domenica 15 novembre 2009

D'Alema vede Lula: «Su Battisti decidono i giudici brasiliani»

Corriere della Sera

L'ex premier: «Auspico che sia soddisfatta la richiesta italiana di estradizione»

Lula e D'Alema (Ap)

ROMA - Massimo D’Alema ha incontrato in un albergo romano il presidente della Repubblica brasiliana, Luiz Ignacio Lula da Silva. Rispondendo alle domande dei cronisti sul caso del terrorista italiano Cesare Battisti, detenuto nelle carceri brasiliane e in attesa di una decisione sulla sua estradizione, D’Alema spiega: «Non ne abbiamo parlato, perché il presidente mi ha spiegato che la questione è nelle mani della magistratura, quindi sarà la magistratura a decidere entro qualche giorno». «Io auspico - dice ancora l’ex premier di fronte alle insistenze dei giornalisti - che la magistratura brasiliana lo esamini nel senso richiesto dalle autorità italiane». A chi gli chiede di spiegare perché il Partito democratico sia favorevole all’estradizione, D’Alema risponde: «Perchè è una persona che è stata condannata nel nostro paese per gravi reati contro persone innocenti e non per ragioni politiche. È giusto che sconti la pena nel nostro paese, come è normale che sia, non c’è una ragione particolare».

NO COMMENT SUL NO DI BRUNETTA ALLA SUA CANDIDATURA - Massimo D’Alema non ha invece commentato le parole del ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, che ha bocciato la sua candidatura ad Alto rappresentante per la politica estera e di difesa dell’Unione europea, bollandolo come post-comunista: «Non rispondo - dice, parlando a margine del suo incontro con il presidente della Repubblica federale brasiliana, Luiz Ignacio Lula da Silva - non mi pare un tema sul quale...». «Non ho nulla da dire - aggiunge l’esponente democratico - ognuno è libero di avere le sue opinioni».


15 novembre 2009



Tg1: indagato comandante dei Ris

Corriere della Sera

I reati ipotizzati al colonnello Luciano Garofano: truffa ai danni dello Stato, abuso di ufficio e falso ideologico

Il colonnello Garofano (Ansa)

PARMA - Secondo il Tg1 il comandante dei Ris Luciano Garofano sarebbe stato indagato dalla Procura di Parma. Il colonnello sarebbe infatti coinvolto nell'inchiesta scaturita tempo fa da un esposto dell'avvocato Carlo Taormina. La decisione sarebbe solo l'ultimo atto dell'indagine approdata in un primo tempo davanti alla magistratura militare e poi trasferita per competenza alla magistratura civile, competente per territorio, a proposito di presunte irregolarità compiute dai Ris sotto la guida di Garofano per lo svolgimento di consulenze tecniche su diversi e importanti casi giudiziari di cui i Ris si sono occupati in questi anni.

I REATI - I reati ipotizzati dall'esposto sarebbero quelli di truffa ai danni dello Stato, abuso di ufficio e falso ideologico. La Guardia di Finanza proprio per acquisire la documentazione necessaria a verificare la fondatezza delle accuse contenute nell'esposto è andata diverse settimane fa, ma anche recentemente nella sede del Ris a Parma. Intanto Luciano Garofano, 56 anni, romano, ha presentato domanda di congedo al comando generale dei carabinieri che è stata accolta e in queste ore ha lasciato l'Arma. Garofano era attualmente in servizio al Racis, (Raggruppamento investigazioni scientifiche) da cui dipendono i vari Ris compreso quello di Parma di cui il colonnello è stato a lungo comandante. In occasioni delle recenti elezioni europee Garofano si era candidato nella lista Mpa-La Destra-Pensionati-Alleanza di Centro nella circoscrizione Nord-Orientale ma non era stato eletto.


15 novembre 2009



PA, entra in vigore la riforma. Brunetta: un mazzo così a chi non rispetta standard

Il Messaggero

ROMA (14 novembre) - Domenica entra in vigore la legge Brunetta che riforma la Pubblica amministrazione, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale a fine ottobre. Le nuove norme, annunciate da tempo, diventano ora operative a tutti gli effetti e riguardano 3,5 milioni di lavoratori. «E' la più grande riforma della legislatura - dichiara Brunetta - è il bastone in mano al cittadino. Lo standard diventa esigibile e se il cittadino non riceve quel bene o quel servizio secondo lo standard, può dire al funzionario “io ti faccio un mazzo così”».
Lunedì sarà presentato a palazzo Chigi un portale con tutte le fasi di implementazione della riforma.

Molte le novità in arrivo:
più produttività, merito e trasparenza, ma anche lotta ai fannulloni i quali, a secondo della gravità del caso, andranno incontro a sanzioni, pure penali, taglio dello stipendio e licenziamenti. Previsto un forte impulso alla mobilità, obbligatoria se necessario, una nuova Authority per la valutazione delle performance e una sorta di pagella dei dipendenti. Nel dettaglio, ecco i punti salienti della legge Brunetta.

Premi al merito. Previsti incentivi economici e di carriera per i meritevoli. Non più di un quarto dei dipendenti di ogni amministrazione potrà beneficiare del trattamento accessorio nella misura massima prevista dal contratto, non più della metà potrà goderne in misura ridotta del 50%. Chi non lo merita, invece, non prenderà nulla. Il dipendente che si è collocato nella fascia di merito alta concorre per il bonus annuale assegnato alle performance eccellenti.

Sanzioni anche penali per certificati medici falsi. Sanzioni anche penali (fino a 5 anni di carcere e una multa fino a 1.600 euro) sono previste, in caso di falsi certificati medici, nei confronti del dipendente. Per il dipendente “imbroglione” scatta il licenziamento con l'obbligo del risarcimento del danno. Anche il medico eventualmente corresponsabile sarà radiato dall'albo e licenziato.

Licenziamento. Tra le cause individuate per il licenziamento ci sono il ripetersi di assenze ingiustificate, il rifiuto senza motivi del trasferimento, la presentazione di documenti falsi per l'assunzione o per essere promossi. Ma anche: comportamenti aggressivi e molesti e condanna per reati contro la pubblica amministrazione e il prolungato rendimento insufficiente.

Dirigenti più responsabili. A loro il compito di valutare la performance di ciascun dipendente. Saranno sanzionati se non svolgeranno efficacemente il proprio lavoro. Per i nuovi dirigenti, fissati sei mesi di formazione all'estero. Arrivano anche nuove procedure di accesso alla dirigenza per concorso per titoli ed esami indetto dalle singole amministrazioni.

Mobilità anche obbligatoria. Se necessario i dipendenti dovranno spostarsi dove è più necessario anche se non sono d'accordo.

Authority per valutazione, pagella dei dipendenti. Nasce un'Autorità per rafforzare la valutazione e la trasparenza nelle amministrazioni. Ogni anno la commissione predisporrà una graduatoria di performance delle singole amministrazioni in base alla quale la contrattazione ripartirà le risorse.


Treviso, 41 anni e cieca dalla nascita L'Inps non le crede: ce lo dimostri ancora

Il Messaggero

Vittima della retinite del prematuro, deve continuamente
certificare l'invalidità davanti a una commissione

di Luca Bertevello

TREVISO (15 novembre) - È possibile essere così ciechi da sottoporre una persona non vedente dalla nascita al giudizio di una commissione medica? Lorenza, 41 anni, vittima di una patologia chiara e definitiva quando ancora si trovava nella culla, è dovuta comparire davanti ai medici per ricevere l'ennesima legittimazione del suo stato di invalidità permanente.

E questo risponde alla domanda. È accaduto la settimana scorsa. E succederà anche la prossima, con altri disabili nella medesima condizione, perchè lo prevede la legge o - per essere più precisi - un decreto ministeriale. L’aspetto grottesco della vicenda è che l’applicazione delle normative finisce per mettere in difficoltà le stesse commissioni: davanti a pazienti che non sanno spiegarsi i motivi di un simile affronto, i commissari chiariscono che si tratta di ordini e come tali vanno eseguiti, indipendentemente dall’irreversibile gravità delle lesioni oculari degli esaminandi. Dopodiché, nei casi conclamati, il controllo medico non viene neppure fatto e l’incontro si chiude con un semplice colloquio, che però non smorza affatto l’irritazione e il disagio di chi è stato sottoposto alla visita.

