mercoledì 18 novembre 2009

Battisti sarà estradato Olga D'Antona: adesso Parigi ci dia la Petrella

Quotidianonet

Brasilia: per cinque voti a quattro è arrivato il via libera del Tribunale Federale Supremo all’estradizione del terrorista, condannato a 4 ergastoli per omicidio e rapina.. I suoi sono stati ritenuti "crimini comuni" e non "politici". Applausi in Aula a Montecitorio dopo la comunicazione fatta dal deputato Pdl, Massimo Corsaro

Brasilia, 18 novembre 2009



Il Tribunale Federale Supremo del Brasile ha dato il ‘via libera' (per cinque voti a quattro) all’estradizione verso l’Italia di Cesare Battisti, condannato in Italia a quattro ergastoli e attualmente in sciopero della fame.

Il voto decisivo è stato quello del presidente dell’alta corte
, Gilmar Mendes, che ha ritenuto che gli assassinii per cui Battisti è stato condannato sono "crimini comuni" e non "politici".

"Dò il mio voto per l’estradizione", ha detto Mendes prima di sospendere la seduta per un intervallo. "Non si può attribuire ai fatti di sangue commessi in forma premeditata lo stesso carattere di un reato politico".

La decisione del TFS non farà partire automaticamente Battisti per l’Italia. Dopo l’intervallo i giudici dovranno infatti discutere se la competenza per la concessione dello status di rifugiato politico è esclusiva dell’esecutivo oppure se l’ultima parola spetti ai giudici. 

Applausi in Aula alla Camera alla notizia dell’ok in Brasile all’estradizione di Cesare Battisti, dopo la comunicazione fatta dal deputato Pdl Massimo Corsaro.


La decisione del Tribunale supremo brasiliano di estradare Cesare Battisti è la "fine di una profonda amarezza". Così, con "grande soddisfazione", il ministero degli Esteri Franco Frattini ha accolto la notizia di una decisione che "premia la linea di responsabilità e di rispetto adottata dal Governo italiano".

"Il mio pensiero va ai familiari delle vittime di Battisti" ha detto il ministro, "che hanno finalmente visto riconosciuto il loro fondato diritto ad avere giustizia".

Il verdetto, ha aggiunto Frattini, "sancisce la fine della profonda amarezza suscitata nell’opinione pubblica italiana dalla decisione di concedere lo status di rifugiato a chi si è reso colpevole di insensata ed incomprensibile violenza omicida. La decisione della Corte soddisfa un’esigenza fondamentale di giustizia per la quale le Istituzioni e il mondo politico italiano si sono battuti per difendere e promuovere gli interessi più alti dello Stato".

L’esito della vicenda, sottolinea Frattini, "premia la linea di responsabilità e di rispetto adottata dal Governo italiano, una linea che non ha mai mancato di sottolineare gli storici legami di amicizia che uniscono i due Paesi".

"Ho dato la notizia all’onorevole Corsaro, che l’ha appena annunciata all’Aula e ha riscosso un applauso unanime da parte di tutti i gruppi parlamentari. Questa è la migliore risposta che il Parlamento poteva dare a chi per un attimo aveva immaginato che il Brasile non fosse un Paese amico e che l’Italia non fosse un Paese in grado di giudicare con tutti i crismi della regolarità un imputato". Lo dichiara il ministro della Difesa, Ignazio La Russa al quotidiano online Affaritaliani.it sulla decisione del Brasile di estradare in Italia Cesare Battisti.


Olga D'Antona alla Camera definisce una ''vittoria per l'Italia'' la decisione dell'Alta corte brasiliana. Adesso pero', la deputata del Pd, vedova di Massimo D'Antona, chiede che il governo di impegni anche nei confronti della Francia per l'estradizione di Marina Petrella. ''Siamo disponibili a un eventuale differimento, ma non alla negazione dell'estradizione'', dice D'Antona.

La vicenda giudiziaria di Cesare Battisti va avanti da 18 anni. Queste le tappe della vicenda.
1979: L’ex militante ‘rosso' viene arrestato per banda armata. Anni ‘80: Detenuto nel carcere di Frosinone, mentre è in corso l’istruttoria, il 4 ottobre 1981 Battisti riesce ad evadere e a fuggire in Francia. Per un anno vive da clandestino a Parigi dove conosce la sua futura moglie. Poi si trasferisce con la sua compagna in Messico dove nasce la sua prima figlia. Durante il soggiorno messicano i giudici italiani lo condannano in contumacia all’ergastolo per quattro omicidi.

1990: torna a Parigi dove nel frattempo sono andate a vivere sua moglie e sua figlia. Nella capitale francese, fa il portiere di uno stabile, ma frequenta la comunità di rifugiati italiani che lì vive grazie alla cosiddetta ‘dottrina Mitterrand’: l’impegno dell’allora presidente a dare ospitalità ai ricercati della giustizia italiana negli anni di piombo in cambio della rinuncia alla violenza. Intanto, Battisti termina un romanzo e si guadagna da vivere traducendo in italiano racconti di autori noir francesi. Poco tempo dopo viene però arrestato a seguito di una richiesta di estradizione del governo italiano.

1991: in aprile, dopo quattro mesi di detenzione, la Chambre d’accusation di Parigi lo dichiara non estradabile e così torna libero.

1999: Gallimard pubblica nella Serie Noir ‘Travestito da uomo'.

2002: riparte la richiesta del governo italiano per la sua estradizione. In Francia il mondo degli intellettuali della ‘gauche' si schiera a suo favore con numerose manifestazioni.

2004; a febbraio ottiene la cittadinanza francese. Il 10 dello stesso mese viene arrestato e la gauche organizza una campagna contro l’estradizione che tradirebbe la ‘dottrina Mitterrand’. L’estradizione viene concessa dalle autorità d’oltralpe il 30 giugno 2004. A seguito di tale provvedimento Battisti ad agosto fugge e torna alla latitanza.

2007: viene arrestato in Brasile il 18 marzo del 2007, ma il leader dei Pac annuncia subito che chiederà lo status di rifugiato politico.

2008: Il 28 novembre il Comitato nazionale per i rifugiati del governo brasiliano, organo di prima istanza per le richieste di asilo politico, respinge la richiesta dell’ex terrorista. L’estradizione sembra più vicina.

2009: "Se torno in Italia mi ammazzano" avverte, augurandosi che il ministro della giustizia brasiliano, Tarso Genro, "che ha vissuto sulla sua pelle gli effetti della repressione politica (durante la giunta militare al potere in Brasile dal 1964 al 1984) rigetti le argomentazioni del governo italiano". Pochi giorni dopo il Brasile gli concede lo status di rifugiato politico. Il 9 settembre, la riunione dell’Alta Corte era stata sospesa con 4 voti a 3 a favore dell’estradizione. L’ex militante dei Pac è dal 15 novembre in sciopero della fame totale, "l’ultimo atto disperato" per impedire la sua estradizione che, come ha detto in una lettera inviata al presidente brasiliano e ripetuto ai parlamentari brasiliani incontrati martedì nel carcere di Papuda, ha paragonato alla "pena di morte".

agi


PETRELLA, all'ergastolo per omicidio e salvata da Carla Bruni

Battisti, la Corte dice sì all'estradizione Ma Lula potrebbe avere l'ultima parola

Corriere della Sera

Sentenza del Tribunale supremo brasiliano, chiamato ora a decidere se la firma del presidente sia discrezionale


Battisti con alcuni parlamentari brasiliani (Afp)

MILANO - Cesare Battisti sarà probabilmente estradato in Italia. La decisione del Tribunale supremo brasiliano è arrivata mercoledì sera, con l'annuncio del presidente della Corte Gilmar Mendes. Il voto decisivo (cinque contro quattro) è stato proprio quello di Mendes, che ha ritenuto gli omicidi per cui Battisti è stato condannato «crimini comuni» e non «politici».

