martedì 1 dicembre 2009

Il formaggio di Corso San Gottardo E il giovane fascista scomparso”

Corriere della sera

Colpita dalle bombe la “casera”, i vicini sfidarono fiamme, crolli (e polizia) per accaparrarsi le gigantesche forme in stagionatura


Nel tardo pomeriggio del 24 ottobre 1942 suonò la sirena d'allarme. Ero nel cortile di casa in corso San Gottardo 8. Sentii un rumore sordo alzai la testa e vidi un aeroplano nero con la pancia aperta e dopo un pò sentii il boato di un’esplosione. Era stata colpita una parte della casa di corso San Gottardo 15/17. A causa dell’esplosione si incendiò anche la “casera” che era una cantina dove costudivano per fare stagionare le forme di formaggio grana. Fra tutto questo frastuono si sentì una voce: “Hanno colpito la casera!”.

Ci fù un passa parola: “Hanno colpito la casera”. “Hanno colpito la casera”. I vicino si guardarano l’un l’altro, interrogandosi sul da farsi, fino a che i più temerari uscirono dal rifugio e corsero fra le rovine della “casera” in fiamme e presero forme di formaggio. Scelsero quelle ancora intatte e le portarono in strada. La scena era un misto di tragico e ironico. Nella confusione generale si vedevano delle persone che facevano rotolare le forme di formaggio come stessero giocando a “cerchio”, un gioco, uno dei pochi, di noi bambini di allora.

Dopo qualche tempo arrivarono i soldati per recuperare quello che era rimasto. Ma era troppo tardi. Grazie alla bomba che aveva colpito la “casera” molte famiglie del Gottardo passarono il resto della guerra avendo almeno una riserva di formaggio da mangiare.

A proposito di guerra durante i mesi estivi e quando la luna era splendente aumentava la paura dei bombardamenti. Mio padre si organizzò per lasciare la città e rifugiarsi in campagna, si fece dare in prestito un triciclo e quando chiudeva il negozio caricava le coperte ed il necessario per la notte e poi tutti noi. Il mio compito era quello di pedalare il che era faticoso e difficile. Manovrare il triciclo con tutto quel peso, mio padre, Luisa e Andrea. La meta era il paese di Rozzano ove mio padre conosceva un certo Frigerio che era un fittavolo e che aveva terreni agricoli, una grossa cascina con una grande aia.

Ci aveva messo a disposizione una piccola cameretta dove al tempo delle risaie soggiornava la capa delle mondine. Noi eravamo contenti in quanto alla sera si mangiava con pane bianco e fresco e qualche fetta di salame, dopo come dessert si mangiava l’anguria. Erano così rosse e buone che me ne ricordo ancora il sapore. Alla mattina al cantare del gallo ci si lavava e si ritornava a Milano e si riprendeva la solita vita. Il bombardamento non era venuto, ma ci sentiva lo stesso più tranquilli.

Una sera di fine giugno in corso San Gottardo si appostò un plotone di tedeschi e militari fascisti con il compito di rastrellare giovani per aurorali nel nuovo esercito della Repubblica di Salò (oppure nella Decima Mas, non saprei con precisione). Molti giovani che al controllo dei documenti risultavano oltre i diciotto anni venivano arrestati e inviati nella caserma di via Rovello dove erano obbligati ad indossare la divisa ed ubbidire agli ordini dei graduati fascisti. Veivano addestrati alle tattiche di rastrellamento per scovare sulle montagne altri gruppi di giovani che non avevano aderito alla nuova repubblica.

Questi giovani venivano chiamati “partigiani”. Una sera mentre rincasavo un gruppo di giovani fascisti con tanto di mitra mi si avvicinò e senza chiedere documenti mi obbligarono con le spalle al muro. Mi palpeggiarono per vedere se avevo delle armi e, visto che non avevo nulla da nascondere, mi dissero di stare fermo e aspettare il loro capo. Quando questi mi vide, esclamò in milanese “cusa té fet li” (cosa fai l’) e mi disse di andare a casa e di dire a sua zia che quella sera andava a mangiare da lei. Era un giovane che abitava sulla mia stessa ringhiera e che aveva aderito al nuovo regime per convinzione.

Diceva che noi italiani eravamo dei traditori ed era giusto che i tedeschi ci odiassero e si comportassero sempre con diffidenza. Tutto questo lo seppi proprio davanti alla porta della zia, sulla ringhiera. Io lo ascoltavo pensieroso fino a che mi venne spontanea una domanda: Ma sei proprio convinto che noi vinciamo la guerra? Convintissimo disse subito, sì. Non lo vidi più, domandai a sua zia che fine avesse fatto ed anche lei non seppe o non volle darmi una risposta. Mi dispiace perchè era un bravo giovane era solo nella parte sbagliata. A casa nostra si parlò sempre di tutto tranne di ciò che era successo al giovane fascista della porta acconto.

Una sera verso le ore diciotto del mese di novembre in piazza 24 maggio c’erano dei soldati tedeschi che controllavano e fermavano quelle persone che sul faretto della bicicletta non portavano una striscia nera per non far filtrare la luce. I tedeschi fermavano i ciclisti e sequestravano la bicicletta. Io, bambino, osservavo la situazione da lontano e vidi un mio amico che non aveva la mascherina sulla sua bicicletta. Lo fermai per avvisarlo di scappare, ma, mentre parlavo, sentii la grossa mano di un soldato prendermi per il bavero della giacca e trascinarmi fino alla chiesa di San Gottardo.

Lì sostava l’auto di un ufficiale tedesco, seduto nella parte posteriore dell'auto con una donna. Capii pieno di terrore, che l’ufficiale si scusava per il contrattempo con la signora, scese dell'auto mi guardò in faccia e mi diede un manrovescio che mi fece cadere e risalì in macchina. Mi alzai, stetti sull'attenti davanti all'auto dell'ufficiale. Immobile. Terrorizzato di quello che mi poteva succedere. Nella mia confusione mentale sentii per fortuna una voce in dialetto milanese che mi diceva: “scappa, scappa, cosa aspetti?”. E così feci. Presi coraggio e visto che nessuno mi sorvegliava filai veloce a casa che era vicino alla chiesa.

Tutto spaventato presi il libro di scuola di geografia e feci finta di studiare per non insospettire mio padre di quello che mi era successo. L’amico che avevo cercato di salvare, oltre il sequestro della bicicletta, fu fatto salire su un automezzo militare e non lo vidi mai più.

Giuseppe Bestetti
26 novembre 2009

Quei due bambini sovietici immersi nel pentolone del rancio”

Corriere della sera


Dal padre fascista, alla cattura, al lager, alla fuga,al lavoro come Militar Police per gli americani in Francia


Nel decidermi ad esporre i fatti di cui sono stato protagonista e testimone, mi sono chiesto perché ho evitato per oltre cinquant’anni di raccontare gli avvenimenti drammatici che mi hanno coinvolto. Pur ai margini dei grandi fatti della storia, queste vicende rappresentano una testimonianza di eventi vissuti, conosciuti da pochi, ma non per questo meno ricchi di significati.

La risposta a quest’interrogativo è forse contenuta nel mio intimo, racchiusa nella memoria che mi sono sempre tenuta dentro, perché considerata un capitolo riservato della mia vita. Ritenevo che quella realtà dovesse appartenere soltanto a coloro che l’avevano vissuta e sofferta. Rievocare quei fatti, mi sembrava un gesto sacrilego che avrebbe potuto riaprire antiche ferite non ancora del tutto rimarginate.

 Mi decisi, pensando che fosse opportuno lasciare una traccia degli eventi vissuti da noi prigionieri deportati in Germania nel lontano 1943, prima che la scomparsa dei protagonisti ne rendesse difficile la ricostruzione. Infine, ho ritenuto giusto lasciare un ricordo scritto di quei ragazzi che condivisero la mia stessa esperienza, ma che non fecero più ritorno alle loro case.

Ho superato così la mia riluttanza a parlare di quegli eventi e mi sono deciso a scrivere questa memoria a ricordo del loro martirio e per un pietoso omaggio al drammatico epilogo della loro esistenza. Voglio rammentare in particolare Valentino, quel caro compagno di tante sventure che lasciò la sua giovane vita nello “STAMMLAGER IX C n° 316”, perché spinto dalla fame aveva rubato una barbabietola.

Al suo ricordo dedico questa mia narrazione
Ercole Destro

Ps
Desidero ringraziare mio fratello Ulisse ed il signor Giovanni Fabris per la collaborazione fornitami.

CAPITOLO I 

PERIODO PRECEDENTE GLI EVENTI BELLICI

Sono della classe 1924, nato e cresciuto quindi in pieno periodo fascista. Mio padre faceva l’agricoltore fittavolo e mia madre faceva l’insegnante elementare. In virtù di questa situazione, la mia famiglia era annoverata tra quelle “ricche” del paese.

Il nucleo familiare era composto di ben nove persone, due genitori e sette figli. Mio padre, infatti, aveva ricevuto il telegramma di congratulazioni dal Duce per essere stato così prolifico da produrre ben sette figli. Il telegramma nulla diceva riguardo alla madre.

Abitavamo a Cona, un paese del basso Veneto, verso il confine con il Polesine. Il tenore di vita, in quella zona, era in generale modesto e bassissimo per le fasce sociali più povere. La società paesana era fortemente suddivisa in classi sociali.

Nella fascia più elevata si trovavano i proprietari terrieri, che rappresentavano una certa qual forma di nobiltà terriera. Essi avevano, di fatto, il tenore di vita più elevato, abitavano belle ville, avevano le scuderie per i propri svaghi, mandavano i figli a studiare in collegi costosi. Mantenevano inoltre una gran distinzione e spesso arroganza verso gli altri cittadini, in particolare verso i braccianti agricoli, poverissimi, che erano chiamati in senso molto spregiativo: “Contadini”.

Seguiva nell’ordine delle classi sociali, quella dei fittavoli detti “agricoltori” che si paragonavano alla categoria dei proprietari terrieri, cui ambivano far parte. La classe intermedia era rappresentata dagli artigiani e bottegai. Infine c’erano i “paria”, in altre parole i contadini, quasi sempre analfabeti e nullatenenti. Costoro, lavoravano se e quando volevano i padroni e dovevano manifestare il più grande rispetto e deferenza verso di loro.

Tanto per dare un’idea, i contadini erano tenuti a togliersi il berretto ogni volta che incontravano un “signore”. Nei dialoghi tra padroni e subalterni, i primi davano del “tu”, mentre i secondi dovevano rispondere dando del “lei”, o meglio, come voleva il regime, del “voi”. La distinzione di rango sociale, era così forte che perfino in chiesa, durante le funzioni religiose, c’erano zone separate per le varie classi.

Nella parte anteriore, vicino all’altare maggiore, si collocavano i proprietari terrieri, più indietro c’era la zona delle classi intermedie, in fondo, vicino alla porta d’uscita, c’era lo spazio per la plebe, in altre parole per i contadini. Beninteso c’era, come altrove, la separazione netta tra i sessi: i maschi si mettevano nella parte destra della chiesa, le donne in quella sinistra.

La grande passione della famiglia era la caccia che coinvolgeva direttamente i maschi. Per le femmine invece era tabù, anche se a mia sorella Silvia, sarebbe piaciuto molto parteciparvi.
La vita scolastica di noi ragazzini, riprendeva ancora lo stesso concetto classista: i figli delle famiglie dominanti occupavano sempre i primi posti, ricevevano molta più attenzione degli altri e quindi erano sempre i più bravi. Anche qui: maschietti a destra, femminucce a sinistra e, se c’erano molti scolari, aule separate.

E la politica?

Mio padre era l’unico abilitato a parlare di politica in famiglia. Le donne per definizione o, come si diceva, “per stato naturale” non ne erano all’altezza. Devo dire che esse stesse accettavano di buon grado questa loro limitazione, assieme a tante altre. Del resto il Regime, con i mezzi di comunicazione di allora, sanciva il ruolo della donna in quello di fattrice e sostegno della casa, il cui governatore doveva sempre essere il padre, o, in sua assenza il figlio maggiore, che doveva essere forte, deciso e bravo. Forse proprio per questo, mio padre m’impose il nome di Ercole e probabilmente, con il passare degli anni, fu un po’ deluso nelle sue aspettative, perché io non ero in realtà un Ercole, né così forte da impormi in tutte le situazioni.

Per noi il padre era, come lui stesso era solito ripetere, colui che si trovava al timone della “barca casa” e quindi, colui che era in grado di prendere ogni decisione ed affrontare qualsiasi pericolo. In modo analogo il Duce era ritenuto il timoniere della nazione e della Patria, che, c’insegnavano, si doveva scrivere sempre con la “P” maiuscola.

A tale proposito, voglio ricordare l’esame di cultura che veniva fatto durante la visita di leva militare, che consisteva proprio in questo: si doveva scrivere la frase “amo la patria”. Con i seguenti risultati.
Chi scriveva bene la frase, con la parola Patria con la P maiuscola, riscuoteva approvazione e veniva verosimilmente assegnato ad un’arma non di massa. Per esempio, artiglieria.

Chi non sapeva scrivere quella frase, era chiaramente analfabeta e iscritto nella fanteria, con il ruolo sottinteso di carne da cannone, come tutti sapevano dai terribili ricordi della prima guerra mondiale.
Chi scriveva patria con la p minuscola, poteva essere considerato sovversivo, visto con sospetto e, oltre agli immancabili insulti, talvolta si poteva prendere uno schiaffo.

Devo aggiungere, ad ogni buon conto, che gli insulti verso i coscritti, erano una cosa normalissima. Espressioni tipo “branco di coglioni”, erano quasi un complimento.

In quei tempi, dalle mie parti, l’analfabetismo era molto diffuso, nonostante la scuola elementare fosse obbligatoria. Molti alunni inoltre, abbandonavano la scuola dopo qualche anno, ritornando in breve tempo semianalfabeti.