Lorenza Vettor oggi è presidente dell'Unione Ciechi di Treviso. Ha una gemella, Caterina, non vedente come lei, che fa la fisioterapista. Sono nate il 10 agosto 1968 con due mesi e mezzo di anticipo. Hanno conosciuto la vita nell'incubatrice. E l'incubatrice gliene ha tolta una parte quando le infermiere si dimenticarono di bendare gli occhi delle gemelle. L'ossigeno presente dentro l'involucro penetrò nelle retine, bruciandole. Tecnicamente si chiama retinite del prematuro. Giuridicamente si chiama imperizia. Prosaicamente si chiama sfortuna: essere nate quel giorno, con quelle infermiere, in quell'ospedale, in quegli anni. Un evento del genere oggi non potrebbe più accadere. E se accadesse aprirebbe le porte a una causa milionaria che non lascerebbe scampo all'Usl. «Ma erano altri tempi - dice Lorenza -. Non c'era tutela, non c'era sensibilità, non c'era il Tribunale dei diritti del malato. E non c'erano neppure soldi. I miei genitori non potevano affrontare una causa legale contro un colosso come l'Usl e l'ospedale di Treviso non ha mai voluto riconoscere spontaneamente l'errore. Furono lasciati soli con un bambino piccolo e due figlie cieche».

Così va il mondo. Però che 40 anni più tardi l’invalidità di Lorenza e Caterina debba essere certificata, non depone a favore del sistema sanitario e neanche dell’istituto nazionale di previdenza che ora si fa carico di eseguire gli accertamenti. Cosa c’è da verificare? Se cieche lo sono davvero? Se davvero c'è il buio dietro le loro palpebre? «Al di là del sopruso - continua Lorenza - questo significa sperperare denaro pubblico. È vero che appurare l’invalidità è nell'interesse anche nostro, ma c'è modo e modo di fare le cose».

Una legge del 2001 avrebbe diviso, in realtà, i ciechi assoluti dalle persone ipovedenti e i ciechi dalla nascita da quelli acquisiti, cioè che lo sono progressivamente diventati con l'età o a causa di eventi traumatici. Ma non sembra che una simile suddivisione abbia contribuito a evitare certe cadute di stile, anche adesso che gli accertamenti sono passati dall'Usl all'Inps: «In teoria quando i controlli andranno a regime, queste visite non verranno più fatte - conclude la presidente dell’Unione Ciechi trevigiana -. Ma se cambia il ministro può cambiare anche la legge e se ne viene applicata una che non distingue l'invalidità in base alla patologia, rischiamo di tornare al punto di partenza».



Pannella al Pd: contro di noi metodi indecenti


 

Chianciano - Marco Pannella attacca duramente il Pd nell'ultima giornata del congresso dei Radicali Italiani e non fa sconti neppure a Pierluigi Bersani, con il quale si era aperto nelle scorse settimane un dialogo. "Complimenti anche all'attuale segretario - ha detto Pannella - se dopo 30 anni di permanenza nel Parlamento europeo, oggi i Radicali ne sono esclusi. Il Pd ha usato in modo indecente i suoi strumenti, non solo contro di noi, ma per tradire anche il suo popolo e i suoi militanti". Un'altra severa critica Pannella l'ha rivolta a Veltroni, con il quale fu fatto un accordo per candidare nove radicali nelle liste del Pd alle ultime elezioni politiche: "Accettammo per coraggio politico e morale che Di Pietro fosse presentato come alleato del Pd, con il diritto di esporre i suoi simboli. Le nostre bandiere invece sono state rifiutate, nascoste nello scantinato come una vergogna, perché non le vedessero Oltretevere, in Vaticano. Ma ora i nostri nove parlamentari sono ancora lì con dignità, mentre quelli del 'loft' - ha concluso Pannella, alludendo all'entourage di Veltroni - se ne sono andati molto lontano".

"Bonino meglio di D'Alema" "E' un errore che Berlusconi abbia scelto Massimo D'Alema come ministro degli esteri Ue invece di Emma Bonino. Un altro errore è stato che il Pd abbia accettato tutto questo", ha anche detto Pannella, aggiungendo: "La segreteria del Pd 'abbozza' perché Berlusconi comanda anche in casa loro da decenni. Ma che sia l'ultima volta che questo accade. Noi ci aspettiamo che il Pd riesca a fare per la prima volta l'alternativa al regime e non nel regime. In ogni caso non è detto che saremo noi a scomparire, come invece il Pd vorrebbe".

Regionali, alleanza con verdi e socialisti E' questa la proposta fatta dal leader radicale nel suo discorso conclusivo al congresso del partito. Il leader della Rosa Nel Pugno ha chiesto che il nuovo cartello elettorale cominci subito la raccolta delle firme per le candidature alle regionali. Giovedì scorso Pierluigi Bersani è stato ospite nella prima giornata di lavori del congresso. Per le prossime elezioni regionali si era aperta una trattativa tra i radicali e il Pd, trattativa nella quale i primi chiedevano un accordo politico per tutte le regioni. Su questo punto Bersani non ha voluto prendere impegni. Di qui la decisione di stamani di Pannella di "scavalcarlo e di fare l'accordo con Verdi e socialisti".

Critiche Berlusconi "Silvio Berlusconi stà portando il paese verso il disastro", sostiene Pannella. Secondo l'analisi del leader storico dei Radicali, la "catastrofe istituzionale italiana viene da molto lontano". "Berlusconi - ha aggiunto - non è quindi un frutto nel deserto. Ha pensato di dominare per trarre profitti e vantaggi magari anche per gli altri. Invece stà portando tutti alla catastrofe, grazie anche a un debito pubblico non più controllabile".



In Olanda bollo auto a consumo

Corriere della Sera

La tariffa media sarà di tre centesimi al chilometro. Obiettivo: prezzi più bassi e disincentivo all'uso


AMSTERDAM - Bollo auto a consumo: spendi meno a comprare l'auto nuova ma ti costa di più a usarla. E' l'idea alla quale sta lavorando il governo olandese, con l'obiettivo di detassare e quindi abbassare il prezzo di acquisto delle auto, di circa il 25%, ma soprattutto di disincentivare l'uso delle vetture, per snellire il traffico e ridurre l'inquinamento dell'aria.

IN VIGORE DAL 2012: TRE CENTESIMI A KM - Il progetto allo studio dovrebbe entrare in vigore dal 2012, quando gli automobilisti olandesi dovranno pagare una nuova tassa a chilometro percorso. L'obiettivo al quale punta il governo è quello di limitare le emissioni di CO2 del 10% e il prezzo a chilometro percorso per una vettura media sarà di 3 centesimi di euro nel 2012. La cifra aumenterà progressivamente fino al 2018 e la tassa sarà più elevata a seconda della cilindrata del veicolo e delle sue emissioni di CO2, hanno precisato le autorità. Saranno invece soppresse le tasse sull’acquisto di un veicolo nuovo, circa il 25% del prezzo totale.

MONITORAGGIO CON IL GPS - Il "piano olandese" ha nel mirino il traffico automobilistico e il conseguente inquinamento atmosferico: quindi la "tassa a consumo" sarà parametrata anche all'uso dell'auto a seconda degli orari, delle città e delle vie più trafficate: a tenere sotto controllo gli automobilisti un sistema Gps. Sarà bene, per esempio, stare alla larga da alcune strade di Amsterdam e Utrecht, in particolare in alcune ore della giornata.



Sul web una lista di mariti traditi: un paese brasiliano perde la pace

Corriere della Sera

Decine le coppie in crisi. L'autore dell'elenco con 300 nomi è ricercato dalla polizia

LAGOA DA PRATA (BRASILE) - Alcune coppie hanno rischiato di separarsi. Altre hanno litigato con violenza. Tutte affermano di essere profondamente turbate. La tranquillità di Lagoa da Prata, città brasiliana che conta circa 45.000 abitanti, è stata sconvolta nei giorni scorsi da un breve documento pubblicato sul popolare social network Orkut. Si tratta di una lista di 300 persone, redatta da un utente che si nasconde dietro il nickname di «Ricardão», intitolata «Os mais cornos de Lagoa da Prata» che elenca i presunti "cornuti" della città carioca. Secondo il suo autore, che adesso è ricercato dalla polizia e dovrà rispondere di diversi reati, la sua è una crociata contro le tante donne infedeli che vivono nella città brasiliana.