LA FIRMA DI LULA - Ora però è attesa una seconda decisione: la Corte deve stabilire se la sentenza sia «vincolante», ossia se anche Lula sia tenuto a rispettarla o se tocchi a lui la decisione finale. A quel punto l'estradizione dipenderebbe dal presidente, il quale da una parte potrebbe non voler sconfessare il suo ministro della Giustizia Tarso Genro (la cui concessione dell'asilo politico a Battisti è stata però invalidata dal tribunale a settembre), oppure dare priorità alle richieste italiane, non solo del governo Berlusconi, ma anche di politici considerati a lui vicini come Massimo D'Alema.

APPLAUSO ALLA CAMERA - A Roma, la notizia della prima sentenza della Corte è stata accolta con un lungo applauso nella Camera dei deputati. Tutti i deputati hanno applaudito lungamente in tutti i settori dell'emiciclo dopo l'annuncio del deputato Massimo Corsaro. Olga D'Antona del Pd, vedova del giurista assassinato dalle Br, ha detto che l'estradizione di Battiti «è stata una vittoria per l'Italia e per il suo sistema giudiziario». La deputata ha quindi richiamato l'Ue a una unità di intervento, stigmatizzando l'operato nella vicenda Battisti della Francia. Un passaggio particolarmente applaudito da governo e maggioranza. «I giudici hanno emesso il decreto di estradizione, ma in questo momento sono nuovamente in camera di consiglio per decidere se la firma del presidente Lula sia un dovuto o discrezionale - ha detto il ministro della Giustizia Angelino Alfano -. In quest'ultimo caso, ciò significherebbe che Lula può rifiutare l'estradizione». Alfano è in costante contatto con il suo inviato a Brasilia, il capo del Dipartimento Affari di Giustizia Italo Ormanni. Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha espresso «grande soddisfazione perché è stata premiata la linea di responsabilità e di rispetto adottata dal governo italiano». E il ministro della Difesa Ignazio La Russa: «Questa è la migliore risposta che il Parlamento poteva dare a chi per un attimo aveva immaginato che il Brasile non fosse un Paese amico e che l'Italia non fosse un Paese in grado di giudicare con tutti i crismi della regolarità un imputato».

«MAGRO E DEBILITATO» - Alla vigilia della ripresa dei lavori del Supremo tribunal federal Battisti, in sciopero della fame da sabato, era stato visitato nel carcere di Papuda da alcuni parlamentari brasiliani. «È magro, pallido, ansioso e debilitato, ma disposto a portare avanti la protesta fino all’estreme conseguenze» hanno riferito i deputati al quotidiano O Globo. Battisti avrebbe anche sospeso i trattamenti medici. Da Roma, dove ha partecipato al vertice Fao, il presidente Lula aveva ribadito che non si opporrà alla sentenza sull’ex militante dei Proletari Armati per il Comunismo, malgrado si sia già espresso contro la sua estradizione. Battisti, 54 anni, è stato condannato in Italia come responsabile di quattro omicidi: del maresciallo della polizia penitenziaria Antonio Santoro, del macellaio di Mestre Lino Sabbadin, del gioielliere milanese Pierluigi Torregiani, e di Andrea Campagna, agente della Digos.


18 novembre 2009



Zecchino d'oro, e' guerra tra Ricci e Tortorella

La Voce


Infuria la polemica sul concorso dell'Antoniano. Tortorella si incatena a Cologno Monzese. Il Mago Zurli' insiste: voglio parlare. Staffelli: Tapiro d'oro


Milano - Infuria la polemica sulla gestione dello Zecchino d'oro. Il conduttore storico della manifestazione organizzata dall'Antoniano di Bologna, Cino Tortorella (nella foto) ha chiesto a Striscia la notizia il diritto di replica, in seguito alle dichiarazioni di frate Alessandro Caspoli, che lo ha attaccato dai microfoni del tg satirico di Canale5.

Il Mago Zurlì ha minacciato di incatenarsi fuori dagli studi di Cologno Monzese, se Antonio Ricci non avesse acconsentito ad ospitarlo in trasmissione per una replica. Questo pomeriggio l'inviato di Striscia, Valerio Staffelli, ha contattato Tortorella per consegnargli il Tapiro d'oro, ma il Mago Zurlì ha rifiutato, insistendo per la presenza in studio: "E' una questione di dignita", ha commentato il conduttore ai microfoni di TVoce, la web tv della Voce d'Italia.

Al centro della vicenda l'accusa ai frati dell'Antoniano di "spingere" la vendita di enciclopedie della Sei (realizzate dalla San Paolo) ai genitori dei bambini che partecipano alle selezioni della manifestazione canora per i più piccini, e una causa di risarcimento intentata da Tortorella, escluso quest'anno dalla conduzione dello Zecchino d'oro dopo oltre 40 anni. Tortorella - che ha già una vertenza legale con i frati per l'esclusione - ha chiesto 3 milioni di danni morali a Mediaset, a seguito del servizio di domenica scorsa, durante la quale il responsabile dello Zecchino d'oro ha attaccato l'ex conduttore della manifestazione.

Il Mago Zurlì ha confermato alla Voce che questa sera alle 18 si incatenerà fuori dagli studi di Mediaset di Cologno Monzese, fino a quando Antonio Ricci non lo inviterà a spiegare il suo punto di vista in trasmissione. "Ho già avuto due infarti - ha affermato Tortorella - e richio la pelle, ma ne va della mia dignità". Il conduttore resterà accampato fino a quanto le sue richieste non verranno accolte.



Cucchi, il testimone al pm: «Erano in tre a picchiare, non carabinieri»

Corriere della Sera


ROMA - «Erano in tre a picchiare, ma non carabinieri». Lo ha detto agli inquirenti della Procura di Roma, il cittadino del Gambia S.Y., nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di Stefano Cucchi. L’uomo, è detenuto in una struttura di assistenza per tossicodipendenti è il supertestimone dell’accusa, e sarà ascoltato in incidente probatorio sabato prossimo. L’immigrato, il 16 ottobre scorso, condivise la cella con Cucchi.

LE DICHIARAZIONI - «Era magro, la faccia carina, il cappuccio in testa», ricorda. E poi più avanti, spiega: «Lui dire me - traduce in modo letterale l’interprete - se ho droga, io dire ’no, non ce l’ho’, e lui dire ’io ce l’ho dentro». Rispetto all’aggressione subita da Cucchi, S.Y., prima spiega: «L’hanno aggredito, gli hanno dato un calcio... carabinieri...». Poi, a domanda precisa del pubblico ministero Maria Francesca Loy, se siano stati i militari dell’Arma, risponde deciso:

«No, gli accompagnatori... quindi sarà la penitenziaria». Il gambiano, più avanti nel verbale, che consta di 29 pagine, aggiunge che »dalla piccola finestra ho visto che lo stavano picchiando e lui è caduto per terra. L’hanno messo in cella, è venuto uno di quelli, era gentile, gli ha dato una sigaretta». La descrizione di chi ha pestato è vaga. Il testimone dice prima che avevano tutti la divisa, anche se azzurra, poi blu infine blu chiaro. «Lo stavano portando dalla cella, circa 20 minuti prima di andare dal giudice, lui era andato in bagno».

«MI HANNO MENATO» - Rispetto alle condizioni di Cucchi, S.Y. spiega: «Perdeva poco sangue dalla gamba, non ricordo se destra o sinistra, mi diceva sempre che si sentiva male. ’Mi hanno menato questi stronzi’ diceva». Cucchi, comunque, aveva «dolore fino alla punta del piede». Descrivendo la dinamica dei fatti, l’interprete si tocca la parte bassa della schiena all’altezza dell’osso sacro e lungo tutta la coscia e la gamba. Sempre sulla base delle parole del gambiano, Cucchi gli avrebbe detto che il pestaggio sarebbe stato posto in essere «quando l’hanno accompagnato, mentre lo accompagnavano le guardie, gli hanno menato...».

I calci e i pugni ci sono stati nel corridoio delle celle di sicurezza. Dopo che i carabinieri avevano consegnato Cucchi agli agenti della polizia penitenziaria. I militari dell’Arma non entrano di norma nella sezione, che sta nei sotterranei della cittadella giudiziaria. Per l’accusa di omicidio preterintenzionale sono indagati tre agenti. Di omicidio colposo, invece, tre medici dell’ospedale

Sandro Pertini.

