venerdì 27 novembre 2009

Sudan, ragazza frustata per la gonna al ginocchio


 
Khartoum - Una ragazza sudanese di 16 anni ha subito 50 frustate, pena a cui era stata condannata da un giudice per aver indossato una gonna lunga fino al ginocchio considerata "indecente". Lo hanno reso noto la madre della ragazza e il suo avvocato. La madre dell’adolescente Silvia Kashif ha fatto sapere che intende denunciare gli agenti di polizia che hanno arrestato la sedicenne e il giudice che ha emesso la sentenza, in quanto la ragazza è minorenne e anche di religione cristiana.

Una caso che emerge sull’onda dello scalpore suscitato dalla vicenda di Lubna Ahmad al-Husseini, la giornalista sudanese condannata a 40 frustate per aver indossato i pantaloni, e che proprio in questi giorni è in Francia dove è giunta dopo essere fuggita dal suo paese in niqab sfidando le leggi ed i controlli dell’aeroporto di Khartoum, e per presentare il suo libro "40 frustrate per un pantalone". Silvia Kashif, la cui famiglia è originaria del sud del Sudan, è stata arrestata la scorsa settimana mentre si recava a piedi al mercato nei pressi di casa sua di Kalatla, alla periferia di Khartoum.


Crocifisso, leghista fa volantinaggio in piazza. Litiga e bestemmia

Il Messaggero


E' accaduto a Genova. E' dovuta intervenire la Digos per dividere i due contendenti. Tensione anche con il sindaco
 



GENOVA (27 novembre) - Diffonde volantini per chiedere il mantenimento del crocifisso nelle classi, litiga con un passante, perde la pazienza e si abbandona a una serie di bestemmie. E' accaduto a Genova dove attivisti della Lega Nord hanno organizzato in piazza De Ferrari un gazebo per raccogliere firme per il mantenimento dei crocifissi nelle classi (messo in dubbio da una recente sentenza della Corte di Strasburgo).

La giornata è stata segnata anche da una lite tra il segretario provinciale leghista Edoardo Rixi e il sindaco Marta Vincenzi accusata di essere «molto legata alla comunità islamica». Sono intervenuti anche manifestanti dei centri sociali che hanno intonato cori contro la Lega.

Cronaca del litigio. Idee discordanti sul crocifisso a scuola, un litigio, un'attivista della Lega, sui cinquant'anni, dà uno spintone a un uomo sui 60 anni. Altri attivisti cercano di dividere i due uomini, ma a quel punto il leghista ha perso il controllo e ha iniziato a urlare bestemmie tra lo stupore dei passanti. Sono intervenuti due agenti della Digos ai quali l'uomo ha spiegato di aver agito così perché da poco aveva perso il lavoro e l'altro gli aveva detto di «andare a lavorare».


Marrazzo, Jennifer a pm «Cafasso non era pusher di Natalie»

Il Messaggero

ROMA (27 novembre) - «Rino conosceva Natalie, io personalmente li ho visti insieme solo una volta, molto prima che succedesse questo scandalo, prima della vicenda Marrazzo del luglio scorso, ma per quanto ne so lui non era il pusher di Natalie, a lei non portava droga». Questo uno dei passaggi dell'interrogatorio di Jennifer, la trans fidanzata con Gianguerino Cafasso, il pusher dei viados del giro di via Gradoli e via Due Ponti a Roma, morto il 12 settembre scorso in un albergo sulla Salaria. Jennifer è stata sentita la scorsa notte in procura a Roma dai pm titolari dell' indagine sull'affaire Marrazzo e titolari del fascicolo aperto per omicidio volontario sulla morte della trans Brenda.

Jennifer ha confermato ai magistrati le circostanze della morte di Cafasso, spiegando di non aver assunto la sera del 12 settembre la droga - eroina tagliata con alcune sostanze perchè assomigliasse alla cocaina - «perchè era amara», ma non ha aggiunto altri particolari. Il viado non è testimone di giustizia e la procura prima di una sua possibile e probabile espulsione come immigrato clandestino, ha voluto risentire il trans per l'ultima volta.

«Io e Rino eravamo fidanzati - ha spiegato Jennifer - e quando ero insieme con lui, non potevo prostituirmi, insomma non avevo clienti perché lui era molto geloso». Confermando la circostanza che Cafasso non era il pusher di Natalie («non so se Rino sia stato confidente dei carabinieri» ha detto), si complica la posizione dei due militari Luciano Simeone e Carlo Taglienti, rispetto alla presenza della droga su un piatto, che fecero irruzione il tre luglio scorso nell'appartamento del trans in via Gradoli, sorprendendo Marrazzo e il viado. I due militari avevano incolpato proprio Cafasso di aver girato il video. Versione che non ha mai convinto la procura. Tagliente e Simeone sono ancora in carcere.



Cucchi, un detenuto accusa i carabinieri: «Stefano mi disse: ho preso botte da loro»

Il Messaggero


L'uomo ha scritto una lettera alla famiglia del ragioniere. Dubbi sulla testimonianza




ROMA (27 novembre) - Un detenuto arabo ha scritto una lettera alla famiglia di Stefano Cucchi nella quale si accusano i carabinieri del pestaggio del 31enne morto il 22 ottobre. 


«Mi hanno ammazzato di botte i carabinieri». L'uomo riferisce di aver condiviso la stanza numero 6 con Cucchi nel centro clinico di Regina Coeli. Qui, avrebbe raccolto le sue confidenze inviate in una lettera tramite il senatore Idv Stefano Pedica. «Mi ha chiesto una sigaretta... Io l'ho presa da un mio amico, poi gli ho domandato "chi ti ha picchiato?" vedendolo sul suo viso come stava (colore rosso viola). Lui mi risponde: "Mi hanno ammazzato di botte i carabinieri", rispondendomi in romano. "Tutta la notte ho preso botte... per un pezzo di fumo"».

«È arrivato un ragazzo sulla barella - si legge nella lettera - faticava a camminare, mi sono messo a sua disposizione vedendo le sue condizioni, gli ho preparato il letto, lui mi ha chiesto una coperta, sentiva molto freddo».

Il testimone poi spiega nella lettera che durante la notte Stefano era stato male: «Nella nostra cella si sentivano forti urla. Mi sono alzato dal letto insieme ad un altro amico e ci siamo avvicinati a Stefano per vedere cosa succedeva. Lui disse "non chiamate nessuno, però sto male". Era impaurito. Il giorno successivo Stefano rispondendo alle domande del detenuto su chi lo aveva picchiato disse "per due volte i carabinieri". Poi, secondo il detenuto, Stefano venne visitato da un medico. «Lo toccò ai fianchi - scrive il detenuto - e Stefano fece un urlo e il dottore disse che doveva andare immediatamente in ospedale».

Nella lettera il testimone spiega che il geometra romano non voleva andare in ospedale. «Solo alla fine - si legge - mi rispose "va bene vado in ospedale". Prima che andasse via gli ho preparato una busta con dei biscotti e alcune mele. Lui si era offerto di chiamare i miei familiari». «Quando Stefano è andato via - continua la lettera - io e il mio amico di stanza ci siamo parlati in arabo dicendo che non si può fare questo ad una persona umana, Dio non vuole così. Ora Stefano è nelle mani di Dio. Questi pagheranno per sette volte il male che hanno fatto. Stefano ora sei al sicuro, Pace amico mio».

Dubbi sulla testimonianza. Si tratta di una testimonianza fino a oggi inedita, della quale è a conoscenza il pm Vincenzo Barba, che non avrebbe avuto riscontro di tale circostanza dopo aver sentito altri detenuti.


Lei non sa chi sono io», ma non va Multa e punti tolti a Lapo Elkann

Il Messaggero




PARIGI (26 novembre) - Fermato dalla polizia parigina per essere passato con il semaforo rosso, Lapo Elkann ha sfoderato il più classico dei classici: «Lei non sa chi sono io». Un tentativo inutile: il rampollo di casa Agnelli ha portato a casa una sonora multa e la patente più leggera di qualche punto.

Il fatto è stato riportato dal settimanale Eva e ben documentato da un servizio fotografico. Questa è la terza multa in un mese del rampollo.


Negato Auditorium per il libro di Luxuria. Il sindaco: «I trans sono persone malate»

Corriere della Sera


L'ex parlamentare era stato invitato dai giovani dell'associazione «La guerra di Piero»


ANAGNI - La denuncia arriva da Mario Michelangeli, segretario del PdCI del Lazio. «I giovani dell'associazione 'La guerra di Pierò hanno richiesto all'amministrazione comunale l'utilizzo dell'auditorium per la presentazione del libro di Wladimir Luxuria Le parole non dette. La sala è, da sempre,utilizzata per tali attività. Il sindaco, Carlo Noto del Pdl, ha rifiutato la richiesta per la sala con la sconvolgente motivazione che trattasi di iniziativa che parla di transessuali e, quindi, a suo dire, di persone malate e che tali argomenti sono inadatti e diseducativi».

