sabato 28 novembre 2009

Influenza A, ordinanza in Sicilia "Vietate strette di mano ai funerali"

Quotidianonet

Lo ha deciso il sindaco di Favara (Agrigento). Il divieto entrerà in vigore il 10 dicembre: al posto di baci, abbracci o strette di mano il cordoglio si potrà esprimere per iscritto, su appositi registri forniti dalle onoranze funebri


Agrigento, 28 novembre 2009

"Divieto assoluto di rendere i saluti di cordoglio attraverso la stretta di mano e dello scambio di baci e abbracci, sia nella cappella del cimitero che nei pressi dell’abitazione del defunto da dove muove il corteo funebre". È questo il contenuto di un’ordinanza del sindaco di Favara, Domenico Russello (Pdl) firmata per "motivi prettamente di prevenzione al diffondersi della pandemia influenzale A sottotipo H1N1".

Il divieto entrerà in vigore il prossimo 10 dicembre per dare modo alle ditte di onoranze funebri di adeguarsi visto che l’ordinanza impone loro di «fornire un numero da due a quattro registri in cui potranno essere apposte le firme dei visitatori, quali dimostrazione dei sentimenti di cordoglio alla famiglia del defunto».

Chi non si adegua, scrive il sindaco, rischia la «revoca dell’autorizzazione». Il capo dell’amministrazione ha anche spiegato che «la polizia municipale e tutte le forze dell’ordine» sono incaricate di far sì che l’ordinanza venga rispettata.

fonte agi


Pisa ha reso omaggio ai militari morti del C-130 Dolore e commozione


 


Pisa - Una piazza dei Miracoli silente ha accolto l’arrivo in Duomo dei feretri dei cinque militari morti nel disastro del C-130 a Pisa. Centinaia di persone hanno atteso l’arrivo delle bare in una piazza completamente diversa da quella che tutto il mondo conosce. La moglie di uno dei piloti morti ha accusato un lieve malore alla fine della cerimonia, particolarmente toccante. Il ministro La Russa ha lasciato il Duomo di Pisa visibilmente commosso. 

Silenzio irreale Le bancarelle di souvenir davanti al Duomo erano tutte chiuse per rispettare il lutto cittadino e anche i turisti che non erano a conoscenza dei funerali hanno rispettato il dolore. Quelli che stavano visitando la Torre di Pisa, al passaggio dei feretri si sono fermati lungo gli anelli in raccoglimento, rendendo omaggio alle salme. Poi, una volta che le bare sono entrate in chiesa e la cerimonia è iniziata, sulla piazza è tornata lentamente a scorrere la vita di ogni giorno, anche se esercizi commerciali e venditori ambulanti stanno rispettando la programmazione del lutto cittadino, alla quale hanno aderito tutte le categorie economiche pisane 


Pistole d'oro e statue votive nel covo dei narcos messicani

Corriere della Sera


L'esercito sequestra armi personalizzate con pietre preziose. In manette sei persone 




WASHINGTON – Una pistola placcata d'oro. Un potente fucile calibro 50 marca "Barrett", usato di solito dalle forze speciali. Statuine votive di Santa Muerte. E una montagna di munizioni. Questo il materiale sequestrato durante un blitz dell’esercito messicano contro i narcotrafficanti nella zona di Tijuana. I militari hanno anche catturato sei elementi sospettati di essere agli ordini di "El Muletas", un influente boss della droga. Rayded Lopez Uriarte, questo il suo vero nome, è uno dei padrini molto attivi in Bassa California.

LE ARMI - Da tempo i capi e i killer dei cartelli "personalizzano" le loro armi. La polizia ha sequestrato mitra Kalashnikov dorati, pistole tempestate di pietre preziose, fucili con insegne incise sul calcio. Inoltre nei covi c’è quasi sempre un angolo riservato ai "santi" protettori dei malavitosi, come Jesus Malverde o Santa Muerte. Un vero culto alternativo molto diffuso in molte regioni del Messico, con altari eretti nei villaggi o all’interno delle residenze.

Guido Olimpio

Beppe Grillo denuncia: «Hanno clonato il mio blog»

Corriere della Sera


Creato un dominio internet molto simile a quello del comico genovese, ma pieno di banner pubblicitari


MILANO - Beppe Grillo è furibondo: il suo blog, uno dei siti più cliccati del mondo, è stato «clonato» a scopo di lucro da ignoti imbroglioni che hanno creato un dominio molto simile, www.beppegrillo.tv, mentre l'originale è www.beppegrillo.it. Il comico e polemista genovese, il cui blog è il sesto più cliccato al mondo, ha deciso di sporgere denuncia.

