sabato 7 novembre 2009

Marrazzo, indagini sulle rapine in casa: favori dei carabinieri a banda di romeni?

Il Messaggero

Accertamenti sulle irruzioni nelle abitazioni di Arbore e di una giornalista. Video, in vista la convocazione di Luigi Crespi

di Valentina Errante

ROMA (7 novembre) - Dal video hard di Piero Marrazzo alle rapine. Potrebbero arrivare altri guai per Luciano Simeone, Carlo Tagliente, Antonio Tamburrino e Nicola Testini i quattro carabinieri infedeli finiti in carcere con l’accusa di avere ricattato l’ex governatore del Lazio.

Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il pm Rodolfo Sabelli, titolari del fascicolo che ha portato all’arresto dei quattro militari e all’iscrizione sul registro di Donato D’Autilia non escludono che i cinque carabinieri infedeli possano avere “coperto” una banda di romeni, responsabile di una serie di rapine nella zona di Roma Nord. Mentre agli atti c’è già la testimonianza di un romeno che racconta che sono stati proprio i militari a girare quel video per ricattare Marrazzo.

La nuova pista è stata imboccata negli ultimi giorni e potrebbe spiegare una serie di rapine messe a punto la scorsa primavera in zona Cassia e Camilluccia, e rimaste senza colpevoli. Il sospetto nasce da frasi pronunciate a mezza bocca da alcuni trans durante gli interrogatori e dalle parole di qualche confidente. I carabinieri infedeli avrebbero consentito alla banda di rapinatori romeni di agire indisturbata e di mettere a segno una serie di rapine ai danni di vittime più o meno illustri. Al momento è solo un’ipotesi di lavoro, ma gli inquirenti stanno esaminando il lungo elenco delle denunce presentate nei mesi scorsi: rapine negli appartamenti dei quartieri residenziali che si snodano intorno alla via Cassia. Da quella in casa di Renzo Arbore, a quella nell’abitazione di un ex direttore del Tg 1. Vittime note, come Dino Zoff, e non, come la giornalista aggredita in piena notte nella sua villetta della Camilluccia. Le modalità sono analoghe. La banda entrava in azione nel cuore della notte, terrorizzava i proprietari di casa, prendeva tutto e andava via. Uomini con accento straniero. Adesso gli inquirenti stanno verificando quali colpi siano rimasti senza responsabili.

L’inchiesta va avanti anche su un altro fronte. Nei prossimi giorni potrebbe essere convocato in procura Luigi Crespi. Già a fine luglio, l’ex sondaggista finito in bancarotta avrebbe inviato ad alcuni giornalisti degli sms per segnalare l’esistenza di un video in cui Marrazzo compariva con due transessuali. Sono le immagini a cui ha fatto riferimento anche il trans Natalie, quelle che non compaiono agli atti dell’inchiesta. Crespi dovrà spiegare ai magistrati come sapesse di quel video e da chi ne aveva appreso l’esistenza.

Il Portogallo dice si ai matrimoni gay

La Voce


L'annuncio del capo del governo socialista di Lisbona

Il Portogallo dice si ai matrimoni gay

L'opposizione di centrodestra chiede un referendum sulla questione

Lisbona - Anche in Portogallo saranno riconosciuti i matrimoni gay. Dopo la spagna di Josè Luis Zapatero, è ora la volta del Portogallo: la notizia è stata
data con un annuncio in parlamento da parte del capo del governo socialista di Lisbona, Josè socrates. L'opposizione di centrodestra però non ci sta e ha
chiesto un referendum sulla questione, al quale è favorevole anche la chiesa cattolica.

Si tratta questa, di una promessa formulata durante la campagna elettorale per le politiche del 27 settembre, che prevedeva di dare statuto legale alle unioni fra omosessuali e che ora il primo ministro portoghese intende mantenere.

Malati di Sla in sciopero della fame: «Viviamo senza alcuna assistenza»

Corriere della Sera

Salvatore Usala ha scritto al viceministro Fazio: «Voi ci dite di pazientare ma non capite che molti muoiono»

Salvatore Usala
Salvatore Usala
Malati di Sla che iniziano lo sciopero della fame: come uno che sta a galla a fatica e decide di mettersi addosso una cintura di piombo. Salvatore Usala e Giorgio Pinna sono attaccati alla vita con due tubi: uno serve per respirare e l'altro per alimentarsi. Da mercoledì hanno convinto le rispettive mogli a staccare il secondo: quello che gli infila in corpo un litro e mezzo di sostanze nutritive. Giosi Usala: «È una scelta difficile, ma io devo fare quello che decide mio marito». Famiglie sole in situazioni disperate. Spesso senza aiuti economici o assistenza. Pochi minuti al giorno, se va bene. Un altro malato di Sla ha già deciso di seguirli in questa lotta per chiedere aiuto: Mauro Serra, anche lui sardo come i primi due. E ce sono altri a Roma pronti a far staccare i loro tubi. Sentono di avere diritto a una vita diversa, soprattutto quella che fanno le persone che hanno intorno.
Giorgio Pinna
Giorgio Pinna
Chantal Borgonovo, moglie di Stefano, l'ex giocatore del Milan malato di Sla, quando sente parlare di sciopero della fame, si gela: «Sono dispiaciuta, sono affranta. In un paese che si ritiene civile come può succedere che gente che non può muoversi, né mangiare, né respirare, né parlare, debba fare una scelta del genere per far sentire la sua voce? Non sono un medico ma credo che un malato di Sla che decide di sospendere l'alimentazione rischia la vita 10 volte di più di un'altra persona. Stefano non si collega spesso al sito dell'associazione di Viva la Vita che riporta la protesta di Salvatore Usala, ma è al corrente di questa iniziativa». La coppia Borgonovo, come tutte quelle dove c'è la Sla di mezzo, comunica solo attraverso parole scritte: «Non mi ha ancora fatto sapere cosa pensa di questo sciopero della fame. Ma è drammatico».