18 novembre 2009


Studente austriaco scova ex SS ricercato

Corriere della Sera


Sfuggito anche ai «segugi» del Centro Wiesenthal. Trovato sull'elenco telefonico. Uno dei massacratori di Deutsch Schützen, scampato alla cattura, ha vissuto 60 anni come ferroviere




MILANO - Per oltre 60 anni ha vissuto inosservato lavorando in una stazione ferroviaria tedesca. Ma il suo terribile passato è stato riportato alla luce da un giovane studente viennese che lo ha scovato consultando l'elenco telefonico. Andreas Forster, ventottenne austriaco, stava portando a termine una ricerca sul massacro di Deutsch Schützen-Eisenberg, cittadina al confine austro-ungarico in cui furono sterminati 58 ebrei tra il 28 e il 29 marzo del 1945. Tra coloro che parteciparono all'eccidio c'era anche un sergente dello spietato corpo delle Waffen SS, che si chiamava Adolf Storms.

Il giovane, dopo aver consultato gli archivi storici di Berlino, ha spulciato gli elenchi del telefono di alcuni Länder tedeschi e ha scoperto che un omonimo cittadino novantenne viveva a Duisburg. L’ha rintracciato e assieme al suo professore Walter Manoschek ha condotto tra luglio e ottobre dello scorso anno una lunga intervista al presunto assassino. Più tardi la registrazione dell'intervista è stata offerta al Tribunale di Duisburg che, dopo lunghe indagini e verifiche, ha riconosciuto il novantenne e martedì scorso lo ha accusato dell'eccidio commesso alla fine della Seconda Guerra Mondiale

L'ECCIDIO La procura non ha voluto rendere note le generalità dell’imputato (ha parlato solo di un «pensionato tedesco»), ma la stampa l’ha immediatamente identificato. Adolf Storms che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva combattuto con la Quinta divisione Panzer «Viking» sul fronte orientale, dopo varie sconfitte subite dall'Armata Rossa, assieme ai suoi commilitoni si stava ritirando all'interno dei confini austriaci in modo da arrendersi agli americani piuttosto che ai più duri sovietici. Tuttavia la sua divisione, guidata dal generale Felix Steiner, un nazista della prima ora, decise che prima di consegnarsi agli Alleati, bisognava eliminare gli ebrei che erano stati impiegati dall'esercito tedesco come lavoratori forzati per la costruzione di fortificazioni.

Secondo le testimonianze storiche raccolte negli archivi dallo studente Forster, Storms e altri membri delle SS prima sequestrarono gli oggetti di valore ai prigionieri e poi ne uccisero cinquantasette con un colpo alla nuca nel villaggio di Deutsch Schuetzen. Furono gli stessi prigionieri a scavare la loro fossa comune che sarebbe poi stata scoperta da un'associazione ebraica nel 1995. Il cinquantottesimo ebreo, invece, fu ucciso proprio da Storms il giorno seguente, mentre si dirigeva assieme ai suoi commilitoni nel villaggio di Hartberg.

LE TESTIMONIANZE - Il professor Manoschek descrive il novantenne come una persona mentalmente sana, ma con gravi problemi di salute: «Vedremo se potrà essere giudicato - dichiara Manoschek – Dipende tutto dalla sua salute». Andrea Brendel, il magistrato che sta seguendo il caso, ha dichiarato che contro l’imputato ci sono le testimonianze di tre membri della “Gioventù Hitleriana” che assistettero al massacro: «Un quarto membro, che adesso vive in Canada, sarà intervistato questa settimana». Secondo il professor Manoschek molti dei membri della “Hitler-Judend” presenti durante l'eccidio furono giudicati nel 1946 e condannati a due anni di carcere.

LE TESTIMONIANZE - Il professor Manoschek descrive il novantenne come una persona mentalmente sana, ma con gravi problemi di salute: «Vedremo se potrà essere giudicato - dichiara Manoschek – Dipende tutto dalla sua salute». Andrea Brendel, il magistrato che sta seguendo il caso, ha dichiarato che contro l’imputato ci sono le testimonianze di tre membri della “Gioventù Hitleriana” che assistettero al massacro: «Un quarto membro, che adesso vive in Canada, sarà intervistato questa settimana». Secondo il professor Manoschek molti dei membri della “Hitler-Judend” presenti durante l'eccidio furono giudicati nel 1946 e condannati a due anni di carcere.

CRIMINI DI GUERRA - Quando lo scorso anno il giovane studente e il suo professore sono arrivati a Duisburg, hanno trovato un novantenne «vivace» che fingeva di non ricordare nulla del massacro: «Probabilmente si sentiva in pericolo e perciò diceva di avere pochi ricordi precedenti al 1945» - ha spiegato alla rivista tedesca Der Spiegelil ventottenne Forster. Secondo la stampa austriaca, l'ex sergente delle SS è riuscito a farla franca per tutti questi anni perché ha cambiato l'ortografia del suo nome.

Dopo la guerra rimase un anno in un campo di prigionia americano e poi fu rilasciato. Il suo nome non è mai comparso tra i ricercati della II guerra Mondiale e nemmeno il famoso centro "Simon Wiesenthal", che nel corso degli ultimi decenni ha scovato i più importanti criminali nazisti, era sulle sue tracce: «Questa storia è incredibile - dichiara Efraim Zuroff, direttore del centro Wiesenthal - Dimostra che è possibile identificare criminali che hanno sulla loro coscienza eccidi efferati e giudicarli in tribunale anche dopo così tanti anni».

Francesco Tortora
18 novembre 2009

Reggio Calabria, il questore vieta i funerali pubblici per il boss

Corriere della Sera


Le esequie di Pietro Costa, presunto capo dell'omonima cosca di Siderno, si terranno in forma privata 


REGGIO CALABRIA - Vietati i funerali pubblici per il presunto boss della 'ndrangheta Pietro Costa, di 59 anni, morto lunedì scorso per arresto cardiocircolatorio nel carcere di San Gimignano (Siena) dove era detenuto in regime di 41 bis. La decisione è stata presa dal questore di Reggio Calabria, Carmelo Casabona, a garanzia dell'ordine e della sicurezza pubblica. Pietro Costa era considerato uno dei capi dell'omomina cosca di Siderno della 'ndrangheta.

18 novembre 2009


Somalia, adultera lapidata in piazza Al suo compagno cento frustate

Corriere della Sera


Ventenne uccisa a pietrate a Wajid, di fronte a una folla di 200 persone

DAL NOSTRO INVIATO 



NAIROBI – Per la seconda volta nel giro di poche settimane in Somalia una donna è stata lapidata a morte per adulterio. Il suo partner è stato condannato a cento frustate. È successo a Wajid una cittadina nella regione del Bakol, su una delle strade che collegano Baidoa al confine con l’Etiopia, controllata dagli shebab, gli estremisti islamici somali. La notizia è stata diffusa da Shekh Ibrahim Abdirahman, uno dei giudici che ha emesso la sentenza, secondo cui la donna, 20 anni, è stata ammazzata a pietrate martedì di fronte a una folla di 200 persone.

HA PARTORITO PRIMA DELLA CONDANNA - L’adulterio è stato scoperto un po’ di tempo fa e prima di eseguire la condanna è stato permesso alla donna di partorire il bimbo frutto della relazione. Il padre ha 29 anni e non è sposato. Anche due uomini sono stati uccisi a colpi di pietra nelle ultime settimane. L’ultimo il 6 novembre scorso a Merca, un’ottantina di chilometri a sud di Mogadiscio era stato lapidato a morte un uomo Abbas Hussein, 33 anni accusato di aver violentato una donna.

Massimo A. Alberizzi
malberizzi@corriere.it

Battisti se la fa sotto Giorno del giudizio per il terrorista pluriergastolano

Quotidianonet

L'udienza che deciderà sull'estradizione è fissata per le 18, ora italiana.

