mercoledì 11 novembre 2009

Cucchi, l'altro detenuto: "Picchiato da due agenti" Giovarnardi chiede scusa

di Redazione

Roma - Il supertetsimone c'è e ha raccontato tutto ai magistrati. Stefano Cucchi sarebbe stato picchiato da almeno due agenti di polizia penitenziaria mentre era nella cella del palazzo di giustizia di Roma, in attesa del suo processo per direttissima. È la testimonianza resa ai magistrati da un immigrato clandestino di 31 anni, arrestato il 15 ottobre per stupefacenti. Sarebbe lui il testimone che il 3 novembre ha raccontato al pm Vincenzo Barba il pestaggio di Stefano Cucchi. Intanto, intervistato da Barbara Palombelli nel corso della trasmissione 28 minuti su RadioDue, il sottosegretario Carlo Giovanardi ha chiesto scusa alla famiglia del ragazzo: "Sono stato frainteso".

La ricostruzione Secondo il racconto dell’avvocato di S.Y., Francesco Olivieri, il 16 ottobre il suo assistito è in una delle celle del palazzo di giustizia, in attesa del processo. Di fronte alla sua c’è quella in cui viene rinchiuso Cucchi. È attraverso lo spioncino della sua cella che "in tarda mattinata" S.Y., allarmato dalle "grida" che sente, si affaccia e vede due agenti di polizia penitenziaria picchiare Cucchi che, uscito di cella per andare in bagno, non voleva più tornare in camera di sicurezza.

La sequenza Secondo il racconto del detenuto, che oggi si trova al Regina Coeli, Cucchi sarebbe stato colpito prima con due manrovesci che l’hanno gettato in terra, poi preso a calci mentre era steso sul pavimento. Infine trascinato in cella dagli agenti. Dopo i processi per direttissima, S.Y. e Stefano Cucchi vengono sistemati nella stessa cella. Qui, S.Y. avrebbe visto i lividi che gonfiano il volto di Cucchi. Infine, entrambi vengono portati al Regina Coeli, i polsi legati con le stesse manette. È in questo momento, sempre secondo quanto riferisce l’avvocato Olivieri, che Cucchi sussurra a S.Y.: "Hai visto questi bastardi come mi hanno ridotto?".

Le scuse di Giovanardi "Quando ci sono dei fraintendimenti, soprattutto se offendono la sensibilità di una famiglia, è giusto chiedere scusa", ha dichiarato Giovanardi aggiungendo che "ci tengo a ribadire che è un fatto gravissimo, intollerabile, che per cinque giorni Stefano non sia stato curato, è entrato in ospedale che pesava 43 chili ed è uscito che ne pesava 36 chili, non è stato nutrito". "E la famiglia - ha continuato il titolare delle politiche antidroga - ha ragione a chiedere il motivo per cui non è stata coinvolta. Perchè non sono stati chiamati gli psicologi, perchè i medici non lo hanno curato? Una persona così debole e fragile non è stata aiutata. Questa è la cosa più grave". "Il resto, percosse o altro - ha concluso - ribadisco che, come Dipartimento e come Presidenza del Consiglio siamo disposti a costituirci parte civile nel processo se dovessero emergere responsabilità di qualche pubblico ufficiale nel corso della vicenda".




Il signor Ikea? Usa metodi da Stasi»

Corriere della Sera

La vendetta dell'ex braccio destro di Kamprad in un libro: «Sembra un asceta, esige lealtà fino alla morte»


MILANO - È uno degli uomini più ricchi del pianeta (nel 2008 secondo Forbes era al 7° posto), famoso per il suo "pauperismo", pare conseguenza di una incredibile tirchieria. Ingvar Kamprad, il "signor Ikea" vive in una casa normale in Svizzera, con mobili aziendali che monta da solo. Si racconta che un divano "Klippan" vecchio di 30 anni arreda ancora il suo salotto, a testimonianza della longevità e affidabilità dei suoi prodotti. Ma all'alba dei suoi 83 anni, sulla vita spartana e apparentemente integerrima del Paperone svedese arriva una sciabolata da far tremare i polsi. Tanto più che il mettente è Johan Stenebo, per anni braccio destro del signore dei mobili low cost.

UNA VENDETTA PRIVATA? - Ha dato alle stampe il libro «Sanningen om Ikea» (la verità sull'Ikea), accusando il suo ex mentore di menzogne, razzismo e metodi degni della Stasi (i servizi segreti della Germania dell'Est). Entrato vent'anni fa all'Ikea di Amburgo ha fatto una rapida carriera che lo ha portato ai vertici dell’azienda, fino a diventare l’assistente personale di Kamprad. Nove mesi fa la rottura. È una resa dei conti - scrive il sito dello Spiegel -, una stroncatura, una montagna di biancheria sporca in 14 capitoli.

«La ditta si fa guidare meglio, se Kamprad si presenta come un asceta e uno vecchio sciocco» afferma Stenebo. Il dubbio è più che lecito: si tratta di una vendetta personale? Lo stesso Spiegel dice che le sue rivelazioni sembrano accordarsi con «la logica del figlio perduto». L'autore si toglie molti sassolini dalle scarpe, anche nei confronti dei figli del capo, Mathias e Peter Kamprad, da 5 anni promossi alla guida del colosso. Soprattutto con Peter, il più grande, che si sente il «principe della corona», mentre Stenebo lo definisce un «razzista incompetente».

«LEALTÀ FINO ALLA MORTE» - L'ex braccio destro scrive nel libro di temere ritorsioni. Perché l'Ikea - dice - non è un colosso qualsiasi: con i suoi 135mila dipendenti in 44 Paesi è di proprietà esclusiva della famiglia ed è guidata dall'«onnipotente» Ingvar Kamprad come fosse una setta: «C’è una legge non scritta per i vertici da Ikea: lealtà a Ingvar fino alla morte». L'83enne non rilascia quasi mai interviste e, nel caso, solo a giornalisti selezionati. Utilizza metodi da Stasi - accusa Stenebo -, ha una fitta rete di informatori che riferiscono per telefono o per fax direttamente nella residenza privata di Kamprad in Svizzera. E per i dipendenti non svedesi, che sarebbero chiamati «negri», sarebbe impossibile fare carriera.

Per il momento queste accuse, pesanti come macigni, non hanno trovato conferme né smentite. Quel che si sa è che Stenebo era dal 2008 a capo della divisione GreenTech, nata da pochi mesi con il compito di portare entro 2-4 anni sugli scaffali Ikea materiali ecologici come i pannelli solari. La multinazionale aveva annunciato l'investimento di oltre 50 milioni di dollari in cinque settori chiave da sviluppare in 250 punti di produzione: oltre al fotovoltaico, la conservazione dell’energia, il risparmio di risorse idriche, l'illuminazione alternativa e nuovi materiali. Chissà se in questa occasione il "guru" Kamprad metterà il naso fuori dal suo buen retiro per raccontare una diversa versione dei fatti?

