domenica 22 novembre 2009

Caso Cucchi, i periti al pm: «La frattura alla schiena era recente»

Il Messaggero

di Luca Lippera


ROMA (22 novembre) - Nulla che potesse metterne in pericolo la vita. Stefano Cucchi, qualunque infamia sia stata commessa nelle celle di sicurezza del Tribunale a piazzale Clodio, «non appare morto per lesioni o atti provocati dall’esterno». Lo ha ribadito alla Procura uno dei medici che da domani dopo la riesumazione eseguiranno nuovi test sui resti del piccolo spacciatore deceduto nel reparto detenuti del “Pertini”. 

Lo specialista, insieme a due colleghi dell’Istituto di Medicina Legale della “Sapienza”, ha riesaminato i dati dell’autopsia eseguita dal dottor Dino Tancredi subito dopo il decesso. Le osservazioni comunicate al pubblico ministero, sebbene non definitive, potrebbero portare a una divaricazione nell’inchiesta creando due binari paralleli: l’accusa agli agenti della Polizia Penitenziaria chiamati in causa dal supertestimone potrebbe cambiare, da omicidio preterintenzionale a lesioni, mentre resterebbe intatta divenendo la più grave quella di omicidio colposo contro tre medici dell’ospedale di Pietralata.

«Sul corpo di Cucchi - ha confermato uno dei tre specialisti al pubblico ministero dopo il riesame dell’autopsia - sono state riscontrate una frattura di media gravità a una vertebra e una ecchimosi a una arcata sopraccigliare. Ma nessuna delle due può aver causato, allo stato dei dati acquisiti, la morte del soggetto». La riesumazione del cadavere, chiesta dalla famiglia del piccolo spacciatore di Tor Pignattara, sarà una di prova del nove. La Procura, viste l’eco del caso e la gravità delle accuse contro la Polizia Penitenziaria, vuole che non ci siano dubbi. Gli ulteriori esami sul cadavere, in particolare sul cranio, puntano ad avere una conferma (o una smentita) dell’assenza di lesioni mortali.

«Gli esami condotti finora sono chiari - dice uno degli specialisti della Sapienza - Non ci sono fratture né alla base del cranio né altrove alla testa. Non risultano emorragie cerebrali. L’anatomopatologia, però, è una ricerca continua e senza preconcetti. Verrà eseguita una Tac della calotta cranica di Cucchi e di tutta l’area facciale. È giusto fare ulteriori accertamenti. Tenendo presente una cosa. La domanda del pubblico ministero è stata chiara: vi sono lesioni capaci di aver provocato un decesso? Tutto ruota attorno a questo interrogativo. Quindi, tanto per fare un esempio, se trovassimo un’infrazione a uno zigomo, dovremmo dire: la lesione c’è, ma non può aver ucciso».

Il collegio dei periti nominato dal pm, Vincenzo Barba, è guidato dal professor Paolo Arbarello, direttore dell’Istituto di Medicina Legale. Ne fanno parte anche Luigi Cipolloni, lo stesso Dino Tancredi (autore dell’autopsia) e un terzo specialista. I risultati dei nuovi esami arriveranno non prima di quindici giorni. «Eseguire una Tac su un corpo in decomposizione - dice uno dei membri del collegio - non è semplice». Verrà riesaminata anche la frattura alla vertebra lombare (la L3) già certificata. «All’osso sacro invece non vi sono danni apprezzabili - fa notare uno dei medici - Ma c’è una difficoltà oggettiva: si tratta, mi si passi il termine, di ossa non saldate: le lesioni possono non lasciare traccia».

Il collegio, nelle osservazioni giunte alla Procura, ha aggiunto che la frattura «alla vertebra appariva recente». Il che dà un riscontro clinico al racconto di Samura Yaya, 31 anni, il detenuto del Gambia che ieri, durante l’incidente probatorio, ha detto di aver visto «Cucchi trascinato in cella» da agenti della Penitenziaria e di aver sentito «rumore di calci». Ma se verrà confermato che le lesioni non erano fatali, chi si troverà davvero nei guai sono i medici del “Pertini” accusati di omicidio colposo: Aldo Fierro, direttore del reparto, e le dottoresse Stefania Corbi e Rosita Caponetti. I tre sono stati trasferiti dalla direzione sanitaria. Gaetano Scalise, avvocato di Fierro, ha definito la “sospensione” «frettolosa» annunciando «ricorso al Tar se non verrà revocata».

Cucchi, tossicodipendente, anoressico, al momento del ricovero pesava una quarantina di chili. Al “Pertini” attuò una specie di sciopero della fame: cibo quasi zero, solo qualche succo di frutta. Fierro e una delle colleghe hanno detto che il detenuto non fu alimentato a forza con le flebo «perché non lo si riteneva in imminente pericolo di vita». Una valutazione che potrebbe esser costata la vita al piccolo spacciatore. Una valutazione che quasi certamente verrà giudicata in un processo.


Brenda, una seconda porta nella casa: un ingresso segreto chiuso con lo spago

Il Messaggero

di Giovanni Manfroni

ROMA (22 novembre)

«C’è una seconda porta d’ingresso nella casa di Brenda, una porta da cui se si accerterà che è stato un omicidio potrebbe essere entrato qualcuno». Ha paura Thaynna (si pronuncia Ciaina), paura «di fare la sua stessa fine». Lei e Brenda erano molto amiche, per un periodo anche qualcosa di più. Ora Thaynna non si dà pace e pensa a qualsiasi ipotesi. «Non si è suicidata, forse è stato un incidente ma se è stata uccisa dovrebbero pensare anche a quella porta».

E quella porta c’è. E’ una grata di ferro, una porta che da’ verso l’esterno passando dalla cucina della casa dove abitava Brenda. Una porta che inspiegabilmente non è stata sigillata dalle forze dell’ordine. Chiunque oggi potrebbe tirare qualcosa direttamente all’interno dell’abitazione inquinando le prove o, più difficile, «qualcuno quella notte potrebbe aver utilizzato quella porta per entrare ed uscire da casa di Brenda dopo aver appiccato il fuoco», dice Thaynna pensando a quei drammatici momenti che l’hanno separata per sempre dalla sua amica. Un’ipotesi complessa visto che davanti alla grata, chiusa con una semplice corda, c’è un forno e un mobile che rendono quasi impossibile l’apertura.

Probabile che Brenda non la utilizzasse, per questo aveva messo degli oggetti pesanti davanti. La grata si apre solo verso l’interno e provando a tirare l’apertura viene bloccata da dei tubi, anche questi in ferro, incassati nel muro. La transessuale brasiliana quasi sicuramente non la utilizzava per questo motivo, per paura che un giorno qualcuno potesse entrare dentro casa senza fare troppa fatica e magari derubarla: «In passato - ricorda Thaynna - qualcuno ha provato anche ad entrare a casa mia ma non ci sono riusciti».

Questo secondo ingresso è accessibile dal retro del palazzo. Dopo aver superato l’entrata principale che porta all’abitazione si sale prendendo delle scale che sbucano nella stradina subito dietro l’edificio. Si percorrono pochi metri e sulla destra si vedono delle scalette che scendono quasi a picco. In linea d’area si scende di alcuni piani, calcolando il dislivello, arrivando fino al piano terra ma sempre rimanendo all’esterno. Qui ci sono altri appartamenti, altre porte rosse come quella dell’ingresso principale della casa di Brenda. Il degrado è dilagante. Ci sono bombole del gas all’esterno, panni stesi, televisori abbandonati e rifiuti di ogni genere.

Si passa attraverso un specie di corridoio: sulla destra il muro, sulla sinistra le porte delle case. Pochi metri e si arriva a questa porta. Prima era coperta da una plastica nera, che alcuni vicini raccontano che è stata strappata la notte dell’incendio, quando uno di loro, una donna, ha sentito puzza di fumo è ha dato l’allarme: «L’hanno strappata loro - conferma l’amica di Brenda - perché volevano capire cosa stesse succedendo».Affacciandosi è possibile vedere l’interno della cucina, probabilmente abusiva o condonata nel tempo: guardandola è evidente che è un prolungamento della casa che originariamente non esisteva.

Si vede distintamente il frigorifero grigio con sopra il microonde. Ci sono due ombrelli appesi al muro. Una sedia, il tavolo con sopra dei prodotti per pulire, il forno elettrico e poi il mobile e questo secondo forno inutilizzato piazzati davanti a questa porta che per alcuni dei trans amici di Brenda, quelli che credono all’ipotesi dell’omicidio, potrebbe essere stata utilizzata da qualcuno quella notte per entrare indisturbato: «Potrebbe essere un’ipotesi - dice Thaynna - se fosse così allora dobbiamo avere tutte paura, perché potrebbe accaderci la stessa cosa». Per ora lei vuole pensare che sia stato un incidente: «Aveva bevuto un po’, poi aveva preso un potente sonnifero - ricorda - magari si è accorta di quello che stava succedendo ma non è riuscita a muoversi ed è caduta. Il sonnifero che prendeva dava questo effetto».

