sabato 14 novembre 2009

Negli Usa Apre il primo coffee shop Marijuana solo a scopo terapeutico

Corriere della Sera

Al Cannabis Cafe chi è autorizzato a fumare per ragioni mediche troverà la sostanza e potrà consumarla sul posto

MILANO -Ha aperto i battenti in Oregon il primo coffee shop autorizzato alla vendita di marijuana a scopo terapeutico negli Stati Uniti. Il Cannabis Cafe di Portland: il primo luogo dove chi è autorizzato a fumare marijuana per ragioni di carattere medico avrà a disposizione la sostanza e potrà anche fumarla sul posto. L'apertura del coffee shop metterà alla prova il recente cambiamento di rotta in materia voluto dal presidente Barack Obama. «Questo club riconosce finalmente ai suoi membri il rispetto della libertà personale», ha affermato Madeline Martinez, responsabile di NORML, un gruppo che si batte per la legalizzazione della marijuana.

SERVE LA PRESCRIZIONE MEDICA - «Il progetto va oltre la possibilità di servire cibo e marijuana - ha spiegato - ci auguriamo di riuscire ad organizzare lezioni, seminari, diventare un punto di riferimento per aiutare la gente a saperne di più sulla coltivazione e altri usi della cannabis». Il Cannabis Cafè si trova in un edificio a due piani che precedentemente ospitava un locale per soli adulti. Tecnicamente è un club privato, ma è aperto ha tutti i residenti in Oregon che siano membri di NORML o muniti dell'apposita prescrizione medica per l'uso di marijuana a scopo terapeutico. Vi si accede con una tessera mensile del costo di 25 dollari, ma una volta all'interno la sostanza viene distribuita gratis al bancone. E «a margine», è possibile consumare colazione, pranzo e cena, ma non alcolici.


14 novembre 2009



Cossiga consiglia Berlusconi: "Ora riporta l’Italia alle urne"

Roma -

Presidente emerito Francesco Cossiga, a volte i sogni aiutano a vivere meglio. Altre volte, invece...
«Altre volte capita che l’anestesia per un piccolo intervento chirurgico aiuti a vedere meglio quel che accade sotto gli occhi».

Piccoli e grandi incubi di mezzo autunno: così capita che si materializzi l’accerchiamento del generale Custer a Little Big Horn.
«Capita. Ma quando hai indiani e frecce da tutte le parti, se non vuoi fare la fine di Custer, l’unica è spezzare l’assedio. Attaccare è la miglior difesa».

Quindi ne ha tratto le dovute conclusioni.
«Sarà forse perché angustiato dal pessimismo che accompagna qualche piccolo malessere o appunto il mio intervento chirurgico... Ma penso a questi giorni come agli ultimi di Pompei. O di Napoli, della Lombardia, di Arcore o di Macherio che dir si voglia...».

È per questo che poi uno, se non si butta a destra come diceva Totò, cerca almeno di combattere il crepuscolo...
«In politica il modo migliore per cadere è proprio quello di tenersi troppo attaccato alla sedia».

Migliore?
«Nel senso di più facile».

La sua storia testimonia che dalle poltrone ci si può schiodare.
«Non mi sembra che a tutt’oggi, nonostante tutto quello che gli accade, il mio caro amico Silvio abbia trovato ancora l’animo di fare la guerra. Che sarebbe invece l’unica soluzione proficua, invece di temporeggiare attorniato dalla corte paciosa e pacifista dei suoi Letta, Bondi, Verdini, Bonaiuti...».

Silvio il Temporeggiatore. Allora dica chiaro e tondo che cosa suggerisce per scongiurare la disfatta di Canne.
«Memore del calembour che recita: il miglior suggerimento è quello che non viene chiesto, non viene dato e, ottenutolo, non viene seguito, dico a Berlusconi che alla prima bocciatura in aula del ddl sul processo breve, grazie al voto dei finiani, il premier dovrebbe provocare la crisi, impedire la formazione di un nuovo governo e portare il Paese a nuove elezioni».

E se poi le perde?
«Questo è un rischio connesso alla politica. Però mi rendo conto benissimo che per fare queste cose - tanto per usare un linguaggio caro a Silvio - occorrerebbero forse i “mestieranti” del vecchio teatrino della Prima Repubblica».

Altrimenti, se non lo facesse?
«Non so se ce la fa a resistere. Quello che mi dispiacerebbe molto in questo scenario di tenebre è se, come ritorsione per l’atteggiamento virulentissimo assunto dal Pd di Bersani, si volesse far precipitare la notte anche sulla candidatura di Massimo D’Alema a ministro degli Esteri della Ue».

È l’assedio più violento che Berlusconi abbia mai dovuto fronteggiare nella sua carriera politico-imprenditoriale.
«Sicuro. Sono venute a mancare persino delle sponde fondamentali, come quelle della famiglia, incrinata da una delicata e dolorosa causa di separazione con addebito...».

Tempestiva richiesta, vero, quella della signora Lario?
«A orologeria».

Ricorda qualcosa che ci riporta al tema della giustizia, cui la sorte del governo è legata a filo doppio.
«Certo, e difatti ho già firmato la legge sul processo breve pur non facendo parte della maggioranza, e mi accingo a ripresentare un ddl sull’inviolabilità dei parlamentari, che illustrerò con le parole usate da comunisti e socialisti all’Assemblea Costituente... Se lo immagina lei un Togliatti incriminato da un pm anche per un reato comune? E difatti furono tutti d’accordo, o quasi».

In una fase così burrascosa, si può azzardare qualche prima analisi. Qual è stato l’errore più grosso, da parte del governo?
«Berlusconi avrebbe dovuto presentare subito, paro paro, la riforma prevista dalla Bicamerale di D’Alema: lì c’era già tutto, separazione delle carriere per i magistrati, elezione diretta del presidente...».

Trova giusto che il governo decida ora, in fretta e furia, di risolvere l’annosa questione della lunghezza dei procedimenti?
«In tempi non sospetti suggerii ad amici della maggioranza di astenersi da qualsiasi riforma della giustizia: troppo forte sarebbe stata la reazione da parte dell’Anm e del suo braccio secolare, il Csm, nel quale vive immobilizzato quel galantuomo del vicepresidente Mancino, circondato da folti nebbie di contatti con la mafia durante oscure trattative tra mafia e Stato. Trattative che avrebbero dovuto difendere anche il suo operato da ministro dell’Interno».

A proposito di criminalità organizzata, ecco abbattersi sul governo anche la tegola di Cosentino «camorrista».
«Che fantasia ha a volte la storia, e la politica. Un membro del governo che, guarda caso, stava per essere candidato al governatorato in Campania e di cui viene chiesto l’arresto senza che sia stato mai interrogato e senza che i pm abbiano mai accettato che si presentasse per dichiarazioni spontanee».

Pensa che si tratti addirittura di errore giudiziario?
«Penso che il Procuratore generale di Napoli dichiara di considerare il 90 per cento dei suoi sostituti “fanatici e ignoranti” senza capire che esiste una categoria di magistrati al di sopra di tutti, quelli di Magistratura democratica, fondata anche da attuali eminenti esponenti del Pd. Gli stessi che parlano tanto di democrazia, senza ricordare che l’unico potere che non ha origini democratiche è proprio quello della magistratura».

In effetti il Procuratore generale di Napoli è sembrato imprudente.
«Ho presentato un’interpellanza in Senato per chiedere l’invio a Napoli di ispettori che accertino se ha davvero pronunciato parole così “dure e sprezzanti” nei confronti di un numeroso gruppo di magistrati “zelanti per impegno culturale, morale e politico”. Se sì, va cacciato per lesa maestà di Md e punito!».

Ironie a parte, il governo aveva scelto di procedere morbidamente, con il Lodo Alfano, per salvaguardare la propria stabilità.
«Vero, e la maggioranza aveva pagato in anticipo il prezzo a magistrati e supermagistrati della Casta: stop alla riforma della giustizia e brusca frenata alle norme sulle intercettazioni. Tutti ne erano convinti, persino ai piani alti del Quirinale...».

Dunque, ci è cascato anche il presidente Napolitano.
«Questo non è dato sapere. Così come non si sa che parte abbiano avuto coloro che l’hanno condotto in questo vicolo cieco».

Mai fidarsi, neppure degli alleati.
«Berlusconi credeva che il Pdl fosse un partito, non una sommatoria di storie diverse. Senza contare che su di esso poi incombe la ferma e decisa volontà del co-fondatore di operare per abolire questo brutto nome composto, per diventare “fondatore massimo e unico”».

Non mi dirà che si riferisce al presidente Fini.
«Un uomo dotato di una facoltà negata persino al Dio Onnipotente, far sì che ciò che è stato non sia. Uno che se avesse avuto l’età, si sarebbe arruolato con i torturatori della Rsi. E invece, a leggere il suo libro, neppure è mai stato fascista, bensì ammirato frequentatore delle sale cinematografiche che proiettavano un film sulle gesta dei reparti speciali Usa in Vietnam, Berretti verdi».

Una galleria di personaggi da balzachiana comédie humaine.
«Che rischia la tragédie humaine».



Il corteo all'Avana che i fratelli Castro non vorrebbero farvi vedere

Corriere della Sera

Scritto da: Alessandra Farkas

NEW YORK – Le immagini, che da giorni girano sui siti di organizzazioni per i diritti umani quali Human Rights Foundation  mostrano un corteo organizzato da un gruppo di artisti e blogger indipendenti con i cartelli "non più violenze", che sfilano tra le strade dell’ Avana.

Si tratta di un documento straordinario: “la prima manifestazione pubblica di protesta dai primi anni '90”, secondo alcuni blogger anti-castristi, quando, col Periodo Especial iniziato poco dopo la caduta del muro di Berlino e lo sgretolarsi dell’ Unione Sovietica, l’isola ridotta alla fame assaltò i negozi per turisti dove si poteva pagare solo con i dollari”.

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Il corteo si è svolto nel centralissimo quartiere del Vedado, nella zona tra l'hotel Habana Libre e lo storico cinema Yara alcune ore prima del sequestro e pestaggio “stile Camorra” della blogger cubana Yoani Sanchez, ideatrice del blog anti-governativo Generation Y, per mano della polizia dell’Avana, il 6 novembre scorso.no_me_golpee.jpgTutto comincia il 30 ottobre quando la rivista ufficiale Temas indice una riunione presso il centro culturale Fresa y Chocolate (che dipende dall'Icaic, lo storico istituto del cinema cubano) per i blogger e i rari internauti cubani. Tema dell’incontro: Internet, a cui solo pochissimi nell'isola possono accedere. Mentre molti blogger dissidenti non vengono lasciati entrare (come si vede nel video dove il guardiano dice che la riunione è "soltanto su invito"), Yoani elude la sicurezza travestendosi con trucco e parrucca (lei che è sempre acqua e sapone).