LA LETTERA A FAZIO: «MOLTI SI LASCIANO MORIRE» - Salvatore Usala, proprio sul sito di Viva la Vita, poco più di mese fa, aveva scritto una lettera aperta al viceministro alla Salute Ferruccio Fazio: «Siamo 5000 forse 6000, nessuno lo sa con precisione, abbiamo una malattia, la Sla, che è un dramma che investe la famiglia intera. Voi ci dite di pazientare ma non capite che nel contempo tanti muoiono perché non vogliono pesare sui loro cari e rifiutano la tracheostomia, altri muoiono perché non hanno un minimo di assistenza. Di queste morti, di questi trattamenti voi siete corresponsabili, non fatte nulla, state silenti sulla riva del fiume indifferenti al passaggio dei cadaveri. Uno strumento legislativo, i Lea e relativo tariffario, giace da un anno e mezzo in conferenza stato regioni e ancora non c'è traccia di un accordo. Ci si deve vergognare che in uno stato che è la settima potenza mondiale ci siano trattamenti da terzo mondo». Alle parole ora segue lo sciopero della fame. «Le ho mandato una lettera aperta, un video di denuncia. Ho aspettato la risposta». Niente, silenzio. Allora sciopero dello fame.

LE CONDIZIONI CAMBIANO DI REGIONE IN REGIONE - Le condizioni di assistenza dei malati di Sla, in Italia, variano da regione a regione. Lo spiega Simonetta Tortora di Viva la Vita: «In alcune realtà esistono dei modelli assistenziali a domicilio che consentono di ricevere un valido aiuto alle famiglie, ma nella gran parte dei casi c'è solo abbandono da pare delle istituzioni. Per avere un'adeguata assistenza sociale e sanitaria, un malato di Sla in condizioni avanzate necessita di 100mila euro all'anno». Nel Lazio, le persone con Sla in condizioni avanzate di malattia - in particolare in ventilazione meccanica continuativa - ricevono dalle proprie Aziende Sanitarie Locali una copertura assistenziale sanitaria di 12 ore al giorno, con punte di 24 se necessario. Sono previsti anche accessi dedicati degli specialisti medici per operazioni ordinarie sulla tracheostomia e sulla nutrizione artificiale. In Sardegna, i malati in condizioni avanzate godono di un contributo regionale alle famiglie di 20mila euro massimo e scalabile in relazione al reddito. Sono previsti anche gli accessi di infermieri della rianimazione e controlli medici periodici al domicilio. In Lombardia, invece, esiste un "voucher sanitario" molto esiguo e un aiuto alle famiglie di 500 euro al mese. In Piemonte le condizioni assistenziali sono anche peggiori. A Torino, per i malati sono previsti solo due accessi infermieristici a settimana e le ordinarie manovre di gestione della tracheostomia e della nutrizione artificiale sono effettuate in ospedale, costringendo mensilmente i malati a subire un gravoso trasporto in ambulanza per operazioni che generalmente sono gestite a domicilio. «Nel resto del Paese - conclude Simonetta Tortora - il panorama è ancora più desolante. In Sicilia, per fare un esempio il dottor Orestano - uno dei più autorevoli urologi italiani colpito dalla Sla che vive a Palermo - spende circa 5mila euro al mese per avere un'assistenza dignitosa. Qui la condizione è ancora più disperata. In Umbria la regione aveva preso degli impegni di aiuto ai malati che, ad oggi, sono rimasti lettera morta». Come quella scritta da Salvatore Usala.

Stefano Rodi

06 novembre 2009
(ultima modifica: 07 novembre 2009)

Somalia. Adultero lapidato, la sua amante ,incinta, sarà punita dopo il parto

Corriere della Sera

Secondo i gruppi Al Shabab, che controllano tutto
il meridione del Paese, l'uomo avrebbe confessato
davanti a un tribunale islamico

ROMA - Un uomo di 33 anni, colpevole di adulterio, è stato giustiziato tramite lapidazione davanti a una folla di trecento persone nella città di Merka, in Somalia. La sua amante, incinta, subirà la stessa sorte, ma solo dopo aver dato alla luce il bambino. Un rappresentante del gruppo islamico Al Shabab, che ha il controllo di gran parte del meridione del Paese, ha spiegato che l’uomo ha confessato la sua colpa davanti a una corte islamica.

L'ANNO SCORSO LAPIDATA UNA TREDICENNE - «Gridava e il sangue schizzava fuori dalla testa durante il lancio delle pietre; dopo sette minuti ha smesso di muoversi», ha testimoniato uno dei presenti alla Bbc. Nel mese scorso altri due uomini sono stati uccisi a colpi di pietre nella stessa città dopo essere risultati colpevoli di spionaggio. Nella città meridionale di Kismayo lo scorso anno un ragazzina di 13 anni è stata massacrata a colpi di pietre per adulterio. Secondo i gruppi di difesa dei diritti umani la ragazzina venne violentata.

In vendita la casa dove nacque Hitler, si teme l'arrivo di estremisti neonazi

Corriere della Sera


L'abitazione, che si trova nella cittadina austriaca di Braunau am Inn, messa sul mercato per 2,2 milioni

MILANO - La casa dove nacque Adolf Hitler è in vendita. L'abitazione, che si trova nella cittadina austriaca di Braunau am Inn, è stata messa sul mercato a un prezzo di 2,2 milioni di euro. Ma la decisione sta destando allarme tra i residenti locali: il timore è che la casa possa essere acquistata da estremisti di destra e si trasformi così in un 'covo' di simpatizzanti nazisti e meta di 'pellegrinaggi'. Lo riporta la Bbc sul suo sito online.

LA STORIA - La cifra è troppo alta per il Comune di Braunau che, se invece se lo potesse permettere, acquisterebbe l'immobile molto volentieri, afferma il sindaco Gerhard Skiba, proprio per scongiurare il rischio che il luogo diventi un punto di riferimento per nostalgici o neonazisti. Al momento l'edificio è utilizzato da un'organizzazione per l'assistenza ai disabili e, in diversi momenti nel corso della sua esistenza, ha ospitato una biblioteca, una banca e un istituto tecnico. Alcuni storici hanno anche avanzato la proposta di trasformare la casa in un museo. Alla quale però si oppone con vigore il sindaco Skiba perché attirerebbe visitatori da tutto il mondo. Al momento, l'unico 'segno' visibile che rievoca la storia di quell'abitazione è un piccolo monumento dedicato alla commemorazione delle vittime del nazismo.