Il sito clonato è fatto apposta per ingannare l'incauto navigatore che ci capitasse per sbaglio: il contenuto è formato da veri video di Beppe Grillo, scaricati da YouTube, e da articoli del comico e polemista genovese, copiati dal vero sito. Il dominio «clonato» è però costellato di vari messaggi pubblicitari, e qui sta l'interesse del truffatore: il loro prezzo varia a seconda del numero dei clic, e com'è noto il nome «Beppe Grillo» ne attira tantissimi.

LA DENUNCIA - L'avvocato del comico, Enrico Grillo, ha depositato ieri in procura a Genova una denuncia querela a carico di ignoti, chiedendo l'immediato oscuramento del sito e ipotizzando i reati di plagio e diffamazione. Grillo, che cede i contenuti del proprio sito escludendo però la possibilità che siano utilizzati a scopo di lucro, non vuole che il suo nome sia utilizzato a fini commerciali. Per questo ha dato mandato al suo legale di bloccare questa iniziativa mediatica da lui non autorizzata. È stata anche avviata una procedura civile per l'acquisizione del dominio.

28 novembre 2009


Cucchi picchiato dai carabinieri"

Il Tempo

Il racconto di ciò che sarebbe accaduto è stato scritto in una lettera da un detenuto arabo citando le dichiarazioni del giovane geometra.


«Gli ho domandato chi ti ha picchiato e Stefano mi ha risposto "Mi hanno ammazzato di botte i carabinieri", rispondendomi in romano e ha aggiunto "tutta la notte ho preso botte". Io gli ho chiesto ancora perché? E lui: "per un pezzo di fumo"». È un passaggio di una lettera scritta da un compagno di cella a Regina Coeli, di Stefano Cucchi. La lettera, ora in possesso dei pm della Procura di Roma che conducono l'inchiesta sulla morte del giovane romano è stata raccolta dal senatore dell'IdV Stefano Pedica.

Il detenuto, che scrive in italiano, spiega di essere arabo ed era nell'infermeria del carcere il 16 ottobre all'arrivo di Stefano Cucchi. «È arrivato un ragazzo sulla barella - si legge nella lettera - faticava a camminare, mi sono messo a sua disposizione vedendo le sue condizioni, gli ho preparato il letto, lui mi ha chiesto una coperta, sentiva molto freddo. Poi mi ha chiesto dei biscotti e una sigaretta che ha fumato e poi vedendolo su viso come stava, aveva un colore rosso-viola mi ha risposto che i carabinieri lo avevano ammazzato di botte».

Secondo quanto si è appreso, i pm Vincenzo Barba e Maria Francesca Loy non avrebbero avuto riscontro di tale circostanza dopo aver sentito altri detenuti. Il testimone poi spiega nella lettera che durante la notte Stefano era stato male: «Nella nostra cella si sentivano forti urla. Mi sono alzato dal letto insieme ad un altro amico e ci siamo avvicinati a Stefano per vedere cosa succedeva. Lui disse "non chiamate nessuno, però sto male".

Era impauritoò. Il giorno successivo Stefano rispondendo alle domande del detenuto su chi lo aveva picchiato disse «per due volte i carabinieri». Poi, secondo il detenuto, Stefano venne visitato da un medico. «Lo toccò ai fianchi - scrive il detenuto - e Stefano fece un urlo e il dottore disse che doveva andare immediatamente in ospedale». Nella lettera il testimone spiega che tuttavia il geometra romano non voleva recarsi in ospedale. «Solo alla fine - si legge - mi rispose "va bene vado in ospedale". Prima che andasse via gli ho preparato una busta con dei biscotti e alcune mele».

Ieri intanto a Regina Coeli si è svolta una protesta. «Partita dall'VIII sezione, quella dei protetti, e probabilmente per questo poco seguita dagli altri detenuti», ha asserito il direttore del carcere romano a proposito della battitura dei detenuti. I «protetti» sono i detenuti che vengono tenuti separati dagli altri perché hanno commesso reati che nel mondo carcerario non sono ammessi, come la pedofilia. O per aver «cantato», cioè tradito i propri complici.