Mio padre era stato fascista convinto nei primi tempi, cioè negli anni 20, poi aveva abbandonato la politica attiva, un po’ perché non condivideva certe idee estremiste dei colleghi di partito ed un po’ perché non aveva tempo disponibile dovendosi occupare attivamente della campagna.
In famiglia si comprava il Gazzettino, giornale che leggeva solo il capo famiglia, sempre ammirato dalle cose strabilianti che faceva il Duce.

Spesso si prendeva anche La domenica del Corriere, le cui famose illustrazioni, disegnate dal pittore Beltrame, davano una visione sintetica degli avvenimenti più importanti.
Mussolini era visto da tutti come un superuomo, un autentico genio oltre che un vero maschio latino, capace di fare ogni tipo di attività: dal contadino al pilota. L’unica pecca che gli si riconosceva, più che altro come una forma di sfortuna, era nella scelta dei suoi collaboratori che talvolta, non erano bravi come lui o peggio lo ingannavano.

I pochi e minimi errori del regime, venivano, di fatto, attribuiti a queste persone, giacché Lui era ritenuto infallibile. Per inciso, cosa secondo me, quanto meno anacronistica, questo genere di affermazioni si sentono talvolta ancora ai nostri giorni. Per citare un esempio dei “cattivi” collaboratori del Duce, si diceva del segretario del partito Starace “che di nulla è capace”. La satira politica poteva essere fatta in ambienti riservati, dove si era certi che non ci fossero informatori della Milizia, altrimenti si rischiava di essere mandati “al confino”. Devo dire onestamente, che dalle mie parti, che io sappia, nessuno venne punito per critiche al regime.

In generale tutti, o almeno quelli che conoscevo, avevano la convinzione che il paese fosse governato dall’alto in un modo straordinariamente valido, grazie al genio del Duce. Qualche mancanza o inefficienza nella gestione delle attività pubbliche, veniva imputata, oltre che ai già citati collaboratori del Duce, talvolta non all’altezza del loro capo, alla burocrazia, o a funzionari bugiardi, pigri o corrotti.

A scuola si studiavano storia e geografia interpretate dal regime, quindi con esaltazione del ruolo imperiale di Roma e della missione dell’Italia, fonte di civiltà e cultura per il resto del mondo. Sugli altri paesi del pianeta si avevano informazioni sintetiche e sbrigative come queste.

I francesi erano un popolo decadente, se non in via di estinzione, perché facevano pochi figli. Stavano meglio quando si chiamavano “Galli“ e vivevano sotto il governo illuminato di Roma antica.
Gli inglesi erano flemmatici e molli e cosi deboli, che dovevano mangiare cinque volte al giorno. La cosa a noi ragazzini, sembrava effeminata e ridicola.

I tedeschi erano bravi, efficienti e producevano cose d’ottima qualità. Era fondata convinzione che fossero una specie, se non una razza superiore.
Gli americani?
Erano immaginati come dei cow boy. Si sapeva, al nostro livello, che avevano combattuto contro gli indiani, ma non molto di più circa la storia, l’organizzazione politica e l’economia di quel grande paese.

I russi?

Erano sottosviluppati, cattivi, comunisti, mangiapreti e senza Dio.
Nel complesso si esaltava in tutti i modi l’italianità di ogni cosa, ponendo enfasi su tutte le grandi opere fatte da italiani nel passato e soprattutto nel presente. Grande rilevanza veniva data alla scoperta della radio ad opera di Guglielmo Marconi, piuttosto che alle trasvolate atlantiche effettuate dai famosi aerei di Italo Balbo quadrunviro del regime.

Avevamo pertanto la convinzione di vivere in un paese, o meglio una nazione come si diceva allora, molto evoluto, nell’insieme forse, il più colto e tecnologicamente avanzato del mondo. Su queste cose si facevano le graduatorie, come per i campionati di calcio. Per esempio, si diceva che la prima marina del mondo era quella inglese, cosa che non ci piaceva molto. Dovevamo accontentarci, per il momento, del secondo posto.

Noi ragazzi avevamo nell’insieme l’impressione di vivere nella nazione che, per naturali virtù della sua gente e grazie all’uomo della provvidenza, si trovava al centro del mondo. Una canzone dell’epoca iniziava così: “Salve o popolo d’eroi...”. Insomma, la nostra fiducia sui mezzi del paese e sulle sue possibilità militari e civili, era quasi illimitata.

CAPITOLO II 

LE GUERRE D’ETIOPIA E DI SPAGNA.

Nel periodo 1935/36 si svolse la guerra d’Etiopia.
Avevo allora undici anni e ben poco sapevo di quei lontani eventi in terra d’Africa. Ricordo che mio padre era entusiasta delle vittorie italiane, tanto da evidenziare su di una cartina dell’Etiopia con segni colorati, tutte le città e località d’una certa importanza conquistate dalle gloriose truppe italiane.
Un nostro vicino aveva dato al suo cane il nome della cittadina etiopica Macallè, conquistata dai nostri soldati.

La guerra d’Etiopia finì in modo trionfale nel 1936. Tutti eravamo convinti che si fosse trattato di una vera e propria missione di civiltà, voluta dagli stessi etiopi. Del resto, c’era una canzone molto diffusa intitolata “Faccetta Nera” che diceva appunto: ”Faccetta nera, bell’abissina - aspetta e spera che già l'ora s’avvicina...” In altre parole la bell’abissina doveva sperare nell’arrivo degli italiani
A quanto si diceva, anche il Re era entusiasta dell’espansione del suo Impero.

Il regime, considerò vinta e finita la guerra con l’occupazione della capitale Adis-Abeba, anche se il territorio era tutt’altro che sotto il controllo delle nostre truppe.
In generale tutti eravamo entusiasti per il nostro successo militare e per le radiose prospettive economiche che derivavano dal possesso dell’Impero.

A Roma fu organizzata una grandiosa “parata dell’impero”, moderna versione dei trionfi dell’antico Impero Romano. Mio padre volle parteciparvi. Non era mai stato a Roma, né in nessun’altra città al di fuori del Veneto. Si portò appresso la macchina fotografica “KODAK 6 X 9 - rullo in legno” e fece nientemeno che ventiquattro fotografie della parata, due rullini (in legno naturalmente). L’avvenimento fu considerato da tutti molto importante, tanto che a casa nostra vennero molti amici per vedere e commentare le fotografie della parata.

Tutti erano entusiasti ed ormai pensavano che l’Italia fascista rappresentasse un po’una ripresa dell’antico impero romano. Era naturale quindi che nazioni come la Francia, venissero dominate da Roma. Una canzone che ci facevano cantare a scuola diceva appunto: "Marceremo dove il Duce vuole, dove Roma già passò ...". A noi ragazzi, studiando la conquista della Gallia da parte di Giulio Cesare, sembrava naturale che Mussolini dovesse, in qualche modo, completare l’opera iniziata dagli antichi romani.

In definitiva, la rinata potenza di Roma, sembrava una cosa ovvia, che non si era verificata prima solo perché l’Italia era divisa nei famosi staterelli e soprattutto perché mancava il Duce.
Il Gazzettino parlava della conquista dell’impero in termini del tutto elogiativi e nulla faceva pensare, nemmeno ai “grandi” che le cose non stessero come diceva la stampa.
Importanti giornalisti scrivevano che l’impero avrebbe dato lavoro a milioni di italiani.

CAPITOLO III 

L’INCONTRO A MONACO TRA MUSSOLINI E HITLER

Negli anni che trascorsero tra il 1936 ed il 1938, si constatava giorno per giorno che l’Italia si alleava sempre più strettamente con la Germania. Quest’ultima, agli occhi di tutti diventava sempre più potente ed aggressiva, ma a noi non faceva paura poiché era alleata dell’Italia, e Hitler era grande amico di Mussolini, almeno così si diceva allora. C’erano però nel paese delle persone che dubitavano di quest’amicizia, ma erano considerate sovversive, oppure erano vecchi che confondevano austriaci con tedeschi, che, a dire il vero, anche a me sembravano un solo popolo.

La paura incominciò a farsi sentire, anche se si sapeva che l’uomo della provvidenza, avrebbe salvato la situazione anche in questo caso, ciò che effettivamente avvenne, almeno così sembrò, agli occhi di tutti.

Infatti, al Congresso di Monaco, fu proprio Mussolini a proporre la soluzione del problema, che fu accettata da tutti, vittime comprese.

Sia detto per inciso, nessuno sospettava del ruolo gregario svolto da Mussolini istruito da Hitler e in questa sede non voglio citare fatti che allora non si sapevano e che vennero alla luce a guerra finita.
Fatto sta che Mussolini tornò da Monaco come un gran trionfatore, accolto lungo il percorso da folle che osannavano al salvatore della pace del mondo.

Ricordo che a noi ragazzi sembrava un po’strano che un popolo di guerrieri, preparato per la guerra, inneggiasse tanto alla pace.
I giornali non lesinarono elogi verso il salvatore della pace.
Avevo allora 14 anni e assistetti anch’io alle manifestazioni di gioia che pure nel mio paese erano state organizzate per lo scampato pericolo.

CAPITOLO IV

PRIMI ANNI DI GUERRA

Alla fine del 1938, l’Italia adottò le leggi razziali. A noi, nel paese, sembrava un problema inesistente. C’era stato inculcato che eravamo “ariani” e quindi non c’era nulla di cui preoccuparci, poiché nella zona non c’erano etnie diverse dalla nostra. Che gli ebrei fossero considerati “poco di buono”, era opinione comune.

Si diceva che oltre ad essere brutti, infidi e pavidi, avevano una conformazione cranica che favoriva la criminalità. Infine, fattore più grave e determinante, essi erano parte di quel popolo che aveva crocefisso Gesù Cristo, per la qual cosa da sola, meritavano la massima esecrazione. Noi tutti, per fortuna appartenevamo alla razza ariana, anzi, secondo il già citato vademecum per gli insegnanti, eravamo di razza ariana italiana. Non si poteva sperare di meglio.

La novità era rappresentata dal fatto che nei libri scolastici di geografia, era spiegato con foto, disegni e descrizioni, le differenze tra le varie razze e a noi era imposto di studiare a fondo questa materia.
Il massimo della purezza di razza, secondo noi, era rappresentato dal Mussolini, uomo forte, atletico, infallibile, super intelligente, con cipiglio da guerriero e sessualmente molto potente. Egli stesso frequentemente si faceva fotografare in pose virili, sportive e atletiche.

Si vociferava che avesse un’amante. Tutti consideravano una cosa giusta e normale che un uomo della sua potenza avesse almeno un’amante. Così com’era corretto per noi che la moglie, donna Rachele, si mantenesse tranquilla nel suo ruolo di brava donna di casa, che, secondo i dettami di allora, la natura stessa le aveva assegnato.

Nella primavera del 1939, l’Italia occupò militarmente l’Albania. Per noi era una nuova prova dell’abilità del Duce e della potenza irresistibile dell’Italia. Si sentiva tuttavia qualche commento negativo, perché ormai molti uomini erano sotto le armi e mancavano braccia per il lavoro. L’inflazione inoltre aveva cominciato a galoppare ed i prezzi in continuo aumento, rendevano l’acquisto di qualsiasi oggetto sempre più difficile.

Intanto la Germania aveva occupata del tutto la Cecoslovacchia e diventava sempre più potente. Per inciso ricordo che dal nostro paese partirono alcuni operai e artigiani per andare a lavorare in Germania, dove, essi dicevano, erano ben pagati e ben nutriti.
E venne il settembre del 1939, con l’attacco della Germania alla Polonia e con la dichiarazione di solidarietà verso la Polonia di Francia ed Inghilterra.

Era la guerra, di cui tante volte aveva parlato il Duce e per la quale l’Italia, si diceva, si stava preparando da quando il fascismo era al potere. Mussolini, in molte occasioni, aveva dichiarato che erano pronte otto milioni di baionette, cioè otto milioni di soldati, un esercito quindi più numeroso che quello tedesco.

Mio padre diceva con convinzione che non bisognava fare la guerra ai ricchi, cioè secondo lui agli inglesi, perché, avendo essi più soldi e più colonie, avrebbero potuto produrre più mezzi, più armi e quindi vincere la guerra. Egli ben ricordava gli orrori della prima guerra mondiale, dove aveva perso un occhio e temeva l’evolversi della situazione, nonostante anche lui pensasse che il Duce avrebbe provveduto ad evitare il peggio.

Nei mesi seguenti incominciò la mobilitazione. I soldati partivano, le famiglie intere li accompagnavano alla stazione, dove anch’io andai più volte, a salutare amici delle classi antecedenti alla mia, diretti ai vari Distretti Militari. Vedevo in quelle occasioni, i familiari dei partenti che piangevano. Qualcuno faceva riferimento ad analoghe partenze avvenute durante la prima guerra mondiale, di cui molti conservavano un triste ricordo.

L’attacco tedesco alla Polonia del settembre del ‘39, era stato travolgente ed irresistibile. In un mese le forze armate polacche erano state annientate e la Polonia sottomessa. Nessuno sapeva della vergognosa spartizione della Polonia tra Germania e Russia. Anche questo fu noto solo a guerra finita.
Nel nostro piccolo paese seguivamo gli eventi ascoltando la radio e gli adulti, leggendo il Gazzettino, del quale anch’io avevo cominciato a scorrere qualche articolo.

Titoli roboanti del giornale elogiavano senza limiti l’efficienza e l’efficacia dell’esercito tedesco, i suoi mezzi straordinari e gli irresistibili attacchi dei panzer con la tecnica delle “colonne corazzate”. Tra la gente però si sentiva anche molta pena per quei poveri soldati polacchi che si scagliavano con la loro cavalleria contro i carri armati e che venivano falciati dalle mitragliatrici dei carri stessi.

I vecchi che ricordavano la guerra del 15/18, ben sapevano qual era l’effetto delle mitragliatrici, che sparavano su masse di soldati all’attacco e temevano fortemente gli sviluppi delle situazioni.
Nell’aprile del 1940, la Germania invase la Norvegia e anche qui, come in Polonia, le vittorie furono folgoranti per i mezzi straordinari utilizzati dalle armate tedesche in quelle battaglie. L’ammirazione che scaturiva dal Gazzettino, verso la Germania era grandissima, mentre andava aumentando la preoccupazione della gente, per un coinvolgimento dell’Italia nel conflitto.

