sabato 21 novembre 2009

Spesa pubblica, l'elenco degli sprechi: dai poliziotti morosi ai forestali al mare

Il Messaggero



ROMA (21 novembre) - C'è il forestale che prende l'indennità di alta quota e lavora in una paese sul mare; c'è il professore universitario che ottiene dal suo stesso ateneo un incarico professionale come se fosse un consulente esterno; c'è il poliziotto che ha l'alloggio gratuito per motivi di servizio e si dimentica di pagare le bollette di luce, gas e canone Rai.

È lungo l'elenco degli sprechi della spesa pubblica scovati dagli ispettori della Ragioneria Generale dello Stato nel corso dei controlli effettuati nel 2008. Ecco alcune delle 'ombrè della spesa pubblica elencate nell'ultimo Rapporto sulle ispezioni della Ragioneria.

Poliziotti morosi. Nei controlli sulla gestione degli alloggi di servizio gratuiti connessi con l'incarico ed in temporanea concessione la Rgs segnala in molti degli Uffici Territoriali del Governo (le ex prefetture) «criticità riguardanti il mancato pagamento e l'eventuale correlato recupero delle utenze: acqua, luce, gas, canone televisivo, energia elettrica, riscaldamento, oneri condominiali e Tarsu».

Forestali al mare. Questa indennità corrisposta al Corpo Forestale sarebbe destinata al «personale preposto all'attività di controllo del territorio in zone montane site al di sopra di 700 metri» e invece la «percepiscono, ad esempio, tutti coloro che svolgono servizio presso alcuni Comandi Stazione ubicati lungo la costa, al livello del mare, il cui territorio è solo in minima parte montano».

Sportelli a misura straordinari. «L'evidente squilibrio esistente tra orario di lavoro, fissato in maniera generalizzata per tutti i dipendenti, dalle 7,30 alle 14,42 e l'orario di servizio articolato dalle 7,30 alle 19,30 comporta il necessario ricorso - si legge nel documento del Tesoro - alle turnazioni e al lavoro straordinario per la copertura del servizio nelle ore pomeridiane».

Consulenze della sanità. La Rgs segnala l'affidamento di incarichi di consulenza senza l'attivazione di «procedure comparative e di selezione». Per quanto riguarda invece gli appalti per lavori, servizi e forniture, si segnalano «numerose illegittime proroghe».

Le sorprese dell'Università. «In quasi tutte le verifiche effettuate è emerso il fenomeno degli incarichi professionali, di progettazione e direzione lavori, affidati dagli Atenei - spiega la Rgs - a propri docenti sia a tempo pieno sia a tempo definito, remunerati alla stregua di incarichi attribuiti a soggetti esterni all'Università e, pertanto, con tariffe professionali di gran lunga superiori alla misura degli emolumenti previsti per il personale degli uffici tecnici interni».


Turista paga multa dal Giappone Comune di Caltagirone ringrazia

Libero


Se c’è chi pensa subito ad ogni possibile espediente per non pagarla, c’è chi dall’altra la vuole pagare a tutti i costi. E’ successo per una multa di 38 euro a Caltagirone, in provincia di Catania. Il protagonista, un turista giapponese, che lo scorso settembre aveva posteggiato un auto presa in noleggio sulle strisce blu senza i previsti tagliandini ed era stato multato da un operatore del comune.

Era ripartito senza poter pagare e l’amministrazione certamente non avrebbe tentato di rintracciarlo in patria. Ma il cittadino giapponese invece di congratularsi con se stesso, animato da un senso civico sconosciuto ne Belpaese e forse grato per l’ospitalità ricevuta, ha cercato su Internet il sito del Comune e ha inviato una e-mail chiedendo istruzioni. Ottenutele, ha inviato tramite corriere internazionale alla polizia municipale un plico contenente il preavviso della multa, la somma da pagare e una lettera di ringraziamento “per la disponibilità dimostrata” dalla polizia municipale. Incredulo e commosso, il comune di Caltagirone ha inviato una lettera di elogi a un turista giapponese. “Il suo è un esempio per tutti, che è giusto evidenziare – commenta il sindaco - perché ha dimostrato grande correttezza”.


Così ho ottenuto i prelievi sul duce»

Corriere della Sera


Parla il collezionista ligure che ha cercato di vendere su eBay alcuni campioni biologici del corpo di Mussolini





GENOVA - «Io sottoscritto Doria Mario tecnico analista presso il Policlinico di Milano fui incaricato nei primi giorni del maggio 1945 di eseguire preparati istologici da materiale cerebrale del fu Benito Mussolini per incarico dell'allora direttore di Medicina Legale prof. Cattabeni. Confermo che i vetrini istologici in possesso del professor Virginio Gagliardi corrispondono a quanto descritto». E' questa la breve lettera, due pagine, scritte a mano e datate Milano 1987, che, accompagnata da vetrini con sezioni della materia cerebrale di Mussolini, è stata messa in vendita alla mezzanotte di giovedì su e-Bay. Base d'asta 15 mila euro, venditore un collezionista ligure di cimeli del Ventennio.

LA DENUNCIA - Alle 11 di venerdì l'asta è stata ritirata da e-Bay perché «non è consentito vendere materiale organico umano o reperti anatomici» e le immagini sono state oscurate. La nipote del duce, Alessandra Mussolini, choccata, ha anche presentato denuncia ai carabinieri e alla polizia postale: «Pezzi di cervello di mio nonno sono stati messi all'asta. E' una cosa vergognosa». La Mussolini ha ipotizzato che il materiale fosse stato trafugato dal Policlinico di Milano. l'Istituto ha smentito: «Nessun reperto dell'autopsia di Mussolini è conservato qui. I materiali in nostro possesso sono stati distrutti nel 1947».