11 novembre 2009

Nella villetta di Mister Ikea:
vi racconto la mia vita da tirchio

EPALINGES — «Che male c'è confrontare i prezzi sulle bancarelle e scegliere le cose più convenienti? O andare al mercato prima della chiusura, quando fanno gli sconti? Penso sia meglio passare per tirchi che buttare i soldi dalla finestra». Una legittima esternazione da modesto pensionato può assurgere a massima filosofica se a pronunciarla è uno degli uomini più ricchi del mondo, Ingvar Kamprad, più noto come «Mister Ikea» (fortuna personale stimata attorno ai 18 miliardi di euro), lo svedese che oltre 60 anni fa ha inventato l'omonima azienda, rivoluzionando su scala planetaria il modo di arredare e di abitare. L'ultimo bilancio Ikea parla d'un fatturato da 19,8 miliardi di euro (1,3 miliardi alla voce-Italia) in un tripudio di continua espansione territoriale e commerciale.
Ma di fronte a una tale opulenza di cifre lui non si scompone. Anzi, vive quasi da povero. Vestiti più da bocciofila che da alta finanza, vecchie macchine, voli economici su Easy-Jet e abbonamenti in metrò nelle grandi città. Insomma zero lusso, zero sprechi, zero clamori. I suoi eccessi? Qualche tempo fa si è permesso una Porsche. Ma poi forse si è pentito. «In genere, non voglio strafare né essere diverso dai miei clienti: ci tengo a dare il buon esempio. Ogni tanto mi piace regalarmi qualche bella camicia, qualche cravatta e adoro cenare con pesce del mare scandinavo». Come giorni fa, in occasione del suo compleanno: 82, portati bene nonostante la fluttuante simpatia per l'alcol.
Certo, un anziano ipermiliardario lo si immaginerebbe sempre sotto le palme in panama e bermuda. Invece il suo buen retiro, dignitosamente anonimo, è Epalinges, cantone svizzero di Vaud, 800 metri di altitudine, 7700 abitanti, 10 minuti di macchina da Losanna e dal suo freddo lago. Svizzera per via delle tasse, pensano molti. Ma non solo. Intanto Epalinges è circondata dalle foreste, richiamo non secondario per il figlio d'un guardaboschi che ha fondato un impero del legno. E poi consente di nascondersi, come il più tranquillo dei pensionati. «In fondo sono in pensione dall' 85», ama sdrammatizzare, mentendo perché all'Ikea non si muove foglia (di frassino o di abete) che lui non voglia.
Anche la casa rispecchia i parametri minimalisti del proprietario, che qui vive con la moglie Margaretha, da cui ha avuto tre figli, Peter, Jonas, Matthias (44,41,39 anni) tutti ormai inseriti, ma senza troppe coccole, nella vetta del gruppo. È un piccolo complesso di bungalow bianchi, vicino al golf. Due chiacchiere con i vicini sul tempo, che non è mai un granché ma fa niente, stradine strette, un bel silenzio nordico.
L'interno? Una rigorosa applicazione del catalogo aziendale che con i suoi quasi 170 milioni di copie in 24 lingue, passa per essere il testo più consultato al mondo dopo la Bibbia. Leggenda vuole che i suoi mobili il signor Ingvar se li monti, spartanamente, da sé, primo fondamento del credo ikeasco. Ai supermercati Migros e Coop (davanti all'hotel Union) le commesse lo vedono spesso con la moglie alle prese con sacchetti, borse e monetine. «Persona gentile, affabile - dicono - ma a vederlo, più simile a tanti altri signori anziani magari in difficoltà ad arrivare a fine mese che a un riccone». Questa dimensione casalingo-minimalista non gli impedisce però di viaggiare molto e mai per divertimento (ultima destinazione, Vietnam), di tastare il polso costantemente all’azienda e di mettere su tutte le decisioni il suo punto di vista. Che è sempre vincolante, anche perché raramente ha sbagliato obbiettivo. Altra massima: «Bisogna fare quello che si sa. Io sono abbastanza bravo a vendere mobili anche se sono anziano. Non sono il tipo da orto o da giardinetti ». Non ha tutti i torti.
Gian Luigi Paracchini
17 aprile 2008


Cucchi, l'altro detenuto: "Picchiato da due agenti nella cella del tribunale"

di Redazione

Roma - Il supertetsimone c'è e ha raccontato tutto ai magistrati. Stefano Cucchi sarebbe stato picchiato da almeno due agenti di polizia penitenziaria mentre era nella cella del palazzo di giustizia di Roma, in attesa del suo processo per direttissima. È la testimonianza resa ai magistrati da un immigrato clandestino di 31 anni, arrestato il 15 ottobre per stupefacenti. Sarebbe lui il testimone che il 3 novembre ha raccontato al pm Vincenzo Barba il pestaggio di Stefano Cucchi.

La ricostruzione Secondo il racconto dell’avvocato di S.Y., Francesco Olivieri, il 16 ottobre il suo assistito è in una delle celle del palazzo di giustizia, in attesa del processo. Di fronte alla sua c’è quella in cui viene rinchiuso Cucchi. È attraverso lo spioncino della sua cella che "in tarda mattinata" S.Y., allarmato dalle "grida" che sente, si affaccia e vede due agenti di polizia penitenziaria picchiare Cucchi che, uscito di cella per andare in bagno, non voleva più tornare in camera di sicurezza.

La sequenza Secondo il racconto del detenuto, che oggi si trova al Regina Coeli, Cucchi sarebbe stato colpito prima con due manrovesci che l’hanno gettato in terra, poi preso a calci mentre era steso sul pavimento. Infine trascinato in cella dagli agenti. Dopo i processi per direttissima, S.Y. e Stefano Cucchi vengono sistemati nella stessa cella. Qui, S.Y. avrebbe visto i lividi che gonfiano il volto di Cucchi. Infine, entrambi vengono portati al Regina Coeli, i polsi legati con le stesse manette. È in questo momento, sempre secondo quanto riferisce l’avvocato Olivieri, che Cucchi sussurra a S.Y.: "Hai visto questi bastardi come mi hanno ridotto?".





Vita eterna sul web: con Funeras la morte è 2.0

Il Messaggero



di Vincenza De Iudicibus

ROMA (10 novembre) - Vita reale e vita digitale. La prima, ahinoi, prima o poi finisce. E la seconda? Oggi siamo abituati a gestire con estrema naturalezza la nostra identità in rete: “cinguettiamo” su Twitter, pensiamo pubblicamente su Facebook. Condividiamo le nostre foto con Flickr e i nostri viaggi con Dopplr . Ma vi siete mai chiesti cosa succede all’identità virtuale di una persona defunta? Che fine fanno e come vengono gestiti messaggi privati, files, foto e video di una persona che non c’è più?

Il Time ha cercato di capire se esista la possibilità, per gli utenti dei social network, di predisporre una sorta di “testamento virtuale”. Ci sono, in effetti, alcuni servizi per gestire la vita online dopo la morte: siti come Legacy Locker ai quali consegnare le proprie volontà e che, a decesso avvenuto, si occupano di inviare le password dei nostri account e i files da noi selezionati a una persona di fiducia. È la logica con la quale sono nati spazi come Lastmessageclub, PartingWishes.com, LastWishes. Siti che, in alcuni casi, sono dei veri e propri social network in grado di ospitare la vita digitale dopo la morte.

