giovedì 26 novembre 2009

Sotto torchio altri trans Marrazzo scrive al Papa

Il Tempo

L'amica della transessuale uccisa, China, sarà interrogata dai pm romani. Intanto l'ex governatore del Lazio scrive a Benedetto XVI: "Perdoni le mie debolezze".



Accuse fra transessuali, soldi che sarebbero stati consegnati dal presidente della Regione Piero Marrazzo ai brasiliani, file «segreti» contenuti nel computer trovato in casa di Brenda. Non solo. Il trans morto in via Due Ponti aveva assunto sostanze stupefacenti prima di morire per intossicazione di ossido di carbonio? E il pusher Gianguarino Cafasso, ucciso secondo la procura da un mix di cocaina ed eroina, era a conoscenza di informazioni che avrebbero potuto far tremare il mondo dei trans e dei loro clienti dopo lo scandalo Marrazzo? Queste le domande ancora senza risposta e i punti che non sono stati chiariti dai protagonisti della vicenda che ha portato alle dimissioni del governatore del Lazio e all'arresto dei carabinieri della Compagnia Trionfale, nell'ambito dell'inchiesta sulla morte del trans Brenda e del pusher della Cassia.

Proprio su quest'ultimo aspetto, la procura di Roma è in attesa dei risultati tossicologici sul corpo di Brenda, per verificare se anche lei abbia o meno assunto la stessa sostanza stupefacente che ha ucciso lo spacciatore Cafasso. Gli inquirenti, per tentare di far luce su alcuni elementi coperti ancora da un velo di mistero, ieri sono tornati nell'abitazione in via Due Ponti 180, dove è stato trovato il cadavere di Brenda, il trans coinvolto nel presunto tentativo di ricatto ai danni di Marrazzo.

Una visita, quella del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, necessaria per tentare di capire qual è stata la dinamica dell'incendio nel mini-appartamento del transessuale. La magistratura romana è in attesa anche dei risultati del lavoro degli esperti che hanno il compito di recuperate tutti i file contenuti nel computer di Brenda: ieri i tecnici avevano estrapolato decine e decine di migliaia di file dall'hard disc. La memoria del computer interna conteneva 130 gigabyte di dati tra quelli visibili e quelli nascosti, ossia cestinati e recuperati dagli esperti.

Oggi gli investigatori masterizzeranno su un cd il materiale estrapolato dal computer e lo consegneranno ai magistrati, che dovranno poi accertare se ci sono o meno file utili alle indagini, come ad esempio il secondo video con il presidente Marrazzo. Gli inquirenti, inoltre, hanno intenzione di convocare l'amico e vicino di casa di Brenda, China, che tre giorni fa ha detto di aver saputo dal trans morto che «a fare la trappola a Marrazzo erano state Natalie e Joyce».

L'ex governatore, sempre secondo China, avrebbe pagato 30 mila euro a Brenda, definita «grande esperta di computer, con il quale poteva fare ciò che voleva». Marrazzo non sarà comunque risentito dai magistrati romani, almeno per il momento. La transessuale Natalie, infine, è l'unica che al termine dei numerosi interrogatori dei carabinieri del Ros è stata considerata credibile, tanto che le è stato permesso di rimanere in Italia anche se è clandestina: si tratta della trans che era in compagnia del presidente della Regione Marrazzo nell'appartamento di via Gradoli 96.



Augusto Parboni
26/11/2009


Treno fermo, si aprono le porte

Corriere della Sera


MILANO - «Cosa ci fa il carrello bar sui binari?» si sarà chiesto il macchinista a cui era stata comandata per tempo la «marcia a vista». In questo caso tutto si è risolto solo con una gran paura e con i soliti ritardi accumulati a catena. Ma il problema delle porte dei treni che si aprono o si chiudono all'improvviso sta facendo montare la preoccupazione e lo sconcerto tra i viaggiatori e soprattutto tra il personale Fs. L'ultimo caso che segnalano i delegati Rsu-Rls dell’Assemblea Nazionale dei Ferrovieri è accaduto lunedì scorso alle 12 al treno intercity 704 (Napoli-Venezia). Il treno era fermo sulla direttissima Roma-Firenze nella galleria in prossimità di Orvieto quando all'improvviso, a causa del colpo di pressione causato da un treno Eurostar Alta velocità che procedeva in senso opposto, si sono spalancate quattro porte, risucchiando sul binario il carrello bar in servizio a bordo.

FS SMENTISCE - Altro che «colpo di pressione» rispondono le Fs. «È da escludere che l’apertura delle porte sia stata determinata dal passaggio dell’Eurostar. L’apertura è dunque collegabile solo ad un intervento manuale dall’interno del treno». Insomma è stato qualcuno, magari un fumatore, che le ha aperte dall'interno tant'è che, aggiunge Fs «anche a seguito dei controlli effettuati successivamente al fatto, le porte sono risultate regolarmente funzionanti». Comunque Fs ha aperto un’indagine per verificare l’esatta dinamica dei fatti e accertare le eventuali responsabilità.

I FERITI - Il problema è che, indipendentemente dal carrellino bar, i sindacati di base segnalano numerosi incidenti dovuti alle porte. Anzi citano i dati della Polfer di Bologna che nei soli anni 2005-2006 hanno censito ben 800 incidenti (con quattro morti) riferiti tutti alle porte malfunzionanti. E mettono online l'elenco degli incidenti dovuti anche per il malfunzionamento delle porte definendole «killer». Dolorose e drammatiche sono le storie delle persone coinvolte. In tutti i casi la trame è quasi identica: le porte si chiudono di colpo con il braccio dentro e il corpo fuori e trascinano il malcapitato fino a quando le urla non fanno breccia.

Come quelle della signora Rosalba Garibaldi che nel 2006 da Bologna stava andando a trovare la figlia in attesa di partorire a Mantova e che si è ritrovata, invece, in ospedale senza le gambe. Così come il capotreno Antonio Di Luccio che il 9 marzo del 2006 a Piacenza ha perso anch'egli gli arti inferiori. Vicenda simile per Antonella Tanzi a Pietrasanta il 6 settembre del 2007 : anche lei ha perso le gambe. Invece Maria Nanni, capotreno, il 26 giugno del 2007, ha scampato il peggio grazie alla prontezza dei riflessi dopo esser rimasta incastrata con il braccio tra le porte. Grazie all'esperienza è riuscita a mantenere i piedi sul predellino evitando così di essere risucchiata sotto le ruote.

LE VITTIME - Ma ci sono anche le storie recenti di persone rimaste incastrate nelle porte che raccontano di morte. Come quella di una donna di 77 anni, (24 settembre 2008). Si chiamava Giuseppina Tagliente che, dopo essere rimasta bloccata in una porta, è stata investita sotto gli occhi del marito, alla stazione ferroviaria di Fasano, dall'Eurocity Bolzano-Lecce dal quale stava scendendo. In questo caso (riporta l'Ansa) «il treno si era fermato regolarmente in stazione per far scendere i passeggeri.

La coppia di anziani era nell'ultima carrozza: l'uomo è sceso per primo, la moglie qualche attimo dopo proprio mentre il macchinista rimetteva in marcia il treno, senza accorgersi di nulla. La donna è rimasta schiacciata tra la carrozza e il marciapiede della stazione. Sono stati alcuni passeggeri appena scesi a dare l'allarme, ma per l'anziana non c'era più nulla da fare». Andrei Mihail Velescu, un ragazzo romeno, ha perso la vita il 15 novembre 2007 a Perugia. Mary Miriana Jabed, racconta Valentina Avon su La Stampa, è morta alla stazione di Verona davanti a marito e figlia di sette mesi.

TRENITALIA - Da qui l'appello di Dante De Angelis, macchinista e delegato sindacale alla sicurezza, appena reintegrato dal Tribunale del lavoro dopo il licenziamento da parte delle Fs: «Bisogna tener conto, oltre alla parte estetica, anche alla sicurezza di viaggiatori e personale Fs. Gli Eurostar City sono stati riammodernati, riverniciati e ritappezzati ma presentano alcuni problemi di sicurezza come quello delle porte». La contestazione dei sindacati («come il carrellino del servizio bar di bordo poteva allo stesso modo essere risucchiata una persona») va oltre l'incidente di lunedì scorso.

I delegati Rsu-Rls dell’Assemblea Nazionale dei Ferrovieri ammettono che Trenitalia ha varato un piano di ristrutturazione dei treni di media distanza (i più utilizzati dai pendolari), per impedire dall'esterno di poter aprire le porte quando il treno è fermo, ma sottolineano «che non è stato fatto abbastanza. Infatti sono ancora esclusi dalla messa in sicurezza delle porte gli Intercity, gli Eurostar City e i treni Espresso. Cioè un quarto dei treni in circolazione non hanno ancora avuto installato il dispositivo (un circuito elettrico) che fa accendere la luce verde che segnala al macchinista che le porte sono chiuse e che quindi può ripartire».

E i sindacati di base si chiedono: «Perché continuano a circolare queste vere e proprie “porte killer” le stesse che hanno ferito, mutilato e ucciso tante persone?». Le Ferrovie dello Stato, che - bisogna ricordarlo - primeggiano in sicurezza «dato che l'Italia è il Paese con lo standard più altro in Europa con indice che doppia addirittura quello del secondo in classifica», ribattono: «Stiamo rispettando la normativa vigente e stiamo ristrutturando tutto il parco macchine sebbene l'Europa non ce lo chieda».


Nino Luca
26 novembre 2009


Bondi sul Frecciarossa con il cane Perché lui sì e tutti gli altri invece no?»