Nel maggio del ‘40, la Germania occupò fulmineamente l’Olanda ed il Belgio.
Pure qui l’utilizzo di tecniche militari innovative, quali l’uso degli alianti che atterravano, carichi di soldati, sopra le corazze dei forti, lasciò tutti sbalorditi ed ammirati.

Le forze armate della Germania sembravano invincibili e l’organizzazione del terzo Reich perfetta.
Francia ed Inghilterra cercavano di frenare l’avanzata tedesca ma invano, in altre tre settimane i tedeschi arrivarono a Parigi (giugno del ‘40).

Ormai era chiaro a tutti che la Germania era invincibile e dalla radio e dalla stampa (per noi sempre il Gazzettino e talvolta La domenica del corriere), appariva chiaro che l’Italia era pronta a fare la sua parte di alleata della Germania per poter spartirsi poi il bottino, che si prevedeva lauto e a portata di mano.

CAPITOLO V

L’ITALIA ENTRA IN GUERRA

Il 10 giugno 1940 l’Italia entrò in guerra. Ricordo che gli anziani erano molto preoccupati e spaventati. Rammento in particolare un vecchio contadino, di nome Rizzato, che veniva a coltivare il nostro orto. Era un contadino analfabeta. Aveva fatto il soldato di fanteria nella prima guerra mondiale. Non sapeva nulla di politica e dei fatti del mondo. Non aveva la radio, aveva solo molto buon senso. Egli diceva sempre che la guerra era un gran disastro, perché avrebbe causato la morte di moltissimi uomini.

La “lunga preparazione” a questo evento, sempre sbandierata dal regime, la disponibilità di otto milioni di baionette, della miglior aeronautica, eccetera, davano ai più, me compreso, la certezza della vittoria immediata.

A proposito di preparazione, devo dire che anch’io proseguivo la mia. Ero ormai avanguardista. Tutti i sabati seguivo il corso premilitare che consisteva in queste esercitazioni: dopo aver indossato la divisa, si andava alla “Casa del Fascio”, dove ci veniva dato un moschetto di legno (di quelli veri ce ne erano due o tre e senza pallottole). Ci portavano quindi a marciare lungo il canale Rebosola, che scorreva ai margini del paese.

Il nostro istruttore era un sergente dell’esercito, che si “preparava” con noi, in altre parole, anche lui marciava. Tutto qui. Non ci veniva insegnato assolutamente nulla, né sulle tecniche delle vecchie guerre, né, tanto meno, della guerra moderna. Del resto, lo stesso sergente nulla sapeva di tecniche militari. Dell’uso dei panzer e delle colonne corazzate, come faceva l’esercito tedesco, si supponeva che qualcuno in qualche luogo a noi sconosciuto, se ne sarebbe occupato.

Il conflitto con la Francia finì nel giro di qualche settimana. Le truppe italiane arrivarono nientemeno che a Mentone, a qualche chilometro oltre Ventimiglia. Sembrava che la guerra fosse quasi finita. Sarebbe bastata la resa dell’Inghilterra e l’Italia avrebbe “vinto“ anche in Francia ed in Libia, come già aveva vinto in Etiopia ed in Spagna.

Per quanto riguardava la guerra sul mare, noi sapevamo che anche in questo settore, i tedeschi erano invincibili. Le gesta delle corazzate “tascabili” riempivano le prime pagine dei giornali.
Si diceva che i sottomarini tedeschi avevano bloccato pressoché totalmente il traffico navale con l’Inghilterra, ormai ridotta alla fame. Purtroppo quest’ultima era dura ad arrendersi e così la guerra continuava.

In Africa le difficoltà delle nostre truppe erano molte. Questo, noi in famiglia, lo sapevamo bene perché il fidanzato di una mia sorella, faceva il militare come bersagliere in Africa. Quando tornava a casa in licenza, forse una o due volte in tutto, ci raccontava delle grandi difficoltà che incontravano laggiù le nostre truppe.

In particolare cominciava ad emergere la nostra inferiorità tecnica, l’impreparazione e soprattutto, la mancanza di organizzazione in generale e dei rifornimenti in particolare. Appariva ormai chiaro, che la nostra flotta potentissima non riusciva nemmeno a scortare decentemente i convogli che dovevano rifornire le truppe in Libia.

Il 1940 passò senza che si verificasse la tanto attesa sconfitta dell’Inghilterra.
In compenso nel mese di ottobre l’Italia attaccò la Grecia, alla quale doveva “spezzare le reni”, secondo quanto disse Mussolini in un famoso discorso.

Il 1941 passò, la Russia non fu conquistata, né l’Inghilterra si arrese.

L’inflazione galoppava ed il potere d’acqusto dei salari diminuiva velocemente. Lo spettro della fame già incombeva su molte famiglie. Cominciavano ad essere immessi nel mercato i prodotti così detti “TIPO”. Si trattava di imitazioni di prodotti anteguerra.

Per i tessuti, per esempio si usavano fili di carta al posto della lana, con risultati che il lettore di oggi stenterà ad immaginare. Alla prima pioggia, si sfasciavano. Si produceva il formaggio “VINCERE”, fatto con prodotti TIPO, cioè, non con il latte, bensì, si diceva, con polpa di legno di pioppo, con aggiunta di latte. Si trattava di una pasta collosa quasi immangiabile, e così via.

Nel frattempo anche in Africa le forze armate italiane avevano dimostrato la loro inadeguatezza ed incapacità di fronte alla guerra in corso. Perfino noi nel paesello, in una qualche misura, lo avevamo capito. In special modo, erano i militari che giungevano in licenza a metterci al corrente della realtà delle cose.

I tedeschi quindi furono nuovamente costretti a venire in nostro aiuto mandando in Libia “l’Afrika Korp” agli ordini del generale Rommel, il quale riuscì a contrattaccare gli inglesi. Con abili manovre e sfruttando anche le truppe ed i mezzi italiani arrivò fino ad El Alamein in Egitto, a metà del 1942.
Tuttavia la limitatezza delle forze tedesche in Africa, nonché l’affondamento quasi totale dei convogli di rifornimento dall’Italia alla Libia, rendevano le posizioni raggiunte dalle truppe italo-tedesche, insostenibili.

Per giunta, alla fine del 1941, entrarono in guerra gli Stati Uniti d’America. Mio padre ricordava il peso che il loro aiuto aveva avuto nella prima guerra mondiale. Alcuni cominciavano a pensare seriamente che la guerra si potesse anche perdere.
In Africa, ben presto avvenne la controffensiva inglese.
Gli americani sbarcarono in Marocco.

Le forze armate italo-tedesche in Africa furono sconfitte e all’inizio del 1943 si arresero.
Era opinione generale ormai, che la guerra era tutt’altro che quel fuggevole momento di gloria che sembrava all’inizio. Men che meno sembrava imminente e realistica la nostra presenza al tavolo della pace per spartirci le spoglie dei vinti.

Si era ormai al terzo anno di belligeranza, molti soldati non erano più tornati dai vari fronti e molti civili erano morti sotto i bombardamenti. Non c’erano più generi di conforto e anche il cibo tesserato, era quanto mai scarso, di qualità scadente e spesso semplicemente inesistente.

Noi a casa non si pativa la fame perché la campagna ci forniva tutto il fabbisogno alimentare necessario. Altri invece, meno fortunati di noi, avevano già grossi problemi di fame vera e propria. In particolare ne soffrivano i veneziani, che, non avendo la città alcun entroterra, erano costretti ad uscire dalla città lagunare per riversarsi nelle campagne in cerca di cibo.

Arrivavano con mezzi di fortuna, spesso con biciclette che prendevano a noleggio a Mestre, fino al mio paese, distante 60 chilometri da Venezia. Nel rientrare in città attraverso il ponte “Littorio”, ora “Ponte del Popolo”, che unisce Mestre a Venezia, dovevano barattare l’ingresso, con le guardie addette al controllo.

Avevo allora 19 anni e ormai era arrivato il mio turno di leva militare.
Mio padre era molto preoccupato per me ed aveva il timore che mi mandassero in qualche fronte. Ora l’Africa non c’era più, ma c’erano pur sempre la Grecia, la Jugoslavia e la terribile Russia. Scrisse pertanto una lettera a certi nostri lontani parenti di Roma, con la speranza che un loro intervento dalla capitale, potesse farmi mandare almeno in una zona di minor rischio.
Era l’usanza di allora, resa sistematica dal regime, di cercare sempre degli appoggi. Non credo che nel mio caso, quella lettera abbia conseguito alcun effetto.

Nel frattempo la situazione militare nell’Italia e nella Germania, volgeva al peggio.
In Russia, dopo i terribili inverni e la sconfitta di Stalingrado, la situazione sembrava che si avviasse verso la disfatta delle “invincibili” armate tedesche.

I bombardieri alleati colpivano tutte le notti le città italiane e tedesche.
Ai primi di luglio, gli alleati sbarcarono in Sicilia e a quanto sembrava, con relativa facilità, nonostante il Duce avesse proclamato: “li fermeremo sul bagnasciuga”.
Era stata pesantemente bombardata, perfino Roma. Sebbene il Regime avesse dato ampie rassicurazioni sulle difese contraeree della città, centinaia di bombardieri americani, in pieno giorno, colpirono indisturbati i bersagli importanti della capitale.

Ormai era chiaro a tutti, compreso, a molti gerarchi fascisti, che la capacità combattiva delle nostre forze armate, era, di fatto, quasi nulla. I soldati stessi, in generale, ritenevano inutile farsi ammazzare di fronte ad una situazione irrecuperabile.

Così, come tutti oggi sanno, avvenne la riunione del “Gran Consiglio” fascista del 25 luglio 1943, con la caduta e l’arresto il giorno dopo, di Mussolini. Ricordo le esplosioni di gioia del 26 luglio. Tutti inneggiavano alla caduta del fascismo e dell’uomo che lo aveva guidato per vent’anni. Il Duce, di colpo, non era più l’uomo della provvidenza che era stato fino a qualche anno prima. Ora era diventato un criminale, che aveva inguaiato l’Italia, alleandola con la parte perdente ed invischiandola in situazioni da cui non riusciva uscire.

La gente ignorava, o non teneva conto, della presenza dei tedeschi in Italia ed il fatto che Badoglio avesse proclamato che la guerra continuava.

Avevo raggiunto i 19 anni e terminato l’ultimo anno di liceo, rimandato peraltro con tre materie alla sessione autunnale di riparazione. Ero ormai completamente disinteressato agli studi scolastici, sapendo imminente il mio arruolamento alla leva militare.

CAPITOLO VI

CHIAMATA ALLE ARMI

Nei primi giorni d'agosto 1943 ricevetti la cartolina di precetto ed il 21 dello stesso mese, partii con destinazione Banne (Trieste), assegnato al 5° Reggimento Genio, di stanza in quel paese.
Non volli essere accompagnato alla stazione per evitare di commuovermi, ma mi portai appresso il ricordo delle lacrime di mia madre che dai gradini di casa, mi salutava piangente.

Giunto al Reggimento, mi resi subito conto della situazione di disagio e di disorganizzazione in cui versava. Mancava tutto, o meglio, ci si doveva arrangiare in qualche modo per risolvere anche i problemi più banali. Una burocrazia elefantiaca ed inefficiente stagnava al di sopra di ogni più piccola iniziativa o necessità. Per esempio: bisognava compilare un modulo per avere il fucile da esercitazione, corredato da 5 cartucce. Il tutto si doveva restituire a fine esercitazione, compilando altri moduli.

Aggravava la situazione, la mancanza di mezzi causata principalmente dallo stato di guerra, per l’Italia già al suo terzo anno.

Una volta entrati nella caserma, fecero subito l’appello e quindi fummo portati in fureria per il ritiro delle divise. Non c’erano divise nuove o quanto meno decenti. Ci si doveva adattare ad indossarle nello stato miserevole in cui si trovavano e cioè, o troppo grandi o troppo piccole, alcune addirittura sporche e macchiate di sangue. Le scarpe erano indecenti: costruite di materiale scadente (forse cartone), usate, sporche, rotte e spesso spaiate.

Dopo la consegna delle divise fummo convocati per la procedura delle vaccinazioni. Tutti in fila, nudi, sull’attenti, mentre due commilitoni “infermieri”, eseguivano l’intervento. Veniva da loro effettuato un lieve massaggio sui muscoli mammari, seguito da tre iniezioni (antitifica - anticolerica ed antitetanica). L’assenza di precauzioni igieniche era quanto meno sconcertante e nei giorni appresso avrebbe dato luogo ad infezioni ed altri problemi a parecchi di noi, con forti febbri e malori.

Ultimata questa procedura, ci fu distribuito il rancio, nelle nostre sudicie gavette, che non potevamo lavare, perché c’era un solo rubinetto per tutto il reggimento. Non esisteva un locale mensa, si consumava pertanto il pranzo all’aperto, sul piazzale della caserma. Si trattava di cibo per me e per molti altri immangiabile, ma ci facemmo forza e qualcosa ingoiammo.

Il resto della giornata trascorse con “esercitazioni militari” molto deludenti. Ci aspettavamo di fare dell’addestramento coerente con il tipo di armamento che si sapeva in uso nella guerra in corso. In altre parole pensavamo di venire istruiti sull’uso di armi automatiche e su mezzi atti a contrastare un’eventuale avanzata di carri armati nemici o di qualsiasi altro mezzo militare, oppure sull’utilizzo di armi impiegate in azione offensive o di attacco.

Contrariamente a queste nostre aspettative, gli addestramenti consistevano in marce forzate sotto il sole, con ostacoli più o meno impegnativi. Alla fine un sergente ci spiegava come montare e smontare un fucile Mod.91, così chiamato proprio perché era un modello del 1891, arma già superata nella guerra mondiale ‘15/’18. Alle 21, tutti a dormire.