Russia: atterraggio forzato a Minsk di aereo Wind Jet dall'Italia

Corriere della Sera

Era un Airbusdiretto a Mosca con a bordo 128 passeggeri e 5 membri di equipaggio


MOSCA - Un Airbus della compagnia Wind Jet, proveniente dall'Italia e diretto a Mosca con a bordo 128 passeggeri e 5 membri di equipaggio, è stato costretto oggi a un atterraggio di emergenza all'aeroporto di Minsk, in Bielorussia, a causa di una crepa al finestrino della cabina di pilotaggio. Come ha riferito la Itar-Tass, che non ha indicato la città di provenienza dell'aereo, l'atterraggio è avvenuto senza problemi e in condizioni di sicurezza e nessuna delle persone a bordo ha riportato danni. I passeggeri e i membri dell'equipaggio sono sati condotti in una sala del'aerostazione, dove attendono l'arrivo di un altro velivolo dall'Italia col quale proseguire il volo per Mosca.



Francia: autista portavalori scompare con 11 milioni di euro

Corriere della Sera

Aspetta che i suoi colleghi scendano dal furgone, mette in moto e si volatilizza

Tony Musulin, il portavolari scomparso con 11 milioni di euro  (Afp)
Tony Musulin
PARIGI - Rocambolesco furto di 11 milioni di euro a Lione, in Francia, dove l'autista di un furgone portavalori si è volatilizzato con il «bottino» che trasportava. Il blindato, invece, è stato ritrovato dalla polizia poche ore dopo ma naturalmente vuoto. L'uomo, 39 anni, principale sospettato del mega furto, è dipendente da una decina d'anni della Loomis, ditta svedese di trasporto di fondi. Ieri mattina era al volante del furgone che doveva effettuare un giro di rifornimento in denaro di diverse banche su Lione. Nel cofano blindato c'erano 49 sacchi di banconote ritirati direttamente dalla Banque de France. L'uomo avrebbe approfittato di una breve sosta, durante la quale i due colleghi si sono allontanati, per sparire con il denaro. Ora è ricercato

LE INDAGINI - Gli inquirenti stanno indagando sulla personalità del dipendente-malfattore, una persona «taciturna», dicono i suoi colleghi, ma che «già da qualche mese si comportava in modo strano». All'inizio era stata avanzata l'ipotesi che l'autista fosse stato preso in ostaggio e costretto a partire sotto minaccia. Poi tutti i sospetti si sono concentrati su di lui quando gli agenti sono sbarcati nel suo appartamento e lo hanno trovato vuoto e ripulito, senza neanche più un solo documento o oggetto personale. Era stato svuotato persino il frigorifero. Secondo i primi elementi dell'indagine, l'autista del furgone portavalori avrebbe approfittato di alcune crepe nella sicurezza del trasporto. Il blindato, infatti, non solo non era scortato dalla polizia, come dovrebbe essere, ma trasportava una somma di denaro (oltre 10 milioni di euro) superiore ai limiti consentiti. Il fatto che l'autista fosse rimasto da solo a bordo non dovrebbe costituire invece un errore di procedura.



Cuba, la blogger Yoani Sanchez fermata e maltrattata dalla polizia

Corriere della Sera

La donna si stava recando a una manifestazione contro la violenza nel mondo nel quartiere Vedado

Yoani Sanchez
Yoani Sanchez
L'AVANA (CUBA) - La blogger cubana Yoani Sanchez ha denunciato oggi di essere stata vittima di un «sequestro» con «molta violenza fisica e verbale» da parte di agenti della Sicurezza dello Stato. Secondo quanto ha detto la Sanchez all'agenzia Ansa, due persone in borghese hanno impedito a lei e ad Orlando Luis Pardo, anche lui blogger, di partecipare ad una manifestazione contro la violenza costringendoli a salire su una macchina privata. Mezz'ora dopo sono stati «lanciati» dall'auto per strada, lontano da dove sarebbero stati arrestati.

MALTRATTAMENTI - «Pensavo che non ne sarei uscita viva. Mi hanno tolto i vestiti, mi hanno messo le gambe verso l'alto e la testa in giù per caricarmi in macchina», ha raccontato. «Con un ginocchio mi facevano forza contro il petto e io gli stringevo i testicoli. Poi mi hanno picchiato in testa». Tutto questo sarebbe successo dentro la vettura, nella quale una persona guidava e altre due picchiavano, secondo la Sanchez, autrice del blog Generacion Y. «È stato un sequestro nel peggior stile della camorra. Mi hanno detto: Fino a qui sei arrivata. Non farai più niente». Nello stesso momento un'altra blogger, Claudia Cadelo, e una sua amica sono state arrestate e costrette ad entrare in un'auto della polizia e sono state liberate successivamente. «Con una mossa di judo mi hanno costretta a salire in macchina, mentre portavano via Yoani con un'altra auto», ha detto Cadelo.
La Sanchez , 34 anni, titolare del «blog desdecuba.com/Generaciòn Y» è stata premiata in Spagna e negli Usa per il suo lavoro di reporter digitale, ma non ha potuto ritirare i riconoscimenti perché non le è stato permesso di uscire dal suo Paese.



Marrazzo, spunta il trans che ordinava le rapine

Il Tempo

Si chiama Joyce, sarebbe stato vicino a uno dei militari.
Ancora nebbia sui presenti in via Gradoli e su chi girò il video

Un trans amante di uno dei quattro carabinieri indagati nel caso Marrazzo. È l'ultima notizia sul filo del pettegolezzo che emerge da questa ingarbugliata inchiesta. Nell'indiscrezione che i militari del Raggruppamento operativo speciale stanno passando al setaccio, l'elemento che interessa non sono le ipotetiche abitudini sessuali del carabiniere, ma le presunte connessioni con la vicenda Marrazzo, una matassa ancora senza bandolo.