Corriere della Sera


ROMA - Consentire a tutti i cittadini, e non soltanto ai ministri, la possibilità di viaggiare con il proprio cane al seguito anche a bordo degli Eurostar. E' questo il senso della richiesta dei senatori Roberto Della Seta e Donatella Porretti, Pd il primo e radicale eletta sempre nelle fila dei democratici la seconda, dopo la diffusione della notizia secondo cui il ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, avrebbe viaggiato su un Frecciarossa in compagnia del proprio cane di grossa taglia. E lo avrebbe fatto per poter partecipare alla puntata di Porta a Porta del 17 novembre, dedicata alla ratifica della convenzione europea sui maltrattamenti degli animali, nel corso della quale tutti gli ospiti si sono presentati in compagnia del loro fidato quattrozampe.

L'INTERROGAZIONE - I due senatori hanno già presentato un'interrogazione al ministro dei Trasporti, Altero Matteoli, per chiedere «perchè mai ciò che è proibito ai comuni mortali, sia stato invece consentito a un Ministro della Repubblica». O, meglio, «ci aspettiamo che il ministero vigilante sul trasporto ferroviario prenda spunto da questo spiacevole episodio per sollecitare l'inserimento nei regolamenti di Trenitalia della possibilità per milioni di italiani di viaggiare sui treni veloci insieme al proprio cane, naturalmente secondo regole che garantiscano la sicurezza e la tranquillità di tutti i passeggeri».

IL REGOLAMENTO - Il regolamento di Trenitalia per il trasporto di animali, modificato di recente, prevede infatti il trasporto gratuito di cani, gatti e altri pet domestici di piccola taglia purché siano custoditi in un trasportino di dimensioni non superiori a 70x30x50 centimetri, «nella prima e nella seconda classe di tutte le categorie di treni.(ad eccezione degli ES* effettuati con materiale ETR 450)». Il regolamento precisa poi che «è’ inoltre consentito, per singolo viaggiatore, il trasporto di un cane di qualsiasi taglia, munito di museruola e guinzaglio: sui treni Espressi, IC ed ICN sia in prima che in seconda classe; sui treni Regionali nel vestibolo o piattaforma dell’ultima carrozza, con esclusione dell’orario dalle 7 alle 9 del mattino dei giorni feriali dal lunedì al venerdì; nelle carrozze letto, nelle carrozze cuccette ordinarie e comfort e nelle vetture Excelsior ed Excelsior E4 per compartimenti acquistati per intero. In tali casi per il trasporto del cane è necessario acquistare un biglietto di seconda classe al prezzo previsto per il treno utilizzato ridotto del 50%».

DIRITTO PER TUTTI - Il Frecciarossa, insomma, non rientra nella categoria dei convogli su cui un cittadino possa viaggiare in compagnia del proprio cagnolone. Un cittadino però lo ha fatto, fanno notare Della Seta e Porretti e quel cittadino non è uno come gli altri, essendo anche un ministro della Repubblica. E il suo cane avrebbe pure viaggiato libero e senza museruola. Nessun problema, per i due esponenti democratici, se la cosa fosse consentita a chiunque. Ma visto che non lo è, sostengono spiegando la loro iniziativa, che ci si attivi affinché questo diritto venga esteso davvero a tutti.

26 novembre 2009


Giallo delle mani mozzate, c'è un indagato

Corriere della Sera

Svolta nell'inchiesta sull'omicidio di Carla Molinari, la donna di 82 anni uccisa a Coquio Trevisago
secondo indiscrezioni sarebbero state fondamentali le impronte di scarpe


MILANO - C'è un indagato nel giallo dell'omicidio di Carla Molinari, l'82enne uccisa giovedì 5 novembre nella sua villetta di Cocquio Trevisago (Varese). L'assassino aveva infierito sulla vittima mozzandole le mani e recidendole la gola fino a decapitarla. Le indagini potrebbero essere a una svolta: a quanto si è appreso, nell'ambito dell'inchiesta vi è una persona iscritta nel registro degli indagati. Il questore di Varese Marcello Cardona, entrando in questura, non ha voluto confermare la notizia, ma si è limitato a dire: «Stiamo finendo di redigere gli atti che consegneremo in procura». Fino ad oggi investigatori ed inquirenti hanno preso in considerazione tutte le ipotesi, anche se fin dalle prime ore dopo il delitto aveva perso di consistenza l'ipotesi della rapina degenerata. Gli agenti di Varese coordinati dal Pm Luca Petrucci e Maurizio Grigo avevano eseguito numerosi sopralluoghi, verificando che dall'abitazione non era scomparso nulla di valore.

LE IMPRONTE DI SCARPE - Secondo alcune indiscrezioni, la persona sospettata potrebbe appartenere alla cerchia di conoscenze della vittima. A tradirla sarebbero state le impronte di scarpe, numerose, rinvenute sulla scena del delitto. Erano in tutta la casa, escluso il bagno, del tipo da ginnastica, nume­ro non grande (38/39), lo stesso della vittima. Sembravano seguire traiettorie senza senso. In al­cuni punti erano appaiate, come per la conseguenza di un salto. Insensate, tanto da far pensare a un depistaggio, ipotesi valida anche per i quattro mozziconi di sigaretta senza cenere accanto e ritro­vati per terra: erano di quattro marche diverse, e la vittima non fumava. Così come avrebbero potuto essere depistaggi la cernie­ra slacciata dei pantaloni di lei (perché si pensasse a una violen­za?) oppure le carte lasciate sui cassetti e la cura sistematica nel­lo svuotarli tutti, come si voles­se suggerire la teoria di una rapi­na o un furto. In casa non c'erano altri segni i disordine o collut­tazione, a parte uno sgabello per terra accanto alla donna. L'assassino aveva allacciato la cerniera del maglioncino di Carla, prima aper­to perché sul davanti non ci so­no i segni dell’oggetto appuntito con cui è stata colpita 15 volte.

IL TESTAMENTO - Un amico di famiglia aveva riferito che Carla Molinari stava per fare testamento: «Era già andata ad incontrare un no­taio e mia madre l’aveva ac­compagnata», aveva raccontato Piercosma Turua­ni Porretti. «Voleva lasciare una parte dei suoi averi ad alcu­ni parenti, ma non tutto, per­ché diceva che erano già perso­ne benestanti. Una parte vole­va invece lasciarla alla Chiesa. Mi sembra volesse anche desti­nare un campo che possedeva a Caldana, una frazione di mon­tagna, alla signora che per tan­ti anni le aveva tenuto le chiavi di casa, a cui era davvero rico­noscente e a cui era fortemen­te legata».

26 novembre 2009


Cecchini in elicottero contro i cammelli

Corriere della Sera


In cerca di acqua entrano in città e devastano cisterne e condizionatori. Ne saranno abbattuti 6 mila


MILANO - Saranno abbattuti dall'alto, da cecchini piazzati su elicotteri che avranno il compito di farne fuori fino a 6 mila, secondo quanto riportano le agenzie di stampa internazionali. Sono tanti e sono troppi. E, soprattutto, si trovano nel posto sbagliato. La mattanza dei cammelli selvatici che le autorità dei Territori Settentrionali australiani hanno deciso di autorizzare è finalizzata a prevenire gli inconvenienti che la colonia che sta letteralmente assediando la cittadina di Docker River, un piccolo centro urbano dell'Outback, che conta solo 350 abitanti che si ritrovano però prigionieri in casa propria. L'abbattimento dei cammelli erranti non è un problema solo australiano: nelle settimane scorse una decisione analoga era stata presa per gli animali che vagano lungo il confine tra Egitto e Israele.

DANNI ALLE ABITAZIONI - I problemi causati dai cammelli, che non sono originari dell'Australia ma che vi sono stati importati a metà del 1.800, sono parecchi. In cerca di acqua, gli animali sventrano cisterne e cercano perfino di scardinare le condotte di raccolta della condensa degli impianti di climatizzazione delle case. Gli animali che muoiono restano spesso a decomporsi all'aria aperta e in alcuni casi questo ha comportato l'inquinaento di pozze e falde acquifere.

Gli animali a volte si spingono anche oltre, cercando di aprire anche le porte delle abitazioni. La gente ha paura e tende a non uscire. E non mancano i casi di persone che si sono dette pronte a emigrare altrove. Insomma, proprio come avveniva con gli abitanti di Hamelin assediati dai topi della celebre fiaba dei fratelli Grimm. Solo che per risolvere il problema in questo caso non si è pensato ad un pifferaio e alle melodie del suo flauto magico, ma a cacciatori professionisti e ai loro fucili di precisione.

«SOLUZIONE OBBLIGATA» - Le autorità dicono di non avere alternative. «E' una situazione molto critica - ha commentato il ministro Rob Knight, raggiunto dall'Ap a Alice Springs, città a 500 km da Docker River -. Quanto accade è davvero inusuale ed è necessaria un'azione urgente. Non ci possiamo permettere il lusso di aspettare altro tempo». L'uso degli elicotteri viene giustificato con la necessità di coprire un'area di circa 15 chilometri di raggio all'esterno della città. L'operazione dovrebbe scattare la prossima settimana. Una volta uccisi, le loro carcasse saranno trasportate nel deserto. Il governo locale ha stanziato 45 mila dollari per contribuire alle spese di sistemazione dei danni causati dai cammelli agli edifici e alle infrastrutture.

EMERGENZA ACQUA - Non è la prima volta che in Australia si affronta la questione dei cammelli erranti. Ma in questo caso, a causa di un'estate particolarmente torrida che ha prosciugato molte pozze e costretto molti animali ad avvicinarsi alle città, il problema inizia ad essere particolarmente sentito dalla popolazione. Secondo alcune stime sarebbero almeno un milione i cammelli attualmente presenti sul territorio australiano, dove furono importati per consentire le esplorazioni di un continente tanto vasto e caratterizzato, in molte zone, da un clima particolarmente arido e da un ambiente poco ospitale.