Sarà determinante la decisione del presidente del Tribunale, Gilmar Mendes

 

Roma, 18 novembre 2009 - Cesare Battisti, in sciopero della fame da sabato, è “magro, pallido, ansioso e debilitato, ma disposto a portare avanti la protesta fino all’estreme conseguenze”. Lo hanno riferito al quotidiano “O Globo” alcuni parlamentari brasiliani che gli hanno fatto visita alla vigilia della ripresa dell’esame da parte del Supremo tribunal federal della richiesta di estradizione avanzata dal governo italiano per l’ex terrorista. “Battisti ha anche sospeso i trattamenti medici”, hanno aggiunto i parlamentari. L’udienza è fissato oggi alle 14 ora locale (le 18 in Italia).

Giovedì scorso, l’alta corte brasiliana ha sospeso il dibattimento dopo il voto di Marco Aurelio Mello che aveva riportato in equilibrio la situazione con quattro giudici a favore dell’estradizione e quattro contrari, un astenuto e un assente. Sarà determinante la decisione del presidente del Tribunale, Gilmar Mendes, che negli ultimi mesi ha portato avanti la battaglia contro la concessione dell’asilo politico a Battisti.

Se Mendes dovesse esprimersi a favore dell’estradizione - come appare probabile - non è escluso che il collegio di difesa dell’ex leader dei Pac presenti ricorso, dato che il “voto di spareggio” è previsto esplicitamente solo in materia costituzionale; se viceversa Mendes rinunciasse a esprimere il proprio voto, lasciando la situazione in pareggio, la tradizione legale brasiliana prevede il “favor rei”, ovvero la soluzione più favorevole per l’imputato.

Da Roma, dove ha partecipato al vertice Fao sulla sicurezza alimentare, il presidente del Brasile, Luiz Inacio Lula Da Silva, ha confermato che non si opporrà alla sentenza dell’Stf sull’ex militante dei Proletari Armati per il Comunismo, malgrado si sia già espresso contro la sua estradizione. “Se la sentenza della Corte sarà decisoria, allora non si discute, si applica”, ha detto Lula riferendosi al caso in cui il Stf decida in modo “determinativo” sul caso, senza cioè rinviare la decisione a lui in quanto supremo rappresentante del potere esecutivo. In caso di sentenza decisoria, ha ribadito il presidente, “non c’è possibilità di opporsi”.

Cesare Battisti, 54 anni, detenuto in Brasile, è stato condannato in Italia come responsabile di quattro omicidi: quello del maresciallo della Polizia penitenziaria Antonio Santoro, quello del macellaio di Mestre Lino Sabbadin, quello del gioielliere milanese Pierluigi Torregiani, e infine, sempre a Milano, quello di Andrea Campagna, agente della Digos.



Pelè, quarant'anni fa e il gol numero 1000


 
Era una sera di metà novembre ma c'era aria di primavera. Conrad, Gordon e Bean sbarcavano sulla Luna per la seconda volta con l'Apollo 12, il Brasile festeggiava il Giorno della Bandiera. Ma a Rio de Janeiro aspettavano solo la fine del mondo. 19 novembre 1969, quarant'anni fa, un altro calcio lontano una vita. Al Maracanà si gioca una partita come tante ma non una partita qualsiasi. Vasco de Gama, la squadra di Rio, contro il Santos di Pelè, è la coppa d'Argento, anteprima del campionato brasiliano, poco più di un'amichevole. Ma con 65.157 spettatori, quasi come una finale, quasi come un derby. Per evitare l'inevitabile il Vasco schierò cinque difensori uno dei quali, Renè, investito di una missione impossibile: impedire a Edson Arantes do Nascimiento detto Pelè, O'Rey de futbol, di segnare il gol che tutto il mondo aspettava, il numero 1000, un cult oggi per gli amanti del vintage.

C'era un argentino in porta, Andrade, uno dei più tosti, non voleva, chissà perchè, entrare nella storia, tantomeno dalla porta di servizio. Parò tutto quella sera compreso un pallonetto all'incrocio di O'Rey, dove non arrivò lui fu la traversa a mettersi di mezzo, fece di tutto per impedire quel gol atteso come il Messia.
Segno Beneti per il Vasco al minuto 17, pareggiò un'autorete di Renè al decimo del secondo tempo. Sembrava rinviata al 2012, invece la fine del mondo arrivò puntuale al 32mo della ripresa, alle ore locali 23.23. Fallo su Pelè, buttato giù appena entrato l'area, fallo da ultimo uomo, ma allora non c'erano espulsioni. Rigore. Non poteva che arrivare così l'Apocalisse. Tutto il pubblico, del Vasco e del Santos, gridò un nome solo. Poi scese un silenzio di gelo.

Era molto nervoso il re: «Ho tremato prima di battere quel rigore: aveva già tanta esperienza, già vinto mondiali, ma ero emozionatissimo», l'unica volta dirà a fine carriera in cui ha avuto veramente paura. Fidelis, il terzino destro, comincio a scavare buchi sul dischetto con il tacchetto, ma niente ormai poteva evitare l'inevitabile. Rincorsa lenta, destro piatto sulla sinistra del portiere, Andrade la tocca con le unghie, ma non la ferma. Prende a pugni l'area per la rabbia.

Bacia la palla Pelè mentre tutti baciano lui, i reporter che entrano tutti in campo, i compagni che lo prendono sulle spalle e lo portano in trionfo, si rivedrà la stessa scena l'anno dopo all'Azteca, Brasile batte Italia quattro a uno, finale della coppa Rimet. Dopo venti minuti buoni Pelè fu liberato da quell'abbraccio, sostituito sfilò con una maglia del Vasco che era da bambino la sua squadra del cuore con il numero 1000, la partita finì così, due a uno, senza di lui. Fu accusato di demagogia perchè dedicò quel gol a tutti i bambini poveri del mondo. Aveva 29 anni. Ma il tempo passa anche per gli dei. La targa che celebrava la fine del mondo fu rubata dai corridoi del Maracanà, così come la Coppa Rimet che fu persino fusa, sparì anche il pallone di quella partita dal Museo del calcio di Rio, ma almeno quello fu ritrovato e messo all'asta per 30mila dollari tutti finiti, almeno nelle intenzioni, in beneficenza.
Mille gol non è più la fine del mondo ma un dato statistico, una frontiera che ha superato anche Romario, senza diventare epopea e nostalgia. Aveva ragione il poeta brasiliano Carlos Drummond de Andrade. Si chiamava come il portiere del Vasco e gli basto una riga per riassumere un romanzo: «Non è difficile segnare mille goal come Pelé. É difficile segnare un goal come Pelé».


Kabul, "Sacchi d’oro ai talebani" Ecco come pacificano gli inglesi




Ma non erano i nostri soldati a pagare i talebani? Se siete di quelli che Times e giornalismo anglosassone sono un’unica fede allora attenti, perché la domanda rischia di sgretolare le vostre più inveterate certezze. Eppure il titolo del quotidiano tanto blasonato pubblicato sul suo sito internet suona proprio così «Army tells its soldiers to “bribe” the Taleban», ovvero: «L’esercito spiega ai suoi soldati di “corrompere” i talebani».

Avete letto bene, stavolta non ci sono di mezzo Ignazio La Russa, i suoi predecessori o i pusillanimi marmittoni di casa nostra. Stavolta a pagare i seguaci del mullah Omar, anzi a coprirli d’oro, ci penseranno i soldati di Sua Maestà. Merito degli strateghi di Londra, merito di un nuovo manuale da campo inglese secondo cui l’unico modo per abbandonare l’Afghanistan senza lasciarsi troppi cadaveri alle spalle è comprarsi i talebani a peso d’oro o - per usare il termine del manuale di Sua Maestà - a «borse d’oro».

A confermare l’aurea svolta ci pensa il Generale Paul Newton: «L’arma migliore per confrontarsi con gli insorti non è sparare ma pagare... solo usando sacchi d’oro riusciremo a cambiare le dinamiche del campo di battaglia» spiega l’ufficiale descritto come una delle menti più lucide degli alti comandi britannici.

In questo disquisire di mazzette e strategie la parte più spassosa la recita però il quotidiano. Non più tardi del 15 ottobre scorso il Vangelo secondo Murdoch se ne uscì con uno scoop da Kabul secondo cui a pagare i talebani erano i nostri soldati. 