Andrea Riccardi
28/11/2009


Da Lima al bacio di Andreotti tutte le invenzioni dei pentiti



L’alfa e l’omega dei pentiti. E delle bugie a distanza di tanti anni. Le storie si ripetono e si inseguono. Inquietanti, come i doppifondi che nascondono. Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura entrano nel libro mastro dei collaboratori che hanno spacciato menzogne come, a suo tempo, Giovanni Pellegriti, uno dei primi, se non il primo in assoluto, a passare dalla parte dello Stato. Pellegriti accusa, nientemeno, Salvo Lima, a quel tempo proconsole di Giulio Andreotti a Palermo, di essere il mandante di uno dei tanti omicidi eccellenti, quello del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella.

Giovanni Falcone, sempre evocato e qualche volta pure a sproposito, corre nel carcere di Alessandria a interrogarlo e capisce subito che il pentito mente. Non sa nulla di Mattarella né dei suoi assassini. Dovrebbe far arrestare Lima e mandare un avviso di garanzia ad Andreotti, invece incrimina per calunnia Pellegriti e lo fa condannare a quattro anni. Quattro anni per aver venduto menzogne allo Stato. Un caso unico che ora potrebbe ripetersi.

Tanti anni e tanti pentiti dopo. Falcone, purtroppo, non c’è più, ma c’è un nuovo dichiarante - strana crisalide sul punto di trasformarsi a tutti gli effetti in pentito doc - che porta acqua al mulino delle accuse a Silvio Berlusconi. È Gaspare Spatuzza, il killer di don Puglisi, pentito, convertito e addirittura aspirante teologo.

Spatuzza riporta le confidenze dei boss di Brancaccio, Giuseppe e Filippo Graviano, sui rapporti di Cosa nostra col premier: dunque diventa importante, credibile, persino autorevole. Ma, incidentalmente, sconfessa anche Candura e Scarantino che si erano accusati di aver rubato la 126 usata per la strage di via D’Amelio e la morte di Paolo Borsellino. Che fare? Tagliare a fette, come un prosciutto, il racconto di Spatuzza? No, non si può avallare lo Spatuzza che parla del premier e cancellare lo Spatuzza che riscrive via D’Amelio.

E allora si buttano nel cestino Scarantino e Candura, anche se i racconti dei due sono serviti per costruire una verità processuale che ha retto a tutti i gradi di giudizio. Per via D’Amelio sono fioccate condanne, condanne pesantissime. Non importa. Ora la coppia Scarantino-Candura è indagata per calunnia e autocalunnia. Ma le prove dov’erano? E i riscontri? E gli elementi oggettivi a cui ancorare quelle pagine?

Non c’erano, ammettono oggi i giudici. Ma ieri, con l’illustre eccezione del pm Ilda Boccassini, nessuno aveva seguito per via D’Amelio il metodo Falcone. Quei verbali erano tappeti volanti che portavano i magistrati lontano, dove non sarebbero mai arrivati. E si faceva la gara per salirci sopra. Certo, era più semplice dare la parola come fosse un conferenziere, a chi raccontava e riaggiustava a ruota libera la storia d’Italia. Un innamoramento sconsiderato, come è stato spesso eccessivo, senza filtri critici, l’amore dei nostri investigatori per le nuove tecnologie scientifiche, per i test del Dna, per le elaborazioni alla Csi. Col risultato di avere un alto numero di delitti irrisolti.

Il pm di Bologna Libero Mancuso ha composto una sorta di fenomenologia del pentito, o almeno di un certo pentitismo, incarnato da Angelo Izzo, lo stupratore del Circeo, uno dei più fecondi inventori di storie a cavallo di criminalità comune e criminalità organizzata: «Si intuiva la volontà di soddisfare chi lo interrogava, al di là di quello che lui sapeva. Era come se prevedesse quello che l’inquirente voleva sentirsi dire e si adeguasse a questa previsione, per far contento il magistrato». Come un cinico seduttore che ha fatto i suoi calcoli. Così è proprio Izzo a ispirare Pellegriti che però trova sulla sua strada Falcone.