CACCIA ALL'AUTORE - Sebbene la pagina sia stata rimossa dopo pochi giorni dal social network, la notizia ha superato i confini cittadini ed è stata ripresa dai più importanti organi d'informazione del paese. Sono nati decine di siti che ripresentano la lista e addirittura alcune pagine web propongono la rassegna aggiornata con nuovi nomi di cittadini traditi. A Lagoa da Prata non si parla d'altro ed è caccia all'autore del testo. Qualche giorno fa un uomo è stato beccato dalla polizia mentre incollava una copia della lista in una filiale di una banca, ma dopo aver passato qualche ora in caserma, è stato rilasciato. Secondo gli inquirenti altre persone sono indagate, ma i nomi non sono stati resi noti. A rendere ancora più piccante la notizia è uno studio pubblicato nel 2004 da un noto psichiatra brasiliano che afferma che Minas Gerais, lo stato carioca dove si trova la città di Lagoa da Prata, è uno dei territori dove vivono le donne più infedeli del Brasile. Circa il 30% delle ragazze intervistate dallo studioso infatti dichiarava di avere almeno una storia extraconiugale o di frequentare più di un amante.

COMMENTI - Una casalinga di 43 anni, intervistata dal quotidiano brasiliano "O Tempo", afferma che da quando la lista è stata pubblicata in città non si sta più tranquilli: «Chi ha pubblicato questo documento è sicuramente qualcuno che vuole farci del male» dichiara la donna che chiede di restare anonima perché il nome di suo marito è comparso nella rassegna. «Non è un bel gioco» sostiene Juliana Oliveira, commerciante e vittima indiretta della lista. Il nome del fidanzato infatti è tra quelli presenti nel documento. «Non so cosa rispondere alle persone che m'interpellano». Più complessa la storia di due fidanzati storici che sono arrivati quasi alla separazione: «Hanno messo non solo il suo nome, ma anche il suo soprannome nella lista» si lamenta l'anonima fidanzata a un'emittente locale: «Abbiamo litigato e quasi ci siamo lasciati». C'è invece chi la prende con filosofia e dichiara che non bisogna farne un dramma. Parafrasando la famosa canzone di Franco Califano: «La mia libertà» conclude: «Tanto prima o poi la tua donna le corna te le fa».

Francesco Tortora
14 novembre 2009

Quei Comuni dove la sinistra governa insieme alla camorra


 

di Gian Marco Chiocci e Luca Rocca

Nella Campania del finto «Rinascimento» le relazioni pericolose tra la camorra e il Pd si concretizzano nei consigli comunali sciolti negli anni per infiltrazione mafiosa. La mappa geopolitica stilata dalla commissione parlamentare antimafia dei municipi campani «colpiti» da provvedimento di scioglimento, fotografa impietosamente la presenza capillare dei clan nelle giunte capeggiate da amministratori appartenenti a quello schieramento politico che si riempie la bocca di moralismo e riempie le pagine dei giornali e gli schermi tv inneggiando alla questione morale: il centrosinistra, appunto.

La realtà è ben diversa. I legami tra amministratori rossi e boss talvolta sono strettissimi. Sindaci che organizzano feste in onore del capoclan locale, giunte che «regalano» appalti ai parenti dei padrini, eletti che assumono amici dei camorristi, voti in cambio di cortesie. Il caso più recente è quello di Castello di Cisterna, sciolto l’estate scorsa per le presunte connivenze tra alcuni esponenti della maggioranza e i parenti di due boss della malavita. Un paio di mesi prima è toccato a Villa Literno, dove il clan dei casalesi è di casa. Poco tempo prima è il turno di Pago del Vallo Lauro, comune dell’Avellinese. Secondo la Dda di Napoli, l’abuso d’ufficio e il falso in atto pubblico erano stati commessi per agevolare il sodalizio criminale della «famiglia» dei Cava. E che dire di Marcianise, nel Casertano, dove gli amministratori vengono mandati a casa e dieci mesi dopo reintegrati dal Tar, che ribalta le conclusioni della commissione d’accesso sulle infiltrazioni camorristiche.

Pochi mesi dopo la scure del prefetto si abbatte su Orta di Atella a causa delle «forme di condizionamento» da parte della criminalità organizzata sull’amministrazione comunale. Più indietro nel tempo, spunta San Tammaro, ancora provincia di Caserta, sciolto per le «cointeressenze fra l’apparato burocratico ed esponenti malavitosi». Il capo staff del sindaco aveva stretto il «patto del mattone» con esponenti delle cosche locali. Nel Napoletano la giunta sospesa dall’incarico è quella di Afragola. Il sindaco viene accusato di aver deciso la realizzazione di un nuovo ospedale per «rivalutare» le aree di «un esponente apicale del clan camorristico dominante», quello dei Moccia.

Per la partecipazione alle gare d’appalto non veniva nemmeno richiesta la certificazione antimafia. È più recente lo scioglimento del Comune di Arzano, nel Napoletano. Un anno e mezzo fa la giunta formata da Pd, Verdi e inizialmente anche da Idv e Udeur, viene mandata a casa dopo alcuni episodi che proverebbero la commistione fra alcune forze politiche e la camorra: il sindaco, Nicola De Mare, viene malmenato sotto casa; la moglie del presidente del consiglio comunale rimane ferita dall’esplosione di un pacco bomba; un consigliere comunale viene gambizzato.
Nel gennaio del 2006 tocca a Boscoreale, dove domina il clan Pesacane. Qui il Comune è accusato di non demolire manufatti abusivi dei congiunti di esponenti camorristici.

Ciliegina sulla torta: contributi a favore di fantomatiche associazioni socio-culturali legate alla criminalità organizzata. Quattro mesi prima di Boscoreale viene sciolto il municipio rosso di Crispano. Lì a farla da padrone è il clan Cennamo. Negli atti ufficiali si parla di «fitta rete di frequentazioni e parentele di pubblici amministratori e dipendenti con soggetti gravitanti nell'ambito della criminalità organizzata». Addirittura durante la cosiddetta «festa dei gigli» del giugno 2004, viene esposto in pubblico un grande telo con l’effigie di Antonio Cennamo, esponente di spicco della camorra, in cui si legge: «Tutto questo è solo per te».

Il Comune di Melito di Napoli viene spazzato via nel dicembre del 2005. Il sindaco finisce in carcere per aver costituito un'associazione per delinquere allo scopo d’impedire il libero esercizio del voto da parte dei cittadini così da favorire un compagno di partito, poi eletto, a sua volta sottoposto a indagini per 416 bis. Stesso anno, stesso mese, viene sciolto Pozzuoli. Tra i dipendenti figurano pregiudicati per associazione per delinquere di tipo mafioso mentre le aree di vendita del mercato ittico vengono assegnate arbitrariamente anche a soggetti privi di requisiti antimafia. Un anno prima era toccato al Comune di Volla dopo che erano emersi rapporti tra amministratori e camorristi locali. Ancora una volta le concessioni edilizie venivano rilasciate violando le norme e per favorire soggetti indagati per associazione mafiosa.

A Montecorvino, sciolto nel novembre del 2003, il sindaco e un assessore finiscono dietro le sbarre con l’accusa di associazione mafiosa, mentre a Casoria, altro Comune del Napoletano colpito dallo stesso provvedimento nell’ottobre del 2005, alcuni dipendenti mantenevano rapporti assidui coi mafiosi del luogo e le licenze edilizie venivano concesse anche a esponenti della camorra. Andando più indietro nel tempo, anche il 2002 si rivela un anno «ricco». Il municipio di Frattamaggiore viene sciolto a causa di una «fitta e intricata rete di parentele, affinità, amicizie e frequentazioni che lega alcuni amministratori e dipendenti comunali a personaggi gravitanti nella sfera della criminalità organizzata» e anche perché gli appalti venivano affidati a «ditte di proprietà di soggetti con gravissimi precedenti penali o collegati a esponenti apicali di clan camorristico della zona».

Anche la mitica Pompei rientra nel calderone dei consigli comunali mandati a casa dal prefetto per la presenza pervasiva della camorra. Sempre nel 2002, infatti, si accerta che «un soggetto affiliato alla cosca locale e assiduo frequentatore di esponenti della maggioranza e di appartenenti al comando dei vigili urbani (...) è l’anello di congiunzione tra clan e amministrazione». Infine, nel 2000, tocca all’ennesimo Comune «rosso», Pignataro Maggiore, dove alcuni amministratori avevano collegamenti, diretti o indiretti, con la Camorra Spa.

