venerdì 6 novembre 2009

Sorteggi arbitrali falsati, ecco come funzionavano le palline

Corriere della Sera

La deposizione di Manfredi Martino, all'epoca segretario della Commissione arbitrale nazionale (Can)

MILANO - Erano vecchie, usurate e decolorate e per questo riconoscibili le palline che venivano usate per i sorteggi arbitrali, in particolare nella stagione 2004-2005. È quanto ha detto Manfredi Martino, all'epoca segretario della Commissione arbitrale nazionale (Can), ascoltato come teste alla nuova udienza di Calciopoli in corso davanti ai giudici della nona sezione penale del Tribunale di Napoli. Al'udienza sono presenti anche un impassibile Luciano Moggi e l'ex designatore arbitrale Paolo
Una foto di Bergamo durante un sorteggio (Newpress)


Colpaccio di un collezionista su eBay Per 3 sterline compra inedito di Chaplin

Corriere della Sera

forse una pellicola di propaganda contro le forze austro-tedesche
È un film di 7 minuti, sarebbe stato proiettato in Egitto nel 1916.
Ma per alcuni esperti si tratta di un collage

Charlie Chaplin in una scena del film «Il grande dittatore»

MILANO - Cercava pezzi d'antiquariato su eBay e ha trovato per caso un film inedito di Charlie Chaplin. Il collezionista britannico Morace Park, originario dell'Essex, ha avuto un'incredibile fortuna. Non solo ha scovato «Zepped», una pellicola di 7 minuti che ha come protagonista il grande comico inglese, ma l'ha pagato anche una cifra irrisoria. Per portarsela a casa ha dovuto sborsare solo 3 sterline e 20 centesimi (circa 4 euro). Chi aveva messo all'asta il filmato, girato in 35 mm, non aveva la minima idea che si trattasse di un documento unico. Per riuscire a piazzare la bobina cinematografica l'incauto venditore aveva scritto su eBay che si trattava di un «film storico». Adesso, secondo gli esperti, il filmato acquistato da Park potrebbe valere anche 40mila sterline (circa 45mila euro).

PELLICOLA FRAGILE - Secondo un documento presente vicino alla bobina, il film sarebbe stato proiettato in Egitto nel 1916, paese che al tempo era sotto il protettorato del Regno Unito. Appare incredibile il fatto che una pellicola così antica, fragile e soprattutto infiammabile sia riuscita a sopravvivere tanti anni e a sbarcare su eBay. Quando ha aperto il contenitore arrivato a casa, Park ha trovato una pellicola al nitrato non in perfetto stato. Ha proiettato il film e nella prima scena ha notato il titolo della pellicola, il nome del protagonista e quello della casa produttrice, Essanay film company, con la quale Chaplin lavorò fino al 1914. Preso dalla curiosità, ha digitato il nome del film e del suo celebre protagonista su Google, ma il motore di ricerca non ha trovato neppure un file. A questo punto la curiosità è cresciuta ancora di più e Park si è affidato all'amico John Dwyer, un ex impiegato della British Board of Film Classification, l’ente britannico che classifica i film. Dopo aver visto solo poche immagini Dwyer ha confidato all'amico che probabilmente aveva nelle mani un film inedito.

LA TRAMA - Sebbene presenti alcuni difetti, il film diversamente da altre pellicole al nitrato, è perfettamente visibile. Il titolo completo è «Charlie Chaplin in Zepped» e probabilmente è una pellicola di propaganda contro le forze austro-tedesche durante la I guerra mondiale. Tra le prime scene si vedono alcuni dirigibili Zeppelin che in piena Grande Guerra volano sui cieli di Londra. Quindi compare Chaplin che manifesta ardentemente il desiderio di lasciare gli Usa e di raggiungere i suoi connazionali per combattere assieme i nemici. Quindi sale su una nuvola e dopo aver attraversato l'Atlantico plana sulla guglia di una chiesa inglese. In un'altra immagine si vede l'attore salire su un dirigibile Zeppelin, mentre in una successiva scena il Kaiser Guglielmo II esce fuori da una salsiccia tedesca. Storici del cinema ed esperti della filmografia di Chaplin hanno assicurato non solo di non aver mai visto queste riprese, ma di non averne mai sentito parlare.

DUBBI E CERTEZZE - Tuttavia alcuni studiosi mettono in dubbio che questo sia un vero e proprio film, ma affermano che sarebbe più giusto parlare di collage. In realtà, secondo gli studiosi, alcune scene di vecchi film di Chaplin sarebbero state tagliate e inserite in questo film di propaganda. Il succo è che Chaplin non sapesse nulla di quest’ assemblaggio. Ne è certa Simon Louvish, autrice di «Chaplin: l'Odissea di un vagabondo» che dichiara all'Independent di Londra: «Esistono numerosi altri casi di film del tempo in cui sono inserite scene che provengono da altre pellicole. Per esempio in Senegal ci sono un sacco di film del passato in cui sono state aggiunte scene dello stesso Chaplin». David Robison, biografo dell'attore comico, ha un’altra tesi: confida al Times di Londra che probabilmente la casa di produzione Essanay cercò di sfruttare l’immagine di Chaplin anche dopo la rescissione del suo contratto. Aggiunse scene di alcuni vecchi film dell’attore in questa pellicola di propaganda e tentò di distribuirla, ma Chaplin fece causa alla sua ex casa di produzione e per questo il film non sarebbe mai stato proiettato nelle sale americane. Morace Park, lo "scopritore" del film invece non ha dubbi. Per lui si tratta di un film girato per «disinnescare la paura» dei bombardamenti tedeschi su Londra lanciati dai tedeschi sin dal 1915 e Chaplin sarebbe l’unico e autentico protagonista della pellicola: «Il film inizia con gag di Chaplin e poi si trasforma in un viaggio irreale - dichiara al Guardian il collezionista -. Vediamo prima il bombardamento da parte di un dirigibile. Poi ritorna Chaplin che si fa beffa del dirigibile, che al tempo era un potente strumento di terrore».

NUOVO DOCUMENTARIO - Lunedi scorso Dwyer e Park sono volati a Los Angeles e hanno mostrato il film a Michael Pogorzelski, storico del cinema e direttore degli archivi della Academy of Motion Picture Arts and Sciences, organizzazione responsabile degli Oscar. «Si tratta di un documento davvero interessante - ha commentato Pogorzelski dopo aver visto il film -. È davvero una pellicola di Chaplin sconosciuta e non catalogata». Nei prossimi mesi sarà girato dal regista Hammad Khan un documentario che racconterà come si è arrivati al ritrovamento del film e cercherà di spiegare definitivamente i dettagli che hanno portato alla produzione della pellicola.

