".

Luxuria aggiunge: "Il mio lui è sparito all'improvviso. Era letteralmente terrorizzato. Un po' perché si era reso conto che si stava legando troppo a me, un po' perché temeva di ritrovarsi sui giornali".

E sul caso Marrazzo commenta: "Le battutacce che girano in Parlamento sono un'ipocrisia. Dire che a sinistra piacciono i trans e a destra le escort è una bugia. Io sono stata in Parlamento e posso dire che ho corteggiato (e sono stata corteggiata) sia una parte, sia l'altra. Vi garantisco che Marrazzo non è l'unico uomo politico che apprezza le trans".


"Mi sarebbe piaciuto se avesse ammesso pubblicamente le sue tendenze, in un paese normale non sarebbe stata una colpa. In questo momento - dice al sito www.ilcorrierediroma.it - vedo che ci sono molte trans che parlano, vengono invitate da importanti trasmissioni televisive, ci mettono la faccia, la voce, parlano delle loro vite, del loro trascorso e questo e' positivo. Non vedo invece le persone a cui piacciono le trans, quelle che io potrei definire 'trans lover', ossia i trans amanti".




Marrazzo e i 5mila euro Come può un politico girare con tanti soldi?


«Se potessi avere mille lire al mese, farei tante spese...», cantava allegramente Gilberto Mazzi.
Altri tempi, altri soldi. Adesso vanno di moda gli euro. Meglio se tanti. In effetti nel calendario di ogni mese ci sono tante spese fondamentali da affrontare. C’è l’happy hour quotidiano, c’è qualche trans-gressione da soddisfare, c’è la cocaina. Ci si può far mancare la cocaina al giorno d’oggi? No, non si può, altrimenti si rischia di venire considerati come gli ultimi della «pista» (absit iniuria verbis). Morale: bisogna uscire di casa con almeno cinque, anzi già che ci siamo, facciamo seimila euro, anche se dobbiamo andare dal panettiere o all’outlet.

Non hai seimila euro in tasca, non salti a bordo della tua auto (blu o di un altro colore, poco importa), con dodici banconote da cinquecento o sessanta da cento? Allora, diciamo la verità, anche in tempi di congiuntura economica non proprio entusiasmante, se non esci di casa con questi soldi sei poco più di un pezzente. Con rispetto parlando, s’intende. Persino se la tua giornata-tipo, almeno fino ad una determinata ora del giorno, si limita alla firma di un paio di pratiche in Regione o alla stretta di qualche mano. O al taglio di qualche nastro inaugurale per onorare il ruolo che ricopri e far fronte alle responsabilità di governatore del Lazio.
Piero Marrazzo che, come un fiume in piena, ha ammesso tutto ciò che non poteva non ammettere (e anche ciò che non si poteva nemmeno immaginare ammettesse), con il reality show di cui è stato al tempo stesso regista e protagonista, sta suscitando nella gente le reazioni più diverse: riprovazione, odio, indifferenza, solidarietà, pietà.

Tutte emozioni o sensazioni comprensibilissime, per carità. Ma una domanda, una domanda su tutte, siamo convinti che si agiti trasversalmente tra quanti hanno seguito e continuano a seguire la sua surreale e sconcertante vicenda: da dove arrivavano, da dove sono arrivati in tutti questi anni i soldi che il governatore del Lazio maneggiava e spendeva con la disinvoltura con cui uno di noi versa l’obolo in chiesa, per tutte quelle sue debolezze inconfessabili e adesso puntualmente confessate?
Chi glieli dava, chi glieli ha dati? Come poteva permettersi tutto quello che si è permesso? E anche di più, considerato il pied-à-terre che, a quanto pare all’insaputa della moglie, si era ritagliato e assicurato nel cuore del centro storico di Roma?
È vero, verissimo: Piero Marazzo intascava mensilmente come presidente della Regione Lazio uno stipendio di 12mila euro. Che molti di noi si limitano e continueranno a limitarsi per tutta la vita a sognare di avere. Sono bei soldi.

Ma se tu, anzi, scusate, ma se lui, viaggiava a colpi di cinquemila euro ogni qual volta sentiva il frisson o la semplice necessità di qualche innocua coccola, beh anche quel suo ragguardevole stipendio, faceva in fretta a sparire. E allora altro che dannarsi e ingegnarsi a trovare qualche soluzione, come gran parte di un’altra Italia, per arrivare non dico alla quarta ma addirittura alla terza settimana.
Quindi, come accade nel Monopoli dove i pied-à-terre e gli hotel di lusso sono contemplati, ma i «loculi» di via Gradoli no, torniamo al via e ci fermiamo un giro a riflettere sulla domanda appena posta. Accertato e categoricamente escluso, dall’evidenza dei fatti, che il governatore Marrazzo, al contrario del resto dell’Italia che fatica a arrivare a fine mese, si ingegnasse per integrare lo stipendio con lavoretti alternativi, magari come pizza
pony express o distributore di volantini pubblicitari porta a porta (quelle dei condomini, non quella per antonomasia di Bruno Vespa), qualche integrazione o qualche «integratore» generoso deve pur averlo avuto. Voi che dite?