L'ALTRA VERITA' - Infatti la storia è diversa. «Una parente stretta del proprietario dei vetrini - racconta l'inserzionista di e-Bay - notò nel mio ufficio alcuni cimeli d'epoca, parlammo così della mia passione di collezionista e tempo dopo mi regalò la lettera e i vetrini. Posso immaginare che i prelievi istologici siano stati conservati dal tecnico nel 1945 dopo le analisi mentre altri andarono distrutti». Alcuni furono spediti negli Usa, probabilmente insieme ad intere parti del cervello di Mussolini, dove vennero analizzati dai neurochirurghi americani. In quel periodo infatti si avanzava l'ipotesi, poi smentita dal risultato delle analisi, che il Duce fosse affetto da neurosifilide. «Quello che abbiamo messo su e-Bay - ha spiegato l'inserzionista - non è stato venduto. Tutto è stato fatto in buona fede».


AUTOPSIA DIFFICILE - E' possibile che la sola lettera del tecnico analista venga riproposta in un'asta on line. Ma i vetrini istologici sono veramente riconducibili all'autopsia di Mussolini? Difficile dirlo con i pochi elementi a disposizione. E' certo che l'autopsia di Mussolini avvenne, come scrive il professor Cottabeni che la eseguì alle 7,30 del mattino del 30 aprile 1945, «in condizioni di tempo e di luogo del tutto eccezionali». Ovvero in una gran confusione «in una sala anatomica dove facevano irruzione ogni tanto, per l'assenza di un servizio armato d'ordine pubblico, giornalisti, partigiani e popolo».

Erika Della Casa
21 novembre 2009

Cuba, assalito il marito della blogger anti-Fidel

Quotidianonet


Un paio di settimane fa la donna aveva denunciato di essere stata fermata e picchiata da alcuni agenti di polizia. L'uomo, un gionalista, è stato picchiato da persone che sostenevano il governo
 

L’avana, 21 novembre 2009

l marito di Yoani Sanchez, la blogger che è diventata la voce più popolare dell’opposizione cubana, è stato assalito da decine di sostenitori del governo. Reinaldo Escobar, giornalista e anche lui blogger, è stato aggredito mentre attendeva di esser messo faccia a faccia con gli agenti accusati di aver fermato e picchiato sua moglie, due settimane fa.

L’uomo parlava con alcuni reporter quando lo hanno circondato centinaia di persone che gridavano "Viva Fidel", "Viva la Rivoluzione". Nella bagarre, Escobar è stato anche picchiato.

La Sanchez, che ha 34 anni, ha lanciato nel 2007 dall’Avana un blog chiamato 'Generacion Y', che è diventato un fenomeno mediatico all’esterno di Cuba.
Fonte AG


Cucchi fu trascinato in cella' E spunta un altro testimone

Quotidianonet


L’immigrato originario del Gambia ha raccontato al Gip del tribunale di Roma cosa ha visto dalla finestrella della propria cella. Prima ha detto di aver sentito dei rumori riconducibili a calci. Ma ci sarebbe anche un altro straniero ad aver udito i lamenti del giovane

Roma, 21 novembre 2009

Ha visto trascinare Stefano Cucchi per terra nella cella e poco prima aveva sentito rumori riconducibili a dei calci. Questo in sintesi quanto dichiarato nel corso dell’incidente probatorio davanti al Gip del Tribunale di Roma, Luigi Fiasconaro, dall’immigrato originario del Gambia in merito alla vicenda della morte di Stefano Cucchi.

L’incidente probatorio è durato circa 2 ore e il testimone ha raccontato tutto quello che ha visto e sentito la mattina del 16 ottobre, giorno in cui Stefano Cucchi si trovava in tribunale, in stato di fermo per presentarsi davanti al giudice.

"Ho visto Cucchi trascinato a terra", ha detto al Gip dal supertestimone che ha raccontato di aver incontrato Cucchi successivamente al termine delle udienze quando si sono ritrovati nella stessa cella nei sotterranei del Palazzo di Giustizia. L’immigrato si è affacciato dalla finestrella della propria cella dopo aver sentito urla e rumori riconducibili a dei calci avrebbe visto tre agenti della Polizia Penitenziaria trascinare Stefano. Ma degli agenti è in grado di riconoscerne solo uno, l’agente che ha aperto e chiuso le porte delle celle.

"Nell’essenzialità il testimone ha confermato - ha detto al termine dell’udienza il Pubblico Ministero Vincenzo Barba - quanto ci aveva detto nell’interrogatorio. Ha sentito ed ha visto delle cose e adesso valuteremo l’intera deposizione".

Diverso il parere degli avvocati che assistono i sei indagati. "Ha solo sentito delle cose - ha detto l’avvocato Diego Perugini legale di uno degli agenti della polizia penitenziaria - ed è cosa ben diversa dall’aver visto. Ha visto solo qualcuno che ha chiuso una cella".

"Un dolore che si rinnova. La disperazione di sentire la sofferenza di Stefano attraverso le parole del testimone", ha commento Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, l’audizione del testimone. 


E un’altra testimonianza sarà al centro la prossima settimana di un incidente probatorio richiesto dalla Procura della Repubblica sul caso Cucchi. Ad essere ascoltato dal giudice dell’indagine preliminare Luigi Fiasconaro sarà un altro detenuto nelle celle del Palazzo di Giustizia la mattina del 16 ottobre. È uno straniero che ha fatto dichiarazioni al pubblico ministero riferendo tra l’altro di aver udito un arrestato di nazionalità italiana che si lamentava e piangeva conversando con un compagno di cella.