Francesco Tortora



Niente affari", smobilita l'"hotel" del sesso

Il Tempo

«I trans stanno per andarsene, questo scandalo ha mandato a picco i loro affari». Pare che l'hotel del sesso in via Gradoli 96 stia chiudendo i battenti. Il portiere bengalese, Stanley, è contento: «Così ora si potrà stare un po' più tranquilli». I clienti sono spariti, carabinieri e giornalisti hanno assediato fino all'asfissia il complesso dall'aspetto tranquillo e l'anima da bordello. I centodieci appartamenti, di cui sedici cantine adattate a bilocale, stanno per perdere qualche inquilino-viados. Fino al giorno prima del ricatto erano ventitré, adesso sui citofoni si vede qualche pecetta sui cognomi di prima.

«Me ne sto per andare anch'io - si sfoga Sonia, 25 anni, pescarese, sbarcata a Roma per fare soldi dopo aver battuto sulla testata abruzzese "Tentazioni a luci rosse" quand'era ancora minorenne - Qui mi prostituivo in casa, mettendo annunci sui giornali. Venivano dottori, avvocati, persone di ogni estrazione sociale: chi frequenta i trans è un tipo al quale piace cambiare, per cui l'incontro non mancava mai. Guadagnavo mille euro al giorno, ora arrivo a 100 appena, praticamente ci pago l'inserzione. Per cui devo cambiare zona - continua - sono costretta. Dei 150 viados che risiedono in questa via so che diversi stanno per smontare le tende».

Anche il suo compagno, un mediatore del credito di 34 anni, si è accorto che le entrate sono calate. «Sto con lui da un anno - racconta Sonia - Assiste chi deve ottenere un mutuo per comprare casa. Dove andrò? Forse a Ottavia. Guadagneranno molto, ma molto, i trans che avranno la fortuna di rimanere qui per altri due-mesi, perché per allora il lavoro riprenderà alla grande». Piangono pure le agenzie immobiliari. Sull'inferriata davanti al 96 sono appesi due nuovi cartelli «Affittasi». L'offerta è sempre la stessa: 40 metri quadrati circa, comprendenti cucina, soggiorno, camera da letto, bagno e balcone. Prezzo: 800 euro al mese. Se vanno comprese le spese di condominio (il riscaldamento si paga con rate fisse tutto l'anno) il fitto sale a 900 trattabili.

«È dura - confessa l'agente immobiliare - lo scandalo Marrazzo ha influito negativamente sul mercato: chi può desiderare di risiedere dove ci possono essere rogne, dove c'è un viavai di persone e a volte ci scoppia pure la lite? Quella zona, da tranquilla che era ed è, si è fatta la cattiva fama di gran casino». La riflessione si estende. Per un altro venditore di case, rintracciato al telefono che compare sotto l'annuncio, «l'inchiesta ha deprezzato tutta la zona. Non credo - sintetizza - che ora gli appartamenti al metro quadrato abbiano la stessa valutazione di prima. Questa storia è stato un danno per tanti».

Fabio Di Chio
05/11/2009


Riti e magia I trans rivelano la loro guerra

Il Tempo


«Quella? È invidiosa. Contro di noi fa riti di magia nera, sacrifici. Ma io accendo sempre una candela per il mio angelo custode perché mi protegga. Non ci credi?». Parla convinta Alessia, brasiliana, sottile e un po' curva, figura opposta alla sua amica Blenda la scura (per giorni conosciuta come Brenda o Brendona), ragazzona solida e siliconata, rubricata tra le amanti dell'ex governatore del Lazio Piero Marrazzo. Ora sotto questo scandalo di sesso, droga e fango che ha insudiciato le cronache spunta un mondo. L'altromondo: dal Brasile i trans sbarcati a Roma, sulla Cassia, hanno portato con loro un bagaglio di fede e credenze, spiritualità e diavolerie, che è stato ricreato nel personale spazio domestico. Si parla di preghiere rivolte alla propria entità protettrice e di riti e malefici dedicati a chissà quale demonio per avere clienti, denaro e mandare accidenti alle concorrenti in strada. Blenda non crede all'angelo custode. Sa però che qualcuna è convinta dell'esistenza del Male e lo invoca con cerimonie gradite all'entità del Pantheon brasiliano per danneggiare le altre.

Lo hanno fatto anche contro di lei perché andava con Marrazzo? Sorride e non risponde. La sua amica, Alessia, invece non ha dubbi. «So chi celebra riti e sacrifici in casa per lanciare accidenti, sono stati fatti anche in via Gradoli, da altre trans». Il primo a notare l'aria da scongiuro è stato il direttore del supermercato Gs di via dei Due Ponti. «I trans comprano di tutto - dice - ma acquistano a ritmi incredibili i lumini, quelli che noi lasciamo sulle tombe dei nostri cari. Chissà perché, forse sarà per rendere calda e accogliente l'atmosfera in appartamento». Lo spiegano i viados che in tarda mattinata vanno a fare la spesa.

«Si accendono per due ragioni - chiarisce Sandra, anche lei brasiliana, pelle scura, un caschetto di capelli biondi e seno che straborda - per i propri cari, quelli che si hanno nel cuore e non si dimenticano, e per il nostro angelo custode perché ci protegga. Perché tra di noi - aggiunge seria - c'è molta invidia: se ti vedono con un cliente, uno che paga, stai sicura che ti mandano quache accidente. Tra di noi queste cose si verificano e non sono molto diverse dai riti di magia nera che si praticano anche nella società occidentale». L'amica descrive lo scongiuro "protettivo": «Il lunedì accendo il lumino recitando un Padre Nostro. La fiamma può stare in un angolo della casa, oppure ardere accanto alla statuina della Madonna». La magia nera si esprime con la Quimbanda, una tradizione di stregoneria alle quale si associa anche la Macumba, altra attività magica praticate in Brasile. Insomma sulla Cassia, la piccola guerra tra trans per la sopravvivenza si combatte anche a suon di sortilegi.