Piovono soldi a Parigi" Poi l'iniziativa è sospesa E scoppia la guerriglia

Quotidianonet

L’entusiasmo scatenato dall’annuncio della distribuzione di banconote ha indotto gli organizzatori a sospendere la distribuzione: scoppia la rabbia della gente

Roma, 15 novembre 2009

Un ambiente troppo elettrico e teso: l’entusiasmo scatenato dall’annuncio della distribuzione di banconote in pieno centro di Parigi ha superato le previsioni degli organizzatori dell’iniziativa, e così una società che voleva distribuire il denaro, oggi vicino alla Torre Eiffel nella capitale francese, ha desistito per motivi legati alla sicurezza.

“Sarebbe stato difficile garantire la sicurezza. E’ stato quindi deciso per il momento di annullare tutte le distribuzioni pubbliche di denaro”, ha annunciato Jean-Baptiste Descroix-Vernier, presidente della società Rentabiliweb, casa madre del sito commerciale ‘Mailorama.fr’ ideatrice di questa iniziativa che ha avuto un grande impatto mediatico.

I 100.000 euro stanziati per l’operazione dovrebbero essere trasferiti a fin da lunedì. Più di 5mila persone si erano radunate a mezzogiorno ai piedi della Torre Eiffel, per ricevere una delle 5.000 buste contenenti una banconota tra i 5 e i 500 euro. Ma a seguito dei gravi disagi alla circolazione constatati nella zona di champ de Mars la prefettura, già contraria a questa iniziativa, ha chiesto a Rentabiliweb di non procedere alla distribuzione di denaro. La società aveva ingaggiato una decina di agenti di sicurezza di una società privata. 

La marcia indietro è stata tutt’altro che apprezzata dalla folla. Delusi dall’organizzazione, numerosi giovani hanno iniziato a lanciare arance e mele contro automobili e vetrine vicino a Champ de Mars. Forze di polizia hanno preso posizione nella zona e un’auto delle forze dell’ordine sarebbe anche stata rovesciata.

GUARDA IL VIDEO

Gentilini: "Il mio comizio vietato sul burqa e sulle croci"


 

di Renato Gentilini*

Lo sapete perché mi hanno condannato a non fare comizi? Perché tutto quello che avevo detto negli anni passati era la pura verità, purtroppo confermata dalla cronaca e dai provvedimenti politici adottati a livello nazionale.
Volete un esempio? Semplice, la legge ispirata dal ministro Maroni sui clandestini. Dunque, facevano tanto rumore, mostravano scandalo perché io invitavo a rispedire a casa loro i delinquenti, perché chiedevo la blindatura delle frontiere nei confronti degli indesiderati. Bene, e per questo forse sarei razzista? Non mi pare, visto che a distanza di pochi anni questa Repubblica ha una legge che, di fatto, introduce il reato di clandestinità.
Eccolo qua il razzista. Chiamatemi piuttosto lungimirante. Vi ricordate quando vietavo il burqa? Anche lì, un pandemonio. Io sarei stato quello che discriminava gli stranieri, che adottava provvedimenti degni di Hitler. Meno male che non mi hanno mai paragonato a Stalin. Sciocchezze, tremende sciocchezze. Io ho fatto il sindaco e so come si governa una città nell’interesse dei cittadini che ci abitano, stranieri compresi. Sì, stranieri compresi, perché se andate a chiedere agli immigrati che vivono e lavorano regolarmente a Treviso vi diranno che ci stanno a meraviglia. E che quello che viene passato per un tiranno ha solo ed esclusivamente chiesto, e ottenuto, che chi arrivava da fuori rispettasse le leggi e le tradizioni di questo territorio.

Io i comizi, in ogni caso, li tengo come e dove voglio. Anche perché ho presentato ricorso contro il provvedimento di una magistratura che tende sempre al rosso. Questa è la loro risposta democratica, chiudere la bocca a chi esprime concetti condivisi da tutti. Chiedetelo ai trevigiani, chiedete quanti di loro sono favorevoli alle donne che girano mascherate col burqa. Ma per favore, io ho scritto al Presidente della Repubblica perché venga dato un riconoscimento ufficiale all’usciere del museo di Ca’ Rezzonico che ha impedito l’ingresso a un essere totalmente coperto da un velo inaccettabile. Basta questo per dire che sono razzista? Se bastasse, allora non dovrei essere certo l’unico a cui togliere la parola.
No, non passeranno queste tesi fino a quando nel Veneto ci saranno persone che non mollano. Dico, vi siete mai chiesti come mai la Lega continua a guadagnare voti? Provate a fare un fischio a quei burocrati che stanno all’Unione europea e che hanno il tempo di riempire cartacce di oscenità. Sì, perché non è un’oscenità il divieto di crocifisso emesso nei confronti della nostra storia? Allora, noi dovremmo destinare soldi pubblici per aiutare gli islamici a costruire le loro moschee e nel contempo togliere i crocifissi dalle nostre scuole, dai nostri municipi, dalle nostre istituzioni. Fosse per certi preti nostrani, del resto, dovremmo togliere il crocifisso pure dalle nostre chiese, visto che qualcuno ha pensato bene di dare ai musulmani dei locali cristiani perché li potessero trasformare in moschee. Bravi, davvero, questi preti rosa, rosati, rossi, fate voi, che si lasciano sfilare il crocifisso in virtù di una resa spacciata per tolleranza.

Nossignori, sul crocifisso non si passa. È la nostra cultura, la nostra storia, la nostra tradizione, vogliamo buttare tutto nel cesso? Vogliamo lasciar fare ai burocrati di Bruxelles? Un popolo che molla sulla sua storia è un popolo che non ha futuro. E non mi vengano a dire che sono razzista perché parlo male delle moschee, perché mi oppongo alla costruzione di questi presunti luoghi di culto. Dietro il paravento del Corano, nelle moschee si ritrovano anche i terroristi. Avete visto quel che è successo a Milano? Dico, a Milano, mica in Afghanistan o in Pakistan, a Milano, grande città del nord Italia: un tipo che frequenta la moschea ha rischiato di compiere una strage. Ci sono segnali che personaggi del genere siano in costante aumento nel nostro Paese.

Di fronte a questi fatti, non posso neanche prendere in considerazione l’ipotesi di autorizzare la costruzione di una moschea. Pensate: l’Europa ci chiede di togliere il crocifisso perché potremmo mancare di rispetto agli islamici e in più noi dovremmo metterci a costruire moschee per permettere loro di sentirsi a casa.
È una vergogna. E poi dicono che io sono razzista. Magari perché non tollero che nei campi nomadi ai bambini venga insegnata l’arte del furto, dopo mille maltrattamenti. A Treviso la Lega ha sempre ottenuto un mare di voti perché il popolo la pensa esattamente come me.

Perché io difenderò fino alla morte il crocifisso sulla parete della scuola, anche se non condivido affatto uno dei precetti cristiani che mi insegnavano al catechismo: se ti danno una sberla, tu porgi l’altra guancia. Mi dispiace, io sono fiero di sapere che la mia cultura ha il crocifisso nelle sue radici, ma io l’altra guancia non la porgo. Io, a questi qui che continuano a fare i delinquenti a casa mia, rifilo un cazzotto. Anzi, due, così imparano a comportarsi bene, a rispettare le città che li hanno accolti.
Questi qui sono i motivi per cui un magistrato mi ha condannato, in primo grado, a tener chiusa la bocca in pubblico. E questi qui sono anche i motivi per cui la Lega nord continua ad aumentare il consenso. Per avere il coraggio di dire e fare quello che la maggior parte del popolo pensa.

A furia di tollerare i clandestini, a furia di tollerare le moschee frequentate da terroristi, a furia di tollerare gente che gira coperta per le strade, finisce che siamo noi gli stranieri a casa nostra. Nessuna sentenza mi può impedire di denunciare questa deriva. E col prossimo governatore leghista, state pur certi che il Veneto a questa deriva non si rassegnerà mai.
*pro sindaco di Treviso
(testo raccolto da Marimo Smiderle)


Ha indagato su 140 delitti con Giovanni Falcone "La giustizia? Una piovra"


 

È uno dei più autorevoli esperti - appena una dozzina in tutto il mondo - di balistica, esplosivistica e residui dello sparo. Quindi se il professor Marco Morin dice che nel nostro Paese le sentenze dei processi per omicidi, attentati e altri reati in cui c’entrano le armi da fuoco o le bombe sono quasi sempre frutto di investigazioni fatte alla carlona, c’è da preoccuparsi. Se poi la conferma arriva da Edoardo Mori, che oltre a essere giudice per le indagini preliminari del tribunale di Bolzano è anche titolare del sito Earmi.it «dedicato a coloro che amano lo studio delle armi e della balistica e sono interessati ai problemi giuridici connessi», c’è da spaventarsi. Scrive Mori, osannando, e non certo per consonanza anagrafica, una relazione di Morin: «È esemplare nel dimostrare quale deve essere la buona preparazione di un perito, ben informato su tutta la più recente letteratura scientifica, capace di comprenderla nelle lingue straniere e capace di usare strumenti di analisi.