Ed è proprio questa la logica su cui si basa Funeras.it. Una piattaforma creata in Italia da tre giovani della società Kasato, sulla quale lasciare pensieri ai propri cari dopo la morte, condividere emozioni con chi li ha conosciuti e farli vivere così in eterno sul web. L’obiettivo, spiegano i suoi ideatori, è diventare riferimento di tutti gli eventi funebri, offrire agli utenti servizi che diano risposta a un fenomeno ormai consolidato nel web, come quello delle pagine di Facebook dedicate ai defunti o dei blog nati per commemorare una persona scomparsa. Funeras è però anche un social network, un luogo di incontro tra le persone, un mezzo per rimanere in contatto e condividere ricordi, foto, amicizie.

Di sicuro una novità nel mare magnum di internet. E se dallo spirituale si passa ad aspetti puramente materiali, bisogna pur dire che la creazione di social network per i defunti è una pratica che ha grandi possibilità di sviluppo commerciale. Basti considerare la vetrina offerta alle imprese funebri, catalogate territorialmente e che hanno la possibilità di gestire un proprio spazio. Per non parlare della possibilità di rubare, in un immediato futuro, un’ampia fetta del mercato dei necrologi, ad esempio, ai quotidiani di carta.

Dal canto loro, i creatori di Funeras assicurano che la pratica del necrologio on-line non ha futuri sviluppi commerciale, e che la logica è quella di fornire anche ai meno abbienti la possibilità di pubblicare e creare il profilo del loro caro. Il guadagno per i gestori del sito verrà dalla pubblicità. Ma nel cimitero virtuale di Funeras, garantiscono, fama e ricchezza non contano. Ecco perché le epigrafi verranno messe in ordine cronologico, come a voler ricordare a tutti che …“A morte 'o ssaje ched'è?...è una livella”.

Mills, i giudici: "Corrotto dopo la testimonianza"

Milano - David Mills è stato condannato dai giudici della seconda sezione penale della Corte d’Appello di Milano per corruzione in atti giudiziari "susseguente" e non "antecedente" alle testimonianze, ritenute false e reticenti, che rese nell’intento di favorire Silvio Berlusconi. Lo spiegano le motivazioni della sentenza (depositata oggi) per cui il collegio d’Appello milanese, presieduto dal giudice Flavio Lapertosa, ha confermato la condanna di primo grado, come spiega la sentenza depositata oggi a Milano, scritta dal giudice Rosario Spina.

Le motivazioni della sentenza Secondo i consiglieri di Corte d’appello di Milano l’accordo illecito tra Mills e un emissario di Berlusconi si è concluso alla fine del 1999: dunque, non prima (come era stato ritenuto con la condanna di primo grado), ma dopo le testimonianze rese da Mills nei processi All Iberian e Arces. Gli elementi sono "un compenso di 600mila dollari e la promessa di tale compenso nell’autunno 1999. Elementi che - si legge nella sentenza - si collocano temporalmente in epoca successiva rispetto alle deposizioni testimoniali di Mills, e da essi non si può pertanto prescindere per valutare la qualificazione del tipo di corruzione". Nella sentenza si parla di una "promessa di Carlo Bernasconi (amico di Mills e figura manageriale del gruppo Fininvest ndr) che sicuramente è avvenuta nell’autunno 1999 e di un compenso che è disponibile successivamente a tale data".

Il momento del reato Il momento in cui si consuma il reato è il 29 febbraio 2000, "data in cui Mills si fa intestare le quote del Torrey Global Fund - rilevano i giudici - Di contro non vi è alcun dato che indichi che l’accordo sia intervenuto in epoca precedente alle dichiarazioni rese da Mills come teste". Il 29 febbraio del 2000 è quindi la data in cui la promessa fatta a Mills nel 1999 si realizza. "A ben vedere la data può non essere un caso - scrive il giudice Spina - La data del 29 febbraio 2000 è immediatamente successiva al momento in cui si è celebrata la fase di appello del processo, in cui Mills è stato assunto come teste, e proprio successivamente a tale celebrazione, quando la Corte ha deciso di non rinnovare il dibattimento, si ha la certezza che lo stesso non dovrà essere più sentito come teste, e quindi la vicenda si può considerare conclusa".

Lo scontro sui vantaggi I consiglieri d’Appello non hanno accolto neanche la tesi della difesa secondo cui Mills non potrebbe essere condannato, perché la sua testimonianza non avrebbe prodotto alcun vantaggio a Silvio Berlusconi. "E' necessario - conclude la sentenza - che la condotta sia stata semplicemente finalizzata a produrre un vantaggio indipendentemente dal fatto che questo si sia prodotto. Il fatto che Berlusconi non sia stato assolto non ha rilievo. Mills stesso ha ammesso apertis verbis di avere comunque evitato a Berlusconi un mare di guai con la sua deposizione".

I termini di prescrizione Il termine di prescrizione del reato di corruzione per l’avvocato inglese David Mills scadrà l’11 aprile 2010. Poichè dalla data del deposito della sentenza (oggi 11 novembre 2009) decorrono trenta giorni per il ricorso in Cassazione, è possibile che la Corte Suprema decida definitivamente prima dello spirare del termine di prescrizione e che la condanna di Mills, se ulteriormente confermata, diventi definitiva. Un esito del genere potrebbe essere impedito dall’eventuale abbreviazione per via normativa dei termini di prescrizione. In ogni caso il passaggio in giudicato della sentenza di condanna di Mills non potrebbe produrre alcune effetto giuridico a carico di Berlusconi, che è rimasto formalmente estraneo al processo in virtù del Lodo Alfano. Le future vicende legate al processo a carico del premier, che ora riprenderà in primo grado a Milano, potrebbero forse essere condizionate dalla riforma della giustizia ora allo studio, sia che si traduca nella riduzione dei termini di prescrizione sia che si risolva nell’abbreviazione dei tempi di durata dei singoli gradi di giudizio.



Londra, arrestato pilota United Ubriaco alla guida di un Boeing

di Redazione

 

Londra - Voleva pilotare un Boeing 767 da Londra a Chicago ubriaco. La United lo ha bloccato a Heatrow, lunedì sera, a imbarco effettuato, mentre si era già messo ai controlli del velivolo. La compagnia aerea ha annunciato oggi di aver sospeso il comandante, arrestato a Londra con l’accusa di stare per mettersi ubriaco al comando di un Boeing 767 con a bordo 124 passeggeri e 11 membri dell’equipaggio. L’episodio è avvenuto lunedì, prima che il volo 949 partisse per Chicago. I passeggeri sono stati poi fatti partire a bordo di altri voli.

L'arresto Il pilota 51enne, il cui nome non è stato diffuso, è stato arrestato all’aeroporto londinese di Heathrow e poi liberato su cauzione in attesa dei risultati dei test alcolemici, secondo quanto riferito dal portavoce della polizia metropolitana di Londra, Simon Fisher che non ha fornito altri dettagli. United, divisione di Ual Corp, ha fatto sapere che il pilota è stato sospeso. "La sicurezza è la nostra massima priorità e il pilota è stato sospeso dal servizio mentre noi stiamo collaborando con le autorità ed effettuando un’indagine approfondita" ha spiegato Megan McCarthy, una portavoce di Ual. "La policy sugli alcolici di United è tra le più severe del settore e c’è tolleranza zero per le violazioni" ha precisato.