Natalie: mai tutta una notte con Piero Era felice quando mi fecero Miss Trans

Corriere della Sera

La transessuale e l’ex governatore: aveva bisogno soprattutto di affetto


MILANO — Alle spalle un matrimonio, in veste di marito, durato otto mesi e uno scettro, da reginetta Miss Trans. Il presente è la ribalta delle cronache, le foto in prima pagina. E il suo silenzio. Ora Natalie, il trans al centro della vicenda che ha coinvol­to Piero Marrazzo, rompe gli indugi e racconta la sua verità a Novella 2000 , in un’intervi­sta- memoriale pubblicata in due puntate, la prima in edico­la domani.

Natalie parla di tutto, dai suoi successi in passerella — «Miss Transex International» nel 2004 a Firenze ed «Escala Gay» nel 2006 a Rio — alle nozze nel 2000 con un’amica italiana: «Siamo in ottimi rap­porti, ma ognuna fa la sua vi­ta ». Dall’infanzia in una fami­glia brasiliana benestante con un padre editore («Mi è sem­pre stato vicino») al rapporto con il giornalista, poi governa­tore del Lazio. Due uomini im­portanti, che hanno lasciato un’impronta nella sua vita: «Io credo ai segni — spiega Natalie —, e papà è nato lo stesso giorno di Piero, il 29 lu­glio. Si chiama Pedro, come lui». Il primo incontro con Marrazzo, casuale, in centro, a Roma, in un negozio di scar­pe. Poi, di nuovo, pochi gior­ni dopo: «Pensava fossi una donna. Quando ci siamo rivi­sti, ha capito». Il passo succes­sivo è stato breve: «Lui mi ha cercato su un sito di trans. E ha trovato il mio numero».

È il 2001, Marrazzo non è ancora sceso in politica. «Al­l’epoca faceva Mi manda Rai­tre , il mercoledì. Ma io non lo conoscevo», racconta Natalie. Iniziano a frequentarsi con re­golarità. Il fatto che sia trans non provoca all’ex governato­re esitazioni: «Fin dall’inizio mi ha detto che aveva già avu­to esperienza. È stato da subi­to un cliente diverso dagli al­tri ». Natalie — all’anagrafe Jo­sé Alejandro Vidal Silva — è esplicita: «Veniva, mi pagava, poi parlava della sua vita, sen­za fare niente». Così «per qual­che mese, cinque sei volte do­po il primo appuntamento, abbiamo solo parlato», per­ché — secondo lei — «gli mancava l’affetto». Con lei, l’ex governatore si confida, le parla anche «del suo grande amore», «una donna di spetta­colo di cui era perso, con cui aveva avuto una storia».

Gli incontri proseguono. Nascono anche piccoli rituali: «Usava una Smart bianca, mai l’auto blu. Io mi facevo trova­re fuori dal palazzo, salivo in auto e andavamo a casa sua, poco lontano», racconta. «Quando arrivavo, mi offriva da bere un succo di frutta, per­ché non bevo alcolici e nean­che lui. Poi andavamo a letto, parlavamo, ci facevamo le coc­cole ». Mai una notte intera, però: «Mi sono fermata al massimo quattro ore». Confi­denze e complimenti. «Mi di­ceva che ero bella, anche sen­za trucco», «era felice» per i successi ai concorsi. Regole ed eccezioni. «Dopo l’elezione e il matrimonio per un anno non ci siamo visti. Voleva es­sere prudente». Per lo stesso motivo, nell’appartamento di via Gradoli, l’ex presidente della Regione Lazio non ama­va fermarsi: «Era venuto solo un paio di volte. Era arrivato nervoso e gli avevo preparato un bagno caldo».

Natalie spesso torna in Bra­sile, dove, per un periodo, in­treccia una relazione con un uomo, Marcelo. Durante la sua assenza, Marrazzo fre­quenta altre persone. «Le trans non sono tutte uguali», spiega. «Piero è stato con Brenda e Michelle (le altre trans al centro dello scandalo, ndr ). In un incontro lo hanno anche filmato e fotografato con un telefonino». E parlan­do delle altre due trans, Nata­lie tira fuori orgoglio e femmi­nilità: «Quelle due, Marrazzo, me lo hanno sempre invidia­to, perché pagava bene e non dava problemi».