Intanto chiede "verità" anche il vescovo ausiliare di Roma Giuseppe Marciante, oggi ha celebrato la messa in suffragio del trentunenne deceduto il 22 ottobre scorso. "Abbiamo il diritto di sapere la verità sulla sua morte. Vogliamo sapere cosa è successo, com’è morto, perché è morto - ha detto durante l'omelia , che celebrava la messa -. Che cosa significano quei segni sul suo corpo? Per ricordare Stefano - ha aggiunto - abbiamo bisogno di sapere. La sua memoria esce dal privato e diventa un appello per il rispetto della dignità dell’uomo, per il rispetto dei diritti umani anche di coloro che si trovano in stato di detenzione".

"La fede è l’unica cosa che ci dà forza in questo momento. Stefano amava la vita e purtroppo l’ha perduta troppo presto", ha detto invece la cugina Viviana, leggendo la lettera firmata dalla famiglia dell'uomo e inviata al vescovo Marciante. "Stefano era un ragazzo speciale - ha continuato Viviana - era allegro, generoso, altruista, buono e un fratello affettuoso. Ma Stefano era anche tanto fragile, e la sua fragilità lo ha reso un ultimo".


Lo sfogo di Marrazzo: «È colpa mia, hanno distrutto me e fatto morire lei»

Corriere della Sera


L’ex governatore chiuso in monastero: «Allora è vero che c’è un complotto»


(Ansa)
(Ansa)
ROMA - «E’ colpa mia, è colpa mia. Dopo aver distrutto me, hanno fatto morire anche lei. Non è possibile, non è giusto, non doveva andare così. Perdonatemi per il male che ho fatto a tutti quanti. Non volevo. Ho sbagliato, ho commesso tanti errori, ma non doveva finire così...»: Piero Marrazzo è ricaduto nella disperazione ieri mattina, quando ha saputo della morte di Brenda. Pensava di aver già affrontato i giorni più duri: quelli dello scandalo, della vergogna, delle difficilissime confessioni alla famiglia, dell’uscita di scena dalla politica a testa bassa. Pensava di essersi lasciato alle spalle i momenti peggiori.

Invece adesso è stato costretto a fare i conti con altro e nuovo dolore. Con nuovi struggenti sensi di colpa. E con la paura. L’ex governatore è ancora nell’abbazia di Montecassino, nel Sud del Lazio. Lascia il si­lenzioso monastero solo per venire a Roma per le sedute di psicoterapia. Gli altri gior­ni, fra celle e confessionali, scorrono tutti uguali, scanditi dalle regole dei religiosi che gli danno ospitalità: otto ore di preghie­ra. Dall’alba al tramonto. Terapia spirituale, la chiamano. Pre­ghiera e meditazio­ne. Dalle lodi del mattino, ai vespri della sera. E poi passeggiate. Lettu­re. Pasti leggeri con i monaci.

Qual­che contatto solo con la famiglia. Con gli amici più stretti. Con l’avvo­cato. Per il resto se ne sta lì, lontano dal mondo. Al ripa­ro dai giornalisti che da settimane lo cercano. Ieri pe­rò, poco dopo il raccoglimento mattutino nella cappella minore dell’abbazia, è arriva­ta la telefonata maledetta: «Piero, siediti e cerca di stare tranquillo. È successo qualco­sa di brutto...». La notizia che ha sconvolto il giornalista.

«Se non ci fosse stato tutto questo clamo­re intorno a me, se non fosse venuta fuori questa vicenda, se non avessi coinvolto tut­te queste persone in questa storia, forse Brenda sarebbe ancora viva», si è sfogato l’ex governatore, con la voce strozzata dalle lacrime. «Allora è vero che c’è un complot­to, è vero che dietro c’è qualcosa di grosso. Dio mio che ho combinato, perdonatemi vi prego. Non volevo coinvolgere la mia fami­glia, non volevo far soffrire nessuno...», ha aggiunto.

«Perché prendersela con Brenda? Perché deve soffrire così tanta gente?», ha continuato a chiedersi. E così, oltre al dolo­re per la morte del trans, adesso si è affac­ciata la paura. Non quella del ricatto di qual­che carabiniere farabutto in cerca di facili guadagni. La paura di qualcosa di ben peg­giore. Troppi misteri. Troppi sospetti. Troppe cose che non tornano. Del resto, come ha sottolineato Luca Petrucci, l’avvocato che segue Marrazzo, quanto accaduto «è in­quietante, è una svolta davvero inquietan­te.

Non posso pensare che la settimana scorsa questa persona è stata aggredita e ra­pinata e poco dopo è morta. Vanno appro­fondite le cause, bisogna capire che cosa c’è dietro, anche se non ho alcun elemento per aggiungere qualcosa in più». Secondo Petrucci in ogni caso sarebbe giusto «met­tere sotto protezione Natalie», l’altro trans coinvolto nella vicenda. E ancora: «A que­sto punto temo per l’incolumità di Marraz­zo. Chiedo e spero che non gli venga tolta la scorta». Il mistero della morte di Brenda fa dun­que paura. Terrorizza l’ex governatore. «Pie­ro è preoccupatissimo non tanto per sé, quanto per quello che potrebbe capitare al­la famiglia», racconta uno dei suoi amici, «teme che ci sia qualche giro molto più grande e pericoloso di quanto avesse imma­ginato all’inizio. E ha paura che qualcuno possa fare altro male alle persone a lui ca­re ».