Morta a 113 anni, era la «nonna» d'Italia

Corriere della Sera

Ida Frabboni era nata a Bologna il 4 ottobre 1896

BOLOGNA - È morta a 113 anni Ida Frabboni, la donna più anziana d'Italia. Era nata il 4 ottobre 1896, aveva tre figli, rimasti accanto a lei fino alla morte, avvenuta il 2 novembre. La notizia del decesso è stata data da quotidiani bolognese. Nonna Ida era la seconda donna più vecchia d'Europa e la tredicesima nel mondo. Ora la nuova decana d'Italia è Venere Pizzinato, di Verona, che si avvia a compiere a sua volta 113 anni. Il nome di Ida Frabboni si trova anche sui siti dei ricercatori americani del Gerontology Research Group. Nel mondo oggi ci sono 75 persone che hanno superato i 110 anni, secondo i ricercatori americani, e tra loro 71 sono donne.



Cucchi e quei 35 minuti giù al garage

Il Tempo

La prima discussione in prigione, i segni sul viso, il calcio alla sedia durante l'udienza e la mezz'ora di "buio" tra i detenuti e le guardie carcerarie.

Le celle sono «giù al garage», nel sotterraneo del tribunale. I detenuti in attesa della direttissima arrivano scortati dagli «operanti», quelli che hanno proceduto all’arresto, e vengono sistemati nelle celle, poi salgono in aula quando viene chiamato il giudizio. Così Stefano Cucchi il giorno del processo, dopo la notte trascorsa nella caserma dei carabinieri di Tor Sapienza, finito lì perché le camere di sicurezza della Stazione Appio erano piene. Lì, «giù al garage», finì quel ragazzo di 42 chili prima e dopo l’udienza.

Un testimone, un altro detenuto, ora avrebbe parlato col pm Vincenzo Barba, avrebbe detto di aver visto il pestaggio. Una sola persona dunque: poco, considerando che le celle di piazzale Clodio, dove presta servizio un’aliquota ad hoc della polizia penitenziaria, sono un continuo via vai di arrestati, poliziotti, carabinieri, gente che sale, che scende dal processo, attende il trasferimento in carcere, arriva da fuori per essere registrata all’accettazione. A conoscere i locali, bisogna dire poi che le celle sono «all’americana».

Da un portone blindato si accede a un corridoio sul quale affacciano una decina di stanze con le sbarre. Niente spioncino, niente porte chiuse dunque, ma celle aperte, lunghe e strette, in cui tutti possono vedere tutto. Quando arriva, Stefano sta bene: è agitato, ovvio, ma si aspetta, se non la scarcerazione, almeno i domiciliari. Venti grammi di stupefacente sono un’accusa da nulla, al limite dell’uso personale. E però già qui ci sarebbe un primo alterco, forse una discussione con qualcuno, impossibile dire per ora se si tratti di guardie carcerarie o altri detenuti.

In aula però sta bene. Il viso è segnato, ci sono dei segni di percosse - forse dopo il primo litigio? - ma nulla a che vedere con le foto che lo ritraggono sei giorni dopo e i referti che parlano di mandibola spaccata, vertebre rotte, lividi e contusioni ovunque. No, in aula sta bene, questo ragazzo magrissimo di costituzione: magro come la sorella Ilaria del resto; non anoressico come qualcuno ha voluto dire. Ma proprio in aula accade qualcosa di cui pochi finora hanno parlato. Stefano tutto si aspetta tranne che il carcere, a difenderlo non trova l’avvocato di fiducia che pure aveva richiesto, Stefano dà in escandescenze e prende a calci una sedia, racconterà poi il padre Giovanni. Impossibile farlo con le vertebre rotte. Comunque il giovane viene bloccato, l’udienza è finita, e viene portato via. Viene portato di nuovo «giù al garage».

Sono le 13.30 quando il detenuto scende, e lo fa con le sue gambe. Sono le 14.05 quando viene chiamato il medico della Asl che segnala le prime «anomalie», segni di un pestaggio che Stefano - ancora rinchiuso nelle celle e dunque certo non libero di esprimersi - avrebbe liquidato come «una caduta dalle scale». Il condizionale è d’obbligo, in una vicenda del genere. Quel che è certo è che in mezzo ci sono 35 minuti di buio sui quali la magistratura sta provando a far luce. Possono le intemperanze di Stefano aver dato il pretesto a usare la mano pesante? Può esser capitato nei sotterranei di un tribunale della Repubblica quello che un audio «rubato» col cellulare ha documentato accadere nel carcere di Teramo? «Il detenuto si massacra sotto, non in sezione», diceva una voce di quella registrazione. E a Roma un detenuto dove si massacra? Forse «giù al garage»?


Alfredo Vaccarella

11/11/2009



Giustiziato il cecchino di Washington

Corriere della Sera

Iniezione letale per John Allen Mohammed nel penitenziario di Jarret in Virginia

John Allen Mohammed

WASHINGTON – John Allen Mohammed, il cecchino di Washington, è stato giustiziato con un’iniezione letale nel penitenziario di Jarret, Virginia. Responsabile dell’omicidio di 10 persone, il killer è andato in silenzio incontro alla morte rinunciando al diritto di dire qualcosa. Testimoni dell’esecuzione diversi familiari delle sue vittime, colpite a tradimento mentre si recavano al lavoro, erano dal benzinaio o entravano in un locale. Persone scelte a caso e poi freddate con un fucile di precisione. Una caccia folle che dal 2 al 24 ottobre 2002 getta nel panico una vasta area attorno alla capitale americana. Uccisioni eseguite da Mohammed con il complice Lee Boyd Malvo, condannato all’ergastolo.

LA PREPARAZIONE – Il direttore del carcere, secondo regolamento, ha tenuto aperta una linea telefonica con l’ufficio del governatore. Ed ha chiesto se ci fossero “motivi contrari all’applicazione della sentenza capitale”. La risposta è stata negativa. Il governatore – lo aveva annunciato – non ha fermato il boia. Alle 20.58 di martedì sera, Mohammed è entrato nella camera della morte tenendo la testa chinata. Indossa una camicia e un paio di jeans, ai piedi le ciabatte di plastica. Protetti da un vetro seguono le sue mosse 27 testimoni, divisi in due stanze: sono i parenti delle vittime, tre giornalisti e un buon numero di poliziotti. Mohammed appare “calmo”, senza emozioni.

L’ESECUZIONE - Le guardie immobilizzano il condannato sul lettino, preparano gli aghi delle tre iniezioni: la prima per addormentarlo, la seconda per ridurre il respiro, la terza per provocare un arresto cardiaco. Lui osserva i movimenti, poi guarda verso il soffitto. Alle 9.06 inizia l’esecuzione: gli iniettano un sedativo. Alle 9.07 impallidisce, il respiro diventa difficile. Alle 9.08 perde i sensi. Alle 9.11 è dichiarato morto, “senza complicazioni”.