I problemi, veri, però sono arrivati con il blitz del 3 lu­glio. «Bussano alla porta ur­lando: 'Aprite, carabinieri, sappiamo che c’è un festino con trans e droga' — raccon­ta Natalie —, Piero mi ha det­to di aprire, che tanto ero l’unica trans e di droga non ce n’era». Lei viene mandata sul balcone, ma in un secondo momento rientra: «Ho sentito chiedere a Piero due assegni da 50 mila euro l’uno, ma lui gli ha detto che non li aveva». Poi, viene portata di nuovo fuori. Quando torna in casa i carabinieri sono andati via: «Piero mi ha detto che aveva­no preso 2 mila euro dal suo portafogli. Non c’erano più neanche i 5 mila euro sul tavo­lo per me». È una giornata convulsa, a Marrazzo vengo­no sospetti («Mi ha detto subi­to che sapeva chi poteva esser stato a organizzare tutto») e lui e Natalie si incontrano di nuovo: «Si sentiva in colpa per essersi messo nei casini». Dopo poco più di un mese, l’ultimo contatto: «L’8 agosto mi ha telefonato per dirmi che partiva per le vacanze e che ci saremmo visti a set­tembre, poi più nulla». Silen­zio, appunto, come quello che ha contraddistinto finora Natalie, un silenzio spezzato — oltre che dagli scatti in ver­sione Marilyn o in posa per il servizio — dalla preoccupa­zione per l’ex governatore: «Non deve stare solo, non può reggere a tutto questo. Io ho paura che se mata , che si ammazzi».

R. P.
04 novembre 2009

Marrazzo ai pm: "Soldi anche per la coca" Ecco i verbali degli incontri con il trans

Libero

di Mario Giordano

Dicevano che era un governatore sempre in pista. E, in effetti, ora che si è fermato ai box si capisce perché. Pista sì, ma di coca. Povero Marrazzo: la sua discesa non si ferma più. Dagli altari alla polvere, per quanto nella polvere, a ben vedere, ci fosse già. Eccome. Davanti ai ex magistrati romani l’ex presidente del Lazio ha ammesso infatti che i soldi con cui pagava i trans servivano anche per le sostanze stupefacenti. Brenda e sniffa, droga e Natalì, famolo strano e sballiamo. Del resto anche come giornalista tv, Piero ha sempre dimostrato di avere un bel naso.

Subito dopo la confessione di Marrazzo, i suoi avvocati hanno chiesto il silenzio stampa, per proteggere il dolore della famiglia. Si capisce: la famiglia merita sempre rispetto. Ma forse meritano rispetto anche quei milioni di cittadini del Lazio che dovranno pur sapere di essere stati governati da uno che, per sua stessa ammissione, non sempre era lucidissimo. Almeno così i cittadini capiscono come nascono certi provvedimenti. Perché, si sa, a volte i politici sono delle vere pippe. A volte, dei veri pipponi.

L’ex governatore s’è inserito d’autorità nella seconda categoria. Del resto non si potevano spiegare altrimenti quei 5mila euro messi sul tavolo di via Gradoli per fare sesso con il trans Natalì: l’estetica vuole la sua parte, e 5mila euro per la circostanza erano una parte assai esagerata. Solo la presenza di droga poteva giustificare la stupefacente spesa. Così abbiamo scoperto che l’ex ragazzo dell’oratorio della sinistra, al secolo Piero Marrazzo, organizzava festini sex&drug, come un rocker maledetto. Solo che lui ci andava in auto blu. E poi firmava assegni in bianco. Perfetto, mi pare. A proposito: sapete come la chiamano la cocaina in alcune regioni d’Italia? Con il nome che meritano i politici che si comportano così: bamba.

«Ho agito sempre per il bene dei cittadini», ha aggiunto l’ex governatore. E meno male. Altrimenti che cosa avrebbe fatto? Un rave party in Regione? L’assessorato all’ecstasy? Il dipartimento sballo&trans? Siamo curiosi di leggere su “Repubblica” il prossimo articolo di Giuseppe D’Avanzo: chissà con quali arrampicate verbali cercherà di spiegare ai suoi lettori che, in fondo, se Marrazzo sniffa in casa di Natalì la colpa è pur sempre di Berlusconi. Sarà stato Alfonso Signorini a regalargli le prime caramelle tossiche fuori dalla scuola (di partito)? O forse sono stati Maurizio Belpietro e Vittorio Feltri a iniziarlo alla droga mentre lui dormiva? Dì la verità, D’Avanzo, stai pensando questo: Marrazzo si faceva solo per difendersi dal diabolico piano preparato contro di lui dalla terribile Spectre berlusconiana. Sicuro: l’hanno voluto bloccare perché Piero puntava in alto. Anzi di più: come volevasi dimostrare, aveva grandi aspirazioni.

Ma se il destino di Marrazzo ormai appartiene soltanto alla storia della politica e al futuro della disintossicazione, quello che non può restare impunito è il tentativo della sinistra e dei republicones di trasformare l’ex governatore in una vittima, un uomo puro, in fondo candido. Per giorni e giorni hanno tentato di accreditare la tesi della messa in scena, dell’agguato, del complotto. Poi hanno esaltato le dimissioni, il gesto nobile, il coraggio dell’uomo che sa lasciare la poltrona. Hanno forzato il paragone con Berlusconi dicendo in pratica: ecco, lui, coinvolto nello scandalo, se ne va, il premier invece no. E questo è davvero insopportabile, e rende inevitabile ritornare sul fatto (cioè su Marrazzo) con buona pace dell’avvocato difensore e del dolore della famiglia che sempre merita rispetto.