Fummo assegnati a gruppi in più camerate nelle quali erano allineate quattro file di letti a castello di tre piani cadauno.

Ci si sdraiava su pagliericci sudici e maleodoranti, senza lenzuola ed in compagnia di non poche pulci.
Per mia fortuna, grazie agli studi conseguiti, venni in seguito assegnato al Reparto Radio Marconisti, cosicché in luogo delle noiose, faticose ed inutili marce, passavo molte ore in aula a studiare l’alfabeto “Morse” ed a seguire le lezioni degli istruttori, relative a questa specializzazione. Era un’attività che seguivo con attenzione ed interesse.

Col trascorrere dei giorni mi rendevo sempre di più conto dell’inadeguatezza delle nostre forze e delle nostre strutture militari.

Il primo impatto con la realtà della guerra, ci venne fornito dai soldati del “Genio Guastatori”. Era questo un reparto formato da un contingente di truppe d’assalto.Equipaggiate con fucile mitragliatore, pugnale, pistola e con indumenti più adatti al combattimento e di qualità migliore dei nostri. Si trattava forse dell’unico corpo specializzato dell’esercito italiano, almeno a mia conoscenza.

Questi soldati, reduci dalla ritirata in Sicilia, dopo l’impari lotta contro le truppe da sbarco americane, erano delusi ed arrabbiati. Vagabondavano tutto il giorno per la caserma completamente inosservanti di tutte le regole e discipline cui noi reclute si doveva rigorosamente sottostare.

L’atteggiamento dei guastatori più sorprendente per noi, era costituito dall’assoluta mancanza di rispetto verso gli ufficiali e quindi verso l’autorità, ai quali avevano tolto anche il saluto, gesto obbligatorio per ogni soldato. Gli ufficiali dal canto loro, come per un ordine ricevuto, non opponevano alcuna reazione e quasi li ignoravano, spesso evitando di incontrarli.

A noi reclute era vietato qualsiasi contatto con i guastatori, ma nonostante questo divieto, si veniva a conoscenza di fatti e di episodi avvenuti in terra di Sicilia, in netto contrasto con quanto pubblicato dalla stampa e dalla propaganda fascista.

In particolare, venimmo a sapere che lo sbarco e l’avanzata degli americani, si erano svolti con un’imponenza e disparità di forze sbalorditive. Gli Alleati avevano trovato scarsa resistenza da parte delle nostre truppe. Venivano inoltre accolti come liberatori dalla popolazione locale. Secondo i guastatori, da parte nostra mancava tutto: mezzi, munizioni, aerei, carri armati e perfino il cibo. Inoltre, sempre secondo loro, gli ufficiali erano incompetenti.

Tutti questi racconti e l’atteggiamento di disprezzo e di distacco dei guastatori verso tutto ciò che rappresentava la debole consistenza della nostra organizzazione militare, distruggevano completamente l’immagine di un’Italia forte, invincibile e al di sopra di ogni altra nazione, che la propaganda del regime ci aveva propinato.

Il seme della diffidenza, dell’insicurezza e della sfiducia, verso gli ufficiali e, in genere verso l’apparato gerarchico - governativo, incominciava a germogliare nelle nostre coscienze. L’immagine del Duce, ora sostituito da Badoglio, si presentava sempre più piena di ombre. La tanto sbandierata potenza delle nostre Forze Armate, ora ci appariva come una grottesca montatura propagandistica.
Oltre alla limitatezza di risorse di ogni tipo, si poteva toccare con mano la nostra carenza organizzativa e militare. Sentimenti di frustrazione, incertezza, e risentimento per tutte le fandonie che ci avevano raccontato, cominciarono a diffondersi tra noi.

La mia breve esperienza a Banne trascorse senza particolari emozioni, fatta eccezione per due notti di sentinella alle polveriere. Si trattava di montare la guardia ad alcuni depositi di munizioni ubicati sulle falde di una collina non molto lontana dalla caserma, ben mimetizzata con la vegetazione circostante. I depositi erano esposti agli attacchi dei partigiani Slavi, che di notte varcavano il confine e tentavano di farli esplodere. Durante i miei turni di guardia non successe nulla di allarmante, ma l’affanno delle lunghe ore notturne, con la paura di venire sorpresi e uccisi da un momento all’altro, ci metteva in stato di forte tensione emotiva.

CAPITOLO VII 

8 SETTEMBRE 1943

Trascorsero così i miei diciannove giorni di “militare”, senza particolari emozioni. La vita di caserma procedeva stancamente, senza prospettive di cambiamenti a breve termine.
Il cambiamento tanto drammatico, quanto inaspettato, si verificò l’indimenticabile 8 settembre 1943.

Quella giornata passò senza alcuna premonizione sui drammatici avvenimenti della serata.
Alle 19,42 la Radio diede il grave comunicato sull’armistizio, scandito dal Generale Badoglio, che era anche il nuovo Primo Ministro. Dichiarava che le forze armate italiane dovevano cessare qualsiasi ostilità contro gli angloamericani e reagire ad eventuali attacchi provenienti da qualsiasi altra parte. Nulla si diceva circa ciò che i soldati avrebbero dovuto fare o aspettarsi.

Sembrava che la guerra per noi fosse finita o, in ogni caso, stesse per concludersi, anche se non riuscivamo ad immaginare come. Per questo, credo, a quell’annuncio non seguirono gesti o grida di gioia e d’esultanza da parte nostra. Al contrario, un senso di sbigottimento prevalse su ognuno di noi.
Sorgevano spontanei mille interrogativi sul nostro ruolo, sui nostri alleati tedeschi e sul futuro quanto mai oscuro.

Alcuni di noi osavano far congetture, ma nessuno poteva avere una chiara idea di ciò che il giorno seguente ci avrebbe riservato. L’unica cosa che ci era stata veramente inculcata, in quei giorni, era che noi dovevamo ubbidire ed agire solamente secondo gli ordini ricevuti. Perciò l’idea di organizzarci, prendere iniziative autonome, o peggio, fuggire e diventare disertori stentava a concretizzarsi nelle nostre menti. Sapevamo che una fuga equivaleva alla diserzione, che era punita con la fucilazione.

Ormai s’era fatta notte e qualsiasi nostra decisione era rinviata al giorno seguente.
La presenza di due sentinelle tedesche al cancello d’ingresso della caserma, non faceva presagire nulla di buono, anche se erano pur sempre nostri alleati. Nessuno di noi pensò di sopraffare le sentinelle, perché i tedeschi non potevano in quel momento essere visti come nostri nemici.

Quella notte non dormii molto, rannicchiato nel mio pagliericcio continuavo a pensare a ciò che era avvenuto ed all’incognita del domani.. Mi soffermavo soprattutto sulla falsa realtà che il nostro paese aveva rappresentato per noi italiani.

La successione di fatti ed eventi così importanti come la caduta di Mussolini, il proclama di Badoglio e la confusione venutasi a creare tanto inaspettatamente, sconvolsero ogni mio precedente concetto sulla situazione politica dell’Italia.

Il mattino seguente trovammo la caserma bloccata all’ingresso da un grosso carro armato tedesco. Ci era stata preclusa ogni via d’uscita.

I militari germanici di guardia al cancello, erano decisi e categorici nell’ordinarci che per quel giorno, si doveva rimanere ancora in caserma e solo il giorno seguente saremmo stati liberi di andare a casa.
Ormai cominciava ad apparire chiaramente il nostro stato di prigionieri. Corrispondentemente l’idea di una possibile fuga si stava consolidando, anche se non sembrava perseguibile a quasi tutti noi.
Ad avallare le disposizioni dei tedeschi ci pensò un nostro maggiore, che in un’improvvisata assemblea, intimò a tutti di non tentare in alcun modo di fuggire.

Ci assicurò inoltre che il comando tedesco aveva garantito che il giorno seguente saremmo stati tutti liberi. Nessuno diede molto credito alle affermazioni del maggiore. Tuttavia nulla si fece per reagire a quell’ordine e studiare un piano di fuga perseguibile. Eravamo abituati ad obbedire e a non prendere iniziative. Tramite la voce del maggiore, ci era stato ordinato di non muoverci. Per la maggioranza di noi, non c’erano abbastanza valide ragioni per fuggire, che per il nostro modo di pensare significava disertare e quindi rischiare la fucilazione.

Nonostante queste considerazioni, una volta sciolta l’adunata, alcuni temerari cercarono di scappare.
Ne fui tentato anch’io, ma visto l’epilogo dei primi tentativi di fuga, rinunciai di malavoglia ma con convinzione.

I fuggitivi, infatti, tentarono di lasciare la caserma scavalcando il muro di cinta. Purtroppo per quei poveracci, le sentinelle tedesche, bene appostate nelle garitte sopra il muro stesso, fecero il tiro al bersaglio stendendo al suolo i malcapitati.

Più tardi seppi che il maggiore, autore dell’ordine emanato ai “suoi soldati” di non scappare, era stato uno dei primi e dei pochi a farla franca, riuscendo a fuggire.

Da allora in poi, i soldati tedeschi diventarono dei veri aguzzini. Eravamo sempre sotto la mira delle loro “machine-pistole”, che non esitavano ad usare se qualcuno tentava la fuga. Non ho mai saputo quanti furono i morti in quei giorni, ma si diceva fossero stati alcune decine.
I tedeschi diedero ordine di prepararci per un’imminente partenza, che si realizzò puntualmente il giorno dopo.

CAPITOLO VIII 

VERSO LA PRIGIONIA

L'undici settembre fummo svegliati di buon’ora dai soldati tedeschi che ci radunarono in file per quattro sul piazzale della caserma. Fatta una rapida conta degli astanti, ci misero in marcia con destinazione sconosciuta. Ci diressero subito su Postumia e dopo breve marcia entrammo nella cittadina.

Fui molto sorpreso nel constatare che il nostro arrivo era atteso dalla popolazione locale che, incurante della prepotenza dei soldati tedeschi, ci manifestava la propria solidarietà. Ricordo le donne che dalle finestre ci salutavano sventolando fazzoletti e drappi, mentre gli uomini ci accompagnavano dai margini della strada porgendoci generi alimentari, prevalentemente costituiti da gallette e bottiglie d’acqua.

Durante i seguenti undici lunghi giorni di viaggio, il nostro pensiero ritornò spesso a quei civili, che, dandoci quelle scorte essenziali ci consentirono di mitigare in qualche modo, la fame e la sete. Molti deportati, di altri convogli, che non ebbero la fortuna di ricevere quelle scorte, non superarono il calvario del viaggio.

Uno di questi civili, avvicinandosi più degli altri, si offriva di dare nostre notizie ai parenti, purché gli avessimo fornito l’indirizzo. Approfittando di un attimo di disattenzione delle guardie, diedi a quel signore il recapito dei miei ai quali inviò una cartolina prestampata, che ancora conservo, su cui è stampigliato:

ESIBITORE . VISENTIN CARLO - POSTUMIA GROTTE - Vi Ripamonti,14
CARTA D’IDENTITA’ N° 2.494.O11

Sul retro è scritto a macchina:

Sono di Passagio sto bene saluti a tutti
Fu questo l’unico ed ultimo mio messaggio pervenuto ai miei genitori dall’Italia, dopo l’otto settembre. Lasciata Postumia fummo instradati per Lubiana, sempre sotto lo sguardo vigile e l’arrogante incitamento dei nostri guardiani. Entrammo in città a tarda notte e ci fecero sostare su un marciapiede della stazione ferroviaria, dove ci rifocillammo con qualche galletta delle nostre misere scorte avute dai cittadini di Postumia.

All’alba del giorno seguente ci attendeva una tradotta composta esclusivamente da carri merci. Con ordini perentori, spinte e colpi di calcio di fucile, fummo ammassati in 50/60 o forse più per vagone, le cui porte furono chiuse dall’esterno con catene e lucchetti. Dopo una lunga attesa, il convoglio si mise lentamente in moto. Mentre ai nostri orecchi giungeva il cupo rumore della locomotiva trainante il treno, un profondo senso di tristezza pervase tutti noi, quella tristezza che non ci avrebbe più lasciati durante la nostra lunga prigionia.

Ormai s’intravedeva chiaro il quadro della situazione e della nostra destinazione che si prospettava ineluttabilmente verso la Germania.

Questa prima tratta del percorso non durò a lungo, interrotto improvvisamente da una brusca frenata del treno. I soldati tedeschi addetti alla nostra scorta, esagitati più che mai, aprirono le porte dei vagoni e ci fecero scendere immediatamente incamminandoci a passo di marcia verso il fondo di una valle chiusa da splendide montagne.

Ci trovavamo in territorio jugoslavo e, percorsi pochi metri, ci rendemmo conto della causa dell’improvviso arresto del convoglio. Il binario su cui viaggiavamo era saltato in aria per un tratto di alcuni metri. Radio Gavetta , faceva sapere che si trattava di un’azione compiuta dai partigiani slavi, nel tentativo di impedire la nostra deportazione in Germania.

Percorremmo così alcuni chilometri fino ad arrivare ad un casello ferroviario dove, più tardi, ci raggiunse una nuova tradotta.

Entrati nuovamente nei vagoni, proseguimmo il viaggio spesso boicottato dalle azioni partigiane che, con improvvise sparatorie e distruzioni saltuarie di binari intendevano bloccare il proseguimento del treno. Tra timori, allarmi e ritardi rimanemmo in quella disagevole tradotta per due giorni.
Viaggiavamo in condizioni veramente pietose. Non ci veniva distribuito alcun tipo di cibo e nemmeno l’acqua.

Ci dividevamo pertanto quelle poche ma preziose derrate avute fortunatamente dalla popolazione di Postumia. Consistevano principalmente in gallette, cipolle e qualche borraccia d’acqua. Senza quelle povere scorte avute in modo così straordinario, molti di noi sarebbero certamente morti. Eravamo rinchiusi senza via di scampo e per respirare un po’ d’aria pura e per osservare l’esterno, eravamo costretti ad arrampicarci a turno ad uno dei due finestrini muniti di griglie di cui erano dotati i vagoni.