Fabio Di Chio
05/11/2009


1976, il bel Renè superlatitante alla finale di coppa Davis in Cile

di Redazione




Milano - E' il 1976, Vallanzasca è uno dei latitanti più braccati d'Italia ma lui, il bandito dagli occhi azzurri, vola in Cile si sistema tra gli spalti per vedere la Coppa Davis. "Renato Vallanzasca assistette alla finale di Coppa Davis Cile-Italia nel 1976. Imbarcandosi da Parigi sotto falso nome, andando a trattare con il regime cileno una latitanza che poi non si concretizzò: possibile che nessuno se ne accorse?". È quanto afferma Mario Campanella, giornalista, portavoce del Pdl Calabria, che nel 2004 realizzò, insieme a Maria Rita Parsi, una serie di interviste in carcere, a Voghera, all’ex bandito dagli occhi azzurri. Della finale della Davis si sta riparlando in occasione della realizzazione di un film che il regista Mimmo Calopresti sta girando su quell’impresa sportiva. "Vallanzasca e la sua banda - sostiene Campanella - avevano diversi miliardi di lire dell’epoca in tasca, frutto di sequestri che si erano chiusi a cifre ben diverse da quelle diffuse. Il regime cileno offrì loro una protezione, un ranch intero in cambio dell’arrivo dei soldi a Santiago del Cile, ma Vallanzasca mi disse che ebbe paura di essere successivamente scaricato e non se ne fece nulla".

Trattative con le autorità cilene "Capisco che Panatta non possa sapere una cosa del genere - conclude Campanella - ma mi chiedo come sia stato possibile a Vallanzasca raggiungere e contattare le autorità cilene, arrivare allo stadio di Santiago e passare del tutto inosservato .Misteri dell’Italia anni 70".



Così la sinistra ha rovinato il calcio



Che il calcio italiano attraversi una crisi profonda, di natura strutturale, lo urlano le cifre: in dieci anni, dal 1998 al 2007, la Serie A ha collezionato due miliardi di debiti mentre la B, bontà sua, s’è fermata alla metà. In assoluto 3 miliardi di rosso, il colore che più si addice a questo mondo. Solo una volta, nel 2000, il risultato netto d’esercizio è stato in attivo di 34,7 milioni. Per il resto segni negativi in entrambe le serie. E pensare che la B sopravvive a stento grazie alle sovvenzioni della A: un’anomalia in ambito non solo europeo, ma mondiale.

In disavanzo anche i conti della Liga spagnola e della Premier league inglese. Per questo il presidente dell’Uefa, l’ex juventino Michel Platini, s’è posto l’obiettivo di rimettere a posto i conti nei prossimi tre anni con la speranza di adeguare le uscite alle entrate e di moralizzare l’ambiente. «Se regoli i bilanci, arriveranno più investitori», la sua chiosa. 

In Italia il dissesto ha preso corpo in misura drammatica sotto i governi di centrosinistra, se non di sinistra pura, capaci di approvare e legittimare leggi gradite solo ai grandi club. Nel 1996 arrivò il riconoscimento dello scopo di lucro che cambiò fisionomia alla disciplina delle società professionistiche, regolate fino a quel momento dalla famosa legge 91 del marzo 1981. A fare da spartiacque il decreto legge n. 485 del 20 settembre, successivamente convertito in legge n. 586 del 18 novembre, che ebbe come principale sponsor e mentore l’allora vicepresidente del Consiglio con delega allo sport, Walter Veltroni. 

Il premier era Prodi, alla sua prima esperienza. Il provvedimento cancellò l’obbligo di reinvestire gli utili nell’attività sportiva. Caduto questo diaframma, conquistato lo scopo di lucro, i club pensarono di avere risolto i loro problemi esistenziali divenendo a ogni effetto società di capitali. Invece i debiti - che già allora pesanti, 104,8 miliardi di vecchie lire in A, 38,9 in B e 66,7 in C - non accennarono a diminuire. Anzi. La finalità lucrativa aprì la strada alla quotazione in Borsa, ferocemente contestata dall’attuale vicepresidente del Cio, Mario Pescante. «Chi compra azioni di società calcistiche, va interdetto», disse. Visto il flop delle quotazioni, limate di oltre il 50% del valore, non aveva tutti i torti. 

Ma al peggio non c’è mai fine. E nel 1999, sotto il primo governo D’Alema, i diritti tv diventarono soggettivi a eccezione di quelli in chiaro che rappresentavano però una percentuale minima del fatturato. A volere questa epocale trasformazione, che portò in dote debiti su debiti, i grandi club capitanati dall’allora presidente della Roma, Franco Sensi. Le società medio-piccole non riuscirono a ribellarsi ai poteri forti salvo poi ritrovarsi con il sedere per terra. E il governo si appiattì sulle richieste di una oligarchia. Curiosamente allo sport c’era l’italo-americana Giovanna Melandri che fece in tempo a ravvedersi ripristinando nel 2007 l’antico canovaccio della vendita collettiva «per salvaguardare l’intero sistema». Del genere, meglio tardi che mai. 

Nel frattempo il debito è arrivato a tre miliardi, di cui due in A, perché quel denaro facile da conquistarsi e ancora più da spendere fece perdere la testa anche a presidenti di lungo pelo. Una corsa al massacro. Sul mercato finirono somme enormi per acquistare giocatori buoni e meno buoni, gl’ingaggi scalarono vette ritenute inaccessibili. In dieci anni sono stati bruciati quasi sei miliardi di diritti tv che, per oltre il 60%, sono finiti nelle casse dei soliti noti, i grandi club. Fortissime le sperequazioni: Juve e Inter hanno incassato un anno fa 90 milioni circa a testa contro i 10-12 di Siena ed Empoli. Tutti proiettati sulla gestione sportiva. Solo la Juventus ha deciso d’investirne 30 sulla ristrutturazione del Delle Alpi. 

In Serie A s’è toccato il fondo nel 2003 e nel 2004 con i risultati netti d’esercizio in rosso rispettivamente di 532 e 452 milioni, quasi un miliardo in due stagioni. L’inversione di tendenza verificatasi nel 2006, con perdite limitate a 64 milioni, ha cozzato l’anno successivo con una nuova sbandata da 148 milioni. Cosa dire poi della B che nelle ultime sette stagioni non ha mai chiuso i conti con meno di settanta milioni di disavanzo? Che poi certi presidenti ci mettano del denaro proprio per ripianare i debiti, è un altro discorso. Potrebbe essere preso ad esempio il regolamento della Nba che autorizza le spese oltre il limite consentito dai ricavi previa corresponsione di una penale («luxury tax») agli altri club della Lega.

Qualcosa migliorerà con la vendita dei diritti collettivi a partire dalla prossima stagione. Ma ci vogliono delle regole nuove per riportare i conti in ordine. Cosa potrebbe accadere il giorno che i principali network tv facessero cartello e decidessero di ridurre gli investimenti nel calcio? La risposta non può consistere solo nel grande balzo in avanti di trasformare i club di calcio in società di intrattenimento per far quadrare i conti dissennati della gestione sportiva.