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    Una volta dentro (con un amico che la riprende di nascosto col cellulare) si presenta e fa un discorso in cui chiede perchè si sia dovuta conciare così per poter partecipare e perché si proibisce, a chi dissente come lei, di poter esprimere le proprie opinioni. A sorpresa, la sala applaude il suo intervento che viene filmato anche da uomini della polizia segreta, presenti nella sala.

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Un settimana dopo, il 6 novembre, quando Yoani si sta recando con amici alla manifestazione "contro la violenza" (sottinteso del regime) indetta da un gruppo di artisti,  delle macchine si avvicinano e la caricano insieme all’amico Leonardo Pardo, un altro blogger, in auto dove viene minacciata e malmenata dagli agenti.

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Tutti pensano sia una chiara ritorsione per l'intervento alla conferenza e una forte intimidazione. Secondo la General Assembly of the Inter-American Press Association che si è riunita a Bunenos Aires questo mese “la situazione per i giornalisti e blogger cubani è tragica e devastante”. Dozzine di giornalisti sono detenuti nelle carceri dell’Avana dove lo scorso dicembre il governo ha arrestato e picchiato gli attivisti che stavano organizzando una celebrazione per l’anniversario della Dichiarazione Universale dei diritti Umani.

“La Sanchez sta rischiando di brutto”, mette in guardia un esule, “soprattutto perché mostrare nel suo blog i volti degli agenti della Seguridad in un video pubblico è considerato dal regime castrista una imperdonabile provocazione”.

 

Pubblicato il 14.11.09 13:11
04/11/2009


Vedo più comunisti a Mediaset che in Rai"

di Giancarlo Perna

Nel mezzo di tristi casermoni, c’è un luogo felice sfuggito ai palazzinari di Milano. Un quartierino quasi fiabesco di villini anni Venti e vialetti silenziosi. Nell’oasi dimenticata abita Enzo Iacchetti che sulla porta, vestito da istruttore di vela - tuta blu con la scritta Royal Navy -, mi fa cenno di entrare. «Sembra campagna. Nostalgia del Lago Maggiore della sua infanzia?», gli chiedo mentre una graziosa brunetta mi toglie di mano il cappotto e chiede se voglio un caffè. È la compagna dell’attore.

«No. Il lago non era propizio alla mia arte. Io volevo suonare la chitarra e cantare. Ma c’erano solo i teatrini parrocchiali e i parroci volevano prima leggere i testi delle mie canzoni. Poi, dicevano no», e sediamo nella veranda che dà sul giardinetto. Enzino ha capelli sapientemente acconciati per dargli un’aria al vento ma curata. «Anche suo padre l’ha ostacolata».

«Se vedeva la chitarra urlava. Per lui l’artista era roba per drogati, raccomandati e puttane. Non che fosse lontano dal vero. Ma ce l’ho fatta senza compromessi e ora, che è morto da tanto, ho il cruccio che non abbia potuto vedere che ho salvaguardato la mia dignità», ride ma con un fondo evidente diserietà. Enzino, per pudore, alleggerisce tutto quello che dice. «Che faceva suo papà?».

«Nel Cremonese, dove sono nato e di cui siamo originari, il ciabattino di strada. Sul lago, dove ci siamo trasferiti in cerca di fortuna, aveva un negozio di vini al confine con la Svizzera».
«Lei che studi ha fatto?», mi impiccio. «Ragioniere mio malgrado, per volontà paterna. Ma, avuto il diploma, gliel’ho consegnato e ho detto: “Ora parto militare e quando torno faccio quel che voglio”».

«Seguire le orme Giorgio Gaber, il suo idolo». «Uno dei pochi maestri che ho avuto. Scappavo di casa per andarlo a sentire a Milano. Sgraffignavo i soldi del treno ai miei o facevo l’autostop. Di persona, l’ho invece conosciuto a 40 anni. Già facevo Striscia. Andavamo al ristorante lui e io soli. Per me, era un guru. Gli citavo versi suoi che lui neanche ricordava. Due anni meravigliosi. Poi si è ammalato e i rapporti si sono diradati. Quando è morto però ho voluto tenermi in contatto con la famiglia».
«Così, da anni, è stato designato dalla figlia Dalia a condurre il festival Gaber di Viareggio e ora è uscito il suo disco ricordo con le canzoni di Giorgio».

«Erano considerate vecchie. A me “vecchio” non piace in tutti i sensi. Vecchio è non avere più niente da dire. Gaber era avanti decenni. Ho dato una riverniciatura a Torpedo blu e alle altre. Il disco funziona. Piace anche ai gaberiani che sono esigentissimi», dice felice di non essere stato indegno del maestro. «Dopo anni grigi fu lanciato da Costanzo su Canale cinque».
«Con le canzoni bonsai».

«Consacrato da Striscia la notizia, stesso canale». «Un primo contratto prova di una settimana. Poi di un mese. Poi di un anno. Ora da tre lustri faccio coppia con Ezio Greggio». «Vi limitate a presentare o lavorate alle inchieste?». «Siamo i portatori sani delle querele. I primi a essere convocati in tribunale. Poi si chiarisce che abbiamo solo letto le battute preparate da Antonio Ricci e gli altri autori e tocca a loro risponderne». «Leggete solo?»

«Ci inventiamo i siparietti tra noi. Guardo Enzo e mi dico: “Ora me la tira. Devo anticiparlo”. Lui lo stesso. Se esageriamo, arriva la telefonata di Ricci: “Andate dritti” quando c’è molto materiale da mostrare. Se invece scarseggia, dice: “Allungate il brodo”». «Come vi dividete le parti?». «Ezio fa l’aggressivo. Io il remissivo. Se lui forza i toni, io li abbasso. Per ricordare che il nostro non è un Tg, ma un varietà».

«Quali inviati preferisce?». «Io sono uno che per dire una parolaccia ci pensa sette mesi. Perciò, mi piacciono gli inviati teneri. Gimmy Ghione è quello che si avvicina più al mio modello di giornalista educato e prudente piuttosto che i turbinamenti di Capitan Ventosa il quale, però, è bravissimo nel suo genere». «Quando vi sostituiscono i siciliani Ficarra e Picone sperate che scendano gli ascolti?».

«Sarei un mostro se dicessi ciò. Siamo tutti una squadra. Però se fanno 50mila ascolti meno di noi, io sono contento: posso farlo valere nel rinnovo del mio contratto. Scherzi a parte, loro hanno più seguito al Sud, noi al Nord». «Lei e Greggio siete amici anche nel privato?». «Molto. Quest’estate abbiamo passato due settimane di vacanza insieme. Ci divertiamo come due bambini. Più invecchiamo, più peggioriamo».

«Avete entrambi il vizio di fidanzarvi con ragazze con trenta anni meno di voi». «Ci sentiamo giovani. Facendo questo mestiere non si capisce che andiamo per i sessanta. Me ne accorgo solo dagli acciacchi». «Per lei - 57 anni - una quarantenne è un’aberrazione?». «Ma no. Sono stato sposato con una coetanea. È che mi sento vispo». «La sua ex fidanzata, la velina Maddalena Corvaglia, 28 anni meno di lei, finito il rapporto, ha detto: “Enzino è troppo immaturo per me”. Un commento».

«Non saprei. L’ho cancellata». «La sua attuale compagna ha anche lei 28 anni di meno. A quando le nozze?». «Non mi sposo. Ho già dato. Sono sereno e abbiamo un rapporto normalissimo e gli stessi hobby: la sera il film tv e poi a letto», dice e proprio in quell’istante passa la figliola. Fa un bel sorriso ma a occhi stretti che pare dica: «Faremo i conti dopo».

Baciapile o ateo incallito?
«Invidio chi ha fede ma non sono credente anche se la mia famiglia era cattolica».

La sentenza Ue che vieta in Italia i crocifissi a scuola?
«Penso che a Cristo non gliene frega nulla di essere appeso in classe. Lui vuole essere appeso nei cuori. Comunque, da laico, a me il crocifisso non dà nessun fastidio. Mi infastidiscono... non lo dico».

Dica.
«I preti pedofili. A me non interessa il privato delle persone pubbliche, ma che facciano il bene comune. Non voglio rinunciare a un bravo presidente del Consiglio o di Regione per storie di squillo o di trans. Si indaga su chi va a troie o transessuali e non su cose importanti come farsela con i bambini. E ce n’è una schiera, tra notai, onorevoli e compagnia».

Lei è un ipersinistro vicino a Rifondazione.
«Ma no. Santocielo, chi lo dice? Conosco Bertinotti, ma conosco anche Larussa o il leghista Zaia. Chiaro che vengo da sinistra ma anche lì ho sempre contestato. Poi, quando la sinistra mi ha deluso non sono più andato a votare. Distinguere oggi tra sinistra e destra è quella che Gaber definirebbe un’inutilità».

Indifferente a entrambe?
«Mi piace Bersani ma sono favorevolmente colpito dalla Gelmini. Con la maturità apprezzo le cose ben fatte. Potrei appoggiare tipi di destra o di sinistra purché brave persone e col programma giusto. Sono libero».
Mai chiesto: «Sei di sinistra, come fai a lavorare per Mediaset del Cav?».
«Hai voglia. In questo, la sinistra è bolscevica. Poiché lavoro per il Cav, quelli della Rai pensano come minimo che sono del Pdl o, addirittura, leghista. A Mediaset ci sono più comunisti che in Rai».

Che rapporti ha con la Rai?
«Lì non posso neanche dire che ho fatto un nuovo disco e trovare qualcuno che lo promuova: lavoro a Mediaset e sono il diavolo. Questo dividere tra uomini Rai e Mediaset è orrido. Che diamine: guardate invece alla tv che faccio!».

Lei è sempre stato a Mediaset.
«Mai tradita anche se altrove potevo guadagnare di più. Fedele a chi mi ha sempre trattato bene e mi ha cambiato la vita. Lavoro in un’azienda di destra? Mi sta bene. Ma se mi chiedono anche il voto, rispondo picche. Però non è mai successo».

Berlusconi?
«Anche lui mi chiama comunista. Ma ha anche detto: magari tutti i comunisti mi rendessero i tanti soldi che mi fa fare questo qua».

Cosa pensa di lui?
«Lo adoravo quando gestiva la tv. Politicamente, invece, non sono in linea. Lo trovo però molto simpatico quando svicola alle domande sulle sue alcove. Non so se un premier può permetterselo o se debba essere un bacchettone come la Merkel, ma non m’interessa. So che qualcosa di buono l’ha fatto, lo fa e speriamo che lo faccia sempre di più. Ero più in disaccordo con Prodi. Comunque...».

Comunque?
«Alla sua età, farsi un mazzo così e non godere quello che ha, dimostra un carattere straordinario. Io starei alle Bahamas a pescare su una barca di lusso e la sera aprirei i cancelli della mia megavilla a meravigliose ragazze».