La tesi che corre fra i trans della Cassia, a Roma nord, è che le rapine ai viados brasiliani, che Procura e Ros sospettano siano state commesse negli ultimi due anni da tre dei quattro carabinieri della Compagnia Trionfale (Luciano Simeone, Carlo Tagliente e Nicola Testini), in parte venissero commissionate. Cioè: Joyce, il trans che avrebbe avuto una relazione con uno dei carabinieri, avrebbe indicato a quest'ultimo i soggetti "indesiderati", da spaventare. E forse anche i loro clienti. È un'altra indiscrezione tra il vero e il verosimile che il Ros deve verificare.

E che il legale dei militari, l'avvocato Marina Lo Faro, smentisce categoricamente, così come respinge l'potesi delle rapine ai trans commesse dagli indagati. Sinora sono una quindicina i viados che hanno raccontato ai militari di aver subito rapine dai carabinieri, o di aver saputo che qualcuno della comunità era stato vittima della razzia. Le propotenze sarebbero cominiciate agli inizi del 2007. Solo le accuse, però, non bastano. Il Ros è a caccia dei riscontri. Insomma, si tratta di un altro capitolo nebbioso dell'inchiesta. Fino ad ora non si è riusciti a sapere come sono andate davvero le cose il 3 luglio nell'appartamento di via Gradoli 96. Ciascun protagonista coinvolto (l'ex governatore del Lazio Piero Marrazzo, il trans Natalie, i quattro carabinieri e l'avvocato del pregiudicato morto Gianguarino Cafasso) riferiscono una sequenza dei fatti che non coincide. Non si sa con certezza quante persone fossero in casa al momento dell'irruzione dei due militari in borghese, Carlo Tagliente e Luciano Simeone.

Marrazzo dice di non avere visto in quell'occasione Gianguarino Cafasso, morto il 12 settembre, reso evidente se non altro dalla sua obesità. Natalie: «Io ero con Piero e a un certo punto sono arrivati due carabinieri in borghese, Carlo e Luciano». Tagliente: «Aprì un viados di pelle scura, moro di capelli. Noi entrammo e ci trovammo di fronte una persona di sesso maschile che riconoscemmo subito essere il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo». Stessa confusione su chi ha girato il video-scandalo. L'ex presidente sostiene che non si è accorto che qualcuno stava girando un video. Lo stesso conferma Natalie che dice di essere stata chiusa fuori sul balcone.

Mentre Tagliente riferisce che «circa 15 giorni dopo» il blitz lo stesso confidente Cafasso che gli aveva segnalato un festino in corso con dei trans gli disse che «era entrato in possesso di un video che ritraeva il citato presidente in compagnia di un trans». Ad aumentare il caos si aggiunge anche il fotografo Max Scarfone: «Luciano Simeone una volta mi ha detto che glielo aveva dato un trans, girato da Cafasso. In un'occasione, addirittura, Luciano mi aveva fatto capire, senza dirmelo esplicitamente, che lo aveva girato lui».

Fabio Di Chio

Australia: lite sull’isola dei deportati

di Matteo Buffolo


 
Christmas Island, l'isola del Natale, è sperduta nel mezzo dell'oceano Indiano, di cui molti semplicemente ignorano l'esistenza. Eppure il governo di Canberra ci ha speso 370 milioni di dollari, e non perché sia ricca di materie prime o di chissà quale sostanza. Semplicemente, l'obiettivo del governo australiano era di costruire un centro per «rifugiati» da 1.200 persone. Un centro che quest'anno hanno già visitato almeno 2.000 persone e che è quasi pieno di migranti che hanno provato a raggiungere l'Australia in barca. Quasi pieno e non sovraccarico soltanto perché il premier Kevin Rudd ha telefonato personalmente al presidente indonesiano, Susilo Bambang Yudhoyono, per intercettare una nave con 260 cingalesi che puntava verso le sue coste.
Christmas Island si chiama così perché un marinaio, nel 1643, la scoprì proprio nel giorno della nascita di Gesù, a poco meno di 500 km dall'Indonesia, ma quasi 2.000 dalla terraferma australiana. E qui, in un'isola in cui la popolazione non supera le 600 persone e che John Howard, il predecessore di Rudd, ha escluso dalla zona di immigrazione australiana, il governo dell'ex colonia inglese manda chi arriva via mare. Perché l'isola del Natale è un posto che rappresenta le paure degli australiani: o, almeno, la paura dei boat people, delle persone che dalle coste dell'Asia salpano in barca per raggiungere Canberra e Sydney.

«Non mi scuso in nessun modo per aver adottato una linea dura sull'immigrazione», ha detto fra i denti Rudd. Lui, laburista, che da premier in pectore si era invece scusato con gli aborigeni. Lui, che pure inizialmente era stato lodato dai sostenitori dei rifugiati per aver ammorbidito le politiche di Howard e che non avrebbe voluto utilizzare il centro di Christmas Island, recintato da una cortina elettrificata alta oltre quattro metri. «Hanno fatto questa struttura qui, in mezzo alla giungla - ha raccontato al New York Times Charlene Thompson, una social worker che assiste i richiedenti asilo -. È una prigione, una prigione di alta sicurezza e mi pare che chi sta qui e cerca asilo politico sia trattato come un criminale», ha accusato paragonandola a Port Arthur.

Eppure, quelli che arrivano su queste carrette del mare sono appena il 10 per cento di tutte le persone che chiedono asilo all'Australia, stando ai dati sull'immigrazione. Il restante 90, semplicemente, sbarca in aereo. Nonostante ciò «c'è molta preoccupazione per gli arrivi di persone dal Nord, con le barche», ha spiegato Bernadette McGrath, direttore del Servizio per la riabilitazione e assistenza dei superstiti alla tortura e ai traumi, che per sei mesi ha indagato sul trattamento dei rifugiati. Un privilegio, quello di indagare, che è concesso a pochi: la distanza dalla costa e la scarsità di collegamenti scoraggiano i più e oltre a questo il governo ha stabilito che i giornalisti non possono visitare il centro, regola che è stata rotta solo due volte. Chi invece lo visita senza alcun dubbio sono i richiedenti asilo: e se anche fossero ormai giunti in vista dei porti delle città australiane, poco importa. In ogni caso sarebbero costretti a tornare indietro e a passare per Christmas Island, dove i loro casi vengono vagliati in un periodo che generalmente varia dai tre ai quattro mesi.