Per ora resta il dubbio. Il dubbio del perché quella porta non avesse lucchetti. Perché una semplice corda a tenerla bloccata. Il dubbio se fosse possibile per qualcuno riuscire a spostare i mobili da fuori per entrare. Il dubbio sul perché nessuno dopo la morte di Brenda abbia pensato di sigillarla impedendo di fatto di poter in qualche maniera inquinare la scena o semplicemente sbirciare


Marrazzo torna a casa "Non sapeva di Brenda"

Quotidianonet

L'ex governatore ha fatto rientro a Roma dopo un periodo di ritiro spirituale presso l’Abbazia benedettina di Montecassino. Gli amici: "Gli ha fatto bene, lo ripeterà"

Roma, 22 novembre 2009


L’ex Governatore del Lazio Piero Marrazzo ha fatto rientro a Roma, in famiglia, dopo un periodo di ritiro spirituale presso l’Abbazia benedettina di Montecassino dove si era rifugiato nelle scorse settimane in completo isolamento, lontano da riflettori e gossip.

A riaccoglierlo in famiglia e anche informarlo della morte della transessuale Brenda di cui non era al corrente è stata la moglie, la giornalista Rai Roberta Serdoz. “Ora sta con me - dice la donna al ‘Messaggero' - l’ho avvisato io della morte di Brenda e di quello che è successo. Cosa volete che mi abbia risposto? Ci sono tre figlie...”.

Il quotidiano romano riferisce
anche che amici dell’ex Presidente della Regione Lazio, dimessosi il 28 Ottobre scorso a seguito dello scandalo di trans e ricatti in via Gradoli che lo vedeva coinvolto, assicurano che la salute psicofisica di Marrazzo sia molto migliorata in questo periodo di ‘ritiro’ a Montecassino, dove era giunto in condizioni preoccuopanti. E che dunque, avendolgi giovato molto, è intenzione dell’ex Governatore e della sua famiglia ripetere il ‘ritiro spirituale’ in monastero.


Ha fatto l’unità d’Italia (battendo la Rai) con la radio che si vede



Due fratelli, un ingegnere mancato e un farmacista deluso, nati in Terronia ed emigrati in Polentonia, sono riusciti là dove prima l’Eiar e poi la Rai, vale a dire lo Stato, hanno regolarmente fallito negli ultimi 80 anni: il conseguimento dell’unità d’Italia. E ci sono riusciti nel giro di appena un ventennio, partendo da un capitale di 2 milioni e mezzo di lire e utilizzando soltanto la modulazione di frequenza radiofonica.

Per capire il miracolo compiuto da Lorenzo e Virgilio Suraci, calabresi di Vibo Valentia trapiantati a Bergamo, bisogna considerare questo: nelle 20 regioni della penisola, la Rai spazia in Fm dagli 87.7 di Radiouno a Trieste ai 103.9 di Radiodue a Siracusa. Mi sono intignato a contarle: in totale 463 frequenze. I gemelli siamesi dell’etere, invece, si fanno trovare sempre nello stesso posto. In pratica sono gli unici che non infliggono agli automobilisti il supplizio di dover risintonizzare in continuazione l’apparecchio ricevente.

Ecco spiegato il successo di Rtl 102.5, dove il numero indica ovviamente la frequenza captabile dall’Alto Adige alla Sicilia. Oggi è diventata l’emittente commerciale più ascoltata nel nostro Paese e la seconda in assoluto con i suoi 5.391.000 ascoltatori giornalieri, in crescita del 4%, alle spalle di Radiouno, con 5.994.000, in calo dell’1,1% (fonte: Audiradio), tanto da arrivare a competere con viale Mazzini persino per i diritti sulle partite del campionato di calcio. Con la soddisfazione aggiuntiva d’aver relegato in quarta posizione Radio Deejay, il network del gruppo editoriale L’Espresso che da anni guidava incontrastato la classifica delle private.

Uomo dal record facile, Lorenzo Suraci, 58 anni, l’ingegnere mancato, tifoso dell’Atalanta, che ha coinvolto il farmacista deluso, 48, «sempre meglio che lasciarlo a fare il venditore di aspirine», nella gestione di Rtl 102.5, affidandogli la concessionaria di pubblicità. Primo a dotare una radio privata di una redazione giornalistica, formata da 20 professionisti tra le sedi di Milano e Roma e da una rete di un centinaio di corrispondenti in tutto il mondo, che confeziona 24 edizioni del notiziario, una allo scoccare di ogni ora. Primo a far diventare Rtl 102.5 la radio ufficiale di Milan, Inter, Juve, Parma e Reggina, del Giro d’Italia, dei Mondiali di ciclismo e di sci. Primo a trasmettere in diretta concerti-evento, come quello degli U2 fra le macerie ancora fumanti di Sarajevo.

Primo ad assicurarsi le partite della nazionale italiana agli Europei di calcio 2004 e 2008. Primo a creare la radiovisione, cioè «la radio che si guarda», con l’intero palinsesto che va in diretta 24 ore su 24 sul canale 750 di Sky e ti mostra i conduttori che parlano, i giornalisti che leggono e i videoclip quando sono in onda le canzoni. E, soprattutto, primo a credere nelle qualità di Laura Pausini, di Gianluca Grignani, di Giusi Ferreri, la cassiera dell’Esselunga buttata fuori da X Factor e ripescata il giorno dopo da Rtl 102.5 col tormentone Non ti scordar mai di me, e di Dj Francesco, figlio di Roby Facchinetti, tastierista dei Pooh, e fratello di Valentina, che di Suraci è l’addetta stampa, tenuto a battesimo agli esordi, appena diciottenne.


In chi altro ha creduto?

«In Noemi».

Quella Noemi?
«Nooo! Nome d’arte di Veronica Scopelliti, una cantante cacciata anche lei da X Factor. E poi ho creduto in Alessandra Amoroso, vincitrice dell’ottava edizione del talent show Amici di Maria De Filippi. Rtl 102.5 l’ha spinta a più non posso e ora sta su Raiuno con Gianni Morandi in Grazie a tutti».

Nessun altro?
«Gli Zero assoluto. Li ho creati come prodotto discografico. Purtroppo dopo qualche anno, senza alcun motivo, hanno preferito andare per la loro strada. L’unica grande delusione della mia vita».

Che cosa si aspettava? Zero assoluto, nomen omen.
«Provo ribrezzo. Né io né la radio c’eravamo mai spesi così tanto. Due Sanremo e tre Festivalbar, gli abbiamo fatto fare. È stato un grande investimento emotivo ed economico. Hanno buttato via tutto. Siamo in causa».

Da chi ha ereditato la sensibilità artistica?
«Da mio zio Francesco Capuccio. Era un dirigente dell’Inps, signorino. Insomma, single. Nel tempo libero faceva l’agente teatrale: collocava cantanti e orchestre nei locali. Mio padre s’era messo in testa che dovevo diventare ingegnere, mentre io avrei voluto fare il geometra. Perciò m’impose il liceo scientifico e poi trasferì la famiglia dalla Calabria nel Bergamasco, dove vivevano i nonni materni, per mandarmi al Politecnico di Milano. All’università resistetti solo otto mesi».

Come mai?
«Non ci capivo niente. Di questo devo ringraziare due terroristi, Paolo Ceriani Sebregondi e Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate rosse, che vennero giù in Calabria a istruire le masse, per cui al liceo facevamo un giorno di lezione e dieci di sciopero. Quando dissi a mio padre che non ero in grado di studiare da ingegnere, mi cacciò di casa».

E dove andò a dormire?
«Dallo zio signorino. Cominciai ad aiutarlo nel suo secondo lavoro. Finché non incontrai un vecchio compagno di scuola, l’architetto Giancarlo Tebaldi. Insieme ad altri soci, rilevammo il cinema Columbus di Arcene, che era sempre vuoto, e lo trasformammo nella discoteca Il Capriccio, la prima operazione del genere in Italia, sull’esempio di Le Palais a Parigi. La pubblicizzavo sull’Eco di Bergamo».

Un po’ ingenuo: è il giornale della curia.
«E infatti nel 1986 decisi di comprarmi Rtl 102.5, una radio cittadina. Rtl sta per Radio trasmissioni lombarde. Da Bergamo alta trasferii gli studi ad Arcene per farne il megafono della discoteca. E guardi un po’ lei che cos’è diventata...».

Già, 250 collaboratori contrattualizzati e 55 milioni di fatturato annuo.
«Il fatturato magari è meglio non dirlo».

Visto che è calabrese, la accuseranno d’essere appoggiato dalla ’ndrangheta.
«Sul mio conto ne sono circolate di cotte e di crude. Questa, graziaddio, ancora no. Mi sono sempre tenuto alla larga da malavitosi, papponi e spacciatori di droga. In discoteca ho visto circolare i primi spinelli, ma non ne ho mai provato uno, memore delle cinghiate che mio padre, nonostante fumasse tre pacchetti di Nazionali al giorno, mi rifilò a 13 anni quando s’accorse che mi facevo le sigarette col tabacco delle sue cicche».

Come ha fatto a procurarsi un’unica frequenza in ogni regione d’Italia?
«Sono andato per 20 anni a comprarmela provincia per provincia. Ha idea di che cosa significhi concludere 200 trattative con 200 interlocutori diversi? È stato massacrante».

Possibile che la Rai, con tutti i dirigenti di cui dispone, non ci abbia pensato?
«Loro vengono dal monopolio. Per anni sono stati gli unici ad accendere impianti radio, quindi se ne fregavano del piano di Ginevra per la ripartizione delle frequenze. Mi davano del pazzo. Io galoppavo ogni settimana da Milano a Palermo, loro stavano seduti negli uffici a far teoria».

Però la Rai è riuscita a scipparle i diritti sulle partite di campionato.
«Non m’è parsa una bella vicenda. Siamo stati gli unici a fare un’offerta alla Lega calcio, sia pure di poche migliaia di euro. La Rai non ha presentato nessuna busta. A questo punto la Lega avrebbe dovuto intavolare una trattativa privata con noi. Invece ha rifatto l’asta e stavolta la Rai ha offerto 3,2 milioni contro il nostro milione di euro».