La procura starebbe valutando l’ipotesi di mettere sotto sorveglianza anche la fami­glia di Marrazzo, la moglie e la figlia. In real­tà già erano stati predisposti fin dalle scorse setti­mane dei «passag­gi frequenti» di pattuglie dei cara­binieri e della po­lizia nei pressi del­l’abitazione. Misu­ra precauzionale. Dopo i nuovi svi­luppi, però, si pensa a controlli più stringenti, al­meno fino a quan­do non verrà fatta piena luce sulla morte di Brenda. Marrazzo, appe­na saputo dei drammatici svi­luppi della vicen­da, dopo il primo momento di scon­forto, ha pensato di lasciare il ritiro spirituale.

«Come faccio a stare tran­quillo con tutto quello che sta succedendo? Come posso sta­re qui? Devo tornare a casa, devo stare vici­no alla mia famiglia, devo proteggerla. Sen­za volerlo li ho comunque coinvolti in tut­to questo, devo fare qualcosa», ha ripetuto l’ex governatore confidandosi con le perso­ne più vicine. Ma poi lo hanno convinto a restare fra i monaci. Per andare avanti con la terapia spirituale. Ha provato a rilanciare chiedendo di essere raggiunto dalla moglie Roberta e dalla figlia. «Non è possibile. E per loro non sarebbe un bene», gli hanno risposto.

Paolo Foschi
21 novembre 2009

In Perù per i cosmetici uccidono i contadini

di Nino Materi


Per le creme di bellezza hanno fatto la pelle a 60 contadini. Ma qui c’è poco da ridere. Questa storia puzza infatti di sangue e grasso. Ma anche di leggenda metropolitana. Be’, «metropolitana» mica tanto, visto che la vicenda si svolge (o meglio, si sarebbe svolta) tra le sperdute coltivazioni delle campagne andine. I dubbi aumentano se poi consideriamo che la dinamica del raccolto sembra ispirata a un sanguinario mito peruviano (quello dei «pishtacos», orchi che rubavano di notte il grasso ai campesinos dopo averli uccisi) e alla trama del romanzo di Mario Vargas Llosa, «Il caporale Lituma sulle Ande».

Fatto sta, comunque, che la notizia ieri campeggiava sulle prime pagine dei giornali di Lima: «Sgominata la banda dei pishtacos». Seguono le macabre dichiarazioni del colonnello Jorge Mejia, comandante della Divisione sequestri della polizia: «I quattro arrestati di oggi sono coinvolti in una rete internazionale di feroci killer che hanno ucciso almeno 60 contadini per vendere il grasso e i tessuti ricavati dai loro corpi alle case europee produttrici di cosmetici a 15mila dollari al chilo»; alla gang - denominata infatti «los pishtacos» - apparterrebbero anche due italiani che, per ora, sono riusciti a farla franca. Secondo gli inquirenti peruviani i nostri connazionali avevano un ruolo-chiave: intermediari tra i killer e le aziende acquirenti. Gli investigatori avanzano ipotesi inquietanti: «Si teme che la banda abbia sequestrato e assassinato tra le 60 e le 200 persone, visto che il capo della banda si dedicava a questa attività da una trentina di anni».

L’orrore è stato scoperto dalla polizia che ha sequestrato un contenitore di grasso umano nella sede di una compagnia dei trasporti di Lima. Le dichiarazioni del generale Eusebio Felix Murga farebbero venire la pelle d’oca perfino a Dario Argento: «I criminali, dopo aver attirato le vittime in luoghi solitari, le decapitavano e trasferivano i corpi squartati in rudimentali laboratori per estrarne il grasso che poi veniva tagliato a strisce (il termine “pishtacos”, significa appunto “colui che taglia a strisce” ndr)». Al momento l’unico omicidio di cui è stato accertato il collegamento con la banda è quello di Abel Matos, ucciso a metà settembre. Secondo i primi riscontri, il grasso estratto dal torace e dai muscoli dei cadaveri arrivava successivamente in un laboratorio nella regione centrale di Huanuco per poi essere trasportato a Lima per la vendita ad acquirenti stranieri.

«Temiano - ha aggiunto la polizia - che i corpi delle vittime siano stati gettati nei fiumi o nascosti in zone impervie di Huanuco, una regione formata in gran parte da boschi e foreste». Ma è plausibile che non meglio precisate «aziende europee» fossero interessate ad accaparrarsi quantitativi di grasso umano a fini industriali?

«Non mi risulta che in Europa sia mai stato usato grasso umano per i cosmetici - dice all’Adnkronos, Carla Scesa, docente di Cosmetologia all’Università di Siena -. Esistono regole molto precise nei controlli. Anche i derivati di origine animale sono in disuso, specialmente dopo i fatti della “Mucca pazza”, figuriamoci quelli di origine umana. Ci sono tanti ingredienti naturali, vegetali e di sintesi efficaci che non danno problemi, non si capisce perché usare una cosa del genere. In passato si è ipotizzato in medicina estetica l’utilizzo del grasso di un paziente soggetto a lipofilling: i medici prendevano il grasso dello stesso paziente per iniettarlo sotto le rughe. In cosmetica vengono utilizzati oltre 13mila ingredienti efficaci, non vedo dunque la necessità di una pratica così macabra e insicura».

Dello stesso parere il dermatologo Leonardo Celleno, del Centro ricerche cosmetologiche dell’Università Cattolica di Roma: «I cosmetici venduti in Europa sono sicuri. Non contengono grasso umano, né l’hanno mai contenuto». Tutti d’accordo, tranne i «pishtacos».