MEDIOEVO - «Anagni è una meravigliosa cittadina medievale in provincia di Frosinone ed oggi ha un sindaco che sembra sia rimasto, appunto, a quell'epoca; almeno a giudicare da quanto è accaduto in questi giorni in merito ad un significativo evento culturale». Le affermazioni del sindaco - aggiunge Michelangeli - oltre che paradossali sono un grave atto di omofobia, di censura, di intolleranza ed inciviltà. I giovani organizzeranno comunque la presentazione del libro, del quale si è parlato ovunque e in numerose trasmissioni televisive, ma è certo che ad Anagni si è vissuta una pagina oscura che offende la sua storia, la sua cultura e la sua gente. Esprimo totale solidarietà ai giovani dell'associazione e a Luxuria per tale vergognoso accadimento».

27 novembre 2009


I magistrati si attengano al loro ruolo Intoccabile un governo che ha fiducia"




 Roma - Tra premier e toghe interviene il Quirinale. "L’interesse del Paese richiede che si fermi la spirale di una crescente drammatizzazione delle polemiche e tensioni non solo tra opposte parti politiche, ma tra istituzioni investite di distinte responsabilità costituzionali". Così il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sul clima di forte tensione tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e la magistratura. "È indispensabile che da tutte le parti venga uno sforzo di autocontrollo nelle dichiarazioni pubbliche e che quanti appartengono alla istituzione preposta all’esercizio della giurisdizione si attengano rigorosamente allo svolgimento di tale funzione".

"Stop alla magistratura" Usa parole nette Napolitano, in una dichiarazione alla stampa, a margine di un’udienza in Quirinale, nella quale afferma che "va ribadito che nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza del parlamento". Parole che si configurano come una risposta a quanto è emerso dall’ufficio di presidente del Pdl, ieri, e ai timori paventati dallo stesso Berlusconi. Nulla, ribadisce Napolitano, può abbattere un governo che ha la fiducia della maggioranza delle Camere "in quanto poggia sulla coesione della coalizione che ha ottenuto dai cittadini-elettori il consenso necessario per governare". 

"Riforma nei rapporti" La riforma della giustizia che porti anche a definire un equilibrio corretto tra politica e toghe va fatta in parlamento e in un clima di dialogo tra le diverse parti politiche. Chiede ancora il presidente della Repubblica. "Spetta al Parlamento esaminare - dice Napolitano - in un clima più costruttivo misure di riforma volte a definire corretti equilibri tra politica e giustizia". 

"Non posso tacere" Il presidente della Repubblica legge una dichiarazione ai giornalisti a margine di un’udienza in Quirinale e lancia un appello fortissimo a evitare una ulteriore drammatizzazione delle tensioni. Sono quindici righe che rispondono punto per punto alle preoccupazioni manifestate da più parti nei rapporti tra politica e giustizia e anche ai timori del premier, che ieri, durante l’ufficio di presidenza del Pdl, ha lamentato che si voglia "abbattere il suo governo". 

La dichiarazione del presidente della Repubblica avviene nella Sala di Rappresentanza del Colle con una procedura, sinora inedita, che testimonia la preoccupazione del capo dello Stato per lo scontro in atto nel Paese. Al termine dell’udienza con l’Anmil, i giornalisti vengono raccolti nella Sala di Rappresentanza dove pochi minuti dopo Napolitano li raggiunge e legge la sua dichiarazione. Poche parole per motivarne l’urgenza: "Scusate, vi ringrazio della vostra disponibilità - dice il presidente -. Sento il bisogno di dire qualcosa in questo particolare momento".

Alfano: "Parole sagge" "Le parole di Napolitano mi sembrano sagge e opportune". Così il Guardasigilli Angelino Alfano ha commentato le dichiarazioni del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rispondendo ai giornalisti a Montecitorio.

Bossi: "Bisogna stare tranquilli" L’appello del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a non drammatizzare lo scontro fra istituzioni e a un maggiore autocontrollo nelle dichiarazioni pubbliche è condiviso da Umberto Bossi. Il leader della Lega nord, fermato da due cronisti mentre lascia la Camera, risponde "sì, bisogna stare un pò tranquilli" alla domanda se condivida le parole del capo dello Stato.

Fini: "Piena condivisione" Il messaggio del capo dello Stato "va letto e apprezzato nella sua totalità". È questo il commento di Gianfranco Fini, presidente della Camera, alle parole pronunciate oggi dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Sul messaggio, rende noto Fini, c’è "piena condivisione". 

Schifani: "L'invito non cadrà nel nulla" "Come sempre il Capo dello Stato dice parole profondamente sagge. Il Presidente Napolitano invita ogni componente del sistema istituzionale ad assumere toni e atteggiamenti responsabili nell’esclusivo interesse della nostra serenità democratica". È quanto dichiara il Presidente del Senato, Renato Schifani, aggiungendo: "Siamo certi che questo invito non cadrà nel nulla e che la crescente drammatizzazione alla quale fa cenno il Presidente Napolitano avrà necessariamente termine, con risposte concrete, aprendo così la strada a quel clima che il Paese ci chiede per modernizzarlo attraverso le grandi riforme ormai indifferibili". 

Cicchitto: "Si conferma super partes" "Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con la sua dichiarazione conferma di avere una posizione al di sopra delle parti. Egli ha sottolineato la necessità di salvaguardare l’autonomia della politica, di evitarne l’imbarbarimento e che non si possono modificare attraverso interventi impropri della magistratura equilibri politici determinati dal voto degli italiani". Lo afferma il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto. 

Finocchiaro: "Richiamo alla responsabilità" "Dal Presidente Napolitano, anche oggi, giungono parole chiare e forti sui corretti rapporti che ci devono essere tra le istituzioni del nostro Paese. Ma il richiamo più rigoroso e importante è, a me sembra, quello alla responsabilità della politica. Che è fatta di sobrietà, misura e rispetto delle istituzioni. Non sempre in questi mesi e in queste settimane c’è stata da parte di tutti questa assunzione di responsabilità. 

Io mi auguro che l’esortazione del Capo dello Stato serva a svelenire il clima e a riportare nel giusto alveo, quello parlamentare, il confronto tra le forze politiche. È li e solo li che si può costruire quel percorso di riforme che servono al nostro Paese. Il Pd in questo ha sempre creduto e continuerà a farlo". Lo afferma in una nota Anna Finocchiaro, Presidente del gruppo Pd a Palazzo Madama. 

Bobo Craxi: "Giornata storica" "È una giornata quasi storica: per la prima volta dal 1992 un Capo dello Stato 'bacchetta' i magistrati", afferma in una nota Bobo Craxi, dei Socialisti Uniti - Psi. "Napolitano - aggiunge Craxi - è un autentico garante delle istituzioni del nostro Paese. Allo stato, scongiurata la deriva sudamericana, anche le altre istituzioni facciano la loro parte". 

Di Pietro: non polemizzo ma... "Non intendo polemizzare con il presidente della Repubblica, ma intendo riaffermare che anche in questa legislatura ci sono troppi parlamentari in conflitto di interessi con la giustizia, direttamente o indirettamente. Affidare serenamente a questo parlamento, così composto, le riforme in materia di giustizia sarebbe come affidare a dracula la gestione del pronto soccorso". 

Il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, accusa il colpo affermando di non voler "polemizzare con il capo dello stato" ma nello stesso tempo di non potersi "esimere dal riaffermare che i magistrati, quando lamentano l’impossibilità di potere svolgere il proprio lavoro per colpa di norme criminogene che vengono emanate da questo parlamento, non possono essere zittiti".

Bersani: emerge la centralità del Parlamento Pier Luigi Bersani, segretario del Partito Democratico, afferma in una nota che dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano arriva "un richiamo forte ed energico al quale tutti devono corrispondere. In particolare, da ogni passaggio delle parole del Presidente, emerge ancora una volta la centralità del Parlamento. Di questo siamo consapevoli e convinti. È quella la sede nella quale deve condursi un confronto trasparente e leggibile dai cittadini tra le diverse posizioni politiche sia in termini di riforme sia per quel che riguarda le grandi scelte economiche e sociali".


Polonia: presentata una legge per mettere al bando tutti i simboli del comunismo

Corriere della Sera


Chiunque li utilizza o ne è in possesso potrebbe rischiare fino a 2 anni di carcere 

 


Le bandiere rosse potrebbero essere vietate in Polonia a partire dal prossimo anno (Ap)

MILANO - Vent'anni fa, dopo la caduta del Muro di Berlino, decisero di buttare giù le statue di Lenin e di Marx e di seguire le democrazie occidentali. Adesso i politici polacchi hanno presentato un breve emendamento che mette al bando qualsiasi simbolo comunista dal paese dell'Est europeo. Il Senato ha infatti approvato una modifica all'articolo 256 del codice penale che dichiara illegali tutti i simboli comunisti. Chiunque li utilizza o ne è in possesso rischia fino a due anni di carcere per aver commesso il reato di «glorificazione del comunismo». Il Presidente della Repubblica Leck Kaczynski lunedì prossimo dovrebbe firmare la legge che probabilmente entrerà in vigore dal prossimo anno. A questo punto anche indossare t-shirt con l'immagine di Che Guevara o solamente canticchiare l'Internazionale nelle strade di Varsavia sarà considerato un crimine in Polonia.

