martedì 10 novembre 2009

Francia, sì del tribunale: lesbiche possono adottare

di Redazione

 
Parigi - Autorizzata per la prima volta in Francia una adozione da parte di una coppia gay. Il tribunale civile di Besancon ha dato il via libera a Emanuelle B. insegnante di 48 anni, e alla sua compagnia, per l’avvio delle pratiche per l’adozione, annullando due precedenti decisioni negative delle autorità regionali e dando esito positivo a una battaglia durata undici anni. Lo scorso gennaio il caso era finito alla Corte europea per i diritti umani che aveva dichiarato la Francia colpevole di discriminazione, in violazione alla Convenzione dei diritti umani, in quanto l’omosessualità della richiedente era stata considerata «se non esplicitamente, quantomeno implicitamente» come causa del rifiuto.


Rapinato a Brenda cellulare con le foto di Piero Marrazzo

Quotidianonet

Roma: dopo l'aggressione, opera di una decina di romeni, il transessuale è stato ricoverato in ospedale dove ha tentato di suicidarsi. Sempre nella capitale, ancora due romeni sono penetrati in casa di Thaynna, un altro trans che ha dichiarato di avere trascorso una notte con Marrazzo

Roma, 10 novembre 2009 -

C'erano anche le foto scattate con l'ex governatore del Lazio, Piero Marrazzo, nella memoria del cellulare rapinato a Brenda, il transessuale fra i protagonisti della vicenda che ha portato alle dimissioni dell'esponente del Partito Democratico. Brenda è stata aggredita domenica sera a Roma: era in strada a Roma Nord, in via Biroli, quando una decina di ragazzi dell´Est, sembra romeni, l´hanno assalita.

Brenda era ubriaca: l´hanno derubata del cellulare e del denaro che aveva nella borsetta. Quando sono sopraggiunti i carabinieri, il transessuale staa dando testate contro un'automobile. Portata in ospedale, dove ha continuato a dare in escandescenze, Brenda ha cercato di togliersi la vita, insultando medici e carabinieri.

E' stata dimessa con cinque giorni di prognosi. Sempre domenica sera, due romeni hanno forzato la porta dell´appartamento di Thaynna, un altro trans che ha dichiarato nei giorni scorsi di aver trascorso una notte con Marrazzo. In casa con lei altri quattro viados brasiliani, picchiati dai due uomini armati di bastone e coltello.

"Urlavano che volevano i soldi di Marrazzo - racconta Thaynna - cercavano le borse, ci dicevano di dare loro i soldi e il telefonino".



L'ex autista di Riina "La mafia voleva rapire Berlusconi"

Quotidianonet

Gaspare Mutolo, intervistato da Vanity Fair: "Il commando era formato da 18 persone, poi, Gaetano Badalamenti, il capo dei capi, bloccò tutto. Fu allora che il Cavaliere, per tenere alla larga Turatello e malintenzionati, assunse ad Arcore lo stalliere Vittorio Mangano"

Roma, 10 novembre 2009 - "La mafia voleva rapire Silvio Berlusconi. Per questo formò un commando di diciotto persone. Poi Gaetano Badalamenti, il capo dei capi diede il contrordine e bloccò tutto. Per tenere alla larga Turatello e altri malintenzionati, BerluscOni assunse ad Arcore lo stalliere Vittorio Mangano". Queste sono alcune delle clamorose rivelazioni contenute nell'intervista rilasciata a Vanity Fair, in edicola domani, da Gaspare Mutolo, già autista di Totò Riina. Ecco l'anticipazione del settimanale, ripresa anche dal sito dagospia.com.

Tratto da Vanity Fair

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C'è un pittore che cancella tutte le firme dai suoi quadri e riscrive un diverso nome. È la prima volta dopo venticinque anni che può farlo. Prima fu il boss mafioso Luciano Liggio a rubargli l'identità artistica e autografare le sue tele più riuscite. Poi gli toccò usare il nome che si erano inventati per lui quando era entrato nel programma di protezione. Ora, finito di scontare la pena, può uscire allo scoperto: è Gaspare Mutolo, che a Vanity Fair, in edicola dall'11 novembre, racconta una carriera di artista autodidatta che sfiora tutti i nomi della cupola di Cosa Nostra. Ma rivela anche di un mancato sequestro che avrebbe potuto cambiare la storia d'Italia.

Lei è stato condannato per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti. Poi è diventato il primo pentito del clan vincente, ha aiutato Falcone, è stato l'ultimo a vedere Borsellino nella sua veste di magistrato. E intanto dipingeva.

Come ha cominciato?
«Nell'83 finii al carcere di Sollicciano, prima del maxiprocesso, stavo in cella con un altro gruppo di mafiosi, ma ogni mattina passavo davanti a quella dell'Aragonese e rimanevo incantato. Si chiamava Mungo, ma veniva da Aragona e si era dato quel nome d'arte. Aveva l'ergastolo perché aveva ammazzato la moglie per gelosia e buttato il cadavere. Dipingeva benissimo. All'ora d'aria gli andavo vicino. Chiedevo: è difficile dipingere? E lui: se vieni in cella con me t'insegno. Ho chiesto il trasferimento».

Quando arriva Liggio?
«Quando mi trasferiscono a Palermo per il maxiprocesso. Finisco in cella, tra gli altri, con il fratello di Bernardo Provenzano, Salvatore, e quattro nipoti di Liggio: Pino, Luca, Giacomo e Franco. Lui, Luciano Liggio, stava di fronte e passava ore a leggere i filosofi. Un giorno dico a Pino: ma perché tuo zio invece di perdere tempo a leggere non impara a dipingere, che è una cosa che dà benefici? Detto e fatto: Liggio chiede che mi spostino nella sua cella e io divento il suo maestro».

Com'era Liggio pittore?
«Mah. Ci metteva ore per fare una margheritina. Diceva sempre: ah, Gaspare, avessi la tua mano! D'oro hai le mani».

Ha avuto altri discepoli eccellenti?
«Salvatore Provenzano, che faceva quadretti da regalare alla moglie. E Leoluca Bagarella».

Il vice di Provenzano? Il cognato di Riina? L'assassino del commissario Boris Giuliano e di altri cento?
«Quello faceva solo fiorellini, e malamente».

Invece per lei e per Liggio si pensò a una mostra.
«Eravamo in tre. C'era anche il Vampiro: aveva i dentoni, era il figlio di un commissario, ma ammalato di mafia. Bronzini, si chiamava. Come pittore bravo, però. Ci avevano autorizzati a stare insieme noi tre, per dipingere. Quando lo seppe l'avvocato di Liggio, Traina (...), gli venne l'idea della mostra. Disse: è meglio se esponete uno alla volta, cominciamo con Liggio. Ci rimanemmo male. Ancora peggio quando presero i nostri quadri, soprattutto miei, e li firmarono Liggio».