I TESTIMONI – Escono i reporter, poi i familiari. Alcuni sono contenti per aver visto morire un assassino spietato e se fosse stato loro concesso si sarebbero sostituiti al boia. Ma, al tempo stesso, resta il dolore perché la fine di Mohammed non chiude la ferita che portano nel cuore. Uno aggiunge: “Perché ci è voluto tanto tempo per giustiziarlo?”. E un altro, risponde così a chi gli chiede come gli è sembrato Mohammed: “Sicuramente è morto in modo più tranquillo delle persone che ha ucciso”.

IL KILLER – Veterano della prima guerra del Golfo, vicino alle posizioni dei musulmani neri estremisti di Farrakhan, Mohammed è in pessimi rapporti con la ex moglie a causa della custodia dei figli. Malvo sostiene che il piano iniziale del complice è uccidere persone a caso per creare confusione e poter rapire i tre figli. Poi aggiunge che Mohammed spera di estorcere del denaro alle autorità. Un bottino con il quale costruire una comunità di giovani “puri” in Canada, ragazzi da addestrare per seminare il terrore nelle città Usa. Il killer modifica la sua auto in modo da poter sparare dal baule e poi parte per la sua “campagna” insieme all’allora minorenne Malvo. Agiscono in Virginia, nella Montgomery County (nord ovest di Washington) e in altre località del Maryland. Si appostano sulla vettura, poi è Mohammed ad aprire il fuoco su chi capita e dove capita. I morti saranno 10, sedici i feriti. Il killer non ha espresso rimorso – neppure negli ultimi istanti di vita – e non ha mai ammesso di essere il responsabile dei delitti. Guido Olimpio
11 novembre 2009

Nevicata artificiale a Pechino imbiancata la capitale cinese

Quotidianonet

La seconda violenta nevicata della stagione sarebbe stata indotta bombardando le nuvole con cristalli chimici, una tecnica che può aumentare le precipitazioni fino al 20 per cento. Ma la notizia torna a sollevare il dibattito sui rischi che comporta sfidare la natura
notizia torna a sollevare il dibattito sui rischi che comporta sfidare la natura
Pechino, 11 novembre 2009 -

Gli scienziati cinesi avrebbero provocato artificialmente
la seconda violenta nevicata della stagione su Pechino e la notizia torna a sollevare il dibattito sui rischi che comporta sfidare la natura. Dopo la prima imbiancata del 1 novembre, la capitale è stata di nuovo coperta di bianco stamane, e i metereologi hanno già annunciato che continuerà a nevicare nei prossimi tre giorni.

Ma secondo il China Daily, che cita una fonte anonima, la neve è stata indotta artificialmente bombardando le nuvole con cristalli chimici, una tecnica che può aumentare le precipitazioni fino al 20 per cento. Nessun commento però dall’Ufficio cinese deputato alla "Modifica delle Condizioni Atmosferiche



Spagna, avvocato con il velo cacciato dall'aula del tribunale

Libero

Un avvocato spagnolo è stato allontanato da un'aula di tribunale a Madrid perchè indossava il velo. La donna, di origine marocchina, ha presentato una denuncia al Consiglio Superiore della magistratura per 'discriminazione' e 'abuso di potere' da parte del giudice. Lo riporta il quotidiano spagnolo El Pais. Secondo la legge, i legali devono indossare la toga ma non è vietato coprirsi i capelli: infatti la donna aveva assistito finora ad una decina di processi, indossando il velo senza alcun problema.

La notte di Halloween

Come si pronuncia Halloween?


La pronuncia corretta è: hallo-uiin facendo sentire l'acca aspirata davanti.

Perchè Halloween si festeggia la notte del 31 ottobre? Perchè i colori tipici sono arancio e nero?

La parola "Halloween" ha lontana origine anglosassone; si fa risalire alla tradizione della chiesa cattolica e deriva probabilmente da una contrazione della frase "All Hallows Eve" ovvero la notte di ognissanti festeggiata il 31 ottobre, data che nel quinto secolo avanti Cristo nell'Irlanda celtica coincideva con la fine dell'estate: in questa ricorrenza - chiamata Samhain (pronunciata soueen) - i colori tipici erano l'arancio per ricordare la mietitura e quindi la fine dell'estate ed il nero a simboleggiare l'imminente buio dell'inverno.

Come e dove è nata la festa di Halloween?

Narra la leggenda che gli spiriti erranti di chi è morto durante l'anno tornino indietro la notte del 31 ottobre in cerca di un corpo da possedere per l'anno successivo. I Celti credevano che in questa magica notte tutte le leggi fisiche che regolano lo spazio e il tempo venissero sospese, rendendo possibile la fusione del mondo reale e dell'aldilà.
Ovviamente i vivi non volevano essere posseduti! Perciò i contadini dei villaggi rendevano le loro case fredde ed indesiderabili spegnendo i fuochi nei camini e rendevano i loro corpi orribili mascherandosi da mostri gironzolando tra le case per far scappare di paura tutti gli spiriti che incontravano!
Un'altra spiegazione del perché i Celti spegnessero ogni fuoco non risiede nello scoraggiare la possessione dei loro corpi, ma nel fatto che riaccendessero ogni focolare prendendo la fiamma da un unico gigantesco fuoco druidico che veniva acceso nella notte del 31 ottobre nel mezzo dell'Irlanda a Usinach.
I Romani fecero loro le pratiche celtiche. Ma con l'andare del tempo svanì la paura di essere posseduti dagli spiriti e rimase solo la tradizione di travestirsi.
La festa di Halloween venne portata negli USA intorno al 1840 dagli emigranti irlandesi che fuggivano dalla carestia di patate che aveva colpito la loro patria.

Chi è Jack-o-lantern e perchè si scavano le zucche?

La tradizione di Jack-o-lantern deriva probabilmente dal folklore iralndese. Narra la leggenda che un uomo di nome Jack, noto baro e malfattore, ingannò Satana sfidandolo nella notte di Ognissanti a scalare un albero sulla cui corteccia incise una croce intrappolandolo tra i rami. Jack fece un patto col diavolo: se non lo avesse più indotto in tentazione lo avrebbe fatto scendere dall'albero. Alla morte di Jack, continua la leggenda, gli venne impedito di entrare in paradiso a causa della cattiva condotta avuta in vita, ma gli venne negato l'ingresso anche all'inferno perché aveva ingannato il diavolo. Allora Satana gli porse un piccolo tizzone d'inferno per illuminare la via nella tremenda tenebra che lo attorniava. Per far durare più a lungo la fiamma Jack scavò un grosso cavolo rapa e ve la pose all'interno.
Gli irlandesi usavano in origine i cavoli rapa ma quando nel 1840 arrivarono negli USA scoprirono che le rape americane erano piccole, ma anche che le zucche erano più grosse e più facili da scavare dei cavoli rapa. Ecco perché a tutt'oggi Jack-o-lantern è una zucca intagliata al cui interno è posata una lanterna.