Tutte cose che non si possono pretendere da un poliziotto o un carabiniere, addestrati alla bell’e meglio in base “alla prassi dell’ufficio” o “a ciò che si è sempre fatto”».
Ecco, il professor Morin nella sua vita non ha mai fatto cose che si sono sempre fatte. Pochi giorni fa, per dire, alle 10 di sera s’è tuffato in pigiama nel Rio di San Tomà che circonda la sua casa di Venezia, nella quale abitò fino alla morte la pianista Luisa Baccara, amante di Gabriele D’Annunzio, e ha recuperato dalle acque del canale il suo Momi Due, un soriano rosso, che vi stava affogando. Il coraggio, insieme con la passione per il mestiere delle armi, l’ha ereditato dagli antenati, gente di mare d’origine francese che si mise al servizio della Serenissima prima e degli Asburgo poi; in particolare dal nonno Franz, capitano di vascello, comandante del cacciatorpediniere austriaco Balaton che nel dicembre del 1915 affondò il sommergibile francese Monge, e dal padre Federico, che a 10 anni già frequentava l’accademia militare Teresiana di Wiener Neustadt.

Sicuro indice di sprezzo del pericolo, oltre che di elevata competenza professionale, fu il fatto di prestarsi come consulente di fiducia del compianto Giovanni Falcone per le indagini su 140 delitti di mafia, a cominciare dall’uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e della moglie Emanuela Setti Carraro. Morin s’è occupato anche dei casi Aldo Moro, Luigi Calabresi e Marta Russo, delle efferatezze del mostro di Firenze, delle stragi di Peteano, Bologna e Ustica. Ma oggi guai a dargli del perito balistico: «Faccio solo consulenze di parte. Non voglio più aver nulla a che fare con magistrati e tribunali. Lo vede questo tomo di 637 pagine? È il manuale che i giudici federali statunitensi devono studiarsi per essere in grado di valutare la bontà delle prove scientifiche portate alla loro attenzione. Da noi? Prendono per oro colato qualsiasi bischerata. Basta che provenga dai laboratori istituzionali».
Fino a pochi anni fa il professor Morin era l’anima del più attrezzato di questi laboratori, il Centro indagini criminali, costruito a propria immagine e somiglianza presso la Procura di Venezia. A un certo punto gli impedirono di accedervi, nonostante le rimostranze di Falcone. «Come? Facendo passare me per un criminale», allarga le braccia. Perciò il super esperto oggi preferisce portare un contributo di verità, spesso senza farsi nemmeno pagare, nelle aule di giustizia degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, persino dell’Australia. Dove la sua parola vale quanto quella della Cassazione in Italia.

Memorabile, a tal proposito, è il ribaltamento del verdetto che da otto anni teneva nelle prigioni di sua maestà britannica un balordo quarantenne, Barry George, già processato tre volte per stupro, condannato all’ergastolo per aver assassinato sulla porta di casa con un’unica pistolettata dietro l’orecchio sinistro una famosa giornalista della Bbc, Jill Dando, conduttrice del popolare programma Crimewatch, una specie di Chi l’ha visto? a tinte fosche. Il professor Morin ha svolto (gratis) una controperizia delle sue. E i giudici sono stati costretti a riaprire il processo e ad assolvere il detenuto.
Non è un po’ debole l’elemento con cui ha fatto scarcerare George? Una particella di alluminio, bario e piombo trovatagli in tasca, che per la scientifica inglese apparteneva alla pallottola che uccise la Dando, mentre secondo lei vi era una probabilità su 10 milioni che fosse collegata al delitto.
«La particella poteva essere qualsiasi cosa, per esempio un residuo di combustione uscito da un inceneritore. Indagini di questo genere offrono soltanto indizi, mai prove. Invece l’indizio fu preso per una prova scientifica. Ma non si condanna un imputato all’ergastolo in base a un indizio».
Perché da Londra sono venuti a cercare proprio lei?
«Un reporter della Bbc, Raphael Rowe, collega della vittima, non era convinto della colpevolezza di George. Io non volevo occuparmi del caso, perché l’indagine era stata condotta da un mio caro amico, Robin Keeley, ufficiale anziano di Scotland Yard. Molto di ciò che so l’ho imparato da lui. Ho pensato: impossibile che Robin abbia lavorato male. Dopo un anno di insistenze, ho accettato di farmi mandare dalla Bbc il faldone del processo. E da lì mi sono subito accorto che Keeley, correttamente, non aveva mai detto che la particella trovata in tasca al presunto assassino “era” un residuo dello sparo, bensì che “poteva” esserlo. Una bella differenza».
Come mai non collabora più con la giustizia italiana?
«Mi hanno fatto fuori professionalmente. Mi risulta che l’ordine sia partito da Palermo. Me l’hanno confidato alcuni alti ufficiali dell’Arma dei carabinieri. I miei rapporti con Falcone erano strettissimi, si fidava soltanto di me. Una volta, a cena qui a casa mia, dove ora è seduto lei, mi raccontò d’aver scoperto un traffico di droga fra Bulgaria e Italia favorito da personaggi legati al Pci: gli stupefacenti finivano in mano alla mafia. Mi mangiai due diottrie al microscopio per esaminare i proiettili dei delitti di Cosa nostra e scoprii che a sparare erano sempre le stesse Smith & Wesson calibro 38. Le mie perizie balistiche avevano consentito a Falcone di risalire a insospettabili connessioni fra le cosche di Palermo e Catania. Per la mafia ero diventato un pericolo».
In che modo l’hanno fatta fuori?
«Con l’accusa di peculato. Mi sarei appropriato di 30 o 40 cartucce da caccia del costo di 100, massimo 150 lire l’una, pensi un po’. Se a Venezia ci fossero state le pecore, m’avrebbero accusato di abigeato. Ma l’accusa più grave fu quella formulata dal pubblico ministero Felice Casson, oggi senatore del Partito democratico, che m’incolpava d’aver fatto sparire dell’esplosivo. Dopodiché saltò fuori un documento, controfirmato dallo stesso Casson, dal quale risultava che quell’esplosivo era stato consegnato alla direzione di artiglieria. Presentai un esposto al Consiglio superiore della magistratura e l’accusa cadde subito».