EMENDAMENTO – La nuova legge infatti proibisce espressamente tutte le immagini che inneggiano a sistemi antidemocratici: l'articolo afferma che è vietata «la produzione, la distribuzione, la vendita o il solo possesso di oggetti che richiamano al fascismo, al comunismo o ad altri simboli di totalitarismi». Uno dei principali promotori della norma è Jaroslaw Kaczynski, fratello gemello del Presidente della Repubblica e capo del partito di opposizione «Legge e Giustizia». Secondo Kaczynski questa legge è sacrosanta perché il comunismo è uno dei simboli negativi del '900:

«Nessuna immagine del comunismo ha diritto di esistere in Polonia - ha spiegato ai media locali il leader dell'opposizione - Il comunismo e il suo sistema genocida deve essere comparato al nazismo». Molti storici polacchi condividono la tesi di Kaczynski: «Quello comunista era un sistema terribile e omicida che ha causato la morte di milioni di vite» ha dichiarato lo storico Wojciech Roszkowski. «Non è sbagliata la comparazione con il nazismo - sottolinea lo studioso polacco - e per questo i due sistemi e i loro simboli devono essere trattati allo stesso modo».

PASSATO CHE NON PASSA - Sebbene i comunisti non abbiano più alcuna influenza politica, in Polonia sembra che il passato non voglia proprio passare. Nelle scorse settimane la Polonia infatti è stato il Paese che più si è battuto contro la candidatura di Massimo D'Alema a Ministro degli Esteri dell'Ue. L'ambasciatore della Polonia presso la Ue Tombinski definì D'Alema «un problema» per il suo passato comunista e precisò che era più adatto a quest'incarico «una persona la cui autorità non può essere contestata a causa delle sue appartenenze politiche passate». Recentemente l'uscita dell'ultimo film del famoso regista Andrzej Wajda che racconta il massacro di Katyn durante la Seconda Guerra Mondiale ( i sovietici uccisero oltre 20.000 tra civili e soldati polacchi) ha suscitato un rinnovato odio contro gli oppressori russi.

LIBERTA' D'ESPRESSIONE - Come sottolinea il Times di Londra lo scopo dei politici polacchi è chiaro: «rendere invisibile il comunismo». Il ministro degli Esteri Radoslaw Sikorski ha ribadito che il Palazzo della Cultura e della Scienza, il più alto grattacielo in Polonia, deve essere abbattuto solo perché è un regalo fatto da Stalin ai cittadini di Varsavia. Non importa che, nel corso degli anni, sia diventato una delle strutture simbolo della città: «Se lo abbattessimo, anche la Polonia avrebbe il simbolo della fine del comunismo come la Germania ha i resti del muro di Berlino.

Poi in termini ecologici è anche una costruzione molto inquinante». La battaglia contro il comunismo ha comunque il sostegno della popolazione e della stampa: «Il punto centrale è dimostrare che non vi è nulla di romantico o di divertente nel comunismo» dichiara un cronista polacco al Times. «Il comunismo - prosegue il giornalista - non è stato un gioco. E neppure un’ideologia che riscaldava il cuore. Il comunismo invece fermava i cuori, li faceva appassire e li rendeva freddi».

Francesco Tortora
27 novembre 2009

Svezia, tutti pazzi per il materassino coi chiodi da fachiro

Quotidianonet

E' fatto di una leggera imbottitura di gomma e ricoperto da iuta di cotone, sul quale sono incassati una serie di dischi di plastica muniti di piccoli aghi. Meno aghi ci sono e più fa male


Roma, 27 novembre 2009


Non è fatto di legno e chiodi di ferro come quello usato dai fachiri indiani, ma è una variazione svedese moderna di un materasso con tanti aghetti. Moderno o no, scrive il New York Times che riporta la notizia, fa male.

In Svezia però piace e tanto. E’ un materassino in verità, fatto di una leggera imbottitura di gomma e ricoperto da iuta di cotone, sul quale sono incassati una serie di dischi di plastica muniti di piccoli aghi. Meno aghi ci sono e più fa male. “E’ un po’ doloroso all’inizio”, racconta al quotidiano newyorkese l’insegnante di yoga e scrittrice 46enne Catarina Rolfsdotter-Jansson, che usa il letto del moderno fachiro quasi ogni giorno. “Il trucco è che l’adrenalina affluisce velocemente, dopo di che ti rilassi e ti senti di nuovo bene”. Ma quando ti alzi dal materasso hai la schiena ricoperta da una serie di “forchettate”.

Ciò nonostante è qualche anno che la moda impazza tra gli svedesi. Ad agosto, uno dei maggiori produttori di materassi coi chiodi, Shakti (dal nome della dea della fertilità indiana) ha chiamato a raccolta 3mila persone in un parco di Stoccolma per stendersi sui materassini disposti per formare i raggi del sole. La maggior parte di loro (2.500) cantavano dei mantra, mentre i rimanenti si addormentarono, a riprova delle proprietà rilassanti dell’oggetto.

Alcuni sostengono che il materassino cura di tutto, dalla schizofrenia alla forfora, per altri, più moderati, riesce a risolvere i problemi d’insonnia, le micranie e perfino l’asma. Ogni tappetino, che misura circa 40 per 60 centimetri, contiene tra i 4mila e gli 8mila chiodini e costa tra i 33 e i 77 euro. In Svezia si può acquistare dall’azienda CuraComp (anche via internet: http://www.natur-produkter.se/cura-comp-m-40.html?language=en), che ne produce 100mila all’anno, circa un quinto di quelli venduti nel Paese scandinavo, mentre il resto li esporta. Il direttore della Shakti, Dan Engman, ha rivelato però di essere in trattative per distribuire il materassino tramite Ikea.


Il pallone non basta più. Vuoi giocare? Porta le tribune

Il Messaggero

ROMA (26 novembre) - La vita diventa sempre più complicata. Una volta per essere sicuri di giocare era d'obbligo portare il pallone, oggi bisogna incollarsi le tribune. Così farà il Pisa (serie D) impegnato domenica in trasferta a Pontedera.

Le tribune supplementari sono state giudicate a norma e verranno piazzate intorno al campo. La squadra di casa provvederà al costo del trasporto e dell'installazione. In questo modo potrà essere accolta almeno la metà dei 2500 pisani che seguiranno la squadra in trasferta. La decisione è stata presa per venire incontro ai tanti sostenitori per i quali spesso non c'è posto nei piccoli impianti della serie D.


Video shock a Napoli, il presunto assassino si difende: non sono io il killer

Il Messaggero


NAPOLI (27 novembre) - Alla fine, ripensando a quelle immagini, non ha fatto altro che ribadire il punto fermo della propria difesa: «Non sono io il killer della Sanità, avete preso un abbaglio, non sono io quello che entra nel bar col cappellino, che fa un giro su se stesso, che spara alle spalle e lascia la scena».

Ventotto anni, Costanzo Apice tiene la guardia alzata: si difende dall’accusa di essere l’esecutore materiale dell’omicidio di Mariano Bacioterracino, lo scorso 11 maggio all’esterno dell’Antica caffetteria Vergini del rione Sanità. Nel chiuso della sala colloqui del carcere di Santa Maria Capua Vetere, il presunto killer, riferisce il Mattino, risponde così alle domande del pm Sergio Amato. E conferma in modo esplicito una serie di passaggi già evidenziati nel corso del provvedimento cautelare che lo tiene in cella, arresti firmati sabato scorso dal gip del Tribunale sammaritano Paola Cervo, dopo il blitz dei carabinieri venerdì scorso a Castelvolturno.


Veronica diventa regina di denari: chiede a Silvio 2mila euro all'ora

di Annamaria Bernardini De Pace


Un avvocato serio può esprimere pareri che riguardino la sua professione solo se ha a disposizione fatti e documenti che li comprovino. Dunque, quello che segue non è un parere ma un allettante guazzabuglio di ipotesi, per la gioia di chi è coinvolto con la curiosità nel clamore suscitato dalla richiesta di Veronica.
Naturalmente, in qualità di avvocato, in particolare di avvocato che si occupa prevalentemente di diritto di famiglia, sono bersagliatissima di domande a proposito di Veronica, alle quali non so rispondere e non posso neppure farlo.

Certo che gli aggettivi con i quali ho sentito qualificare la «richiesta» meritano di essere riferiti, se non altro per chiarire la natura del rimbombo mediatico. Sconveniente, sfacciata, inquietante, spaziale, ma anche impudica e provocatoria. Forse quest'ultima definizione può essere condivisa dai più, se non altro per la strategia che sembra esserci dietro questa storia infinita e al di fuori del territorio di noi comuni mortali. Noi che combattiamo tutti i giorni col costo del lavoro, e della vita, coi crediti inesigibili, con la necessità di ridurre il personale e con la continua contrazione dei canonici periodi di ferie.
Intanto, bisogna spiegare che le notizie giornalistiche possono anche non essere la verità e, dunque, non è improbabile che la richiesta di Veronica non sia neppure contenuta in un ricorso regolarmente depositato (a Monza e a Milano sembra che non ne risulti alcuno); è possibile, altresì, che non sia questa la richiesta ed è anche ipotizzabile che la reboante cifra sia la base di una trattativa non ancora conclusa o definita con il due di picche; che sia comprensiva di cespiti patrimoniali o frutto della fantasia di qualche zuzzurellone.