Samhain

La tradizione di Halloween risale allo Samhain (sow-en), la celebrazione dell'anno nuovo presso l'antico popolo celtico. Samhain, che tradotto significa "la fine dell'estate," cadeva nel periodo alla fine di Ottobre, quando il cima diventava più freddo. Samhain stabiliva il cambiamento di stagione.
I Celti, che formarano una vera e propria società intorno all'anno 800 D.C. erano un popolo dedito all'allevamento. Quando cominciava a far freddo, i pastori portavano il loro bestiame a valle. Questo spostamento era di grande rilevanza sociale. Nei mesi invernali infatti, si stava a casa, facendo lavori manuali e passando molto più tempo insieme. Samhain portava anche l'ultimo raccolto dell'anno, evento festeggiate contemporaneamente in molte diverse culture.
Secondo la tradizione Celtica i momenti di transizione tra due stati (come il cambio di stagione appunto) avevano particolari poteri magici. Samhain era il più grande ed importante momento di transizione dell'anno -- cambiamento climatico e spostamento della popolazione. I Celti credevano che questo momento magico potesse aprire una sorta di connessione con il mondo dei morti -- coloro cioè che avevano fatto esperienza dell'ultima transizione, quella tra la vita e la morte. Si credeva infatti che durante il Samhain mondo dei vivi fosse in stretto contatto con quello dei morti, e che gli spiriti dei morti viaggiassero nuovamente sulla terra. Molte delle attività svolte durante Samhain riguardavano proprio questa credenza ed oggi si sono sviluppate in vere e proprie tradizioni di Halloween.
I Celti non scrivevano le loro tradizioni, ma le tramandavano oralmente, così che di generazione in generazione le leggende e le credenze si arricchivano di nuovi particolari.

Trick-or-treating: dolcetto o scherzetto

Durante il Medioevo, una pratica popolare per Ognissanti era la preparazione della "soul cake," (torta dell'anima) un semplice dolce fatto di pane con una decorazione di uva sultanina o ribes. Nella tradizione chiamata "souling," i bamibini andavano di porta in porta chiedendo un pezzo di torta, proprio come nel moderno trick-or-treat. Per ogni fetta di torta ottenuta, ciascun bambino doveva dire una preghiera per l'anima di un parente defunto, o per un parente di chia veva dato loro la torta in questione. Le preghiere dei bambini dovevano servire alle anime dei defunti per trovare l'uscita dal purgatorio e arrivare così al paradiso. I bambini cantavo anche la canzone della 'soul cake' , così come oggi ci sono filastrocche del tipo "Trick-or-treat, trick-or-treat, give me something good to eat." (Dolcetto o Scherzetto, dammi qualcosa di buono da mangiare).
Una versione della canzone diceva:
A soul cake!
A soul cake!
Have mercy on all Christian souls, for
A soul cake!
(Abbi pietà per tutte le anime Cristiane per una torta dell'anima)
Ci sono evidenze di attività come 'trick-or-treat' nelle tradizioni Celtiche. Alcuni storici dicono che I Celti si travestivano in modi spaventosi e sfilavano per le strade per scacciare gli spiriti vagabondi fuori dalla loro città. Inoltre, i bambini Celti andavano di casa in casa per raccogliere legna, per formare un enorme falò al centro della cittadina. Quando il falò bruciava ogni altro fuoco doveva essere spento, per essere poi riacceso con una fiamma proveniente dal falò di Samhain del villaggio, come simbolo di comunione e collegamento tra tutti gli abitanti.
Molte delle tradizioni celtiche di Samhain avevano a che fare con la celebrazione dei propri dei. Ci si vestiva come gli dei celti durante le celebrazioni, e si andava di casa in casa a chiedere cibo da offrire alle deità. E' documentato che per i Celti, Samhain era strettamente legato all'offerta di cibo agli spiriti. Probabilemte c'erano anche sacrifici di animali, ed alcuni sotrici riferiscono anche di sacrifici umani.

Tradizioni americane


Dal 1800, quando gli immigranti Irlandesi e Scozzesi portarono le loro tradizioni di Halloween nel Nord America, la festività si è evoluta enormemente. Le celebrazioni collegate alle feste do Ognissanti e Il Giorno dei Morti (All Saints' Day e All Souls' Day in ingelse) sono diventate marginali, per lasciare il posto a celebrazioni pagane all'insegna del divertimento collettivo.
Per i più piccoli, la parte più importante e divertente è il travestirsi ed uscire per il consueto "trick-or-treat" facendo porta a porta. Praticamente tutti partecipano all'evento negli USA e in Canada, e chi non lo fa rischia dei piccolo atti vandalici (il "treat", appunto). Anche molti adulti si travestono ed escono con i più piccoli, per accompagnarli e per divertirsi a loro volta.
Durante tutto il mese di Ottobre ci sono moltisssime attività dedicate ad Halloween. Queste tradizioni conservano lo spirito di Samhain, pauroso e sovrannaturale. Gli Americani hanno poi aggiunto una buona dose di film dell'orrore, storie di fantsmi e riunioni attorno ad un'Ouija board. Inoltre, biglietti e decorazioni sono importantissimi af Halloween. Questa festa è seconda solo al Natale per vendite e acquisti.

Tradizioni popolari italiane

In Veneto si dice "Suca Baruca": la festa non è solo celtica. Fino all' inizio degli anni sessanta la zucca illuminata era esposta in tutte le case, oppure erano celti anche i veneti?
A Giovinazzo (BA), alla mezzanotte del 31 Ottobre davanti alle fotografie dei defunti si appongono dei ceri che resteranno accesi per tutta la notte affinchè la loro luce guidi i nostri cari defunti nelle nostre case.
In questa unica notte dell'anno loro vengono a trovarci e noi prepariamo loro un banchetto con quelli che sappiamo essere i loro cibi preferiti.
In Lombardia, nei dintorni del Lago di Como è tradizione fare dei falò e lasciar rotolare dai pendii delle colline ruote di carro e balle di fieno incendiate. Queste usanze, di chiara derivazione celtica ricorrono (anche se ormai si vanno perdendo) più di una volta l'anno, una delle quali in autunno, più o meno in corrispondenza del giorno di ognissanti.
(n.b.: riporto questa tradizione così come mi è stata descritta qualche anno fa da una persona abitante di quei luoghi)
Inoltre in Lombardia è usanza mangiare dei dolci particolari per la ricorrenza dei defunti, chiamati appunto "pan dei morti".
Anche a Milano e in Brianza si usava, un tempo di intagliare delle zucche arancioni per inserirvi le candele sul fondo ed andare in giro a spaventare le vecchiette, andando anche di casa in casa a chiedere del cibo: noci, nocciole, castagne.
Queste zucche venivano chiamate "Lumere".
Si festeggiava proprio a fine ottobre per tre giorni: 30, 31 ottobre, 1 novembre.
A casa si dovevano lasciare una ciotola di latte, un bicchiere di vino rosso e del cibo, per i defunti, sul davanzale delle finestre.
In Romagna, terra di Galli (e quindi Celti, credo), persistono usanze, soprattutto nellecampagne, legate all'antichità, quando si pensava che nella notte di Shamain il mondo dei vivi toccasse per un istante quello dei morti e fosse possibile vedere i propri cari defunti camminare fra di noi. Nel passare alla cultura cristiana, e ancora oggi, durante l'Ottavario dei morti (settimana di preghiere speciali per i defunti) si usa accendere ceri in casa, davanti alle immagini dei propri defunti, spesso utilizzando le candele benedette per la Candelora (festa di presentazione di Gesù al tempio, nel mese di Febbraio.).