Però fu rinviato a giudizio dallo stesso Casson per aver depistato le indagini sulla strage di Peteano.
«Tra i residui dello scoppio che aveva dilaniato tre carabinieri era stata trovata una miscela di pentrite e T4 che poteva assomigliare al Semtex H, un esplosivo cecoslovacco. Si disse che m’ero inventato la presenza del Semtex H per accreditare un’inesistente pista dell’Est, in modo da proteggere gli attentatori neofascisti. Quello che non si disse è che fui io a scoprire che il leader libico Gheddafi aveva rifornito di Semtex H i terroristi di ogni colore, Brigate rosse comprese, al fine di destabilizzare l’Italia. E comunque la provenienza di un esplosivo non fornisce alcun indizio circa la matrice politica di un attentato. Ipotesi astratta: se a Peteano si fosse mossa la Cia, è evidente che non avrebbe certo impiegato esplosivo americano bensì dell’Est, così come il Kgb avrebbe fatto l’esatto contrario».
È stato scritto che lei militava in Ordine nuovo.
«Falso. Sono un liberale da sempre. Le pare che se fossi un neonazista avrei svolto consulenze di parte a favore di Adriano Sofri, come pure dei brigatisti rossi Valerio Morucci e Adriana Faranda, trovati in possesso della mitraglietta Skorpion utilizzata per assassinare Aldo Moro?».
Non si può dire che a Sofri sia stato di grande aiuto...
«Dovevo dimostrare che nell’omicidio Calabresi furono usate due diverse armi. Questo avrebbe invalidato la confessione del pentito Leonardo Marino, secondo il quale il sicario era uno solo, Ovidio Bompressi. Peccato che nel frattempo il tribunale avesse ordinato la distruzione dell’unica prova: i due proiettili che uccisero il commissario. S’è mai visto buttare via due corpi di reato di quelle dimensioni con la giustificazione che negli uffici giudiziari manca il posto dove custodirli? In un Paese civile, in mancanza dei reperti, non si sarebbe neppure celebrato il processo. Ciò nonostante, dalle foto accertai che le rigature sui proiettili avevano ampiezze diverse. Il perito d’ufficio, Domenico Salza, direttore del banco di prova di Gardone Valtrompia, proruppe in un “orpo, hai ragione!”, registrato dalle telecamere di Raitre. Mai andato in onda».
L’hanno considerata amico dei peggiori estremisti di destra, da Carlo Maria Maggi a Marcello Soffiati, coinvolti nelle indagini su numerose stragi.
«Alcuni li ho conosciuti al tiro a segno. Stiamo parlando degli Anni 60 e 70, quando detenere un residuato bellico comportava al massimo una multa. Era ovvio, per un appassionato di balistica, frequentare chi era in possesso di pezzi pregevoli, come una mitragliatrice tedesca Mg34. Inoffensiva, visto che non esisteva più il munizionamento».
Secondo Casson faceva parte di Gladio.
«Non ho avuto questo onore. Magari mi avessero chiesto di aderire!».
Eppure è stata pubblicata anche la sua sigla di appartenenza: 0433.
«Ma lei crede ancora a quello che scrivono i giornalisti? Guardi che una volta presi in castagna persino Indro Montanelli. Aveva firmato un editoriale sulla revisione del processo a Sacco e Vanzetti, affidata a una commissione a suo dire presieduta “dall’abate Lowell”. La conclusione di Montanelli era: che cosa mai dovremmo aspettarci da un prete? Il fatto è che si trattava non di un abate bensì di un Abbott, nome di battesimo di Abbott Lowell, presidente della Harvard University. Ma siccome su Sacco e Vanzetti il fondatore del Giornale era innocentista, tutto faceva brodo per la polemica».

Casson sostenne che lei lavorava per il servizio segreto militare ma che la sua scheda fu fatta sparire dagli archivi.
«Il Sismi aveva bisogno di un esperto balistico e domandò al procuratore aggiunto Elio Naso se io fossi una persona seria. Analoga richiesta fu fatta a Naso dal giudice Falcone. Però, mentre Falcone mi chiamò subito, il Sismi non si fece mai vivo, non saprei dire se per fortuna o per disgrazia. Naso è il magistrato che chiese alla Camera l’autorizzazione a procedere contro Giorgio Almirante. Perché mai avrebbe dovuto favorirmi se fossi stato un neofascista?».
Cogne, Garlasco, Perugia, e prim’ancora l’Olgiata e via Poma: tanti toponimi per indicare altrettanti delitti in cui dalla guerra di perizie e controperizie non emerge mai una verità credibile. Di chi è la colpa?
«Di chi compie le prime indagini. Com’è possibile che nel caso di Meredith Kercher siano state trovate tracce di sangue su una borsa a tracolla a quattro mesi e mezzo dal delitto? Nella mia carriera ho visto cose da far paura. Prenda la tragedia del Moby Prince, che costò la vita a 140 persone. Il gabinetto di polizia scientifica della Criminalpol individuò sul traghetto tracce di ben sette diversi tipi di esplosivo».
E invece?
«A bordo non ve n’era nemmeno uno, di esplosivo! Così come non vi erano residui dello sparo sul davanzale della Sapienza di Roma, da dove sarebbe partito il colpo che uccise la studentessa Marta Russo. Peggio ancora fu quello che accertai come consulente di Pietro Pacciani. I periti di fiducia del giudice dovevano rilevare eventuali tracce di polvere da sparo su un baby-doll e su un pannolino da neonato che avrebbero avvolto armi da fuoco usate dal mostro di Firenze. Conclusero per la presenza di antimonio, elemento chimico attribuito alla miscela d’innesco delle cartucce Winchester calibro 22 Long Rifle. Ebbene, chiunque s’interessi seriamente di munizioni sa che quell’innesco non contiene antimonio. Appare grave che dei periti d’ufficio abbiano disposto la ricerca strumentale dell’antimonio in cartucce che ne sono notoriamente prive. Ma ancora più grave è che l’antimonio sia stato addirittura individuato negli inneschi esaminati. Risultato: Pacciani assolto, giustizia svergognata».
Che conclusioni devo trarne?
«Domina la pressoché generale ignoranza della criminalistica, di quel complesso di discipline che si definiscono scienze forensi. Il giudice non è onnisciente, deve per forza rivolgersi al consulente tecnico. Ma se il secondo è più ignorante del primo? Tutto ciò rende aleatoria la giustizia penale in Italia. Adesso lei sa quali rischi corre il cittadino innocente quando viene afferrato dai tentacoli di questa piovra. Se sarà fortunato, potrà riavere la libertà a prezzo della salute, della rovina economica, dell’onore».
(474. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it


Il caso/ La Fao mangia soldi, poi fa lo sciopero della fame


 
Accade a volte che ammirevoli decisioni, prese con i migliori propositi, causino imprevisti effetti controproducenti. O involontariamente comici. Come lo è, al netto della drammatica situazione che intende denunciare, la scelta del direttore generale della Fao, Jacques Diouf. Il quale, per sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema dell’insicurezza alimentare in vista del vertice dell’Organizzazione previsto domani a Roma, ha scelto di impegnarsi in uno sciopero della fame. Di 24 ore.
Jacques Diouf ha iniziato il suo mediaticamente chiassoso digiuno di protesta contro il silenzio dell’informazione sulla fame nel mondo venerdì sera; ha passato la notte scorsa su un materassino all’ingresso del palazzo della Fao, sul viale delle Terme di Caracalla a Roma; e lo ha concluso ieri sera, a cena. «È un atto dimostrativo per spronare i governi a impegnarsi per garantire il diritto al cibo per tutti», ha dichiarato. Guadagnandosi la solidarietà e l’emulazione del segretario generale dell’Onu Ban ki Moon e del sindaco di Roma Gianni Alemanno.

Paradosso solo apparente di un gesto che nega in ambito personale ciò che si pretende a livello universale - è indubbio che avrebbe avuto più eco e maggior forza provocatoria un’enorme abbuffata con vergognosi sprechi di cibo imbastita davanti alla sede della Fao -. In realtà l’appello di Jacques Diouf (sacrosanto, intendiamoci) pone l’attenzione mondiale su un evento ad altissima emotività - nel nostro pianeta ogni sei secondi un bambino muore per fame o per malattie collegate alla malnutrizione - spostandola però da un problema invece a bassissima «notiziabilità»: pochi sanno, e pochissimo si dice al proposito, che due terzi del budget della Fao si perdono in costi di gestione dell’elefantiaca struttura, e solo un terzo è impiegato nell’accrescimento dei livelli di nutrizione e nell’aumento della produttività agricola dei Paesi cosiddetti del «terzo mondo».

Istituzione benemerita, irrinunciabile e di per sé insostituibile, la Fao nel biennio 2008-2009 ha potuto contare, grazie ai contributi dei 191 Paesi membri, su un budget di 930 milioni di dollari (più 800 milioni di donazioni private) dei quali solo 248 milioni, ossia il 27%, viene destinato concretamente al settore dell’alimentazione e dell’agricoltura. Il resto lo «brucia» la burocrazia. Come dire? Tagliare un pranzo dal proprio regime dietetico è gesto quanto mai nobile e meritevole. Tagliare carte, scartoffie e spese di rappresentanza sarebbe provvedimento più che mai utile e doveroso.
Le cifre che compaiono negli schemi illustrativi dei bilanci di previsione della Fao per il biennio in corso - e le proporzioni sono simili per il 2006/2007 quando il budget fu di 765 milioni di dollari - dimostrano che solo una parte dei soldi, abbondantemente al di sotto della metà del totale, viene effettivamente impiegata per incrementare la produzione agricola nelle zone più sfortunate del pianeta e migliorare la vita delle popolazioni rurali. La maggior parte dei fondi scorrono nei dispersivi canali dei vari programmi di «cooperazione tecnica», dell’informazione, dell’«interscambio di conoscenze», della direzione, dell’amministrazione...