Gb, educazione sessuale obbligatoria dai 15 anni No da cattolici e islamici

di Redazione




Londra - Educazione sessuale obbligatoria da 15 anni in su. La conferma arriva da Ed Balls, ministro dell’Istruzione britannico, precisando che coloro che si rifiuteranno di frequentarle, a causa delle proprie convinzioni religiose e morali, saranno considerati assenti ingiustificati e puniti. Fino ad ora in Gran Bretagna i genitori potevano scegliere se far frequentare o meno ai propri figli le lezioni di educazione sessuale, durante le quali vengono trattati argomenti come la contraccezione, l’omosessualità, le malattie trasmissibili sessualmente. Alcune associazioni religiose, cattoliche e musulmane, hanno hanno già annunciato battaglia, scrive oggi il Times, che dedica l’apertura del giornale alla questione. 

Le proteste Shahid Akmal, presidente del Muslim Council ha dichiarato di non voler rispettare la legge, definita un’imposizione: "È sempre meglio che siano i genitori a parlare di sesso ai figli piuttosto che la scuola, sulla quale i genitori non hanno controllo". Anche l’associazione cattolica per l’educazione in Inghilterra e Galles si è detta "sconcertata" che sia stato cancellato il diritto ad esentare i propri figli da queste lezioni. La decisione del governo è una delle misure intraprese per cercare di ridurre le gravidanze fra le adolescenti: nel 2007 vi è stata una percentuale di 42 concepimenti su mille adolescenti tra i 15 e i 17 anni, un balzo del 40,9% rispetto all’anno precedente. L’Inghilterra registra il tasso più alto di madri teenager di tutta l’Europa occidentale.


Belfast, gli ultimi muri d'Europa

Corriere della Sera

Nella città dell'Irlanda del nord resistono le barriere erette per dividere le zone protestanti da quelle cattoliche

 

Michel il taxista storico part-time del political tours

BELFAST (IRLANDA DEL NORD)
– Tra pochi giorni sarà festa a Berlino. Vent’anni dopo la caduta del muro. Ed è bello pensare che forse qualcuno sentirà ancora le note del violoncellista Mstislav Rostropovich, che si mise a suonare proprio di fronte al muro che separava l'ovest dall'est della capitale tedesca, nella notte in cui pezzo per pezzo iniziava ad essere abbattuto. Suonava e intanto i pezzi di cemento cadevano a terra. A Belfast, invece, la musica non è ancora suonata. Nel silenzio, i muri restano. Qui, fino ad ora, neanche l'ombra dei picconi. Eccoli i "Peace Line", ancora al loro posto come trent'anni fa. Non uno, ma ottantotto in tutta l'Irlanda del Nord. Resistono indomiti e crescono. Vengono allungati di qualche metro da quelli già esistenti, considerando anche le barriere di lamiera e le semplici palizzate o staccionate che separano le strade dei quartieri cattolici, da quelli protestanti. E insieme ai muri, i murales, la principale attrazione turistica della città.

META TURISTICA - Gli abitanti di Belfast l'hanno capito da tempo. I turisti qui, ci vengono solo per una ragione: visitare i muri famosi, nati nei primi anni Settanta, all’apice dei «Troubles», i «guai», la fase più acuta dello scontro tra le due comunità, cattolica e protestante, nell’Irlanda del Nord in piena guerra civile. Alternando così la visita della città teatro del suo conflitto, ai ghetti della working class, dove un uomo su due è senza lavoro, mentre i bambini giocano per strada con la testa in giù e alla sola vista della macchina fotografica scappano.

Così è nato il business dei «Political Tours» . Dimenticatevi lo spirito che si può trovare a bordo dei bus scoperti per ammirare i resti archeologici di Roma o la Torre Eiffel a Parigi: qui la visita è truce. Una delle compagnie più gettonate per questi pellegrinaggi della storia è quella di Jim McVeigh, un ex militante dell’Ira con 17 anni di prigione alle spalle e oggi membro del Coiste, l’associazione che riunisce gli ex detenuti politici della capitale nord irlandese. E' il Coiste appunto, che promuove i «Political Tours» nelle aree cattoliche. McVeigh, oggi ha 44 anni. Lo incontriamo a bordo dei bus, da dove racconta la «sua» Belfast ai turisti dopo aver messo le armi in soffitta.

LA TESTIMONIANZA - «L´idea mi è venuta cinque anni fa – spiega l'ex militante dell’Ira – perché mi ero accorto dell'interesse che suscitava la nostra città. La gente mi incontrava per strada per chiedermi informazioni. Voleva sapere. Ben presto mi sono accorto che erano turisti americani, francesi, italiani. Detto e fatto sono passato ai fatti e insieme ad altri ex militanti disoccupati, abbiamo pensato di far vivere la nostra vita, il nostro coraggio, la nostra conoscenza dei fatti, cercando di essere il più oggettivi possibile con la storia». Poco più tardi ci sediamo con Jim su un piccolo divano all'interno della sede del Coiste, un angusto ufficio con due stanze dove svettando le immagini della resistenza nord irlandese con una gigantografia di Bobby Sands. Dopo le presentazioni e i convenevoli, Jim ci chiede di firmare un'autorizzazione per procedere nell'intervista e ci mostra le telecamere fuori dalle porte vetrate del Coiste.

Non certo un clima da agenzia turistica. Con la mano ci indica le telecamera sopra il suo ingresso, mentre con l'altra ci informa che tutta la Beechmont Avenue, a due passi dalla famosa Falls Road, è un reticolato di occhi elettronici puntati, come in tutta la città. «La prima volta che sono stato arrestato ero un ragazzino e avevo diciannove anni. Ho trascorso la mia prigionia al Maze, il famigerato penitenziario di massima sicurezza di Long Kesh e quando sono uscito ho capito che avevo degli occhi diversi. Volevo continuare a credere nelle mie idee e trasmetterle agli altri. Sono i giovani che mi danno le emozioni più grandi. Prendono appunti. Quegli scritti, anche a bordo dei bus, mi ricordano le mie speranze, solo che io ero dietro alle sbarre». Oggi Jim sembra senza passato. E' pacato e felice per la sua nuova vita: ha una moglie che ha sposato in prigione nel 1997 e tre figli.




MURALES CELEBRI - Ci incamminiamo lungo la Road nel West Belfast, la strada principale del quartiere cattolico. Mentre le ragazze escono dal college con le divise, il parrucchiere cattolico più famoso della città sta tagliando il ciuffo ad un ragazzino con la t-shirt in cui c'è raffigurato uno dei murales più famosi della città: George Bush che beve con una cannuccia l'Iran, in un vortice di macerie e bandiere americane. Le pareti del negozio sono dipinte di verde e bianco in onore del Celtic Glasgow.