Altri hanno fabbricato di tutto pur di continuare a coltivare, come tanti dottor Stranamore, i propri affari criminali sotto il velo del pentimento. Per cinque anni nessuno si accorge della doppia vita del siciliano Pierluigi Sparacio che non ha mai smesso di gestire gli interessi della sua cosca. Giacomo Lauro, padrino della ’ndrangheta, da pentito si dedica al narcotraffico e, colto con le mani nel sacco, si giustifica candidamente: «Mio fratello Bruno non è in grado di mantenersi se non spacciando droga. Cosa dovrei fare, non dovrei aiutarlo?».

Come si fa a prendere a scatola chiusa, come pure talvolta è accaduto, personaggi di questo spessore? Giuseppe Ferone fa di più: nel ’96 ordina addirittura una strage vicino al cimitero di Catania.

E Balduccio Di Maggio, il principe dei collaboratori, quello del bacio da fiction tra Andreotti e Riina, andrà avanti per anni a organizzare indisturbato, se non sotto protezione, attentati, estorsioni, persino consulenze per un traffico di droga.

L’unica chance con i pentiti è quella di pesarli, con le loro verità e le loro menzogne, sulla bilancia dei riscontri. Come insegna una memorabile udienza del processo Andreotti, dove un grappolo di collaboratori - perché uno non basta mai - ipotizzava un abboccamento fra il sette volte presidente del Consiglio e il capo della mafia catanese Nitto Santapaola. Alla fine, messi alle strette dopo un estenuante batti e ribatti, i collaboratori indicarono la data del presunto summit. Peccato che quel giorno Andreotti avesse stretto la mano a Mikhail Gorbaciov.

Irlanda sotto choc per gli abusi dei preti «Sono stati coperti per oltre trent'anni»

Avvenire

I CONTI COL PASSATO


Trent’anni di abusi sessuali, violenze e umiliazioni coperte dal segreto. L’Irlanda è sotto choc per un nuovo rapporto presentato ieri dal ministro della Giustizia Dermot Ahern e che illustra quel che accadde nell’arcidiocesi di Dublino tra il 1975 e il 2004, un quadro pesante popolato da 46 sacerdoti pedofili, protetti o comunque non sanzionati dai vertici ecclesiastici dell’epoca. Contemporaneamente, peraltro, anche le autorità civili tendevano a voltarsi dall’altra parte, concedendo una sorta di immunità agli uomini di Chiesa purtroppo coinvolti.

L’attuale arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin ha parlato chiaro. Ha offerto le sue «scuse», proclamato il suo «dolore» e la sua «vergogna» per quanto accaduto. «So bene – ha poi sottolineato – che nessuna parola di scuse sarà mai sufficiente. Questo scandalo deve essere un’occasione per tutti per essere vigili, in modo che gli abusi sui bambini, ovunque avvengano nella società, vengano individuati e le giuste contromisure adottate».

Sono oltre 700 le pagine del rapporto, frutto di un’indagine governativa e che si occupa dei 46 religiosi e dei loro abusi. Si parla di 320 casi di sevizie: uno dei sacerdoti citati nel rapporto ha ammesso di aver violentato oltre cento ragazzi, mentre un altro ha confessato di aver usato violenze nel corso di 25 anni. Ma l’atto di accusa non coinvolge soltanto gli autori delle violenze: a essere chiamati in causa, infatti, sono anche quattro arcivescovi che «misero la "reputazione" della Chiesa davanti alla protezione di bambini indifesi». Si tratta di John Charles McQuaid (arcivescovo di Dublino), dei suoi successori Dermot Ryan, Kevin McNamara e Desmond Connell, l’unico ancora vivo. E proprio il cardinal Connell ha espresso ieri il suo «amaro rammarico» per avere in parte «contribuito alla sofferenza delle vittime».
L’arcidiocesi di Dublino – si legge, dunque, nel documento governativo – almeno fino al 1990 «si è preoccupata più di mantenere il segreto, di evitare gli scandali, di proteggere la reputazione della Chiesa e di salvare i suoi beni. Tutte le altre considerazioni, inclusa la salute dei bambini e la giustizia per le vittime, sono state subordinate».

«C’è una crudele ironia – ha incalzato il ministro Ahern – nel fatto che la Chiesa, parzialmente motivata dal desiderio di evitare degli scandali, ne abbia in effetti creato uno di dimensioni sconvolgenti. In molti casi il benessere dei bambini non ha contato nulla e gli autori degli abusi sono rimasti liberi di continuare a fare del male a innocenti». Invece di assicurare alla giustizia i colpevoli, infatti, venne adottata una politica di «non chiedere, non dire»: i sospettati venivano infatti semplicemente e segretamente «spostati da una parrocchia all’altra» e lì, in molti casi, trovavano addirittura nuove «prede». «Qualsiasi sia la ragione storica e sociale per questi fatti – ha detto il ministro Ahern – il governo, per conto dello Stato, si scusa senza riserve per il fallimento delle istituzioni di fronte a un caso come questo».