LA PROTESTA ANIMALISTA - Immediata la reazione dei gruppi animalisti. Animals Australia ha definito «barbaro» l'intervento programmato dal governo locale e sottolinea che non si è neppure pensato a soluzioni alternative come l'allestimento di barriere di protezione per fermare l'avanzata dei cammelli. «E' assurdo pensare alle armi come unica soluzione - ha detto il direttore dell'associazione, Glenys Oogjes -. Oltretutto sparando dagli elicotteri si rischia di causare molte sofferenze agli animali che dovessero restare solo feriti».

Alessandro Sala
26 novembre 2009


Marrazzo, fu complotto politico"

La Stampa

Il legale del carabiniere del ricatto: trans usati come esca per far cadere il governatore
GUIDO RUOTOLO
ROMA



«Ho la sensazione che i carabinieri coinvolti nell’affaire Marrazzo siano stati strumentalizzati da una regia diversa. Insomma, si sono ritrovati all’interno di un complotto che aveva come obiettivo politico Piero Marrazzo».

L’avvocato Bruno Von Arx difende uno dei carabinieri del disonore, Luciano Simeone, ancora oggi recluso a Rebibbia. E in attesa degli sviluppi delle indagini che oggi sono concentrate soprattutto sulle morti (sospette) di due attori dell’affaire, il pusher Rino Cafasso e il trans Brenda, il difensore di Simeone è durissimo nei confronti della Procura: «I fatti dimostrano che le indagini sono state finora riduttive».

E già, in attesa (spasmodica) dei 60.000 files (video, foto, messaggi) che il computer di Brenda conservava nella memoria dell’hard disk, nonostante che il trans l’avesse cancellati, in attesa di sapere se tra questi files c’è il video che riprende Marrazzo con Brenda e Michelly, e poi chissà chi altro, chissà se nelle riprese o nelle foto compaiono anche altri personaggi eccellenti, i dubbi dell’avvocato Von Arx ripropongono uno scenario già ipotizzato all’indomani dello scandalo. Il «grande ricatto» contro il governatore del Lazio è solo farina del sacco dei quattro carabinieri e del pusher Cafasso? Se la domanda fosse rivolta a Marrazzo, la risposta sarebbe negativa, perché l’ex governatore ha sostenuto di aver archiviato la vicenda del 3 luglio come una rapina.

E’ che più si va avanti nelle indagini più si ha la sensazione che tutti i protagonisti non hanno detto la verità, tutta la verità, o hanno addirittura dichiarato il falso. E se si escludono i carabinieri arrestati che hanno anche il diritto, per difendersi, di dichiarare il falso, tutti gli altri potrebbero finire indagati chi per false dichiarazioni al pm, chi per calunnia o favoreggiamento. Prendiamo i trans e le loro dichiarazioni. La Procura dovrà risentire per esempio Natalie e China sulle recenti rivelazioni. China a «Porta a Porta» ha detto di aver saputo da Brenda che «a fare la trappola a Marazzo erano state Natalie e Jois (il trans che avrebbe avuto una relazione con uno dei carabinieri arrestati)».

E che Marrazzo avrebbe «pagato 30.000 euro a Brenda». Forse per cancellare il video che li riprendeva insieme?. Allora chi dice il vero? Natalie? China? E perché non si riesce a trovare Michelly, il trans che portò Brenda agli incontri con il governatore del Lazio? E Jennifer, il trans che aveva una relazione con il pusher Cafasso, cosa sa di tutta questa storia? E se sul «grande ricatto» di questa banda di carabinieri e pusher, e chissà se anche trans, si fosse inserita una strategia politica? Questo sembra dire l’avvocato Von Arx. Certo che prima o poi, le indagini della Procura potrebbero approfondire tutta la gestione del tentativo di vendita del video che riprendeva Marrazzo con Natalie, e quelle strisce di cocaina su un tavolo.

Nel decreto di fermo dei quattro carabinieri, la Procura contesta il reato di ricettazione. Il «corpo del reato» fu sequestrato nella redazione milanese del settimanale «Chi», diretto da Alfonso Signorini, e negli uffici dell’agenzia «Photo Press». E qual è stato il ruolo del fotografo Max Scarfone che fatto da tramite tra i carabinieri e l’agenzia di immagini milanese?

Nei primi interrogatori, nelle deposizioni dei vari testi, è emerso che quel video ha girato per diverse redazioni di settimanali e quotidiani (Chi, Oggi, Libero e Il Giornale). E che, a tre giorni dal blitz del Ros dei carabinieri, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, avvisò il governatore del Lazio dell’esistenza del video, annunciando anche che il suo gruppo editoriale non l’avrebbe mai pubblicato, fornendogli pure i riferimenti telefonici dell’agenzia «Photo Masi» che aveva il video.

L’avvocato Luca Petrucci, difensore di Marrazzo, evoca uno scenario da «Uno bianca». A Bologna i poliziotti del disonore, qui, a Roma, i carabinieri. Se fosse questo lo scenario, e i rilievi della Scientifica e i risultati degli esami tossicologi confermassero che Cafasso e Brenda sono stati uccisi, e che questi due omicidi sono collegati, come è possibile smascherare i killer e i mandanti?


Finto volantino delle Br al Giornale, lo ha inviato il giornalista "minacciato"

Il Messaggero


GENOVA (25 novembre) - Ha inviato alla sede genovese del Giornale presso il quale collaborava una lettera di minacce delle Br verso se stesso. La Digos ha denunciato l'uomo, Francesco Guzzardi, per simulazione di reato e procurato allarme.

La lettera minatoria, scritta a mano e con una stella a cinque punte, era stata trovata la settimana scorsa sotto la porta d'ingresso della redazione del quotidiano. C'erano minacce nei confronti della redazione, del capo della sede Massimiliano Lussana e del giornalista collaboratore Guzzardi, «colpevoli» di aver compiuto inchieste giornalistiche sulla Valbisagno.

Guzzardi avrebbe confessato
agli agenti di aver agito per far uscire allo scoperto una vicenda di minacce gravi da parte di malavitosi e di nomadi della periferia genovese della quale lo stesso giornalista e la sua famiglia sarebbero stati oggetto nelle scorse settimane.

Il capo della redazione genovese del Giornale, Lussana, nel dichiarare il proprio stupore per quanto emerso dall'indagine, ha voluto ringraziare «lettori ed istituzioni per la solidarietà e la vicinanza espresse in questi giorni al Giornale».


E la fine del mondo Dove sei? Ti amo"

Il Tempo


Gli sms intercettati l'11 settembre mentre New York si trovava sotto l'attacco dei terroristi di Al Qaeda.


Ore 7:45. «Dove sei? Tutto ok? Puoi chiamarmi? Ti amo». Un'ora più tardi, alle 8:46, l'American Airlines Flight 11 si schianterà sull'edificio nord delle Torri gemelle di New York. Un secondo velivolo centrerà l'altro edificio 17 minuti più tardi. È l'11 settembre del 2001. E questo è solo uno degli oltre 500.000 messaggi intercettati in quelle ore. Messaggi di aiuto che si confondono fra quotazioni di borsa, test tecnici, numeri, codici e email. Provenienti da cercapersone di chi, quel giorno, operava in veste ufficiale come il personale del Pentagono, la polizia di New York, e ancora messaggi automatici da computer che segnalano guasti.

A diffonderli è il sito americano specializzato nella pubblicazione di notizia riservate, «Wikileads», tra le 3 di ieri mattina ora di New York e la stessa ora di oggi. «Non lasciate l'edificio, per favore. Una delle due Torri è appena crollata». E pochi istanti dopo un altro sms: «State attenti, per favore. Per favore». Una comunicazione delle 8.53 tra agenti di polizia di New York: «Possibile esplosione al Wtc (world Trade center. Livelllo 3. Mobilitazione alla chiesa e a Vessy».

Messaggio partito alle 9.33: «Wtc è stato colpito da un aereo e una bomba. Attualmente b6 è in fase di evacuazione. Ncc ha ricevuto multipli allarmi ottici / ambientali. seguiranno aggiornamenti. ryan p/l ncc 800-824-8049 .

Altro sms 9:32:52 am «Fannie Mae ritarda la Benchmark bill, annuncio di callable note a causa dello scoppio al Wtc». 11:00:30 am «Squadra artificieri per favore riportare a edic.. per T913.. OPS/JL. 11:13:04 am «Linee verso Washington & Saudi sono bloccate o congestionate. Non si può passare. Jim alla FBI non aveva notizie - ha consigliato di guardare Fox o CNN. Chris». 11:29:13 am « Sono a posto. Ho visto tutto. Ero sul tetto che guardavo le fiamme del primo schianto quando ho visto il secondo aeroplano entrare nella seconda torre. Incredibile, davvero... Ero dentro quando sono caduti. Ancora nel mio appartamento, nessun posto dove andare... Questa è la fine del mondo come lo conosciamo...»

Nel pomeriggio di quel tragico martedì di settembre altri messaggi. 5:20:30 pm «Amore, volevo solo dire quanto ti amo. Ero un po' preoccupato. Non voglio perderti adesso che ti ho ritrovata. Sei tutto per me. Sei tutta la mia vita e il mio cuore. Ti amo tanto» 6:05:05 pm: «Siamo bombardando Afghanistan. Bene» 6:58:58 pm «Mio nipote è ok. C'è un corpo morto all'uscita principale. US nega responsabilità del bombardamento in Afghanistan. È tutto».