Poi lei si è pentito ed è uscito. Ha continuato a dipingere?
«Sempre. Quando sto davanti alla tela dimentico di esistere. Non so più chi sono».

Qui però ci tocca ricordarlo.
«Mi sono sempre assunto tutte le mie responsabilità. Sono stato un rapinatore, un mafioso, ho trafficato droga, partecipato a sequestri. Poi ho scelto di collaborare: ho fatto seicento nomi, spiegato centocinquanta omicidi, raccontato i legami tra la mafia e la magistratura, la polizia, la politica. Oggi ho pagato il mio conto, fino in fondo».

Mai avuto la scorta?
«Hanno provato a darmela, più di una volta. Ho sempre detto che se debbono ammazzarmi lo fanno. E meglio allora che non muoia nessun innocente con me e per me. Guardi Falcone. Guardi Borsellino. Se non avessero avuto la scorta morivano lo stesso, ma gli altri no».

Che cosa ricorda di Falcone?
«Uno che capiva. Ho scelto lui per passare dall'altra parte. Chi altri? Poi, morto lui, ho voluto parlare solo con Borsellino».

Fino al suo penultimo giorno di vita. Com'era, alla vigilia della fine?
«L'uomo che teneva una sigaretta in ogni mano. Tanto era nervoso. Era andato a parlare con quelli della polizia e quelli gli avevano detto: "Dottore, se Mutolo ha bisogno di qualcosa...". Era tornato con quelle due sigarette accese e una domanda: come fanno a sapere che sto parlando con Mutolo?».

Lei ha frequentato più diavoli che santi. È stato l'autista di Riina. Ci andava d'accordo?
«È peggiorato col tempo. È diventato un dittatore sanguinario. Quando ha cominciato a far ammazzare per niente, a far ammazzare le donne incinte, è stata la fine di tutto. Io ho fatto molti errori, ma cose così mai».

Qual è stata l'impresa più clamorosa a cui ha preso parte?
«Una che non andò mai in porto. Negli anni '70 dovevamo rapire Berlusconi. Manco sapevo che si chiamava così. Ci avevano detto: quello di Milano 2. Allora il capo dei capi era Gaetano Badalamenti e aveva proibito i sequestri in Sicilia. Non c'era problema, con tutti i ricchi che stavano al Nord. Allora li facevamo in Lombardia, roba pulita: mai donne e bambini, niente orecchie tagliate, niente sangue. Trattativa, pagamento, restituzione. Eravamo in diciotto per rapire Berlusconi, c'era anche Contorno. Poi arrivò il contrordine. E dopo, per tenere alla larga Turatello e altri malintenzionati, Berlusconi assunse Mangano».

Lo stalliere?
«Vabbè, stalliere. Quello era uno in gamba, diciamo così» (Pochi giorni fa, nella requisitoria per il processo di secondo grado a carico di Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, il procuratore generale Antonino Gatto ha di fatto anticipato la versione di Mutolo: Vittorio Mangano fu ingaggiato per proteggersi dal pericolo di sequestri".



Piero Marrazzo tornerà a fare il giornalista in Rai nel 2010

Corriere della Sera

«La sua carriera politica è finita, ma ha diritto a riavere quel posto di lavoro che aveva lasciato temporaneamente»

Piero Marrazzo in una foto del 2003 quando conduceva «Mi manda Raitre» (Agi)

ROMA - «Non ha alternative. Piero Marrazzo tornerà a fare il giornalista alla Rai. Non subito. Accadrà nella primavera del 2010 quando lascerà l'incarico di governatore del Lazio. Sì, perché tecnicamente Marrazzo è ancora presidente della Regione. Solo per l'ordinaria amministrazione, ma lo è. Decadrà quando sarà sostituito dal nuovo presidente. Quindi dopo le elezioni regionali previste nel 2010. E tornerà in Rai perché quando fu eletto si mise in aspettativa e ha conservato il diritto al posto». È quanto dichiara al settimanale «Oggi» , in edicola da mercoledì, Luca Petrucci, l'avvocato che assiste l'ex conduttore di Mi manda Raitre nella vicenda del video-ricatto girato in un appartamento di via Gradoli mentre si intratteneva con un transessuale.

CARRIERA FINITA - «La carriera politica di Marrazzo è finita, ma ha diritto a riavere quel posto di lavoro che aveva lasciato solo temporaneamente. In attesa che torni in Rai, l'inchiesta giudiziaria che lo vede come vittima di un ricatto o di una rapina verrà chiusa e molte cose saranno finalmente chiarite», conclude Petrucci.


10 novembre 2009



Alla deriva su un lastrone di ghiaccio con tre orsi polari: sopravvive

Corriere della Sera

Disavventura per un giovane di 17 anni durante
una escursione di caccia con lo zio

MILANO - Un ragazzo canadese è sopravvissuto all'odissea su un lastrone di ghiaccio nel Mare glaciale Artico. Per due giorni e due notti il giovane 17enne ha vagato a meno 20 gradi in mezzo al mare - accanto a tre orsi polari. Ciò che è cominciato come una normale escursione di caccia si è trasformato in poco tempo in un'avventura che avrebbe potuto essere mortale: il giovane, appartenente alla popolazione degli inuit, si era incamminato lo scorso fine settimana insieme allo zio nel territorio di Nunavut. I due andavano a caccia, quando d'improvviso sotto i piedi del teenager si è staccato da terra un grosso lastrone che si è spinto in mare. Come se non bastasse, sul lastrone c'erano tre grandi orsi polari, riporta l'emittente radiofonica canadese CBC. Il giovane e lo zio di 67 anni erano dati per dispersi da sabato pomeriggio, racconta al "Toronto Star" Ed Zebedee, responsabile dei soccorsi di Nunavut. Il gatto delle nevi dei due si sarebbe inceppato a 18 chilometri da Coral Harbor, una piccola località con 800 abitanti sulla Hudson Bay. Entrambi si sarebbero quindi avviati a piedi verso il paese per chiedere aiuto. Di colpo si è rotto il ghiaccio che ha diviso il ragazzo dallo zio, ha spiegato Zebedee. Domenica mattina lo zio è stato tratto in salvo. Invece il giovane è stato scoperto dai soccorritori solo qualche ora più tardi, alcuni chilometri dalla costa.