Corona: "Se condannato scappo in Sud America"

di Redazione

Milano - Pronto alla fuga. "Non mi pento di nulla, non chiedo scusa a nessuno. E credo che il processo non finirà bene. Finirà molto bene. Ma se mi condannano scappo in Brasile. Perdere Belen sarebbe una perdita immensa. Lei e Carlos sono gli unici sorrisi in una vita fatta di m… e di lavoro". In un’intervista al settimanale "Oggi", in edicola da domani, Fabrizio Corona annuncia la sua intenzione di non rispettare le conseguenze penali di un'eventuale condanna (al processo in primo grado, in corso a Milano, il pm ha chiesto 7 anni e 2 mesi di reclusione).

Nel cast di 007
A "Oggi", Corona confida anche quella che per lui è più che una speranza: entrare nel cast del prossimo film di 007: "I produttori mi hanno visto in Videocracy (il documentario di Erik Gandini sulle miserie della Tv italiana, ndr) ho fatto una grande impressione, dicono che sono un attore nato. Mi hanno spedito la sceneggiatura e un coach con cui mi alleno due ore al giorno. Siamo agli ultimi provini, ce la farò. Interpreterò uno dei cattivi. È una parte vera, con tante "pose", mica le comparsate che hanno fatto la Cucinotta e la Murino". E alla domanda se ha già provato a piazzare Belen come Bond Girl, Corona risponde: "La porto a tutte le cene coi produttori: non possono non rimanerne colpiti. Però la carriera se la sta fabbricando da sola. E benone, direi". Poi punzecchia l’ex della sua fidanzata: "In settimana firmo e divento presidente della Sangiustese, squadra marchigiani di C2, i tifosi sono già in delirio. E sa quale sarà il mio primo colpo di mercato? Compro Borriello".



C'è la crisi, Zecchino D'oro a rischio: «Inseritelo nel contratto di servizio Rai»

Corriere di Bologna


Da gennaio 2010 il Centro di produzione dell’Antoniano non ha prospettive: la Rai da anni ha tagliato i programmi

 

Il calciatore Damiano Tommasi in un'edizione dello Zecchino


Il calciatore Damiano Tommasi in un'edizione dello Zecchino. La crisi non risparmia lo Zecchino d'Oro e l'Antoniano. E se la prossima edizione del festival canoro dei bambini andrà regolarmente in onda (su Rai 1 dal 17 al 21 novembre), il futuro delle produzioni dell'Antoniano e dello stesso Zecchino è a rischio.

Da gennaio 2010 il Centro di produzione radio-televisivo dell’Antoniano non ha prospettive, visto che la Rai da alcuni anni ha tagliato progressivamente i programmi affidati alla struttura creata dai frati minori. E nulla è in programma per il prossimo anno fino alla successiva edizione dello Zecchino.

Per questo la Cisl di Bologna assieme alla Fistel, il sindacato di categoria, lancia l’allarme: «Non solo è a rischio il posto di dieci dipendenti del centro e di un centinaio di persone che lavorano nell’indotto, ma anche la sopravvivenza dell’Antoniano e dello stesso Zecchino, che fa parte della storia della televisione italiana alla pari del festival di Sanremo».

LA RAI - La Cisl chiede pertanto al Governo che «il rapporto tra la Rai e l’Antoniano venga consolidato inserendolo nel contratto di servizio tra il servizio radiotelevisivo pubblico e lo Stato», in via di rinnovo.

Il sindacato lancia quindi una petizione popolare per chiedere alle istituzioni e alla Rai di «impegnarsi fattivamente per la salvaguardia della produzione culturale italiana che, da oltre 50 anni, si è evidenziata tramite lo Zecchino d’oro e l’Antoniano di Bologna» (per aderire via e-mail: salviamolozecchino@cisl.it).

«Lo Zecchino fa parte delle vicende culturali del nostro Paese da 52 anni - ricorda Alessandro Alberani, segretario della Cisl di Bologna - basti nominare Mago Zurlì, Topo Gigio e la stessa Mariele Ventre», la compianta direttrice del Piccolo coro dell’Antoniano.

L'ANTONIANO - «La Cisl ha colto un grido di allarme che i nostri dipendenti hanno cercato di lanciare su una situazione lavorativa che non è rosea per loro e neanche per noi». Frate Alessandro Caspoli, direttore dell’Antoniano, conferma le preoccupazioni espresse dal sindacato. È da anni, spiega frate Caspoli, che il centro di produzione vede calare l’occupazione annuale: dai nove mesi del 2001 all’attuale mese e mezzo. «Se continua così il futuro è abbastanza incerto - afferma -, sarebbe importante che in città, nelle istituzioni e anche a livello nazionale ci fosse la sensibilità per capire che l’Antoniano è una realtà non solo locale ma un centro di propulsione di un certo tipo di valori legati all’infanzia e alla famiglia».

IL COMUNE - Palazzo D’Accursio si schiera al fianco del centro di produzione tv. «Sono molto d’accordo con il sindacato - afferma Luciano Sita, assessore al Patrimonio culturale del Comune - e chiederemo di fare un approfondimento sulla situazione, perchè mi sembra che si profili una crisi aziendale per il centro di produzione tv. Io sono anche per sostenere l’idea - aggiunge l’assessore - di dare più soldi all’Antoniano e meno a Sanremo».

LO ZECCHINO - Il centro tv dell’Antoniano, dai primi anni ’90 fino al 2001, ha curato una produzione televisiva «di vaste proporzioni», ricordano Cisl e Fistel: dai vari programmi dedicati alla festa del mamma e ad altre ricorrenze fino alla «Banda dello Zecchino», un contenitore televisivo per ragazzi trasmesso da Rai 1per diverse stagioni.

Tanto che in quegli anni i frati minori dell’Antoniano decisero un potenziamento della struttura, che a detta degli stessi lavoratori «è una perla», con investimenti continui per l’aggiornamento tecnologico e corsi di formazione. Ma poi «la richiesta di produzione da parte della tv di stato si è affievolita sempre più fino a ridursi alle semplici giornate del concorso canoro: si è passati da 200 ore di programmi tv all’anno ad appena 15».

Eppure lo Zecchino può vantare titoli internazionali (il Piccolo coro è ambasciatore Unicef e lo stesso Zecchino è considerato dall’Unesco «Patrimonio per una cultura di pace») ed è sostenuto persino dalla presidenza della Repubblica (nel 2009 Giorgio Napolitano ne è diventato «sostenitore», considerandolo «uno dei più significativi eventi per l’infanzia in Italia»).