"Questa è una guerra"

Sotto torchio altri trans

Il Tempo

L'amica della transessuale uccisa, China, sarà interrogata dai pm romani per le accuse a Natalie e per i soldi pagati da Marrazzo al brasiliano per droga e prestazioni sessuali.


Nella combo di archivio trans legate a Brenda: da sinistra, Barbara, Natalie e China


Accuse fra transessuali, soldi che sarebbero stati consegnati dal presidente della Regione Piero Marrazzo ai brasiliani, file «segreti» contenuti nel computer trovato in casa di Brenda. Non solo. Il trans morto in via Due Ponti aveva assunto sostanze stupefacenti prima di morire per intossicazione di ossido di carbonio? E il pusher Gianguarino Cafasso, ucciso secondo la procura da un mix di cocaina ed eroina, era a conoscenza di informazioni che avrebbero potuto far tremare il mondo dei trans e dei loro clienti dopo lo scandalo Marrazzo? Queste le domande ancora senza risposta e i punti che non sono stati chiariti dai protagonisti della vicenda che ha portato alle dimissioni del governatore del Lazio e all'arresto dei carabinieri della Compagnia Trionfale, nell'ambito dell'inchiesta sulla morte del trans Brenda e del pusher della Cassia.

Proprio su quest'ultimo aspetto, la procura di Roma è in attesa dei risultati tossicologici sul corpo di Brenda, per verificare se anche lei abbia o meno assunto la stessa sostanza stupefacente che ha ucciso lo spacciatore Cafasso. Gli inquirenti, per tentare di far luce su alcuni elementi coperti ancora da un velo di mistero, ieri sono tornati nell'abitazione in via Due Ponti 180, dove è stato trovato il cadavere di Brenda, il trans coinvolto nel presunto tentativo di ricatto ai danni di Marrazzo.

Una visita, quella del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, necessaria per tentare di capire qual è stata la dinamica dell'incendio nel mini-appartamento del transessuale. La magistratura romana è in attesa anche dei risultati del lavoro degli esperti che hanno il compito di recuperate tutti i file contenuti nel computer di Brenda: ieri i tecnici avevano estrapolato decine e decine di migliaia di file dall'hard disc. La memoria del computer interna conteneva 130 gigabyte di dati tra quelli visibili e quelli nascosti, ossia cestinati e recuperati dagli esperti.

Oggi gli investigatori masterizzeranno su un cd il materiale estrapolato dal computer e lo consegneranno ai magistrati, che dovranno poi accertare se ci sono o meno file utili alle indagini, come ad esempio il secondo video con il presidente Marrazzo. Gli inquirenti, inoltre, hanno intenzione di convocare l'amico e vicino di casa di Brenda, China, che tre giorni fa ha detto di aver saputo dal trans morto che «a fare la trappola a Marrazzo erano state Natalie e Joyce». L'ex governatore, sempre secondo China, avrebbe pagato 30 mila euro a Brenda, definita «grande esperta di computer, con il quale poteva fare ciò che voleva».

Marrazzo non sarà comunque risentito dai magistrati romani, almeno per il momento. La transessuale Natalie, infine, è l'unica che al termine dei numerosi interrogatori dei carabinieri del Ros è stata considerata credibile, tanto che le è stato permesso di rimanere in Italia anche se è clandestina: si tratta della trans che era in compagnia del presidente della Regione Marrazzo nell'appartamento di via Gradoli 96.


Papi - Izzo: "Io sposerò il mostro I veri cattivi sono i nostri nemici"


 


Ho letto sul Giornale del 22 novembre un articolo sulle motivazioni per cui voglio sposare Angelo Izzo. L’articolista scrive che la nostra scelta di sposarci potrebbe dipendere da scherzi inquietanti dovuti alla mia solitudine, da ricerca di notorietà e interesse, da un mio atteggiamento da crocerossina tipico della donna che vuole farsi amare dal «mostro». Questa sarei io. Lui l’assassino e basta. Nulla di tutto ciò è vero, almeno per noi. Vogliamo sposarci per amore. Abnorme questo? Abnorme è la distanza tra noi e la gente che insulta, minaccia, lancia epiteti maledetti. Questa gente non vede più il bene. Prima di tutto il bene che è dentro di me e poi il bene che c’è in Angelo, come in ognuno di noi. Se dessimo retta a costoro, veri cattivi, Angelo Izzo non avrebbe scampo, non solo sta in carcere e lì resta, ma il suo carcere non dovrebbe servire a nulla perché non può né cambiare né amare. È costretto a essere quello che certi che lo attaccano con inaudita violenza pensano sia, e lui alza le spalle, ride.

Questo mi preoccupa fino ad avere già sollevato una questione di sua sicurezza e mi ha fatto pensare a far riaprire i processi. C’è qualcuno che vuole da anni che Angelo Izzo sia il «mostro», che non migliori, anzi peggiori. Che poi che vuol dire «mostro»? Lo chiederei a un bambino che direbbe che non esiste, ma sono figure che stanno in quella parte di noi che dobbiamo portare sempre dal buio alla luce, altrimenti può accadere di fare, o «credere di fare», oppure «lasciar fare», anche sotto l’effetto o dietro l’effetto di qualcuno o qualcosa, quegli atti poi definiti «folli» di cui sono piene le pagine della cronaca. Omicidi compiuti da chi? Dal recente agghiacciante caso della mamma che ha ucciso il figlioletto di tre anni a coltellate e poi lo ha cullato per ore e glielo hanno lasciato fare, pensate, al caso di Meredith, alla morte terribile e ingiusta di Ciccio e Tore di cui mi sono occupata indicando il luogo dove erano caduti i bambini. Chi ha ucciso veramente? Cominciamo a chiedercelo e soprattutto ad evitarlo! Si può, come dico da tempo, con un metodo. Ne posso parlare pubblicamente? Vi dico allora chi sono io, cominciamo da qui.

Da qualche anno vivo interamente tra i poveri e i cosiddetti derelitti, non quelli in carcere isolati ma quelli liberi senza nessuno che li aiuti, uomini e donne anche con storie di violenza oltre ogni limite o sul limite di commetterne. Io e Angelo abbiamo già deciso di fare una fondazione che si occuperà di costoro. Lui si fida di me, io so cosa fare. Vado senza scorta e senza paura anche la notte nei campi degli zingari, entro ed esco da zone di periferie violentissime, sto tra la cattiva gente, ma ci vado con modalità particolari. E questo ha migliorato me stessa prima di tutto, poiché certo non sono santa, ma una persona arrivata a un punto della vita in cui ha voluto vedere «l’altra faccia della luna», quella del buio pesto dove ci sono solitudine vera e abbandono. Non la mia solitudine, come scrive l’articolista, ma quella descritta dai Pink Floyd. L’amore e questa speciale qualità «cerebrale» che mi porto dietro come bagaglio dalla nascita, così sofferta che mia madre disse «no Maria, Donata donata da Dio», mi hanno fatto vincere personalità difficili. Ho ottenuto risultati che oso definire prodigiosi, verificabili, al punto che qualcuno quando mi incontra china il capo o mi saluta dicendo: «madre».

Eppure io non sono una suora e in questo viaggio nella mente umana non ci sono andata con i simboli della fede, ma con la sostanza del credo umanitario e cioè una cosa semplice e unica: il sorriso. Bisognerebbe andare nei posti dove sono stata per vedere che ho anche fatto qualche guarigione particolare, negli ospedali dove ci sono ragazzini in coma, ho salvato un uomo con una gamba che pareva spacciata dalla cancrena. Ho studiato alcune forme di dialogo col mondo delle difficoltà e delle personalità complesse, sviluppando un approccio diverso. Vorrei dire quale. Mi sono fatta paladina dei diritti di costoro. Non accetto la rabbia e la violenza.

Invece persino un mostro non è mai un mostro, proprio come nelle favole. Io, solo, io e perché? Perché sono nata in un punto speciale dell’universo, e spiegherò come sono giunta a questa verità, diciamo che sento la direzione delle cose, del tempo, come ho raccontato in tanti blog. A chi non crede replico di mettermi alla prova, anche davanti a una platea mondiale di esperti, prima del 2012 così rassereniamo gli animi. Per parlare invece di Amore, a cominciare dal mio per la persona che ho sentito più ingiustamente colpita, Gesù. E dopo di lui tutti gli esclusi fino ad Angelo Izzo. Al quale ho dedicato una canzone. Il mio canto libero.

La pausa pranzo degli onorevoli costa 10 milioni


 

Sarà un riflesso condizionato, l’ancestrale paura della fame, ma improvvisamente il ristorante della Camera s’è affollato. Da un paio di giorni, da quando il ministro Gianfranco Rotondi se ne è uscito con la provocatoria proposta di chiudere tutti i ristoranti della politica, buvette, self-service e bar d’ogni grandezza: pranzare costa e rallenta il lavoro, si dà il meglio di sé producendo al massimo proprio in quelle ore in cui invece si stacca per il classico spaghettino o un toast, prendiamo esempio dagli americani. E come se il pericolo fosse reale, oddio qui ci cade addosso anche il Ramadan perpetuo, gli onorevoli fanno scorta di grassi.