Un problema non trascurabile era rappresentato dall’impossibilità di far fronte alle nostre necessità fisiologiche senza lordare eccessivamente il vagone sul quale avremmo dovuto vivere chissà ancora per quanti giorni. Con gran fatica riuscimmo a schiodare una grossa tavola dal pavimento del carro e quell’apertura funzionò da servizio igienico, nonsenza imbarazzo per la promiscuità del luogo. Col tempo però certe forme di pudore furono abbandonate da tutti adattandoci alle contingenze venutesi a creare in quel carro - bestiame.

Al terzo giorno di viaggio il treno si arrestò in una stazioncina in territorio austriaco.
Finalmente le porte furono aperte e ci fu consentito di scendere senza allontanarci dal marciapiede. Con nostra gioia ci mettemmo subito in coda ad una fontanella per bere, riempire le borracce, sciacquarci la faccia e refrigerare il corpo dopo i giorni trascorsi in condizioni così precarie.

Più tardi ci fu distribuito un po’ di cibo consistente in una fetta di pane nero ed in una zuppa calda che in altri momenti ci sarebbe apparsa immangiabile e che allora era per noi il massimo. Verso sera riprendemmo il viaggio sempre ammassati negli stessi vagoni. Da quella stazione in avanti, le guardie furono con noi più tolleranti e meno attente. Viaggiando sul loro territorio si sentivano più tranquille di fronte ad un nostro improbabile tentativo di fuga e lasciavano pertanto le porte chiuse a metà.

Ne approfittarono alcuni miei compagni che nei momenti di rallentamento del treno si gettarono sulla scarpata ruzzolando verso il fondo. Non riuscivo ad immaginare l’esito di una fuga così rischiosa e per di più in un paese nemico. Nessuno di noi seppe mai che cosa riservò il destino a quei coraggiosi. Il treno della disperazione proseguiva intanto la sua interminabile corsa giorno dopo giorno con lunghe fermate e rallentamenti apparentemente inspiegabili, senza una meta apparente, con il suo carico di esseri umani che di umano avevano solo le sembianze, stipati in una realtà più consona agli animali da macello.

Lasciata l’Austria entrammo in Germania. Di giorno si viaggiava a porte aperte essendo preclusa ogni possibilità di fuga. Ci si fermava sovente su binari morti, dove una volta al giorno ci veniva servita la solita zuppa disgustosa, scodellata nelle nostre gavette con rabbia e disprezzo da delle inservienti germaniche che ci avevano dato l’appellativo di “Die Patoglio” (i Badoglio), ossia i traditori.

Per confermarci il loro disprezzo, ci sputavano addosso. Per completare il pasto, sempre insufficiente e deludente, si sgranocchiava qualche galletta della nostre povere riserve, ormai ridotte all’osso.
La solitudine, la noia, la mancanza di affetti, di conforto, d’igiene e di sostentamento, uniti alla precarie condizioni fisiche ci avevano accomunati tutti in questa situazione infelice. Poche o nulle erano le speranze di poter tornare ad una vita dignitosa. Il futuro si presentava tenebroso e pieno di rischi. Ci sentivamo depressi e non sapevamo come avremmo potuto affrontare la lotta quotidiana per la sopravvivenza.

Con il suo carico di esseri umani sofferenti e sconvolti, dopo ben undici giorni di viaggio, il treno finalmente concluse la sua lunga corsa. Verso il tramonto eravamo giunti, infatti, in una piccola stazione ferroviaria della Prussia Orientale, denominata Honestein.
Vi sostammo alcune ore, quindi abbandonati i nostri poco confortevoli vagoni, fummo incamminati lungo un viottolo tra boschi e sterpaglie.

Durante il percorso la nostra attenzione era attratta da un sequenza di fasci di luce che ad intermittenza squarciavano le tenebre radendo il suolo. Non ci rendevamo assolutamente conto dell’avvenimento tanto nuovo quanto a noi sconosciuto. Nell’approssimarci alla fonte di quei fasci di luce, ci trovammo di fronte ad una nuova realtà, tutta da scoprire. Si trattava di potenti fari collocati su torri in legno costruite con palizzate su tutti i lati di un grandissimo recinto.

Giunti dinanzi alla cancellata di accesso di quel grosso complesso constatammo che era composto da un agglomerato di grandi baracche allineate su più file. Alcune di esse erano ad uso del personale del campo: dormitori, cucine, mense, servizi sanitari e di ristoro. Le rimanenti, alcune centinaia, costituivano gli alloggi per i prigionieri.

Si trattava in effetti di un grande campo di smistamento che si diceva contenesse ben diciassettemila prigionieri: Russi - Polacchi - Francesi - Greci - Turchi - soldati o civili di altre nazioni euro-asiatiche e, ultimi arrivati, noi italiani. Tutti questi prigionieri erano suddivisi nelle varie baracche, per nazionalità, con ordine e precisione teutonica.

Scoprii dopo, che questa ripartizione corrispondeva anche a precise scelte del trattamento riservato ai vari gruppi di prigionieri. Tra tutta quella babele di popoli, non ho mai incontrato né americani, né inglesi. A loro, in confronto a noi, era riservata una prigionia d’élite. Nei loro campi, come ebbi occasione di constatare in seguito, non si pativa la fame e le condizioni di vita erano dignitose.

Tutto l’insieme di questa mastodontica struttura era chiuso da tre recinti di robuste reti metalliche alte più metri. La parte alta delle reti era piegata verso l’interno del campo e protetta da filo spinato e reticolato. Tra un recinto e il successivo, cavalli di Frisia e altri ammassi di filo spinato e ferri appuntiti scoraggiavano eventuali velleità di fuga. All’esterno di tutto, soldati armati e con cani “Pastori Tedeschi”, tenuti a guinzaglio, percorrevano ininterrottamente, il perimetro del campo, illuminato durante le ore notturne, dai fasci di luce dei riflettori.

Il campo era attraversato, da strade fangose, ai lati delle quali, si trovavano le baracche dei prigionieri. I trasporti dei materiali per il campo che venivano effettuati con carretti trainati da cavalli o talvolta dai prigionieri. Le guardie controllavano tutto con duro cipiglio.

Ben presto avremmo imparato le regole del campo. Non erano scritte, ma erano assai chiare: bisognava fare ciò che le guardie ordinavano, senza esitazioni e alla svelta. Le punizioni per inadempienze vere o presunte dei prigionieri erano brutali, variavano dalle pesanti bastonature, alla morte.

Il campo di Honestein era dedicato a PRIGIONIERI DI GUERRA ed INTERNATI MILITARI. Noi eravamo in quest’ultima categoria, forse perché non eravamo stati catturati in battaglia. In ogni caso non c’erano distinzioni nel trattamento, dovute a questa classificazione.

CAPITOLO IX 

CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI HONESTEIN

Dopo un rapido dialogo tra le guardie che ci avevano scortato e quelle addette alla sorveglianza del campo, fummo introdotti all’interno ed accompagnati in una baracca approntata per noi. Ci presero in consegna due nuove guardie dal volto arcigno e dai modi brutali che ci assegnarono le lettiere a due piani dotate di pagliericci sudici, consunti e, come vedremo appresso, infestati di parassiti.

Stanchi ed affamati, fummo subito messi in fila per l’assegnazione del rispettivo numero di matricola. Venne consegnata ad ognuno una piastrina metallica sostenuta da un cordoncino che doveva costantemente essere appesa al collo. Su questa piastrina vi era impresso il numero di matricola assegnatoci che doveva sostituire definitivamente le nostre generalità. Da quel momento quindi il mio nome e cognome non esistevano più nel vocabolario delle guardie, rimpiazzati dalla mia matricola n° 2178, così indicata:

KRIEGSGEFANGENENNUMMER 2178

Toccò a noi effettuare una sommaria pulizia di quel locale saturo di sporcizia e di lezzo, tanto da lasciarci più che mai nauseati ed abbattuti.

Prima del buio, le guardie ordinarono ai prigionieri ancora fuori dalle baracche di rientrare. Sul campo, ormai deserto, calava l’oscurità della notte carica di paura e di ansie.
Quella sera, stravolti dall’estenuante viaggio, dalla nottata passata in bianco, dal primo impatto con il campo di concentramento e affamati, ci coricammo più avviliti del solito. Speravamo in ogni modo di trovare ristoro nel sonno, ma non avremmo mai immaginato di dover trascorrere una seconda notte quasi insonne.

Appena coricati fummo molestati da un costante prurito e da irritazione cutanea. Al momento non ci rendemmo conto della causa di questi inconvenienti, ma il mattino seguente, scoprimmo che erano stati provocati da punture di pidocchi. I nostri pagliericci erano, infatti, invasi da questi parassiti che si ambientavano perfettamente nella paglia ormai ridotta in briciole e polvere. Nel buio e nel silenzio della notte si aggrappavano a migliaia alla nostra pelle succhiandoci il sangue senza tregua.

A completare il tormento dei pidocchi, si aggiungeva quello delle cimici che, uscendo dalle fessure dei legni dei letti, dove si nascondevano durante il giorno, ci assalivano dandoci un fastidio insopportabile con le loro punture.

Alle tre del mattino fummo infine obbligati ad uscire dalla baracca in tutta fretta ed a radunarci nello spiazzo attiguo. Dopo una lunga attesa, fu fatto l’appello, scandito ad alta voce in lingua tedesca. Veniva gridato soltanto il numero di matricola di cui eravamo assegnatari. Non si doveva rispondere ma effettuare un passo avanti esibendo la targhetta appesa al collo ed avviarsi verso il proprio letto-pagliericcio.

L’appello notturno divenne in breve tempo sistematico e frequente. Veniva fatto talvolta anche più volte nella notte, nonostante il freddo che si faceva sempre più intenso. Era eseguito con ferrea determinazione da parte delle guardie, che, a loro discrezione, ci lasciavano immobili sull’attenti. Chi era trovato sprovvisto della targhetta, subiva severe punizioni e veniva percosso col calcio di una grossa pistola. Ogni notte sentivamo echeggiare nel campo le urla di qualche sventurato trovato privo di quella piastrina.

L’appello delle tre di notte (così definito da noi), è conservato indelebile nella mia mente per il freddo patito e per le sofferenze di quei poveracci trovati senza piastrina. Ancora oggi ricordo che nel mese di ottobre, mentre il freddo già si faceva sentire, nei lunghi tempi d’attesa, nessuno fiatava con la speranza che il rituale si concludesse rapidamente per potere rientrare nella tiepida baracca, riscaldata da una stufa a carbone.

Quel silenzio spettrale veniva ripetutamente interrotto dal richiamo incessante di stormi di tordi in migrazione notturna dal Nord Europa verso paesi più caldi. Pensavo allora con un velo di tristezza che molti di quegli uccelli avrebbero raggiunto l’Italia e magari il mio Veneto, in quelle campagne dove da giovane cacciatore li avevo attesi tante volte.

Tra l’adunata, l’appello e i continui controlli, trascorsi così la maggior parte delle ore di quella prima notte d’internato militare. Mi ritrovai all’alba, assieme ai miei compagni di sventura, sotto la luce di un finestrone, alla caccia di pidocchi. Si rovesciavano gli indumenti intimi e si schiacciavano con le unghie i parassiti catturati. Tra di noi si era instaurata una forma di reciproca assistenza, per intervenire sulle parti del corpo meno accessibili con le proprie mani. Il resto della giornata c’impegnò in piccole mansioni inerenti la manutenzione del campo, sempre sottoposti a controlli personali e del posto letto.

Nei giorni seguenti, la situazione non migliorò. La fame ed i parassiti ci tormentavano in continuazione. A questo si aggiungevano le minacce, le percosse e i controlli delle guardie.
L’apatia e la desolazione di quelle prime giornate di prigionia furono interrotte da un’alternativa prospettataci negli ultimi giorni del mese di settembre. Furono richiesti dei volontari per la raccolta delle patate. In vista di un lavoro tra i contadini e quindi con la speranza di trovare un po’ di cibo più buono e più sostanzioso, colsi l’occasione e decisi di accettare la richiesta assieme ad alcuni altri compagni.

Il mattino seguente fummo caricati su un camion militare e trasportati presso alcune fattorie della zona, dove venimmo affidati ai rispettivi proprietari, in ragione di due prigionieri per ciascuna fattoria. Si trattava di un lavoro piuttosto oneroso, ma veniva da noi affrontato con volontà e impegno perché compensato da saporite minestre e da gustose fette di pane spalmate di strutto.

Il nostro incarico consisteva nel seguire un attrezzo trainato da due cavalli che, munito d’un ingranaggio collegato all’asse principale, faceva girare una grossa ruota a pale che affondava nel terreno sollevando le patate.

Due di noi, posti uno a destra e uno a sinistra dell’attrezzo, dovevamo raccogliere in tutta fretta le patate, metterle nelle ceste senza perdere contatto col mezzo che, a buona andatura continuava a solcare il terreno. Una volta riempito, il cesto veniva svuotato in un carro appositamente predisposto e si riprendeva il cammino senza ulteriori interruzioni. Alla sera si rientrava stanchi e con qualche dolore alle ossa, ma soddisfatti per esserci nutriti adeguatamente almeno per quel giorno.

Purtroppo quel lavoro si risolse in pochi giorni grazie a quella macchina tanto funzionale per quei tempi. Da noi in Italia era ancora sconosciuta e la raccolta delle patate veniva effettuata sollevando i tuberi col badile, con grosso dispendio di forze e di tempo.

Nei mesi successivi il freddo si fece molto intenso e la colonnina del termometro scendeva spesso di molti gradi sotto lo zero. Noi prigionieri, continuavamo ad essere sottoposti all’appello delle tre. Cacciati fuori dalla baracca con ripetuti ed altisonanti “snel-snel” , mezzi svestiti, intirizziti dal gelo, si aspettava in silenzio la conclusione di quella assurda ed inutile cerimonia.