Chi gliel’ha fatto fare di mettersi i giornalisti in casa, con i guai che combinano?
«La legge Mammì, che ha imposto alle emittenti radiotelevisive di dedicare uno spazio all’informazione. Siamo stati i primi, in anticipo persino su Canale 5, a varare i notiziari».

E ha subito assunto il figlio di Bruno Vespa.
«Veramente Federico Vespa è qui solo da un paio d’anni. Ogni venerdì, dalle 8 alle 9, all’interno di Non stop news, conduce Raccontami, un confronto generazionale e culturale col padre Bruno. Si scontrano un po’ su tutto: politica, attualità, costume. E musica, naturalmente».

Il titolo è copiato dalla fiction di Raiuno con Massimo Ghini.
«Raccontami? Mai saputo di questa fiction. Avranno copiato gli altri da noi. Non sarebbe la prima volta. Emilio Fede ha chiamato Password un programma che trasmettiamo da 15 anni con lo stesso titolo».

Chissà quanto le costa Vespa padre.
«Il giusto per una radio. Purtroppo nell’ora in cui va in onda dobbiamo sospendere la diretta sul canale satellitare per una questione di diritti sull’immagine del telegiornalista».

Qual è il mix per fare una buona radio?
«Un 60% di musica, un 20% d’informazione e un 20% d’intrattenimento».

La politica che peso deve avere?
«Zero. Non bisogna prendere le parti di nessuno. Noi siamo filogovernativi a seconda del governo che c’è in carica».

Paraculi, insomma.
«Abbastanza».

Che differenza c’è tra la radio e la Tv?
«La nostra radio va in diretta 24 ore su 24, senza trucco e parrucco, cotta e mangiata. Se ci scappa uno sternuto, lo sentono in tutta Europa. In Tv è tutto finto, postprodotto, artefatto. L’11 settembre 2001 la nostra disc jockey Jennifer Pressman era al telefono con la madre Carol Landsman che abita nei paraggi delle Torri gemelle. La signora stava per andare dalla parrucchiera. Invece s’è improvvisata cronista per noi in una diretta-fiume con la figlia».

Ha dato lavoro ad Anna Falchi, Ambra Angiolini, Rosita Celentano...
«...da quest’anno anche ad Amadeus».

E a Rita Rusic. Ma aveva bisogno di lavorare, l’ex signora Cecchi Gori?
«Le mancava l’esperienza della radio».

E a Franco Califano.
«Il suo Calisutra, revisione critica del Kamasutra, è nato su Rtl 102.5. Ma con garbo, senza sbracare. E dopo la mezzanotte».

E ad Ana Laura Ribas. Sua moglie non è gelosa?
«Mai stata gelosa. Neanche di Vanessa Incontrada, che ha lavorato qui prima d’essere scoperta come attrice da Pupi Avati».

Meglio vederle che sentirle parlare.
«Non conosco belle conduttrici con una brutta voce. E viceversa».
Se ripensa alle voci radiofoniche della sua adolescenza, chi le viene in mente?
«Corrado che conduce La Corrida. In casa lo ascoltavamo con una radio Phonola».

Una voce che vorrebbe a Rtl 102.5.
«Quella di Albertino, oggi a Radio Deejay».

Sentita dal sottoscritto una domenica alle 21.20, su Rtl 102.5. Dialogo fra due conduttrici: «Mi trovi grassa?». «Ma no, sei una sifilide!». Le famose malattie sessualmente trasmesse.
«Credo si trattasse di Charlie’s Angels, un programma sperimentale con Sara Ventura, sorella di Simona, e altre due. Talmente sperimentale che l’ho chiuso. Non so chi delle tre scambiasse la silfide per la sifilide».

Come vive la responsabilità di avere ogni giorno 5 milioni d’ascoltatori?
«Con l’orecchio teso, anche di notte. Mi sveglio per andare in bagno, metto l’auricolare e comincio a seguire il nostro Alberto Bisi, che da vent’anni è l’animatore del programma Crazy club. L’ha mai ascoltato?».
No, a quell’ora dormo.
«Peccato, non sa che cosa si perde. È un’irresistibile galleria di abitanti della notte: insonni, autotrasportatori, poliziotti, carabinieri, guardie giurate, tassisti, medici, infermieri, turnisti. Dovrebbe sentire il fornaio di Soveria Mannelli che telefona dalla Sila mentre sta impastando il pane».

Qui di fronte ai vostri studi di Cologno Monzese c’è la sede Mediaset. Siete una società satellite di Silvio Berlusconi?
«È una voce che gira. Magari fosse vera».

R101 è della Mondadori. Possibile che Sua Emittenza non si sia dotato di un’unica frequenza come ha fatto lei?
«Sono partiti dopo di noi. Oggi è impossibile».

A meno che non la compri da Suraci.
«Non è in vendita».

Tutto è in vendita.
«Non è vero».

Mezzo mondo è da vendere e mezzo da comprare.
«Vabbè, se proprio vuole saperlo, me l’hanno già chiesto. Sono spariti quando gli ho detto che Rtl 102.5 a mio avviso vale quanto Tv Sorrisi e Canzoni».

Letta su un blog: «Linus dice di Lorenzo Suraci che ha la coda di paglia, che è un padre padrone e un frustrato, che è “quello-che-vorrebbe-essere-tanto-cagato-ma-nessuno-se-lo-fila”, che manda messaggini da quattordicenne».
«Roba di due anni fa. Ho avuto un diverbio con Linus sui dati di ascolto. Radio Deejay allora era la numero 1. Non si capacitava d’essere stato sorpassato da una radio “chiassosa”. Io l’ho presa malino. Ora i nostri rapporti sono di nuovo buoni».

Il re assoluto della radio di tutti i tempi.
«Claudio Cecchetto. Peccato che si sia buttato su Internet. Una perdita irreparabile per l’etere».

«Very normal people» è il vostro slogan. Ma ce n’è ancora in giro di gente normale?
«Sì, ce n’è tanta. E avremmo un disperato bisogno che ce ne fosse altrettanta. La cultura dell’immagine ha rovinato l’Italia. La televisione costringe le persone a recitare. Solo in radio puoi rimanere te stesso».


stefano.lorenzetto@ilgiornale.it



Nunziatella, fischi alle allieve

Corriere della Sera


Contestazione maschile a Napoli al giuramento della scuola militare



MILANO — È stata la pri­ma cerimonia, dopo 222 an­ni, durante la quale hanno prestato giuramento sette donne. Ed è stata subito pole­mica. Ieri a Napoli, in piazza del Plebiscito, il giuramento di fedeltà alla Repubblica de­gli allievi e delle allieve della scuola militare Nunziatella, da settembre ufficialmente aperta anche alle donne, è stato interrotto dai fischi di un gruppo di ex allievi.

Una protesta contro il rischio d’estinzione di alcune tradi­zioni goliardiche dell’istitu­to di formazione militare più antico d’Italia e d’Europa fondato nel 1787 da Ferdi­nando IV di Borbone, che con l’ingresso delle donne ri­schierebbe di perdere alcuni «riti» legati alla sua storia centenaria. «Non siamo con­tro l’ingresso delle ragazze nella scuola — si sono giusti­ficati gli ex allievi —. Anzi siamo per il progresso, ma al­lo stesso tempo chiediamo che le tradizioni, che da sem­pre vivono all’interno della scuola, proseguano».

Tradizioni forti, definite dagli ex allievi «un punto di contatto tra generazioni, che si ritrovano unite dalla con­divisione di queste esperien­ze ». Nella scuola militare che prepara gli allievi ufficia­li dell’Esercito, frequentata in passato da Amedeo di Sa­voia, Enrico Cosenz, Pietro Colletta, Arturo Parisi e dal Capitano Ultimo, l’ingresso delle donne — ora ospitate in una camerata separata — potrebbe portare all’interru­zione di un codice non scrit­to di comportamenti.

Nes­sun nonnismo, piuttosto riti goliardici di «iniziazione», dagli scappellotti sul chepì, alle incursioni notturne de­gli «anziani» nelle camerate dei «cappelloni», gli allievi del primo anno così chiama­ti per il cappello largo calza­to sulla testa appena rasata. «La Nunziatella è una scuola di grande tradizione e sono felice di vedere le ragazze in­serite tra gli allievi: sono molto determinate, forse più degli uomini», commenta il colonnello Filippo Troise, co­mandante della scuola mili­tare.

Un anno fa lo stesso coro di proteste si era sollevato al­la Scuola Navale Morosini di Venezia, che sulla scia della Nunziatella a Napoli, la Teu­liè a Milano e la Scuola Areo­nautica Douhet a Firenze, aveva annunciato l’apertura dei corsi alle donne. I «biril­li » (così i veneziani chiama­no gli allievi) si erano schie­rati a sfavore della conviven­za con le compagne di corso, nove ogni anno: «Sarebbe meglio che alloggiassero fuo­ri dall’Arsenale». Ma da set­tembre, nonostante le pole­miche, anche nell’istituto ve­neziano è suonata l’ora delle donne.