Lei è ricco. Mai evaso le tasse?
«Mai. Quando mi telefona il commercialista, dice: “Siedi e manda giù di colpo un brandy. Ora ti dico cosa devi pagare”. Ma sono anche fiero. Io pubblicherei il mio 740 un giorno sì, l’altro pure».

Qual è la cosa che le fa più rabbia dell’Italia?
«Che non tutti paghino le tasse».

Se l’è fatta un’idea della vita?
«Una cosa meravigliosa che potrebbe essere più bella senza guerre, fame, lotte religiose. Una grande occasione che sprechiamo».

Cosa direbbe Gaber a questo punto?
Lo ha detto e io lo dico con lui: rimettiamo al centro l’uomo.



Fs: solo 70 minuti tra Roma e Napoli

La Voce



Napolitano inaugura il treno veloce, pronto al via dal 13 dicembre


Roma  - E’ stato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ad inaugurare la nuova corsa del treno superveloce delle FS Roma-Napoli. Al via gia’ dal prossimo 13 dicembre con una velocita’ di punta di 300 km orari. Si passa da 85 a 70 minuti come tempi di percorrenza possibile grazie al passante che e' stato realizzato presso Gricignano. 'Una realizzazione tecnicamente perfetta' cosi affermato a conclusione della sua visita il capo dello Stato.




Silenzio assordante: "parla" Veronica

di Annamaria Bernardini De Pace


L’ufficio stampa di una moglie silenziosa e che non parla soprattutto coi giornalisti, meriterebbe il premio Pulitzer 2009. Se non fosse, questo ufficio, strategicamente fantasma e se non avesse fatto, alla fine dell’abile operazione, un errore di calcolo. Dunque, la storia comincia alla fine di aprile, con una mediatica dichiarazione di lei che taccia il marito di immoralità pubblica e privata. Fatto grave, molto più dei pesanti addebiti contestati, perché mette, sia l’uomo politico sia il padre, alla gogna della piazza. Ma getta un’ombra sulla moglie, che appare eccessiva e sprovveduta.

Subito, però, interviene il saggio e invisibile ufficio stampa, con l’obiettivo di recuperare migliori contorni all’immagine pubblica della donna, fino a quel momento, dolce e riservata e, soprattutto, per niente aggressiva. Ma anche per evitare che il marito colga al balzo la palla incandescente e quindi lui stesso chieda per primo la separazione.

Sentito il suggerimento del mentore, la moglie annuncia, con opportuno tempismo, a Repubblica e Stampa, la sua volontà di separarsi auspicando di poter raggiungere un onorevole accordo sul punto. E poi si abbandona al silenzio, mentre l’Italia intera si interroga sull’ipotesi dell’«auspicato» accordo che, grazie alla maliziosa intelligenza dell’evanescente ufficio stampa, avrebbe dovuto prevedere l’equa ripartizione tra i figli del patrimonio paterno. E così il provvido e abile consigliere d’immagine fa centro, con la trasformazione mediatica di una moglie arrabbiata in una madre premurosa. Dopodiché interviene ancora una volta il silenzio ad ammantare di mistero viaggi e vacanze della sfortunata sposa che, tuttavia, continua a non ricevere segni di vita neppure dal marito. Riceve però qualche strale di troppo dalla stampa non amica.
Questa situazione obbliga, a un certo punto, l’attento e segreto ufficio stampa, a esibirsi con un messaggio di 80 parole sul Corriere della Sera. Un messaggio sibillino, ricco in verità di suggestioni trasversali e povero della minima chiarezza esplicativa. A seguire, l’ennesimo ormai rituale silenzio, corollario un po’ inquietante di ogni colpo di freccia più o meno andato a segno. La Signora, racconta qualcuno, è in attesa di una proposta dal marito fedifrago e «che non sta bene». Il marito tace e passa per padre assente ed egoista, beccandosi in fronte anche un colpo di fionda dalla figlia piccola, che rilascia un’intervista nella quale auspica - come la madre - la pace in famiglia se il papà sarà «equo».

Si fanno i nomi degli avvocati e si dice che stiano negoziando un’intensa trattativa. Naturalmente nulla trapela, come è giusto che sia, perché i legali sono tenuti al segreto professionale. Dunque non è neppure certo che vi sia stata una trattativa. Arriviamo così ai giorni nostri. Sono trascorsi circa 7 mesi dalla prima infelice dichiarazione, dagli ulteriori messaggi subliminali e dai silenzi da più parte apprezzati come dignitosi, quando scoppia la notizia che rianima le redazioni, grazie alla boccata d’ossigeno offerta dal prezioso e segreto ufficio stampa: «Lei ha depositato il ricorso con addebito». Suona quasi come un ultimatum e i giornalisti si scatenano nella corsa alla valutazione del patrimonio del marito-padre non equo. Pronto ormai a essere denudato da tutti i nemici politici, intestini e domestici.

È l’apoteosi della strategia fino a questo punto ben riuscita del magico e nascosto ufficio stampa: la moglie in aprile appariva mediaticamente in torto; ora, a novembre, risulta vittima della sua generosa attenzione materna, contrapposta all’egoismo paterno. Tanto generosa da pretendere che il patrimonio del padre sia diviso tra i cinque figli (speriamo che non ne appaiano altri non ancora riconosciuti, se no i calcoli si complicano) prima che il loro padre muoia e dunque prima che chiunque di loro possa vantare un qualsiasi diritto. Il ricorso al Giudice deve sembrare a tutti l’inevitabile ed etica scelta di una madre preoccupata. La, facoltativa, ma voluta, richiesta di addebito, la necessaria bonifica, anche risarcitoria, di una moglie tradita.

Invece, la realtà giuridica e giudiziaria è del tutto differente. Ed è una verità che non fa sognare per nulla i nemici del marito e gli amici della moglie. Il ricorso per separazione giudiziale infatti consente al giudice solo ed esclusivamente di decidere a) l’ammontare dell’assegno al coniuge più debole (quello che non ha, cioè, i mezzi adeguati per vivere lo stile di vita coniugalmente condiviso); b) l’ammontare dell’assegno per i figli (anche maggiorenni, se non autonomi economicamente); c) l’assegnazione della casa coniugale comune; d) l’eventuale accertamento di responsabilità della frattura matrimoniale (cioè l’addebito).

E basta. Ma davvero basta. Il Giudice della separazione non può dividere patrimoni, assegnare aziende, imporre consiglieri di amministrazione o riconoscere risarcimenti. Se poi sentenzia la responsabilità di uno dei coniugi - una volta provato rigorosamente il nesso di causalità tra il comportamento censurato e la inevitabilità della separazione - non è che «l’addebitato» di colpa possa essere condannato dal giudice a pagare un assegno più alto: l’unica sanzione è di non ricevere lui l’assegno di mantenimento e di essere contestualmente escluso dall’asse ereditario del coniuge incolpevole. Se poi mai, questo marito pubblicamente svergognato, dovrà pagare un assegno mensile alla moglie, avrà la gradita sorpresa di poterlo dedurre dal proprio reddito imponibile, così riducendosi, per lui, le imposte da pagare allo Stato, che invece pagherà la moglie: sicuramente un vantaggio per lui che, sinora, ha di sicuro speso molto di più per la moglie, senza mai potersi portare un euro in detrazione.

In conclusione, alla fine, l’ammirevole astuzia comunicativa dell’ineffabile e sconosciuto ufficio stampa, non avrà fatto vincere la moglie che per soli sei mesi e solamente sui media. Allora il vincente sarà il marito, sì fedifrago, ma non spogliato del patrimonio: approfittando dei silenzi ombrosi, gli basterà studiare i pochi articoli del Codice che riguardano la separazione coniugale per capire di non essere obbligato ad avanzare alcuna proposta che preveda anticipate spartizioni patrimoniali; quindi per lui sarà stato meglio di ogni altra ipotesi, il ricorso individuale con domanda di addebito. E, per una volta negli ultimi 15 anni, questo strano marito, sarà felice che un giudice - certamente meno generoso di lui - possa decidere al posto suo. In nome della legge.




Finisce nel lago con una Bugatti da 1 milione

Il Secolo XIX

Si è distratto per raccogliere il cellulare che gli era caduto di mano ed è piombato in uno stagno con la sua Bugatti da un milione di euro.

L’unica vittima dell’incidente è la preziosissima vettura - la più costosa la mondo - una Veyron da mille cavalli che nel contachilometri aveva appena 800 scatti. A riprendere la scena c’erano due ragazzi di Galveston, che quando hanno visto il superbolide passare accanto a loro hanno acceso la telecamera che avevano con sé. Giusto in tempo per vedere la Veyron sterzare bruscamente e piombare nello stagno lungo cui corre la strada. Il conducente, un collezionista di auto di lusso, è diventato una specie di eroe locale per lo stoicismo con cui ha affrontato il costoso disastro. Tra quanti gli hanno telefonato per sapere come avesse fatto ad avere un incidente così assurdo - esistono solo 15 Veyron in tutti gli Usa - c’è stato anche il governatore della California, Arnold Schwarznegger.

Allo Houston Chronicle, Gilbert Harrison ha raccontato che mentre era alla guida a meno di cinquanta chilometri l’ora il telefono gli è caduto tra la consolle centrale e il sedile, si è distratto per recuperarlo e quando ha rialzato lo sguardo ha visto un gabbiano puntare dritto contro il parabrezza.

Si è spaventato e ha sterzato bruscamente per finire nel laghetto.

Nel video sopra vediamo il momento dell’uscita di strada, in quello qui sotto il mesto recupero della vettura.

Video

Video

Gheddafi scrive il codice della jihad e delegittima Osama Bin Laden

Il Tempo

Dossier del leader libico mette in difficoltà Al Qaeda.
I nuovi orincipi sono stati approvati dai religiosi islamici.
Saif al Salim, figlio del colonnello, ha gestito la trattativa.


Gheddafi È la strategia di Gheddafi per disarticolare i gruppi jihadisti. Il colonnello libico riscrive il «Codice della Jihad» e delegittima Al Qaeda. Gheddafi fu tra i primi a comprendere la pericolosità del movimento di Osama Bin Laden. Non fosse che proprio lui fu obiettivo di un attentato dei gruppi libici legati allo sceicco del terrore. Era il 1996 e il leader libico fece richiesta all'Interpol di un mandato di cattura internazionale per Osama Bin Laden. La richiesta fu respinta per il veto di Londra. A quel tempo Gheddafi e la Libia erano nelle black list degli «stati canaglia» e la «questione Lockerbie» era tutt'altro che risolta. Oggi la Libia torna a essere protagonista nella lotta al terrorismo di matrice qaedista con un piano, sottile e articolato, che è portato avanti dallo stesso figlio del colonnello Gheddafi, Saif al Islam, il secondogenito da tempo in prima fila nella gestione del potere nella Grande Jamahiriyya Araba. Il Lifg, il gruppo dei combattenti islamici libici, fa parte del network di Al Qaeda e alcuni suoi esponenti sono saliti ai vertici dell'organizzazione di Bin Laden tanto da ricoprire, oggi, ruoli di primo piano come Abu al Laith al Liby e Abu Yahya al Liby che sono rispettivamente i capi militari di Al Qaeda e di Al Qaeda in Afghanistan.