La cassa registra un aumento di coperti, a pranzo. Segno tangibile che il ventre del Palazzo è rimasto toccato, non solo metaforicamente. Il presidente Fini tace sulla questione, ma i suoi ricordano che da sempre salta il pranzo senza concedersi nemmeno un tramezzino, «fa una ricca colazione al mattino e tira avanti sino a sera, ma pranza solo per necessità ufficiali». Però la sortita di Rotondi preoccupa, se persino una magrezza esemplare come Gabriella Carlucci lamenta: «Almeno la buvette, no. Io m’accontento di poco, ma per lavorare ho bisogno di uno yogurt e di una banana». Anche Gabriele Albonetti, non potendo sottrarsi al ruolo di questore, drizza le antenne e reagisce scherzando: «Ma sì, chiudiamo tutto e teniamo i deputati a stecchetto, si risparmiano un sacco di soldi. Mettiamo una macchinetta a gettoni, per merendine e bibite: anzi, la mettiamo nel cortile, così quando piove chi vuol mangiare soffrirà anche il freddo e la pioggia».

Sì, sofferenza e risparmio... Non per dire, ma sapete quanti ristoranti ci sono in Parlamento? Ben sei. Più due buvette, svariati bar e baretti di ardua conta perché non c’è palazzo o dependance che non abbia almeno una mescita. Se tale ambaradan di mangiare e bere è poco o troppo per una tribù di 950 rappresentanti della nazione, più 3.000 dipendenti e 300 giornalisti, fatevelo dire da un nutrizionista. Ma sapete quanto spendono Camera e Senato per i servizi di ristorazione? Una decina di milioni d’euro l’anno, 20 miliardi delle vecchie lire. In cibo, alcolici e bevande varie, posate e servizi beninteso, senza contare il personale addetto, camerieri, banconisti, capi e cucinieri. Se al conto si aggiungono anche gli stipendi del settore, si va tranquillamente oltre i 20 milioni d’euro.

Ormai la tendenza generale è quella di appaltare i servizi di ristorazione, ma una buona fetta di gestione interna si conserva. E in verità, c’è da aggiungere che almeno Montecitorio incassa più di qualche spicciolo, perché in entrata segna 1 milione e 100mila dalla ristorazione, accanto a 600mila di spesa per alimentari, 5 milioni e 200mila di spesa per la ristorazione gestita da terzi, e 200mila per la ristorazione esterna nella verifica dei risultati elettorali. Palazzo Madama invece, nel bilancio di quest’anno segna soltanto 1 milione 434mila di spesa per la ristorazione dei senatori e 1 milione 345mila per quella del personale, più 20mila euro in posate e stoviglie. Misteri dei bilanci, ma sembra strano che al Senato si mangi gratis... Dei ristoranti, volete sapere? Sono aperti anche la sera, pur se i parlamentari cenano a Palazzo molto meno di un tempo. A Montecitorio c’è un ristorante elegante per gli onorevoli, con una sala «veloce» dove 8 coperti sono riservati ai giornalisti. Poi un self-service al piano sotto l’aula aperto a tutti gli addetti, un altro ristorante a Palazzo Marini, e un quarto all’ultimo piano di San Macuto, con terrazza e vista sulla cupola del Pantheon, aperto anche a quelli del Senato. È molto frequentato d’estate, perché a dispetto di quel che vorrebbe Rotondi, nella pausa pranzo anche gli occhi vogliono sfamarsi. Al Senato c’è un ristorante molto raffinato (qui i cronisti hanno diritto a 12 posti), ottimi vini e gran cucina, per il quale i palati raffinati stan soffrendo essendo in cambio di gestione.

Più il self-service per i dipendenti. Totale generale 6, che salirebbe a 7 se le Belle arti e le polemiche non avessero bloccato il roof garden super vip che la gestione senatoriale precedente a quella del presidente Schifani stava impiantando sul palazzo della biblioteca.
Delle buvette e degli svariati quanto onorevoli bar s’è detto e scritto sin troppo, quel che è singolare però - specie in questi tempi di antidoping e impronte digitali - è che non si prenda esempio dagli autogrill, vietando almeno la mescita di alcolici quando c’è seduta. Perché «forchettoni» come si diceva un tempo può anche andar bene, ma almeno sobri.

Mafia, da Spatuzza fango anche su Schifani Il presidente del Senato: "Calunnia, denuncio"





Palermo - Il pentito Gaspare Spatuzza chiama in causa anche il presidente del Senato Renato Schifani. E le sue affermazioni, altri schizzi di fango su figure istituzionali, suscitano polemiche e reazioni. Lo stesso Schifani parla di calunnie e ha già annunciato l'intenzione di denunciare chi "infanga la mia dignità professionale, politica e umana". Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, difende "l'integrità di Schifani che è sotto gli occhi di tutti". Dal fronte opposto, invece, il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, chiede chiarimenti sulla vicenda.

La soffiata Ed eccola, la vicenda, così come la ricostruisce il mafioso pentito. In un'informativa della Dia, depositata al processo d'appello contro il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri, Spatuzza ricorda un episodio che risalirebbe ai primissimi anni '90 e sostiene di avere visto l'attuale presidente del Senato incontrare il boss di Cosa Nostra, Filippo Graviano. La storia si riferirebbe al periodo in cui Schifani esercitava la professione di avvocato civilista e amministrativista e Graviano non era ancora latitante. Schifani assisteva civilmente Giuseppe Cosenza, indiziato per mafia e poi sottoposto al sequestro e alla confisca dei beni e alla sorveglianza speciale per tre anni. 

Nella propria informativa del 26 ottobre scorso, la Dia di Firenze ricostruisce che gli incontri si sarebbero svolti nella sede della Valtras, azienda appartenente a Cosenza. "Ho cercato nella mia memoria - dice Spatuzza - di collocare i rapporti di Graviano Filippo su Milano. In proposito preciso che Filippo Graviano utilizzava talvolta l'azienda Valtras, dove lavoravo, come luogo di incontri. Accanto a questa c'era un capannone di cucine componibili di Pippo Cosenza, dove pure si svolgevano incontri, dove ricordo avere visto più volte la persona che poi mi è stata indicata essere l'avvocato del Cosenza". 

Ossia, Schifani. "La cosa - prosegue il pentito - mi fu confermata dal Graviano Filippo a Tolmezzo, allorquando, commentando questi incontri, Filippo mi diceva che l'avvocato del Cosenza, che anch'io avevo visto a colloquio con lui, era in effetti l'attuale presidente del Senato Renato Schifani. Preciso che anch'io, avendo in seguito visto Schifani su giornali ed in televisione, l'ho riconosciuto". 

Schifani smentisce "Non ho mai avuto rapporti con Filippo Graviano e non l'ho mai assistito professionalmente" è la dura replica di Schifani, che annuncia: "Denuncerò in sede giudiziaria, con determinazione e fermezza, chiunque, come il signor Spatuzza, intende infangare la mia dignità professionale, politica e umana, con calunnie e insinuazioni inaccettabili. Sono indignato e addolorato. 

Ho sempre fatto della lotta alla mafia e della difesa della legalità i valori fondanti della mia vita e della mia professione. I valori di un uomo onesto". Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del Pdl, parla di "un'ulteriore tappa del cammino turpe dell'uso politico dei pentiti". "Siamo davanti al corrispettivo di un'operazione militare - gli fa eco il presidente dei deputati Pdl, Fabrizio Cicchitto -. Un pentito a orologeria, versione italiana dei kamikaze, viene istruito e utilizzato inventando circostanze a molti anni di distanza secondo un piano studiato a tavolino".

Di Pietro chiede chiarimenti Di diverso avviso il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, secondo il quale "di fronte a una ricostruzione circostanziata e meticolosa fatta da un pentito di mafia, la seconda carica dello Stato, direttamente chiamato in causa, deve spiegare nel merito se conosce o ha avuto incontri con il boss Graviano. In assenza di spiegazioni convincenti si creerebbe un gravissimo corto circuito istituzionale che imporrebbe le dimissioni di Schifani". 

Solidarietà da Cossiga "Piena solidarietà politica ed umana, come amico, senatore ed ex presidente del Senato" è stata espressa dal presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, al presidente del Senato, Renato Schifani.


De Benedetti vuole i soldi: martedì sentenza Cir Assalto a Berlusconi: Santoro, pentiti e no B Day



Milano - Tanti, maledetti e subito. Carlo De Benedetti non vuole aspettare il processo d’appello, anche se dai fatti - la «guerra di Segrate», ovvero lo scontro con Silvio Berlusconi per il controllo della Mondadori - sono passati ormai diciott’anni, e si può immaginare che un paio d’anni in più o in meno non farebbero poi questa grande differenza.

Anzi, secondo i legali dell’Ingegnere proprio il tempo trascorso rafforza il diritto del loro assistito a incassare senza altri ritardi i 750 milioni di risarcimento che il 3 ottobre scorso il giudice Raimondo Mesiano ha disposto a favore della Cir, la holding dell’editore di Repubblica. A pagare, dice la sentenza, deve essere la Fininvest di Silvio Berlusconi, che nel 1991 avrebbe conquistato il controllo della casa editrice milanese corrompendo uno dei giudici chiamati a dirimere lo scontro tra i due imprenditori.

Ieri gli avvocati di De Benedetti hanno depositato alla Corte d’appello di Milano l’atto con cui si oppongono a qualunque sospensione o rinvio del pagamento del gigantesco bonus. Era l’ultimo giorno utile, d’altronde, perché la Cir facesse valere le proprie ragioni in vista dell’udienza che segnerà un passaggio decisivo di questa annosa vicenda.

Martedì 1 dicembre la Corte d’appello milanese deciderà se i 750 milioni di risarcimento vadano pagati immediatamente da Berlusconi a De Benedetti, come prevede la sentenza Mesiano e come l’Ingegnere pretende nelle quattro pagine depositate ieri; o se invece, come chiede il Cavaliere, il pagamento debba essere sospeso fino a quando non si sarà celebrato il processo d’appello vero e proprio, cioè - con i tempi della giustizia civile a Milano - circa un paio d’anni.