Michela Proietti
22 novembre 2009



Egitto: cristiano molesta ragazza musulmana, scontri

La Voce

Arrestati trenta musulmani


Il Cairo - L'accusa di molestie per un ragazzo cristiano, nei confronti di una ragazza musulmana, ha scatenato scontri e violenze nell'Egitto del Sud. Centinaia di musulmani hanno assaltato la stazione di polizia nella quale era stato condotto il ragazzo. Sassi sono satati lanciati contro il comando di polizia di Farshout. Gli assalitori hanno inoltre saccheggiato e distrutto alcuni negozi di cristiani. Per placare le violenze, la polizia ha fatto uso del gas lacrimogeno. trenta musulmani sono stati arrestati.



Così l'Austria si fa beffe del fisco italiano


 
Il dottor Thomas è uno stoccafisso in giacca blu e capelli biondo pannocchia, un convitato di pietra immobile e muto dietro la linda scrivania. Me l’ha passato al telefono due giorni fa una gentile centralinista della Bank Fur Tirol und Voralberg di Innsbruck. «Attendere preko, io passare responsabile clienti italianen». Non è una grande conversazione. Io accenno al mio galeotto conto svizzero, lui mi blocca come se gli proponessi un colpo a Fort Knox. «Prego non dica altro, meglio parlarne di persona, su vostri cellulari qualcuno sempre ascolta, venga a trovarmi e vediamo cosa fare».

Quarantotto ore dopo e 450 chilometri in auto da Milano, eccomi nel suo candido ufficio al secondo piano della Bank Fur Tirol und Voralberg di Innsbruck. Lui, il dottor Thomas, è un bolzanino assunto e piazzato da queste parti per gestire la clientela italiana. Non un lavoretto da quattro soldi. Qui in Tirolo, come pure nella Carinzia affacciata sui confini friulani, i soldi degli italiani fanno gola quanto e più che nell’elvetico Canton Ticino. Qui, secondo i dati ufficiali della Banca nazionale austriaca, i depositi dei nostri concittadini ammontano a 1 miliardo 399 milioni di euro. Ma sono conti in difetto, statistiche depurate dei capitali d’impresa di cui si ignora l’ammontare e di quelli non segnalati dagli istituti più “distratti”. I conti ufficiali vanno dunque almeno raddoppiati e rappresentano un’altra ingente porzione di ricchezza sottratta al controllo del fisco nostrano. Non a caso qui a Innsbruck ogni banca che si rispetti ha una sezione dedicata a noi italiani.

Mentre fingo di voler unire anche i miei risparmi a quei patrimoni fuori controllo, il dottor Thomas mi squadra con becera diffidenza. «Sa - recito io - ho questi 3 milioni di euro, 3 milioni e 600mila per la precisione, tutta roba lasciatami dal mio povero papà, lui diceva: non toccarli mai, questi saranno la tua sicurezza, tienili in Svizzera e non sbaglierai... Ma erano altri anni, la Svizzera era sicura... Oggi non mi fido più».
Il dottor Thomas mi ascolta ma non concede più di qualche benevolo grugnito. Ha solo 31 anni, ma ha già imparato a diffidare. E fa bene. Quando oggi leggerà questo articolo o si guarderà la puntata di “Speciale Tg 1 L’Inchiesta” capirà che una microcamera nascosta gli ha sottratto parole e immagini. Ma per ora sono solo un aspirante cliente.

Così, dopo avermi ascoltato, alza la mano e detta l’unica regola d’ingresso al grande gioco. «Mi scusi, ma lei come è arrivato a me?». La risposta l’ho studiata. «Dai, dottor Thomas, non mi faccia ridere, mette il suo nome su internet e poi chiede a un cliente come l’ha trovata, la sua banca è di quelle che offre consulenza agli italiani». Quella risposta banale si rivela il semplice, ma efficace abracadabra per spazzare l’ultimo paravento di riservatezza. «Bene signor Ruggeri, allora è nel posto giusto, se cerca qualcosa di diverso dalla Svizzera, qualcosa meno nell’occhio del ciclone, l’Austria è un’ottima scelta. Qui da noi il segreto bancario resiste. Qui, grazie al cielo, non è ancora cambiato niente... Il segreto c’era e resiste ancora».

Mentre snocciola quelle rivelazioni, l’austero banchiere sembra un oracolo illuminato dalla gioia della profezia. Io, in cambio, annuisco con l’entusiasmo di un malato terminale dinanzi a un farmaco miracoloso e corro al dunque. «Quindi, se invece di fare lo scudo fiscale trasferisco i risparmi dalla Svizzera all’Austria non spendo una lira e sono al sicuro?». Thomas deglutisce, ti guarda con la faccia di un bimbo accusato di rubar l’elemosina. «Be’, non voglio suggerirle di non fare lo scudo, ma siamo entrambi italiani, sappiamo come vanno le cose nel nostro Paese, se fai lo scudo metti il nome su una lista... Certo sarebbe segreta, ma magari domani cambia il governo, ti arriva un nuovo ministro e si mette a controllare tutti i nomi... Qui invece il segreto è una cosa seria, molto più seria che in Svizzera.

Qui il segreto bancario è regolato della Costituzione... Per eliminarlo o cambiarlo ci vuole il voto di due terzi del Parlamento. Gli svizzeri invece potrebbero cancellarlo dall’oggi al domani perché il loro segreto è una semplice legge bancaria».
Io lo ascolto estasiato, poi, alla prima pausa, gli spiattello i dubbi esistenziali di un autentico detentore di gruzzoli esteri. Gli ricordo che la Guardia di Finanza dà la caccia agli esportatori di valuta direttamente nelle filiali svizzere, gli chiedo lumi sulla legge dello scorso settembre con cui il Parlamento austriaco sostiene di essersi adeguato alle leggi europee. Il dottor Thomas manco si scompone. «Mi creda, da settembre ad oggi per i nostri clienti è cambiato ben poco. Quella legge non significa nulla. Qui da noi la Guardia di Finanza può anche bussare, ma non otterrà mai niente. Qui, per avere risposte, devono presentare delle richieste così concrete da scoraggiare chiunque. La storia degli ultimi dieci anni fa testo. Quando in Italia hanno processato alcuni nostri clienti per truffa, evasione fiscale, fatture false o reati simili nessuno è mai venuto a chieder nulla alle banche austriache e sa perché? Perché questa non è la Svizzera o il Ticino, qui si parla il tedesco e le cose sono molto più complicate».

A spiegarti in maniera assai chiara quelle questioni «assai complicate» ci pensa un altro concittadino di Bolzano, responsabile stavolta della clientela italiana della Tiroler Sparkasse. «La legge votata a settembre dal Parlamento serviva solo a far uscire l’Austria dalla lista grigia dell’Ocse, ma non ha cambiato il segreto bancario. Grazie a quella legge l’Austria ha stipulato 12 accordi bilaterali con altrettanti Paesi come richiesto dall’Ocse, ma s’è scelta Paesi economicamente irrilevanti per le sue banche, come la Corea del Sud o il Lichtenstein. Si è guardata bene, invece, dal sottoscrivere accordi con l’Italia o la Germania. Grazie a quella legge l’Austria non è più sotto sorveglianza internazionale, ma allo stesso tempo continua a non avere alcun accordo con il governo italiano o tedesco». Il dottor Roberto è il vero guru dei depositi italiani.

Su internet gira una sua brochure in cui spiega ai nostri risparmiatori tutti gli arcani del segreto bancario austriaco e invita gli italiani a «non farsi intimorire dalle notizie dei media» colpevoli di aver dato per morto anche il segreto bancario austriaco. «La tutela della sfera privata dei nostri clienti continua ad essere garantita e resta il nostro principale interesse», ricorda in quel volantino diffuso su internet lo zelante custode dei depositi affidatigli dai nostri connazionali. Così, quando vado a trovarlo e gli espongo il mio triste caso di esportatore di valuta in procinto di divorzio, mi guarda come un condannato a morte. «Se sua moglie tiene gli occhi sul suo patrimonio e i suoi soldi sono in Svizzera, allora rischia grosso. Un mio cliente una volta divorziò e dimenticò un estratto conto nella casa lasciata alla moglie. Per gli avvocati fu un gioco da ragazzi farsi consegnare mezzo patrimonio estero. Ricordi due cose: fare lo scudo fiscale significa mettere il proprio nome su delle carte, mentre lasciare i soldi in Svizzera significa rischiare. La tranquillità austriaca è per lei la garanzia migliore di non ritrovarsi costretto a fare un grosso, inatteso regalo a sua moglie».

Il giallo delle email rubate «Sul clima dati falsificati»

Corriere della Sera



Hacker vìola un archivio. E scopre i trucchi degli scienziati. Scettici contro catastrofisti



DAL NOSTRO CORRISPONDENTE 



WASHINGTON —
Gli scet­tici sul riscaldamento del cli­ma sono in piena euforia. Convinti di aver colto con le mani nella marmellata i profe­ti di sciagure e gli sciamani del global warming. In pieno negoziato per non far fallire il vertice di dicembre a Co­penhagen, lo scandalo dei da­ti ritoccati rivelato ieri dal New York Times fa riesplode­re la disputa pubblica sui dan­ni veri o presunti causati dai gas serra alla sostenibilità cli­matica del pianeta.

Gridano alla truffa i negazionisti, ri­spondono con uguale vee­menza i teorici della responsa­bilità umana, invocando l’enorme quantità di dati a so­stegno delle lo­ro tesi. Qualche dub­bio sulla qualità della ricerca ri­mane. Soprat­tutto ora, che centinaia di e-mail, rubate da pirati telema­tici dai compu­ter della Univer­sity of East An­glia, in Gran Bretagna, rivela­no che autorevo­li ricercatori e scienziati inglesi e americani hanno spesso «forzato» e in qualche caso alterato i dati in loro possesso, per combatte­re gli argomenti degli scetti­ci, concordando vere e pro­prie strategie di comunicazio­ne per convincere l’opinione pubblica.