Il rappresentante del governo ha poi sottolineato di aver provato «a livello umano, come padre», un senso «di disgusto e rabbia»: «Disgusto per questi orribili atti commessi contro bambini. Rabbia per come furono trattati questi bambini, con i colpevoli spesso lasciati liberi di abusare di loro». «Ma la nostra rabbia – ha proseguito – non ci può distrarre da quel che deve essere fatto: le persone che hanno commesso questi crimini, e non importa quando è successo, continueranno a essere perseguite. Devono sapere che la giustizia, anche dov’è stata ritardata, non verrà negata». E questo è il sentimento comune della Chiesa e dei cattolici irlandesi.
Paolo M. Alfieri


Birra, per gli Usa la migliore è italiana: alla Theresianer il World Championship

Il Messaggero

Al birrificio triestino due medaglie d'oro e una d'argento: le varianti Premium Pils e Vienna giudicate birre “eccezionali”




ROMA (27 novembre) - È italiana la miglior birra del mondo, almeno stando ai risultati conseguiti al World Beer Championship 2009 dalla birra triestina Theresianer, che ha conquistato due medaglie d'oro e una d'argento confermandosi al vertice a livello internazionale.

Theresianer Premium Pils e Vienna giudicate birra "eccezionali".
Tre le medaglie conquistate dalla Theresianer nell'edizione 2009: oro per la Premium Pils con un punteggio di 92 punti su 100; ancora oro sempre con 92 punti su 100 per la Vienna, argento (88 punti su 100) per la Theresianer Premium Lager. Le prime due, grazie al punteggio ottenuto, hanno meritato il titolo di "eccezionali" nella graduatoria espressa dagli esaminatori.

Non è la prima volta che l'azienda di Trieste sorprende il grande pubblico della birra grazie ai riconoscimenti ricevuti nel prestigioso Concorso internazionale di qualità per birra e bevande a base di birra promosso dalla Deutsche Landwirtschaft-Gesellschaft, ente tedesco che si occupa della promozione di tutti i prodotti agricoli come la birra, dove ha conquistato la medaglia d'argento 2009 Dlg con la Theresianer Premium Pils, nel 2006 la medaglia d'oro per la Vienna e nel 2005 la medaglia d'oro per la Strong Ale.

Un successo italiano tra tradizione artigianale e tecnologia moderna. Il marchio Theresianer è nato 10 anni fa come una scommessa del presidente Martino Zanetti, con l'obiettivo di unire la tradizione artigianale e l'ottica industriale di produzione, mirando ad un prodotto di assoluta qualità che raccogliesse la lezione birraria austriaca presente a Trieste da più di duecento anni. e darle nuovo corso senza perdere la vitalità di una cultura in grado di esprimersi ad ottimi livelli.

Nato nel 1994, il World Beer Championship riunisce ogni anno migliaia di addetti ai lavori
affidandosi alle metodologie proposte dal "Beverage Testing Institute" di Chicago che mira a «fornire ai consumatori un giudizio imparziale sugli articoli presenti sul mercato della birra». Per garantire l'imparzialità, le degustazioni vengono effettuate «alla cieca» da giudici specializzati ed è stabilito un numero limitato di assaggi ogni giorno. I punteggi sono divisi in cinque fasce in una scala di gradimento compresa tra 80 e 100 punti per il quale si confrontano i più noti brand al mondo secondo le diverse tipologie di birra: Malt Liquor, Pale Lager, Amber Lager, Munich - Helles, Dortmunder, Pilsner, Dunkel - Dark Lager, Bock, Doppelbock, Eisbock, Black, Vienna - Marzen.


Bancomat nel mirino dell'Antitrust Aperta indagine sulle commissioni

Il Messaggero


ROMA (27 novembre) - Bancomat nel mirino dell'Antitrust. L'Autorità garante della concorrenza e del mercato ha avviato due istruttorie per possibili intese restrittive della concorrenza nei confronti dell'Abi (l'Associazione bancaria italiana) e del consorzio Bancomat.