Facciamo finta che sia tutto vero. Che, cioè, Veronica abbia chiesto 3 milioni e mezzo di euro al mese a titolo di assegno di mantenimento, ossia 42 milioni di euro all'anno. Non sappiamo se l'importo comprende anche il costo del mantenimento dei figli o se sia destinato solo a coprire il tenore di vita che il Cavaliere, fino a oggi, ha garantito alla sua dama. In tal caso, starebbe a significare che Veronica chiede 42 milioni di euro, ma che, in realtà avrebbe bisogno «solo» della disponibilità netta di 21 milioni di euro. Infatti, l'assegno di mantenimento è soggetto alla falcidie fiscale, circa del 50%, tenuto conto della progressività delle aliquote incidenti. 21 milioni di euro all'anno significa 1 milione e mezzo al mese, circa 350 mila euro a settimana, più o meno 50 mila euro al giorno. Vale a dire 2 mila euro all'ora. Anche nelle ore di sonno.

Come potrebbe reagire il giudice della separazione di fronte a questa richiesta, sempre facendo finta che sia vera? Alla prima udienza, quando il presidente emana i provvedimenti provvisori e urgenti, la valutazione del magistrato è diretta ad approfondire se effettivamente tale urgenza vi sia. Se, cioè, chi chiede l'assegno sia privo di redditi a tal punto da non poter gestire la sua quotidiana sopravvivenza. Di regola, infatti, in quella sede si determina, con un calcolo approssimativo, un assegno per tutelare la parte debole nel tempo necessario a studiare documentazione ed evidenze istruttorie. Assegno che, al momento della sentenza, può essere rivisto, in meglio o in peggio, a seconda di come si è assolto il dovere di provare di avere diritto a ciò che si chiede. Va da sé che la misura dell'assegno deciso dal Tribunale è subordinata al definitivo passaggio in giudicato della sentenza, dopo tre gradi di giudizio (sono terrorizzata dai possibili dieci anni di domande). Pur continuando le parti richiedenti a riceverlo nel frattempo, per l'ammontare via via stabilito nel corso del giudizio.

Facciamo sempre finta che la signora abbia richiesto per sé 1 milione e mezzo di euro netti al mese (cioè, 2mila euro all'ora) per ogni mese della sua vita futura. In teoria e stando alla legge, se riuscisse a dimostrare analiticamente, con estrema precisione e attendibilità che questo è il livello economico dello stile di vita finora mantenuto grazie al prodigioso e generoso marito, effettivamente dovrebbe averne diritto. Tuttavia, non si può trascurare di ricordare che la giurisprudenza ha più volte detto che «l'assegno deve essere determinato in modo da consentire che a entrambi i nuovi nuclei familiari che si formano (...) sia possibile mantenere un tenore di vita equivalente a quello goduto in costanza di matrimonio, se compatibile con il reddito attuale, complessivamente disponibile». E neppure si può omettere di considerare che un conto sono i costi di una famiglia unita e formata da più persone, un conto è il tenore di vita che si ha diritto ad avere quando la famiglia è un ricordo e la responsabilità dell'autonomia una realtà.

Le valutazioni dei magistrati nel calcolare l'equità di un assegno di mantenimento non possono prescindere, al di là della rigorosa prova sui costi effettivi del richiedente, dalla comparazione delle rispettive dichiarazioni dei redditi e dalla capacità patrimoniale di entrambi i coniugi. Stando a quel che si dice e presumendo che tutto sia vero, sembra che il marito in questione abbia un patrimonio di 6 miliardi di euro e la moglie di 27 milioni di euro. Di lei non si conosce la dichiarazione dei redditi (forse niente), mentre per quanto riguarda lui, nel 2005, era di 139 milioni di euro e due anni fa di 14 milioni e mezzo di euro. Se questa è la controfigura della realtà, la richiesta di 42 milioni di euro (magari compreso l'assegno per i figli) non sarebbe stata peregrina se proposta nel 2006. Infatti, l'assegno per moglie e figli pari a un terzo del reddito dell'altro coniuge costituisce prassi di molti provvedimenti giudiziari italiani e osservanza della corretta formula del dottor Calabrò, già presidente del Tribunale di Monza, che, però, prevede solo un quarto del reddito del coniuge forte a favore di quello debole, ove non vi siano figli. Diversa è la situazione oggi che, fatte le debite proporzioni e applicato lo stesso criterio, potrebbe vedere la richiesta accolta in 4 milioni di euro all'anno per moglie e figli (circa un terzo di 14 milioni).

Ma abbiamo fatto tutti i conti senza l'oste. Oste che, in questo caso, è la domanda di addebito. Se viene accertata la «colpa» di lui, è escluso che per tale motivo un qualunque assegno, stabilito all'incirca sui parametri che precedono, per ciò solo, possa lievitare. Se, viceversa, viene riconosciuta la «colpa» di chi richiede l'assegno - per esempio, per violazione di una qualsiasi forma di solidarietà morale e/o materiale - decade automaticamente il diritto a mantenere il tenore di vita matrimoniale, sopravvivendo solo quello al soddisfacimento dei più elementari bisogni (mangiare e dormire, secondo una media di costo stimabile per la maggior parte dell'umanità).

Altra variabile e, quindi, altro oste col quale si dovrà fare il conto è il giudice scelto, e oggi non noto, che dovrà misurarsi in questa impresa obiettivamente benefica. Non si può tacer del fatto che per il Cavaliere è assai arduo trovare un giudice a Berlino. Tuttavia, quelli che in genere si occupano di separazioni hanno mirabile esperienza, personale precedente giurisprudenza e molto buon senso. E spesso giudicano anche con criteri oggettivi. Pur nell'unicità della questione che si troveranno a decidere, non potranno certo smentirsi, né creare un precedente troppo fuori dalle righe e dall'eticamente condivisibile. 

In tutti i casi, salvo nell'ipotesi (per quanto remota) di esonero dall'assegno per «colpa» di chi lo chiederà, lo Stato italiano perderà buona parte dei versamenti di uno dei suoi maggiori contribuenti, ma se li riprenderà da un'altra parte. Forse che lo sponsor della prossima finanziaria sarà Veronica? In nome della legge.




Telefonia: gli sms non potranno costare più di 13,2 centesimi

Il Secolo XIX

Entro gennaio i consumatori italiani potranno usufruire di tariffe per gli sms non superiori a quelle previste nel regolamento comunitario (11 centesimi + iva) e tariffazione al secondo per i clienti che lo richiederanno.

Lo comunica l’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni chiarendo che, «dopo un lungo e intenso confronto, dapprima con Asstel e successivamente con i principali operatori di telefonia mobile, sono giunte oggi le risposte che l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni attendeva e che aveva nei giorni scorsi più volte sollecitato.

Si tratta di singole risposte trasmesse da Tim, Vodafone, H3G e Wind, che si differenziano per caratteristiche e modalità di applicazione in coerenza con il carattere concorrenziale del mercato. In pratica tutte però garantiscono che i clienti dei principali operatori mobili potranno accedere senza costi aggiuntivi a tariffe allineate al tetto comunitario sugli sms e a piani tariffari al secondo».

L’Autorità, da parte sua, vigilerà sul rispetto dei principi generali di trasparenza e di tutela dell’utenza nonchè sull’ osservanza degli impegni assunti.

Oggi il consiglio dell’Agcom ha dunque preso atto con favore delle proposte ricevute e ha deliberato l’avvio di una consultazione pubblica su regole di trasparenza e controllo della spesa nel settore della telefonia mobile.



Il 17enne di Trento non lascerà la scuola "Offro io un lavoro al padre licenziato"

Quotidianonet


E' l'annuncio di un imprenditore di Rovereto colpito dalla 'nobiltà d0animo' dellp studente. "Noi imprenditori non ci stanchiamo di invocare il massimo impegno nel campo dell’istruzione e della formazione"

ROMA, 27 novembre 2009


Il suo addio ai libri aveva fatto parlare mezza Italia. Un ragazzino di 17 anni, studente modello, che decide di mollare la scuola perché il padre è stato licenziato e la famiglia ha bisogno di uno stipendio. "Vado a lavorare", aveva annunciato suscitando il dispiacere di insegnanti, compagni, preside.

Ma forse oggi la triste storia di crisi sembra rischiarata da una svolta: l’azienda Meltasim spa di Rovereto offre un posto di lavoro al padre del ragazzo. Lo annuncia con una lettera al Corriere della Sera, l’amministratore delegato di Meltasim, Maurizio Azzolini, riconoscendo allo studente una notevole 'nobilta' d'animo'. Nella lettera l'azienda specifica che però la sua iniziativa "potrebbe trasmettere un segnale non positivo, ossia che studiare è un’opportunita’ riservata solo ai benestanti" e precisa anche che il Paese non può permetterci alcun arretramento sul fronte degli investimenti, nella conoscenza e nella qualificazione professionale". Ecco perché "noi imprenditori - aggiunge - non ci stanchiamo di invocare il massimo impegno nel campo dell’istruzione e della formazione".


War games a Cuba, dopo 5 anni di tregua

Corriere della Sera

Esercitazioni militari per «fronteggiare le diverse azioni del nemico».
Previste nel 2008 e rinviate causa uragani

MILANO - Li chiamano war games ma sono vere e proprie esercitazioni militari. Obiettivo: «fronteggiare le diverse azioni del nemico». Succede a Cuba, dove le armi sono state rispolverate dopo ben cinque anni di tregua. Il quotidiano Granma parla di operazioni cruciali per la difesa nazionale. Quale sia esattamente la minaccia non è dato sapere, anche se il «nemico» è facilmente identificabile con gli Stati Uniti.