Gli stessi negli anni novanta dopo, la jihad contro l'Unione sovietica, erano tornati in Libia per organizzare la guerriglia contro Gheddafi. Oggi, dopo una dura repressione, la Libia ha intrapreso una politica di «rieducazione» e di pacificazione con i jihadisti. Stratega è appunto Saif al Islam Gheddafi che con la sua fondazione ha intrapreso da due anni una lunga mediazione con i leader del Lifg detenuti. Primo passo in questo piano la liberazione di numerosi esponenti del gruppo terrorista. L'ultima amnistia è avvenuta lo scorso 14 ottobre: 88 prigionieri liberati dal carcere di Abu Slim. Di questi 43 erano effettivi di Al Qaeda e avevano combattuto in Afghanistan e in Iraq. Il colpo di genio è la trattativa tra il figlio di Gheddafi e il religioso Ali Sallabi. Al centro del «nuovo codice della Jihad», il pentimento di Noman Benotman ex capo del gruppo islamico libico, più volte a colloquio con Bin Laden, arrestato a Londra e poi estradato in Libia nel 2007. Il frutto di questa mediazione è un volume di oltre 400 pagine dove vengono scritte le regole della Guerra santa.

«Studi correttivi», il titolo del documento redatto dai funzionari libici e dai leader dei Combattenti islamici libici. «La Jihad è etica perché è solo per Dio - si legge nell'introduzione. Ciò significa che è proibito uccidere donne, bambini, anziani, sacerdoti, commercianti. I prigionieri di guerra vanno trattati bene». Il rispetto di questo comandamento distingue i buoni musulmani dagli infedeli. Il documento è stato sottoposto alla verifica di eminenti ulema religiosi che lo hanno ratificato. Così il «nuovo codice della jihad» deleggitima lo stesso concetto come lo ha interpretato Bin Laden e la sua organizzazione. Il dossier è ora distribuito tra tutti i detenuti jihadisti in Libia e tra coloro che sono stati liberati in questi giorni.

14/11/2009


Arrestato per droga Roberto Brunetti L'attore di Romanzo Criminale

Corriere della Sera

Conosciuto come «er Patata», è stato fermato in strada con un amico: nascondeva nel motorino 100 g di hashish

Roberto Brunetti
Roberto Brunetti
ROMA - Nascondeva un involucro con circa 100 grammi di hashish sotto il sellino del suo motorino e uno stesso quantitativo nella sua abitazione a Trastevere. Per questo è stato fermato in strada (mentre era in compagnia di un amico) e successivamente arrestato l'attore Roberto Brunetti, 43 anni, meglio conosciuto con il soprannome di «er Patata». L'arresto, già convalidato, è per detenzione di sostanze ai fini di spaccio. Brunetti è stato già scarcerato in attesa di giudizio.

ALDO BUFFONI IN ROMANZO CRIMINALE - «Er Patata» deve la sua notorietà ad alcuni film di grande successo ai botteghini, primo fra tutti Romanzo Criminale, la pellicola ispirata al libro sulla Banda della Magliana e diretta da Michele Placido, dove Brunetti interpreta il ruolo di Aldo Buffoni, il malvivente ucciso da Freddo (Kim Rossi stuart nel film) perché colpevole di aver tenuto per sé gli incassi della droga. «Er Patata» ha anche recitato in Fuochi d'artificio di Leonardo Pieraccioni e in Paparazzi di Neri Parenti.


14 novembre 2009



I «detti» sono cognomi, il Viminale «salva» migliaia di Boscolo

Corriere del Veneto

Il ministero dell'Interno riconosce l’uso del soprannome nei documenti ufficiali.
Lunedì la presentazione

CHIOGGIA — E’ ufficiale. Per i Boscolo e i Tiozzo il detto (so­prannome) viene riconosciuto come secondo cognome. Per i diecimila Boscolo e Tiozzo della città è la fine di un incubo: quel­lo di carte d’identità elettroni­che con migliaia di omonimi vi­sto che il «detto» non era legale, quello di tessere magnetiche sa­nitarie impossibili da consegna­re e usare in farmacia, per non parlare dei problemi con Comu­ni o polizie municipali o stradali di altre zone d’Italia. Tutto finito dopo anni di lavo­ro. Lunedì il sottosegretario al Ministero degli Interni Micheli­no Davico, accompagnato dal Prefetto Annapaola Porzio, Di­rettore centrale dei servizi de­mografici del Ministero dell’In­terno e dal Prefetto di Venezia, Michele Lepri Gallerano, conse­gnerà alla città e al sindaco Ro­mano Tiozzo detto «Pagio» e al vicesindaco Sandro Boscolo det­to «Todaro», il nuovo decreto che, dopo un lungo confronto tra Comune e organi ministeria­li, disciplina e regolarizza for­malmente la consuetudine del­l'uso del «detto» nel Comune di Chioggia.

Il termine «detto», aggiunto al cognome per distinguere una particolare famiglia nell’ambito delle due comuni denominazio­ni Boscolo e Tiozzo, veniva nor­malmente annotato in via spon­tanea come aggiunta a margine dell’atto di nascita nel cosiddet­to «occhiello» e qualche volta ac­canto al nome, dando luogo a potenziali confusioni identifica­tive. Un’anomalia che ha creato for­ti disagi ai cittadini, soprattutto con la recente trasposizione de­gli elementi anagrafici nei sup­porti informatici (carta di identi­tà elettronica) o nei rapporti con altri enti ed istituzioni italia­ne ed estere. Fino ad ora gli uffi­ci amministrativi del Comune di Chioggia si sono prodigati con interventi di soccorso per ri­solvere i problemi contingenti. Solo nel Comune di Chioggia si contano più di 10 mila persone (circa un quinto della popolazio­ne) con il cognome Boscolo o Tiozzo, mentre i detti sono più di duecento. Ci sono 6 mila bam­bini che si chiamano Boscolo, per non parlare delle squadre di calcio... La situazione si normaliz­za e si semplifica con il ricono­scimento del detto quale ele­mento identificativo del cogno­me, provvedendo inoltre a sana­re il pregresso. Finalmente do­po parecchi anni molti cittadini, sindaco e vicesindaco compre­so, sapranno il loro vero nome.

R.C.
14 novembre 2009

Golpe, il nome sinistro della giustizia

di Marcello Veneziani


In nome della Legge si proceda al massacro. Gira e rigira, l’ultima frontiera della sinistra italiana è la Legge. Le idee sono morte da un pezzo, la storia è meglio cancellarla perché è piena zeppa di errori e di orrori, gli uomini scarseggiano e perdono le competizioni elettorali. Allora non resta che invocare la Legge, aggrapparsi alla Legge. I ragazzi a scuola tirateli su con la Costituzione, i politici al potere tirateli giù con i codici. Prevenzione & Punizione. Ieri l’ex giudice Colombo bacchettava Galli della Loggia che aveva osato criticare l’uso ideologico della Costituzione nelle scuole; e l’ex giudice Di Pietro bacchettava la maggioranza che abbreviando i processi aggirava a suo dire le leggi e salvava Berlusconi. E la sinistra, sub judice, nel senso di subalterna ormai ai magistrati, è partita in guerra nel nome della Legge. Noi siamo la legalità, loro sono i fuorilegge; noi siamo i patrioti della Costituzione, loro sono banditi anticostituzionali, fanno carne da porco delle Leggi e calpestano le Norme, adattandole ai propri bisogni. A volte le parti si invertono: quando si parla ad esempio di terrorismo e di criminalità, di droga e clandestini, le forze di sinistra sono solitamente più indulgenti e invece il centrodestra chiede leggi più severe e soprattutto applicazioni più certe e più rapide. Ma se dovessimo trovare uno spartiacque ideologico tra quel che resta della destra e della sinistra, dovremmo dire che la linea di demarcazione è lì: il primato delle leggi o delle persone.

Ora, nessuna società potrebbe sopravvivere senza l’osservanza di poche ma solide leggi; anche se il nostro Paese sopravvive miracolosamente da svariati anni col novantatré per cento dei reati impuniti e un tasso altissimo di errori giudiziari e di ritardi paurosi. Veniamo da una civiltà antica, fondata sul Diritto, e non saremo certo noi a negare l’importanza delle leggi e il valore che esse hanno. No, il ragionamento che vorrei fare non è di stampo giuridico ma culturale. Stavo per dire storico-filosofico ma temendo la fuga in massa dei lettori, mi fermo al già compromettente taglio culturale. Beh, ci sono due modelli culturali alle radici dell’Europa e quindi dell’Occidente: un modello di derivazione anglo-protestante, che è fondato sul primato assoluto delle Leggi, l’impersonalità oggettiva delle Norme e delle Carte. E c’è un modello di derivazione mediterranea e cattolica, improntato invece sul primato della persona e la mediazione fondamentale dell’uomo. Il primo ha il pregio di sottrarre il potere e i rapporti umani alla logica dei favori perché non guarda in faccia nessuno; ma ha il limite appunto di non guardare in faccia nessuno, di non considerare la vita, la storia, la realtà. Il secondo, invece ha il pregio e il limite opposti, perché considera la persona ma rischia il personalismo. Non sto contrapponendo Lex a Rex, non sto considerando il sovrano legibus solutus, cioè sciolto dalle leggi. Sto riferendomi ad un’altra più realistica versione, non medievale ma compatibile con le democrazie moderne.

Le fonti del potere e della decisione, per chi ha una visione fondata sul primato della persona e della comunità, sono tre: la maggioranza, l’esperienza e la competenza, ovvero la sovranità popolare, la lezione della storia e della tradizione, il parere degli addetti ai lavori, le élite scientifiche, le classi dirigenti. Per chi invece sposa il primato della Legge, prevale su tutto la Norma, rigida e frigida. Non scomoderei per questo lo Stato Etico, come ha fatto ieri Galli della Loggia; preferirei usare l’espressione di Nietzsche di uno Stato come di un Mostro freddo che applica le leggi a prescindere dalla realtà. Anche se smentisce l’interesse generale, le situazioni storiche, il consenso dei popoli, il parere degli esperti, le abitudini e la vita concreta con le sue imperfezioni e variazioni. Senza considerare che le leggi possono essere usate e interpretate in modo malevolo e fazioso, o applicate con colpevole ritardo. Le leggi possono essere non solo concepite ad personam, ma anche usate ad personam.

Una società perfetta, avrebbe naturalmente un equilibrio divino tra le due culture, e la Legge combacerebbe sempre con le tre fonti del potere e della decisione. Ma l’esperienza insegna che non è così e a volte sono in gioco gli interessi supremi di un Paese o comunque superiori alle leggi. E poi, come dicevamo prima, quando si esce dalla politica e si entra nell’ordine pubblico, nella comune criminalità o nei costumi, la sinistra diventa permissiva e invoca l’interpretazione storica, sociale e perfino ideologica delle leggi.