Stando all’articolo, scritto orecchiando una notizia qua e un si dice di là, gli italiani dispiegati fino alla primavera del 2008 nella zona di Surubi, a sud della capitale, versavano mazzette ai talebani per portar a casa la pelle. Quella riprovevole abitudine taciuta dai nostri 007 agli omologhi di Parigi sarebbe stata, sempre a detta del Times, la causa di un’imboscata conclusasi con il massacro di dieci soldati francesi mandati a sostituire le nostre truppe. 

Il presunto scoop venne smentito nel giro di 48 ore dal ministro della Difesa La Russa, dai suoi colleghi francesi, dai comandanti americani e dai vertici Nato di Kabul. Il Times non fece mezzo passo indietro e continuò a riversare humour e fango sulle biasimevoli abitudini italiote. E stavolta? Stavolta manco «oh». Stavolta la notizia fila via senza un fremito d’indignazione, senza commenti e soprattutto senza inopportuni paragoni con gli italiani. 

Stavolta il Times, recupera il suo rigoroso stile britannico e spiega che la decisione è tutta legata alle difficoltà di una guerra dove gli americani comprano i talebani come galline al mercato mentre l’esercito di Sua Maestà non ha il becco di un quattrino. «I comandanti britannici durante le recenti operazioni non hanno avuto la possibilità di utilizzare lo stesso contante della controparte americana da questo momento - spiega la nuova Bibbia della contro guerriglia alla britannica maniera - i comandanti dovranno utilizzare il denaro allo stesso modo di un’arma. 

Se spesi nel contesto di una pianificazione a lungo termine quei soldi rappresentano un mezzo e un costo adeguato per sottrarre ai talebani l’appoggio delle comunità e garantire ai militari un indispensabile risparmio d’energie». E se il denaro finisce nelle mani di talebani responsabili della morte di soldati della Nato? Nessun problema, anzi tanto meglio perché - spiega l’inossidabile generale Powell all’ancor più inossidabile quotidiano «non ha proprio senso parlare con persone che non hanno le mani sporche di sangue».

Un mese dopo aver accusato i soldati italiani di pagare il nemico il quotidiano simbolo del giornalismo inglese ci spiega insomma che denaro e mazzette sono il modo migliore per abbandonare l’Afghanistan e offrire al premier Gordon Brown la possibilità di affrontare con qualche speranza le elezioni del 2010. E stavolta, purtroppo, rischia anche d’esser vero.


Viale Mazzini, tutti i costi Prima rete, un miliardo

Corriere della Sera


Ballarò, Annozero, Report: il rapporto spesa-spettatori


Nemmeno domani, a quanto pare, il consiglio di amministrazione della Rai riuscirà a decidere se confermare Paolo Ruffini, sostituirlo con Antonio Di Bella od officiare un terzo candidato. L’assen­za di decisioni alimenta la polemica. Ma quale polemica? L'opposizione elegge le star della terza rete a numi tutelari della libera informazione coartata da un go­verno al servizio di Mediaset. La maggio­ranza bolla Floris, Fazio e Gabanelli con l'aggiunta di Santoro, operativo su Rai 2, come una brigata di nemici del pre­mier scelto dagli italiani. I quotidiani il Giornale e Libero , l'uno della famiglia Berlusconi e l'altro comunque filogover­nativo, danno notizia dei compensi del­le star: scandalizzati, ma senza precisar­ne bene il ritorno economico né l'effetti­vo costo aziendale in paragone, per esempio, alla remunerazione della pro­pria direzione o delle star del Biscione.



Il Fatto, quotidiano antigovernativo, si indigna per la paga del capo delle Ferro­vie quando questa è una frazione di quella di Fazio ed è di poco superiore a quella di Santoro, sulle quali nulla ecce­pisce benché condurre una trasmissio­ne tv sia chiaramente meno impegnati­vo e rilevante. Forse varrebbe la pena di deporre gli opposti populismi e di consi­derare la Rai un'azienda che svolge sì un servizio pubblico, ma che sta anche sul mercato. E il mercato esige trasparenza. Invece di tenerli riservati, per usarli a spizzichi come armi di lotta politica o di bottega, i numeri sensibili la Rai li do­vrebbe squadernare, dandone aggiorna­menti trimestrali come fanno le società quotate in Borsa. Da quei numeri, con le dovute spiegazioni, tutti ricaverebbero elementi oggettivi di giudizio. Tutti: go­verno, opposizione, giornali.

Andrebbe reso noto, per cominciare, il bilancio di rete. Alcune carte di lavo­ro dicono che nel 2008 il costo di produ­zione del canale Uno, compresa l'attri­buzione proporzionale delle spese di staff, dei servizi e di Rai Way, abbia su­perato il miliardo: 1021 milioni per la precisione, 120 in più rispetto all'eserci­zio precedente, un incremento dovuto per 116 milioni alla copertura delle Olimpiadi e degli europei di calcio. Il ca­nale Due, invece, costa 606,2 milioni, qualche decina in più rispetto al 2007 e tutti dovuti ai grandi eventi sportivi che ogni due anni sostengono gli ascolti ma, causa l'onere dei diritti, massacra­no il conto economico. Il canale Tre co­sta 819,3 milioni, 13,3 in più rispetto all' anno prima. Non è gravato dagli eventi sportivi, ma porta sempre il fardello del­la programmazione regionale, cuore oneroso del servizio pubblico: 348,3 mi­lioni nel 2008. Senza un tal peso, Rai 3 sarebbe la rete nettamene meno costo­sa. E la sua audience, pur in leggero ca­lo, è di poco inferiore a quella della ben più costosa Rai 2: il 10 contro l'11%.

Naturalmente, i confronti andrebbe­ro rettificati in base alle scelte aziendali centrali che possono allocare su una re­te piuttosto che su un’altra i program­mi che nessun direttore vorrebbe. Ci vuole, insomma, onestà intellettuale. La valutazione può esser fatta in base al successo o meno di critica e di pubbli­co, ma anche in base al costo e al ritor­no economico che dipende dal numero degli ascoltatori e dal loro specifico ap­peal pubblicitario. Si discute di Giovan­ni Floris, Michele Santoro, Milena Gaba­nelli come soggetti politici impropri o come giornalisti coraggiosi.

Un Rupert Murdoch, prima, considererebbe che per raggiungere uno spettatore di Balla­rò , Rai 3 sopporta un costo di 15 centesi­mi e per quello di Report un costo di 45. Per lo spettatore di Annozero , Rai 2 ha un costo di 21 centesimi. Nella setti­mana fra il 26 ottobre e il primo novem­bre 2009, durante la quale sono state fatte queste rilevazioni il costo contatto medio della prima serata è stato di 84 centesimi per Ra1 3 e di 98 per Rai 2. A titolo di paragone in Rai 1 è stato di 2,18 euro. In base all'audience, che non è mai uguale, questi costi-contatto posso­no cambiare un po': toccherebbe alla di­rezione generale dare notizie complete su periodi congrui.

E a chi le dovrà com­mentare terrà conto del fatto che il pa­linsesto di una televisione generalista non può essere fatto soltanto di talk show e telefilm perché sono i program­mi che rendono di più. La fiction o il cinema, che in prima battuta costano fi­no a 3-4 euro per spettatore, possono essere ripetuti più volte così da abbas­sarne, anche radicalmente, l'ammorta­mento.