Perché è evidente che i cantori del vittimismo marrazziano non hanno ancora capito che al di là del buon gusto e delle tendenze sessuali, al di là del coté estetico di Brendona e dell’opportunità di andare a trans a spese del contribuente, restano due elementi clamorosi che rendono per ora unico il caso dell’ex governatore. Uno lo si sapeva: egli è venuto a conoscenza di un reato (furto e/o ricatto) da parte di carabinieri e non l’ha denunciato. Essendo pubblico ufficiale è piuttosto grave. Il secondo elemento lo veniamo a sapere oggi: egli acquistava e consumava droga. Essendo che egli doveva poi governare una regione è pure questo piuttosto grave. Dal che si deduce che i ribaltatori di frittata possono risparmiarsi gli ulteriori sforzi: Marrazzo vittima? Marrazzo puro? L’ipotesi, per restare in tema da tossici, è andata definitivamente in fumo. Marrazzo al massimo può essere candido. Candido sì, ma come la neve.

Il colloquio con i magistrati - Due ore di colloquio. Tanto è durato l’incontro tra l'ex presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo e il procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo e dal sostituto Rodolfo Sabelli. Marrazzo è stato ascoltato nell'ambito dell'inchiesta sul presunto ricatto attuato nei suoi confronti da quattro carabinieri finiti in carcere. Indagato un quinto militare.  “Qualche volta poteva capitare che quei soldi (i cinquemila euro che aveva pattuito con il trans Natalie in occasione dell'incontro sfociato nell'irruzione dei carabinieri nell'appartamento di via Gradoli, ndr)  servissero anche per la droga”, ha ammesso l'ex governatore davanti ai magistrati. Ha ribadito invece di “non essere mai stato né di essersi mai sentito  ricattato”, e di non essersi neppure accorto che lo scorso 3 luglio, durante la rapina e l'irruzione dei carabinieri nell'appartamento di via Gradoli, qualcuno stesse girando un video. Quel giorno, tra l’altro, ha raccontato Marrazzo, non “ho Gianguarino Cafasso”, il pusher morto nel settembre scorso. Cafasso tentò di piazzare il video anche contattando Max Scarfone il fotografo del caso Sircana. Secondo quanto si è appreso la posizione di Marrazzo non è cambiata e nel procedimento appare sempre come parte lesa.
L'indagine istruttoria proseguirà martedì con l'interrogatorio di tre dei quattro carabinieri coinvolti nella vicenda e detenuti a Regina Coeli. In particolare saranno ascoltati Luciano Simeone, Carlo Tagliente e Nicola Testini. Non è previsto invece l'interrogatorio di Antonio Tamburrino, il quarto carabiniere al quale è stata contestata l'accusa di ricettazione e omessa denuncia. Sempre in giornata dovrebbe essere ascoltato un quinto carabiniere il nome del quale esce dall'esame delle carte e dei verbali raccolti dagli investigatori. Si tratta di Donato D'Autilia che ha 43 anni ed è stato coinvolto in un'inchiesta sulla pedofilia. Si sospetta che egli abbia potuto avere un ruolo per quanto riguarda il commercio del video che ritrae Marrazzo nella casa di via Gradoli dove il filmato fu girato. Nell'attuale fase dell'inchiesta gli investigatori smentiscono ancora una volta l'esistenza di un secondo video giudicando infondate le notizie che in proposito sono circolate.

Intanto è stato rintracciato dai carabinieri del Ros il transessuale Brenda, che avrebbe avuto rapporti sessuali con Marrazzo. Brenda è stato portato in procura per essere ascoltato come testimone nell'ambito dell'inchiesta sul presunto ricatto ai danni dell'ex presidente della Regione Lazio. Il viado dovra' chiarire l'esistenza di un secondo video in cui apparirebbe l’ex governatore e di cui hanno parlato alcuni transessuali.

di Roberta Catania -  «Aveva gli occhi lucidi», Piero Marrazzo, «mentre ci implorava di non rovinarlo. Ci promise promozioni nell’Arma e trasferimenti». Ecco uno dei passaggi del verbale di uno dei quattro carabinieri arrestati per lo scandalo che ha costretto il governatore del Lazio alle dimissioni. Dichiarazioni spontanee che Libero è in grado di pubblicare integralmente.

È l’1.40 della notte del 21 ottobre 2009 quando i militari del Raggruppamento operativo Speciale sentono il collega “infedele”, il carabiniere scelto Carlo Tagliente. Gli altri negano, negano tutto. Lui no, lui ammette almeno parzialmente le responsabilità che lo legano soprattutto ai colleghi Nicola Testini e Luciano Simeone. La posizione di Alessandro Tamburrino, infatti, è una storia a parte, che entra in ballo solo all’ultimo, quando i militari cercano di vendere il video che ritrae l’ex presidente della Regione in compagnia di un trans.