Da queste due visioni discendono due diversi tipi di patriottismi. Per i fautori della Legalità vige il patriottismo della Costituzione, cioè la convinzione che il punto comune e supremo che lega le società sia il Patto costituzionale e l’osservanza delle sue norme. Come se la Costituzione fosse stata dettata sul Monte Sinai direttamente da Nostro Signore, che scolpì con la Luce, nella prima Fotocopia Celeste, le Tavole normative per gli uomini. Anche Montanelli scriveva che la Costituzione non è la Bibbia, ma si può modificare, fu scritta da uomini in un certo momento storico. Per i fautori del realismo c’è invece il Patriottismo della tradizione, ovvero la convinzione che a unirci non siano le leggi scritte, nel caso nostro scritte nel ’47; ma sia la vita, la storia, la cultura dell’Italia, dunque le sue esperienze umane, civili e religiose, il patto tra le generazioni, la loro continuità e il loro mutamento, il comune destino e la comune provenienza. Per farvi un esempio, piccolo ed enorme, il patriottismo della Costituzione esclude la presenza dei crocefissi nelle aule pubbliche, il patriottismo della tradizione invece no.

Direte che ho esagerato, tirando in ballo Mosè e Gesù Cristo, per parlarvi dell’ultimo scannatoio politico in atto sul processo breve e la Costituzione nelle scuole; direte che al di là delle idee, il problema vero è mettere in mano a magistrati feroci e docenti ideologizzati l’uso giacobino delle Leggi. Avete ragione, ma a volte non è male salire di un piano e capire le radici del caso italiano, cercando anche di innalzare il dibattito politico e civile del nostro Paese. Ora riprendete pure a massacrarvi nel nome della Legge e a sentirvi italiani solo perché è scritto nella Costituzione anziché nel vostro dna.



Si finge 14enne sul web per incastrare marito pedofilo

Il Tempo

La polizia ha trovato sul computer dell'uomo diverse immagini illegali di minorenni.
Roberts si è detto disponibile a sottoporsi a trattamenti psichiatrici per risolvere il suo problema.

Si è finta 14enne in chat per agganciare il marito pedofilo e incastrarlo. È accaduto a Cheryl Roberts, una donna di 61 anni di Bridgend, in Galles, che temeva che il marito David di 68 anni stesse cercando di approcciare minorenni su internet. E i suoi sospetti erano fondati: in chat il marito della Roberts ha risposto alle avances della presunta 14enne inviando messaggi a sfondo sessuale e filmandosi in atteggiamenti espliciti. Dopo la richiesta di incontrarsi per avere un rapporto sessuale, la moglie l'ha denunciato.

Il marito, che si è dichiarato colpevole di fronte al tribunale di Cardiff, dovrà sottoporsi a un programma di "riabilitazione". Sembra che la donna, sposata con David da 18 anni, avesse scoperto un messaggio a sfondo sessuale apparso sul computer che il marito aveva mandato a una ragazzina. Da allora i sospetti sono cresciuti tanto da convincerla a "incastrarlo" fingendosi una minorenne. La polizia ha trovato sul computer dell'uomo diverse immagini illegali di minorenni. Roberts si è detto disponibile a sottoporsi a trattamenti psichiatrici per risolvere il suo problema.

13/11/2009

Versione di latino su Silvio La prof: "Mi hanno diffamata"

Libero

Adesso piange, urla alla diffamazione e alla calunnia Angela Di Nanni, la professoressa di Trani finita sulle prime pagine di tutti i giornali per aver dato ai suoi alunni una versione di latino "al veleno" su Berlusconi. Oggi però si difende, e spiega: "nel testo che ho fatto tradurre il nome Berlusconi non c'era perché il titolo non l'avevo dato ai ragazzi». Peccato però, che a smentirla ci sia il testo stesso della versione, che contiene il nome del Presidente del Consiglio per ben due volte. Poi prosegue: "a me iinteressava il periodo che comincia da 'tribunal' in poi, con la sentenza della corte costituzionale, mi interessava dal punto di vista del tipo di costrutto sintattico, appena spiegato ai ragazzi". Già, peccato che la frase no regga senza il soggetto. E cioé quel  Silvius Berlusconi presente nella prima riga. La professoressa, però, si sente offesa. "La frase sul "latino fai da te" è offensiva, perché io faccio studiare e tradurre i classici. Questo era un modo per iniziare con una classe che ho preso quest'anno». «Quanto accaduto è grave - conclude - e sono convinta che i miei ragazzi non c'entrino, apprezzo la loro solidarietà e quella dei colleghi e del preside, amo il mio lavoro, lo faccio anche dedicandogli, gratuitamente, il mio tempo libero, e non mi sarei mai immaginata nulla di simile". I suoi alunni, forse, potrebbero dire lo stesso.

Battisti in sciopero della fame «totale»

Corriere della Sera

Lettera a Lula in coincidenza con la visita del presidente brasiliano a Roma: «Sono rifugiato politico»

Cesare Battisti,

BRASILIA - Cesare Battisti ha iniziato uno «sciopero della fame totale» per impedire la sua estradizione in Italia: lo ha annunciato lo stesso ex terrorista rosso in una lettera aperta al presidente brasiliano Lula, che fra qualche ora sarà a Roma per partecipare al vertice internazionale della Fao. La lettera è stata resa nota dal senatore Josè Nery (del Psol, sinistra radicale), che poco prima aveva incontrato l'ex militante dei Proletari armati per il comunismo nel carcere di Papuda, vicino Brasilia. Nel messaggio a Lula, Battisti (54 anni) sottolinea il suo diritto di essere riconosciuto come rifugiato politico in Brasile.

LA LETTERA - Il testo di due pagine, datato "Brasilia 13 novembre", si chiude con una frase rivolta direttamente al presidente: «Consegno la mia vita nelle mani di Sua eccellenza e del popolo brasiliano». Lo sciopero della fame di Battisti giunge in coincidenza della partenza per Roma di Lula, che lunedì incontrerà in un pranzo di lavoro il premier Silvio Berlusconi, colloquio nel quale - ha precisato un portavoce di Lula - «non è escluso» che si parli anche del caso Battisti. Sulla richiesta di estradizione dell'ex terrorista presentata tempo fa dall'Italia si pronuncerà mercoledì il presidente del Supremo Tribunal Federal brasiliano, Gilmar Mendes, dopo l'udienza di giovedì scorso, nella quale quattro giudici hanno votato per l'estradizione e quattro contro. Prima di partire per Parigi, dove si tratterrà qualche ora per poi recarsi a Roma, Lula ha evitato di pronunciarsi sul caso Battisti, ricordando che l'Alta Corte deve ancora emettere il verdetto sul «dossier estradizione». Dopo tale sentenza, a dare l'ultima parola sul caso sarà proprio il capo dello Stato brasiliano.


14 novembre 2009



Natalì: Marrazzo non è l'unico cliente famoso: C'era un volto della tv e un ex calciatore

Quotidianonet

Novella 2000 pubblica la seconda parte dell'intervista a Natalì, il trans coinvolto nel caso Marrazzo. E parla di un volto noto della tv molto potente e di un ex calciatore...



Caso Marrazzo, il trans Natalì (foto per gentile concessione di Novella 2000)
Natalì (foto per gentile concessione di Novella 2000)


Tratto da dagospia


Roma, 13 novembre 2009 - Ecco le nuove confessioni del trans Natalì, protagonista del 'caso Marrazzo'. La seconda puntata del 'memoriale' pubblicato su Novella 2000.

"Piero mi diede questa penna perché voleva pensassi a lui ogni volta che scrivo», dice Natalì mostrando una biro di poco valore, che però per Marrazzo ne aveva, essendo quella con cui firmava le sue cose più importanti. Natalì la tiene in una borsa che appende nell'armadio, a mo' di scrigno.

Ce la mostra quando le chiediamo di lei, dell'ex Governatore della Regione Lazio e degli otto anni in cui si sono frequentati. «Di soldi e regali non posso parlare. Ma molte cose sono come questa penna, hanno un valore soprattutto affettivo», dice Natalì, che dopo la pubblicazione della prima puntata di questo suo memoriale era un po' offesa: «Avete messo la foto in cui ero dal parrucchiere, non ero bella lì...».

Alla sua immagine ci tiene, e tanto. Le è costata soldi, sei interventi e una sofferenza che oggi accetta di raccontarci perché, dice, «è quella di tante donne imprigionate in un corpo da uomo». Prima però si sfoga. È preoccupata per Marrazzo, per la sua salute, ed è delusa da lui: «Ha detto che usava cocaina. Perché lo ha fatto? Perché non me ne ha mai parlato? Mi diceva tutto».

Non parla da prostituta ma da amica tradita, ferita dalle ombre che ora vede in una relazione lunga otto anni. «Le persone non le conosci mai abbastanza». E questa sua amarezza è un assist per tornare a parlare dei suoi amori. E soprattutto di Marcelo, il brasiliano insegnante di Jujitzu con cui ha avuto una relazione tra il 2001 e il 2004, «finché non mi ha lasciato per fare un figlio».

È ancora innamorata?
«Sì».

Ha amato altri?
«No. Anche Piero... gli voglio bene, è speciale, ma ho sempre visto in lui un cliente, benché diverso».

Vorrebbe innamorarsi?
«Con gli uomini ho chiuso. Il lavoro mi mette a contatto con tante cose brutte, meglio lasciar perdere».

Che cosa intende dire?
«Gli uomini ti fanno soffrire. Sono stata male per Marcelo, perché dare a un altro la possibilità di fare lo
stesso? Una volta basta, non mi innamorerò più».

Capiterà anche a lei, come al suo ex Marcelo, di volere una famiglia?
«Ho l'amore per i miei nipoti».

Ci racconta di sua moglie?
«Si chiama Angela, vive a Velletri, fuori Roma. Per otto mesi, dopo il matrimonio sono stata con lei».

Le piaceva Velletri?
«Per niente... È troppo piccola».

Si prostituiva anche lì?
«No, facevo la parrucchiera a domicilio».

Cosa prova per Angela?
«Tanto affetto, le voglio bene».

Lei è mai stata con una donna?
«In Brasile, prima di confessare a mamma e papà la mia omosessualità, avevo avuto delle fidanzatine. Piccole cose, ero un ragazzino di soli 13 anni».

E dopo aver detto tutto ai suoi?
«Ho avuto dei fidanzati, ma non li ho mai portati a casa».

Ha fatto l'amore con una donna?
«A me piacciono gli uomini». Piero Marrazzo era per Natalì un cliente speciale. Ma non l'unico famoso. La trans naturalmente si rifiuta di fare nomi, ma ci dà comunque qualche indizio: «C'era il concorrente di un reality, che veniva con una smart rossa. Ha smesso quando ha messo su famiglia. Un notissimo e giovane ex calciatore».