Ed è da queste minuzie che si può comprendere un'identità che reclama il suo spazio tra le piccole cose. Prendiamo un black taxi per proseguire il nostro tour nella versione "individuale". Alla guida c'è Michel O´Gary che ci accompagna senza tanto entusiasmo nel quartiere protestante lungo Shankill Road, nel cuore della capitale. «Cerchiamo di muoverci – dice O' Gary – qui alle 17 chiudono le strade». E così accade. Blocchi di cemento tra le due corsie con dei portoni di lamiera incastonati e fili spinati tra uno sbarramento e l'altro. « Da quando ci sono i Political Tours, ho fatto un corso di formazione all'ente del turismo – racconta Michel, 58 anni - . In media faccio anche due o tre corse al giorno. I turisti non sanno cosa gli aspetta. Pensano solo ai murales. E´vero non ci sono più i militari armati per la città, ma siamo sempre all'erta. Non si sa mai».

Ma per capire ciò che separa l'inseparabile e va oltre la fantasia di tre lunghezze bisogna andare al Milltown Town Cementary, un area di verde sopra una collinetta che sovrasta la città come se ne fosse il cuore pulsante. E' uno dei cimiteri più grandi d'Europa con le sue 270.000 tombe, incastrato in un quartiere protestante con la lapide di Bobby Sands e le nude croci celtiche che si affacciano nell'area cattolica confinante con Sainsbury's, un supermarket della terza catena commerciale del Regno Unito. Un confine. Un sunken wall. Un muro, che divide anche i morti.


Ambra Craighero

La Russia rivuole l’oro rubato nel 1919

Il Secolo XIX


In Russia si torna a parlare del cosiddetto `tesoro di Kolciak´. Il capo della commissione esteri della Duma (Camera bassa), Konstantin Kosaciov, ha infatti inviato ieri una lettera ai ministri degli esteri e delle finanze chiedendo di fare piena luce sulle voci secondo cui in banche di Stati Uniti, Giappone e Gran Bretagna si troverebbero 500 tonnellate di oro portate via dalla Russia nel 1919, durante la guerra civile. Come riferiscono i giornali, l’iniziativa per la ricerca del `tesoro di Kolciak´ è partita dal gruppo parlamentare del partito liberaldemocratico di Vladimir Zhirinovski, l’eccentrico leader patriottico e ultranazionalista protagonista di tante vicende scandalistiche della politica russa.

Stando a tali indicazioni, negli archivi dei servizi segreti russi vi sarebbero documenti dai quali risulta che su ordine dell’ammiraglio Aleksandr Kolciak - un dei comandanti delle Guardie Bianche che combattevano contro l’Armata Rossa - l’oro sarebbe stato usato per pagare armi e munizioni a Usa, Giappone e Gran Bretagna. Armi tuttavia che non sarebbero mai state consegnate. I promotori dell’iniziativa fanno notare tra l’altro che la Russia post-comunista, a differenza dell’Urss, ha riconosciuto i debiti della Russia zarista nei confronti degli altri paesi, e che quindi ha tutto il diritto di sollevare il problema della restituzione dei propri beni all’estero.

Nella lettera ai ministri degli esteri e delle finanze si chiede l’avvio di trattative con Usa, Gran Bretagna e Giappone per giungere alla possibile restituzione alla Russia delle 500 tonnellate di oro. Secondo un’altra versione, il `tesoro di Kolciak´ si troverebbe in fondo al Lago Baikal, in Siberia, nel quale si sarebbero inabissati i vagoni di un convoglio ferroviario carico di oro.

Texas, sparatoria in una base militare E' strage tra i soldati: 12 morti e 31 feriti

Corriere della Sera

Un maggiore, medico militare, è il killer, che è stato ferito ed è agli arresti.
Obama: «Sconvolgente»


Video

AUSTIN - Un'altra strage della follia negli Usa, definita "sconvolgente" dal presidente Obama, intervenuto dalla Casa Bianca. Questa volta la tragedia in una delle più importanti basi militari Usa, accaduta probabilmente durante una cerimonia di fine corso: 12 militari stati uccisi e almeno 31 sono rimasti feriti a seguito di una sparatoria nella base militare di Fort Hood, in Texas. Il bilancio si è fatto sempre più pesante con il passare delle ore. L'incidente è accaduto al Soldier Readiness Center della base militare di Fort Hood, che ha ogni giorno un intenso traffico di soldati in arrivo e in partenza.

CHI E' STATO - Un ufficiale di origine palestinese in partenza l'Iraq è l’autore della strage. Il maggiore Nidal Malik Hasan, 39 anni, un medico specializzato in malattie mentali, ha agito da solo usando un'arma semi-automatica ed alcune pistole: ha sparato in modo indiscriminato sui soldati impegnati in controlli medici prima di partire per la guerra. L'uomo è stato ferito dai militari della base. Altri due sospetti, anch’essi militari, sono stati prima fermati e poi rilasciati. Il maggiore in un primo momento era stato dato per morto, poi il generale Cone che comanda la base ha chiarito che è ferito e si trova in un ospedale in condizioni definite "stabili".

Il maggiore Hasan, nato in Virginia e laureato in biochimica alla Virginia Tech (teatro di un'altra famosa strage), aveva indossato la divisa per quasi venti anni e si considerava «un patriota» americano. Aveva studiato con il sostegno finanziario delle forze armate, impegnandosi in cambio a restare per un certo numero di anni in divisa. Un familiare ha rivelato che il medico, che aveva lavorato per sei anni al famoso ospedale militare Walter Reed (a Washington) specializzato nelle cure ai soldati feriti, compresi quelle vittima di stress post-traumatico, si opponeva alla decisione delle autorità di inviarlo in Iraq.

«Era contrario alla idea di finire in guerra, era il suo incubo, stava facendo tutto il possibile per evitare questa svolta della sua vita - ha raccontato il cugino Nader Hasan - aveva ascoltato ogni giorno al Walter Reed i racconti dei soldati rientrati dal fronte e rimasti traumatizzati da ciò che avevano visto». Il medico, che non era sposato e non aveva figli, considerava l'esercito la sua casa ma era rimasto molto disturbato dagli attacchi verbali e dai sospetti che la sua origine mediorientale provocava anche tra gli uomini in divisa, specie dopo la strage dell'11/9.