Tagliente, pugliese di 32 anni, racconta ai colleghi che gli stanno perquisendo l’abitazione di essere «entrato in contatto con un confidente legato al mondo dei transessuali, tale Cafasso Gianguarino». Il 3 luglio Cafasso «ci chiamò (...) e ci disse che era venuto a conoscenza che si stava svolgendo un festino con dei trans all’interno di un appartamento in via Gradoli». È in questa occasione, dunque, che Gianguarino viene tirato per la prima volta in ballo. Il racconto del carabiniere della Compagnia Trionfale prosegue e arriva al momento in cui «bussammo alla porta». «Aprì un viados di pelle scura e moro di capelli», ricostruisce Tagliente, che aggiunge: «Ci trovammo di fronte una persona che riconoscemmo subito essere Marrazzo. (...) Ci trovammo in grandissimo imbarazzo, perché indossava solo una maglia intima e le mutande. (...) Lui ci pregò con gli occhi lucidi di non fare nulla, perché ci diceva: “Io ho una mia dignità e la mia posizione... vi prego aiutatemi.. saprò ricompensarvi, vi aiuterò nell’Arma”. Quindi ci disse che avrebbe potuto aiutarci se avessimo voluto un trasferimento». Qui il carabiniere ammette la propria debolezza e confida di aver a lungo cercato il trasferimento per ricongiungersi alla famiglia d’origine. Così, racconta, accettò l’offerta di Marrazzo.

l’altro trans di piero

Dopo 15 giorni, a leggere la ricostruzione di Tagliente, Cafasso si mise di nuovo in contatto con i carabinieri: «Disse che era entrato in possesso, senza specificare come, di un video che ritraeva Marrazzo mentre si trovava in compagnia di un trans in atteggiamenti ambigui».

Il video dello scandalo, si direbbe, anche se alcuni dettagli non tornano. È vero che dura quei famosi «2-3 minuti», ma il carabiniere arrestato identifica questo altro viados come «biondo». Anche se è possibile che il militare abbia confuso le due circostanze e invertito il ricordo della fisionomia dei due travestiti.

Dopo aver «nascosto il cd o dvd in una zona di campagna sulla via Trionfale», i carabinieri corrotti hanno cercato di vendere il filmato. Nel racconto si ricostruisce anche della improvvisa morte di Cafasso e dell’occasione, per loro, di continuare da soli le trattative per ricavare soldi dal video.

Il militare pugliese rivela anche di essersi «insospettito» avendo notato «un carabiniere del Ros che stava con una ragazza davanti al bar Vanni».

pedinamenti errati

«Questo fu un primo campanello d’allarme». Il primo segnale, perché dopo c’era stato anche uno strano incontro con un «collega appostato su un motociclo T-max, fermo in via Cortina d’Ampezzo».

I carabinieri sentono il fiato sul collo e decidono di fare un passo indietro, distruggendo i dvd, anzi «spaccandoli in più pezzi e gettandoli in un bidone dell’immondizia vicino alla caserma sede della Compagnia Trionfale». Un ravvedimento giunto comunque troppo tardi: ormai l’indagine è avviata e gli investigatori del Ros gli sono addosso.

Cinque giorni dopo aver rinunciato al video, infatti, scattano i fermi e la vicenda di Marrazzo e del trans diventa di dominio pubblico.

IL VERBALE

Il giorno 21 ottobre 2009, alle ore 01,40, in Roma, negli Uffici del Comando della Compagnia Carabinieri di Roma Trionfale.

Avanti ai sottoscritti Ufficiali di Polizia Giudiziaria Colonnello Massimiliano MACILENTI, Capitano Carmine TORDIGLIONE e Maresciallo A.s. UPS Roberto PUCCI, rispettivamente Comandante e addetti alla sezione Anticrimine Carabinieri di Roma, nonché Cap. Massimiliano D’ANGELANTONIO, comandante della II Sezione del II Reparto Investigativo del R:O:S: Carabinieri di Roma è presente TAGLIENTE Carlo, il quale spontaneamente Riletto confermato e sottoscritto in data e luogo di cui sopra

“Nei primi giorni del mese di luglio 2009, credo, se non ricordo male, forse il 3, unitamente al mio collega SIMEONE Luciano, ho avuto un contatto con un confidente legato al mondo dei transessuali, tale CAFASSO Gianguarino. Preciso che quest’ultimo era un confidente del Maresciallo TESTINI Nicola ma conseguentemente ai rapporti di stretta collaborazione di tipo professionale con il maresciallo è diventato anche mio confidente. Come vi dicevo quel giorno ci chiamò, non ricordo come e su quale utenza, noi (io e SIMEONE) andammo all’appuntamento e lui ci disse che era venuto a conoscenza e si stava svolgendo un festino con dei trans all’interno di un appartamento di Roma, via Gradoli, appartamento che sarei in grado di riconoscere se tornassi sul posto. Ivi giunti, nella tarda mattinata- primo pomeriggio (ora di pranzo), bussammo alla porta dell’appartamento qualificandoci come Carabinieri. Aprì un viados di pelle scura, moro di capelli. Noi entrammo e ci trovammo di fronte una persona di sesso maschile che riconoscemmo subito essere il Presidente della Regione Lazio Piero MARRAZZO.