Un'immagine del ragazzo canadese

40 KM - Sono riusciti a gettargli un kit di sopravvivenza con alimenti e dolciumi, ma non sono stati in grado di portarlo in salvo: prima di sera - colpa anche il buio - hanno perso la visuale. Appena lunedì mattina un aereo militare ha scovato il disperso - il lastrone di ghiaccio lo aveva trascinato per ben 40 chilometri nella Hudson Bay. I soccorritori si sono lanciati con dei paracadute su un lastrone vicino ed hanno quindi cercato di farsi strada verso il 17enne nell'acqua gelida. Sullo stesso lastrone c'erano tre orsi polari; uno di loro - un'orso femmina in età adulta - era già morto. «Il giovane gli ha sparato, per proteggersi», ha detto Zebedee secondo il "Toronto Star". Gli altri due plantigradi, due cuccioli, si sarebbero tenuti ad una distanza di sicurezza, così non è stato necessario abbatterli, ha aggiunto. Sorprendentemente, al momento del salvataggio il giovane è stato trovato cosciente e in ottime condizioni, è stato portato in ospedale di Churchill solo per una ipotermia.

Elmar Burchia
10 novembre 2009

Eutelia, un blitz di vigilantes tenta lo sgombero della sede al Tiburtino

Corriere della Sera

All'alba hanno forzato i cancelli dichiarando di essere poliziotti. Gli operai chiamano le forze dell'ordine

ROMA - «I miei colleghi mi hanno raccontato quello che è accaduto. Ma per fortuna con loro c’era un giornalista della Rai che ha ripreso tutto. Nessuno può negare: abbiamo le prove dell’aggressione». Andrea (nome di battaglia «skywalker») è uno dei 1.800 lavoratori dell’ex Eutelia che da mesi hanno iniziato la loro lotta per «evitare un licenziamenti di massa camuffato da una cessione di ramo d’azienda alla società Omega-Agile». Come ultima azione, i dipendenti hanno deciso di occupare le sedi di Torino, Ivrea, Pregnana Milanese, Napoli e Roma dove è avvenuto il blitz. Ore 5.20 di martedì mattina: nell’oscurità un gruppo di persone in borghese, all'apparenza vigilantes, forza le porte dello stabile sulla Tiburtina (precisamente via Alessandro Bona, dove ancora c’è l’insegna Eutelia) dove dormono una ventina di lavoratori in stato di agitazione che avevano occupato per protesta alcuni locali della sede al Tiburtino.

«SPACCIATI PER POLIZIOTTI» - «Mi hanno detto i miei colleghi» continua Andrea «che erano una quindicina di ‘bravacci’ comandati da Samuele Landi, l’ex ad di Eutelia. Si sono spacciati per poliziotti commettendo un reato: hanno puntato le torce in faccia ai colleghi chiedendogli i documenti e con fare aggressivo li volevano sgomberare. Per fortuna che chi dormiva nelle altre stanze ha chiamato i veri poliziotti che sono arrivati e ci hanno protetto. E’ clamoroso, e tutto è avvenuto sotto l’occhio della telecamera». Come spiegate questo blitz? «Evidentemente Landi rivoleva il palazzo da cui amministra tutti i suoi interessi. Finalmente ha scoperto le sue carte: ha dimostrato che, nonostante il formale passaggio di ramo d’azienda, noi siamo ancora ‘roba’ sua. Lui è il mandante dei licenziamenti».

«AZIENDA SANA» - Proprio per mercoledì 11 novembre è fissata una importante riunione all’Hotel Hilton: “L’amministratore unico di Agile, Claudio Massa, doveva formalizzare il licenziamento di 1.200 su 1.800 lavoratori – aggiunge Andrea – ma ora, visto il fatto grave che è avvenuto, non so se ci sarà un rinvio. La nostra battaglia comunque va avanti. Continueremo a occupare fino a quando il sottosegretario Gianni Letta non convocherà un tavolo istituzionale. Vogliamo una soluzione industriale: la nostra azienda è sana, ha contratti da rispettare e può continuare a produrre reddito. Proprio come con l’Innse, vogliamo imprenditori seri che investano e lavorino per crescere e non per licenziare». Secondo quanto si è appreso la polizia sta ora ascoltando l'ex amministratore delegato di Eutelia, accusato di aver fatto l'irruzione nella sede dell'azienda. E i quindici che hanno fatto irruzione sono piantonati dai poliziotti in attesa di accertamenti nella sede dell'Eutelia.

LE REAZIONI - Di «gravissima aggressione», parla la segreteria nazionale della Fiom. E solidarietà ai lavoratori dell'Eutelia arriva da molti esponenti politici, come il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti («La crisi economica che sta investendo il nostro Paese sta mettendo a rischio milioni di posti di lavoro e non è di certo con la violenza e con le intimidazioni che si può pensare di far tacere le giuste rivendicazioni e le proteste pacifiche che i lavoratori organizzano»). E il caso ha avuto eco anche in Parlamento. L'Idv ha rinnovato la richiesta al governo di incontrare i sindacati e il partito democratico ha convocato una conferenza stampa per questo pomeriggio alla Camera.

Carlotta De Leo
10 novembre 2009




Hasan frequentava la stessa moschea dei jihadisti dell'11-9

La Stampa

Possibili legami tra il killer di Fort Hood e Al Qaeda
CORRISPONDENTE DA NEW YORK
Barack e Michelle Obama partecipano questa mattina ai funerali delle 13 vittime della strage di Fort Hood, in Texas, mentre si rafforza l’ipotesi che il killer Nidal Malik Hasan possa aver avuto dei legami con i militanti jihadisti di Al Qaeda.

Ad avvalorare questo scenario sono due rivelazioni convergenti. La prima arriva dalla tv Abc, che grazie a informazioni di intelligence ha potuto ricostruire come nel 2001 il maggiore Hasan frequentava a Falls Church in Virginia, lo Stato dove è nato, la moschea di Dar al-Hijrah ovvero lo stesso luogo di culto dove pregavano due dei terroristi che avrebbero poi fatto parte del commando kamikaze dell’11 settembre: Nawaf al Hazmi e Khalid al Midhar. In quel periodo morì la madre di Hasan che venne sepolta sempre nei pressi della stessa moschea, il cui imam Anwar al Awlaki nel 2004 venne inserito dall’Fbi nell’elenco di sospetti fiancheggiatori di Al Qaeda in America ed emigrò poi in Yemen, dove è stato imprigionato nel 2006 per legami con una cellula di jihadista e poi scarcerato.

La seconda rivelazione, da parte di due ufficiali dell’intelligence all’Associated Press, riguarda proprio Al Awlaki perchè poco dopo la strage di Fort Hood ha scritto su alcuni siti islamici inneggiando al «martirio» di Hasan. «L’unico motivo che può giustificare un musulmano che si arruola nell’esercito degli Stati Uniti - ha scritto l’ex imam di Falls Church - è seguire l’esempio di uomini come Nidal Hasan, un eroe, un uomo di coscienza che non poteva sopportare di vivere la contraddizione di essere musulmano e servire al tempo stesso in un esercito che combatte contro la sua stessa gente».