Ragionare della Rai come se fosse un' azienda è una pretesa forse più temera­ria che risanare le Ferrovie. Mentre Me­diaset annuncia di fare meglio del mer­cato, in Rai si perdono soldi e si parla di «politica». Che questo accada su pres­sione di un governo che è guidato dall' azionista del concorrente ha una sua lo­gica. Che l'opposizione si limiti a difen­dere le sue residue aree di influenza ne ha meno. Nel dicembre 2004, Romano Prodi impegnò il centro-sinistra a priva­tizzare la Rai, conservandone una parte per il servizio pubblico. La sua maggio­ranza gli tarpò le ali. Walter Veltroni non affrontò mai la questione. E Bersa­ni? In fondo, l’alta velocità qualcosa sta smuovendo sulle strade ferrate. E’ fatale che la Rai debba essere peggio delle Fs?


mmucchetti@corriere.it
Massimo Mucchetti
18 novembre 2009

Io, no global con partita Iva"

La Stampa



Una volta assaltava il G8, ora fa l’imprenditore: “Siamo noi i veri sfruttati”. Contesta l’Irap (“Una vergogna”) e giustifica gli evasori: “Non hanno altra scelta”
MICHELE BRAMBILLA
MILANO


Ricordate Luca Casarini, il no global? Adesso fa l’imprenditore. È una delle tante partite Iva del Nord-Est, quelle che votano Berlusconi o Lega in percentuali bulgare. Quando parla dell’Irap, il nuovo Casarini parla come la Marcegaglia: «Un’imposta che colpisce la produzione è un’imposta assurda». Quando parla delle banche, parla come Tremonti: «L’accesso al credito, specie in periodi di crisi come questo, dovrebbe essere agevolato». Quando parla del centralismo dello Stato, parla come Bossi a Pian del Re: «C’è una forte richiesta di autonomia dalla parte della nostra gente, dobbiamo riprendere in mano i nostri destini».

Guai a dirgli, però, che ha voltato gabbana. Ribelle era e ribelle rimane. La sua ditta, una società di consulenza su marketing e comunicazioni, l’ha voluta chiamare «Nexus 7». «Nexus 6 - spiega - era il replicante di Blade Runner che si ribella. Io sono il numero 7, mi ribello ancora di più». La sede della ditta è a Marghera, a casa sua. Dipendenti zero.

L’ha aperta in settembre. E due mesi sono sufficienti per capire i problemi di un mondo che non è propriamente quello da cui viene lui. Tasse, balzelli, burocrazia, clienti che non pagano e banchieri con il braccino corto hanno preso il posto di cortei, slogan, scontri con la polizia, denunce, condanne per resistenza a pubblici ufficiali.

Casarini, si rende conto che diranno tutti che è passato dall’altra parte?
«Ma non è vero. Io resto dalla parte degli sfruttati. E i nuovi sfruttati sono i piccoli imprenditori, gli artigiani. È il Paese che produce e quindi dovrebbe essere aiutato e invece si scontra con tutto un sistema di difficoltà».

Faccia qualche esempio.
«L’Irap è una vergogna. Specie in periodi di crisi. Viene tassata la produzione, non il reddito: ma le pare? E poi le banche. Per fare un mutuo, che è l’unico sistema possibile per comprare una casa, in Italia c’è un tasso medio del 5 per cento; in Europa è del 2,5. Per chi ha un’attività, poi... Io ho chiesto settemila euro di credito, per darmeli ci hanno messo un mese e mi hanno chiesto beni di famiglia in garanzia».

Sono i rischi d’impresa. Se ne rende conto solo adesso?
«No, ho sempre pensato che i piccoli imprenditori erano vessati. Non ho mai avuto un atteggiamento ideologico contro di loro. Per questo ho polemizzato con la sinistra, che ha sempre avuto un’impostazione classica: difende gli operai delle grandi fabbriche, che sono stra-garantiti, e se ne infischia di quelli che lavorano con i piccoli».

Sta pensando di passare alla Lega?
«Per carità. Non crederà davvero che la Lega tuteli le piccole imprese, vero? O che il Pdl sia il mitico “partito del popolo delle partite Iva”? Quelle sono tutte balle. La prova è che al governo ci sono loro, Lega e Pdl, e per noi piccoli imprenditori non stanno facendo niente».

«Noi piccoli imprenditori»? Siamo sicuri che lei è proprio il Casarini che guidava le masse contro il G8?
«Mi faccia continuare. Si è mai chiesto perché la Lega se la prende tanto con gli immigrati? Perché è l’unico argomento che può permettersi. Se parla di tasse, balbetta. La Lega, qui in Veneto, è lo Stato. È la Lega che ci impone le tasse. Dicono tanto di Roma, ma a Roma ci stanno loro».

Che cosa vuol dire aprire un’impresa proprio in tempo di crisi?
«Vuol dire scoprire l’iniquità del sistema fiscale. Le faccio un esempio. Oggi la gente paga tutta in ritardo. Chi lavora per gli enti pubblici, poi, riceve i soldi dopo 90 o 120 giorni, a volte dopo sei mesi. Ma l’Iva la deve pagare subito. Subito, ha capito? Io la recupero dopo mesi e mesi. E gli interessi, dico: gli interessi chi me li paga?».

Lei è un uomo di lotta. Ha pensato a qualche manifestazione?
«Beh, potrei cominciare a fare obiezione fiscale non pagando l’Irap, ad esempio».

Cioè evadere il fisco? Proprio lei? Sono discorsi da cumenda brianzolo che vota centrodestra.
«Un momento. Distinguiamo. C’è evasione ed evasione. Un conto sono i grandi evasori, che non pagano le tasse e poi si comprano l’Alitalia con i soldi dello Stato, cioè nostri. Un conto sono i piccoli, che devono pur difendersi».

Quindi lei giustifica l’artigiano o il commerciante che fa un po’ di nero?
«Ma certo. Se no come fa a vivere? Uno è costretto a evadere. Lo so che eticamente è discutibile. Ma io vorrei sapere anche dove vanno, i nostri soldi. A finanziare le guerre? Io non ci sto».

E rieccolo, il Casarini disobbediente. Sarebbe curioso se il prossimo guaio giudiziario l’avesse per evasione fiscale, e si trovasse sul banco degli imputati con la stessa accusa di frode fiscale che i pm contestano a Berlusconi.


Allarme su internet C'è un falso Facebook: ruba i dati degli utenti

Quotidianonet

I laboratori di sicurezza informatica di Panda Security mettono in guardia i 'navigatori'. Esiste un clone del noto social network progetto da cyber criminali per ruabre password


 

Roma, 17 novembre 2009 - Appassionati di internet e dei social network, state attenti. In rete circola un falso Facebook, un clone del popolare sito progettato per rubare le password degli utenti. A lanciare l'allarme sono i laboratori di sicurezza informatica di Panda Security.

L’indirizzo e il contenuto della finta pagina web, spiegano gli analisti della multinazionale europea, sono simili a quelli reali. Chi accede a Facebook potrebbe quindi essere ingannato e inserire e i propri dati, che finiranno nelle mani dei pirati informatici.

"Una volta che i cyber criminali entrano in possesso dei dati, saranno in grado di realizzare tutte le tipologie di azioni dagli account, inclusi la pubblicazione di commenti spam con link pericolosi e l’invio di messaggi ai contatti", spiega Luis Corrons, direttore tecnico dei laboratori di Panda Security.

Il collegamento al finto sito è stato diffuso attraverso la posta elettronica. Per questo gli esperti consigliano di non rispondere o aprire link di e-mail insolite. Altro accorgimento è controllare che la pagina in cui si inseriscono i dati sia realmente quella di Facebook. I siti fittizi, infatti, spesso utilizzano indirizzi simili all’originale, magari con una sola lettera sbagliata. Se si sono già inseriti i dati sul falso sito, infine, sarà necessario cambiare tempestivamente la password.



Cucchi, legale: "Sul corpo bruciature di sigaretta" Ecco le foto dell'autopsia





Roma - Una profonda ferita circolare, ancora aperta, sul polpastrello del pollice della mano sinistra e tante piccole ferite simili tra i capelli, sulle ginocchia, sulla gamba destra che sembrano bruciature di sigaretta. Sono alcuni degli scatti che ritraggono lo stato terribile in cui era il corpo di Stefano Cucchi durante l'autopsia.

Le foto dell'autopsia Una delle foto più crude è quella che mostra il medico legale che apre la bocca del cadavere e si vede sotto il labbro superiore una grande ecchimosi. Le foto del volto in primissimo piano, oltre a quei profondi segni blu-rosso-viola intorno agli occhi, mostrano un grande rigonfiamento tra la palbebra sinistra e il sopracciglio e fanno vedere chiaramente l'osso del naso che sembra fratturato ed ecchimosi sulla mascella e sul collo. Lividi, segni rossi e macchie si vedono anche sulle anche, in particolare quella destra. Un corpo praticamente scarnificato, dove sono evidenti almeno tre tatuaggi: uno grande sul braccio sinistra, uno sulla gamba destra ed uno sul fianco destro. Macchie rosastre, lividi ed ecchimosi blu del possibile pestaggio si mischiano a quelle del cosiddetto post mortem.