Si calcola che la Fao, nell’attuale biennio, finirà con lo spendere 21 milioni di dollari per gli uffici della direzione generale e 126 milioni per i servizi di supervisione. L’ufficio del direttore generale costa 9 milioni e 148mila euro. E l’ufficio di coordinamento con l’Onu usufruisce di 2 milioni e 800mila euro. Sono solo alcuni esempi. Poi ci sono le sedi distaccate: la sede dell’Asia di Bangkok, il più costoso degli uffici periferici, ha a disposizione 18 milioni. La sede dell’America latina di Santiago ne ha 12. E l’ufficio africano di Accra quasi 11. Nella comunicazione la Fao investe 19 milioni di dollari a biennio, più di quanto destini ai mezzi e alle infrastrutture agricole; mentre le statistiche di settore costano quasi 13 milioni di dollari. E anche il capitolo dedicato all’«incontro culturale» ha i suoi (sempre inevitabili?) oneri amministrativi: 21 milioni di dollari... In questo senso, lo sciopero della fame di Jacques Diouf per solidarietà con il miliardo di persone che nel mondo soffrono di malnutrizione cronica, è a maggior ragione esemplare ed encomiabile. Perché gratuito.


Tonino getta la maschera: guerra a De Magistris

di Francesco Cramer

 

Roma Hai voglia a ripetere a macchinetta, come ha sempre fatto Di Pietro, che lui e Luigi De Magistris sono «fratelli siamesi che lavorano insieme per costruire il partito». Se la guerra tra i due leader era rimasta più o meno sotto traccia, nelle ultime ore è esplosa con tutta la sua veemenza. A uscire allo scoperto, un pezzo da novanta del partito, il capogruppo alla Camera dell’Idv, dipietrista al 130 per cento, Massimo Donadi. A lui il compito di lanciare l’ultimatum all’«acerrimo amico»: «De Magistris faccia retromarcia o lasci il partito». In un’intervista al Corriere della Sera, attacchi tossici all’europarlamentare: «Il risultato alle europee gli ha dato alla testa... E poi questa volontà di presentarsi come moralizzatore dell’Idv, uno che alle riunioni non parla e poi leggiamo le sue opinioni sui giornali...».
Veleno, quello usato dal megafono di Tonino, che dimostra come a quest’ultimo proprio non siano andate giù le recenti sortite dell’ex pm di Catanzaro.

De Magistris, sul tema della pulizia nel partito, era uscito allo scoperto in più occasioni: «Sto contribuendo a formare una nuova classe dirigente all’interno dell’Idv»; «Mi fa piacere che il popolo della rete m’incoroni leader del partito»; (Affariitaliani, 2 novembre); «Chi pensava che me ne sarei stato buono al Parlamento europeo s’è proprio sbagliato»; «Per le regionali non mi accontento di avere candidati dal casellario giudiziario pulito, vorrei persone di altissimo livello»; (L’Espresso, 11 novembre). Sovraesposizione mediatica ma soprattutto consensi a valanga per l’ex toga lucana. Il quale, oltre ad aver fatto il pieno di voti in modo molto maggiore di quanto fatto dal padre-padrone dell’Idv, ha il suo impianto teorico in quel Paolo Flores D’Arcais, pronto a fare le pulci al giocattolo di Tonino. Da Micromega sono partite, infatti, domande imbarazzanti per il leader. Una su tutte: «Non pensa che sarebbe necessario dare un’ulteriore spinta alla democratizzazione interna arrivando a pensare a un segretario eletto dalla base attraverso le primarie?». In molti, all’interno dell’Idv, hanno visto in De Magistris l’autore di un’opa sul partito. E Di Pietro proprio non l’ha presa bene.

A ciò si aggiunga che, di recente, in molti hanno sbattuto la porta dell’Idv: Pino Pisicchio, Aurelio Misiti, Giuseppe Astore, Massimo Romano; altri, come l’ex consigliere di Di Pietro per le politiche ambientali, Giuseppe Vatinno, restano ma con il mal di pancia («Il partito è pieno di personaggi ambigui»). Sul web, poi, la base alimenta progetti di fronda chiedendo «legalità, merito, trasparenza». Mentre c’è chi addirittura arriva a chiedere su Facebook che Tonino faccia un passo indietro per lasciar posto proprio a De Magistris. Quest’ultimo, si dice, starebbe persino organizzando al Sud una propria rete di potere. Quando è troppo è troppo. Nei giorni scorsi era stata la fedelissima di Tonino Silvana Mura a lanciare un messaggio all’ingombrante De Magistris: «Sarai un bravo pilota ma l’Idv è una buona macchina; attenti a non rompere la macchina altrimenti il pilota si trova a terra». E ancora, sullo scontro interno: «Vengano a viso aperto, facciano una corrente e si presentino al congresso del 6-7 febbraio». Aria di resa dei conti interna, insomma.

A poco sono valsi i tentativi di Di Pietro di mettere la sordina alla baraonda in atto: «Tra noi ci sono dirigenti che hanno idee diverse e questo dimostra che non si tratta di un partito personale. Ben ci sta non uno ma 10, 100, 1000 De Magistris e altrettanti Donadi e Sonia Alfano». Salvo poi aggiungere: «Se poi qualcuno la pensa diversamente proponga legittimamente le proprie mozioni al congresso e le faccia vagliare all’assemblea dei delegati. Poi però, altrettanto sensibilmente, rispetti la volontà della maggioranza: questa è la democrazia». Lanciato il guanto di sfida, il leader ha lasciato che fossero i colonnelli a sparare le altre cartucce.

In primis il capogruppo al Senato, Felice Belisario: «Dobbiamo capire che siamo una grande squadra che può di volta in volta annoverare nuovi calciatori fuoriclasse che devono però evitare di fare autogol». Più esplicito Luigi Li Gotti: «Chi è acerbo di politica come De Magistris pensa forse che tutti i luoghi siano buoni per affrontare qualsiasi argomento. È De Magistris che non ha colto, forse perché non è iscritto, cosa significhi un partito con le sue strutture».
Per l’ex magistrato campano ha parlato invece la sua fedelissima Sonia Alfano: «Le parole di Donadi? Assolutamente fuori luogo. Il partito recepisca le richieste che vengono dalla base». Chi vincerà il derby tra i due ex pm? Molto probabilmente Tonino, in grado di controllare ancora i gangli dell’Idv. «Due cose sono certe, però - ammette un dipietrista - sarà un bagno di sangue e Di Pietro perderà un bel po’ di suo elettorato».

Processo in sei anni. Firmato Finocchiaro


 
Roma - Raccontano che Anna Finocchiaro, dopo averlo letto, abbia sbattuto contro il muro il disegno di legge sul «processo breve» del Pdl. Un gesto di rabbia che sorprende, visto che a luglio del 2006 c’era anche la sua firma sotto un ddl quasi fotocopia. Insieme ad altri senatori della sinistra, Brutti, Calvi, Casson e Pegorer, l’attuale capogruppo del Pd voleva fissare in 2 anni il tempo massimo per ogni fasedel processo,dopodiché «il giudice dichiara non doversi procedere per prescrizionedel procedimento».

Proprio quello che propone ora il provvedimento Gasparri- Quagliariello-Bricolo. E allora, perché tanta foga contro un disegno di legge che la Finocchiaro definisce «segno d’ingiustizia», «incostituzionale e moralmente inaccettabile»?

L’iniziativa della sinistra era mossa dall’urgenza di abrogare la ex-Cirielli del 2005, che riduce i tempi di «prescrizione del reato». Voleva farlo fissando a 6 anni il tempo massimo per i tre gradi di giudizio, in base alla distinzione del concetto di «prescrizione del processo». Questa sì, scrivevano i firmatari, «si muove nel solco dell’ esigenza di una “duratara gionevole” del processo». In pratica, si riproponeva a Palazzo Madama il testo presentato nella precedente legislatura da Elio Fassone, senatore Ds già toga di Magistratura democratica, insieme sempre a Calvi, Ayala eMaritati.

Erano proprio convinti, a sinistra, della bontà di questa proposta, tanto che la Finocchiaro ci ha messo la faccia. E adesso è esposta alle critiche del centrodestra, che l’accusa di «ipocrisia». L’attacco di Maurizio Gasparri è pesante: «Sulla giusta durata dei processi la Finocchiaro aveva presentato una proposta di legge non solo simile alla nostra: 6 anni massimo il tempo per concludere i processi,ma aveva evitato di escludere da questa proposta i mafiosi, gli stupratori e altri reati gravi. Noi, invece, per mafia, stupro e altre violenze prevediamo tempi più lunghi».