E anche se, secondo un recente rapporto della Commissione australiana per i diritti umani, un'organizzazione governativa, il centro «sembra e si comporta come una prigione», con misure di sicurezza «eccessive» e una struttura «inadatta per l'accoglienza dei richiedenti asilo», visto che dentro al cortile principale tutto è chiuso da recinzioni separate e con «strutture simili a celle», il dipartimento per l'Immigrazione ha respinto le raccomandazioni che lo invitavano a smettere di usare Christmas Island, perché «è una componente essenziale di un forte controllo di frontiera».
Di cui sembra sentire il bisogno anche l'Australia, pur circondata da migliaia di chilometri di mare.

In guerra nel nome dei padri: Stefania Craxi contro la Tobagi

di Paolo Bracalini




Farneticazioni, allucinazioni, cinismo, risentimenti che covano anni ma sono pronti a esplodere alla minima scintilla, specie se c’è di mezzo la suscettibilità di una figlia, anzi di due. Stefania Craxi, offesissima, difende la memoria del padre dalle «allucinazioni» e «farneticazioni» di Benedetta Tobagi, figlia di Walter, giornalista del Corriere della sera ucciso da un gruppo di terroristi rossi nel 1980. La questione di mezzo è il libro scritto dalla Tobagi, Come mi batte forte il tuo cuore, storia di mio padre, a cui il direttore del Corriere Ferruccio De Bortoli ha dedicato un editoriale, qualche giorno fa, indicandolo come una lettura edificante «in tempi di passioni tristi e valori deboli».
Non l’avesse mai fatto.

Da lì è nata una querelle durissima tra le due figlie, originata da una lettera indignata della Craxi al Corriere. Il sottosegretario agli Esteri lamenta una serie di manipolazioni storiche e di insinuazioni offensive, contenute nel libro, all’indirizzo di Bettino Craxi. Parla di «fallaci sensazioni giovanili» che ingannerebbero Benedetta facendole scrivere sostanzialmente delle sciocchezze sull’ex leader socialista, di cui darebbe «un’immagine falsa e diffamatoria». Anche solo un ricordo d’infanzia della figlia di Tobagi diventa materia incandescente. Nel libro racconta che a sei anni vide la madre parlare, in casa sua, con Bettino Craxi, un colloquio severo che finì, una volta uscito Craxi dall’abitazione, in un pianto della vedova Tobagi. L’autrice collega quell’episodio al ritrovamento, tra le carte dei servizi segreti, di un appunto anonimo che avrebbe suggerito il probabile attentato al giornalista del Corriere.

Ebbene, «Benedetta - scrive la Craxi - inventa un contrasto tra la mamma che vorrebbe rivelare subito la cosa ai giudici e Bettino che vuole ritardare la rivelazione per servirsi dello scandalo a fini elettorali». Balle, dice la Craxi, e spiega perché. Non solo, presa dal rancore, ricorda che Bettino «la riempiva di regali ogni Natale», compreso una grande tigre di peluche, «con gli occhi gialli».
Ricorda, la Craxi, «un’altra farneticazione della nostra autrice», cioè quando al decennale della morte di Walter si trovò accanto a Craxi, e poco ci mancò che non gli desse un calcio. Altra ricostruzione offensiva, per la Craxi, è quella sulla presunta copertura di Gelli e della P2 nel caso Tobagi. Accuse che la Craxi spiega in termini «psichiatrici»: «Rispetto la sua sofferenza ma questo non le dà il diritto di spacciare per verità le sue allucinazioni». La replica della Tobagi è arrivata il giorno dopo, ieri, ancora sul Corriere. In sintesi, per la figlia di Tobagi, la Craxi «non ha avuto modo di leggere il mio libro», che è scritto «per mio padre, non contro qualcuno». Risposta per le rime. Dagli anni di piombo agli anni di fango.

Marrazzo, dimissioni bluff: prende ancora lo stipendio

di Redazione


 

Andrea Cuomo - Claudio Pompei

Roma - Se questo è un dimissionato. Piero Marrazzo ha mollato la presidenza della Regione ma si consola con gli altri incarichi alla Pisana a cui fino a prova contraria non ha ancora rinunciato. E soprattutto con i relativi appannaggi. E non si tratta di mancette: se, come risulta, Marrazzo è ancora consigliere regionale, percepirebbe un’indennità mensile di 9.632,91 euro al lordo, oltre a una diaria forfettaria di 4003,11 euro netti, a cui vanno aggiunti gli eventuali rimborsi chilometrici e i 4.190 euro netti per le spese dei collaboratori e il rapporto con gli elettori. Insomma, il consigliere, ancorché formalmente «malato» Marrazzo si ritroverebbe comunque un accredito di circa 10mila euro al mese sul conto. In pratica poco meno di quello che prendeva da presidente: mancherebbero in busta paga solo i 7.607 euro lordi dell’indennità di funzione come presidente della giunta. Un premio di consolazione non del tutto disprezzabile.

Insomma, quando nel corso di quel drammatico 24 ottobre l’ex televolto di Mi manda Raitre ripreso da telecamere molto meno amiche in compagnia di un trans e di una strisciata di coca si autosospese badando bene di evidenziare che rinunciava «a ogni indennità e beneficio connessi alla carica»; quando nei giorni dopo trasformò l’autosospensione in dimissioni; e quando fu applaudito da tanti e da qualcuno anche additato a esempio (Bersani appena eletto segretario del Pd dixit: «Non ho visto ancora Berlusconi autosospendersi. Può darsi la settimana prossima... »). Quando tutto ciò avveniva, di altro non si trattava che dell’ennesima manfrina di questa triste vicenda.