La ricostruzione del testimone "Ma cosa ti hanno fatto?". "Ma non lo vedi? Mi hanno menato questi stronzi". Poche parole. Parole che furono una conferma a ciò che aveva visto pochi minuti prima dallo spioncino di una delle celle di sicurezza della cittadella giudiziaria romana di Piazzale Clodio: agenti della penitenziaria in divisa che picchiavano a calci e pugni Cucchi. La frase, riportata testualmente, è una delle confidenze che S.Y., il supertestimone, 31 anni originario del Gambia, detenuto per droga in una struttura di assistenza per tossicodipendenti, sostiene di aver avuto dal geometra romano il 16 ottobre scorso quando entrambi si trovavano nel tribunale di Roma per la convalida dei loro fermi. 

Una frase che è contenuta nella testimonianza resa a verbale ai pubblici ministeri che indagano sul decesso del giovane avvenuto il 22 ottobre nell'ospedale Sandro Pertini. Nell'incidente probatorio che si svolgerà sabato prossimo davanti al gip Luigi Fiasconaro, il testimone sarà chiamato a confermare non solo quella presunta confidenza, ma anche il resto del suo racconto diventato il principale atto di accusa nei confronti dei tre presunti aguzzini in divisa, accusati dalla procura di omicidio preterintenzionale: ossia di aver notato dallo spioncino della sua cella di sicurezza che alcuni agenti di polizia penitenziaria stavano prendendo a calci e pugni Cucchi, dopo averlo scaraventato in terra e trascinato nella cella, e di aver successivamente udito lamenti e altri rumori del presunto pestaggio.

L'inchiesta amministrativa Intanto l'inchiesta amministrativa del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria per far luce su eventuali responsabilità nella morte di Cucchi non si é ancora conclusa ma il Dap ha nel frattempo disposto il trasferimento dei tre agenti penitenziari indagati dalla procura di Roma. Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Dominici da oggi non prestano più servizio presso il nucleo "varchi" del Tribunale di Roma, ma sono stati per il momento trasferiti in tre unità differenti: il nucleo aeroportuale di Fiumicino, il carcere minorile romano di Casal del Marmo, il nucleo operativo traduzioni di Rebibbia. 

I tre agenti sono stati trasferiti in via temporanea (tecnicamente si tratta di un "distacco" dal nucleo del Tribunale di Piazzale Clodio) e per motivi di opportunità, in attesa che si concluda l'inchiesta amministrativa disposta dal Capo del Dap, Franco Ionta. Il distacco dei tre agenti penitenziari indagati dalla procura di Roma sarebbe stato deciso dal provveditore regionale alle carceri del Lazio. Ma il legale di Minichini, l'avvocato Diego Perugini, smentisce il Dap: "Non sono stati trasferiti d'ufficio - spiega - ma hanno chiesto di essere distaccati per motivi di opportunità". 

Dura presa di posizione di Leo Beneduci, segretario nazionale del sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Osapp): "I colleghi saranno scagionati e il Capo del Dap Ionta dovrà pagare i danni - dice Beneduci - Le dichiarazioni del proprietario della palestra, emerse oggi su tutti i quotidiani e riguardanti le macchie rossastre di Stefano Cucchi confermano elementi che portano a considerare una sola verità: quella a favore del Corpo di Polizia che rappresentiamo. Se nel corso dell'autopsia emergesse anche che quelle lesioni alla schiena sono il prodotto di calcificazioni già preesistenti è da escludere anche su questo fronte qualsiasi possibile atto di aggressione, ci troveremmo di fronte ad un altro scenario e la magistratura dovrebbe escludere definitivamente qualsiasi responsabilità in capo ai colleghi della Penitenziaria che sono stati coinvolti"


Rai, interviene l'Agcom: "Vada su piattaforma Sky"


 
Milano - I tre canali generalisti potranno scendere dalla piattaforma Sky a seconda della "copertura di Tvsat", in base a questo "valuteremo". Lo ha detto il presidente dell’Agcom, Corrado Calabrò, parlando a margine dell’audizione in Vigilanza a proposito della "neutralità competitiva" della Rai. "La Rai - ha aggiunto - deve stare su tante piattaforme da consentire a tutti gli utenti di ricevere le trasmissioni. Se Sky in una zona è indispensabile" del passaggio al digitale e "limitandosi a criptare il minimo di trasmission". Dunque la Rai "potrà stare su tutte le piattaforme commerciali e dovrà stare su tutte quelle tecnologiche".


Le migliori invenzioni del 2009

Corriere della Sera

Le innovazioni più significative secondo la rivista «Popular Science»

MILANO - L’anno volge al termine e arrivano la consuete classifiche sui prodotti più innovativi. Ecco, settore per settore, chi si è aggiudicato i riconoscimenti secondo gli autori di Popular Science, ripresa da Wired.

Sezione Auto Tech - La Mercedes S400 Bluehybrid, presentata dall’azienda tedesca al Salone di Parigi, si aggiudica la palma della migliore tra le vetture più innovative. È dotata di un motore a benzina e di uno elettrico alimentato da batterie al litio e, al momento, costa 88 mila dollari corrispondenti a poco più di 59 mila euro. Nasce dal progetto Blue Efficiency di Mercedes, che propone un concetto innovativo applicato a ogni componente della vettura per massimizzare le prestazioni riducendo i consumi.

Sezione Medicina - In questa categoria è presente il campione dei campioni, vale a dire l’invenzione che secondo il parere degli esperti di Popular Science porterà maggiori benefici all’umanità. Si tratta di uno stetoscopio, antico strumento medico, rivisto e aggiornato in chiave 2.0. Il Littman 3200, prodotto dalla 3M, è in grado di registrare i battiti cardiaci e grazie alla tecnologia Bluetoooth può inviare i dati al computer del medico. L’uso di questo strumento prevede un radicale abbattimento dei costi sanitari connessi a elettrocardiogrammi che, a questo punto, diverrebbero inutili.

Sezione Home Tech - Vince la nuova tecnologia Full Force ideata da Bosch con cui è possibile creare strumenti per bricolage più piccoli e più maneggevoli ma, al tempo stesso, più potenti e precisi. Più piccolo del 20 per cento, più potente del 10 per cento è il claim che sintetizza la campagna Full Force.

Sezione Home Entertainment - In questo caso si tratta di un premio virtuale in quanto il prodotto in questione è avvolto da un alone di mistero. Si tratta di Natal, il nuovo sistema di controllo per Xbox che si propone di eliminare il controller portando le azioni fisiche di chi è di fronte allo schermo direttamente nei personaggi del gioco. Il debutto è previsto per novembre 2010.

Sezione Gadget - Canon Eos 5D Mark II è una fotocamera professionale dotata di prestazioni straordinarie con i suoi 21 megapixel e una velocità di scatto di 3,9 fps. Inoltre, consente di registrare video in FULL HD in vari framerate .Insomma, a quanto pare è difficile trovare di meglio.

Sezione Aviation & Space - Il satellite della Nasa Keplero è stato lanciato in orbita nel marzo del 2009 con l’obiettivo di investigare la nostra galassia alla ricerca di pianeti simili alla Terra. La durata prevista della missione è di tre anni e mezzo.

Sezione Recreation - Si aggiudica il primo premio il Sea-Doo GTX Limited iS 255, moto d’acqua extra lusso, anche nel prezzo, dotata di ogni genere di optional compreso un display interattivo a cristalli liquidi.

Sezione Green Tech - Samms è una polvere in grado di purificare le acque inquinate soprattutto dal mercurio. Ogni granello si comporta come una spugna che, grazie a una reazione chimica, è in grado di assorbire l’agente inquinante.

Sezione Computing - Wolfram Alpha è un motore di ricerca di ultima generazione. Viene definito un motore semantico, in quanto è stato programmato per direttamente alle domande degli utenti senza obbligarli a digitare una sfilza di parole chiave.