E il coordinatore del Pdl Sandro Bondi rincara la dose: «Esponenti di primo piano della sinistra italiana, e mi spiace annoverare fra questi anche l’ex pubblico ministero Finocchiaro, hanno la predisposizione a cambiare idea a seconda delle convenienze politiche contingenti». Lei, la capogruppo del Pd, replica subito: «Gasparri e Bondi non sanno leggere e non sanno quello che dicono e, se lo sanno, mentono. Le nostre proposte sono molto diverse da quella del “salva processi” di Gasparri e Quagliariello».

Non entra nel merito la Finocchiaro, non spiega dove e come sono queste fondamentali differenze. Forse, si pensa subito, non ci sarà l’applicazione delle nuove regole ai processi in corso, visto che la Finocchiaro mette sul banco degli imputati il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, chiamandolo in aula a dire «quanti processi questo provvedimento manda al macero». E invece no. La retroattività c’è eccome, anche se non proprio esplicita. Si legge all’articolo 6 che «nei procedimenti in corso all’entrata in vigoredella presente legge continuano ad applicarsi le disposizioni previgenti, se più favorevoli all’imputato». Incaso contrario, dunque, si applicano le nuove norme.

È il principio del favor rei: «Nei procedimenti in corso - si legge nell’introduzione al ddl- il termine di prescrizione sarà quello risultante in concreto più vantaggioso per l’imputato». In questo passaggio, per essere chiari, si parla del regime transitorio per la nuova regola della prescrizione del processo. Ma di fronte alle critiche insorge anche Casson, dicendo che le proposte del Pd sono «ben diverse dal salva process » del Pdl,soprattutto perché prevedono che «dal momento in cui perviene all’autorità giudiziaria la notizia di reato almomento della sentenza di primo grado possano decorrere 6 anni».

Si dilatano a 4 i 2 anni per le indagini preliminari, ma la filosofia della norma rimane sempre la stessa del ddl sul «processo breve». Che allora l’opposizione dovrebbe accettare di discutere ed eventualmente modificare, visto che è solo all’inizio del cammino

Cucchi, il supertestimone trasferito in una comunità di recupero

Corriere della Sera

L'immigrato africano sarebbe agli arresti domiciliari
in centro per tossicodipendenti. Pedica, Idv: «Perché?»

ROMA - È stato scarcerato S.Y. il «supertestimone» che avrebbe vistoStefano Cucchi, il geometra romano morto il 22 ottobre scorso, pestato dagli agenti della polizia penitenziaria. Secondo quanto si è appreso da fonti giudiziarie, l'immigrato africano, che fino a ieri era detenuto nel carcere di Regina Coeli, è stato affidato ad una comunità per tossicodipendenti dove è agli arresti domiciliari. L'immigrato era senza fissa dimora. La scarcerazione sarebbe stata adottata anche per il timore che l'immigrato perdurando la detenzione a Regina Coeli, come scrivono i pm Vincenzo Barba e Maria Francesca Loy negli avvisi di garanzia consegnati agli agenti della penitenziaria accusati di omicidio preterintenzionale, potesse «subire pressioni psicologiche finalizzate alla ritrattazione ovvero al mutamento delle precedenti dichiarazioni». La testimonianza di S.Y, sarà assunta in incidente probatorio la prossima settimana. L'immigrato ha riferito di aver «udito e visto appartenenti alla polizia penitenziaria in divisa colpire Cucchi, nonché raccolto le sue confidenze durante il tragitto dal Tribunale a Regina Coeli».

PEDICA, IDV - Sulla scarcerazione del testimone interviene il senatore Idv Pedica. «Il detenuto senegalese testimone della vicenda Cucchi è uscito ieri da Regina Coeli alle 11.05. Abbiamo sentito il suo avvocato che ancora non sa il perchè. L'uomo è stato prelevato da un'auto della polizia e trasferito ai domiciliari ma questa persona risulta priva di domicilio e ora ci chiediamo dove sia andato a finire. Sarà mia cura andare in questura a chiedere dov'è. Ascoltando anche i suoi compagni di cella - ha detto Pedica - abbiamo appreso che era stato arrestato per la detenzione di 13 grammi di eroina e in attesa di giudizio fissato il 18 dicembre: fino ad allora doveva stare in carcere. Sia i compagni di cella e sia il detenuto sono rimasti molto sorpresi. Non si è parlato né di tutela nè di protezione. Forse sarà un premio per la collaborazione con le dichiarazioni che ha rilasciato. È un altro punto interrogativo». Alla domanda se ritenesse che il senegalese fosse in pericolo all'interno del carcere Pedica ha risposto: «Se pensassimo che questo istituto non è sicuro vuol dire che allora staremmo perdendo definitivamente il rapporto di fiducia con le istituzioni». Pedica ha inoltre affermato di avere parlato «con due detenuti che hanno dormito insieme a Cucchi. Mi hanno detto che vengono trattati bene. Tornerò a trovarli tra una settimana. Uno dei due sostiene che Cucchi gli avrebbe detto di essere stato maltrattato anche fuori».


14 novembre 2009



Il caso Battisti digiuna, ma gli basterebbe una dieta

di Redazione

Allora è così, il terrorista rosso Cesare Battisti, il pluriomicida Cesare Battisti, piuttosto che rientrare in Italia si dice pronto a morire in Brasile. E in una lettera ridondante indirizzata al presidente Lula egli scrive: «Consegno la mia vita a Lei e al popolo brasiliano». Addirittura. Ma cosa pensa che se ne faccia, il popolo brasiliano, della vita d'uno scalzacani pieno di sé, di uno che non ha il fegato per rispondere delle proprie azioni e delle proprie idee, di un querulo vigliacchetto, di un verme uso a tutte le bassezze pur di evitare di saldare il conto con se stesso, con le vittime delle sue funeste smargiassate rivoluzionarie e con la giustizia?

Annuncia lo sciopero della fame, Battisti. Dicendosi pronto ad andare fino in fondo, fino a morire (sempre che con un samba il popolo brasiliano non lo tragga d'impaccio) d'inedia. Ma che s'accomodi, che proceda. Che si metta pure a dieta. Oltre tutto, si dice che a stomaco vuoto si rifletta meglio e le cose sulle quali riflettere a Cesare Battisti non mancano. Che poi stia anche sulle spine in attesa del verdetto dell'Alta Corte, atteso per mercoledì, non ci dispiace: come pena è lieve, niente rispetto alle pene e ai lutti che ha procurato. Quattro omicidi, due dei quali di sua mano (ad Antonio Santoro, agente di custodia, sparò alla testa; ad Andrea Castagna sparò alle spalle), gli altri due come partecipante al «gruppo di fuoco» (Lino Sabbadin, macellaio, e Pierluigi Torreggiani, gioielliere, furono uccisi in nome della «giustizia proletaria» per aver reagito all'esproprio proletario, cioè alla rapina).

Come provare misericordia, come perdonare un animale simile? Eppure, sebbene condannato in via definitiva - e non, come ha voluto far credere agli intellò francesi, che l'hanno bevuta, solo sulla base della testimonianza di pentiti - è probabile che Battisti sia graziato: l'ultima parola spetta infatti al presidente Lula. Il quale, saputo dello sciopero della fame del suo beniamino, lo ha invitato a soprassedere mandandogli a dire: «Io l'ho fatto. Fa male, non fa bene. Non lo raccomando a nessuno». Avrebbe potuto aggiungere: tanto non ti serve. Scrive infatti il solitamente ben informato quotidiano «O Estado» che Alta Corte o non Alta Corte Lula confermerà il giudizio del suo ministro della Giustizia, Tarso Genro, favorevole a concedere l'asilo politico e dunque la grazia a Cesare Battisti.

Anche se questo significherebbe ridurre a carta straccia il Trattato fra Brasile e Italia in materia di estradizione. In tal caso, scontata la pena per possesso di passaporto falso, un paio di giorni di galera, niente più, Cesare Battisti tornerà a essere un uomo libero. E orgoglioso, più che felice, per averla fatta franca, egli cesserà di frignare tornando a impartire, dalla spiaggia di Copacabana, quelle lezioncine che mandano in visibilio gli intellettuali di sinistra per i quali Battisti non è un assassino, non è un compagno che sbaglia, ma un eroe (e tutto sommato, al solo pensiero della mobilitazione della così detta società civile, del profluvio di petizioni, manifesti, raccolte di firme per perorare la causa di Battisti, nel caso egli fosse inopinatamente estradato giungendo, magari un po' sottopeso, qui da noi, l'arrogante atto d'imperio di Lula non parrebbe poi così discutibile. Se lo tenga).