Papa Wojtyla si flagellava"

La Stampa

Suora-governante: finché è stato in grado di farlo si è sottoposto a penitenze corporali
GIACOMO GALEAZZI

CITTA’ DEL VATICANO


Il «flagellante» Karol Wojtyla. Tra le migliaia di pagine all’esame in Vaticano per proclamare beato Giovanni Paolo II, figura una straordinaria testimonianza di suor Tobiana Sobódka, la superiora delle suore polacche «Ancelle del Sacro Cuore di Gesù» che prestavano servizio nell’appartamento pontificio e accudivano il Papa.

La deposizione della religiosa rivela nella «positio» che Karol Wojtyla si sottoponeva a penitenze corporali e getta nuova luce sul rapporto stretto di natura mistica che legava Wojtyla alla fede. Lunedì scorso si è svolta la riunione dei cardinali e dei vescovi membri della Congregazione delle cause dei santi, chiamati a esaminare la causa di beatificazione. L’esito della riunione è stato positivo e i cardinali si sono unanimemente espressi in favore della proclamazione dell’eroicità delle virtù del Pontefice polacco.

«Molto spesso si sottoponeva a penitenze corporali. Lo sentivamo, a Castel Gandolfo avevo la camera piuttosto vicina alla sua. Si avvertiva il suono dei colpi quando si flagellava. Lo faceva quando era ancora in grado di muoversi da solo», svela la religiosa polacca nella ricostruzione contenuta nel libro «Santo subito» del vaticanista Andrea Tornielli. Dunque Giovanni Paolo II, che aveva perso tutta la famiglia prima di diventare sacerdote e aveva subito l’attentato del 1981, si infliggeva anche penitenze corporali, flagellandosi.

Le penitenze di Wojtyla sono confermate anche da un altro testimone privilegiato, il vescovo africano Emery Kabongo, per alcuni anni secondo segretario di Giovanni Paolo II. «Faceva penitenza - racconta - e la faceva in modo particolare prima delle ordinazioni episcopali o sacerdotali. Prima di trasmettere agli altri i sacramenti desiderava prepararsi.

Non sono stato testimone diretto di penitenze corporali, ma mi è stato raccontato che vi si sottoponeva». Inoltre, continua il prelato, «quando Karol Wojtyla pregava non era distratto da nulla. Ricordo che quando presi servizio nell’appartamento papale, mi venne subito spiegato che quando il Santo Padre stava pregando, anche se si trattava di qualcosa di importante, bisognava aspettare per avvertirlo, perché per lui la preghiera veniva prima di tutto.

«Prima c’era Dio, poi tutto il resto, compresi i problemi del mondo». Insomma, sottolinea Kabongo nel libro di Tornielli, «quando Wojtyla pregava, pregava come qualcuno che sa davvero di che cosa si tratta. Si immergeva in Dio, dialogava con Dio». Un «Wojtyla privato» noto anche al suo fotografo personale, Arturo Mari dell’«Osservatore Romano». «Pregava in cappella, ma anche seduto sulla poltrona, nei cosiddetti momenti di riposo che per lui non sono mai stati tali - rievoca Mari-.

Pregava quando moriva qualcuno: per un amico, una persona conosciuta, o le vittime di un attentato o di un incidente. Pregava quando veniva a sapere che da qualche parte la situazione politica era grave, quando scoppiava una guerra. Pregava quando aveva un problema, quando gli arrivava qualche brutta notizia su una situazione da risolvere. Andava in cappella e ci rimaneva fin quando non aveva risolto la questione».

Pregava molto anche nei Paesi che andava a visitare. «I suoi raccoglimenti li consideravo come momenti di preghiera per i problemi della gente del posto. Sembrava che si immedesimasse in loro, nelle loro sofferenze. Mi ricordo che a Vilnius è rimasto a pregare in ginocchio per sei ore, senza sosta», conclude Mari.


Il video e i clienti: i segreti di Brenda

Corriere della Sera


L’ipotesi che fosse il viado a informare i carabinieri arrestati.
La telefonata a Marrazzo




ROMA — Il corpo nudo disteso sul pavimento, la stanza invasa dal fumo. L’hanno trovato così Brenda, in quel monolocale seminterrato che usava come appartamento in via dei due Ponti 180, zona nord di Roma. E l’inchiesta sul ricatto all’ex Governatore Piero Marrazzo ha su­bito preso una direzione diversa e certamente inaspettata. Perché di quell’indagine il transessuale Bren­da era diventato protagonista, cu­stode di un video con le immagini di un festino al quale aveva parteci­pato con lo stesso presidente della Regione e Michelly, un altro viado con cui aveva convissuto per qual­che mese. Ma soprattutto deposita­rio dei segreti di chi da anni si muo­ve sulla scena di quel mondo del sesso a pagamento, dove la mag­gior parte dei clienti chiede di tro­vare anche cocaina in un groviglio di interessi gestiti dalla criminalità.

IL TESTIMONE E LE FESTE - Nei giorni scorsi gli investigatori hanno rintracciato alcuni clienti che potrebbero aver subito rapine mentre erano in compagnia dei via­dos. Vittime dei due carabinieri fini­ti in carcere — Carlo Tagliente e Lu­ciano Simeone — che il 3 luglio scorso sorpresero Marrazzo in com­pagnia di Natalie, lo filmarono e poi cercarono di vendere il video. È il racconto di uno di loro — uomo ricco e famoso — a far comprende­re quali spettri si agitino dietro que­sta vicenda. Perché dopo aver am­messo di essere spesso «stordito, quando mi apparto in bagno duran­te le feste», non è stato neanche in grado di affermare con certezza se uno di questi incontri fosse avvenu­to con una donna o con un transes­suale.