MANOVRE RINVIATE - L'esercitazione strategica "Bastion 2009" sarà in corso fino a sabato «con austerità ma efficienza», scrive il quotidiano. Unità delle Forze Armate Rivoluzionarie e del ministero degli Interni realizzeranno manovre e esercitazioni tattiche e di comando con truppe sul posto, movimento di armi di guerra, pratiche di artiglieria e esercitazioni di volo, fra le altre azioni. Le manovre strategiche "Bastion" sono iniziate nel 1980 e ne sono state effettuate quattro, l'ultima a dicembre 2004, sotto la direzione del Comandante in capo Fidel Castro. Il presidente Raul Castro, succeduto al fratello provvisoriamente nel 2006 e definitivamente l'anno scorso, decise di rimandare a quest'anno le esercitazioni strategiche previste per novembre 2008 a causa dei tre uragani che colpirono l'isola. Per il momento comunque sembra che di «giochi di guerra» si tratti. Tanto più che il presidente statunitense Barack Obama ha detto la settimana scorsa alla blogger dissidente cubana Yoani Sanchez che «gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di utilizzare la forza militare contro Cuba».



In raptus di gelosia, strappa i testicoli all'amante a mani nude

Il Messaggero


LONDRA (26 novembre) - In Gran Bretagna una donna di 34 anni avrebbe staccato a mani nude i testicoli del suo amante, un 49enne scozzese, in preda ad una crisi di gelosia. E' quanto riporta oggi il tabloid Sun.




Helen Hodge è il nome della compagna gelosa, che in seguito a questa brutale aggressione, avrebbe abbandonato il suo uomo nell'appartamento in un lago di sangue. La donna lunedì scorso, in seguito a una lite infuocata con il fidanzato, avrebbe ripetutamente domandato conferme d'amore e fedeltà, alle quali lui non avrebbe dato risposta. A quel punto, presa da un raptus di rabbia incontrollabile, Hodge lo avrebbe assalito, tirandogli via i testicoli. La donna però si dichiara innocente ed è stata rilasciata dopo un interrogatorio avvenuto ieri notte con la polizia di Dundee. Il portavoce della polizia ha però dichiarato che «non finisce qui la storia e le indagini continuano».

Oggi, dopo un intervento chirurgico, il medico del 49enne, ha affermato che l'uomo è stato «rimesso a posto» e potrà avere una normale attività sessuale. La fonte del Sun ha aggiunto che probabilmente Duncan non porterà il caso in tribunale, per non traumatizzare ulteriormente il figlio di 3 anni che ha con la Hodge.


Wikipedia perde colpi: smettono di scrivere quasi 50.000 volontari

Quotidianonet

Con 325 milioni di visitatori ogni mese è il quinto sito più visto della Rete. E gli aggiornamenti vengono effettuati da oltre 3 milioni di scrittori attivi


 

Roma, 26 novembre 2009 - Dopo aver trionfalmente conquistato il web, Wikipedia comincia (forse) a perdere colpi. Secondo uno studio dell’università di Madrid nei primi tre mesi del 2009 almeno 49.000 dei redattori volontari che da tutto il mondo stanno contribuendo a costruire la grande enciclopedia online hanno smesso di collaborare.

I volontari stanno abbandonando il sito che si autoproclama “la libera enciclopedia che ognuno può revisionare” in misura maggiore rispetto a quelli che iniziano a contribuirvi e le perdite hanno subito un’accelerazione nell’ultimo anno. Nei primi tre mesi del 2009, la versione in inglese di Wikipedia ha visto la perdita di oltre 49mila curatori, mentre nello stesso periodo dell’anno precedente gli abbandoni erano stati 4.900.

Il fenomeno potrebbe avere delle implicazioni significative per il fenomeno di democratizzazione che Wikipedia ha contribuito a diffondere su Internet, una sorta di elogio del lavoro non professionale.

Tra i fattori dietro il declino del numero dei volontari ci sarebbero il fatto che la maggior parte degli argomenti sono già stati trattati e la miriade di regole che il sito ha adottato per mettere ordine nel proprio universo indisciplinato, in particolare volte a ridurre le lotte interne tra i curatori sulla trascrizione di materie controverse.

 

La Bbc, che ha dato la notizia, ha sentito i responsabili della filiale britannica, Wikimedia UK. E da Wikimedia si tende a sdrammatizzare. Michael Peel, uno dei dirigenti, dice: “stiamo solo cercando di ingaggiare collaboratori più esperti, professionali, ad esempio stiamo cercando di avviare una collaborazione con i musei”.

Un esperto di internet , Rory Cellan-Jones, dal canto suo parla di una “crisi di crescita” ma esclude “che Wikipedia rischi di morire” o niente del genere.

Ma il responsabile dello studio, il professor Felipe Ortega, della Universidad Rey Juan Carlos di Madrid resta perplesso: “è un trend negativo che va avanti da troppo tempo. Ancora altri due anni così e non escludo che il progetto entri in una fase critica”.

Quasi 325 milioni di visitatori ogni mese fanno di Wikipedia.Org, il quinto sito più popolare al mondo. Il principio base dell’enciclopedia «che tutti possono aggiornare» è che siano gli utenti a scrivere e modificare le voci presenti.


Gli aggiornamenti vengono effettuati da oltre 3 milioni di scrittori attivi in dieci lingue (Wikipedia è disponibile in 266 lingue o dialetti, le più sviluppate sono quelle in inglese, tedesco, francese, polacco e giapponese). L’obiettivo dichiarato di Wikipedia è dare «accesso gratuito e globale allo scibile umano» ma, otto anni dopo il lancio, insieme al successo del sito sono cresciute anche le critiche sull’accuratezza degli aggiornamenti, complici alcuni attacchi a colpi di aggiunte di informazioni deliberatamente sbagliate. Il sito rimane comunque molto popolare, con il numero di utenti cresciuto del 20% nei 12 mesi terminati a settembre.



Occhi puntati sul letto di Brenda "Una telecamera filmava gli incontri"

Quotidianonet

Caso Marrazzo, dieci clienti vip immortalati nei video. Si allarga il giro di ricatti. L'ex del viado: "Passava le prove ai carabinieri". Michelle è sparita

ROMA, 27 novembre 2009 - CI SONO ANCHE i filmati dei clienti. Gli inquirenti parlano di immagini e file «utili alle indagini» insieme con materiale promozionale, canzoni e video in portoghese. Il «tesoro» di Brenda era tutto quello che la trans brasiliana conservava nel portatile. Nel rutilare delle indiscrezioni rimbalzano nomi ipotetici ma gli inquirenti, guidati dall’aggiunto Giancarlo Capaldo e dal sostituto Rodolfo Sabelli, mantengono un riserbo strettissimo. Si sa, e alcuni testimoni confermano, di una decina di clienti di Brenda particolarmente in vista: politici, imprenditori, medici. Non è stato chiarito se, alcuni di loro, siano finiti sotto ricatto.

IL MATERIALE nel computer del monolocale di via di Due Ponti è ingente, 130 giga di varia natura: ci sono video promozionali che la trans utilizzava per attirare, su Internet, i clienti; ci sono le radici brasiliane e riprese degli incontri hot. Ci vorranno giorni per esaminare ogni singolo file recuperato dei circa 60.000 presenti, buona parte dei quali erano stati cestinati. Ma la sostanza della memoria è intatta, nonostante l’acqua che ha innaffiato l’apparecchio. Nel computer ci sarebbero copie delle riprese effettuate da Brenda con una microcamera che sarebbe stata piazzata nell’appartamento. Dell’esistenza dell’apparecchiatura ha parlato anche Giorgio T. ex compagno di Brenda rimasto in rapporti di amicizia con la trans. Il suo racconto è diventato una lunga intervista a Novella 2000.

Secondo la versione dell’ex compagno, precedentemente arrestato dai carabinieri infedeli per spaccio, Brenda avrebbe girato filmini ai clienti per poi passarli agli uomini in divisa. Le immagini dell’incontro a tre con Marrazzo (presente anche Michelle oltre a Brenda) però le avrebbe nascoste affidandole all’amica che ha fatto perdere le proprie tracce dall’estate scorsa. Inutili le ricerche della testimone chiave dell’inchiesta: Michelle avrebbe già lasciato Parigi. Sulla sua sorte si moltiplicano le ipotesi più nere: Michelle è partita volontariamente o è stata fatta sparire? Peraltro dell’incontro a tre nella vasca da bagno con l’ex governatore esisterebbero ben due versioni. Marrazzo aveva chiesto che fosse cancellato ma Brenda non l’aveva fatto e si era vantata mostrando il video alle amiche. Altro particolare ricostruito da Giorgio T. riguarda la decisione di Brenda di allontanarsi dall’Italia. Ne aveva parlato la stessa sera dell’incendio, solo qualche ora prima: «Me ne vado da questo schifo».
Ieri gli investigatori che indagano sul tentativo di ricatto a Marrazzo da parte di quattro carabinieri infedeli, hanno fatto passi avanti attraverso l’analisi dei tabulati.

SAREBBE emerso un rapporto stretto tra gli uomini in divisa e Gianguerino Cafasso, il pusher dei trans trovato morto in un albergo della Salaria il 12 settembre. Su quel decesso si sta cercando di fare piena luce e proprio ieri sono arrivati i risultati ufficiali della perizia tossicologica: Cafasso è stato stroncato da un mix di cocaina ed eroina alle quali erano state aggiunte sostanze per modificare il sapore.