I procedimenti, si legge in una nota, dovranno «verificare se le commissioni interbancarie fissate da
Abi e dal Consorzio Bancomat siano effettivamente necessarie in base al principio di efficienza economica o se invece riducano gli spazi per la competizione tra banche con effetti negativi per l'utenza finale». Gli accordi contestati sono quelli relativi alle Commissioni PagoBancomat, Bancomat, Rid e Riba.

Sulle commissioni interbancarie di incasso e sui prelievi di contante tramite gli sportelli bancomat l'Antitrust aveva già svolto un'istruttoria avviata nell'aprile del 2006 e conclusasi dodici mesi dopo con gli impegni dell'Abi e del consorzio (all'epoca denominato Cogeban) a ridurre le commissioni interbancarie. L'Antitrust nel comunicato sull'avvio della nuova istruttoria ricorda che due anni fa gli impegni dell'Abi e del Consorzio portarono a tagli dei prezzi applicati tra banche da un minimo dell'11% a un massimo del 64% nonché all'eliminazione di altre commissioni intermedie. L'Antitrust si era comunque riservata la possibilità di verificare la validità degli impegni nel tempo, anche alla luce dell'evoluzione dei mercati e del contesto europeo dopo l'introduzione del Sepa, il processo di armonizzazione dei servizi di pagamento europei. La nuova istruttoria, inoltre, allarga il campo di indagine al pagobancomat.


Torna a vedere dopo 30 anni grazie agli occhiali bionici

Il Messaggero



ROMA (27 novembre) – Riesce a vedere dopo 30 anni di buio. Peter Lane, un 51enne di Manchester, è una delle prime persone al mondo ad avere ricevuto un impianto bionico per recuperare la vista. Sul britannico Daily Mail sono riportate le prime foto che lo vedono indossare grandi lenti scure montate su un paio di occhiali hi-tech, simili a quelli da sole ma collegati, via auricolare, a un'apparecchiatura che l'uomo stringe in una mano. È lì, in quegli occhiali, che si nasconde parte della tecnologia che è tornata a restituirgli parzialmente la vista, rubata da una malattia genetica degenerativa, la retinite pigmentosa.

“Papà, gatto, tappeto” sono le prime parole che l'uomo è riuscito a leggere. «Tornare a vedere lettere e leggere parole - racconta oggi Peter sul quotidiano Gb - è stata una sensazione incredibile». Per ora la tecnologia che ha regalato una nuova vita al signor Lane, realizzata dalla società americana Second Sight, non restituisce una visione perfetta, ma può ripristinarne una di base consentendo di distinguere sagome e mettere a fuoco gli oggetti di grandi dimensioni, come porte o finestre. Nonchè automobili, in realtà «simili a batuffoli di cotone», finalmente avvistate dal signor Lane.

La tecnologia made in Usa si basa su una sottile placca che viene impiantata nel retro dell'occhio, e i cui elettrodi, attraverso il nervo ottico, sono collegati al cervello. La piccola videocamera montata sul paio di occhiali irradia dunque le immagini agli elettrodi, che la trasferiscono al cervello per la decodifica. Occorrono mesi prima che i pazienti riescano a distinguere le sagome, perché devono familiarizzare con l'impianto. A il signor Lane sono stati necessari due mesi di convalescenza, seguiti a un intervento di quattro ore.


La febbre dell’aglio contagia la Cina

di Guido Mattioni


Questa è una storia che può far storcere il naso. In due sensi. In quello fisico, perché qui si parla di aglio, l'indiscreto incursore delle cucine che risulta notoriamente sgradito a molti. In senso lato, se non addirittura morale, perché di questi tempi, dietro l'acuto sentore del bulbo - incubo mortale dei vampiri tanto quanto vitale sogno a occhi aperti per i cultori della "vera" bagna caoda piemontese - si comincia ad avvertire puzza di speculazione. 

A scatenarla sono stati i cinesi, massimi produttori al mondo in termini di quantità, sebbene ai minimi sotto il profilo qualitativo. Robaccia, la loro, da far sorridere "gioielli" nostrani come il siciliano aglio rosso di Nubia (Trapani), quello di Sulmona o ancora il piacentino di Monticelli d'Ongina. I cinesi stanno comunque manovrando due leve: da un lato sfruttano la drastica riduzione delle loro coltivazioni di aglio conseguente al crollo dei prezzi provocato dalla recessione mondiale; dall'altro diffondono ad arte la voce che il bulbo (noto ipertensivo, su questo non ci piove) sia una mano di Dio anche per combattere la temuta influenza suina. 