Né, tantomeno, se qualcuno lo abbia potuto fotografare o filma­re. E invece sono stati gli stessi via­dos a raccontare che in alcuni casi hanno ripreso con il telefonino i clienti, alimentando un gioco che talvolta può arrivare a estreme con­seguenze. Proprio come accaduto a Marrazzo, stritolato in una catena di intimidazioni che alla fine lo ha costretto alla resa. Quanti altri vi­deo aveva girato Brenda? Quali se­greti custodiva? E di chi?

LA TELEFONATA IN REGIONE - I rapporti tra il transessuale e i carabinieri arrestati sono ancora poco chiari. Perché hanno negato di conoscersi, ma poi si è scoperto che poco dopo la telefonata fatta il 7 luglio scorso da Tagliente alla segreteria di Marrazzo, anche Brenda chiamò. Che cosa voleva? Era d’ac­cordo con i militari e sperava di ot­tenere qualche vantaggio facendo «pressione» sul Governatore? Ma soprattutto, era il trans una delle persone che fornivano le «soffia­te » sui clienti? Rispondere a questi interrogativi può consentire agli in­vestigatori di trovare una traccia concreta, in attesa che l’autopsia e gli altri rilievi affidati alla polizia Scientifica forniscano un quadro più chiaro di quanto può essere av­venuto all’interno del monolocale.

Perché se la pista dell’omicidio è davvero quella che maggiormente prevale sulle altre, allora bisogna capire come si sia mosso Brenda negli ultimi giorni, quali messaggi possa aver lanciato e dunque quali inconfessabili paure abbia alimen­tato. Ma anche quale fosse il suo rapporto con Gianguarino Cafasso — lo spacciatore trovato morto nel­la stanza di un motel a metà set­tembre — che di molti trans era il «pappone» e il fornitore di droga. Perché è stato lui a «guidare» i ca­rabinieri nella stanza di Marrazzo e poi ha cercato di vendere il video. Ma l’informazione giusta sulle fre­quentazioni del Governatore e sui suoi spostamenti potrebbe essere arrivata proprio da Brenda.

DOPPIO SCENARIO - L’investigatore della squadra mobile di Roma che all’alba è entra­to nell’appartamento di via dei due Ponti parla di una «scena del crimi­ne piena di incongruenze» e pro­prio per questo non può escludere che quelle stranezze — le valigie dietro la porta, una bruciata; il computer nell’acqua; il corpo sul pavimento — in realtà «siano in or­dine e rappresentino un messag­gio ». Perché certamente la morte di Brenda — anche se si volesse credere al suicidio o all’incidente che degenera in tragedia — serve a lanciare un messaggio preciso.

Un monito per tutti coloro che in que­sto ambiente si sono mossi con di­sinvoltura, troppo spesso alla ricer­ca di soldi facili da guadagnare con la cocaina o con i ricatti. E allora i magistrati si concentrano su due ipotesi. La prima accredita l’ingresso di uno o più assassini che soffocano Brenda e poi danno fuoco all’appar­tamento. La seconda si concentra invece sull’avvertimento: qualcu­no entra e dà fuoco al trolley. Vuo­le spaventare, ma la situazione sfugge di mano perché, quando il fumo invade la stanza, Brenda è tal­mente ubriaco da non riuscire ne­anche a ritrovare la porta per fuggi­re e si accascia sul pavimento or­mai senza vita.

Fiorenza Sarzanini
21 novembre 2009


Misteri e sospetti sulla morte di Brenda Pm: "Omicidio l'ipotesi più probabile"

Video


 
Roma - Uno dei transessuali coinvolti nel "caso Marrazzo", Brenda, è stato trovato morto nella sua abitazione. Accanto al cadavere, seminudo, c'erano due valigie chiuse, come se il trans fosse in procinto di partire. Ma potrebbe trattarsi di una messinscena. C'era anche una bottiglia di whisky. I vigili del fuoco sono stati chiamati per un incendio che si stava sviluppando nelle cantine di una palazzina in via Due Ponti, intorno alle alle 4.16 di stanotte.

Arrivati sul posto dopo aver buttato giù la porta hanno trovato il corpo del trans, forse morto per soffocamento da fumo. A quanto si apprende l'appartamento - dove non pare che il trans ricevesse i clienti - sarebbe composto da un unico locale, con un soppalco. E proprio nel letto posto sul soppalco è stato trovato, supino, il corpo di Brenda.

Liquido infiammabile Alcune tracce di liquido infiammabile sarebbero state trovate nell’appartamento, non lontano dal cadavere di Brenda. Inizialmente gli inquirenti si erano soffermati su un borsone, vicino alla porta, da cui sarebbero potute partire le fiamme. L’incendio avrebbe causato solo qualche danno all’appartamento. L’abitazione si trova al piano ammezzato di un palazzo con ingresso in comune con altri appartamenti. La porta d’ingresso, al momento dell’arrivo dei vigili del fuoco, era chiusa.

Il computer nel lavandino Dal monolocale gli agenti hanno prelevato diversi oggetti, tra cui un computer. Stranamente il pc si trovava nel lavandino dell’appartamento, bagnato, come se fosse stato immerso nell'acqua. Il particolare, rivelato da fonti investigative, farebbe supporre a un gesto volontario per rendere il computer inutilizzabile. I file contenuti nel pc saranno analizzati dagli esperti: potrebbero contenere elementi utili all'inchiesta.