Non mancano nella corposa corrispondenza riferi­menti derisori e insulti perso­nali a quanti mettono in dub­bio la tesi del global war­ming, che uno degli autori delle mail definisce «idioti». «Questa non è una pistola fumante, è un fungo atomi­co », ha detto al quotidiano newyorkese Patrick Micha­els, un esperto climatico che da tempo accusa il fronte del surriscaldamento di non pro­durre prove certe e dati con­vincenti a sostegno delle tesi catastrofiste.

LA SCOPERTA - La scoperta dell’incursione è avvenuta martedì scorso, dopo che gli hackers erano penetrati nel server di un al­tro sito, un blog gestito dallo scienziato della Nasa Gavin Schmidt, dove hanno comin­ciato a scaricare i file degli scambi di posta elettronica tra questi e gli studiosi di East Anglia. Due giorni dopo, le prime mail hanno comin­ciato ad essere pubblicate su The Air Vent, un sito dedicato agli argomenti degli scettici. La polizia ha aperto un’indagi­ne, anche se i primi dubbi sul­l’autenticità della posta sono stati sciolti dagli stessi scien­ziati anglo-americani, che hanno confermato di essere gli autori.

«Il fatto è che in questo mo­mento non possiamo dare una spiegazione alla mancan­za di riscaldamento ed è una finzione che non possiamo permetterci», scriveva poco più di un mese fa Kevin Tren­berth, del National Center for Atmospheric Research di Boulder, in Colorado, in una discussione sulle recenti va­riazioni atipiche della tempe­ratura. Ancora, nel 1999, Phil Jones, ricercatore della Clima­te Unit a East Anglia, ammet­teva in un messaggio al colle­ga Michael Mann, della Penn­sylvania State University, di aver usato un «trick», un ac­corgimento per «nascondere il declino» registrato in alcu­ne serie di temperature dal 1981 in poi.

GIUSTIFICAZIONI - Mann ha cercato di sminuire il significato del termine trick, spiegando che è parola spesso usata dagli scienziati per riferirsi a «un buon modo di risolvere un de­terminato problema» e non indica una manipolazione. Nel caso specifico, erano in discussione due serie di dati, una che mostrava gli effetti delle variazioni di temperatu­ra sui cerchi dei tronchi degli alberi, l’altra che considerava l’andamento delle temperatu­re atmosferiche negli ultimi 100 anni. Nel caso dei cerchi degli alberi, l’aumento della temperatura non è più dimo­strato dal 1960 in poi, mentre i termometri hanno continua­to a farlo fino a oggi. Mann ha ammesso che i dati degli alberi non sono stati più im­piegati per individuare la va­riazioni, ma che «questo non è mai stato un segreto». Secondo Trenberth, le e-mail in realtà mostrano «l’integrità sostanziale della nostra ricerca». Ma per Patri­ck Michaels, lo scandalo rive­la l’atteggiamento fondamen­talista dei teorici del global warming, «pronti a violare le regole, pur di screditare e danneggiare seriamente la re­putazione di chi vuole solo un onesto dibattito scientifi­co ».

Paolo Valentino
22 novembre 2009


Hanno ucciso nostro figlio»

Corriere della Sera


I genitori di Gianguerino Cafasso: «Non era un pusher, aveva paura» 

Dal nostro inviato Fabrizio Caccia


CICERALE (Salerno) — «Prego, entrate», dice aprendo la porta alle nove di sera il signor Pasquale Cafasso, 72 anni, mentre una cappa di nebbia avvolge questo minuscolo paesino del Cilento vicino ad Agropoli. Il paesino dei ceci, per questo si chiama così. Ma c'è la nebbia adesso, una nebbia fittissima, anche intorno alla morte di suo figlio Gianguerino, secondo lui: «L'hanno chiamato pusher e pappone, anzi il pappone dei trans di Roma nord, l'hanno dipinto come il grande ricattatore di Marrazzo, invece il mio Gianguerino è morto come un cane a 36 anni il 12 settembre in una squallida camera d'albergo, ma pochi giorni prima m'aveva detto di avere paura... Altro che overdose, l'hanno ammazzato. Eppure nessuno in tutti questi mesi è venuto mai a parlare con noi».


Gianguerino Cafasso (Mario Proto)
Gianguerino Cafasso (Mario Proto)
Il signor Cafasso si commuove, accanto a lui c'è la moglie Laura, sono sposati da 38 anni, hanno altri tre figli e tre nipotini. «Ecco — aggiunge la mamma di Gianguerino —, avete tanto parlato del video di Marrazzo con i trans. Beh, la volete sapere una cosa? Gianguerino, il mio primogenito, non aveva un videotelefonino, perché io gli dicevo sempre: ti posso mandare a Roma le foto dei nipotini? Ma lui diceva di no, perché il videofonino non ce l'aveva...».

«Hanno pure detto che era un confidente dei carabinieri arrestati», s'indigna papà Pasquale. «Macché confidente. Poco tempo prima che lo trovassero morto, mi raccontò che voleva lasciare il suo appartamento in affitto a Roma perché lì dentro accadevano strane cose, lui faceva il guardiano in una fabbrica con la sua compagna che faceva le pulizie, noi sapevamo che si chiamava Jennifer ma ignoravamo che fosse un trans. Dunque, mio figlio diceva che quando tornava la sera trovava le cose spostate, una volta le camicie nell'armadio, un'altra gli oggetti personali, anche il mobilio. Diceva: papà, io devo andarmene non mi sento più sicuro...».

«Fino ai 18 anni — dice la signora Laura — Gianguerino non aveva avuto problemi. Era un bravissimo pasticciere. Poi però è partito per il militare, è andato a Roma a fare l'aeronautica. Tutto normale fino a otto mesi fa quando per una delusione d'amore si è trasferito a Roma dove ha incontrato Jennifer, che però poi non è manco venuta ai funerali.

È sparita. Quel giorno, il 17 settembre, nella chiesa di San Giorgio c'erano tantissimi fiori e tantissimi amici per salutare il Gigante Buono, come lo chiamavamo. Era un ragazzone di 120 chili che viveva per gli altri, altro che pusher e pappone. Chiedetelo a Giorgio, un ragazzino down che vive in paese. Un giorno gli dovevano portare a casa un pianoforte, ma non riuscivano a farlo salire per le scale. Giorgio chiese aiuto a Gianguerino che in dieci minuti radunò 8 amici e il pianoforte entrò a casa. Questo era mio figlio».

Fabrizio Caccia
22 novembre 2009

Sono spariti i telefonini Li usava per i filmati

Corriere della Sera



L’ultima notte: sosta in farmacia prima di rincasare



ROMA — Quando i poliziotti sono entrati nel monolocale c’erano almeno cinque sacchetti pieni di spazzatura, nu­merose boccette di medicinali, tre botti­glie di whisky vuote. E poi alcuni dvd musicali, una valigia piena di vestiti, un fallo di plastica e diffusori per l’in­censo. Brenda era steso sul pavimento, accanto aveva un telefonino Nokia. Se­condo i primi accertamenti la memoria è quasi vuota. Non contiene foto né vi­deo. Pochissime le chiamate in entrata e in uscita. Ma non è questo ad aver insospettito chi in­daga. Il mistero riguarda il numero. Ai carabinieri che l’avevano interrogato il 30 ottobre Brenda aveva infatti fornito un’utenza diversa e dopo l’aggressione subita dalla banda di romeni aveva fatto sapere di avere anche un altro apparecchio. Un pal­mare che aveva mostrato ad alcuni amici. Che fine han­no fatto quei cellulari?

La sosta in farmacia

Se l’autopsia sembra far cadere definitivamente l’ipo­tesi del suicidio, aumenta­no i misteri sulla morte del transessuale finito nell’in­chiesta che ha travolto Pie­ro Marrazzo. Perché pro­prio con un telefono portati­le Brenda aveva ripreso il festino al qua­le aveva partecipato insieme a un altro viado e al governatore del Lazio. Un gio­co, questo è emerso dalle indagini sul ricatto al presidente della Regione, che avrebbe fatto altre volte e con altri clienti. Ed è questa circostanza ad ali­mentare il sospetto che qualcuno li ab­bia fatti sparire. Ma quando? Per cerca­re la verità sulla morte, bisogna riper­correre le sue ultime ore da viva, esplo­rare anche i dettagli apparentemente in­significanti. E dunque tornare all’Ac­qua Acetosa dove Brenda prende un ta­xi alle 2.30 di giovedì.

Al conducente appare allegro. La cor­sa costa 20 euro, ma lui sembra cercare uno sconto. «Non mi riconosci? Sono Brenda, quella di Marrazzo» gli confida ridendo. Poi gli fornisce un indirizzo di­verso da quello dove abita. Ed ecco la prima stranezza. Brenda chiede di esse­re portato a casa di Veronica, un altro trans che abita a circa 200 metri da lui. Si fa consegnare una ricetta per acqui­stare il Minias, un medicinale per dor­mire. Chi ha effettuato la prescrizione? Subito dopo va in cerca di una farmacia notturna. Gli investigatori della squa­dra mobile hanno rintracciato il medi­co di turno che ha confermato di averle venduto le gocce. Soltanto quando ha con sé il tranquillante Brenda si dirige verso via dei Due Ponti 180. Secondo i calcoli effettuati incrociando il raccon­to dei testimoni, le 3 potrebbero essere passate da poco.