Si era anche rivolto ad un avvocato per vedere se esisteva la possibilità di uscire dalle forze armate. Un cugino ha detto che Hasan era di fede islamica fin dalla nascita. I suoi genitori provenivano da un villaggio non lontano da Gerusalemme. Alcuni colleghi lo hanno descritto come un «solitario» ed un «irascibile». In aprile era stato trasferito da Washington a Fort Hood. Il mese dopo era stato promosso maggiore.

CENTRO DI ADDESTRAMENTO PIU' GRANDE DEGLI USA - La base di Fort Hood, il più importante centro di addestramento militare in territorio americano, ospita più di 65mila persone. E' anche uno dei centri più importanti per i soldati in entrata e in uscita dalla missioni di guerra in Iraq e Afghanistan. La base si trova a un centinaio di chilometri da Waco, teatro della rivolta della setta dei davidiani che nel 1993 causò la morte di 74 persone.

OBAMA: «TRAGEDIA SCONVOLGENTE» - Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha definito «sconvolgente» quanto avvenuto a Fort Hood, in Texas. «Non si conoscono ancora i dettagli - ha detto Obama - sappiamo solo che c'è stata una sparatoria e che molti uomini in uniforme sono stati uccisi, e altri sono rimasti feriti. I miei pensieri vanno alle famiglie. È sconvolgente sapere che uomini e donne in uniforme muoiono in territori di guerra, ma è ancora più sconvolgente quando questo avviene in territorio americano».

«Ho parlato con il segretario alla Difesa Gates e il capo di stato maggiore congiunto McMullen e con l'Fbi per assicurare che Fort Hood sia messo in sicurezza» ha aggiunto il presidente, «troveremo risposta a ogni singolo interrogativo e forniremo a questa comunità tutto il sostegno federale. In qualità comandante in capo non poter avere onore più alto che garantire la sicurezza dei nostri uomini in uniforme quando sono in patria».

Google svela ciò che sa dei propri utenti

Corriere della Sera


L'azienda Usa ha introdotto «dashboard» una funzione che consente agli utenti di visualizzare i dati raccolti


 

MILANO
- Quanto sa Google su ognuno dei propri utenti? Una domanda alla quale da oggi tutti potranno rispondere. Si chiama «Dashboard», letteralmente «pannello portastrumenti», la nuova funzione introdotta da Google e che consente agli utenti di visualizzare tutto ciò che il motore di Mountain View ha salvato su di loro. All'apposita pagina sono visualizzati tra gli altri i dati sulle attività; i contatti; la cronologia web; l'account; i documenti; le mail; i RSS-feeds; gli alerts; i numeri di telefono; la chat.

PANORAMICA - Si tratta sostanzialmente di una semplice panoramica che riepiloga le informazioni in possesso di Google associati all'account - dati che l'utente potrà velocemente modificare o cancellare. Google è spesso stata accusata di raccogliere indiscriminatamente dati di ogni genere sui propri utenti. Con il numero crescente di servizi offerti dal motore di ricerca online più popolare al mondo aumentano anche le difficoltà di preservare la riservatezza. In un mondo in cui le comunicazioni sono sempre più facili da condividere il Grande Fratello è sempre in agguato e ormai siamo tutti spiati o spiabili, magari anche senza intento di dolo.

Fino ad oggi. Se Google, ha sempre rifiutato di rivelare informazioni sui dati salvati, con Dashboard, prova a fare un po' di chiarezza e promette più trasparenza. Il nuovo servizio, che compare nell'account Google, non solo indicizza tutte le ricerche e i dati personali salvati, ma mostra anche quali di questi sono accessibili dall'esterno. Inoltre, l'utente potrà non solo gestire i principali parametri e funzionalità, ma anche cancellarle diverse tracce lasciate in rete. «Dare la possibilità agli utenti di controllare i dati e garantire più trasparenza è un grosso passo avanti», ha spiegato Yariv Adan, product manager di Google. «Speriamo possa essere d'impulso per il settore che possa riflettere su questi temi», ha aggiunto l'esperto.

Se l'euforia tra molti sostenitori e appassionati del colosso informatico è grande, ogni nuovo progetto presentato da Google accresce la diffidenza tra i detrattori: alcuni blogger si chiedono, infatti, se questo servizio non possa essere una facile chiave d'accesso per qualche cybercriminale. Google Dashboard è stato sviluppato da un team di ricercatori a Monaco di Baviera e Zurigo.

Elmar Burchia
05 novembre 2009

La verità di Marrazzo "Sequestrato dai militari"

Il Tempo

Afferma di aver consumato cocaina saltuariamente quando era in compagnia di trans; ribadisce che non c'erano altre persone nell'abitazione di Natalie quando avvenne il blitz carabinieri; sottolinea che fu trattato male dagli stessi militari i quali gli impedirono di ricomporsi. Sono i passi principali della deposizione-approfondimento delle circostanze fatta agli inquirenti romani da Piero Marrazzo il 2 novembre. Quel verbale è stato depositato ieri dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal sostituto Rodolfo Sabelli ai giudici del tribunale del Riesame, incaricati di pronunciarsi sulle istanze di scarcerazione presentate dai difensori dei quattro carabinieri ritenuti artefici del ricatto ai danni dell'ex presidente della Regione Lazio: Luciano Simeone, Carlo Tagliente, Nicola Testini e Antonio Tamburrino. Al fine di esaminare quell'atto istruttorio che è andato ad integrare il fascicolo processuale, i difensori degli indagati hanno chiesto e ottenuto i termini a difesa. Il collegio presieduto da Francesco Taurisano ha quindi rinviato l'udienza a lunedì prossimo.

Descrivendo le modalità dell'irruzione dei carabinieri nell'abitazione di Natalie il 3 luglio scorso, Marrazzo ribadisce che «entrarono solo due persone» le quali «mi trattarono con estrema durezza e con violenza; mi spinsero in un angolo impedendomi di tirare su i pantaloni che mi stavo levando quando sono entrate». «In tale modo, per il mio abbigliamento - aggiunge Marrazzo - mi trovavo in uno stato psicologico di inferiorità e umiliazione. Inoltre, in più occasioni vennero a contatto con me quasi a volermi intimidire, come per farmi capire che erano armati. Per tutto quel tempo sono stato costretto a stare nella stanza da letto e solo in un'occasione mi sono affacciato sulla soglia della porta e ho potuto vedere con chiarezza che vi erano solo due persone, oltre a Natalie. Mi è capitato sporadicamente di aver consumato cocaina solo durante questa tipologia di incontri - si legge nel verbale di due pagine firmato lunedì scorso da Marrazzo - conosco Natalie già da qualche tempo e sono stato con lei in qualche altra occasione, ma non più di due-tre volte dal gennaio di quest'anno».