Alla vista di questa personalità ci trovammo in gravissimo imbarazzo anche perché indossava solo una maglia intima e le mutande per cui non sapemmo veramente cosa fare. Lui ci pregò con gli occhi lucidi di non fare nulla perché ci diceva «Io ho una mia dignità e la mia posizione … vi prego aiutatemi… saprò ricompensarvi vi aiuterò nell’Arma». Quindi ci disse che avrebbe potuto aiutarci se volessimo un trasferimento.

«temevo che mi chiamasse»

Io purtroppo devo dirvi che ho una grave situazione familiare perché ho un nipote di 5 anni in gravissime condizioni. La voglia quindi cercare di rendermi utile alla mia famiglia mi ha fatto ritenere che veramente avrebbe potuto aiutarmi. Noi d’altronde, seppur dopo una brevissima ispezione dei locali, non avevamo individuato nessuna cosa pertinente a qualunque tipo di reato, per cui anche perché non sapevamo veramente cosa fare abbiamo deciso di andarcene senza fare nulla per timore della personalità.

Io prima di andarmene, su sua richiesta, gli lasciai l’utenza 333/********* di cui non ricordo l’intestatario e che io utilizzavo normalmente per i contatti con i confidenti necessari al mio lavoro. Devo precisare che questa utenza io l’ho dismessa circa 10 giorni dopo perché ero intimorito, imbarazzato dalla possibilità che lui potesse chiamarmi. Infatti, dopo un primo momento in cui avevo ceduto pensando in qualche modo che mi sarebbe stato utile, poi dopo una riflessione decisi che non volevo ricevere la sua chiamata. Specifico che nei 10 giorni successivi in cui ho ancora tenuto in uso quell’utenza non mi ha mai chiamato.

Circa 15 giorni dopo questo evento, non ricordo precisamente il giorno ma credo fosse la fine del mese di luglio, ci (a me e SIMEONE, credo fosse lui con me ma in questo momento non riesco ad essere più preciso) ricontattò Gianguarino CAFASSO che ci diede uno dei soliti appuntamenti. Noi ci andammo credendo ci dovesse dare qualche informazione per il nostro servizio. In realtà egli ci disse che era entrato in possesso, senza specificare come, di un video che ritraeva il citato Presidente MARRAZZO mentre si trovava in compagnia di un Trans in atteggiamenti ambigui. Ci chiese, visto che lui non era in alcun modo presentabile e non avrebbe potuto tenere rapporti legali, di aiutarlo a ricavare qualcosa da questo video. In termini di soldi intendo. Quindi noi gli chiedemmo di poter vedere il video anche perché ci volevamo rendere conto se fosse vero o meno quello che ci aveva raccontato ed eventualmente cercare di capire se era autentico o artefatto.

Andammo quindi con lui in zona cassia ed a bordo della sua autovettura ci fece vedere il video su un suo pc portatile. Effettivamente il video conteneva il Presidente della Regione Lazio Piero MARRAZZO che si trovava in un luogo chiuso in compagnia di un trans biondo, questa volta vicino ad un tavolo ove vi era un piatto con delle strisce di una sostanza bianca polverosa.

Alla fine del video, che peraltro era molto mosso e frammentato tanto da farci inizialmente pensare ad un fotomontaggio, vi era anche un’autovettura tipo Lancia THESIS a mia memoria di colore scuro ripresa lungo una strada. In quell’occasione, poiché noi palesammo l’idea di aiutarlo senza però dargli alcuna rassicurazione, CAFASSO ci diede il video in un CD ROM o DVD (non riesco a ricordare in questo momento con precisione) che io e SIMEONE nascondemmo in una zona di campagna sulla via Trionfale vicino al ponte nuovo. Preciso che il video da me visto durava circa 2-3 minuti ed era comunque breve.

«cerchiamo un acquirente»