Il fatto è che Piero Marrazzo attualmente è un ircocervo. O se preferite un minotauro. Insomma, uno di quegli animali mitologici un po’ così e un po’ cosà. Lui è un po’ dentro e un po’ fuori la Regione Lazio. E qualche burocrate acchiappacavilli dalle parti di via Cristoforo Colombo si sta scervellando sul suo status. Marrazzo Piero di anni 51 infatti risulterebbe ancora consigliere regionale: e a confermarlo è il sito della Regione Lazio, dove il suo nome figura ancora tra gli eletti, incastrato tra Mariani Giuseppe e Maselli Massimiliano, con buona pace di questi ultimi.

Sul busillis l’ultima parola sarà detta mercoledì prossimo, quando si riunirà l’Ufficio di presidenza convocato alla bisogna. A maneggiare la patata bollente sei componenti: un presidente, un vice e due consiglieri di maggioranza; un vicepresidente e un consigliere dell’opposizione. «L’orientamento dell’Ufficio legislativo - spiega il vicepresidente dell’Ufficio di presidenza in quota Pdl Bruno Prestagiovanni - sarebbe quello di ritenere che sussista per Marrazzo lo status di consigliere regionale e che le dimissioni lo abbiano fatto decadere solo da presidente della Regione». Sul che l’opposizione è pronta a dare battaglia: «Questa interpretazione è inaccettabile e faremo di tutto per non farla passare. Lo statuto - fa notare Prestagiovanni - al 1° comma dell’articolo 19, è chiarissimo: i componenti del Consiglio regionale sono 70 più il presidente.

Se, per qualunque motivo, si dimette un consigliere regionale, gli subentra il primo dei non eletti della stessa lista. Se si dimette il presidente non può subentrargli nessuno. Ecco perché Marrazzo non può essere più considerato consigliere regionale in carica». «Lo stesso concetto - spiega ancora l’esponente del Pdl - è contenuto nella legge regionale n° 2 del 2005: la persona eletta presidente della Regione viene considerata per estensione anche consigliere regionale. Il candidato sconfitto, invece, diventa consigliere regionale a tutti gli effetti e rientra nei 70. Se si dimette il presidente, si torna a votare». Anche perché ora il presidente facente funzioni è Esterino Montino, che non è stato eletto consigliere: quindi ci sarebbero al momento 71 consiglieri più il presidente. Un’ulteriore anomalia in un pasticcio che non ne ha certo bisogno.









Idv lacerata da liti, addii e ritorni E De Magistris lavora alla fronda

Corriere della Sera

Cristiano, figlio di Di Pietro, riprende la tessera.
L'arrivo di Grillini. E il 4 dicembre a Modena
nuova assemblea dei «delusi» dall'ex pm

ROMA — «Ci sono problemi politici e problemi personali: sui primi possiamo lavorare, degli altri per ovvi motivi non ci occupiamo», va ripetendo da giorni Antonio Di Pietro a chi gli chiede conto della tempesta che sta infradiciando l'Idv. Il problema è che le questioni politiche e quelle personali nell'Idv si intrecciano ed è difficile districarle.

IL FIGLIO DI DI PIETRO - Come l'annuncio di ieri che Cristiano Di Pietro, consigliere provinciale a Campobasso che si era sospeso un anno fa perché coinvolto in un'inchiesta sugli appalti a Napoli (con tanto di intercettazioni telefoniche pubblicate), e ora, come annunciano nell'Idv regionale, «uscito pulito dalla vicenda», ha ripreso la tessera del partito di papà, portandosi dietro altri quattro amministratori locali tra cui Mimì De Angelis, candidato alla segreteria regionale del Pd sconfitto solo due settimane fa.

ASTORRE - Nella stessa regione, il Molise, si susseguono gli incontri dell'ex uomo forte del partito, il senatore Bruno Astorre, dimessosi un anno fa da coordinatore regionale e ora in procinto di seguire le orme di Pino Pisicchio che è transitato al gruppo misto in attesa di confluire al centro: «De Magistris è troppo a sinistra per me, devo capire se i miei sostenitori vogliono seguirmi o pensano che io debba continuare a lottare nel partito. Io voglio un partito riformista non oltranzista: ho portato l'Idv in Molise quasi al 30 per cento», conclude Astorre prendendosi anche meriti forse non suoi, visto che a Campobasso e Isernia l'uomo forte del partito si chiama comunque Antonio Di Pietro.

DE MAGISTRIS - Già, De Magistris. Perché se è vero che i cosiddetti autoconvocati - che si sono riuniti a Bologna domenica scorsa, si rivedranno oggi a Matera e si sono dati appuntamento a Modena il 4 dicembre sotto l'etichetta «Parole civili» - sono per ora una categoria indistinta di contestatori e di delusi, se troveranno in Luigi De Magistris l'uomo che esprime il loro dissenso potranno avere ancora qualche fortuna anche nel partito e non solo in piazza. «Non siamo traditori, ma vogliamo il dialogo tra la base e il vertice del partito», spiega uno dei leader Domenico Morace, ex coordinatore di Bologna, commissariato da Silvana Mura quattro mesi fa.

LA MANIFESTAZIONE - Alla manifestazione del 4 dicembre ha invitato sia Di Pietro, che fanno sapere i suoi non pensa proprio di partecipare, sia De Magistris, che per ora non si pronuncia. Ma basta dare uno sguardo alla pagina internet di dialogo con i suoi sostenitori per capire la pressione dei militanti e dei simpatizzanti, imbufaliti ormai non più solo contro Berlusconi. Ieri i due ex magistrati, insieme a Napoli, hanno ripetuto il giochetto dei fratelli siamesi: «Se Luigi fosse il presidente del partito, sarei d'accordo con lui», ha detto retoricamente Di Pietro ricevendo in cambio le lodi per la sua linea dal neo-europarlamentare idv. Ma sembra sempre più evidente che De Magistris abbia cominciato a lavorare al rinnovamento del partito proprio al Sud, finendo per farne il banco di prova del suo peso nell'Idv e del suo successo di consensi nel vasto modo ex-girotondino. Non è un caso che ieri sia stato lui a organizzare, insieme all'europarlamentare Sonia Alfano, proprio a Napoli il convegno su «questione morale e istituzioni», invitando Salvatore Borsellino e il leader di Rifondazione Paolo Ferrero. In Calabria ha lanciato la candidatura dell'imprenditore Filippo Callipo come alternativa a quella del governatore Agazio Loiero, sfidando gli altri partiti del centrosinistra a cambiare cavallo. Di Pietro ha risposto con l'ex pm Clementina Forleo in Puglia per dare un segnale di «discontinuità» rispetto alla giunta Vendola, finita nella rete della giustizia per lo scandalo Tarantini.