A ciò bisogna aggiungere la testimonianza di due compagni di corso del maggiore Hasan che, nel periodo 2007-2008, si lamentarono con i superiori per il fatto che esprimeva opinioni «anti-americane» come quando parlò alla classe giustificando le azioni dei kamikaze islamici e disse a più riprese che la shaaria aveva una importanza maggiore rispetto alla Costituzione americana.

Tanto i legami con ambienti jihadisti che le opinioni di stampo fondamentalista sarebbero state da tempo oggetto di interesse da parte della Cia - secondo quanto riportato da più quotidiani americani - ma non è chiaro se l’intelligence informò l’esercito e come le forze armate abbiano gestito le informazioni eventualmente ricevute. Il possibile corto circuito fra i sistemi di sicurezza di Cia e Us Army evoca per gli americani gli errori compiuti nel 2001 che impedirono di prevenire gli attacchi dell’11 settembre - costati la vita a quasi tremila civili - così come l’ipotesi che Hasan possa essere stato un agente dormiente di Al Qaeda solleva l’allarme sull’infiltrazione delle forze armate da parte di elementi jihadisti. Sono questi i motivi che spingono il senatore indipendente del Connecticut, Joe Lieberman, a chiedere al Congresso di indagare sui «forti sospetti» che la strage di Fort Hood abbia avuto una «matrice terrorista islamica».

Il maggiore Hasan intanto si sta lentamente riprendendo dalle ferite subite e da ieri è tornato a poter parlare. L’Fbi presidia l’ospedale di San Antonio dove è ricoverato e i portavoce assicurano che «appena possibile» sarà interrogato come «principale sospetto» per il crimine commesso.

La preoccupazione dei comandi militari si concentra in questo momento sull’evitare che l’eventuale legame fra Hasan e i jihadisti possa portare ad episodi di intolleranza contro i 3557 soldati di fede musulmana, molti dei quali servono in Iraq e Afghanistan, che fanno parte di un esercito di oltre 1,4 milioni di volontari. «Non bisogna lasciarsi prendere dal vortice delle speculazioni sulla fede di Hasan» ammonisce George Casey, capo di Stato Maggiore dell’Esercito, parlando all’unisono con Janet Napolitano, il ministro della Sicurezza Interna che durante una sosta negli Emirati Arabi Uniti ha parlato di «rischi di atti di razzismo contro i cittadini americani di fede musulmana». Negli ospedali attorno a Fort Hood sono ancora ricoverati i 29 feriti gravi causati dai colpi sparati dal maggiore Hasan e per otto di loro la prognosi resta riservata.


Vernice rossa sulle lapidi dei caduti

Il Tempo

Vandali colpiscono i monumenti ai caduti di Iraq e Afghanistan. Il volantino: "Guerra alle guerre dei padroni".
Il Campidoglio: entro oggi la pulizia.

Imbrattato con vernice rossa il Monumento ai Caduti di Nassirya, dell'Iraq e dell' Afghanistan nel parco Schuster, Basilica di San Paolo (Foto GMT) Questa mattina all'interno del Parco Schuster, nei pressi della Basilica di San Paolo fuori le mura, nell'area dedicata ai caduti italiani nelle missioni di pace in Iraq e Afghanistan, alcuni vandali hanno gettato della vernice rossa ad alta resistenza su due lapidi (una alle vittime in Iraq e l'altra a quelle in Afghanistan, quest'ultima inaugurata il 17 ottobre 2009), su due delle 19 steli del monumento ai caduti di Nassirya e sul marmo antistante l'opera stessa. È stato, inoltre, trovato un volantino con la scritta "Da Nassirya a Mattarello, guerra alle guerre dei padroni".

Entro oggi la pulizia dei monumenti - La Sovraintendenza ai Beni culturali del Comune di Roma, insieme con l'Ufficio decoro urbano, comunica il Campidoglio, ha immediatamente iniziato i lavori di ripulitura di tutte le opere danneggiate. In particolare, per quanto riguarda il monumento ai caduti di Nassirya, trattandosi di un'opera d'arte, la Sovraintendenza ha già contattato l'autore, lo scultore Giuseppe Spagnulo, per individuare gli strumenti più adatti al recupero del monumento. Sul posto è intervenuta anche la polizia scientifica che ha effettuato tutti i rilevamenti del caso. La Sovrintendenza conta di restituire alla cittadinanza, entro oggi, il Parco Schuster interamente ripulito.

Cucchi, un testimone: «Picchiato in cella»

Corriere della Sera

Ci sono i primi sei indagati per la morte di Stefa­no Cucchi. Omicidio preterin­tenzionale, questa è l’accusa ipotizzata dai pm della procura di Roma, Vincenzo Barba e Francesca Loy. Sono tre agenti della polizia penitenziaria e tre detenuti che il 16 ottobre scor­so si trovavano con lui a piazza­le Clodio, nelle camere di sicu­rezza del tribunale, subito do­po l’udienza di convalida del­l’arresto. Un testimone avreb­be raccontato a chi indaga di aver «sentito rumori» e aver vi­sto, parzialmente, «Cucchi ag­gredito in cella», dopo lo scop­pio di un parapiglia per futili motivi (pare che il ragazzo avesse chiesto di andare in ba­gno).

Ma non è l’unica novità: il commissario di polizia peniten­ziaria che sovrintendeva alle celle del tribunale di piazzale Clodio, Alfredo Proietti, capo della centrale operativa regio­nale, lascerà il posto nei prossi­mi giorni a un nuovo coman­dante, Costanzo Sacco, del re­parto di Frosinone. Solo un ca­so? Un normale avvicendamen­to? Le indagini dei magistrati avanzano «a 360 gradi». Riguar­dano anche i 4 carabinieri re­sponsabili dell’arresto del gio­vane pusher romano la notte tra il 15 e il 16 ottobre. Eppoi i medici del reparto penitenzia­rio dell’ospedale Sandro Perti­ni dove Cucchi fu ricoverato il 17 ottobre e morì all’alba del 22.