Si è parlato di potenti della Tv.
«Ho avuto incontri con un volto noto della televisione, molto potente. Quando è venuta fuori la storia di Piero mi ha offerto soldi per non fare il suo nome. Non lo avrei fatto comunque».

Ci sono anche altri politici?
«Io parlo solo dei miei clienti, degli altri non so. Le trans molte volte inventano. Ma ce n'è uno, di centrodestra, che qui è un habitué. Io però con lui non ci sono mai andata».

Non tutti i gay diventano transessuali.
«A me piace il corpo delle donne, soprattutto il seno. Volevo averlo anche io». Ecco perché Natalì ha deciso di modificare il suo aspetto, a colpi di ormoni e chirurgia. Però non intende operarsi e cambiare sesso definitivamente: «Sono felice col mio corpo, mi piaccio così».

José come è diventato Natalì?
«Quando avevo 17 anni ho iniziato una cura a base di ormoni femminili, che ho smesso a 25 anni».

Non ne ha più presi?
«Il medico mi disse che non ne avevo più bisogno, non sono molto pelosa».

La cura ormonale si fa solo per mandare via peli e barba?
«No, anche per avere sembianze più femminili. Però può essere pericoloso, se si esagera con il dosaggio. Il sangue si impoverisce, servono le trasfusioni».

Lei ne ha avuto bisogno?
«No, il mio organismo ha reagito bene».

È vero che quelle cure ormonali possono causare l'impotenza?
«Pure questo dipende dall'organismo. Io non ho mai avuto quel problema».

Parliamo del suo seno...
«È una settima misura».

Quando l'ha fatto?
«L'ho ingrandito cinque volte. La prima in Brasile, con i soldi di mio padre».

Glieli aveva dati proprio per questo?
«Per i miei 18 anni papà avrebbe voluto comprarmi un'auto, come aveva fatto con gli altri due figli maschi. Ma sapeva che avevo bisogno di altro. Allora mi ha dato 9 mila euro e mi sono regalata una terza, prima di venire in Italia».

Perché poi ha rifatto l'operazione?
«Mi sembrava troppo piccolo, quindi nel 2002 ho chiesto una quinta misura a un chirurgo qui in Italia. Che delusione».

Di cosa era delusa?
«Voi qui avete taglie diverse. La vostra quinta da noi è una terza. Uscita dalla sala operatoria avevo il seno identico a quando ci sono entrata».

Ed è corsa ai ripari.
«L'anno successivo ho fatto una quarta in Brasile, ma era venuto comunque un po' piccolo. Quindi nel 2005, prima di Miss Transexual a Rio, mi sono regalata una sesta italiana. Nel 2006 sono arrivata alla settima, in Brasile. Era la taglia più proporzionata alla mia altezza, che supera il metro e 80 centimetri».

Al suo viso che cosa ha fatto?
«Nel 2004, il giorno del mio compleanno, il 20 dicembre, mi sono rifatta il naso. Non lo avevo tanto grande, ho giusto tirato un po' su la punta. Ho approfittato dell'anestesia per fare inserire silicone negli zigomi, nel mento e nel labbro superiore. Ho fatto anche qualche seduta di laser per barba e peli sul seno. Ora ho iniziato il trattamento anche sulle braccia».

Nulla al labbro inferiore?
«Era già molto carnoso».

C'è un modello a cui si ispira?
«A Miss Transex International, a Firenze, mi chiamavano Natàlia Moric perché, più magra, somigliavo a Nina. Mi dicono anche che sembro Valeria Marini».

Le piace Valeriona.
«È perfetta, sembra una trans, con tutte quelle paillettes, è luccicante. Ma la più elegante di tutte è Emanuela Folliero».

Ha fatto altro al suo corpo?
«Metto lenti a contatto azzurre, e ho tre tatuaggi. Un filo spinato sul bicipite sinistro, come quello di Pamela Anderson. Poi una mongolfiera con dentro Betty Boop tra le scapole e la scritta Oyade, il nome di Santa Barbara in africano. E poi il simbolo del dollaro sul coccige».

Nella prima puntata di questo memoriale Natalì aveva criticato «le trans di via Due ponti che non mandano soldi in Brasile». Lei invece investe solo a Rio: «In Italia sono in affitto, pago 930 euro al mese per la casa in via Gradoli».

Che cosa ha in Brasile, invece?
«Quattro case. Tre le ho messe in affitto, nella quarta vivo nei mesi in cui sto lì. Ma ho anche una farmacia, in società con mio cognato, che è farmacista. Lui la gestisce e dividiamo i guadagni. Bisogna costruire, la fortuna non è eterna».

I suoi sanno che lei fa la parrucchiera. Ma compra case e negozi. Non sospettano sia una bugia?
«Adesso che la notizia di me e Piero è arrivata in Brasile lo sanno. Prima forse sospettavano, senza chiedere nulla».

Lei guadagna molto?
«Abbastanza. Ma da quando è scoppiato questo scandalo non ho più lavorato. In Brasile si dice: "Chi ha sorte per i soldi non ha sorte per l'amore". E io cerco almeno di far soldi».

I suoi clienti ora avranno paura...
«Tutt'altro: le mie amiche che lavorano in strada mi dicono che tanti chiedono il numero della "Natalì di Marrazzo". Ma ci sono giornalisti e fotografi davanti casa mia, non posso mica farli venire qui».

Perché lei in strada non va più.
«Dal 2004 lavoro solo in casa».

Come si è organizzata?
«Il lavoro è come un vizio, più guadagni più vuoi guadagnare. Mi sono data delle regole: ricevo solo dal lunedì al venerdì, dalle 8 alle 22, ma tra le 11 e le 16 non viene nessuno. Colpa del traffico sulla Cassia. Allora ne approfitto per la spesa, la lavanderia... Quel 3 luglio, il giorno dell'irruzione, quando Piero mi ha chiamata ero appena tornata da quelle commissioni».

Quanto guadagna?
«Circa 100 euro a cliente, e possono essere da 5 a 10 al giorno. I miei ormai sono fissi, alcuni molto generosi, che lasciano più dei 100 euro pattuiti».

Quanto tempo rimane con ognuno di loro?
«Tre canzoni. Ho un cd di musica Brasiliana che faccio partire all'inizio dell'incontro. Alla terza canzone è tutto finito. Di rado parte la quarta».

È molto fiscale!
«Sono professionale. Loro lo sanno e non si lamentano».

E nel weekend non lavora.
«Esco, vedo le amiche, faccio shopping, la mia grande passione».

Spende molto?
«Tutto quello che mi porto dietro. Non mi controllo, specie su scarpe e borse. Una volta ho bruciato 7 mila euro in un solo pomeriggio».

Cos'altro fa nel week end?
«A volte sabato sera vado a cena con le mie amiche Fabiola e Carolina e poi al Muccassassina, il locale gay più famoso di Roma. Però non mi piace tanto, tutti mi rimorchiano, io invece voglio divertirmi. E la domenica mangio».

E gli altri giorni?
«Sono a dieta, devo perdere otto chili. La domenica però una amica trans mi cucina piatti brasiliani...».

Ha altri appuntamenti fissi?
«Lunedi mattina in chiesa. Prego spesso e sono devota a Santa Barbara, la protettrice dei tempestati. E il lunedì sera al cinema. Amo i film romantici. So che fa ridere, ma il preferito è Pretty woman».

Lei lo ha avuto un Richard Gere?
«Negli anni ce ne sono stati due, Bruno e Roberto, mi volevano solo per loro».

Volevano anche vivere con lei?
«No e non avrei accettato. Amo stare sola, gli uomini vanno bene solo per alcune cose. Non rinuncerei alle mie abitudini, alle mattinate con Tom&Jerry...».

Chi sono i clienti?
A lei, che è la trans più famosa d'Italia, abbiamo chiesto di guidarci in un viaggio nel mondo suo e dei suoi clienti. «Non è vero che vengono da noi perché facciamo tutto. Io per dire ne avrò baciati al massimo dieci, compreso Piero».

Il cliente medio?
«Di tutti i tipi. Su dieci appuntamenti, otto sono con uomini e due sono con coppie. Le donne da sole, invece, non vengono mai e se vengono col partner si limitano a guardare. Gli uomini sono tutti attivi e passivi secondo la serata. Vale anche per il sesso orale».

Chi va con una trans è un omosessuale latente?
«Non credo. In fondo è solo un altro modo di fare sesso. È curiosità, trasgressione, ma se tornano è perché gli piace».

Le è capitato di non riuscire ad andare con un cliente troppo brutto?
«Quelli che non mi piacciono non li faccio entrare. Invento un impegno dell'ultimo minuto, non mi va di offenderli».

Usa sempre il preservativo con i suoi clienti?
«Sempre. I clienti che vogliono farlo senza li mando via. Ci tengo alla vita. Faccio controlli medici due volte l'anno. Tante trans non li fanno. Se la prostituzione in Italia fosse regolamentata i controlli sarebbero obbligatori, tutto sarebbe più sicuro e pagheremmo anche le tasse».

Come si sceglie una trans
Alte o basse, femminili come e più di una donna o androgine. Ma allora, cos'è che guida la scelta di un cliente? «Sbaglia chi pensa che sia la bellezza».

Allora che cosa cercano?
«Il cliente ti sceglie se sei femminile in tutto, e non solo nell'aspetto. È il nostro modo di essere donna che cercano».

Solo questo?
«La pulizia, anche. Ci sono trans belle da cui i clienti scappano alla vista del porcile in cui vivono. Igiene e ambiente tranquillo contano più della bellezza».

Gli annunci di trans sono pieni di dettagli sulle dimensioni del pene. Sono così importanti?
«Io non sono superdotata, anzi, però lavoro tanto».

Un'ultima domanda. Cosa le spiace di più di tutta questa storia? «Che Piero stia soffrendo. E che se le indagini vanno per le lunghe quest'anno rischio di saltare il Carnevale di Rio e la sfilata sul carro della mia scuola di samba, la Mangueira».



La prima parte del memoriale



Intervista esclusiva di Novella 2000 al trans dello scandalo romano. "Veniva, mi pagava e poi parlava della sua vita, senza fare niente. Ci siamo conosciuti nel 2001, ci vedevamo per tre volte la settimana. Mi confidava del suo grande amore, una donna dello spettacolo che non aveva voluto sposarlo"

Tratto da dagospia.com
Marianna Aprile per 'Novella 2000' 



Quando incontriamo Natalì, che in Brasile i suoi chiamano Natàlia ma che all'anagrafe è Josè Alejandro Vidal Silva, la prima cosa che ci dice è che teme per la vita di Piero Marrazzo: «Non deve stare solo, non può reggere a tutto questo. Io ho paura che se mata, che si ammazzi». E il "se mata" è l'unica digressione da un italiano per il resto perfetto.