Da quel momento, dopo averne parlato con TESTINI, iniziammo a cercare qualcuno che potesse comprarlo. Io però non sapevo come muovermi in questo settore per me assolutamente sconosciuto.Nel frattempo a settembre di quest’anno CAFASSO morì di infarto sulla via salaria. Lui normalmente viveva negli alberghi e non aveva fissa dimora. Seppi della sua morte dal maresciallo TESTINI il quale lo aveva appreso da un altro suo confidente. Ci trovammo quindi con la copia del filmato in mano e pensammo di proseguire nel tentativo di venderlo.
Io come vi ho detto prima non avevo i contatti giusti per fare questa cosa ma nel frattempo SIMEONE Luciano, tenendoci comunque al corrente, aveva instaurato rapporti finalizzati alla vendita su due diversi canali, il primo con tale Riccardo, un imprenditore che a me non è mai piaciuto, che per quanto di mia conoscenza fu presentato a Luciano da un suo confidente, tale Ottavio. Voglio precisare fin d’ora che questa situazione non ha portato a nulla anche se Riccardo con tale Massimo, mi pare di ricordare, ebbero modo di visionare il filmato sotto casa di Luciano stesso. In quell’occasione ero presente anch’io e dopo l’incontro nonostante i due sembrassero interessati ebbi modo di confermare a Luciano la mia cattiva sensazione nell’avere avuto rapporto con queste persone. Non mi ispiravano fiducia a pelle. Sempre su di loro, per quanto mi disse Luciano, posso dire che non erano loro i diretti acquirenti del video ma stavano agendo per conto di altri che non conosco. Prima di concludere quest’aspetto della vicenda devo dirvi che Luciano e TESTINI durante un incontro con Riccardo – non so dirvi quando perché non ero presente – notarono un maresciallo del ROS che stava con una ragazza davanti al bar Vanni per cui si insospettirono. Questo fu un primo campanello di allarme che aggiunto a quello che vi dirò ci fece desistere dalla trattativa per la vendita del video-----// il secondo attraverso TAMBURRINO, ossia un Carabiniere della Stazione Roma-Trionfale che Luciano attivò sapendo avere un parente fotografo. So per quanto mi ha riferito SIMEONE Luciano che ha tenuto i contatti con TAMBURRINO per questa situazione, che la trattativa è stata incanalata verso un’agenzia di Milano di cui poi io ho avuto modo di conoscere tali Max, una donna ed il marito di quest’ultima che io ho incontrato in una occasione perché SIMEONE non era disponibile, adesso non ricordo per quale motivo. Feci vedere nell’occasione il video alla donna e all’uomo in sua compagnia.

l’appuntamento

I due vennero all’appuntamento con il Carabiniere TAMBURRINO e tale Max. Questi ultimi due, in questa circostanza, non hanno assistito alla visione del video avvenuto a bordo della mia autovettura Mercedes Classe B. Attraverso questo canale ci è stato offerto il compenso di 50.000 (cinquantamila) euro. Noi valutammo positivamente l’offerta perché ci fu assicurato che questa agenzia avrebbe potuto commercializzare il video in modo assolutamente legale. Poi però un giorno, non vi posso dire quando con esattezza, ma posso dirvi che era successivo all’incontro del bar Vanni dove fu visto un maresciallo del ROS conosciuto da TESTINI, durante un servizio di ocp avemmo modo di notare un uomo a bordo di un motociclo tipo TMAX fermo di fronte il ristorante-bar “Al cocomerino” di via Cortina D’Ampezzo. Credendo che fosse un soggetto che si doveva incontrare con uno dei nostri indagati lo fermammo ed il maresciallo TESTINI gli chiese i documenti. Questa persona glieli diede ed il maresciallo TESTINI gli chiese se fosse un collega. Ricevuta risposta positiva ed avendo appreso che stava lì per un servizio poiché lui ci disse “o ci siamo noi o voi non possiamo starci in due”, noi decidemmo di andare via per non dare fastidio. Tuttavia riflettendoci successivamente la cosa sembrò strana e ci fece preoccupare ancor di più io quindi pregai gli altri di lasciare perdere, ma solo 5-6 giorni fa decidemmo di distruggere il video e chiudere questa vicenda che mi pento veramente di avere iniziato. Non so veramente spiegare come possa essermi trovato in una situazione tale, è stata una debolezza imperdonabile. Voglio precisare un’altra cosa, io feci d’accordo con i miei colleghi una copia del video attraverso il masterizzatore del mio pc portatile che ho tuttora a casa mia e che vi consegnerò spontaneamente. Entrambe le copie furono distrutte come vi ho detto da me Luciano e TESTINI 5 o 6 giorni fa spaccandoli in più pezzi e gettandoli in un bidone dell’immondizia vicino alla caserma sede della Compagnia Trionfale. La decisione di agire in questo modo la prendemmo circa una settimana fa quando ci riunimmo io Luciano e TESTINI perché eravamo molto preoccupati e ci stavamo finalmente rendendo conto che era un grosso errore.


Natalie a casa di Marrazzo

Natalie è «andata in taxi a casa di Piero Marrazzo», come dichiara lei stessa in un verbale che compare agli atti del Marrazzo-gate. Convocata tramite una «telefonata» fatta direttamente dall’ex governatore «40 minuti dopo il blitz dei carabinieri» infedeli in via Gradoli, la trans è «salita a bordo di un’auto del 3570» e si è precipitata all’indirizzo della residenza privata dall’allora presidente. La circostanza è ricostruita in un verbale degli investigatori del Raggruppamento operativo speciale che, insieme ai magistrati romani, hanno sentito per l’ennesima volta l’amante dell’ex giornalista Rai. Sempre in qualità di persona informata dei fatti, le hanno chiesto di ricostruire con maggior precisione la cronologia degli eventi del 3 luglio scorso.