E parlando di quella che lui stesso ha definito una debolezza, Marrazzo riconosce anche di aver avuto «altri incontri di questo tipo con un'altra persona, un certo Blenda; nell'occasione di un incontro con Blenda ricordo che è passato anche un altro trans del quale non rammento il nome. Mi sembra che ho avuto solo due incontri con Blenda». Nell'interrogatorio del 2 novembre, Marrazzo rettifica anche i termini del compenso pattuito con Natalie per la prestazione sessuale: «Non era di 5.000 mila euro, ma di 1.000. Preciso che la somma che avevo nel portafogli era di soli 3.000 euro; 1.000 euro e non 3.000 come ho detto in precedenza li ho appoggiati su un tavolinetto e gli altri 2.000 euro erano rimasti nel mio portafoglio per mie necessità. Non dovevo, in altri termini, consegnarli a Natalie. Successivamente, come ho detto, la somma di 2.000 euro contenuta nel portafogli è stata sottratta dai due carabinieri entrati». Dopo aver affermato che «né Blenda né Natalie mi hanno mai chiesto del denaro o ricattato in relazione a foto o video che mi ritraevano», Marazzo dichiara che quando entrò in casa di Natalie non vide «alcun piatto con la cocaina».

«Ho visto invece la cocaina nel piatto - si legge nel verbale di interrogatorio - solo dopo l'irruzione dei due carabinieri e non ho visto chi l'ha collocata». Assai critico contro la confessione di Marrazzo il difensore del carabinieri Luciano Simeone, l'avvocato Bruno Von Arx. «Si aggiungono bugie a bugie. Il nuovo verbale di interrogatorio reso dall'ex presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo è un vano tentativo di irrobustire l'accusa con elementi poco convincenti». L'avvocato lunedì chiederà la revoca della custodia cautelare per il suo assistito. «Dalla lettura - continua Von Arx - emerge un quadro di accuse che nel primo interrogatorio non c'era. Accuse di violenza, come le minacce inferte nei confronti di Marrazzo e l'allusione alle pistole. Circostanze che se vere sarebbero state riferite immediatamente e ne avremmo trovato traccia nel primo verbale di interrogatorio». Secondo Von Arx anche la circostanza emersa sul consumo di cocaina, «soltanto in occasione degli incontri con i trans» appare «davvero poco credibile e al di fuori di ogni logica».

Marco Cardia

Sul web la mappa dei blogger a rischio

La Stampa

Global Voices Advocacy lancia un nuovo sito per sostenere la libertà d'informazione. Un database con la storia degli attivisti della Rete: le minacce, gli arresti e gli "incidenti"
ROMA


Egitto, Iran, Vietnam, Cuba e Cina. Sono solo alcuni dei paesi da dove i blogger fanno sentire la loro voce, denunciando violazioni e abusi. Ed eccoli qui: Yoani Sanchez, Demagh Mak e Zouhaier Makhlouf. La lista di chi rischia, anche la vita, per quello che scrive è lunga. Per aiutarli nella loro lotta per un'informazione libera, c'è chi ha pensato di costruire un database che racconti la vita e le battaglie di questi "scrittori" del Web. Un archivio virtuale che segua le loro orme giorno dopo giorno. «Difendere la libertà di parola online».

E' questo l'obiettivo dell'organizzazione Global Voices, che vuole dar voce alla Rete e ai racconti dei blogger, che mai come in questo periodo, sono minacciati da governi spaventati da verità nascoste o censurate. In un mondo in cui la libertà di espressione trova continui limiti, le persone che vengono arrestate, e in casi estremi anche uccise, per le parole che scrivono, sono aumentate sempre più. Oggi gli attivisti, ma anche la gente comune, per esprimere le proprie opinioni, condividerle e confrontarle con gli altri, ha trovato nel Web un ottimo alleato.

I governi, però, si sono accorti delle potenzialità di Internet e hanno attuato politiche di sorveglianza della Rete sempre più imponenti. E così è aumentata la sorveglianza, i filtri, le azioni legali. E ora la vita dei blogger è diventata sempre più complicata. Minacce, botte e arresti. Per le loro azioni online e offline, gli attivisti vengono perseguitati e spesso sono vittime di misteriosi "incidenti".
Global Voices Advocacy ha lanciato oggi un nuovo sito per sostenere la libertà di parola online. Su " Threatened Voices", questo il nome della pagina web, è possibile consultare una mappa interrativa che ricostruisce la storia dei blogger a rischio in tutto il mondo.

Inoltre, non mancano le informazioni sulle associazione dedite a far risuonare le voci di chi racconta "mondi segreti". Per diversi motivi, però, non è sempre facile riuscire ad avere notizie sui blogger. In primo luogo perchè la definizione di "blogger" è ancora poco chiara. Online tutti possono scrivere. Ci sono i giornalisti professionisti decisi a lavorare sul web in nome di una maggiore libertà e ci sono, poi, i cyber-dissidenti. Di quest'ultimi si sente spesso parlare in Cina, Iran e Vietnam, ma spesso molti di loro non hanno neanche un blog. Infine, ci sono anche gli attivisti che finiscono in carcere per i loro gesti e non per i loro scritti online. La confusione, di certo, non aiuta la difesa di queste persone dal punto di vista legale.

Inoltre, le notizie sugli arresti o le minacce ai blogger restano, per lo più, avvolte nel mistero. Per colpa della censura e della repressione è complicato ottenere informazioni accurate e precise su quello che davvero succede. Global Voice ha pensato di ingaggiare un gruppo di editori, autori, traduttori per appoggiare blogger nelle loro campagne di libertà. Anche i famigliari e gli amici sono invitati a contribuire alla realizzazione della mappa interattiva per creare insieme un Web libero di informare.


Pedofili su eMule, controlli in tutta Italia: un arresto

La Voce

La polizia postale di Catania indaga su 18 persone: scaricavano tramite il software di file-sharing

Milano – Numerose perquisizioni in tutta Italia stanno cercando di scovare un giro di pedofili attivissimo su Internet. I controlli della polizia postale e delle comunicazioni di Catania stanno controllando soprattutto 18 cittadini italiani che sono stati indagati per divulgazione di video pedo-pornografici in Rete. La polizia ha poi comunicato che, nel corso delle perquisizioni, è stato anche compiuto un arresto in flagranza di reato a Chioggia, vicino Venezia. Si tratta di un trentenne che sul computer aveva migliaia di video con materiale di questo genere.

Secondo gli inquirenti, gli indagati diffondevano materiale pedo-pornografico tramite il software di file-sharing Emule.