I sanitari rischiano l’incrimi­nazione per omicidio colposo se verrà accertata l’inerzia nelle cure, malgrado il detenuto si ostinasse a rifiutarle. Eppoi ecco il racconto di Giorgio Rocca, l’avvocato d’uf­ficio che la mattina del 16 otto­bre era in udienza con Cucchi. Dice al Corriere : «Alle 13.15 di quel giorno mi congedai dal ra­gazzo. In aula l’avevo visto solo un po’ gonfio in faccia ma ave­vo pensato che fosse a causa del metadone, visto che faceva uso di droghe. Sono assoluta­mente certo, però, che a quel­l’ora non aveva tutte le ecchi­mosi e i lividi che si vedono be­ne nelle foto segnaletiche scat­tate a Regina Coeli...». Adesso, attenzione: Cucchi entra in car­cere alle 15.45 del 16 ottobre e lì si sottopone ad immatricola­zione (foto comprese). Ma se­condo il rapporto della polizia penitenziaria consegnato al mi­nistero della Giustizia, già alle 14.05, cioè appena una cin­quantina di minuti dopo che Cucchi e il suo avvocato si so­no salutati, il dottor Giovanni Battista Ferri dell’ambulatorio della città giudiziaria stila un certificato in cui c’è scritto che sul ragazzo «si rilevano lesioni ecchimotiche in regione palpe­brale... ».

Ancora: il paziente «ri­ferisce dolore e lesioni alle re­gioni sacrale e agli arti inferio­ri... evasivamente riferisce che le lesioni conseguono ad acci­dentale caduta per le scale, av­venuta ieri...». Ieri? In quei 50 minuti Cucchi è stato portato in cella di sicurezza, accompa­gnato dai carabinieri e conse­gnato alla Polpen e lì è rimasto in compagnia di altri detenuti destinati a Regina Coeli. Secondo i pri­mi rilievi svolti dai periti della procura, diretti da Paolo Ar­barello, la tipologia delle lesioni riscon­trate sul ragazzo sa­rebbero compatibili sia con un evento accidentale, come potrebbe essere una caduta, sia con le percosse. I legali della fami­glia, Fabio Anselmo e Dario Pic­cioni, ora chiedono che venga riesumata la salma per effettua­re una Tac.

Fabrizio Caccia
Lavinia Di Gianvito
10 novembre 2009

I giovani e l’Unità d’Italia dimenticata

Corriere della Sera

I ragazzi tra i 18 e i 24 anni non «sentono» l’anniversario Uno su due ritiene il tema non attuale


Non sono bastate le polemiche, gli appelli, i richiami ufficiali. La gran parte degli italiani non sa che nel 2011 ricorre il centocinquan­tesimo dell'Unità d’Italia. Al riguardo, i giovani tra i 18 e i 24 anni sono legger­mente più informati degli altri: potere di Internet? Forse. Però se si chiede lo­ro di esprimere un’opinione sul senso di quell’evento storico, quasi la metà è d’accordo nel ritenerlo poco o per nul­la attuale. Ancora meno sono, a diffe­renza degli adulti, i giovani che se ne sentono «coinvolti personalmente». Sono curiosamente i ventenni a mostra­re invece maggiore preoccupazione economica e ad auspicare che l’Unità venga celebrata limitando al minimo le spese. Maggior senso di responsabilità rispetto ai cittadini di età matura o mi­nore interesse? Chi può dirlo, forse semplicemente più indifferenza.

La fiducia nella scuola è scarsa (lo si sapeva), tanto che solo il 30 per cento degli italiani considera utili i «progetti didattici» sull’argomento elaborati con i professori. E uno su dieci (non è po­co), con punte più alte tra i giovani, fa­rebbe volentieri a meno di qualunque tipo di celebrazione. Le iniziative cultu­rali di largo consumo allettano più gli anziani che i giovani (quasi il 25 per cento), ai quali non dispiacerebbe affi­darsi a grandi eventi spettacolari maga­ri di richiamo internazionale (17 per cento): concerti, manifestazioni sporti­ve, feste, occasioni di incontro e di scambio. Non si parli di fiction tv (4,3), semmai di monumenti-simbolo (8,7) da lasciare in eredità ai posteri.

L'Unità d’Italia, insomma, divide in due il Paese. Non in modo cruento, ma lo divide: le giovani generazioni se ne sentono distanti e poco motivate. Non tutto, però, è perduto, almeno a giudi­care dalle interviste (disponibili su You­Tube) che il Comitato Italia 150 ha fat­to a un gruppo di studenti piemontesi delle scuole superiori, chiamati a dire la loro sul centocinquantesimo, a espri­mere consigli e auspici. Ascoltare per credere. In genere il 2011 viene percepi­to come un’occasione: per migliorare i rapporti Nord-Sud, per offrire all’este­ro un'immagine che cancelli i soliti cli­ché italioti, per migliorare l'integrazio­ne degli immigrati, per favorire gli scambi generazionali, per conoscere meglio la Costituzione, per aprirsi al­l’Europa, eccetera eccetera. In definiti­va, dal campione intervistato si coglie facilmente un'insoddisfazione diffusa per lo status quo: sul piano economico, socio politico, culturale. Tutto va bene, tranne insistere sull'esistente.

Valentina, terzo anno dell’Istituto tecnico Mossotti di Novara, si dice pre­occupata dalle differenze persistenti tra Nord e Sud e guarda all’estero: «L'Italia è un Paese conservatore, a dif­ferenza per esempio dell’Inghilterra: per noi è più difficile pensare a uno Sta­to più moderno». La sua compagna Fe­derica («L’Italia non è ancora uno Stato unico») si rammarica nel vedere il no­stro popolo sbeffeggiato all’estero, do­ve ci considerano «casinisti e rumoro­si »: «Più che l’Italia d’oggi, viene ap­prezzato il nostro passato, arte e sto­ria ». Sono loro le prime a cogliere il ba­ratro generazionale: «Gli adulti — dico­no — sono più chiusi agli stranieri, mentre noi siamo ormai quotidiana­mente abituati all’integrazione, a scuo­la abbiamo a che fare più con immigra­ti che con italiani».

Al Convitto Umberto I di Torino (li­ceo classico e scientifico) i ragazzi che rispondono sulle aspettative della ricor­renza, parlano di «nuovo inizio», come se il secolo e mezzo trascorso fosse ser­vito a ben poco e sia bene ripartire da zero. C’è chi individua nel 2011 una tap­pa importante per «ritrovare la nostra unità». Ritrovare. E i più si augurano di non rimanere emarginati dal mondo dei «grandi». Tema ricorrente: chiedo­no di venire coinvolti il più possibile. Come? Niente congressi, niente semi­nari o simposi, niente mostre storiche, niente gadget. Musica, teatro, cinema, videoclip, sport e feste, incontri che sia­no capaci di divertire e magari di acco­munare anche al di là delle frontiere: «Qualcosa che ci unisca» è l’augurio più ricorrente, «magari con scambi tra città lontane». E, perché no, aprendo anche i confini internazionali. Si passa dai piccoli eventi locali ai mega eventi nelle grandi città. La parolina «evento» è sulla bocca di (quasi) tutti. Pochi han­no voglia di tornare a riflettere sulla storia e sui personaggi-simbolo, tanto meno in sedi istituzionali: «Niente di noioso, please, e più spazio ai giova­ni ».