Marrazzo da giorni è in un convento, seguito da un medico (avrebbe avuto dei malori legati allo stress) e da uno psicologo. Fa brevi incursioni a Roma ma poi si ritira, per sfuggire a sguardi, commenti, pressioni. È tornato però nei giorni scorsi, per farsi interrogare da quegli stessi inquirenti che hanno fatto arrestare i quattro carabinieri che in questi mesi lo hanno tenuto sotto scacco tentando di vendere alla stampa un video che lo ritrae con una trans.

Meglio dirlo subito. L'unico vero assatanato di sesso in questa intervista è Junior, il barboncino grigio di Fabio, l'amico del cuore di Natalì. Junior non perde occasione per i suoi agguati erotici. Per il resto, dopo due giorni in via Gradoli, lo scandalo a base di video imbarazzanti, trasgressioni inconfessabili e tentativi di ricatto che ha sconquassato la vita dell'ex presidente della Regione Lazio si colora di particolari, aneddoti e di una luce per niente scontata e prevedibile.

Natalì finora è stata zitta, questa è la sua prima intervista: «Voglio raccontare la verità. Si sono dette troppe bugie». Perché proprio a Novella? «Perché voi mi avete seguito dall'inizio, per più di una settimana vi siete presi anche i miei insulti, le grida, ma mi avete aspettato».

L'INCONTRO CON PIERO


Niente sesso, dicevamo. Perché non era quello a spingere Piero verso Natalì. Incredibile? Non dopo il racconto di questa ragazzona di 1 metro e 80 abbondanti, che la storia vuole ripercorrerla dall'inizio. «Ci siamo conosciuti ai primi del 2001. Allora vivevo in via Courmayeur, vicino casa sua. Ma la prima volta che i nostri sguardi si sono incontrati è stata in via del Corso, in centro».

Cosa ci faceva lì?
«Compravo delle scarpe, da Michelle».

E Marrazzo era lì?
«È entrato accompagnato da una donna bionda. L'ho guardato, lui mi ha guardata ed è finita lì. Qualche giorno dopo ci siamo incontrati di nuovo, a due passi da casa».

Vi siete riconosciuti?
«Sì, ma non ci siamo detti nulla. Poi lui mi ha cercato su un sito di trans. E ha trovato il mio numero».

Quindi aveva capito che era una trans?
«Al primo incontro no. Pensava fossi una donna. Quando ci siamo rivisti, ha capito».

E che fa? La chiama e si presenta come "quello del negozio di scarpe"?
«No. Mi chiama, prende un appuntamento per dopo il lavoro. All'epoca faceva Mi manda Raitre, il mercoledì. Ma io non lo conoscevo perché guardo soprattutto la Tv brasiliana. Non sapevo fosse famoso. Dopo anni, mi ha detto chi era».

E in quegli anni cosa è successo?
«Abbiamo iniziato a vederci regolarmente, ma a volte passavano due o tre mesi tra un incontro e l'altro, anche perché io passo alcuni mesi l'anno in Brasile».

Vi siete mai visti più di frequente?
«No, magari veniva tre volte in una settimana, poi per due mesi mai».

Quando ha scoperto che era una trans, non ha avuto esitazioni?
«I clienti dicono tutti che è la loro prima volta con una trans, ma lui fin dall'inizio mi ha detto che aveva avuto già esperienza. È stato da subito un cliente diverso dagli altri».

Diverso perché?
«Perché veniva, mi pagava e poi parlava della sua vita, senza fare niente».

Si riferisce al sesso? «Sì».

Non l'avete mai fatto?
«Non sta bene dirlo, non era per quello che veniva. Gli mancava l'affetto. Per qualche mese, cinque-sei volte dopo il primo appuntamento, abbiamo solo parlato. Quando è successo dell'altro, tra noi è nata più complicità. Altrimenti non sarebbe venuto tanti anni sempre da me».

Gli ha mai chiesto perché avesse scelto proprio lei? «Con i clienti faccio la psicologa, li lascio parlare e non faccio domande. Lui non mi ha mai detto perché e io non l'ho chiesto».

Gli parlava di lei?
«Sì, della mia famiglia, di mio nonno, di mio padre e di quanto mi fossero stati vicini quando ho deciso di diventare una trans».

Discutevate, anche?
«Mai litigato con lui. Parlavamo. Lui, tanto, delle sue figlie, di quanto le amasse. Mi parlava dei suoi matrimoni. Rideva anche, quando gli raccontavo le mie cose. E mi diceva che con me si sentiva libero, si sentiva ascoltato».

Le sembrava felice?
«No. Parlava come un uomo a cui manchi qualcosa».

Che cosa, secondo lei?
«In Brasile si dice: "Più soldi hai più problemi hai". Lui mi ha sempre trattato bene, con rispetto, è una brava persona. Io ero uno sfogo, voleva parlare delle cose con una persona che non c'entrava nulla. E mi raccontava del suo grande amore, quello che non aveva potuto avere».

Quale grande amore? «Una donna dello spettacolo di cui era perso, con cui aveva avuto una storia qualche anno prima che ci conoscessimo. Voleva sposarla, lei disse no e smisero di frequentarsi. Ma gli è rimasta dentro. Ne parlava spessissimo, non aveva superato quella storia, nonostante il matrimonio. Il nome non glielo dico, non tradirei mai le confidenze di Piero».

CHI È NATALÌ


Il 20 dicembre prossimo Natalì compirà, a suo dire, 30 anni. Forse ne ha qualcuno in più, nei verbali ne risultano 37. È nata a Valença, città subito fuori Rio, da Pedro e Aparecida. Pedro è il proprietario del giornale Tribuna da Serra, dove lavora anche la moglie. Natalì, ovvero Alejandro, è il più piccolo di casa, ha due sorelle, due fratelli e pure due nipoti, «che per me sono i figli che non avrò. Li vizio, gli compro tutto quello che vogliono».

Milena ha nove anni e fa smorfie nelle foto che Natalì ci mostra sul suo computer. Col nipote Breno, invece, comunica attraverso orkut.com, un social network simile a Facebook in voga in Brasile, dove Natalì torna ogni anno, per qualche mese, a cavallo del Carnevale, per salire sul carro della sua scuola di samba, la Magueira. A 13 anni Natalì, che allora si chiamava ancora Alejandro, approfitta di un pranzo per dire ai suoi: «Mi piacciono gli uomini». Ma non lo aveva scoperto allora: «Ho sempre saputo quello che volevo». Compiuti 18 anni, dice ai suoi che sarebbe andata a Rio a trovare un'amica. Richiama casa dall'Italia.

Come reagirono i suoi?
«Papà mi disse: "Fai quello che vuoi, ma sempre in modo da poter camminare a testa alta". Mamma la prese malissimo».

Reazione atipica.
«Papà mi è sempre stato vicino, e più ancora nonno Antonio, suo padre, morto tre anni fa. Se decidessi di tornare in Brasile la mia famiglia mi accoglierebbe a braccia aperte. Mio padre con me è splendido. Io credo ai segni, e papà è nato lo stesso giorno di Piero, il 29 luglio. Si chiama Pedro, come lui».

Come va con sua madre, oggi?
«Tutto si è risolto»

Loro sanno che in Italia lei si prostituisce?
«No. Sanno che faccio la parrucchiera e che ho un fidanzato famoso».

Marrazzo?
«Non sanno chi sia».

Suo padre è editore. Sa già di quello che sta succedendo?
«Fino a ieri (il 30 ottobre) avevano saputo dello scandalo di un politico con una trans brasiliana, ma lì non erano ancora uscite le foto. Sono uscite oggi, ma io avevo già avvertito mia sorella».

Teme la loro reazione?
«Certo».

Perché ha deciso di trasformare il suo corpo invece di vivere solo l'omosessualità?
«Mi piace il seno, essere una donna».

UN MONDO ALLA OZPETEK


Che Natalì, silicone a parte, si senta una donna è evidente. Da quanto ci mette a prepararsi per uscire, e dalle sue preoccupazioni per il servizio fotografico da realizzare per noi. Nel pieno dello scandalo e dell'inchiesta in cui è coinvolta in qualità di testimone, il suo pensiero va non a quel che potrà o non potrà raccontarci di Marrazzo, ma agli abiti e alle scarpe che dovrà indossare, alla manicure, ai capelli. Preoccupazioni che si traducono in altrettanti ostacoli alla tabella di marcia del servizio.

Ci tocca seguirla nei preparativi. La prima tappa è all'Oviesse di Corso Francia, poco lontano da via Gradoli. Natalì si fa scortare da Zafira, amica più anziana di lei, sui 50 anni. Sceglie gli abiti per le foto. Un uomo con un telefonino la segue. L'ha riconosciuta, forse pensa di poter guadagnare qualcosa vendendo lo scatto ai giornali. E mentre Natalì si gira e rigira davanti allo specchio del camerino per controllare le pences della gonna, se ne avvicina un altro. Stavolta è il commesso, informa che ha sbagliato camerino: è in quello degli uomini. Natalì sorride e camminando scalza nella nuvola del paradosso trasloca grucce e vestiti in quello per le donne.

Alla fine di questa prima tappa è più serena, lascia andare via Zafira. Sale in macchina con noi, facciamo rotta verso via Merulana, vicino San Giovanni. Qui c'è il mondo di Natalì, quello che va al di là di via Gradoli. Entriamo nel negozio di scarpe, in cui tutti sanno già che calza il 42 e che ama i tacchi molto alti. Poco lontano, c'è il salone di bellezza di Graziella, una bella signora romana sui 45 che ormai parla portoghese: «Le trans vengono tutte qui, alla fine l'ho imparato».

«Io ci vengo da 14 anni», dice Natalì, mentre esibisce trionfante il suo permesso di soggiorno giudiziario alle altre clienti, che conosce una per una. «Vengo da lei tre volte la settimana, però ogni tanto ricambio: Graziella viene a farsi tagliare i capelli a casa mia». Una comunità sorridente e colorata, sembra di essere tra le Fate Ignoranti di Ozpetek. La famiglia romana di Natalì. Le extension sono ormai quasi montate. Finalmente Natalì sentirà di esser pronta per il fotografo.

GLI AMORI E LE NOZZE


Ora si parla solo di Marrazzo. Ma nel cuore di Natalì c'è stato anche un altro uomo. E una donna: «È una mia amica italiana che nel 2000 mi ha fatto un grande regalo, sposandomi», ci spiazza lei. La trans del caso Marrazzo è quindi sposata. "Ovviamente" con una donna. «Del giorno del matrimonio vorrei non ricordare nulla. Mi sono dovuta vestire da uomo, tirare indietro i capelli per farli sembrare corti...».

E con il seno come ha fatto?
«Non era ancora così grande. Non si vedeva molto sotto il completo blu e la cravatta nera».