I DIPARTIMENTI - Il fronte interno non è l'unico che Di Pietro deve contenere e monitorare. Anche ieri ha ripetuto che bisogna «fare pulizia» dentro e fuori dal partito, soprattutto in Campania. Per trasformare l'Idv da un marchio ad un vero e proprio soggetto politico ha annunciato l'introduzione dei dipartimenti, che si occuperanno dei diversi temi politici. E poi c'è il fronte esterno. Ha un bel dire che «la lista annunciata da Beppe Grillo non è di disturbo ma di stimolo», c'è da dubitare che gli auguri di «buon successo» siano sinceri, visto che si tratta di un altro concorrente per le prossime amministrative in Campania. Di Pietro sente il peso della sfida. Dopo l'incidente dell'ultimo comizio a Napoli quando era apparso lo striscione «Fuori i collusi dal partito», ha confidato i suoi sospetti: «Improvvisamente sono arrivati in due con lo striscione seguiti dalla telecamera di Mediaset e dall'inviato del Giornale, sono rimasti pochi minuti, hanno riavvolto tutto e sono spariti». Difficile dire se è vero, verosimile o soltanto un'illusione dell'ex pm.

GLI ARRIVI - Come è difficile pensare che Di Pietro si possa consolare con i nuovi arrivi. Dall'area ex ds, via partito socialista, arriva il presidente onorario dell'Arcigay Franco Grillini: «Inseguo uno spazio politico per i diritti civili, da un pezzo riflettevo sull'Idv, perché non potevo stare nel partito in cui c'è la Binetti». Più d'uno sospetta che l'ex deputato dei ds voglia trovare una casa per ricandidarsi alle prossime politiche: «Da deputato ho fatto bene, ma non chiedo niente», si difende lui per ora.

Gianna Fregonara

Intercettata la lista dei clienti di Cafasso Sparito il telefono

L'Unità

di Claudia Fusanitutti

Non sono negli atti d’indagine e nei verbali dell’inchiesta sul caso Marrazzo-carabinieri infedeli. Figurerebbero, invece, nelle trascrizioni delle intercettazioni. Almeno una dozzina. E tutti di primissimo piano. Sono i nomi degli altri clienti vip, politici ma non solo, dei trans che offrono la loro compagnia dalle parti di via Gradoli e in via Due Ponti. Una lista di nomi che per Gianguarino Cafasso, il pusher dei trans e dei loro clienti trovato morto in albergo la mattina del 12 settembre, valeva un tesoro ma era anche un incubo. Qualcosa da gestire con cura ma di cui, anche, liberarsi il prima possibile. E che fa diventare la sua morte sempre di più un buco nero. Le suggestioni sono tante. I fatti unpo’menomamessi in fila ugualmente inquietanti. La lista dei nomi dei vip è qualcosa che sta facendo tremare da giorni non solo il Parlamento, a destra e a sinistra, ma che già metteva pensiero a Cafasso. «Ho in mano mezza Roma, so delle cose che li posso rovinare, c’ho dei clienti fra i politici che se ve lo dico. Io voglio solo i soldi poi vado via perchè se sto qui mi fanno fuori» dice Cafasso la sera del 15 luglio quando incontra le due giornaliste di Libero, il primo tentativo di vendita del filmato con Marrazzo.

LE SMENTITE DEGLI INVESTIGATORI
La lista è sempre stata smentita da investigatori e inquirenti. In effetti i brogliacci delle intercettazioni non sono disponibili, non possono esserlo nè ora nè mai a meno che non diventino indizi di reato. A meno che, cioè, non spuntino prove dell’esistenza della videoteca di Cafasso di cui si favoleggia da qualche giorno. La lista però esiste, è stata intercettata quando ancora c’era un’inchiesta madre che stava mordendo il collo a un latitante dei casalesi e sul traffico di droga connesso che poi hainciampato in storie di sesso. L’inciampo è stato prima il cellulare di Cafasso, finchè è stato vivo, e poi di uno dei carabineri arrestati. E qui sono saltati fuori i nomi ora trascritti in brogliacci coperti da segreto. Ma si sa come va con certe intercettazioni che scottano: quando servono, almomento opportuno, saltano fuori. Per qualche via misteriosa, secondo il criterio che le informazioni vanno gestite e non è detto che vadano sempre diffuse. Possono svolgere la loro funzione anche senza diventare di pubblico dominio. Alimentano il virus dei dossier e dei ricatti. Forse doveva andare così anche con Marrazzo. Se non ci fosse stata quell’inchiesta a rovinare tutto. Vedremo. Certo è che quei nomi erano l’incubo e la risorsa di Cafasso. La cui morte resta un mistero. Il suo avvocato Marco Cinquegrana ha parlato di «punti oscuri» e talvolta sono state avanzate ipotesi di collegamento tra la morte e il video. Procura e carabinieri stanno facendo accertamenti sulle cause della morte. Jennifer,27 anni, trans brasiliano senza permesso di soggiorno, era la sua fidanzata da qualche mese, era a conoscenza delle trattative sul video di Marrazzo ed era con lui nelle ultime ore della sua vita. Jennifer è stata sentita dagli investigatori ma contrariamente a Natalì non ha avuto il permesso di soggiorno per fini di giustizia ed è stata espulsa. Non serve. Inutile. Eppure avrebbe potuto dare qualche spiegazione. Sul cellulare di Cafasso, ad esempio. È sparito, non si trova, ma sicuramente contiene almeno una copia, o forse l’integrale, dei video che ha come protagonista Marrazzo. Il telefonino, da cui si potrebbe capire, ad esempio. chi ha girato quel video. Sono fatti, poi, che Cafasso «aveva qualche decina di migliaia di euro di debiti per la droga». Che da fine luglio non risulta più gestire la vendita del video e che nell’estate ha vissuto in vari alberghi. Con Jennifer. Che quella mattina del 12 settembre, nella stanza 406 dell’hotel Romulus, ha accanto un morto ma trova il tempo di vetirsi e truccarsi prima di avvisare la reception. Jennifer: potrebbe sapere un sacco di cose. Ma è stata espulsa.