Natalie: secondo video sul pc "Se credo al suicidio di Brenda? Non lo so. Se è successo quello che è successo a lei, può darsi che sia perché ha fatto qualcosa. Io non posso dirlo. Nessuno sa la verità e io non posso dire una cosa che non so". È quanto ha affermato il transessuale Natalie in un’intervista al Tg2. Alla domanda se avesse visto o meno il secondo video di Marrazzo, Natalie ha risposto di no: "Non l’ho visto, sono cose che si dicono in giro, però nessuno sa la verità. Se il secondo video era sul computer di Brenda? Dicono di sì".

Si indaga per omicidio volontario L’ipotesi sui cui indaga la procura di Roma è stata fatta dopo il sopralluogo di quattro magistrati: Capaldo, Sabelli, Laviani e Cipolla. Gli inquirenti hanno disposto gli esami tossicologici. Gli investigatori hanno ascoltato una quindicina di testimoni. Amici e conoscenti, tra cui molti transessuali, e vicini di casa. Si indaga per ricostruire le ultime ore di vita del transessuale.

Dopo un lungo vertice in procura gli investigatori non si sbilanciano: "Allo stato degli atti dopo la morte di Gianguarino Cafasso c’è un altro decesso misterioso, quello della trans Brenda". Sarà decisiva l'autopsia. La tesi dell’omicidio resta la più probabile. A questa prima conclusione sono arrivati gli inquirenti romani dopo i primi accertamenti eseguiti. Molti dati farebbero propendere in questa direzione, ma al riguardo c’è molto riserbo. Di sicuro sono state prese in considerazioni la pista suicidaria e quella dell’incidente, ma hanno perso progressivamente consistenza.

Desiva l'autopsia L’autopsia su Brenda, che si svolgerà tra domani e lunedì prossimo, e gli esami tossicologici potranno fornire un quadro più chiario della vicenda. Allo stato il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il sostituto Rodolfo Sabelli esaminano gli elementi acquisiti: il portone d’ingresso chiuso con una mandata, il punto in cui si è sviluppato il fuoco (borsone e valigia all’ingresso), l’assenza di tracce di innesco, il computer trovato in un lavandino con il rubinetto aperto, l’assenza di tracce visibili di colluttazione e di altre presenze in casa.

Gli inquirenti, preso atto delle testimonianze in base alle quali Brenda non avrebbe voluto sparire, né suicidarsi ("aveva paura della vita - ha detto qualcuno - non della vicenda in cui era finita") hanno già disposto una consulenza tecnica sul computer per verificarne il contenuto. Parallelamente i pm stanno ora valutando sotto un’altra veste la fine di Gianguarino Cafasso, il pusher dei transessuali che gravitano nella zona di via Gradoli, morto all’inizio di settembre per un’overdose. A piazzale Clodio sono attesi per i prossimi giorni gli esiti finali degli accertamenti autoptici e non è escluso che anche per quel decesso si possa configurare un’ipotesi omicidiaria.

Il caso Marrazzo Il trans brasiliano coinvolto nel caso che ha portato alle dimissioni di Piero Marrazzo, era stato ascoltato il 2 novembre scorso in procura, come testimone, nell’ambito dell’inchiesta sul presunto ricatto ai danni dell’ex presidente della Regione. L’audizione doveva servire a chiarire, tra le altre cose, l’esistenza o meno di un secondo video in cui apparirebbe Marrazzo e del quale hanno fatto cenno alcuni transessuali.

La rissa Pochi giorni dopo, il 9 novembre, il trans Brenda era rimasto coinvolto in una rissa dalla quale era uscita con ferite al volto. Era stato fermato dai carabinieri in via Biroli, sulla via Cassia. I militari in quell’occasione dovettero difendersi perché Brenda aveva dato in escandescenze. In quell’occasione gli era stato anche rubato il telefono cellulare. 

L'avvocato dell'ex governatore "È inquietante - dice Luca Petrucci, legale di Piero Marrazzo -. Non posso pensare che la settimana scorsa questa persona è stata aggredita e rapinata e da poche ore è morta bruciata. Bisogna indagare per vedere se c’è qualcosa di più grosso di quel che sia già emerso. Ritengo giusto ora mettere sotto protezione Natalie, forse le indagini stanno scoperchiando un sistema simile a quello della Uno Bianca dove si mettevano tra l’altro a tacere i testimoni".

L'amica: era preoccupata "Brenda viveva qui da sei anni. L’ho vista ieri sera, stava bene, ma era molto preoccupata". Lo ha detto Barbara, trans amica di Brenda. "Abbiamo bevuto insieme, e io l’ho lasciata a vedere la tv - ha aggiunto Barbara - comunque escludo la possiblità che abbia assunto barbiturici". 

L'ultima intervista "Non ho mai avuto rapporti con Marrazzo. Si è visto da queste parti, ma io non c’entro niente, non so niente". Brenda aveva raccontato questo, ai giornalisti, il 24 ottobre scorso. "È stato con Natalie - aveva aggiunto parlando della vicenda Marrazzo - l’ha detto anche lui".

Un'altra vittima dopo Cafasso Nella vicenda che ha coinvolto l’ex presidente della Regione Lazio, Brenda è la seconda vittima. A settembre morì Gianguarino Cafasso, lo spacciatore di droga indicato da uno dei carabinieri arrestati (accusati di aver ricattato Marazzo) come il "confidente". Cafasso morì per arresto cardiaco, provocato probabilmente dall’assunzione di droga. La procura ha disposto accertamenti sulla morte del pusher per far luce sulle cause del decesso.