Sezione Security - Sul gradino più alto del podio troviamo X-flex, una carta da parati molto resistente. E’ composta da un materiale tipo Kevlar racchiuso tra due fogli di pellicola di elasto-polimeri. È in grado di sostenere muri pericolanti e di resistere a urti e proiettili. Durante un test grazie a un solo strato di X-flex un muro è riuscito a resistere alla forza distruttiva di una palla da demolizione. Inoltre l’esercito statunitense sta valutando se utilizzarla per le basi in Iraq e Afghanistan.

Emanuela Di Pasqua
17 novembre 2009

Cucchi, trasferiti gli agenti indagati Sabato incidente probatorio su testimone

Corriere della Sera

Ma il sindacato dei penitenziari: «I tre sono in ferie»
E la commissione Marino incontra medico del tribunale

ROMA - L'inchiesta amministrativa del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria per far luce su eventuali responsabilità nella morte di Stefano Cucchi non si è ancora conclusa ma il Dap ha nel frattempo disposto il trasferimento dei tre agenti penitenziari indagati dalla procura di Roma per omicidio preterintenzionale. Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Dominici da oggi non prestano servizio presso il nucleo varchi del Tribunale di Roma, ma sono stati per il momento trasferiti in tre unità differenti: il nucleo aeroportuale di Fiumicino, il carcere minorile romano di Casal del Marmo, il nucleo operativo traduzioni di Rebibbia. Tecnicamente si tratta di un distacco dal nucleo del Tribunale di Piazzale Clodio e per motivi di opportunità, in attesa che si concluda l'inchiesta amministrativa disposta dal Capo del Dap, Franco Ionta e sarebbe stato deciso dal provveditore regionale alle carceri del Lazio.

SAPPE - Il Sappe, però, il sindacato autonomo degli agenti penitenziari fornisce una versione discordante: non sono stati trasferiti, ma sono in congedo per ferie: lo sottolinea il segretario Donato Capece. «I tre agenti - spiega Capece - non sono stati né trasferiti né allontanati, sono in normale congedo per ferie, consigliati dal loro stesso comandante per recuperare lo stress psico fisico di questi giorni. Sono ragazzi sereni, non hanno fatto niente, si sta strumentalizzando la vicenda. La magistratura faccia piena luce».

IL GIORNO DEL TESTIMONE - Si svolgerà sabato prossimo l'incidente probatorio per acquisire le dichiarazioni del testimone dell'aggressione che sarebbe stata compiuta da agenti penitenziari il 16 ottobre nelle celle di sicurezza del tribunale ai danni di Stefano Cucchi. L'atto istruttorio sarà compiuto davanti al gip Luigi Fiasconaro e permetterà di cristallizzare le affermazioni del teste, un senegalese detenuto attualmente ospite in un centro di terapia per le tossicodipendenze, che avranno così valore di prova nel caso di un eventuale processo. Accolta così l'istanza della procura che aveva chiesto «l'assunzione della testimonianza» dello straniero «in ordine in particolare alla circostanza per cui trovandosi, il 16 ottobre, presso le celle di sicurezza del tribunale penale di Roma, avrebbe udito e visto appartenenti alla polizia penitenziaria in divisa colpire il Cucchi precisando le modalità di aggressione della vittima del reato ipotizzato, nonchè raccolto successivamente all'aggressione le confidenze del Cucchi durante il tragitto dal tribunale alla casa di reclusione di Regina Coeli dove entrambi sono stati trasporti in seguito alla convalida dell'arresto». L'incidente probatorio era stato chiesto dalla procura «ritenuto che sussistono particolari ragioni d'urgenza» sia per il rischio di veder «pregiudicato il patrimonio di memoria visiva di cui il teste è portatore», sia perchè lo straniero «è persona senza fissa dimora e clandestino che se rimesso in libertà potrebbe facilmente far perdere le proprie tracce e/o far ritorno al Paese di origine, con conseguente rischio di futura irreperibilità, ovvero potrebbe subire pressioni psicologiche, finalizzate alla ritrattazione ovvero al mutamento delle precedenti dichiarazioni».

COMMISSIONE MARINO - E giovedì mattina, l'ufficio di presidenza della Commissione parlamentare d'inchiesta sull'efficacia e l'efficienza del Servizio sanitario nazionale deciderà se effettuare un nuovo sopralluogo nel carcere romano di Regina Coeli e nel reparto detenuti dell'ospedale Sandro Pertini, dove è stato detenuto e successivamente ricoverato Stefano Cucchi. Cucchi. Lo ha reso noto il presidente della Commissione, Ignazio Marino, al termine dell'audizione di Giovanni Battista Ferri, il sanitario operante nell'ambulatorio della Città giudiziaria di Roma. Sul contenuto delle sue dichiarazioni non è trapelato nulla. Il dottor Ferri, uscendo dall'aula, ha detto: «Mi hanno fatto solo domande tecniche». Il presidente della Commissione, il senatore Ignazio Marino, ha confermato la secretazione degli atti dell'inchiesta «fino al termine delle indagini». La necessità indicata è quella di sentire medici e infermieri che hanno avuto un «contatto fisico» con Cucchi. Intanto è stato anche confermato che, alla riesumazione della salma di Cucchi - prevista per il 23 novembre - e al successivo esame della stessa, sarà presente il professore Vincenzo Pascali, direttore dell'Istituto di medicina legale de Policlinico Gemelli di Roma, quale consulente della Commissione. Mercoledì è in programma l'audizione di un'infermiera del reparto di medicina penitenziaria del carcere di 'Regina Coeli, Gricelda Olivares.


17 novembre 2009



Ris, la difesa di Garofano: "Mai preso soldi illegalmente"

di Redazione

 


Roma - "Nessuno di noi ha mai percepito soldi che non poteva avere". Questa la difesa dell’ex comandante del Ris di Parma Luciano Garofano in una conferenza stampa che si è svolta a Roma. "Io mi sono trovato di fronte ad un bivio - ha spiegato Garofano - o soccombere o dare delle risposte ai cittadini. Per questo si è deciso di fare consulenze nell’orario d’ufficio, ma di queste nessuna è stata fatta percependo dei soldi. Tutte consulenze concordate e autorizzate con le procure. Tutto il nostro lavoro è stato fotografato severamente sui nostri registri che ho già esibito alla procura militare". 

Scelta di efficienza Il Ris di Parma ha fornito consulenze, negli ultimi anni, per i principali delitti e gialli del nord Italia. Dal caso Cogne al sequestro e l’omicidio di Tommaso Onofri, dal duplice omicidio Donegani al giallo di Garlasco. "Per dare risposte al Paese - ha detto ancora Garofano - le stesse procure con una delega mi autorizzavano a svolgere questa attività. Anche perché non avremmo mai potuto dare risposte rapide con consulenze fatte fuori dall’orario di servizio. Questa è stata una scelta per puntare all’efficienza, ovvero dare risposte esaustive in tempi contenuti". 

Oltre seimila casi L’ex comandante del Ris ha spiegato che su 6.440 casi esaminati dal suo ufficio nel 2008, solo il 2% circa è stata remunerata e solo per l’attività svolta fuori dell’orario di lavoro. Il denaro percepito quindi rappresentava anche una "salvaguardia per colmare gli stipendi dei carabinieri", ma soprattutto per rimborsare le spese per l’uso dei reattivi, delle polveri per le impronte, delle foto. "La procedura adottata a Parma - ha sottolineato Garofano - ha generato una maggiore efficienza ed ha fatto risparmiare allo Stato molti soldi. Proprio per questo molti procuratori mi hanno espresso la loro stima in questi giorni". 

La difesa: vogliamo il processo "Noi abbiamo portato il generale Garofano - ha detto l’avvocato Eraldo Stefani, legale dell’ex comandante del Ris di Parma - alla procura di Parma per delle dichiarazioni spontanee rese al magistrato, confermando i verbali di interrogatorio svolti dai difensori. Ora noi chiediamo o che si archivi la vicenda oppure che il generale Garofano venga processato. Vogliamo noi il processo davanti ai giudici di questo Paese perché riteniamo che questo è indispensabile nel momento in cui si continua con la pubblicizzazione delle indagini preliminari".