IL PUSHER aveva comprato la droga da uno spacciatore abituale ma, secondo la compagna Jennifer, sembrava poco convinto della qualità della polvere che lei non aveva consumato perché aveva un gusto strano. Nessuna conferma infine alla notizia di una lettera con la richiesta di perdono fatta giungere da Piero Marrazzo al Papa. Il Vaticano non conferma e parla di questioni private. L’ex governatore ha presentato alla Regione un nuovo certificato medico di 60 giorni.



Nel computer di Brenda i provini per i ricatti

Libero

di Roberta Catania


Video molto brevi, una sorta di “promo” di presentazione. Ecco alcuni dei file apparsi ieri davanti agli occhi degli inquirenti che stanno analizzando il computer di Brenda, il trans morto misteriosamente il 20 novembre scorso e legato allo scandalo che un mese fa ha travolto Piero Marrazzo.  


Filmini girati con i clienti, o con qualche collega. I volti non si distinguono perfettamente ed è presto per pensare di poter identificare qualcuno. Comunque si parla di diversi file della durata di un paio di minuti, sul genere di quello del video-ricatto all’ex governatore del Lazio, e che potevano  servire a diversi scopi. La prima ipotesi è che il 32enne brasiliano avesse messo in piedi una “fabbrica del ricatto”, una serie di pellicole dalle quali ritagliare l’essenziale per convincere l’interessato che fosse più indolore dargli dei soldi piuttosto che rendere pubbliche quelle immagini. 


D’altro canto, però, c’è la possibilità che i co-protagonisti delle riprese hard fossero consenzienti, che si duplicassero una copia del film per uso personale e  che quella originale, rimasta al trans, servisse solo per farsi pubblicità nell’ambiente e mostrare alle new entry del giro sulla Cassia i servizi che Brendona  era in grado di offrire. Del resto, come aveva raccontato il viado stesso riguardo al famigerato video di 13 minuti, la scena di Marrazzo nella vasca da bagno con il viado scomparso nel nulla, Michelly, veniva spesso mostrata ai clienti per «scaldare la situazione» e vantarsi di avere conoscenze ad alti livelli. Un promo speciale, che prima di morire il travestito di 32 anni aveva giurato ai magistrati di avere «cancellato per paura». Ma che adesso potrebbe saltare fuori proprio dal computer che gli inquirenti stanno esaminando con grande accuratezza. documenti scritti in portoghese

 I file sono moltissimi, circa 80mila, e il peso della  memoria raggiunge i 130 gigabyte. Cifre che autorizzano a pensare che di video e foto, in quel pc, ce ne siano davvero molti. «Brenda scriveva in portoghese», si lascia sfuggire il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, coordinatore delle indagini e unica persona ad avere una copia dell’hard disk. Altri dettagli, però, il pm non ne dà. È comunque un  particolare che spinge a credere che i magistrati  abbiano aperto anche qualche documento word del pc di Brenda (altrimenti come potrebbero dire in quale lingua scrivesse?). 


Se fosse l’agenda con i contatti telefonici, molti frequentatori di via Due Ponti rischierebbero di uscire allo scoperto. Perché è probabile che i magistrati li convochino per sapere se abbiano mai subito ricatti e ricostruire un quadro più dettagliato dell’affaire in cui si erano infilati i trans e il pusher morto il 12 settembre scorso, Gianguerino Cafasso. Se invece stanno spuntando copie di e-mail scambiate con la famiglia o altri elementi, che richiedono una buona conoscenza della lingua, gli inquirenti affideranno quei file ad un interprete di fiducia. 

Sono ancora sotto esame anche i cellulari e i computer dei quattro carabinieri infedeli. A parte file «di natura strettamente privata», spiega Capaldo, «è stato trovato materiale interessante», che - a quanto pare - avrebbe fornito riscontri ai fini dell’indagine sul ricatto a Marrazzo. 


Riguardo la morte del pusher Cafasso, trovato cadavere in una stanza di un motel sulla Salaria, la situazione resta invariata. Ieri sera è stata depositata in procura la consulenza farmacologica dei periti, che non fornirebbe ulteriori dettagli oltre quelli già noti: la presenza nel sangue di un  mix di eroina e cocaina, che avrebbe stroncato il cuore dell’uomo. Con ogni probabilità sarà deciso oggi se mutare il fascicolo aperto per «morte in conseguenza di altro reato» (lo spaccio di droga) in un’indagine per «omicidio volontario». 


Una consulenza dello stesso tipo è stata disposta anche sul cadavere di Brenda, ma nel suo caso è presto per avere risultati. Intanto gli investigatori della squadra mobile stanno cercando di capire come il trans si fosse procurato alcuni tagli riscontrati sul suo corpo. Ferite che il medico legale colloca temporalmente tra le 14 e le 36 ore prima del decesso, cioè prima che il brasiliano morisse per le esalazioni di ossido di carbonio sprigionare dall’incendio nel suo appartamento. Non si esclude, però, che quei segni sulle braccia  siano la traccia dell’ennesimo gesto autolesionista a cui Brenda era solita. 


Infine l’attenzione dei poliziotti è rivolta anche a capire la causa del rogo. Per ora sembra che qualcuno abbia avvicinato una fiamma, come quella di un accendino, al trolley del trans e che da quell’innesco siano divampate le fiamme. Però, per non tralasciare alcuna pista, sono in corso esami sulla porta dell’appartamento (per sapere se sia stata passata da lì sotto una miccia carica di benzina) e su altri oggetti trovati nel molocale.


Il commento Marrazzo vuole il perdono? Prima si dimetta

di Redazione

Perduto il rispetto, perduto l’onore, Piero Marrazzo si disfa anche dell’ultima virtù che nonostante i filmini, ricatti, la droga e le Brendone gli avrebbe consentito di tenere la schiena dritta: la dignità. Fa sapere, dall’uno o l’altro eremo dove s’è rinchiuso per meglio fare i conti con se stesso e con la sua incommensurabile stupidità, d’essere pentito. Pentito e distrutto. Distrutto e prostrato. Prostrato e depresso. Depresso e addolorato. Insomma, uno straccio. Ha anche invocato la clemenza di Papa Benedetto XVI: «Santità, mi perdoni per tutto quello che ho fatto». Piero Marrazzo, insomma, si è cinto e stringe sempre più il cilicio nell’assillo di espiare i suoi non pochi peccati. Però la cadrega (e il ricco emolumento), quella se la tiene, sostenendo il ruolo, ambiguo come le sue frequentazioni, di dimissionario in carica. Al male ch’egli ammise, la mano sul cuore, d’aver fatto all’istituzione che tuttora rappresenta, la Regione Lazio, non sembra aver molta voglia di porre rimedio. Resta presidente, resta governatore. Di cenere da cospargersi sul capo ne consuma a quintali, ma la cadrega non la molla.

Piero Marrazzo non è una cima. Va a scegliersi un harem di transessuali nella più affollata, frequentata, visibile, pettegola (e squallida) riserva indiana di quel genere di battone/i. Si fa filmare in mutande, se basta. Consente che quegli energumeni in fattezze muliebri lo chiamino sul telefono dell’ufficio. Si reca ai festini a bordo dell’auto blu con chauffeur. Si fa ricattare. Colto in fallo fa il Sircana: s’indigna, sibila che è tutta una montatura, un complotto antidemocratico ai danni suoi e della sinistra tutta. Tutto ciò senza nemmeno trovare un Prodi che lo difenda, che gli manifesti solidarietà. Non essendo una cima s’è fatto facilmente convincere dalla banda di marpioni ai quali politicamente fa capo a calare, stavolta metaforicamente, le braghe della sua dignità fino alle caviglie.

Due volte. Con una prima richiesta di certificato medico che attestasse la momentanea impossibilità di attendere ai suoi molteplici incarichi, cosa facile da ottenere («forte stress psicofisico», capirai) e che consentì a Marrazzo di «mettersi in malattia» e scongiurare in prima battuta quello che i Democratici più paventavano per il forte rischio di prendere una batosta: le elezioni regionali anticipate. La «malattia» non si protrarrà oltre novembre, dichiarò allora il vicepresidente reggente della Regione Lazio, l’ineffabile Esterino Montino: «Il certificato parla di trenta giorni per poter riprendere l’attività. Trenta giorni che serviranno a Marrazzo per decidere quando consegnare le sue dimissioni che quindi dovrebbero arrivare al massimo entro un mese». Il secondo atto di ubbidienza, la seconda mazzata alla propria dignità, Marrazzo se l’è sferrata mercoledì scorso. Smentendo le ipocrite panzane di Esterino Montino che poi sono le solite ipocrite panzane dei «sinceri democratici», dal chiuso del suo ritiro spirituale il dimissionario in carica ha voluto render noto che persistendo il forte stress psicofisico il medico gli aveva prescritto altri trenta giorni «di malattia», la qual cosa significa che Marrazzo cesserà le sue mansioni il 25 gennaio. Cioè, guarda caso, alla vigilia della convocazione dei comizi in vista delle elezioni amministrative di fine marzo.