Il pavimento pulito

Entra nel monolocale. Su quello che accade fino alle 4.14 — quando la tele­fonata di una vicina che vede uscire il fumo allerta i pompieri — nessuno è in grado di fornire elementi utili. Sul pavi­mento o in altre parti della casa non so­no state trovate tracce di liquido infiam­mabile. I resti del trolley bruciato sono una poltiglia informe. Soltanto le anali­si chimiche diranno se contengono ma­teriale servito per appiccare l’incendio. Gli esami tossicologici dovranno inve­ce stabilire se Brenda abbia mescolato il Minias al whisky fino a stordirsi. Le tre bottiglie vuote trovate sul letto al pianterreno accreditano questa possibi­lità, ma nell’appartamento tutti gli og­getti sono stati trovati alla rinfusa e dunque non si può ancora escludere che almeno una parte se la fosse scola­ta nei giorni precedenti.

Il computer è in bilico sul piano della cucina. Il rubi­netto è aperto, l’acqua scorre sopra. La chiave del mistero è proprio questa. Chi l’ha messo lì? E perché? La tesi che sia stato Brenda, ormai stordito, ad averlo dimenticato su quel lavandino non sembra convincere gli investigato­ri, però non è stata affatto scartata. An­che perché nessuna delle altre piste esplorate sembra fornire alcuna certez­za. Se davvero si voleva cancellarne il contenuto, averlo bagnato non serve ad annullare la memoria. Del resto sa­rebbe stato molto più facile portarselo via oppure distruggerlo. È dunque pos­sibile che si tratti di un avvertimento. Il monito a un transessuale che certamen­te era custode di moltissimi segreti e co­nosceva bene i retroscena dei traffici che si muovono dietro i viados, primo fra tutti lo spaccio di cocaina. E a tutti gli altri che come lui sono diventati pro­tagonisti di questa brutta storia.

L’intimidazione che si trasforma in tragedia rimane una delle ipotesi. Del resto il ruolo di Brenda nell’inchiesta sul ricatto a Marrazzo non è stato affat­to chiarito e rimane il dubbio che ci fos­se proprio lui all’origine della «soffia­ta » per incastrare il governatore. Certa­mente conosceva i carabinieri finiti in carcere: ai magistrati ha rivelato che «Joice, una mia amica, aveva avuto una storia con Nicola (Testini, ndr ) ». Ma so­prattutto aveva frequenti contatti con Gianguarino Cafasso, il «pappone» e pusher dei viados, trovato morto nella camera di un motel nel settembre scor­so. Era stato «Rino» l’esca dei militari per sorprendere Marrazzo nell’apparta­mento con il trans Natalie.

E subito do­po aveva offerte il video a due giornali­ste del quotidiano Libero . Seguendo questo filo si può dunque immaginare che qualcuno possa aver dato fuoco al trolley per spaventare Brenda. Forse non sapeva che dopo il rientro a casa il viado avesse mescolato alcol e farmaci e non era in grado di fuggire. Il fatto che non fosse pienamente cosciente sembra dimostrato da un altro elemen­to oggettivo: la mancanza di fuliggine sotto il corpo. Il pavimento è stato tro­vato pulito, quindi Brenda si è steso per terra prima che il fumo invadesse il soppalco del monolocale. E così lo han­no trovato i vigili del fuoco. Erano le 4.33 di giovedì. Le lancette di questo nuovo giallo sono ancora ferme a quel­l’ora.

Fiorenza Sarzanini
22 novembre 2009


L'ultimo flop del magistrato: cadono anche le accuse a Prodi

di Stefano Filippi

Il gip del tribunale di Catanzaro ha archiviato la posizione dell’ex premier Romano Prodi indagato nell’ambito dell’inchiesta «Why not». La notizia non giunge inattesa, perché la stessa procura generale della città calabrese aveva chiesto l’archiviazione un anno fa: le accuse contro Prodi erano ritenute «generiche, vaghe e inidonee a fornire dati concreti su presunti favori a Saladino», cioè l’imprenditore che sarebbe il grande burattinaio della vicenda. Prodi non c’entrava con «Why not», così come Silvio Berlusconi era estraneo alle contestazioni rivoltegli dalla procura di Milano nel 1994 che lo costrinsero alle dimissioni.

Caso chiuso anche per altre otto persone. «Why not» è l’inchiesta che ha portato alla caduta del governo Prodi. La istruì l’ex pubblico ministero Luigi De Magistris, ora eurodeputato dell’Italia dei valori e grande moralizzatore dell’italico suolo. Il pm indagò Prodi, il guardasigilli Mastella inviò gli ispettori, il fascicolo fu avocato, il magistrato trasferito, il ministro indagato al pari del vicepresidente del Csm, le procure messe una contro l’altra e subissate di avvisi e ricorsi, la poltrona del premier minata finché non saltò per aria. Ma quel botto fu contemporaneamente il trampolino di lancio per De Magistris. Lui che diceva di rifuggire la giustizia spettacolo subì una metamorfosi. Divenne un fenomeno mediatico, beniamino di Santoro & friends, ultimo (allora) epigono di quella giustizia-spettacolo inaugurata quando il pool di Milano affossò il decreto Conso sulla depenalizzazione del finanziamento pubblico ai partiti.

De Magistris si trasformò nell’idolo di Grillo e Di Pietro, ennesima vittima del nuovo complotto di poteri occulti-massonerie-servizi deviati e chissà cos’altro. L’eroe fu trascinato a furor di popolo a Bruxelles, beatificato nel consesso dove siede anche Mastella e dal quale ora pontifica come un padreterno. Strada facendo, l’inchiesta «Why not» perde pezzi. Non è l’unico castello di carte giudiziarie eretto da De Magistris poi crollato. Inquisì la madre di una sua collega di tribunale, che fu prosciolta. Indagò il marito di un’altra collega: anche lui uscì immacolato. Il Consiglio giudiziario di Catanzaro bocciò la sua nomina a magistrato di Corte d’appello in quanto le sue «inconcludenti fonti di prova» erano in realtà «rapporti personali tra indagati». A Salerno è stato prosciolto da una cognata di Michele Santoro dalle accuse di abuso d’ufficio (indagò oltre i termini concessi) e concorso in diffusione di notizie coperte da segreto (nonostante incontrasse i giornalisti perfino a Eurodisney).

Si è occupato di reati contro la pubblica amministrazione dal 1996, appena insediato a Catanzaro, ma nessuno dei suoi indagati è mai stato condannato per reati amministrativi. Ha fatto spendere montagne di soldi pubblici per consulenze che non hanno portato a nulla. Perfino Massimo Di Noia, avvocato di Tonino Di Pietro, chiese provvedimenti giudiziari contro il pm, soprannominato dagli addetti ai lavori (e ai livori) del tribunale calabro «Gigineddu flop». «I procedimenti da lui istruiti, di grande impatto sociale perché istruiti contro i cosiddetti colletti bianchi, erano quasi tutti abortiti con provvedimenti di archiviazione, con sentenze di non doversi procedere e con sentenze ampiamente assolutorie»: parole messe nero su bianco dal magistrato Bruno Arcuri del Consiglio giudiziario di Catanzaro, il quale ne propose di bocciare la promozione di De Magistris elencando «una serie numerosissima di insuccessi», di «procedimenti infausti e immotivati», di «errori evitabili ed evidenziati dall’organo giudicante», di «violazioni manifeste di legge, addirittura diritti costituzionali», di «tecniche di indagine discutibili».

Una «patologia forse unica nel panorama delle iniziative di un pm». Nel 2003 De Magistris pose sotto sequestro due villaggi turistici a Botricello. Diciotto indagati. Un blocco di quattro anni con perdita dei finanziamenti europei già stanziati (nove miliardi di lire). Nel 2007 il gip Tiziana Macrì, la stessa che ha archiviato Prodi, prosciolse tutti lodandone «la condotta corretta e trasparente». Nel 2004 sequestrò un cantiere a Davoli Marina, subito dissequestrato dal tribunale della libertà. Nel 2007 mise i sigilli al centro turistico ecologico Marinagri: un investimento finanziato da Stato e regione, con opere per 100 milioni di euro, 47 imprese appaltatrici, 1.800 lavoratori. Tutto fermo perché il pm paventava inondazioni. Centinaia di famiglie della zona di Policoro rovinate dal sequestro hanno fondato l’associazione Vittime di De Magistris, con tanto di statuto, sito internet, rassegna stampa e recapiti telefonici. Magari domani si iscrive pure Prodi.

Il prossimo "scoop"? Il premier mafioso


 
Il tam tam cresce ora dopo ora e preannuncia una nuova offensiva contro . Un copione già visto in altre occasioni. Partono i giornali amici delle procure politicamente schierate con articoli che introducono scenari loschi e sospetti. Ogni giorno spunta un nuovo tassello che infrange, senza l’indignata protesta dell’associazione nazionale magistrati o del Capo dello Stato, il segreto istruttorio. In un crescendo di veleni, allusioni e ipotesi suggestive, la morsa si stringe secondo copione. Ci siamo. A giorni scoppierà un nuovo presunto scandalo. Ve lo anticipiamo. Silvio Berlusconi è mafioso e responsabile delle stragi avvenute agli inizi degli anni Novanta. Non è uno scherzo. O meglio, è uno scherzo che i soliti noti stanno cercando di trasformare in una accusa giudiziar-politica.