Gli argomenti della Fininvest per chiedere che il pagamento venga congelato sono noti. Gli avvocati del Biscione mettono in discussione la sentenza di Mesiano in tutti i suoi contenuti, anticipando in buona parte i contenuti di quello che sarà il processo d’appello: ricordando, ad esempio, che la sentenza a favore della Fininvest del 1991 (quella scritta dal giudice Metta, poi condannato per corruzione insieme a Cesare Previti) non mise affatto fine alla «guerra di Segrate», e che poco dopo Berlusconi e De Benedetti raggiunsero l’accordo che lasciava al primo i libri e le riviste, al secondo Repubblica, l’Espresso e i giornali locali. Ma il professor Vaccarella e gli altri legali del Cavaliere si battono soprattutto contro l’obbligo immediato di pagamento disposto da Mesiano. È vero che nei processi civili questa è la norma.

Ma il «caso Mondadori», dicono, è reso atipico dalla strabiliante altezza della posta in gioco. Per pagare oggi 750 milioni a De Benedetti, la Fininvest dovrebbe vendere una parte dei suoi asset, rinunciare a progetti di sviluppo, a investimenti, insomma subirebbe dei danni che - se la sentenza d’appello dovesse annullare quella di primo grado - non potrebbero essere riparati. E in tal caso, dicono, non ci sarebbe alcuna certezza neanche sulla concreta possibilità di recuperare i 750 milioni versati a De Benedetti, visto che il sistema bancario - verso cui la Cir è esposta per cifre rilevanti - potrebbe appropriarsi della somma.

Ma la Cir ha fretta. Già il 22 ottobre aveva fatto partire un «atto di precetto» contro Fininvest per chiedere il pagamento immediato, e solo una decisione del presidente della Corte d’appello Giacomo Deodato, che ha fermato le bocce in attesa dell’udienza di martedì, ha impedito all’Ingegnere di pignorare i beni di Fininvest. E nel controricorso depositato ieri, la Cir ribadisce il diritto a incassare tutto e subito: ricordando che la sentenza di Mesiano arriva dopo una sentenza penale definitiva sugli stessi fatti, quella che insieme al giudice Metta condannò Cesare Previti per avere agito per conto della Fininvest.


 


Sempre più disagi dietro le mura di casa Arriva la nuova «Michelin dei poveri»

Corriere della Sera




A Roma 50 mila famiglie in crisi: Sant'Egidio presenta la 20sima guida che insegna come sopravvivere in città


La nuova «Michelin dei poveri»
La nuova «Michelin dei poveri»
ROMA - Con amara ironia l’hanno ribattezzata la «Michelin dei poveri» perché è una guida indispensabile per la sopravvivenza di chi è costretto a vivere di espedienti, spesso dormendo per strada. A Roma, va ricordato, sono almeno 7 mila i senza casa. Ma la nuova guida «Dove mangiare, dormire, lavarsi 2010» pubblicata dalla Comunità di Sant’Egidio non è rivolta soltanto a loro.

«E' un vademecum per tutti i poveri - spiega Mario Marazziti, portavoce della Comunità - che in questi mesi di crisi sono aumentati in maniera esponenziale». E non solo nella Capitale. Secondo Sant'Egidio, aumenta in tutta Italia la povertà: ogni anno migliaia di persone si rivolgono ai telefoni e agli sportelli della Comunità in cerca di aiuto e «se nel 2008 le famiglie "normali" che chiamavano per confessarci gravi problemi economici (dal mutuo alla bolletta che non riescono più a pagare) erano il 18%, quest'anno solo quasi raddoppiati toccando quota 30%».




INSOSPETTABILI - I nuovi poveri sono spesso «insospettabili»: gente comune, vicini di casa non abituate a chiedere aiuto nei normali circuiti. «Sono cittadini che all'improvviso si trovano disarmati, impotenti di fronte a una malattia, un licenziamento, lo sfratto o la rata del mutuo cresciuta troppo in fretta - racconta Francesca Zuccari, responsabile della mensa di Sant'Egidio a Roma -. Non riescono più a sostenere il peso economico della crisi. E chiamano noi».

DIETRO LE MURA DOMESTICHE - Nella Capitale il problema più sentito dai nuovi poveri è proprio, per assurdo, quello della casa: «Sono almeno 50 mila - rivela Zuccari - le persone con gravi problemi di affitto o sfratto». Sì perchè i nuovi poveri hanno una casa, in affitto o acquistata con il mutuo, ma rischiano di perderla. Ed è dietro le mura domestiche - molto più che tra i senzatetto - che cresce la fascia di povertà diffusa. Sono soprattutto anziani e giovani ad essere colpiti dalla stretta economica.

«Il problema che sta esplodendo è quello della disoccupazione giovanile - dicono a Sant'Egidio -: migliaia di ragazzi precari non si vedono rinnovare il contratto. Per assurdo, stanno meglio gli stranieri immigrati che si dimostrano una risorsa indispensabile per il Paese: accettano lavori non più coperti dagli italiani, forniscono entrate all'Inps e all'Erario». Eppoi, spesso i giovani non conoscono i luoghi e le istituzioni cui rivolgersi per cercare aiuto.




VADEMECUM E SOCIAL CARD - Dunque è rivolto anche a loro - ai giovani poveri e ai poveri nascosti dietro le mura domestiche - il 20simo numero del vademecum di Sant'Egidio, che giovedì mattina viene presentato a Roma nell'ambito di «Povera Italia: crisi, povertà e solidarietà», una tavola rotonda a Palazzo Valentini cui partecipano il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, il portavoce della Comunità, Mario Marazziti, assessore provinciale alle Politiche Sociali, Claudio Cecchini, e le esperte di immigrazione di Sant’Egidio, Daniela Pompei e Francesca Zuccari.

Nella Michelin dei poveri ci sono i suggerimenti che possono aiutare chi non è riuscito ad ottenere la «Social card» istituita dal governo: finora soltanto 500 mila italiani l'hanno avuta, contro il milione e 300 mila previsti. Molti non sanno ancora come ottenerla, tantissimi la vorrebbero ma superano, anche se di poco, i parametri di reddito massimo.




OSSERVATORIO - La guida rappresenta un importante momento di riflessione sull’emarginazione e sulle emergenze sociali a Roma e in tutta Italia. Dal suo osservatorio privilegiato, la Comunità fotografa ogni anno la povertà. Dati aggiornati e osservazioni dirette sui mutamenti della condizione della povertà in Italia e a Roma, sugli immigrati di vecchia e nuova generazione.

A Roma questo vuol dire immigrati che mangiano in mensa, rifugiati che vivono nei dormitori, e sempre più italiani (anziani e famiglie numerose) che si mettono in fila per i pacchi alimentari gratuiti.
Oltre 7 mila i senza fissa dimora della Capitale: 2.500 ospiti dei centri di accoglienza, 4.500 vivono per strada.

Stranieri per lo più (70%), con un crescente numero di afgani. Le mense romane di Sant'Egidio - che offrono una media di 100 mila pasti caldi all’anno - hanno registrato una netta diminuzione dei cittadini rumeni (nel 2006 il 30%, nel 2008 l’11%), mentre è salito il numero dei rifugiati afgani (nel 2006 il 20%, ora il 48,8%).




BUSSOLA NELL'AREA DEL DISAGIO – Il libretto è una bussola da tenere in tasca per orientarsi nella città. A Roma ci sono posti dove si può ricevere aiuto e accoglienza, ci sono anche luoghi dove si può aiutare ed essere accoglienti. Non tutti ne sono a conoscenza: è difficile soprattutto per chi è da poco nella Capitale e non ha contatti.

Nelle pagine della guida sono segnalate 27 mense, 35 dormitori, 24 ambulatori, 12 luoghi dove lavarsi e 96 centri d'ascolto nella capitale. Una rete di solidarietà molto parcellizzata, ma consistente. La prima edizione di «Dove mangiare, dormire, lavarsi» pubblicata dalla Comunità di Sant’Egidio risale al 1990. Oggi all’edizione romana si è aggiunta anche quella genovese.

LA COLLETTA ALIMENTAREL’emergenza vede schierata sul fronte della lotta all'emarginazione e alla fame non solo la Comunità ma molte altre organizzazioni. Accanto allo sportello dei pacchi viveri istituito da Sant'Egidio a Trastevere, ci sono iniziative come la Raccolta alimentare a favore dell’Emporio della carità.

Quaranta tonnellate di merci, 3.700 scatoloni consegnati, 400 volontari impegnati in 55 punti di raccolta: numeri da record per la quinta edizione della manifestazione organizzata lo scorso 7 novembre dalla Caritas diocesana e dal gruppo Sma con il patrocinio della Provincia di Roma. La manifestazione ha coinvolto nella solidarietà circa 12mila persone che hanno consegnato merci a lunga conservazione ai volontari.

Carlotta De Leo
Luca Zanini
26 novembre 2009

Onu, accuse a due preti italiani «Soldi ai guerriglieri hutu in Congo»

Corriere della Sera


Il rapporto denuncia il fallimento della missione di pace: denaro alle milizie responsabili di stupri e massacri

dal nostro inviato  MASSIMO A. ALBERIZZI
 

NAIROBI – Due sacerdoti italiani, un ruandese naturalizzato italiano che celebra nella diocesi di Lucca e un prete belga premiato con un milione di dollari dall’Opus Dei, sono accusati dal rapporto degli esperti nominati dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di finanziare i gruppi hutu responsabili di efferati massacri nella repubblica Democratica del Congo.