Prestarsi a un giochetto delle tre carte di tal genere e al contempo flagellarsi, fare penitenza, recitar rosari e buttarsi ai piedi del Santo Padre implorando il perdono, è un esercizio che va al di là delle intenzioni di chi lo ha inventato. Parliamo del geniale (in queste faccende) Antonio Di Pietro. Il quale impose a Cristiano, il suo figliolone coinvolto in un’inchiesta giudiziaria, di dimettersi dal partito, mantenere il posto di consigliere provinciale e quindi, chetate le acque, tornare a far parte attiva dell’Italia dei Valori, e sottolineo valori. Cristiano fece fare tutto al padre, standosene zitto e mosca. Marrazzo no, alle prime avvisaglie dello scandalo che lo ha investito Marrazzo saltò su dicendo: «Ho una mia dignità da difendere». Si deve essere arreso.

Verdi, nuova spaccatura Cento cacciato dal partito


Lo sfogo di er Piotta: «Mi hanno epurato»


Paolo Cento
Paolo Cento
ROMA
- Quando fu trombato alle Politiche assieme all’intera sinistra radicale, Paolo Cento annunciò che sarebbe ripartito da zero «rifondando i Verdi su basi nuove». Invece er Piotta— come lo chiamano a Roma giocando sul cognome e sul giovanile vizietto di far collette a colpi di cento lire — dovrà ripartire da sotto zero. E senza i Verdi. «Cacciato — si sfoga —. Epurato con una letterina imbarazzata. L’ha fatta sporca, Bonelli. Una roba stalinista». L’ex sottosegretario all’Economia è stato espulso dai Verdi, il partito che 23 anni fa aveva contribuito a fondare. La sua colpa? Sedere nel coordinamento di Sinistra e Libertà.

«Bonelli ha vinto il congresso — attacca Cento — ma poiché temeva che in pochi mesi ci saremmo ripresi il partito ha fatto fuori il 49% dei Verdi. Una caccia alle streghe da vecchio partito comunista». E poiché ha perso il congresso ma non il buonumore, Cento ci scherza su: «Siamo alla scissione dell’atomo». La guerra tra i Verdi di Bonelli e gli ex Verdi di Cento — da Loredana De Petris a Grazia Francescato — va avanti a colpi di tessere annullate, carte bollate, risse, commissariamenti e ora anche espulsioni. Bonelli descrive Cento come «un opportunista estremista», portatore di una sinistra «ideologica e antica che ha danneggiato il partito».
 
E lui ricambia: «Bonelli? Già, non è più di sinistra... Forse ha dimenticato quando, per un posto in Parlamento, era capolista della Sinistra arcobaleno dietro Bertinotti? Guida un partitino settario che vale lo 0,5 e dopo le Regionali rischia di chiudere baracca». L’ex scout che girava in Suv, invece, progetta in grande: «Io ho investito su una vasta alleanza tra forze ecologiste e di sinistra e in primavera sorriderò».
 
La sua primavera Cento la vede così. Sinistra e Libertà diventa un «animale politico del 5%», si allea con il Pd e lui, il movimentista caciarone e sognatore, torna in scena per sfidare il sindaco di Roma. «E perché no? Io sono un combattente. E Alemanno l’ho già battuto nel ’96...».

Monica Guerzoni

Divieto di fumo anche in auto Multa doppia se c'è un bimbo

Corriere della Sera


C'è accordo sulle nuove norme proposte dalla Lega: multa da 250 euro e cinque punti sottratti alla patente



ROMA - Quanto tempo ci vuole per rispondere ad una te­lefonata mentre si guida? Con­tate fino a due. E per accende­re una sigaretta? Uno, due, tre, quattro, il cronometro si ferma un filo prima dei cinque secon­di. Il doppio del tempo. E il doppio della distrazione. Nella commissione Lavori pubblici del Senato sono partiti da que­sto studio della Società italia­na di tabaccologia.

Quelle im­magini riprese a bordo (tipo ca­mera car) e poi cronometrate davanti alla tv dicono che la si­garetta distrae più del telefoni­no, già oggi proibito. Per que­sto anche l’Italia, dopo la Gran Bretagna, sta imboccando la strada del divieto di fumo per chi è al volante. Guidatori no smoking, i par­titi sono d’accordo. L’idea è del senatore leghista Piergiorgio Stiffoni: «La sigaretta riduce il livello di attenzione. E al volan­te questo può uccidere».

Esage­ra? No secondo gli ultimi dati Aci-Istat: la guida distratta ha provocato nel 2008 più di 40 mila incidenti, il 15,5 per cento del totale. Non solo sigarette, certo. Ma anche. Il divieto arri­verà sotto forma di emenda­mento alla riforma del codice della strada, il testo già all’esa­me della commissione che azze­ra il livello di alcol per i neopa­tentati. Multa di 250 euro e ta­glio di cinque punti dalla paten­te, sanzione raddoppiata se a bordo ci sono minori.

E qui la sicurezza in gioco è quella dei polmoni: «Con i finestrini chiu­si - dice ancora Stiffoni - la macchina diventa una camera a gas. Almeno i più piccoli van­no protetti». L’emendamento sarà messo ai voti nei prossimi giorni. Ma l’accordo è già stato chiuso. «È un’idea di buon sen­so e siamo pronti a votarla» di­ce il capogruppo del Partito de­mocratico Marco Filippi. Per il Pdl l’ok è del relatore Angelo Ci­colani: «La sigaretta al volante non distrae solo quando l’ac­cendiamo o la spegniamo. Se cade un po’ di cenere, e capita, è facilissimo perdere il control­lo. Il divieto aumenterà la sicu­rezza».

D’accordo anche l’Italia dei valori che sullo stesso tema aveva presentato un suo dise­gno di legge, e mercoledì ha formalizzato il suo sì con il se­natore Gianpiero De Toni. Dopo il voto in commissio­ne dei prossimi giorni si passe­rà all’Aula, sempre del Senato, per poi tornare alla Camera. E sembra difficile l’ipotesi della sede deliberante - cioè senza il passaggio in Aula - per ac­corciare i tempi e chiudere pri­ma di Natale. Sul divieto di fu­mo l’accordo è totale ma c’è un altro punto che manda all’aria l’unanimità necessaria per la procedura abbreviata.

La Lega vorrebbe considerare respon­sabile di omicidio volontario chi provoca un incidente mor­tale dopo aver bevuto. «No - dice il capogruppo del Pd Filip­pi - fare la faccia cattiva non serve a molto. Piuttosto sono necessari maggiori controlli da parte della polizia. E per questo proponiamo un fondo annuale di 250 milioni di euro da destinare al ministero del­l’Interno».

Lorenzo Salvia
27 novembre 2009



Giallo mani mozzate, fermato un vicino

Corriere della Sera


Un uomo in manette per l'omicidio di Carla Molinari, 82 anni: è un artigiano di 58 anni.Trovate le sue impronte


MILANO - Svolta nel giallo dell'omicidio di Carla Molinari, l'82enne uccisa il 5 novembre nella sua villetta di Cocquio Trevisago (Varese) e mutilata delle mani dal suo assassino: un uomo è stato posto in stato di fermo. È un italiano di 58 anni, di professione imbianchino. Il fermato, un artigiano che vive in un paese vicino, era già stato condannato per omicidio colposo della moglie, nel 2003 (l'uomo ebbe un incidente in auto: lei morì carbonizzata, mentre il marito si mise in salvo senza però riuscire a salvarle la vita.

Per questo, l'imbianchino patteggiò la pena a un anno e quattro mesi per omicidio colposo). A quanto si è saputo, il presunto assassino e Carla Molinari si conoscevano da tempo. Gli investigatori stanno ricostruendo nel dettaglio la natura dei loro rapporti e le ultime ore di vita dell'ex tipografa e della persona accusata di averla uccisa. A carico del fermato vi sarebbero impronte di scarpe sul luogo del delitto e gli spostamenti del suo telefono cellulare. Gli sarebbero, inoltre, stati riscontrati graffi sul volto, frutto forse di una colluttazione. Investigatori e inquirenti non fanno cenno al possibile movente del brutale omicidio. Quel che è certo è che lo ritengono premeditato.

LE IMPRONTE DI SCARPE - A tradire l'indagato sarebbero state proprio le impronte di scarpe, numerose, trovate sulla scena del delitto. Erano in tutta la casa, escluso il bagno: scarpe da ginnastica, nume­ro non grande (38/39), lo stesso della vittima. Sembravano seguire traiettorie senza senso. In al­cuni punti erano appaiate, come per la conseguenza di un salto. Insensate, tanto da far pensare a un depistaggio, ipotesi valida anche per i quattro mozziconi di sigaretta senza cenere accanto e ritro­vati per terra: erano di quattro marche diverse e la vittima non fumava. Così come avrebbero potuto essere depistaggi la cernie­ra slacciata dei pantaloni di lei (perché si pensasse a una violen­za?) oppure le carte lasciate sui cassetti e la cura sistematica nel­lo svuotarli tutti, come si voles­se suggerire la teoria di una rapi­na o un furto. In casa non c'erano altri segni i disordine o collut­tazione, a parte uno sgabello per terra accanto alla donna. L'assassino aveva allacciato la cerniera del maglioncino di Carla, prima aper­to perché sul davanti non ci so­no i segni dell’oggetto appuntito con cui è stata colpita 15 volte.