06 novembre 2009


Marrazzo, il giallo degli assegni smarriti: tre per l'ex governatore, nove per i pm

Il Messaggero

di Valentina Errante

ROMA (6 novembre) - Adesso la procura di Roma cerca la traccia del ricatto negli uffici dell’ex governatore del Lazio. Gli uomini del Ros si sono presentati ieri nella sede della giunta regionale per acquisire carte, documenti e agende. Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il pm Rodolfo Sabelli vogliono verificare se nelle stanze di via Cristoforo Colombo sia rimasta traccia delle telefonate finalizzate all’estorsione.

E’ stato lo stesso ex governatore a riferire di avere lasciato il suo numero di ufficio agli uomini che il 3 luglio scorso avevano fatto irruzione nell’appartamento di via Gradoli, Luciano Simeone, Carlo Tagliente, Antonio Tamburrino e Nicola Testini. E quei carabinieri infedeli, che custodivano il video del governatore insieme a un transessuale, almeno una volta l’avrebbero anche chiamato. A riferire di quella telefonata a Marrazzo era stata la sua segretaria. Le verifiche puntano adesso a stabilire se ci siano stati altri contatti con l’ufficio di via Cristoforo Colombo.

Ma i punti oscuri nell’inchiesta sono ancora tanti: Marrazzo ha sostenuto di avere consegnato ai carabinieri infedeli tre assegni e rispondendo alle domande dei pm di avere poi sollecitato il suo segretario a denunciarne lo smarrimento. Ma agli atti risulta che gli assegni smarriti fossero nove. Sul punto Marrazzo ha detto di non ricordare se avesse dato «a Natalie assegni per pagare le sue prestazioni, titoli poi restituiti in cambio di contanti». Intanto si indaga anche sull’ipotesi che i carabinieri infedeli possano essere gli autori di una serie di rapine ai danni di transessuali. Tre di loro avrebbero riconosciuto due degli indagati come gli uomini che la scorsa primavera, nella zona di via Gradoli, avevano preteso denaro qualificandosi come carabinieri. La circostanza è emersa dopo ricognizioni fotografiche. Ma intanto i riconoscimenti sembrano aggravare la posizione degli indagati. A insinuare sospetti nei confronti dei carabinieri finiti in manette era già stato il fotografo Max Scarfone, che nei mesi scorsi aveva fatto da mediatore per la vendita del video girato in via Gradoli per la vendita del video all’agenzia milanese «Photomasi».

Sentito dai magistrati il 20 ottobre Scarfone aveva detto: «Non capisco come facciano ad avere macchine così grosse e costose e orologi di pregio come i Rolex che ho visto loro al polso. Io sono un collezionista di Rolex ma, io che ho guadagni notevoli, Rolex di quel tipo non posso proprio permettermeli».

Scarfone confessa di temere per la sua incolumità gettando ulteriori ombre sui carabinieri arrestati. «Temo per la mia incolumità - dice a verbale - io lavoro normalmente di notte nello stesso ambiente in cui lavorano i carabinieri di cui vi ho detto (Simeone, Tagliente e Testini e il ”mediatore”, l’altro carabiniere indagato Antonio Tamburrino), perché questi non mi hanno fatto una bella impressione, sono sempre stati molto sospettosi e spesso hanno fatto riferimento ai loro innumerevoli contatti negli ambienti criminali della città quasi a volermi in qualche modo intimidire».



Sisma, la madre di una delle vittime: «Razzie sulla tomba di mio figlio»

Corriere della Sera

«Rubati molti oggetti a cui lui era particolarmente affezionato: così lo ammazzano ogni volta»

MILANO - «Mio figlio viene ammazzato ogni volta». Anna Maria Cialente non nasconde la sua amarezza. Lo scorso 6 aprile ha perso il figlio, il 24enne Francesco Maria Esposito, nel crollo della Casa dello Studente provocato dal terremoto (il giovane lavorava come dipendente della cooperativa che gestiva gli alloggi ed è morto insieme alla fidanzata Angela Criciani). Da un po' di tempo scompaiono dalla sua tomba numerosi oggetti ai quali Il 24enne era particolarmente legato. «Qualche tempo fa - denuncia ora la madre del giovane -, scomparve la maglietta dell'Inter, che gli amici più cari avevano deposto, maglietta tanto cara a Francesco tifoso di questa squadra. Oggi un altro furto. Mancano oggetti cari, tra cui una coroncina, un'altra maglietta e una lettera che una sua amica aveva depositato ieri sera, per esprimere attraverso poche righe tutto il suo affetto e la sua amicizia».

«CON QUALE CORAGGIO» - Oggetti di scarso valore economico, ma di grande valore affettivo. «Mi chiedo con quale coraggio - ha aggiunto la Cialente - persone estranee sottraggono cose che sono importanti dal punto di vista affettivo per tutti noi, ed in particolare per i genitori. Vorrei far capire loro l'importanza per me, che sono la sua mamma, di stringere al petto quella maglietta che ha ancora l'odore di Francesco e che per un minuto è come se abbracciasse fisicamente suo figlio». La donna rivolge poi un appello ai ladri: «Se avete bisogno di una maglietta e cose del genere potete rivolgervi a noi, senza rubarle dalla tomba».


06 novembre 2009