Il documento, che è ancora riservato ma di cui il Corriere è riuscito a procurarsi una copia e la cui lettura tiene incollati come un avvincente romanzo d’azione, è durissimo e accusa senza mezzi termini i caschi blu dell’Onu di non essere in grado di mantenere la pace, l’Uganda di continuare a sfruttare le risorse minerarie, la Cina di giocare un ruolo equivoco e contraddittorio, e alcune organizzazioni non governative spagnole di aver abbandonato la loro attività umanitaria per finanziare sanguinari ribelli ruandesi hutu, che combattono contro il governo di Kigali dominato dai tutsi.

SACERDOTI SOTTO ACCUSA - La relazione non perdona sacerdoti cattolici impegnati a combattere la loro guerra privata. Il gruppo di esperti – c’è scritto nel rapporto – ha ottenuto le mail originali che mostrano i collegamenti tra il missionario saveriano Piergiorgio Lanaro, che vive a Kasongo in Congo, e il presidente dell’Fdlr (Fronte democratico per la liberazione del Ruanda), Ignace Murwanashyaka, arrestato in Germania il 17 novembre accusato di stupro, crimini di guerra e contro l’umanità.

Secondo gli investigatori dell’Oonu, l’Fdlr è coinvolto nello sfruttamento delle risorse minerarie del Congo orientale, dove operano i suoi miliziani, soprattutto oro. Lanaro avrebbe deliberatamente deviato fondi raccolti in Europa a fini umanitari verso i combattenti dell’Fdlr, cosa che avrebbe fatto con la complicità di padre Franco Bordignon, tesoriere regionale dei saveriani, residente a Bukavu. Padre Bordignon, raggiunto per telefono a Bukavu, ha dichiarato di essere a conoscenza del documento degli esperti, ma di non volerlo commentare perché non ufficiale.

Gli investigatori, per altro, sostengono le loro ragioni citando una mail con cui lo stesso padre Piergiorgio racconta della sua abilità nel raccogliere danaro per sostenere la causa del Fdlr. In un messaggio di risposta Murwanashyaka conferma il suo desiderio di ricevere questo finanziamento.

RIFUGIATO IN ITALIA - Sul banco degli accusati per relazioni con i ribelli hutu anche Jean-Berchmans Turikubwigenge, prete rifugiato ruandese che ha preso la cittadinanza italiana. Secondo un rapporto di Rakiya Omar, consulente del governo ruandese per la demobilizzazione e la reintegrazione e anima del gruppo di difesa ei diritti umani, African Right, padre Jean è stato ordinato sacerdote nel 1990 da Papa Giovanni Paolo II. Divenuto cappellano militare durante il genocidio del 1994 e scappato dal suo Paese per non subire rappresaglie. Esule a Roma, si è laureato all’università gregoriana e ora è vice direttore dell’ufficio missionario e direttore per l’immigrazione della diocesi di Lucca.

PREMIATO DALL'OPUS DAY - L’accusa più grave viene rivolta a un sacerdote cattolico belga fiammingo: Constant Goetschalckx, leader dell’organizzazione religiosa Brothers of Charity (fratelli della carità) con rappresentanze in tutto il mondo, con lo statuto di membro consultivo del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, la cui missione è sostenere progetti per aiutare i profughi ruandesi che vivono nei campi di Kigoma, in Tanzania.

Per il suo impegno caritatevole padre Constant – che lavorava nel campo - ha ricevuto il premio Opus Prize: un milione di dollari stanziati dall’Opus Dei. Costant Goetschalckx, è imputato per aver finanziato i guerriglieri hutu ruandesi responsabili di aver bruciato villaggi, ammazzato gli uomini, violentato le donne e rapito i bambini: venivano a ritirare il denaro direttamente a casa sua.

I SIGNORI DELLA GUERRA - Accuse specifiche sono rivolte a organizzazioni umanitarie spagnole, basate nelle Baleari, come la Fundaciò S’ Olivar e la Inshuti,,entrambe con sede nelle Baleari e finanziate del governo locale dell’arcipelago. Il rapporto articola le accuse meticolosamente. Cita testimonianze, messaggi mail e conversazioni telefoniche, ricevute di pagamento e di trasferimento di denaro che svelano connessioni all’apparenza assurde.

Al capezzale delle ricchissime regioni orientali del Congo siedono i sanguinari signori della guerra, accusati di spietati eccidi, le grandi multinazionali, che si spartiscono le risorse minerarie, le potenti diplomazie di tutto il mondo, con il loro cinismo che non si cura di stragi, carneficine e macelli, e organizzazioni non governative che parlano di l’assistenza umanitaria ma invece aiutano e armano feroci miliziani e guerriglieri. L’ex colonia belga è ancora una volta sull’orlo del disastro.

(malberizzi@corriere.it)
26 novembre 2009

Fa proposte oscene a 40enne Denunciata nonna di 80 anni

Libero

Una donna di 80 anni è stata ammonita dalla polizia di Treviso, dopo la denuncia di un vicino di casa quarantenne. L’accusa è quella di stalking: le forze dell’ordine hanno infatti richiamato l’anziana signora affinché rinunci a infastidire l'uomo - che ha la metà dei suoi anni - con approcci a evidente sfondo sessuale.
 
Il singolare caso è toccato agli uffici della questura trevigiana dove stamattina si è presentato il quarantenne disperato, che non sa più come comportarsi con la focosa ammiratrice. Secondo il verbale da lui sottoscritto, l'anziana, a quanto pare perfettamente capace di intendere e di volere, da tempo lo avrebbe fatto oggetto di attenzioni eccessive e moleste, appostamenti, chiamate e messaggi telefonici tali da compromettere la sua qualità della vita e da indurlo, alla fine, a rivolgersi alle forze dell'ordine.

Nonostante l'età della donna, la polizia, basita di fronte allo strano caso di stalking, ha ritenuto necessario l'intervento.

Filmati medici e politici famosi»

Corriere della Sera

Parla l'ex compagno del viado Brenda: collaborava con i carabinieri arrestati per il caso Marrazzo


MILANO — Brenda che sognava il Brasile, do­ve però sarebbe stato subito arrestato. Brenda detta «Bal­lantine’s», che accecato dalla rabbia e dall’alcol distruggeva a calci le auto dei clienti. E soprat­tutto Brenda ricattato e ricatta­tore, che con una piccola teleca­mera nascosta filmava in casa i propri clienti. Giorgio T., 41 an­ni, ex spacciatore ed ex convi­vente del trans, racconta a No­vella 2000 la loro storia d’amore e i legami tra viados e carabinieri corrotti in quel mercato del sesso proibito che ruota intorno a via Due Ponti e via Gradoli.

La sua testimonianza va presa con le molle, visto che l’uomo ha più di un sassolino nelle scarpe. Ad arrestarlo furo­no infatti Carlo Tagliente e Nico­la Testini, due dei militari coin­volti nella tentata estorsione a Marrazzo. E mentre scontava la pena in carcere, il suo ruolo di pusher dei trans gli venne sof­fiato proprio da Gianguerino Cafasso, morto il 12 settembre scorso in circostanze ancora tut­te da chiarire. Su una cosa, pe­rò, ci sono pochi dubbi: Gior­gio conosce molto bene le per­sone di cui parla.

Incontrò Brenda all’inizio del 2006 e i due si trasferirono in un appartamento in affitto di via Gradoli: «Quando ci siamo messi insieme — racconta Gior­gio — Brenda era già una confi­dente di Testini e Ta­gliente». Confiden­te nel senso che li aiutava a incastrare gli spacciatori. Nel 2007 i carabinieri al­zano la posta: pre­tendono che il via­do, come già fanno «parecchi» altri suoi colleghi, filmi i clienti più facoltosi e poi consegni i vi­deo ai militari. Bren­da, clandestino e con un conto aperto con la giu­stizia brasiliana, non può tirar­si indietro. Le «persone importanti» ri­prese da Brenda sarebbero «più di dieci». Avvocati, medici, commercialisti e anche alcuni politici.

Nel caso di Marrazzo il video circolerebbe in una dop­pia versione, una girata con il cellulare di Brenda, un’altra con la telecamera nascosta. Quest’ultima però non finì nel­le mani dei carabinieri: «Lei la fece vedere in giro, forse per far ingelosire Natalie, e poi la mise al sicuro affidandola a una sua amica». Anche se non sa con certezza chi sia l’amica, Giorgio considera «molto probabile» che si tratti di Michelle (il tran­sessuale scappato a Parigi di cui ora si sono perse le tracce) e che il video si trovi ancora nelle sue mani. A proposito del computer, che Brenda dichiarò in un inter­rogatorio di non possedere, Giorgio assicura che il viado ne aveva uno ed era bravo ad usar­lo. Lo testimoniano i montaggi che si divertiva a fare con le sue foto: assieme a Beckham, in ver­sione Warhol, con il corpo di una modella.

La loro storia si chiuse alla fine del 2007, ma re­starono in buonissimi rapporti. L’ultima telefonata tra Brenda e il suo ex sarebbe avvenuta ve­nerdì, mentre il taxi stava ripor­tando il trans nella casa un cui sarebbe morto poco dopo: «Era ubriaca ma non depressa. Parla­va con voce serena, quasi felice. E mi disse che aveva deciso di tornarsene in Brasile»

Fabio Cutri
26 novembre 2009



Niente crocifisso dalla preside La dirigente rischia maxi multa

Quotidianonet

Blitz dei vigili urbani in una scuola di Palermo. La multa sarà di 500 euro in base ad un'ordinanza del sindaco che dispone di mantenere il simbolo cristiano nelle aule scolastiche e negli uffici pubblici

Palermo, 25 novembre 2009

Manca il crocifisso nella sua stanza e adesso la preside di una scuola di Chiusa Sclafani, in provincia di Palermo, rischia una multa di 500 euro. Tutto per l’ordinanza del sindaco Francesco Di Giorgio che dispone di mantenere il simbolo cristiano nelle aule scolastiche e negli uffici pubblici, «come espressione dei fondamentali valori civili e militari dello Stato italiano».