Cercavo spesso di trovare delle ragioni che potessero giustificare una tanto insensata convocazione notturna. La relativa vicinanza ai confini con paesi nemici della Germania, quali Polonia e Russia, poteva far pensare alla necessità di prevenire possibili tentativi di fuga. Ma chi avrebbe potuto attuare un tentativo del genere sfuggendo ai rigidi controlli ed agli insormontabili ostacoli da cui eravamo circondati? forse qualcuno deciso a suicidarsi.

Ammettendo, in ogni caso, che un’evasione fosse considerata possibile da parte dei responsabili del campo, perché effettuare un controllo nelle ore più fredde della notte? Per questo ed altri interrogativi sul comportamento dei tedeschi verso i loro prigionieri, allora come adesso, c’è una sola spiegazione: era un loro deliberato proposito trattarci male per “punirci”, e, perché no, diminuire le bocche da sfamare.

I giorni che seguirono non apportarono variazioni di sorta. Fui sorpreso nell’incontrare tra gli “ospiti” del campo, diversi ragazzini sovietici deportati in Germania assieme alle loro famiglie e subito strappati da queste. Erano sempre affamati come tutti noi e all’ora del pasto alcuni di loro approfittando di un attimo di assenza dell’addetto alla distribuzione della zuppa, si precipitavano verso gli enormi pentoloni immergendovi le loro gavette per riempirle di quella brodaglia.

Quindi scappavano di corsa nascondendosi in mezzo al folto gruppo dei prigionieri già in coda, dove ingoiavano in poche sorsate il caldo contenuto. Le loro scappatelle erano viste da tutti noi con assoluta comprensione perché erano dei bambini affamati, infelici e soli. La cosa però non sfuggì a qualche informatore, che si riteneva esserci tra i prigionieri. Fatto sta che le guardie, messe al corrente del fatto, organizzarono un agguato.

Un triste giorno si appostarono, piombarono sui due ragazzini, immergendone le testoline nella zuppa bollente e trattenendovele per qualche tempo nonostante i tentativi di ribellione dei malcapitati. Li estraessero da quella brodaglia rantolanti e li portarono via, senza farci conoscere il luogo e la conclusione di quella orribile vicenda. Eravamo decisi a dare un segnale di disappunto e di protesta per questo atroce episodio rinunciando al rancio di quella giornata. Le guardie, di nuovo informate, ci ordinarono di riempire rapidamente le gavette, minacciandoci di gravi punizioni.

Le giornate trascorrevano nella vana speranza che la situazione potesse migliorare. Dalla nostra partenza dall’Italia non avevamo ricevute notizie di sorta da casa, né eravamo riusciti a darne. La tristezza e lo scoramento si facevano sempre più strada nel nostro animo.
Il tempo passava lentamente. Si sapeva che ogni giorno molti prigionieri morivano, specialmente tra i russi, che erano trattati ancora peggio di noi.

Durante il giorno, potevamo muoverci all’interno del campo. Di notte si poteva uscire dalla baracca, solo per motivi particolari, e con il permesso delle guardie. I nostri movimenti diurni nel campo, erano motivati dalla speranza di recuperare, magari tra i rifiuti, qualche cosa da mangiare. Capitava, peraltro non spesso, di trovare qualche patata o carota, cadute dai carretti delle guardie, o buttate, perché in parte marce.

Una volta, mentre percorrevo una strada del campo, passarono, non lontano da me, dei carri carichi di cadaveri che venivano portati fuori dal campo.

Un aspetto che spaventava i prigionieri, era costituito dal perenne stato di agitazione dei tedeschi. Tutti gli ordini venivano urlati con tono minaccioso, anche nell’ambito delle stesse guardie, tra le quali non sembrava esserci gran cameratismo. Nei rapporti verso di noi, gli ordini urlati, erano accompagnati da insulti, spinte effettuate con il calcio del fucile e percosse. Sembrava sempre che stessero per spararci. Malauguratamente talvolta lo facevano.

Non c’era molto da fare in quei giorni. Gli unici lavori, riguardavano la manutenzione del campo e della baracca. Non avevamo però alcun materiale, e quindi si poteva fare poca cosa. Nemmeno si poteva cambiare la paglia dei letti piena di parassiti.

Passarono i primi tre mesi e si arrivò al Natale del 1943. Il nostro primo Natale da prigionieri, destinato ad imprimere in tutti noi un profondo senso di amarezza e di tristezza.
La giornata incominciò come un giorno qualsiasi: appello alle tre con una temperatura di circa 20 gradi centigradi sotto zero.

Rientrammo quindi e ci svestimmo per la cattura ed uccisione dei nostri sempre presenti parassiti, che con le loro punture avevano butterata quasi tutta la nostra pelle. Il cappellano militare, che da sempre ci assisteva, arrecando conforto ai sofferenti, ai malati ed ai moribondi, cercò di organizzare con i pochi mezzi a sua disposizione la messa di Natale. Per la cerimonia formale, l’ambiente non si presentava molto bene. Non c’erano addobbi, paramenti o musica sacra. Non fu somministrata la comunione perché eravamo sprovvisti di ostie.

La celebrazione si svolse con una piccola croce e le due ampolle, che il cappellano era riuscito a salvare dalle perquisizioni, appoggiate su di una valigia. Eravamo tutti raccolti attorno al sacerdote che pronunziò una breve predica imperniata sul ricordo dei nostri cari lontani. Trapelava in lui una forte commozione che gradualmente si trasmise a noi tutti.

Egli si disse convinto, che in quel momento, sacro per la Cristianità, i nostri familiari, erano intenti ad innalzare le loro preghiere per noi, per il nostro presente e per la nostra futura salvezza. Ricordo ancor oggi l’effetto emotivo di quelle parole sul nostro morale già scosso. Resi derelitti dalla prigionia, sopraffatti dalla nostalgia, dal pensiero dei nostri cari lontani eravamo tutti commossi. Le lacrime solcavano i nostri volti attenti ed incupiti da quella grave atmosfera.

La fede religiosa rappresentava per quasi tutti noi un grande conforto, ci faceva sentire parte di una comunità ed in qualche modo creava un collegamento virtuale con i nostri cari lontani.
Il resto della giornata trascorse senza variazioni degne di nota, quasi ignari che quello era il giorno di Natale.

Passò del tutto inosservato anche l’ultimo giorno di quell’anno così tragico per molti, drammatico e doloroso per tutti noi prigionieri del lager di Honestein. A volte mi sembrava che la realtà fosse così orrenda da sembrare un incubo. Mi piaceva pensare, per un attimo, che si trattasse di un brutto sogno dal quale avrei dovuto ben presto svegliarmi. Passarono ancora giorni e settimane. Eravamo sofferenti soprattutto per la fame che ci rodeva lo stomaco e che ci rendeva irascibili e pronti ad accapigliarci per una crosta di pane, una patata o una barbabietola. Sempre tormentati infine dalle punture dei pidocchi e delle cimici.

Ho sempre presente un episodio alquanto significativo che mi coinvolse in prima persona, riguardante le reazioni generate da quel bisogno molesto di mangiare. Un giorno, mentre con quattro compagni di baracca percorrevo uno dei viali del campo, capitammo davanti all’alloggio dei militari tedeschi. Da una finestra aperta, un soldato stava tagliando la crosta bruciacchiata di un filone di pane nero. In quei tempi in Germania esisteva solo il pane nero.

Alla vista di quel cibo buttato, ci bloccammo simultaneamente ed in assoluto silenzio aspettammo la conclusione di quell’operazione. Dopo di ché ci lanciammo contemporaneamente su quei pochi resti della pagnotta strappandoci a vicenda i pezzi raccolti a terra, senza risparmiarci gli insulti per la competizione in atto.

Il trambusto che ne seguì attirò l’attenzione dei tedeschi, due dei quali uscirono in fretta dalla baracca e brandendo i manganelli ci dispersero a suon di colpi. Scappammo di corsa doloranti per le manganellate ricevute. Io stesso ne rimediai una su di un lobo di un orecchio che a causa anche del forte freddo mi provocava un dolore intenso. In compenso ero riuscito a trattenere tra le mani una crosta di pane bruciato, che divorai immediatamente.

Un altro episodio che vale la pena di ricordare per il suo lato disumano nella lotta continua per il cibo, mi vide protagonista in un giorno qualsiasi, quando accadde quanto segue. Nei pressi di una latrina avevo intravisto un piccolo cumulo di patate, alcune avariate, altre di dimensioni ridotte, tutte chiaramente non più commestibili e per questa ragione gettate nella latrina che fungeva anche da discarica. La latrina in parola costituiva una delle fosse comuni adibite a gabinetto di decenza. Ce n’erano tre o quattro in tutto il campo.

Erano scavate a cielo aperto ed attraversate per tutta la loro lunghezza da una trave che serviva da sedile per le nostre funzioni. Quando erano piene, venivano coperte con nuovo terreno e ne venivano scavate altre poco lontano. Queste erano le nostre “toilette”. Ce ne servivamo di giorno e di notte sotto un gelo tagliente che ci obbligava a rapide sedute onde evitare di congelarci. La vista di quelle patate e la fame, mi spinsero a cercare di raccoglierle nonostante il luogo dove si trovavano.

Senza porre tempo in mezzo, ne presi quante più potei, alcune anche contaminate dai liquami della fossa. Le lavai in malo modo in una pozzanghera lì accanto, me ne riempii le tasche e mi avviai senza farmi notare da alcuno, verso la mia baracca. Una volta al sicuro dai possibili assalti dei compagni e dall’eventuale reazione delle guardie, spinto dall’avidità, ne pelai alcune e le mangiai crude.

Le rimanenti, d’accordo col mio compagno di branda, riuscii in qualche modo ad arrostirle appena in superficie, senza attirare l’attenzione degli altri ed a ingoiarle con la massima rapidità. Con la fame che attanagliava tutti, se qualche compagno ci avesse scorto, ne sarebbe nata una zuffa per il possesso di quel misero e sudicio cibo. Quella mangiata imprevista di patate, crude o cotte male bastò tuttavia ad allietare una giornata meno tormentata dal morso della fame.

Tanti altri episodi analoghi ci coinvolsero un po’tutti in quel periodo, ma non sto a narrarli perché ritengo che quelli summenzionati rappresentino con buona approssimazione la realtà di quell’esistenza belluina. Desidero invece evidenziare ancora le condizioni di vita con cui dovevamo batterci continuamente.

I tedeschi, pur essendo consapevoli del disagio e delle malattie causate dalla incontrollata presenza de parassiti, non adottavano misure atte a distruggere o a limitare il numero di quegli insetti. Per migliorare la vita dei prigionieri, sarebbe bastato bruciare o sostituire i malridotti pagliericci e disinfestare i castelli in legno i cui telai offrivano sicuro rifugio alle cimici. Questo semplice e poco costoso lavoro non fu mai fatto.

Ogni tanto invece, si effettuava un intervento di un’efficacia solo momentanea e per noi molto fastidioso, consistente nel farci passare completamente nudi sotto un getto di vapore misto ad insetticida. L’operazione veniva effettuata in un locale predisposto e non riscaldato, nel quale si doveva poi attendere per un tempo molto lungo la riconsegna degli indumenti personali sterilizzati in un’apposita autoclave. Come già detto, questa operazione dava solo un risultato temporaneo, perché, al rientro nella baracca, si veniva nuovamente attaccati dai parassiti rimasti indisturbati nei loro nascondigli.

Una sera volli fare un esperimento e, prima di coricarmi, arrotolata la mia maglietta intima, l’appesi al di fuori di un finestra. Sapendo che all’esterno, di notte la temperatura scendeva di molti gradi sotto lo zero, speravo che i pidocchi morissero sotto l’azione del freddo. Al mattino quando ritirati la maglietta, constatai che erano tutti vivi, ammucchiati nel centro della maglia. La presi e per la disperazione, la passai in fretta sopra la fiamma della stufa che bruciò i pidocchi lasciando l’indumento mondato ma con qualche buco in più.

Una conseguenza molto seria della presenza dei pidocchi era rappresentata da una grave malattia che causava spesso la morte di chi veniva colpito. Si trattava del tifo petecchiale. Le cattive condizioni igieniche, aggravate dall’affollamento e dalla denutrizione, ne avevano favorito l’evolversi in una baracca occupata da prigionieri sovietici. Essi furono in qualche modo isolati dagli altri prigionieri, onde evitare la propagazione della malattia. Si sapeva che le persone colpite dal tifo petecchiale, soffrivano moltissimo, avevano la febbre molto alta, ed emorragie. La morte, per mancanza di cure, di igiene e di assistenza, sopravveniva in quasi tutti i casi.

I morti in attesa di essere cremati, venivano depositati in un locale attiguo al forno. Ebbi l’occasione di vedere alcuni di quei poveri resti in attesa del loro turno di incenerimento. La vista di quei corpi distrutti dal tifo petecchiale, mi colpì profondamente per un senso di pietà e di commiserazione di fronte a tanti cadaveri segnati dalla sofferenza e dal martirio. Ricordo ancora oggi con particolare sconcerto i piedi di quei poveretti quasi completamente coperti dai pidocchi, mentre le rimanenti parti del corpo, ne erano escluse.

Nessuno è stato in grado di darmi una spiegazione di quello strano concentramento dei parassiti sui piedi dei morti. Fenomeno che a ricordarlo ancora mi turba.
Il tifo petecchiale, nonostante l’isolamento messo in atto, si diffuse rapidamente nelle altre baracche dei russi, che morivano in grande quantità.

Correva voce che i tedeschi non prendessero le misure atte ad arrestare la malattia, proprio per ridurre il numero di prigionieri e di russi in particolare. Alcuni affermavano che lo sterminio dei popoli slavi e di quello russo in particolare, facevano parte dei principi del nazismo.
Noi italiani fortunatamente, venimmo risparmiati dal flagello del tifo petecchiale. In ogni caso, le quotidiane sofferenze di cui ho più volte parlato, portarono ugualmente alla morte molti prigionieri, per stenti e per altre malattie.