Il combinato disposto di questi fattori - dinamica dei prezzi, paura incontrollata e credulità popolare - a cui potrebbe non essere estranea la potentissima e pluritentacolare mafia dell'ex Celeste impero, ha fatto schizzare in brevissimo tempo le quotazioni "aglifere", cresciute di quindici volte. Dimostrando una volta di più come i comunisti cinesi abbiano imparato in fretta, e a fondo, la basilare lezione del capitalismo: riduzione dell'offerta, più aumento della domanda, uguale tanti soldini in tasca. Con buona pace di Carlo Marx, per non dire del defunto e sepolto compagno Mao. 

I premurosi media di regime si sono del resto prodigati nel fare la propria parte. Il principale portale Internet, il China Daily, per fare un nome, si è precipitato a diffondere notizie come quella relativa a una scuola di Hangzou dove il preside si sarebbe approvvigionato di una quantità industriale dell'inedito "oro bianco" - addirittura 200 chilogrammi - imponendoli agli allievi come vaccinazione per via orale. La circostanza che anche la medicina tradizionale cinese si sia ufficialmente espressa in tal senso, non ha fatto altro che gonfiare la domanda e far lievitare i prezzi. 

È stato Jerry Lou, strategist della filiale cinese della Morgan Stanley, a spiegare al Financial Times il semplice meccanismo che sta dietro alla speculazione. Mister Lou, che può contare sui rapporti provenienti da Jinxiang, nella provincia dello Shandong, la più prolifica d'aglio, racconta come bastino "un magazzino, parecchio denaro contante e qualche camion. Funziona così: compri il prodotto, lo nascondi in deposito e intanto fai in giro offerte molto alte per spingere i prezzi all'insù. A quel punto il gioco è fatto. Solo spostando la merce da un magazzino all'altro il guadagno è di milioni".

Una follia che ricorda molto quella vissuta in Olanda nel 1634, quando la gente si indebitò per acquistare e piantare in giardino anche un solo bulbo di tulipano, fiore importato da Costantinopoli alla fine del secolo precedente da tale Conrad Guestner e diventato improvvisamente di gran moda. La voce incontrollata di facili arricchimenti moltiplicò il prezzo di bulbi di venti volte in mese. Una bolla speculativa il cui inevitabile scoppio, tre anni dopo, nel 1637, lasciò parecchi olandesi in braghe di tela. Ma in giro, almeno, un buon odore.


Volò il Pentagono: hacker rischia 60 anni

Il Secolo XIX

Per i suoi legali, McKinnon stava solo cercando prove sull’esistenza degli Ufo
Gary McKinnon


Il ministro dell’Interno britannico, Alan Johnson, ha detto ieri sera che non è possibile bloccare l’estradizione di Gary McKinnon detto “Solo”, l’hacker che gli Stati Uniti vogliono processare per aver violato e mandato in tilt i sistemi informatici della Nasa e del Pentagono.

«Ho preso in seria considerazione tutte le obiezioni che sono state mosse ma non credo si possa dire che estradando McKinnon si commetterebbe una violazione dei diritti umani», ha affermato il ministro in un comunicato.

«Viste le condizioni di salute di McKinnon abbiamo chiesto garanzie alle autorità americane e queste garanzie ci sono state date», ha aggiunto.

Due settimane fa la Commissione parlamentare per gli affari interni aveva scritto al ministro Johnson chiedendogli di bloccare l’estradizione a causa di una sindrome simile all’autismo da cui l’uomo, oggi 42/enne, è affetto.

McKinnon venne arrestato nel 2002 su richiesta delle autorità statunitensi, che lo accusarono di avere provocato danni per almeno 700 mila dollari dopo essere riuscito a entrare nei sistemi di Nasa e Pentagono. Secondo i suoi legali, McKinnon non aveva intenzioni ostili ma, spinto dalla sua grande passione per gli Ufo, stava solo cercando prove dell’esistenza degli alieni. Se sarà consegnato agli Usa, l’uomo rischia una condanna a 60 anni di carcere. Del suo caso si sta attualmente occupando l’Alta corte.