 Così, i vigili urbani si sono presentati all’istituto comprensivo «Reina», hanno fatto il giro delle classi dove hanno accertato la presenza del crocifisso; poi sono entrati nell’ufficio della preside Francesca Accardo, cui hanno fatto notare che qui invece mancava. «Nessuno ha toccato i crocifissi nelle aule e io neppure mi era accorta che nella mia stanza non ci fosse - si sfoga la dirigente scolastica sulle pagine del quotidiano La Repubblica - penso di vivere in un Paese democratico e non in una dittatura e vorrei occuparmi serenamente della scuola. Denuncerò l’accaduto al ministro Gelmini e al direttore dell’Ufficio scolastico regionale, sperando che mi difendano».



Delitto via Poma: "Simona uccisa in un impeto rabbia"

Il Tempo

L'avvocato della famiglia Cesaroni, Lucio Molinaro: "Non è certo che l'assassino volesse far sparire le tracce dell'omicidio. Contro Busco tre gravi indizi di colpevolezza".

 

È sempre stato uno dei punti fermi dell'infinito giallo capitolino, ricco di apparenti colpi di scena, presunti colpevoli sbattuti in prima pagina e falsi scoop. Ma per diciannove lunghi anni una cosa, almeno, è rimasta certa: l'assassino di Simonetta Cesaroni aveva tentato di pulire le tracce del massacro e, con tutta probabilità, voleva far sparire il cadavere. L'obiettivo, insomma, era eliminare ogni collegamento tra lui e il luogo del delitto. Ergo, il «mostro» di via Poma non poteva essere qualcuno estraneo all'elegante comprensorio del rione Prati. Un dogma investigativo che, secondo l'avvocato della famiglia Cesaroni, Lucio Molinaro, è frutto del sovrapporsi di imprecisioni «calcificate» dal quasi ventennale bombardamento massmediologico.

Per anni lei e Claudio Cesaroni, il padre di Simonetta, avete ripetuto che il nome dell'assassino era nelle carte. C'era anche quello di Raniero Busco? «No, non c'era».

Come mai?
«L'efferatezza dell'omicidio e il luogo ci facevano escludere un suo coinvolgimento. Busco la vedeva tutti i giorni, perché avrebbe dovuto ucciderla proprio lì?».

Poi cambiaste idea, però... «Io e Cesaroni accogliemmo con sorpresa la notizia che ci diede il pm Cavallone sul presunto coinvolgimento dell'ex fidanzato. Il padre di Simonetta era incredulo. Man mano che il pm ci mostrava gli indizi in suo possesso, cambiammo atteggiamento. E alla fine gli dicemmo: allora vada avanti».

Ma quale potrebbe essere il movente? Le lettere di Simonetta, pubblicate di recente, rendono poco verosimile un delitto passionale, per gelosia. «Sì, le lettere dimostrano che Simonetta era innamorata e lui no. E molti, dopo averle lette, mi hanno fatto notare che, casomai, era lei che avrebbe dovuto uccidere lui! Ma nella vita non si può mai sapere...».

Le prove contro Busco sono tre: saliva sul reggipetto, morso sul seno, sangue sulla porta della stanza in cui venne trovato il cadavere. Partiamo dalla saliva. «In sede di autopsia il medico legale Ozrem Carella Prada spogliò Simonetta e mise in un cassetto dell'obitorio reggiseno e corpetto, che non vennero mai esaminati. Io pensavo che l'avesse fatto, ma non era così. Là rimasero fino al 2007, quando le indagini subirono un nuovo impulso anche grazie a questo elemento. Con una simulazione, i periti hanno dimostrato che la saliva scompare se l'indumento viene lavato. E, infatti, il legale di Busco sostiene che Simonetta aveva lo stesso reggipetto usato quando incontrò il fidanzato tre giorni prima dell'assassinio».

Parliamo del morso. «Fu scoperto sempre dal medico legale durante l'esame autoptico. Dichiarò che aveva caratteristiche tali da fargli pensare fosse stato inferto poco prima, durante o subito dopo l'aggressione. Il termine usato fu "molto probabilmente". La ferita era comunque recente, perché non ancora cicatrizzata. Carella Prada aveva gli strumenti per accertare se il morso fosse stato contemporaneo all'omicidio o no. Non lo fece».

Per quale ragione?
«Semplice. Non gli diede importanza».

Oggi, tuttavia, la difesa di Busco sostiene che non si può fare una comparazione fra l'arcata dentaria di Raniero, che in vent'anni è pure cambiata, e la foto del morso. Lei che ne pensa? «Certo, è difficile creare la profondità con un'immagine bidimesionale. Ma i periti della procura mettono le mani sul fuoco sulla qualità della ricerca effettuata».

Veniamo al Dna sul sangue. «Il sangue è quello del tassello della porta della stanza in cui venne rinvenuto il corpo di Simonetta. All'epoca era troppo poco per essere utilizzato. Con le nuove tecniche, invece, è stato possibile moltiplicare la traccia. Il rischio è quello dell'inquinamento dell'indizio, che può essere stato a contatto con più persone. E il fatto che non si è riusciti a fare tutte le prove necessarie ma solo un quarto delle stesse». Conclusione? «Non si è sicuri che sia di Busco e però non è possibile escluderlo».

Anche sull'ora della morte della Cesaroni le certezze sono state scalfite.
«Nell'immediatezza del delitto la temperatura corporea non venne misurata».

Perché? «Si disse che ad agosto faceva caldo e, perciò, l'analisi sarebbe stata falsata. Quindi l'arco temporale del decesso preso in considerazione fu tra le 14 e le 19».

Invece... «Paola Cesaroni accompagnò in auto la sorella alla fermata del metrò Subaugusta alle 15. Mettiamo 40 minuti di tragitto e 15 a piedi fino a via Poma, siamo alle 15,55 circa. Poi c'è la telefonata alla Berrettini, che dice di aver richiamato Simonetta alle 17,40. E le telefonata non fatta, ma annunciata, a Volponi alle 18,30. Di conseguenza la morte dovrebbe essere avvenuta tra le 17,40 e le 18,30. E su questo dato vennero controllati gli alibi dei cinque personaggi allora coinvolti, in seguito diventati sedici».

Ma...? «Ma Cesaroni aveva dubbi sulla telefonata fra la figlia e la Berrettini. Li espose a Cavallone, il quale ci riferì che la perzia autoptica aveva dimostrato come dall'ultimo pasto della vittima, avvenuto intorno alle 14,30, alla morte non potevano essere trascorse più di due ore. Così arriviamo alle 16,30».

E allora chi parlò con la Berrettini, se Simonetta era già morta?
«Non c'è certezza sull'ora riferita dalla Berrettini».

Errori degli inquirenti, imprecisioni e approssimazione nei servizi giornalistici. Si disse anche che non furono controllati i cassonetti sotto al palazzo. Qual è stata secondo lei la più grave pecca investigativa? «La mancata ricostruzione dei movimenti della vittima e dell'assassino sul luogo del delitto. Gli investigatori si convinsero che era un caso semplice e non ricostruirono la scena. Quando e dove Simonetta fu colpita, i segni di trascinamento del corpo, il sangue che ancora c'era sul pavimento. Inoltre non vi fu mai confronto fra quanto detto dalle cinque persone presenti nel cortile. I cassonetti vennero controllati, invano. E si perquisirono anche alcune abitazioni».

Qual è la sua ricostruzione? «Simonetta è al lavoro, il computer è acceso e così verrà trovato. Viene colpita alla tempia da dietro e in modo violento. Sviene. L'aggressore pensa che sia morta. Si spaventa. La prende in braccio e la porta nell'ultima stanza, dove verrà trovata. Qui viene inferta la prima coltellata, fatale, alla carotide. La ragazza muore in 30-40 secondi. A questo punto arrivano gli altri 28 colpi, che, a cuore fermo, non provocano eccessiva fuoriuscita di sangue».

Una simulazione? «Sì».

 L'assassino, però, ha pulito la stanza, ha lavato il pavimento? «Solo intorno al corpo e, secondo me, usando unicamente gli abiti spariti di Simonetta».

E gli stracci bagnati? «Non c'erano tracce di sangue e la donna delle pultizie li aveva usati a mezzoggiorno, per poi riporli nello sgabuzzino. Normale, quindi, che a mezzanotte fossero ancora umidi».

Resta sempre il dubbio sul movente. «Il delitto è d'impeto, forse scaturito da una violenta lite. Non c'è un vero e proprio movente. Tutto può aver avuto origine dalla rabbia».

Ha fatto bene il gip a rinviare a giudizio Busco?  «Doveva farlo. C'erano tre gravi indizi di colpevolezza; diciamo due e mezzo, poiché quello del sangue non è completo».

Che si aspetta dal processo? «Che in dibattimento a questi indizi si aggiunga una testimonianza. Che qualcuno cada in contraddizione. Che venga finalmente fuori la verità».

E se Busco dovesse risultare innocente?  «Che almeno attraverso la celebrazione del processo emergano elementi in grado di inchiodare il colpevole alle sue responsabilità».

Maurizio Gallo
25/11/2009