Basta leggere in questigiorni la Repubblica di Giuseppe D’Avanzo e il Fatto di Marco Travaglio, i due portavoce ufficiali dei pm ammazza Silvio, spacciatori di fango, quelli che scambiano verbali per sentenze, assoluzioni per condanne, banditi e assassini per fonti attendibili e certe. Ieri è stato un fuoco di fila. Travaglio e soci stanno sparando ad alzo zero contro Renato Schifani guarda caso dopo che il presidente del Senato ha posto il famoso ultimatum alla maggioranza, «o si sta insieme a difendere il premier o si va a votare». 

Una colpa gravissima, un intralcio al progetto di isolare il Cavaliere dai suoi e di consegnarlo quindi alle patrie galere. Ed ecco allora una serie di articoli su una storia di quindici anni fa, quando Schifani, che di professione fa l’avvocato, difese dei signori siciliani per una causa su un palazzo. In seguito l’avvocato divenne presidente del Senato, i proprietari del palazzo mafiosi. Da quell’epoca non si sono più visti né sentiti, ma tanto basta per far dire ai Travagli che Schifani è certamente mafioso.

Lo sostengono loro e fanno sottoscrivere la condanna a illustri giuristi super partes: il regista Francis Ford Coppola, l’attrice Franca Rame, il comico Daniele Luttazzi, il regista Mario Monicelli, il filosofo Gianni Vattimo. Il tribunale del popolo fatto di nani e ballerine ha deciso che Schifani è mafioso. Non c’è una accusa, non una carta o una inchiesta. Ma uomini di spettacolo e comici sono certi. È così e basta. Questo però è soltanto l’antipasto.

Il piatto forte, che anticipa e introduce il nuovo attacco a Berlusconi è affidato, sempre sulla gazzetta di Travaglio, a Luigi De Magistris. Lui magistrato lo è stato fino a pochi giorni fa, sia pure occupasse da mesi una poltrona politica, quella di parlamentare europeo, guarda la coincidenza, per l’Italia dei Valori di Di Pietro. Si è dimesso dalla toga non per coerenza e rispetto della giustizia (altrimenti lo avrebbe fatto il giorno della candidatura) ma per evitare un procedimento disciplinare con accuse molto gravi e imbarazzanti rispetto alla sua condotta di pm (ovviamente di questo non c’è stata traccia significativa sulla stampa). 

In un lunghissimo articolo De Magistris racconta ieri come in base a segnali che arrivano da alcuni pentiti che ora dicono che forse potrebbero ricordare confidenze sentite quindici anni fa da non si sa bene chi, è certo che Berlusconi e soci sono dietro le stragi di mafia degli anni Novanta. Caspita, questo non è un comico o un regista, è un fresco ex magistrato che le cose le capisce, che distingue i teoremi dai fatti, la politica dalla giustizia. O no? No.

Ieri il Gip di Catanzaro ha depositato le motivazioni per cui ha deciso di buttare nel cesso la mega inchiesta che De Magistris fece contro mezza classe politica italiana, quella denominata Why Not che ipotizzava una cupola catto-pluto-massonica-giudaica che aveva preso il posto dello Stato. Il nostro magistrato eroe mandò avvisi di garanzia anche all’allora presidente del Consiglio Romano Prodi, all’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella, al capo di Cl Antonio Saladino. Milioni di euro spesi in indagini e intercettazioni, ore e ore di lavoro sottratte alla giustizia ordinaria, quella che si dovrebbe occupare dei reati veri a danno di cittadini in carne e ossa. Bene, il Gup ha archiviato tutto sostenendo che quello di De Magistris era solo «un teorema fondato su accuse generiche». Non è la prima volta che le indagini di De Magistris finiscono in niente. Ma lui, tenace, insiste a prospettare scenari accusatori assurdi, non più da un Palazzo di Giustizia ma dalle colonne dei giornali. Non si arrende neppure di fronte all’evidenza e al buon senso. Ma evidentemente ha informazioni di prima mano da ex colleghi che la pensano come lui.

Ad abbattere Berlusconi ci hanno provato con le escort e hanno fatto un buco nell’acqua sia giudiziario che politico. Poi hanno brigato per impedire l’approvazione del Lodo Alfano e lasciare il premier in balia dei pm alla De Magistris. Ora, alla vigilia dell’approvazione della legge sui processi brevi, ci riprovano con la mafia. Per l’accusa di rapina a mano armata e sequestro di persona stanno studiando ma non sono ancora pronti.


Da Di Pietro a D’Avanzo, gli anti-investigatori

di Redazione

Roma

«Superficiale parlare di omicidio» per la morte del transessuale Brenda. Così parlò Antonio Di Pietro, lo Sherlock Holmes che guida il trattore. Avete presente quella vignetta dove un uomo giace con un pugnale nella schiena e il poliziotto dall’aria fessa dice: «È stato sicuramente un suicidio»? Nel caso della morte di Brenda non c’è proprio niente da ridere, ma a leggere alcune dichiarazioni di certi protagonisti dello scenario della politica e dell’informazione pare proprio di ritrovarsi in quella vignetta.

L’altra notte Wendell Mendes Paes, trans brasiliano che si prostituisce con il nome di Brenda ed è uno dei protagonisti del torbido scandalo Marrazzo, viene trovato morto. Una storiaccia di sesso, potere e ricatti che lambisce il mondo politico della Capitale come una lingua infuocata che rischia di mandare parecchia gente «che conta» a gambe all’aria. Da quando il caso è esploso Brenda non vive più tranquillo. La sua immagine è su tutti i giornali e appare continuamente in tv. È stato proprio Piero Marrazzo a fare il suo nome. Una decina di giorni fa viene aggredito e gli portano via il cellulare.

L’altra notte viene ritrovato nel suo appartamento privo di vita dai vigili del fuoco chiamati dai vicini per un incendio: niente segni di violenza sul corpo. Intorno la classica scena della vittima braccata e in cerca di una impossibile via d’uscita: pillole, whisky e valigie pronte per la fuga.
La Procura di Roma che segue l’inchiesta apre un fascicolo con l’ipotesi di «omicidio volontario». Ma ecco che spuntano i controinvestigatori, in testa il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro. Il Poirot di Montenero di Bisaccia che di solito è pronto a vedere il peggio, questa volta appare insolitamente prudente.

«Da ex pm e investigatore mi permetto di dissentire da chi, in queste ore, con molta superficialità e tempestività, ha già dato per certo che il transessuale Brenda sia stata uccisa», attacca Di Pietro, che come prima cosa stronca i suoi ex colleghi che stanno lavorando ad un caso delicatissimo. «Già si sta scatenando la rincorsa per individuare il presunto omicida ed il movente», aggiunge Di Pietro. Rincorsa? Non si chiamavano indagini? O gli investigatori dovrebbero fare finta di niente?

«Ma siamo certi che si tratti di omicidio e non di una tragicissima e personalissima storia di alcol, farmaci e droga che aveva inzuppato il transessuale Brenda, fino a portarla ad una morte provocata da essa stessa? - si chiede Di Pietro, avvalorando la tesi dell’incidente - Faccio questo appello alla cautela perché non vorrei che, ancora una volta, ricerchiamo colpevoli anche quando questi non ci sono. In questo senso anche l’affermazione di quel pm che si sarebbe lasciato sfuggire che si tratterebbe di un omicidio, o non è mai stata resa effettivamente, o è stata anch’essa intempestiva».

Sarà soltanto una coincidenza ma ieri anche un segugio sempre a caccia di colpevoli come il giornalista Giuseppe D’Avanzo su Repubblica sembrava voler avvalorare la tesi del tragico incidente, svilendo la figura dei magistrati che si occupano dell’inchiesta, definendo la Procura di Roma «pasticciona» e criticando la scelta di aprire un’inchiesta «per omicidio volontario». Una scelta, insinua il giornalista, fatta perché con quella imputazione sarà consentita una «invasività investigativa» altrimenti non permessa. Magistrati pasticcioni per Repubblica e superficiali e intempestivi per Di Pietro. Ma non erano anche loro i paladini dell’indipendenza della magistratura che deve fare il suo lavoro senza essere sottoposta a pressioni indebite?
Aspirante controinvestigatore, infine, pure l’ex pm Luigi De Magistris, oggi nell’Idv con Di Pietro, che confessa: «Se fossi stato ancora magistrato mi avrebbe fatto piacere indagare».

La superteste Minardi: «Marcinkus incontrò la Orlandi durante il sequestro»

Il Messaggero

«Il cardinale venne a trovare Emanuela a Torvajanica. Il telefonista Mario? L'ho riconosciuto, ha la mia età»


ROMA (21 novembre) - Continuano le rivelazioni a puntate di Sabrina Minardi, la superteste che a volte si è rivelata credibile, altre no. Stavolta ha tirato in ballo il defunto cardinale Marcinkus, il cui nome è stato spesso accostato a questo mistero, ma mai in modo così diretto. «Marcinkus venne a trovare Emanuela Orlandi» durante il sequestro nella casa al mare, a Torvajanica (Roma) ha detto Sabrina Minardi in una intervista esclusiva alla giornalista Raffaella Notariale per Rai News 24.

La Minardi aggiunge anche che sentiva le urla di Emanuela e che aveva intenzione di intervenire ma «De Pedis mi disse di farmi gli affari miei». La Minardi nell'intervista sostiene che lei stessa, De Pedis e Sergio avevano portato la ragazza nella casa al mare. «Doveva restare solo un giorno - spiega la Minardi - ma è rimasta 15 notti assistita da una zia di De Pedis, Adelaide». La superteste dichiara anche di aver sentito la voce di Mario che chiamò casa Orlandi: «l'ho riconosciuto: ha la mia età, era ricco di famiglia». Secondo la Minardi, Mario sarebbe «un grande amico di Renatino, sono certa della sua identità».