 L'ex governatore Marrazzo avrebbe avuto due incontri con Brenda (che lui chiamava Blenda). Lo afferma lui stesso nella sua deposizione dello scorso 2 novembre. Nel verbale Marrazzo parla soprattutto di Natalie, il transessuale nel cui appartamento si trovava quando sono entrati i due carabinieri che lo avrebbero derubato e poi ricattato. A una precisa domanda dei magistrati l’ex presidente del Lazio risponde: "Ho avuto incontri di questo tipo con un’altra persona, una certa Blenda, nome che ho letto sui giornali in questi giorni e che mi sembra di ricordare". Chiarendo poi di non essere "a conoscenza di video o foto scattate da Blenda in occasione di questi incontri".


Ritorna l'anello trafugato: dentro c'è la ciocca dei capelli di Napoleone

Corriere della Sera

Mancano ancora due tesori: la pistola di Napoleone e un diamante appartenuto ai Romanov, zar di Russia Dal nostro corrispondente   

Fabio Cavalera

LONDRA – L’anello d’oro che contiene una ciocca di capelli di Napoleone era finito chissà dove. Trafugato, venduto o nascosto in qualche salotto privato. Stessa sorte di molti tesori di cui si conosce l’esistenza ma che prendono poi strade misteriose: a volte spariscono, a volte ritrovano la loro giusta cornice. Ed è così per questo gioiello ricco di leggenda e di storia che a Londra sta per essere riconsegnato alla curiosità del pubblico in Lincoln’s Inn Field numero 13, a due passi dal British, nelle sale della ex dimora di Sir John Soane, vissuto fra il 1753 e il 1837, oggi un museo con le sue eredità.


L’anello d’oro con la ciocca di capelli di Napoleone (foto Ferdinando Rollando)
L’anello d’oro con la ciocca di capelli di Napoleone (foto Ferdinando Rollando)
Sir John era un collezionista e nel 1833 riuscì ad ottenere un «Atto del Parlamento» che garantiva la conservazione della casa, degli arredi e delle opere d’arte che vi erano custodite, il tutto «a beneficio degli amatori e degli studenti». Una tutela estesa a quel reperto, la ciocca di capelli di Napoleone, che Sir John aveva ricevuto da Miss Balcombe e che lui, successivamente, aveva chiuso e sigillato nell’anello commissionato a un orafo famoso per 5 sterline.

Sir John proteggeva il monile con cura particolare, assieme alle lettere che ne comprovavano l’originalità e la provenienza. Forse la «reliquia» capitò fra i beni trasmessi ai nipoti di Sir John, comunque scomparve. Fino a che, poche settimane fa, una telefonata dalla casa d’aste Christie’s ha allertato i responsabili della collezione: attenzione, un privato vuole vendere il piccolo e preziosissimo oggetto.

E l’anello è dunque tornato al suo posto. Sir John Soane era un architetto famoso e aveva un hobby: comperava centinaia di statue, di quadri, di reperti archeologici. Aveva pure una sottile ammirazione per Napoleone, suo contemporaneo. Insolito per un inglese. Ma lui era così, eclettico e un po’ fuori dagli schemi del tempo.

Diplomato alla Royal Academy era emerso dall’anonimato: grazie alle sue doti la Banca d’Inghilterra, più tardi, gli affidò l’incarico di «Surveyor» per la progettazione e la realizzazione dello Stock Office e della Rotonda di quella che sarebbe diventata la sede, in Threadmill Street, di una delle istituzioni finanziarie più importanti al mondo. Ma Sir John oltre che per il disegno e il lavoro aveva quella incorreggibile passione. Era riuscito a riempire la sua residenza di autentici capolavori (era un appassionato di Canaletto).

Gli mancava proprio un pezzo napoleonico. Essendo un viaggiatore instancabile (aveva trascorso anche tre anni in Italia) e un ottimo conversatore, il caso e la fortuna vollero che si incontrasse con Elisabeth Balcombe, la figlia di un ufficiale che a Sant’Elena era stato fra i custodi del Napoleone prigioniero e reduce dalla sconfitta di Waterloo. La ragazza stessa, Betsy, aveva soggiornato a Sant’Elena e aveva conosciuto il Bonaparte.

Era entrata «nelle grazie dell’ex imperatore» che le aveva donato una ciocca dei suoi capelli. Betsy se ne privò per consegnarla a Sir John. Posò la ciocca su una lettera autografa che, anch’essa ritrovata, dice: «Conoscendo quanto sia alta la considerazione di Mr Soane per le reliquie dei grandi uomini, Miss Balcombe si presenta con una ciocca di capelli del Bonaparte ricevuta dalla mani del grande Personaggio».

L’architetto John Soane ne era entusiasta. Oltre ai capelli aveva recuperato anche la pistola, l’ultima pistola di Napoleone (ma questa è stata in seguito rubata) e aveva collocato i tesori nella stanza della colazione. Alla sua morte lasciò tutto ai nipoti con la speranza che riuscissero a gestire la casa-museo secondo la volontà indicata. Invece alcuni preziosi sparirono. L’anello coi capelli di Napoleone a distanza di quasi due secoli è rientrato. Il privato che lo possedeva, assieme alla lettera di Miss Balcombe, voleva metterlo all’asta ma si è convinto a restituirlo, con adeguato compenso. Mancano ancora due tesori: la pistola di Napoleone e un diamante appartenuto ai Romanov, zar di Russia, la gemma di Sir John Soane che nessuno sa dove sia.