IL TESTAMENTO - Un amico di famiglia aveva riferito che Carla Molinari, il cui patrimonio ammontava a circa 500mila euro, stava per fare testamento: «Era già andata a incontrare un no­taio e mia madre l’aveva ac­compagnata - ha raccontato Piercosma Turua­ni Porretti -. Voleva lasciare una parte dei suoi averi ad alcu­ni parenti, ma non tutto, per­ché diceva che erano già perso­ne benestanti. Una parte vole­va invece lasciarla alla Chiesa. Mi sembra volesse anche desti­nare un campo che possedeva a Caldana, una frazione di mon­tagna, alla signora che per tan­ti anni le aveva tenuto le chiavi di casa, a cui era davvero rico­noscente e a cui era fortemen­te legata».

26 novembre 2009(ultima modifica: 27 novembre 2009)


Sei disabili su un'isola deserta: il reality ha toccato il fondo

Il Messaggero

di Sergio Talamo




ROMA (25 novembre) - Siamo arrivati al fondo, e il traguardo merita un euforico squillar di trombe. Ieri sera, sull’emittente britannica Channel 4, è andato in onda Cast Off (“Gli scartati”). Un reality che ha per protagonisti sei disabili: tre mesi di tempo per dimostrare al pubblico che possono cavarsela da soli, dopo essere stati lasciati soli (di più: soli e nudi) su un’isola deserta.

È giusto non sorvolare sui loro nomi e sui loro handicap. Non sono ex vip che cercano riscatto su un’isoletta che li farà tornare famosi. Sono persone che hanno alle spalle una vita difficile, e che oggi accettano di farla diventare spettacolo. Eccoli, coi loro nomi d’arte. Tom è cieco, Gabriella è sorda e aspetta un bambino, Dan è paraplegico su una sedia a rotelle, Carrie è nana, Will è focomelico, April è affetta da cherubismo, una malattia che deforma la mandibola. La grande trovata giornalistica è che ad ognuno verrà dedicata una delle sei puntate, con dei flashback che racconteranno la loro vita passata.

Perché un’operazione del genere? Forse per fare ascolti a spese della sofferenza, per attirare un’attenzione morbosa sul “diverso” che si districa nelle stesse difficoltà dei “normali”? Forse per portare la telecamera a spiare dove nessuno ha mai spiato, per suscitare curiosità mista a pietismo trasformando il pubblico in una massa indecorosa di guardoni? Forse per mettere insieme reality-show e docu-fiction, le due tremende parole con cui oggi si definisce l’intreccio fra finzione, spettacolo e realtà, o meglio la finzione spettacolarizzata e poi contrabbandata per vita vera?

Macché. L’esatto contrario. Dicono gli attori: «Saremo finalmente mostrati come persone normali, e la maggior parte del pubblico sarà portato a pensare “mio Dio, non sapevo che i disabili potessero fare anche questo”». Dicono gli autori: «È il primo programma con disabili in cui agli spettatori non viene richiesto di provare compassione».

Già, la prima regola della tv trash contemporanea è ammantare i propri prodotti con nobili motivazioni. Si intervista la donna appena stuprata? È per documentare quanto sia ignobile la violenza. Si mette in prima serata la escort con i suoi particolari piccantissimi? È per fare giornalismo d’inchiesta. Si viviseziona un processo, ricostruendo la strage con degli attori e chiedendo al padre sopravvissuto cosa ne pensa? Si mostrano risse, turpiloqui, amplessi in diretta? È per far vedere la realtà così com’è, “senza filtri”.

Così, diventa normale che lo scempio della vita disabile e della sua dignità venga presentato all’opposto: sarebbe il modo per superare il buonismo e la compassione degli altri. Il sottinteso è che solo grazie alla meritoria Cast Off, cioè solo vedendo i disabili nudi che litigano e fanno sesso, il mondo aprirà gli occhi sulla realtà. La contorsione della tv trash tocca il suo apice: il modello del reality, che falsifica la vita dei “normali”, viene proposto come il modo per autenticare la vita dei “diversi”.

A proposito di storie vere. Di persone vere. Chissà cosa penserà di Cast Off la signora Marina, che scrive al Messaggero la sua storia: «Mia figlia Claudia ha 36 anni e una gravissima disabilità, per un parto che presentava delle problematiche che i medici non hanno saputo affrontare con professionalità e competenza... Dopo 36 anni, voltandosi indietro, tutto sparisce e rimane solo l’amore che ci ha portato oggi a essere ciò che siamo, ed essere felici di quello che siamo riusciti a realizzare, un intreccio di vite a cui il fatto stesso di essere insieme fa superare qualsiasi difficoltà».

Signora Marina, lei oggi ci fa la confessione più drammatica: «Se 36 anni fa avessi potuto scegliere, certamente non avrei scelto Claudia come figlia, perché ero piena di preconcetti verso la disabilità, non la conoscevo... Per fortuna non ho potuto scegliere, perché mi sarei persa questa straordinaria esperienza, non avrei conosciuto l’essere umano che dona senza bisogno di parole, non avrei conosciuto, amato e apprezzato Claudia per quello che è: una meravigliosa creatura che per qualche disegno divino, del destino o della sorte mi è stata assegnata come compagna di vita, consentendoci di camminare insieme, passo dopo passo, giorno dopo giorno, anno dopo anno finché saremo su questa terra».

Signora Marina, a lei che ci dice queste parole che fanno piangere, ridere e pensare, viene da chiedere scusa per questa nostra epoca in cui dei disabili si parla come fossero saltimbanchi buoni a fare audience.


La richiesta di Veronica: tre milioni e mezzo al mese

Corriere della Sera


Il premier avrebbe rifiutato, offrendo 200mila euro «trattabili» fino a 300mila


Silevio Berlusconi e Veronica Lario
Quarantatré milioni di euro l’anno, poco più di tre milioni e mezzo al mese.

E’ l’assegno di mantenimento che Veronica Berlusconi avrebbe chiesto nell’ambito del ricorso di separazione con addebito presentato all’inizio del mese nei confronti del presidente del Consiglio. Silvio Berlusconi ( nella foto, sullo sfondo il viso di Veronica ) avrebbe rifiutato, offrendo 200 mila euro «trattabili» fino a 300 mila.

«Fonti vicine al premier fanno presente che sarebbero già stati versati a Veronica tra i 60 e i 70 milioni di euro... Sempre secondo indiscrezioni Berlusconi si era detto disponibile a lasciare alla moglie Villa Belvedere, la residenza di Macherio in cui vivono Veronica e i figli, gli arredi compresi».

Inchiesta su un conto Ior "Sospetti su 180 milioni"


 

Roma - La Procura della capitale ha avviato un’inchiesta su alcuni conti correnti aperti in una delle due agenzie della Banca Unicredit (ex Banca di Roma) di via della Conciliazione, conti che risultano essere nella disponibilità dello Ior, la banca vaticana. L’inchiesta, che al momento non ha indagati ed è coperta dal massimo riserbo, è guidata dal procuratore aggiunto Nello Rossi e ipotizza la violazione delle norme antiriciclaggio. Sui conti riferibili all’Istituto per le Opere di Religione sarebbero transitati centottanta milioni negli ultimi tre anni.

La segnalazione della «non trasparenza» della titolarità dei conti correnti è stata fatta dall’Unità di informazione finanziaria, la struttura di «Financial intelligence» italiana della Banca d’Italia. Dopo l’entrata in vigore, due anni fa, della legge 231 sulla tracciabilità bancaria, all’origine delle movimentazioni di denaro deve sempre esserci una persona fisica, non una sigla. I Pm romani vogliono quindi chiarire di chi sia l’effettiva titolarità di quei conti correnti, aperti dal 2003 nella filiale Unicredit, la banca guidata da Alessandro Profumo, e intestati allo Ior. 

Il sospetto della Procura è che la sigla dell’Istituto per le opere di religione sia stata utilizzata in questo caso come «schermo opaco», e che dietro si possano celare persone fisiche o società che attraverso il conto presso la ex Banca di Roma abbiano costituito un canale per il flusso di risorse tra la banca vaticana e l’Italia.
Secondo quanto si apprende dalle fonti giudiziarie, per l’indagine non sarà necessario attivare richiesta di rogatoria con lo Stato della Città del Vaticano per indagare sulla titolarità di questi conti. Lo Ior, secondo quanto emerso dalle indagini, iniziate alcuni mesi fa, avrebbe emesso assegni e bonifici intestati sempre all’Istituto per le Opere di Religione: il nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza sta svolgendo accertamenti per risalire ai beneficiari dei titoli bancari e anche a chi ha effettivamente emesso bonifici e assegni.

Lo Ior, una banca privata che ha lo scopo di «provvedere alla custodia e all’amministrazione dei beni mobili e immobili», destinati «a opere di religione e carità», ma può accettare depositi di beni da parte di enti e persone della Santa Sede, ha 130 dipendenti, 44mila conti correnti e un patrimonio stimato nel 2008 in cinque miliardi di euro. Finita nel mirino della magistratura italiana a causa delle spericolate operazioni finanziarie compiute dal vescovo Paul Marcinkus, sta per essere riformata secondo criteri di maggiore trasparenza per volere di Benedetto XVI e del suo braccio destro, il cardinale Tarcisio Bertone, che due mesi fa hanno chiamato a guidarla Ettore Gotti Tedeschi.