Altra questione, quella posta a suo tempo da Massimo d’Azeglio: fatta l’Ita­lia, bisogna ancora fare gli italiani? No­nostante l’esibita fierezza di dirsi italia­ni, le risposte riflettono i dibattiti politi­ci di questi tempi: «Finché si pensa so­lo alla propria regione, non si può par­lare di un Paese davvero unitario». Op­pure: «Le divisioni sono ancora tantis­sime ». Oppure: «Tra Nord e Sud c’è una differente concezione di nazione e di società». Oppure: «Siamo più con­centrati sugli aspetti economico-politi­ci del nostro Paese, mentre dovremmo puntare sull’orgoglio culturale che ci accomuna». Oppure: «Il senso di appar­tenenza è più regionale che naziona­le ». Oppure: «Siamo ancora pieni di pregiudizi reciproci». Dulcis in fundo: «Più che pensare all’Italia dovremmo pensare all'Europa».

Distinguere tra i luoghi comuni da talk show e le reali preoccupazioni non è facile, ma intanto i temi sono questi, c’è poco da fare, e virano sul pessimi­smo. Specie quando il tutto viene pro­iettato nel futuro, la vera inquietudine degli intervistati: la nebulosa è l’avveni­re ben più che l’interrogazione storica e lo sguardo all’indietro. Lo conferma Marina Bertiglia, ex provveditore agli Studi di Torino, che per il Comitato Ita­lia 150 è da un anno responsabile della formazione didattica e come tale si oc­cupa di elaborare i progetti scolastici in vista del 2011: «I ragazzi sono sensi­bili alla storia solo se la storia si tradu­ce in fatti concreti che abbiano effetti nell’oggi e nel domani. Rifiutano la ce­lebrazione come tale: chiedono di esse­re coinvolti emotivamente, di avere i lo­ro spazi e di capire meglio come sarà il loro futuro».

Fosse facile, verrebbe da replicare, in un Paese per vecchi, come il nostro: «Nell’ottobre 2008 — ricorda Bertiglia — abbiamo promosso un concorso per decorare la recinzione di un cantiere, chiedendo alle scuole di preparare testi o immagini sul tema 'ieri oggi doma­ni' ». Risultato? «Le immagini puntava­no sui personaggi famosi, da Mike Bon­giorno agli Agnelli, e sui prodotti del made in Italy». E i testi? «Sulla sfiducia nel presente e sull’incertezza del futu­ro ». Si può anche decidere tranquilla­mente di ignorare le insoddisfazioni, le lacune e le attese dei nostri giovani, ma in occasione del centocinquantesimo sarebbe un errore più grave del solito.

Paolo Di Stefano

Napoli, mandato d'arresto nel Governo Il Tribunale vuole in cella Cosentino


 
Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Mandato d’arresto nel governo. Una richiesta di custodia cautelare in carcere per Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia e (almeno fino a ieri) candidato in pectore del Pdl per le prossime elezioni regionali in Campania, è partita da Napoli alla volta della giunta per le autorizzazioni a procedere di Montecitorio. Il provvedimento è stato firmato dal gip Raffaele Piccirillo, su richiesta dei pm napoletani Alessandro Milita e Giuseppe Narducci, che contesterebbero all’esponente dell’esecutivo il reato di concorso esterno in associazione camorristica, per presunti contatti con esponenti del clan dei Casalesi. La posizione del vice di Tremonti sarebbe stata stralciata da un fascicolo più ampio che riguardava almeno una decina di altri indagati e che avrebbe un’appendice «rosa». Un nuovo fronte di gossip giudiziario tra appuntamenti a luci rosse e politici di primo piano. Ma al momento l’unico nome eccellente finito sulla graticola è quello del sottosegretario campano.

La notizia, clamorosa, non è però un fulmine a ciel sereno. Non solo perché già un anno fa il settimanale l’Espresso aveva rivelato l’iscrizione nel registro degli indagati di Cosentino, tirato in ballo dalle dichiarazioni di una manciata di pentiti, ma anche per una «fuga di notizie» decisamente più recente. Voci di imminenti provvedimenti che avrebbero coinvolto il politico, «colpevole» anche perché originario della «famigerata» Casal di Principe (città d’origine del clan del boss «Sandokan» Schiavone: i casalesi da qui prendono il nome), circolavano a Napoli infatti già dalla fine della scorsa settimana. Ma gli ambienti vicini al sottosegretario, come anche alcuni dei suoi legali, non credevano che quelle voci sarebbero state confermate dai fatti. Già da un anno, infatti, i difensori di Cosentino avevano manifestato alla procura la piena disponibilità del politico, che è coordinatore del Pdl in Campania, a farsi interrogare o a rendere dichiarazioni spontanee per chiarire qualsiasi contestazione. Un invito ribadito anche ieri, ma che i magistrati hanno lasciato cadere nel vuoto. Non lo hanno mai voluto sentire, ora però lo vogliono dietro le sbarre.

Proprio ieri il vice di Tremonti aveva risposto alle insinuazioni sui rapporti con i clan in un’intervista all’edizione napoletana del Corriere del Mezzogiorno. E alla domanda sulle indiscrezioni rispetto a un imminente provvedimento giudiziario nei suoi confronti, Consentino aveva risposto lapidario: «Ho piena fiducia nei magistrati. Spero nella giustizia. Non nell’ingiustizia che si serve delle scadenze elettorali per sopprimere dirigenti politici. È questa una pratica che non mi appartiene: per cultura, credo e formazione».

Le accuse a Cosentino di essere «a disposizione» del clan dei casalesi vengono mosse, per la prima volta, il 21 ottobre dell’anno scorso. Cosentino sfoglia l’Espresso, trasecola, chiede immediatamente alla procura di essere chiamato a chiarire tutti i punti che lo riguardano e che, secondo il settimanale, sono oggetto d’indagine. La procura nicchia. Il 12 novembre il sottosegretario si muove autonomamente depositando in procura un memoriale con prove documentali che, a suo dire, certificherebbero la sua trasparenza. La procura nicchia ancora. Cosentino deposita allora istanze ulteriori ma dai magistrati riceve solo silenzi e rassicurazioni: «Allo stato non c’è bisogno di alcun interrogatorio», fanno sapere i pm. La vicenda giudiziaria di Cosentino, per quanto virtuale, diventa presto un ostacolo ingombrante (anche per il fuoco amico, ultimo Fini l’altro ieri) per la candidatura alla corsa di governatore.