Nel mese di gennaio 1944, nella nostra baracca intervenne un fatto nuovo ed inaspettato che ci turbò alquanto e che ci pose di fronte ad una problematica scelta. Ci veniva proposto ripetutamente, ogni giorno, un allettante programma, inciso su disco che intendeva indurci ad aderire alla REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA ( R.S.I.) costituita nell’Italia del nord da Mussolini.

Venivano enfatizzati gli enormi vantaggi che si sarebbero ricavati dall’adesione. Innanzi tutto saremmo stati immediatamente liberati, avremmo subito ricevuto un trattamento uguale a quelle riservato ai “camerati” tedeschi e quanto prima ci avrebbero rimpatriati e reintegrati nelle forze armate della Repubblica Sociale Italiana.

La prospettiva di un cambiamento immediato, che consentisse di uscire dall’incubo del campo, sfuggendo in tal modo alla quasi certezza di morire di fame e di stenti, convinse un certo numero di prigionieri a dare il loro consenso.

Le adesioni tuttavia, non furono così numerose come verrebbe da pensare. L’idea di diventare alleati dei nostri aguzzini, non trovava molti consensi. Radio Gavetta inoltre diceva che i tedeschi avrebbero perso la guerra e che i “repubblichini”, così erano chiamati gli aderenti alla R.S.I., sarebbero stati fucilati dagli alleati.

Per quanto mi riguardava e per ciò che avevo visto e vissuto fino allora, ero fermamente convinto del fallimento del regime fascista e della sua politica. Con questa convinzione non presi nemmeno in considerazione la possibilità di arruolarmi nella Repubblica Sociale Italiana e di espormi ad un rischio lontano ma reale.

Inoltre, dando la mia adesione ad un governo che tante tragedie aveva già procurato a popoli innocenti ed al popolo italiano stesso, mi sarei sentito in qualche modo colpevole e moralmente corresponsabile di tante azioni deplorevoli. Da queste considerazioni nacque la mia ferma determinazione di propendere per un netto rifiuto, superando ogni ulteriore esitazione ed accettando il concreto rischio di morire di stenti nel campo di concentramento.

La stragrande maggioranza dei prigionieri italiani non aderì alla R.S.I. ciò probabilmente convinse ancor di più i tedeschi, che eravamo dalla parte di “Patoglio”, in altre parole: traditori!
Nella stesso mese di gennaio 1944 fummo convocati dal comando del campo per essere smistati verso i campi di lavoro sparsi in tutta la Germania.

Quando venne il mio turno, fui sottoposto come tutti, ad una serie di domande imperniate sul nostro stato di salute, sulle nostre attitudini caratteriali e sul nostro passato. Fu quest’ultima domanda che mi trasse in inganno e la cui risposta fu determinante nell’assegnarmi ad un campo di lavoro presso una miniera di carbone. Infatti, alla richiesta sul lavoro da me svolto in Italia, dopo aver brevemente riflettuto, risposi che non avevo mai lavorato, perché ero ancora studente.

Rispondendo così, speravo di venire assegnato ad un lavoro leggero o quanto meno non molto faticoso. Purtroppo non la pensavano allo stesso modo i componenti quella commissione che stabilirono di mandarmi proprio in una miniera di carbone dove anche un lavoratore senza particolare esperienza avrebbe trovato una qualche occupazione. Se avessi risposto che ero un contadino, le cose sarebbero sicuramente andate molto meglio perché sarei stato assegnato ad un lavoro legato all’agricoltura, dove il cibo non sarebbe mancato.

Il giorno successivo a quel colloquio, assieme ad altri sei miei compagni, fummo prelevati da una guardia ed accompagnati alla stazione ferroviaria, dove ci fecero salire su di un carro merci, per la metà occupato da macchinari e l’altra metà riservata a noi.

Il viaggio durò tre giorni sballottati da un treno all’altro, con lunghe soste in binari secondari, sempre agganciati a treni merci, trainati da lente locomotive a vapore. Per fortuna ci avevano dotati di una buona quantità di paglia pulita, dove, sdraiati uno accanto all’altro, riuscimmo a vincere i rigori del freddo. Ogni tanto ci veniva fornita una zuppa con qualche fetta di pane. Al terzo giorno di viaggio, giungemmo alla nostra nuova destinazione. Un campo di lavoro situato a pochi chilometri da un piccolo paese denominato: Mucheln - Geiseltal.

CAPITOLO X 

M.STAMMLAGER IX C-ARBEITS-KOMMANDO Nr. 316

Lo Stammlager IX C era composto da un edificio in muratura, non molto grande, recintato da rete metallica e reticolato. Il comando del campo era affidato ad un sergente della “WEHRMACHT” . Costui era una persona molto austera, un uomo burbero ed impetuoso, dal fisico possente ed atletico, facile all’ira ed a reazioni improvvise e violente.

Portava sempre uno scudiscio ed era accompagnato da un bell’esemplare di “pastore tedesco”, tenuto a guinzaglio, pronto ad azzannare chiunque non si spostasse al loro passaggio. Impartiva ordini e comandi con veemenza e spesso accompagnati da scudisciate, non ammetteva esitazioni ed esigeva solo obbedienza da tutti.

Fummo immediatamente introdotti in un locale predisposto per la disinfestazione. I responsabili dello STAMMLAGER erano evidentemente al corrente della piaga dei pidocchi e intendevano evitare d’introdurre l’infezione nel campo. Si fece un intervento molto efficace e risolutivo sia per le nostre persone che per gli indumenti. Fu tuttavia un po’ penoso, perché praticato con i soliti getti di vapore misto ad insetticida, in una stanza freddissima. Ci procurò, in ogni modo, un gran sollievo perché ci liberò finalmente da quegli odiosi parassiti che tante sofferenze ci avevano procurato nei mesi precedenti.

Completata la disinfestazione fu assegnato ad ognuno di noi il posto letto in un unico locale dove erano allineati tutti i castelli. I pagliericci erano puliti e dotati anche di un rudimentale e ruvido lenzuolo. Il locale era tenuto in ordine e ben riscaldato da una stufa a carbone sempre accesa. Si trattava di una nuova sensazione che mi diede una prima buona impressione. Non ebbi la stessa sensazione positiva, guardando l’aspetto allampanato e lo sguardo fisso dei nuovi compagni incontrati in quello stanzone.

A prima vista trasmettevano l’immagine di persone sofferenti. Saranno stati più o meno una quarantina, tutti in silenzio in attesa che il sergente spiegasse loro chi eravamo e da dove venivamo. I nuovi compagni presenti in quel campo erano tutti ex militari italiani. Molti erano reduci da battaglie combattute in Africa, in Grecia ed in Albania. I loro visi incavati ed il palese dimagrimento mi fecero subito intuire che anche in quel posto esisteva il solito problema della fame.

La carenza d’alimentazione della stessa popolazione, sia in Germania, come del resto anche in Italia, costituiva una delle conseguenze più gravi del lungo conflitto in atto. La scarsità di cibo e di derrate alimentari, unitamente alla volontà dei tedeschi, gravavano in modo particolare sui prigionieri e furono determinanti nell’arrecare loro sofferenze atroci e in molti casi la morte.
 
E’ noto a tutti che i deportati politici e gli ebrei, a qualunque nazione appartenessero, occuparono per i nazisti il primo posto nella graduatoria delle persone da eliminare. Per loro furono progettati e costruiti, con criteri industriali i campi di sterminio, che avevano una capacità di eliminare migliaia di persone al giorno. Ritengo che, per ragioni ideologiche, in seconda posizione nella citata graduatoria, fossero collocati i sovietici, che infatti morivano a migliaia falciati dal tifo petecchiale o dagli stenti.

Gli italiani, a mio avviso, venivano subito dopo i russi. I tedeschi ricordavano i fallimenti militari delle forze armate fasciste, che li avevano più volte costretti a venire in nostro aiuto, distogliendo forze preziose da altri fronti. In segno di riconoscenza per questa collaborazione, il Badoglio aveva tradito l’alleato tedesco arrendendosi agli anglo americani. Non entro in merito a queste considerazioni, a mio avviso inesatte, ma che erano alla base del comportamento dei tedeschi nei nostri riguardi. Fatto sta che i nostri custodi ci consideravano con disprezzo e quindi erano sempre pronti a farci pesare il loro potere.

Il fatto che tutti i prigionieri di quel gruppo rifiutassero di arruolarsi nella R.S.I. confermava l’opinione dei tedeschi che ci consideravano traditori.

Grande fu la sorpresa nell’incontrare tra il gruppo d'internati, un mio ex compagno di liceo, Gianni Munari, che abitava nel Veneto, a Cavarzere, paese confinante con Cona. Anche lui era stato uno studente che frequentava, come me, il liceo di Adria. Per recarci in quella cittadina, entrambi usavamo giornalmente il servizio ferroviario della Società Veneta, che in quella tratta impiegava un’automotrice, detta allora LITTORINA, in onore del fascio littorio, simbolo del fascismo.

Da quell’incontro nacque una solida amicizia ed una solidarietà fraterna. Munari, come me, era stato catturato nella sua caserma in Italia, dove stava svolgendo il periodo di recluta. Dopo molte vicissitudini, era stato portato in quel campo ed assegnato, per sua sfortuna, ad un lavoro molto pesante.

La miniera, cosiddetta “a cielo aperto”, era costituita da un enorme scavo a forma d’imbuto, dal fondo del quale veniva estratto il materiale misto carbone-terra, che era poi caricato sui carrelli trasportatori. Gli addetti alle attività di scavo nel fondo dell’imbuto, tra i quali il Munari, erano obbligati a lavorare in continuazione nel fango e nell’acqua. Non erano provvisti di stivali e per isolarsi in qualche modo dall’umidità dovevano fasciarsi le gambe, sotto il ginocchio, con pezze di ogni genere e fasce ben strette.

Tutti i lavori di fatica erano svolti dai prigionieri, suddivisi in quattro squadre di dieci uomini ciascuna.

Io fui abbastanza fortunato, perché venni incaricato di svolgere un lavoro all’aria aperta ed all’asciutto. Il compito attribuitomi, assieme ad altri nove della mia squadra, consisteva nel preparare la massicciata sulla quale scorreva un grande scavatore semovente. Questo enorme macchinario si muoveva su tre file di binari (sei rotaie), ed era dotato di due lunghi bracci.

Il primo effettuava la raccolta del minerale grezzo, terreno misto a carbone, dal fondo dello scavo; lo caricava dentro l’imbuto di una tramoggia, che, a sua volta, alimentava un “tamburo” d’acciaio rotante, del diametro di circa due metri e lungo una quindicina. Il cilindro del tamburo, veniva caricato da un lato, con il materiale di scavo, che, per effetto della rotazione e dell’inclinazione del tamburo stesso, avanzava verso l’altra estremità.

Detto cilindro presentava dei fori, via via di diametro crescente verso il lato d’uscita dei materiali. In tal modo, all’esterno del tamburo, prima uscivano sabbia e terra e poi carbone in pezzature sempre più grosse. Simile ad un gigantesco setaccio, il cilindro effettuava così la prima selezione del materiale scavato ed in particolare, separava la terra di scarto dal carbone. Quest’ultimo veniva automaticamente caricato su carri merci ferroviari.

Il secondo braccio del grande macchinario, raccoglieva il materiale scartato e successivamente lo depositava a monte su di un grosso cumulo, ormai diventato una collinetta. La gigantesca macchina si spostava avanti e indietro, per raggiungere la cima della collinetta, in continua crescita. Per consentire di elevare il piano d’appoggio dei binari, affinché la macchina potesse alzarsi al crescere della collinetta, un apposito meccanismo, afferrava i binari stessi e li sollevava unitamente alle lunghe traverse di legno cui erano agganciati.

Noi, seguendo il procedere della macchina, provvedevamo ad innalzare il piano d'appoggio delle traverse con l’aggiunta di uno strato di ciottoli. Usavamo dei forconi, e prendevamo i ciottoli stessi da dei mucchi appositamente predisposti. Non era un lavoro molto pesante. In definitiva si trattava di agire in fretta al passaggio della macchina e, sostare quindi nell'attesa del suo ritorno. In queste soste, molto lunghe, perché lo scavatore procedeva lentamente su di un percorso di qualche centinaio di metri, si veniva aggrediti da un freddo intensissimo.

Noi prigionieri, denutriti e mal vestiti, sopportavamo la rigida temperatura con tanta sofferenza. Eravamo ancora equipaggiati con le nostre inadeguate, vecchie e consunte uniformi militari italiane. I tedeschi al contrario, sufficientemente nutriti, ben equipaggiati ed acclimatati, affrontavano il freddo con allegria. Essi ci deridevano per le nostre reazioni e intemperanze verso quel clima rigido, di fronte al quale eravamo totalmente indifesi, non equipaggiati e denutriti.

Il conducente del grande scavatore era un omaccione corpulento ben nutrito e assai robusto. Sporgendosi dal finestrino del grande macchinario, ci guardava dall’alto in basso con aria derisoria per la nostra scarsa resistenza al freddo. Un giorno gli feci notare i 20 gradi centigradi sotto lo zero, raggiunti dalla colonnina di mercurio del termometro.

Mi rispose con convinzione, che si poteva benissimo sopportare quella temperatura e che i rigori del freddo avrebbero dovuto dare tono e vigore a tutto l’organismo. Aggiunse che lui aveva affrontato inverni ben più rigidi senza troppe difficoltà, anche quando la colonnina del termometro raggiungeva i 40 gradi sotto lo zero. A maggior enfasi di queste sue prestazioni eccezionali, scrisse col gesso -40 sulla lamiera della gran macchina.