Ci racconta la cerimonia? «Era l'8 settembre del 2000, le 10 di mattina. La sera prima io e la mia promessa sposa siamo andate a fare una specie di addio al celibato. Abbiamo cenato fuori, tirato tardi. Poi siamo andate in comune e abbiamo detto "Sì". Sono rimasta a casa di mia moglie per circa otto mesi, poi sono venuta a vivere a Roma».

E sua moglie?
«Ci vediamo ogni tanto e ci sentiamo. Siamo in ottimi rapporti, ma ognuna fa la sua vita».

IL MIO FAVOLOSO 2001


Nel 2000 le nozze, quindi. L'anno dopo invece l'incontro con i due uomini più importanti nella vita di Natalì. «Prima ho conosciuto Piero, poi sono partita per il carnevale di Rio e ho incontrato il mio più grande amore, Marcelo».

Quanti anni ha?
«Oggi 28. Ci siamo visti al carnevale, ci siamo piaciuti. Lui pensava fossi una donna, e quando ci siamo appartati e ha scoperto la verità è rimasto spiazzato».

Che cosa ha fatto? «A carnevale, a Rio, vale tutto. Siamo stati insieme lo stesso. E abbiamo continuato a vederci per quattro anni, ogni volta che tornavo da lui, in Brasile».

Quindi durante la sua relazione con Marrazzo.
«In Italia c'era Piero, in Brasile Marcelo. Nessuna gelosia, se è questo che vuole sapere».

Che lavoro fa Marcelo? «Insegna Jujitzu, un'arte marziale giapponese, può immaginare il fisico... È bellissimo, alto, moro...».

Vi vedete ancora?
«Nel 2004 entrò in crisi. Diceva di volere una famiglia, dei figli. Ci siamo lasciati. Oggi lui è sposato, ha una bambina di quattro anni, che ha chiamato Natàlia, e un bimbo di due. Non ci sentiamo più. In quel periodo ho preso una decisione molto importante: lasciare la strada e lavorare soltanto in casa».

Poi, il 25 settembre 2005, si è sposato pure Piero.
«Sì, dopo l'elezione e il matrimonio per un anno non ci siamo visti. Voleva essere prudente, c'era stata quella cosa che avevano provato a incastrarlo con una transessuale, quella tale Veronica di cui hanno parlato i giornali... Poi abbiamo ricominciato».

L'ELITE DI VIA GRADOLI


La casa dove dal 2004 vive e lavora Natalì è nell'ormai celebre via Gradoli, al secondo piano seminterrato del civico 96, ma è su una collinetta e quindi ha anche un balcone. Nel palazzo vivono altre tre trans: Maira al piano terra, Fabiola e Tiffany al secondo, insieme. «Noi quattro siamo inseparabili, andiamo a fare la spesa, usciamo. Le altre, quelle di via Due Ponti e di Largo Sperlonga, dicono che ce la tiriamo, ma solo perché a loro non diamo confidenza. E sono invidiose».

Di cosa?
«Loro stanno in un posto brutto, sporco. Noi qui viviamo in un palazzo con gente per bene, a cui non diamo fastidio, che ci rispetta. Non facciamo il casino che fanno loro, che pensano solo a bere, a drogarsi e non mandano un soldo in Brasile. Loro neanche ci tornano in Brasile, si vergognano».

Due modi di essere trans, quindi.
«Le trans non sono mai amiche tra di loro. Ci riescono con pochi, ma ognuna pensa per sé. Come mi voglio bene io, non mi vorrà mai bene nessuno».

Ci sono protettori? Lei ne ha uno?
«I trans non hanno protettori. Li hanno le prostitute donne, perché sono schiave e non scelgono questo lavoro. Io l'ho scelto. I miei non sono ricchissimi, ma benestanti sì. Se avessi voluto, avrei avuto un lavoro con mio padre».

E perché non lo ha fatto?
«A me questa vita piace».

Non pensa mai di smettere?
«Guadagno tanto. Quando gallina vecchia non farà più buon brodo, prenderò le mie ali e tornerò in Brasile».

PIERO E IO


Per capire quanto sospetto sia stato il blitz dei carabinieri nell'appartamento di Natalì lo scorso 3 luglio bisogna raccontare la routine della relazione tra Marrazzo e la sua trans. «Lui è un uomo speciale, gli voglio bene, soffro per lui».

Come avvenivano i vostri incontri?
«Ci vedevamo sempre dopo mezzanotte. Mi chiamava, diceva che stava arrivando e io avvertivo la guardia di aprire la sbarra che chiude via Gradoli. Usava una Smart bianca, mai l'auto blu. Io mi facevo trovare fuori dal palazzo, salivo in auto e andavamo a casa sua, poco lontano».

Sicura fosse casa sua?
«Sì, anche se non è la casa fuori Roma dove vive con la moglie. Quando arrivavo, mi offriva da bere un succo di frutta, perché non bevo alcolici e neanche lui. Poi andavamo a letto, parlavamo, ci facevamo le coccole».

Coccole?
«Lui voleva essere abbracciato, mi accarezzava i capelli. Quello di cui aveva bisogno era soprattutto l'affetto. Poi apriva la cassaforte dove teneva i contanti e mi pagava. Anche il taxi per andar via».

A che ora andava via?
«Mi sono fermata al massimo quattro ore, mai una notte intera».

Vi siete mai incontrati di giorno?
«No, fino all'irruzione».

Lei dice che vi vedevate sempre di notte e sempre a casa di Marrazzo. Ma il giorno del video era pomeriggio ed eravate in via Gradoli.
«Nel mio appartamento, in passato, era venuto solo un paio di volte. Era arrivato nervoso e gli avevo preparato un bagno caldo. Ma non gli piaceva stare da me, aveva paura. Passava a prendermi e andavamo da lui. A volte succedeva che arrivasse e io non ero ancora pronta: entrava e mi aspettava, poi andavamo da lui».

Guardavate film, ascoltavate musica?
«Ascoltavamo musica».

Avevate una vostra canzone?
«Sì, ma non voglio dirle qual è, è una cosa nostra».

Una che lei associa a Piero?
«Che tesoro che sei, di Antonello Venditti. Quella che dice: "Che tesoro che sei quando mi guardi... Io non ti cambierei/perché sei bella bella bella/bella come sei/sei bella come ti vorrei"».

Perché la associa a lui?
«Piero mi diceva che ero bella, anche senza trucco. D'altra parte, ho vinto addirittura due concorsi di bellezza: Miss Transex International, a Firenze, nel 2004, ed Escala Gay 2006 a Rio, che è un concorso mondiale».

Marrazzo sapeva dei suoi successi? «Sì, era felice per me».

Però, all'epoca era più magra...
«Ora ho 8 chili in più, ma sono a dieta».

IL BLITZ


Quel 3 luglio Piero e Natalì non avrebbero dovuto incontrarsi. «Ci eravamo visti due settimane prima, mi aveva detto che mi avrebbe richiamata, che voleva farmi un regalo, ma non c'era un appuntamento preciso», racconta lei.

E invece ha chiamato.
«Alle 14, forse prima, ha telefonato dalla macchina di servizio. Era agitato, aveva un problema sul lavoro e ha chiesto se poteva venire. Gli ho detto di sì. E dopo cinque minuti era qui».

Cosa accade dopo il suo arrivo?
«Mi ha detto che poteva rimanere solo 20 minuti. Si è tolto cravatta, giacca, pantaloni. A quel punto hanno bussato alla porta urlando: "Aprite, carabinieri, sappiamo che c'è un festino con trans e droga"».

Quanto è passato dall'arrivo di Marrazzo a quello dei carabinieri?
«Al massimo 10 minuti. Piero mi ha detto di aprire, che tanto ero l'unica trans e di droga non ce n'era. Ho aperto».

E poi?
«I carabinieri hanno iniziato a dire che lo avrebbero arrestato perché andava a trans, poi mi hanno mandata sul balcone e non so cosa sia successo dopo».

E quando è rientrata?
«Ho sentito i due chiedere a Piero due assegni da 50 mila euro l'uno, ma lui gli ha detto che non li aveva. Loro mi hanno ricacciata sul balcone».

Vi minacciavano fisicamente?
«Erano aggressivi, ma non ci hanno messo le mani addosso né ho visto pistole».

Quindi? «Sono rientrata, loro sono andati via e Piero mi ha detto che avevano preso 2 mila euro dal suo portafogli. Non c'erano più neanche i 5 mila euro sul tavolo per me. Posso però dire una cosa, a casa mia non è mai entrata droga, prima di quel giorno. Appena ci siamo conosciuti, Piero mi ha chiesto se bevevo, fumavo o mi drogavo, perché lui non voleva avere a che fare con quelle cose».

Ma Marrazzo ne ha ammesso l'uso.
«Io mi accorgo se un cliente è drogato o no. Crederò che Piero usa cocaina solo quando me lo dirà lui guardandomi negli occhi. Non posso dire cosa facesse fuori da casa mia, le persone non le conosci mai abbastanza, ma giuro sui miei nipoti e su mia madre che in otto anni con Piero non c'è mai stata cocaina».

Marrazzo girava sempre con tutti questi contanti?
«Non lo so, di solito ci vedevamo da lui».

La pagava sempre in contanti?
«Una volta mi ha dato un assegno, perché non aveva cash. Ma il giorno dopo è tornato con i soldi e se l'è ripreso».

Dopo otto anni, non poteva fidarsi senza farsi lasciare la cauzione?
«Non ha voluto, è sempre stato preciso».

La pagava sempre così tanto? «Di soldi non posso parlare».

Lui non ha sospettato che fosse stata lei a informare i carabinieri?
«No. Mi ha detto subito che sapeva chi poteva esser stato a organizzare tutto».

E a chi si riferiva?
«Non saprei dirlo».

Che è successo dopo l'irruzione?
«È rimasto dieci minuti, poi ha chiamato l'autista ed è andato via».

Vi siete rivisti?
«Mezz'ora dopo mi ha telefonato e mi ha detto di andare a casa sua».

Quella dove vi eravate sempre incontrati?
«Sì. Ci sono rimasta circa 40 minuti. Mi ha detto delle sue ipotesi su come potevano essere andate le cose. Diceva che forse l'avevano seguito fino a casa mia: venire da me era stato un fuoriprogramma, l'unica spiegazione che sapeva darsi era di essere stato seguito. E si sentiva in colpa per essersi messo nei casini. Ho avuto la sensazione che volesse dirmi qualcosa, ma ero nervosa, lui sconvolto e sono andata via».

Vi siete più sentiti?
«L'8 agosto mi ha telefonato per dirmi che partiva per le vacanze e che ci saremmo visti a settembre, poi più nulla».

Neanche dopo lo scandalo?
«No. Ma penso sempre a lui e spero che riesca a sostenere tutto».

Lei non l'hai mai cercato?
«No. Ho i suoi cellulari ma non ho mai chiamato né mandato sms in otto anni».