Cosentino lamenta che nessuno gli abbia mai contestato un fatto preciso e circostanziato. Ha appreso dei sette pentiti che lo accusano dai giornali. Ha messo a disposizione il suo incarico politico, soprattutto in più occasioni ha sfidato i giudici a provare uno solo degli addebiti mossi dai collaboratori di giustizia. Ha denunciato un attacco che prima di essere giudiziario (da ieri) è stato mediatico (da un anno). Persino del treno carico di gpl che quest’estate ha seminato morte alla stazione di Viareggio si è sottolineata la destinazione: l’Aversana Petroli, azienda di famiglia in cui peraltro il sottosegretario Cosentino non ha interessi o partecipazioni. L’hanno fatto friggere per un anno, adesso è pronto per essere servito sulla tavola delle Regionali.

Tra i tedeschi qualcuno rimpiange la "cortina"

di Roberto Fabbri

A Berlino e in Germania c’è ancora chi il Muro lo rimpiange. Per quanto riesca difficile crederlo, recenti sondaggi indicano che il 15 per cento dei tedeschi (una dozzina di milioni, neanche tanto pochi) pensano con nostalgia all’epoca in cui di Germanie ce n’erano due, ben separate da barriere di cemento, mitra e cani da guardia.
È la conferma che il Muro, come dicono certi sociologi, è stato abbattuto fisicamente ma sopravvive nelle teste di molti, soprattutto dei meno giovani. Wessi e Ossi, occidentali e orientali, sono ancora categorie di tedeschi del tutto reali, anche se il Paese è stato riunificato vent’anni fa. Perfino il modo di rimpiangere il Muro è diverso.

A Occidente sono più numerosi a rivolerlo (il 16%), e la motivazione è l’insofferenza verso i connazionali dell’Est percepiti come parassiti e fannulloni, e che oltre tutto costano cari in tasse e contributi per la colossale opera di ricostruzione; a Oriente sono un po’ di meno (il 10%), ma motivatissimi: sono da una parte gli irriducibili nostalgici del socialismo reale, i fedeli del partito e i reduci dell’onnipresente polizia segreta, dall’altra i molti anziani e socialmente svantaggiati che rimpiangono i benefici che le dittature comuniste garantiscono, ossia la certezza di lavorare poco in cambio di un salario modesto ma garantito a tutti, la sanità pubblica, gli asili gratuiti.

Il paradossale rimpianto di un regime disumano come quello della Ddr ha assunto nell’odierno Est della Germania riunificata anche un altro aspetto: quello un po’ frivolo e un po’ stupido della nostalgia per gli aspetti più innocui del Paese del Muro e che va sotto il nome tedesco di Ostalgie, un gioco di parole che significa «nostalgia dell’Est». È qualcosa di diverso dalla voglia dei vecchi sgherri e dei fanatici del comunismo di ritrovare il contesto in cui comandavano e godevano dei privilegi riservati all’élite del potere; e non somiglia se non in piccola parte alla stanca forma mentale di quanti al socialismo Biedermeier della Ddr ci si erano abituati, accettando una mediocrità quotidiana basata sul patto «non disturbare il potere se vuoi avere in cambio, a livelli minimi, ciò che ti serve per vivere». È un’altra cosa. Qualcosa che ha a che fare con un malinteso senso di “orgoglio nazionale” dei tedeschi orientali, molti dei quali si sono sentiti offesi dai modi spesso arroganti usati nei loro confronti dai Wessi al momento della riunificazione, così da sentirla più come un’annessione alla vecchia Germania Occidentale che come un vero abbraccio nazionale.

La reazione - un po’ infantile e comunque a buon mercato, visto che il passato comunista non può tornare - è dunque quella di aggrapparsi a vecchi simboli identitari, che permettano di continuare a sentirsi «a casa propria». Ecco allora il ritorno di fiamma di prodotti dell’epoca Ddr (magari riveduti e migliorati) come lo spumante «Rotkäppchen» («Cappuccetto Rosso») o gli allora imperversanti cetriolini dell’Oderwald, l’assurda idolatria per le utilitarie del regime «Trabant», i più infami e inquinanti catorci che abbiano percorso le strade d’Europa; o la riapertura per quanti vogliano provare il brivido dello squallore socialista di alberghi in pretto stile Ddr con pavimenti in linoleum verdastro e arredamenti che l’Ikea gli fa un baffo.

C’è indubbiamente all’Est della Germania un problema di ignoranza di ritorno. Molti adulti, impegnati a lamentarsi delle pretese dei Wessi, hanno dimenticato l’opprimente quotidianità del regime del Muro: i negozi vuoti, le code per ogni acquisto, l’indottrinamento ossessivo a scuola e nei mezzi d’informazione, lo stato di polizia. Molti giovanissimi il regime non l’hanno nemmeno conosciuto, a scuola sì e no gliene parlano e spesso adottano la moda dell’Ostalgie per far dispetto ai loro genitori: un quarto di loro rivorrebbe il Muro che non ha mai visto.

Di tutto ciò si avvantaggia la Linke, il partito erede della Sed (il partito comunista della Ddr), che raccoglie in un unico fascio i voti dei delusi del capitalismo, degli insipienti e dei duri e puri del tempo che fu. A vent’anni dalla fine del Muro ci sono angoli della ex Berlino Est dove la riunificazione non sembra mai arrivata: a Lichtenberg, dove c’era il quartier generale della Stasi e dove ancora abitano i suoi numerosissimi pensionati, o nelle periferie degli squallidi falansteri detti Plattenbauen come Marzahn, Hellersdorf, Hönow. Qui, a un’ora di metropolitana dal centro, il regime rosso premiò migliaia dei suoi fedeli sistemandoli in appartamenti modesti ma dotati di bagno e riscaldamento centralizzato. Un lusso per cui ancor oggi gli sono grati. Alla memoria.



Caso Marrazzo, restano in carcere solo due carabinieri su quattro

Corriere della Sera

In libertà Testini, ai domiciliari Tamburrino.
La procura impugnerà il provvedimento

ROMA - Scarcerazione per Nicola Testini, arresti domiciliari per Antonio Tamburrino. Conferma della custodia in carcere, invece, per Luciano Simeone e Carlo Tagliente. Questa la decisione del tribunale del riesame di Roma sui quattro carabinieri accusati di aver intentato il ricatto a Piero Marrazzo, l'ex governatore del Lazio, anche attraverso un video che lo ritraeva in compagnia di un trans.