Natalie non dice perché l’ex presidente della Regione Lazio le chiede di raggiungerlo. Lei non lo specifica spontaneamente e - da quel che Libero ha potuto leggere nella copia degli atti - gli inquirenti non glielo domandano.
Il verbale secretato di questa audizione inizia con una frase di Natalie che si «dichiara disposta» ad aggiungere i particolari omessi in precedenza. E lo fa cominciando dal principio, dall’irruzione dei militari della Compagnia Trionfale nell’alcova al piano seminterrato di via Gradoli 96.
«Avevo detto loro che non avevo clienti», si giustifica la transessuale per escludere l’ipotesi di una sua collaborazione a tendere quella trappola a Marrazzo, «ma Carlo» Tagliente «e Luciano» Simeone «sono entrati dicendomi che ero con qualcuno che a loro interessava molto vedere». E ancora, si legge: «Piero stava nella stanza, era in mutande bianche. Loro», riferendosi ai carabinieri, «mi hanno obbligato ad uscire sul balcone. Ero lì fuori e si sono parlati per circa venti minuti. Poi sono tornata nella stanza e ho sentito che minacciavano Piero dicendo che se lo avessero portato in caserma lo avrebbero rovinato dato che stava con un trans. Ho sentito che uno dei due voleva 50mila euro, e altri 50mila li voleva l’altro ma Piero non aveva quei soldi».

Poi, nel prosieguo del racconto, ci sono solo fatti noti e già acquisiti dal filmato del ricatto: i due carabinieri avrebbero ripreso alcune scene con il cellulare, soffermandosi sull’inquadratura in cui si vede un tavolino con tre “piste” di cocaina collocate vicino al tesserino regionale del politico e ad una cannula per sniffare la droga.
“Piero” sul display

Una volta rimasta sola, dopo l’uscita di scena dei carabinieri e la “fuga” di Marrazzo dal luogo dove era appena stato sorpreso in evidente stato di imbarazzo, Natalie fa mettere a verbale di «essere stata contattata da Piero 40 minuti più tardi». Prosegue chiarendo anche che l’ex governatore le «ha detto di recarsi subito a casa sua», probabilmente approfittando dell’assenza del resto della famiglia. Si suppone che la moglie fosse al lavoro e la bambina dai nonni. Comunque, la transessuale non racconta della presenza di terze persone nell’appartamento.

La ricostruzione riprende in modo piuttosto preciso. «Ho chiamato il servizio taxi del 3570 e, giunta a destinazione, ho trovato un uomo in guardiola che mi ha aperto il cancello e indicato la direzione» per raggiungere la casa di Marrazzo. Di questo signore, la trans fa una sommaria descrizione: «Si tratta di uomo alto quanto me». Ma gli interlocutori non appaiono interessati ad identificarlo e, quindi, il discorso viene riportato su argomenti di rilevanza investigativa. La questione della cocaina, ovviamente, non può essere tralasciata. Su questo punto ci sono un paio di domande - infatti nella trascrizione dei virgolettati di Natalie è riportato il classico adr (a domanda risponde) - che però non svelano chissà quale segreto. Lei nega, nega di aver visto polvere bianca, nega di conoscerne la provenienza e al riguardo si tiene sempre sul vago.

Versioni concordate

I punti chiave di questo verbale, però, sarebbero altri. E le domande che ci saremmo aspettati dai pm sarebbero state rivolte capire che cosa si siano detti Marrazzo e la sua amante in privato. E, soprattutto, perché Marrazzo avesse così tanta urgenza di parlarle, una tale urgenza che lo ha spinto perfino a correre il gravissimo rischio di farla andare in casa sua.

Come già detto, questa parte è trattata con estrema superficialità. Natalie lascia intendere che il “suo uomo” in quel momento potesse avere bisogno di conforto. Che il governatore (all’epoca ancora in carica) avesse la necessità di sfogarsi con qualcuno. E l’unica persona che poteva condividere il suo segreto era proprio la transessuale di via Gradoli, vittima con lui dell’imboscata.
Il verbale di Marrazzo

A conti fatti, però, c’è qualcosa che non torna. L’incontro potrebbe celare altri scopi, finalità che ovviamente si possono solo immaginare non essendo stati messi a verbale né per spontanee dichiarazioni di Natalie né per domanda diretta degli inquirenti.

Andando per ipotesi, che per ora non hanno riscontri, ma si basano su deduzioni logiche, l’urgenza di quell’incontro potrebbe essere giustificata dalla volontà di concordare una linea da seguire. Una versione dei fatti comune, nel caso in cui - come poi è stato - la vicenda fosse venuta allo scoperto.

Oppure, chi lo sa, Marrazzo potrebbe aver convocato a casa l’amante per darle quei cinquemila euro che non era riuscito a consegnarle perché sottratti dai carabinieri piombati nell’alcova sulla Cassia. È giusto una sfumatura, ma questo dettaglio emerge piuttosto chiaramente dal verbale che raccoglie la deposizione di Piero Marrazzo, convocato in procura il 21 ottobre scorso.

Parlando del furto dei 2mila euro dal proprio portafogli e dei 3mila euro collocati su un tavolino del monolocale di via Gradoli, e quindi indicati come il guadagno della trans, Marrazzo definisce Natalie «contrariata», perché ovviamente i soldi erano destinati a lei, ma non la indica come parte lesa della rapina. Perché l’intera somma, evidentemente, apparteneva all’ex governatore.