09 novembre 2009


La sinistra fa 10 domande a Di Pietro

di Paolo Bracalini

Siamo al redde rationem tra dipietristi? Una cosa è certa: con almeno un anno di ritardo anche la sinistra filodipietrista di Micromega si è accorta che nel partito di Di Pietro qualcosa, molto, non va affatto bene. In più, aggiungici il gioco di sponda, non molto limpido, con De Magistris, l’anti-Di Pietro dell’Idv, e la frittata è fatta. Mentre Tonino si sbraccia per dire che con l’altro ex pm è solo amore (manca solo che vadano a letto insieme, ha precisato Di Pietro), che non c’è nessuna scissione in atto, che chi se ne va è un traditore e fa bene ad andarsene perché «non rispetta il programma», l’ala che guarda a De Magistris lo piccona a ritmo continuo. Prima le sferzate dell’amico Beppe Grillo, elettore di De Magistris, poi la fronda via web e non solo lì, poi gli articoli su Micromega, ora le dieci domande a Di Pietro, sempre sul mensile del filosofo già marxista Flores D’Arcais. Risponderà a queste domande Di Pietro, visto che a quelle del Giornale (almeno due dozzine) non ha mai risposto? Sì, lo ha fatto laconicamente ieri, dicendo che il partito si è «aperto» perché la classe dirigente «verrà eletta, al congresso Idv di febbraio». Questione tutta da vedere, in verità.


Intanto Di Pietro ha un’altra grana, in un momento non certo tranquillo della sua carriera di leader, visto che ogni settimana deve registrare dimissioni e fughe, anche di ex fedelissimi. In Molise, nel suo Molise, scappano in quaranta, tra dirigenti e funzionari dell’Idv, tra cui l’ex candidata (prima dei non eletti) in Europa, Erminia Gatti, il coordinatore dei giovani dell’Idv Andrea Romano, già pupillo di Di Pietro, e l’amico storico Peppino Astore, senatore eletto con l’Idv e nuovo acquisto del gruppo Misto. «Nell’Idv manca un progetto politico - ha scritto Astore nella lettera d’addio a Di Pietro -. Da un lato si invoca il rispetto dei principi mentre dall’altro si ricerca ogni volta motivazioni e argomentazioni per aggirarli». Detto dall’ex braccio destro di Di Pietro in Molise fa un certo effetto, anche se il leader reagisce come sempre: volete andarvene? Meglio così, anzi, «perché non parliamo dei duecento che, invece, in queste settimane sono venuti da noi?».


Ma il problema rimane, eccome. Forse per questo, paradossalmente, Di Pietro stretto tra il pressing della sinistra girotondina e il partito che si spezza, «apre» (con molte virgolette) al nemico. «Su lavoro e disoccupazione siamo pronti a lavorare col governo - ha detto ieri a una tv locale di Milano -. Anche sulla giustizia. Sono stato il primo a dire che non funziona e va riformata. I processi sono troppo lunghi, ho presentato 21 disegni di legge su questo». Via libera alla riforma della giustizia del Pdl, da Di Pietro? Non scherziamo, però anche questa millimetrica apertura fa effetto.

Ma torniamo a Micromega e alle sue dieci domande (un numero magico ormai in politica). I due compilatori del decalogo sono simpatizzanti dell’Idv in salsa grilliana, Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso dalla mafia, e Andrea Scanzi, giornalista. Per la verità alcune domande sono retoriche. Come quando si chiede se nell’Idv, finora raccoglitore di delusi e riciclati, verrà mai il tempo dell’appartenenza. O come quando si domanda se «il processo avviato per fare veramente diventare Idv il partito della Giustizia, della Legalità, della Società Civile proseguirà e arriverà a compimento». Più insidiose le questioni sullo zoppicante codice etico interno, che esclude la candidabilità dei condannati, ma solo con sentenza definitiva, perché altrimenti potrebbe diventare un problema anche per loro. Poi il caso di Amerigo Porfidia, deputato, indagato «non per il 426 bis, ma per un “banalissimo abuso d'ufficio” come sindaco», dice Di Pietro, è il motivo per un’altra domanda dei micomeghisti: non potremmo fare a meno, caro leader, di chi è indagato anche solo per «banalissimi abusi d’ufficio»?. Il trasformismo di molti parlamentari del partito, la diarchia di due ex magistrati, l’ossessione anti-Berlusconi come unica linea politica, la poca democrazia interna, i candidati vip delle Europee come specchietto per le allodole: tutte domande che adesso, con lieve ritardo, disturbano anche le filosofiche notti di Flores D’Arcais.

Non, però, quelle di Di Pietro. Almeno a parole. Ieri il leader ha fatto ancora la voce grossa, annunciando referendum contro il nucleare (l’ambiente è l’ultima scoperta di Di Pietro) e spiegando di non porsi «limiti» per le prossime regionali, che tenterebbero anche lo stesso Di Pietro, come candidato in Lombardia, «se ci fossero le condizioni». Ma siccome le condizioni non ci sono, si guarda ai voti e alle pedine da muovere (l’ex leghista Alessandro Cè a Brescia). Alle regionali di primavera Tonino aspira a diventare nientemeno che «un punto di riferimento per chi è stanco dei soliti partiti: 8%, 10%, 15%. Non poniamo limiti». Ma per ora i limiti glieli pongono gli altri, i suoi prima di tutto.

Muezzin stonati. Il Cairo corre ai ripari: voce registrata

Il Messaggero

IL CAIRO (9 novembre) - È giro di vite al Cairo per i muezzin stonati o dalla voce roca. Presto infatti l'invito alla preghiera in quattromila moschee della capitale egiziana risunonerà a una sola voce. Il ministero egiziano degli Affari religiosi ha deciso di dare attuazione a un progetto di due anni fa, che prevede l'adozione del richiamo unificato, eseguito in tutte le moschee tramite la voce registrata del defunto sheykh Muhammad Rafaat, molto amato dai fedeli.

Lo riferisce oggi il sito del canale satellitare Al-Arabiya, dal quale si apprende che questo passo nasce dall'esigenza di «eliminare le voci roche e antipatiche per sostituirle con una voce soave», come ha spiegato il sottosegretario agli Affari religiosi, Shawqi Abd al-Latif. Sono tuttavia in molti a dichiararsi insoddisfatti di questo passo e a mettere in guardia dalle sue conseguenze rispetto a migliaia di muezzin cairoti, che rischiano di restare senza lavoro. «Sono contrario a questa idea e non la appoggio: chi se ne prenderà la responsabilità?», ha detto il presidente del Fronte degli Ulema di al-Azhar, Muhammad al-Barri. «L'attuazione del richiamo unificato doveva avvenire gradualmente e ogni provincia doveva essere trattata singolarmente», ha aggiunto Barri, secondo il quale l'invito alla preghiera effettuato a viva voce dal muezzin ha «un impatto maggiore» rispetto a un richiamo registrato.

Analogo è il parere dello sheykh Sami al-Sarsawi, che fa parte della Commissione per la Fatwa dell'università di al-Azhar, il quale ha messo in evidenza il problema delle differenze di orario tra una provincia e l'altra del paese e dell'impossibilità concreta di unificare il richiamo alla preghiera su tutto il territorio nazionale. Senza contare la «sacralità dell'adhan», come è chiamato in arabo, e il «legame che nutre la popolazione» con questo appuntamento che scandisce i vari momenti della giornata. Questa misura, ha aggiunto Sarsawi, rischia di lasciare a casa migliaia di muezzin, che spesso non sanno fare altro che questo, danneggiando anche le loro famiglie.