Io, trans, vi racconto quanto è dura»

Bresciaoggi


LA TESTIMONIANZA. Il caso Marazzo e l'oscura morte di Brenda riportano in primo piano la prostituzione delle transessuali. Un fenomeno assai diffuso anche a Brescia Laura, 54 anni: «Le straniere sono pronte a tutto, senza regole e senza rispetto. I nostri clienti sono ossessionati: quante violenze se non ci fossimo»

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«Dal mio letto sono passati tutti, dall'industriale all'operaio, dal politico allo straniero, e ci ha provato anche qualche prelato, che però ho rifiutato, perché io ho un'etica precisa».

Esordisce così Laura, transessuale di 54 anni, italiana («Cosa ormai molto rara», precisa) che ha esercitato la prostituzione in modo continuativo dal 2000 al 2008, e oggi lo fa saltuariamente, per necessità. «Quando ho voluto smettere, sia per età sia per altri motivi, ho cercato un lavoro vero, regolare e riconosciuto, ma sono stata discriminata in quanto transessuale - racconta -. A quel punto ho trovato qualcosa in nero, ma ora sono di nuovo in strada, anche se in modo meno costante del passato».

LAURA LAVORA in città, non si nasconde, ha accettato volentieri di farsi intervistare - a viso aperto, in un luogo pubblico - ma, seppur senza reticenze, tiene a preservare la privacy dei suoi clienti, a rispettarli: «Io appartengo a una generazione che aveva le sue regole, a partire dal rispetto degli altri ma anche di sé, a differenza di ciò che accade ora».

Laura racconta del grande cambiamento cui ha assistito negli ultimi anni, causato dal vertiginoso aumento di transessuali stranieri che si prostituiscono «senza alcuna regola, pronti ad andare con chiunque e a fare qualsiasi cosa», racconta, mentre lei si è sempre rifiutata di accettare clienti minorenni, o preti, e di fare qualsiasi cosa a qualsiasi tariffa e in ogni luogo.

Una sua etica, insomma, che include anche il rifiuto di «andare a raccontare in pubblico i fatti dei clienti». Tuttavia, la fotografia degli uomini che incontra e ha incontrato in dieci anni di lavoro è nitida e rientra nella casistica nazionale: non ci sono differenze di classe, provenienza, cultura: gli uomini che vanno con lei «magari li rivedo di giorno, in banca o per strada, e in queste situazioni, a volte non mi riconoscono o fanno finta, e ogni tanto mostrano disprezzo - ammette -. E' una doppia faccia che, però, è normale, la capisco».

MA PERCHÉ UN UOMO sceglie di andare con un transessuale piuttosto che con una donna? Anche in questo caso la risposta di Laura conferma che per i bresciani valgono le stesse motivazioni di tutti: «Preferiscono noi alle donne per una omosessualità latente che non si riconoscono e perchè credono di trasgredire di più. Un tempo cercavano in noi soprattutto il lato femminile, oggi invece sono gli aspetti maschili che attraggono».

I cambiamenti, secondo Laura, non sono geografici, tra città e città, ma temporali: «Oggi - spiega - la realtà della prostituzione dei transessuali è molto diversa da quando ho iniziato per la massa di stranieri che si è riversata nelle strade e che ha cambiato tutto».

Laura lamenta l'assenza di decenza («Li trovi ad ogni ora, mezzi nudi, dovunque, nei cessi, nei giardini, a fare di tutto»), di rispetto di sé («Si vendono per pochi euro») e di rispetto per i clienti i quali, a loro volta, sono molto cambiati nelle loro richieste: «Oggi sono più diretti, ti dicono che prestazione vogliono senza imbarazzo o giri di parole, sono sbrigativi, ti trattano male e a volte sono violenti, soprattutto gli stranieri».

Laura è convinta che la maggior disponibilità «di carne» abbia fatto venir meno alcune regole importanti, degradando la professione («Un tempo si era più eleganti, raffinati, di classe, insomma») e soprattutto abbia spinto molti transessuali a ritirarsi dalla professione perché «con in giro gente, come la gran parte degli stranieri, che accetta tutto e senza condizioni, non possiamo reggere la competizione».

Un'altra differenza sta in quello che si può chiamare clima lavorativo: oggi la violenza è molto aumentata. «Ho paura quando vado in strada e non è possibile non averne dopo essere stata scippata più volte o costretta a fare sesso con la pistola puntata alla tempia», confessa Laura. Questo nonostante l'aumento considerevole dei controlli, che però, dice, «non servono a molto». A Laura le forze dell'ordine non danno fastidio, con lei i poliziotti sono stati sempre educati, «le donne un po' meno, sono più belve, ma senza mai eccedere, almeno con me, forse perché sono italiana».

Quanto alla «moda» di scegliere un transessuale piuttosto che una prostituta donna, Laura ribadisce: «Non mi stupisce, sono cose cicliche, ci sono scandali apparenti e poi si spengono i riflettori e tutto torna come prima; forse, dopo il caso-Marrazzo l'unica cosa che cambierà è che i politici staranno più attenti, ma non rinunceranno certo a venire da noi».

Laura: proprio in nome di un suo decalogo personale, cui tiene molto, non vuole fare nomi, «anche se potrei benissimo nominare volti bresciani noti», ammicca, «Potrei raccontare un sacco di perversioni - aggiunge - ma rispetto la decenza e l'intimità. Però, tengo a far sapere che per fortuna che c'è la prostituzione perché questi uomini, bresciani o stranieri, industriali o operai, professori o studenti che siano, hanno l'ossessione del sesso e se non si sfogassero con noi chissà quante donne violenterebbero».

Irene Panighetti


Allarme minicar: modifiche proibite, il trucco corre su YouTube

Corriere della Sera

Sempre più numerosi i video autoprodotti dai ragazzi che spiegano come truccare e far correre le micro auto



ROMA - Emergenza minicar nella Capitale. Dopo la notizia dei corsi di guida sicura cui numerosi romani iscrivono i propri figli minorenni, esplode l'allarme YouTube: è diventata una moda truccare i piccoli veicoli per renderli più veloci, filmando modifiche e gare di velocità per poi caricare i video sul Web: in una clip si vedono due ragazzini sull'Ostiense a 76 all'ora, con un'auto che non dovrebbe superare i 40, in un altro video il tachimetro va oltre gli 80 km/h facendo presumere una velocità di 90-95 l'ora.

Pur di «alleggerire» la minicar e farla scivolar via sull’asflato, c’è perfino chi si improvvisa traduttore. Oltre ad essere discreti esperti di motori, i conducenti minorenni di minicar si rivelano perfino aspiranti interpreti. Su YouTube gira un video in spagnolo, una sorta di decalogo su come «modificare una microcar».

ISTRUZIONI A PORTATA DI CLIC -
Basta digitare poche parole in un motore di ricerca e il gioco è fatto: i consigli e le opinioni sui forum dei giovani microcarristi si sprecano. Chi pubblica le «istruzioni per l’uso», o meglio, per l'abuso, e le indicazioni su come far andare la microcar più veloce, però, si dissocia subito dopo: gli amministratori dei siti «declinano ogni responsabilità per danni a cose e persone derivanti o correlate all’intervento descritto dalla precedente guida, ricordando al lettore che i quadricicli leggeri non possono superare per legge una potenza di 4Kw e i 45Km/h di velocità massima. Eseguite quindi tale modifica a vostra discrezione e rischio».

Video

FINO A 120 ALL'ORA - E si tratta di modifiche non troppo difficili da attuare: anche in modalità fai-da-te. In primis, bisogna saper agire sul variatore. Sul Web sono indicati gli attrezzi necessari, i passaggi da non dimenticare: «Smontare la vite, rimontare il dado». Con tanto di corredo fotografico.
C'è chi mostra la performance postando un video sulla modifica di una Aixam che adesso va da zero a 60 km/h in soli 20 secondi. Quello che colpisce sono i commenti dei giovanissimi utenti nei forum dedicati. «E’ uno scherzetto regà, dopo vedrete come fila», «Io la amo questa macchinetta», «Quand’è ke se vedemo? Così se prova a farla andà via… s’arriva fino a 120 chilometri orari».

GIOCARE COL VARIATORE - Scrive Vulpes, nickname, riferendosi a unvideo sul variatore: «Oi, vedete quelle molle che alla fine lui tira? Le rimetterà nella stessa posizione o no? perchè se sono un pelo più dure il motore prende più giri prima di chiudere il vario credo (e si spiegherebbero i 15 allora che garantisce nel video)». Un altro sito spiega, foto dopo foto, come modificare il variatore«per ottenere un maggior scatto». Un gioco, pare. Divertimento.

Un divertimento pericoloso perchè l’alta velocità resta una delle cause principali di incidenti in minicar. E apportare modifiche ai motori può essere davvero rischio. Oltre ad essere vietato dalla legge. Nonostante l’impegno delle forze dell’ordine e dei vigili urbani, sostenuto dal Campidoglio, a Roma le modifiche alle microcar continuano ad andar di moda. A Roma, ma non solo. Sul Web corrono veloci, soprattutto, le informazioni. Come truccare una macchinetta è ormai cosa nota. Una follia da scoraggiare con qualsiasi mezzo.


Simona De Santis