D.D.

5/11/2009


Cina, la carica delle anime morte

La Stampa

Migliaia di contadini in rivolta: i villaggi li hanno «uccisi» per poter ridurre le tasse
FRANCESCO SISCI
PECHINO


Se non fosse vera, la storia dei contadini cinesi «morti viventi» avrebbero potuto scriverla Pirandello o Kafka, o magari a quattro mani tutti e due. A Zhouzhuang, 1800 anime nella Cina profonda, provincia dello Henan, un terzo della popolazione è sceso per strada urlando contro il capo villaggio che li aveva «uccisi» tutti. Avevano appena scoperto, sostenevano, di essere ufficialmente morti. E volevano indietro la loro vita, con tanto di timbro comunale.

Dietro il paradosso, che non si limita al villaggio di Zhouzhuang ma sta esplodendo in tutto il Paese, c’è una questione di soldi. Le autorità locali pagano le tasse al governo provinciale sulla base del numero degli abitanti. Meno residenti ci sono, meno tasse si versano. Un vantaggio anche individuale, perché i «morti» non pagano le tasse. E allora a Zouzhuang, come altrove, i capi villaggio hanno cominciato a «uccidere» un po’ di abitanti, specie dal 1996 in poi, quando Pechino ha deciso di riorganizzare e razionalizzare il suo sistema fiscale nelle province.

Il nuovo sistema sarà anche più razionale, ma non ha retto all’inventiva dei governi locali. Soprattutto nello Henan, proverbialmente, in Cina, la patria della truffa. Da qui partono periodicamente le frodi alimentari sul riso vecchio spacciato per fresco dopo una lucidata di glicerina, e qui è nato il grande imbroglio sui prelievi di sangue che ha creato un’epidemia di Aids nelle campagne. In realtà, villaggi pieni di «morti viventi» o «viventi morti» che dir si voglia, ci sono ovunque: nell’estremo Nord, nello Jilin, e all’estremo Sud, nel Guangxi.

Il problema è capire perché i morti, che non pagavano tasse, adesso hanno una gran voglia di tornare in vita. È ancora una questione di soldi. Quest’anno il governo ha lanciato una serie di grandi riforme per fornire per la prima volta un sistema di assistenza sanitaria pubblica, e una pensione di base nelle campagne. Ma i contadini per richiedere il medico gratis e la pensione devono essere vivi, anche sulle carte bollate. E un decesso, se pure su carta, non è una malattia da cui si può guarire. Ora i villaggi «assassini», che hanno un grande interesse a ricevere più soldi dal governo centrale per la sanità e la pensione, non sanno che fare. E sono esplose le proteste.

Una soluzione andrà trovata, ma Pechino non sembra intenzionata a far resuscitare troppo in fretta i contadini scomparsi dall’anagrafe. Anche perché il problema dei troppi morti di ieri potrebbe rapidamente trasformarsi in quello dei troppi vivi di domani. Ieri i villaggi avevano interesse a diminuire la popolazione, oggi hanno interesse ad aumentarla, per ricevere più sovvenzioni. Il futuro rischio è allora quello di vivi solo sulla carta, di gente che non morirà mai. E potrebbero affacciarsi sulla realtà «le anime morte» descritte da Gogol al tempo dell’impero russo.

Certo è che in Cina, la burocrazia schiaccia la vita. Ma Zhouzhuang prova anche che è vero il contrario: che nessuna burocrazia, neanche quella cinese, resiste al genio dei suoi sudditi, capaci di morire e rinascere a seconda delle necessità del mercato.Un sorriso e una battuta ai fotografi, prima di parlare due ore in privato con il più alto diplomatico Usa in visita in Birmania dal 1995. Aung San Suu Kyi è apparsa ieri in pubblico in un hotel di Rangoon, per poi essere riportata agli arresti domiciliari. Gli argomenti toccati con Kurt Campbell, segretario di Stato aggiunto per il Sud-Est asiatico, non sono stati rivelati.


Il giro del mondo in 11 anni. In bicicletta

Corriere della Sera


Il giapponese Daisuke Nakanishi ha percorso 150mila chilometri, attraversando 130 Paesi in cinque continenti


 
Daisuke Nakanishi

MILANO - Undici anni. Tanto ha impiegato il giapponese Daisuke Nakanishi a completare il giro del mondo. Mezzo scelto: non la mongolfiera come Phileas Fogg, il celebre protagonista del romanzo di Verne, ma la bicicletta. Nakanishi è partito a luglio del 1998 dall'Alaska: aveva 28 anni. Ha percorso 150mila chilometri e attraversato 130 Paesi in cinque continenti (guarda la mappa). Il periplo del coraggioso ciclista è stato raccontato dal quotidiano The Daily Yomiuri.

LE METE - Ha attraversato con la sua bicicletta gli Stati Uniti, diretto in Messico, ha proseguito per l'America Centrale ed è arrivato a Panama nove mesi più tardi, nell'aprile del 1999. Da lì è arrivato in Perù, ha preso un aereo da Lima a Stoccolma e ha percorso il nord-Europa fino all'agosto del 2000, quando ha preso un altro aereo alla volta dell'Africa, dove ha pedalato più di un anno lungo la costa orientale. Le destinazioni successive sono state Australia, Nuova Zelanda e Argentina, che ha raggiunto nel giugno del 2003. Il traguardo dei 100mila chilometri lo ha tagliato in Lituania, da dove si è trasferito in Russia, Georgia, Europa meridionale, di nuovo Africa e Sudamerica e finalmente in Asia, nella città giapponese di Osaka, sua meta finale, che ha raggiunto all'età di 39 anni.

ANEDDOTI - Durante il viaggio ha cambiato 82 pneumatici, 15 catene, cinque pedali della sua bicicletta, e ha bucato circa 300 volte. Tanti gli aneddoti: nella città brasiliana di Santos ha conosciuto Pelè, ad Auckland (in Nuova Zelanda) ha incontrato Sir Edmund Hillay, in Sudafrica ha passato una notte nella cella che gli ha offerto la polizia per ripararsi dalla pioggia. Tra i momenti più difficili, i giorni trascorsi a Tbilisi proprio mentre scoppiavano le ostilità tra Russia e Georgia, nel 2008, e la periferia della città veniva bombardata dagli aerei russi. «Ma la cosa più bella sono stati gli amici incontrati in tutto il mondo» ha detto Nakanishi, che spera di ricevere in Giappone la visita dei suoi innumerevoli compagni di viaggio. Progetti per il futuro? Trovare un lavoro "normale", ma continuando a ricordare e raccontare la sua straordinaria avventura.