IL RIESAME - Il collegio del riesame, presieduto da Francesco Taurisano, ha concluso la sua camera di consiglio intorno alle 22 di lunedì. Al momento risulta depositato in cancelleria solo il dispositivo. Per conoscere le motivazioni si dovrà attendere ancora qualche giorno. In sostanza, però, stando alla tesi accusatoria, è ragionevole pensare che i giudici abbiano ritenuto che Testini non dovesse essere arrestato perché il giorno del blitz in via Gradoli, compiuto da Simeone e Tagliente, era in ferie e fuori Roma. Tamburrino, rispetto agli altri tre, è l'unico che risponde di un reato più lieve, la ricettazione del video girato su Marrazzo, che, secondo i pm, avrebbe dovuto venderlo all'agenzia fotografica Masi.

LEGALI TESTINI SODDISFATTI - «Sono soddisfatto, ma bisognerà attendere le motivazioni del provvedimento per esprimere una valutazione più puntuale. Il tribunale è stato molto attento durante la discussione. Riteniamo che abbia accolto la nostra impostazione secondo la quale Testini non è stato assolutamente coinvolto su quanto è accaduto lo scorso 3 luglio». Lo ha commentato l'avvocato Valerio Spigarelli che assiste Testini assieme alla collega Marina Lo Faro. Quest'ultima si è dichiarata «contenta a metà. Spero di chiarire presto anche per gli altri due miei assistiti (Simeone e Tagliente, ndr) per i quali il riesame ha disposto la conferma della custodia cautelare in carcere».

PROCURA IMPUGNERÀ PROVVEDIMENTO - La procura di Roma, una volta conosciute le motivazioni del riesame, impugnerà in Cassazione il provvedimento con il quale ha scarcerato due carabinieri sui quattro indagati per il ricatto al governatore. Analoga impugnazione sarà adottata dai difensori di Luciano Simeone e Carlo Tagliente, per i quali il collegio presieduto da Francesco Taurisano ha disposto il mantenimento della misura restrittiva a Regina Coeli.


09 novembre 2009



Battisti scrive un altro libro sulla sua latitanza dorata

Il Tempo

Cesare Battisti Cesare Battisti darà alle stampe un altro libro. Un seguito di «La mia fuga, pubblicato nel 2006. Il titolo di questo suo nuovo saggio sarà «Essere bambù», in portoghese «Ser bambu». Infatti il terrorista dei Pac, proletari armati per il comunismo, ha firmato in questi giorni un contratto con la casa editrice brasiliana «Martins Fontes» per la pubblicazione del libro entro la fine dell'anno. Battisti racconta del periodo di clandestinità in Brasile, dal 2004 al 2007, quando venne scoperto e arrestato.

Il terrorista condannato all'ergastolo in Italia è in attesa della decisione del Supremo tribunale federale che dovrà chiarire se è costituzionalmente valida la concessione di rifugiato politico che il governo Lula ha firmato all'inizio dell'anno. I giudici si riuniranno il prossimo 12 novembre a Brasilia. In questi giorni da parte del Partito dei lavoratori, quello di Lula e del ministro di Giustizia Tarso Genro, ci sono stte molte pressioni sui giudici per negare l'estradizione all'Italia. Battisti infatti gode di un forte sostegno negli ambienti di sinistra brasiliani e non solo. Anche la pubblicazione del prossimo libro infatti ha un retroscena non molto chiaro.

Infatti il testo di questo racconto era nel suo computer portatile che gli è stato sequestrato il giorno dell'arresto nel marzo 2007 in un albergo di Copacabana a Rio de Janeiro. Tutto il materiale era in mano alla polizia federale. Non si sa come un cd contenente il testo del libro è arrivato all'editore Martins Fontes. LA premiata lobby che sostiene la libertà per Cesare Battisti ha voluto inq uesto modo ribadire che il terrorista assassino «è solo uno scrittore» come ebbe modo di dire lo stesso presidente Lula.

Tra questi suoi sostenitori, Battisti può contare oltre che su importanti politici come come il verde Fernando Gabeira e il senatore del Pt Eduardo Suplicy, anche due ex compagni di lotta armata come Pietro Mancini produttore tv che conta importanti appoggi nei principali network brasiliani e Achille Lollo che ora fa l'editore. Entrambi condannati in italia hanno ottenuto asilo dal Brasile.


Maurizio Piccirilli

09/11/2009



Ora Marrazzo prende tempo

Il Tempo

Il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo deciderà alla fine di novembre se lasciare l'incarico oppure no. Il certificato, con cui i medici gli hanno prescritto un mese di riposo per stress psico-fisico, scadrà il 26 novembre. Il giorno dopo il governatore dovrà comunicare le sue intenzioni. Lo Statuto regionale lo mette di fronte a tre strade: tornare e gestire la fase che porterà il Lazio alle elezioni di marzo 2010 (cioè l'ordinaria amministrazione), presentare un altro certificato medico, allungando l'«impedimento temporaneo» e la delega dei poteri al vice Montino, o, infine, presentare una lettera di decadenza dal mandato al presidente del Consiglio Astorre.

In questo caso, con il conseguente decreto del numero uno della Pisana, Marrazzo perderebbe la carica di consigliere e tornerebbe a essere un privato cittadino. Negli ultimi giorni c'è stato un vero e proprio pasticcio sulle norme da applicare. Il punto centrale è che Marrazzo, nonostante le dimissioni dall'incarico di governatore, presentate il 27 ottobre, tecnicamente è ancora in carica. Di fatto è stato soltanto «congelato» per un mese a causa del certificato medico. Continua dunque a prendere lo stipendio, anche se quasi la metà delle indennità (circa 7 mila euro) la destina in beneficenza.

Dunque soltanto tra una ventina di giorni si conosceranno le decisioni di Marrazzo, anche se sembra probabile che il presidente del Lazio si sottoporrà a un'altra visita medica, ottenendo un nuovo certificato. Del resto le sue condizioni continuano a essere di estrema sofferenza. In questi giorni è rimasto nella sua casa di Colle Romano. È seguito da alcuni medici, non vede né giornali né televisione. Dunque non sa niente delle «ricostruzioni» e delle polemiche. Neanche, ovviamente, del caso dimissioni. Al suo fianco c'è sempre la moglie Roberta. Intanto, si fa sentire il presidente del Consiglio del Lazio, Bruno Astorre.

Dall'inizio di questa storia è la prima volta che parla. Di rabbia ne ha accumulata parecchia: «Voglio dire che Piero va lasciato in pace, si è dimesso da presidente. Certo formalmente resta in carica ma davvero non capisco questo accanimento. Ha sbagliato, non c'è dubbio, ma mi sembra che abbia pagato abbastanza».


Alberto Di Majo

09/11/2009