A metà mattino, alle dieci in punto, si propagava nell’aria il dolce suono di una sirena che interrompeva il lavoro mandando tutti a riposo per il “fruhstuch” . L’interruzione aveva la durata di una mezz’ora, in cui ci si ritirava in una baracca di lamiera ben riscaldata da stufe roventi. I Tedeschi facevano un’abbondante colazione, seduti ai lati di un lungo tavolo, mentre noi italiani ci si doveva accontentare di una piccola ed unica fetta di pane, seduti su qualche sgabello o sul pavimento.
La giornata lavorativa terminava col calare del sole.

Il nostro guardiano, che ci aveva prelevati al mattino, ci accompagnava al lager dal quale ci divideva un’ora di cammino. Eravamo affidati sempre alla stessa persona, custode e responsabile della squadra sulla quale aveva pieni poteri organizzativi e decisionali. Si chiamava Eanz Clotz. Non mi vedeva di buon occhio. Mi chiamava con disprezzo “student”, rimproverandomi (talvolta a ragione) di non saper lavorare. Era molto ligio ai suoi doveri. Era evidente in lui, come in quasi tutti i tedeschi, un grande attaccamento al lavoro ed alle istituzioni. Al Fuhrer, in particolare, del quale avevano grandissima stima e massima fiducia.

Il nostro guardiano ed i suoi colleghi erano tutti anziani perché i giovani si trovavano al fronte. La maggior parte dei sorveglianti era composta da ex combattenti della guerra 14/18 dalla quale avevano ereditato un grosso rancore verso gli italiani, rei, secondo loro, di esserne immeritatamente usciti vittoriosi.

Prima di immetterci nel sentiero che conduceva al campo, si doveva attraversare un buon tratto di miniera. La cosa che sempre mi sorprendeva e che mi convinceva dell’affezione del capo a quell’impianto ed al suo lavoro, consisteva nel notare che ogni piccolo attrezzo, come bulloni, dadi, viti ed ogni altro pezzo che gli capitava sottocchio, finivano nelle capaci tasche del suo giaccone. Al mattino seguente questi oggetti venivano ordinatamente riposti nei loro ripiani o in un apposito cassone.

Questi comportamenti, del tutto spontanei e senza fini di lucro, uniti all’attaccamento al lavoro ed al proprio dovere, suscitavano in noi prigionieri un senso di rispetto e stupore nei loro confronti. Si trattava di persone molto diligenti, protese verso quello che ritenevano il bene ed il successo della loro patria.

Queste positive sensazioni erano sempre contrastate dal nostro disprezzo e risentimento per i metodi iniqui e prepotenti da loro usati verso gli atri popoli. Avevamo anche qualche perplessità di fronte alla totale fiducia che essi manifestavano verso le istituzioni, nonché nella vittoria del Terzo Reich. Presso di loro sarebbe stato impensabile, qualsiasi atteggiamento critico, anche benevolo, verso le autorità.

La giornata si concludeva al ritorno, dentro al campo con una zuppa calda a base di acqua e crusca, che non saziava e tanto meno nutriva, accompagnata da mezza fetta di pane. Ci si coricava sempre affamati e si deperiva giorno dopo giorno. La vita continuava sempre con lo steso ritmo, sempre alla ricerca di qualcosa da mangiare perché la fame era un tormento che non ci dava tregua.

Per sopperire a questo continuo travaglio si ricorreva spesso a furti di barbabietole da foraggio, che erano coltivate per l’alimentazione degli animali. Le consumavamo di nascosto perché era severamente vietato dal regolamento del campo, ingerirne anche una minima quantità. I tedeschi dicevano che erano dannose per l’organismo umano, ma per noi era ancora più pericolosa la fame. Con questa motivazione eravamo sottoposti a continui controlli da parte del sergente comandante del campo.

La coltivazione delle barbabietole era molto diffusa in quella zona perché ne ricavavano un ottimo foraggio, che veniva consumato dagli animali durante il lungo inverno, in sostituzione dell’erba e del fieno. Per conservarle e preservarle dal gelo, le barbabietole venivano accatastate lungo le carreggiate e coperte con uno spesso strato di paglia. Noi, appena se ne presentava l’opportunità, si praticava un buco nella paglia e ci s'infilava dentro prelevandone quanto bastava per integrare in qualche modo il misero pasto fornitoci al campo.

Alla sera, non più sotto il controllo delle guardie, si rosicchiavano e si inghiottivano fino a sentirci gonfi, pur sapendo che durante la notte avrebbero fatto insorgere dolori addominali più o meno forti. Era anche tangibile, che, oltre ad essere dannose alla salute, le barbabietole non avevano un gran potere nutritivo, perché il nostro deperimento fisico era inarrestabile e progressivo. Tuttavia, non avendo altre possibilità, continuavamo a mangiare quei tuberi.

L’episodio che appresso sto per raccontare, riguarda un mio amico e compagno di prigionia di cui non voglio fare il nome per evitare di arrecare dolore ai suoi familiari che eventualmente leggessero questo mio libro.

Una sera il sergente, durante il suo giro d’ispezione, sorprese questo mio amico mentre se ne stava seduto sulla branda a rosicchiare un pezzo di barbabietola. Purtroppo per lui, non fece in tempo a nascondere la parte che teneva in bocca e pertanto venne trovato in flagranza, senza potersi difendere. Venne subito accompagnato nella stanza adibita a lavanderia e fatto spogliare, quindi ripetutamente percosso col calcio della pistola dal caporale, comandante in seconda del campo.

Contemporaneamente il sergente lo colpiva con il frustino, ritmando ad alta voce le scudisciate infertegli senza interruzioni. Rimanemmo in silenzio ed affranti dalle grida di dolore che giungevano alle nostre orecchie. Al suo rientro in stanza, ci adoperammo per cercare di alleviare il suo dolore. Tuttavia, il nostro successo fu assai scarso, perché, senza mezzi e con le sue ferite sanguinanti, eravamo di fatto impossibilitati a curarlo.

Il malcapitato continuò a piangere per molto tempo ancora. Nel pianto invocava i nomi dei suoi bambini e della moglie che temeva di non rivedere più.
Nonostante le ferite riportate, questo prigioniero il giorno seguente, dovette recarsi al lavoro nel fondo della miniera. Col tempo si riprese discretamente. Non seppi mai se riuscì a cavarsela e far ritorno a casa.

Quell’episodio ci commosse tutti, anche perché quel ragazzo, che era della classe 1918, aveva fatto già alcuni anni di guerra in Nord Africa contro gli inglesi e quindi era considerato da tutti un anziano. Era inoltre sposato e padre di due figli. Per giunta aveva il grado di sergente ed il comandante che lo aveva tanto severamente punito per un nonnulla, diceva di aver per lui del rispetto perché lo considerava un collega.

Questo fatto dà la misura del comportamento del comandante, capace di altre azioni brutali perpetrate a nostro danno, di cui più avanti farò cenno.

Le percosse a causa delle barbabietole, erano comunque abbastanza frequenti, io stesso rischiai più di una volta di venire scoperto e solo la fortuna e la rapidità delle azioni di mascheramento mi salvarono dall’essere selvaggiamente picchiato.

La carenza di cibo e le continue violenze praticate su di noi dalle guardie tedesche, erano le cause maggiori delle nostre sofferenze. Si viveva sotto un rigido sistema dispotico che ci imponeva condizioni di vita molto difficili da accettare, ma che dovevamo subire. Di fronte alla fame ed al grande desiderio di mangiare, si ricorreva spesso ad azioni ad alto rischio, incuranti di ogni pericolo, compreso quello della propria vita.

Non si poteva vivere con la sola zuppa, preparata con acqua, una manciata di crusca e pochissimo grasso, che fra l’altro si diceva ricavato dal carbone. Per di più, prima di servire questa brodaglia, il cuoco, d’accordo col comandante, raccoglieva col mestolo il poco grasso galleggiante e lo versava nella ciotola destinata al cane. A noi quindi rimaneva soltanto la parte acquosa, senza condimento e senza sapore, da consumare assieme a mezza fetta di pane. Questo era tutto. Non c’erano eccezioni a questa regola, nemmeno in occasione di feste o ricorrenze particolari.

Il cuoco, pur essendo un prigioniero come noi, si era completamente “venduto” al sergente, al quale riferiva le nostre mancanze e scappatoie, frequentemente messe in atto per sopperire alla scarsità di cibo. Tutti diffidavamo di lui e cercavamo di evitarlo.

Ho saputo dal racconto di alcuni ex deportati, che, dopo la liberazione, quel cuoco, venne individuato da alcuni dei suoi ex compagni di prigionia, che lo massacrarono di botte. Lo avrebbero probabilmente ucciso, se non fossero intervenuti dei soldati americani che lo strapparono dalle mani dei suoi assalitori e se lo portarono via.

Tornando all’argomento fame, con tanta tristezza, debbo inserire appresso, un episodio che mi coinvolse in prima persona.

Una sera mi trovavo con alcuni amici accanto alla stufa, intento a cucinare in una grossa pentola alcune patate furtivamente reperite strada facendo. Ci riusciva talvolta durante il ritorno al campo, di separarci di qualche metro dal sentiero e raccogliere qualche piccola patata rimasta nel terreno dopo la raccolta.

Un mio amico di nome Valentino, col quale condividevo spesso le scorribande alla ricerca di qualcosa da mangiare, mi disse di attendere perché sarebbe andato a prendere qualche barbabietola da aggiungere alla pentola delle patate. Cercai di bloccarlo ricordandogli che il furto delle barbabietole poteva essere quella sera molto rischioso. Era di turno infatti, una sentinella nota per essere una carogna e uno che provava soddisfazione a picchiare i prigionieri. Aggiunsi che potevamo accontentarci delle patate da me raccolte che, anche se non molto numerose, costituivano pur sempre un discreto supplemento alla zuppa consumata poco tempo prima.

Il Valentino non volle sentire ragione e si precipitò fuori dalla baracca.
All’interno del campo, vicino al recinto, si trovava un deposito di barbabietole, colà ubicato, forse per concessione del sergente al contadino che ne era il proprietario.

Valentino praticò il solito buco nella paglia e s’immerse dentro con la testa e le braccia per prendere gli ambiti tuberi. Evidentemente non s’era accorto della sentinella, che invece se ne stava appostata, forse proprio in attesa di cogliere sul fatto un “ladro di barbabietole”. Fatto sta che quando Valentino ritrasse la testa, si trovò la canna della machine pistole, appoggiata sulla tempia.

Nel silenzio della sera si udì la detonazione dello sparo. Non da parte mia perché ero indaffarato attorno alla stufa che si trovava in una parte remota della baracca. Alcuni compagni, corsero verso il mucchio di barbabietole e trovarono il corpo senza vita del Valentino. Conoscendo la nostra amicizia, vennero a chiamarmi. Corsi fuori e lo trovai steso su di un muretto. Sembrava dormisse. Aveva soltanto una goccia di sangue che gli colava dalla tempia.

Lo chiamai ripetutamente, ma invano. Guardai la sentinella come per interrogarlo sull’accaduto, ma costui sorrideva compiaciuto, in atteggiamento di sfida e di minaccia, con la machine pistole puntata contro di me.

Di quel mio caro e sfortunato amico, sapevo che si chiamava Valentino, che era abruzzese e di lui non ho mai saputo nient’altro. L’assenza di notizie sulla sua famiglia mi ha spesso amareggiato. Nello stesso tempo ne ho ricavato sensazioni di dubbio perché, se avessi conosciuto il suo indirizzo, mi sarei sentito in dovere di incontrare i suoi cari per informarli della tragica sorte del loro congiunto. Sarebbe rimasta in me l’inquietudine di non poter indicare loro dove e come i suoi poveri resti furono portati.

Ritengo ancora oggi che la sua scomparsa verosimilmente classificata come “disperso”, sia per i suoi cari meno dolorosa di quella che avrebbe potuto essere se effettivamente avessero conosciuto la realtà.
Il giorno seguente, come se nulla fosse accaduto, ci recammo in miniera per il consueto lavoro e così fu per i giorni appresso. Distratti dalle rispettive esigenze quotidiane, dalla fame innanzi tutto, ci eravamo quasi dimenticati che tra noi non c’era più Valentino.

Solo nella notte, nel silenzio totale, interrotto ogni tanto da qualche lamento non represso, o dal russare di alcuni compagni, il mio pensiero e, perché non dirlo, qualche lacrima, tristemente lo ricordavano. Ripercorrevo allora i tristi eventi vissuti e la dura realtà in cui ero precipitato assieme a quella schiera di disperati.

Sempre a causa della fame, una mattina fui protagonista di una brutta avventura. Erano da poco scoccate le dieci e ci trovavamo tutti raccolti nella solita baracca per la colazione. Mentre quasi tutti erano intenti a consumare il proprio pasto, tre di noi se ne dovevano astenere perché sprovvisti della solita fetta di pane. I tre erano i più giovani del gruppo, e forse per questo i più in difficoltà a conservare la propria misera fetta di pane, che, pezzetto dopo pezzetto, era stata divorata prima delle dieci.

Tra i tre, malauguratamente c’ero anch’io.

Il nostro capo già in precedenza aveva riscontrata l’anomalia e intendeva darci una lezione per la nostra disobbedienza alle sue direttive di consumare la colazione assieme a tutti gli altri. Mi scelse pertanto come capro espiatorio per un’esemplare punizione. Mi impose di seguirlo e condottomi nei pressi della collinetta mi obbligò a scavare una fossa nella neve, pressappoco della mia grandezza dove, dopo avermi tramortito con un colpo di pala nella nuca, mi gettò dentro ed iniziò a coprirmi di neve.

Ero svenuto e pertanto inerme di fronte alla sua forsennata azione, che lo avrebbe portato a seppellirmi vivo sotto una coltre di neve ghiacciata, se non ne fosse stato impedito dai suoi colleghi che, forse per pietà, forse per timore di eventuali conseguenze, ne impedirono il compimento. Tutto ciò lo venni a sapere dopo dai miei compagni. Ricordo solo che mi risvegliai seduto con la schiena appoggiata ad un cassone, con un forte dolore alla testa, Non ebbi però il tempo di soffermarmi col pensiero sull’accaduto poiché il capo, sempre molto adirato e teso, mi diede la pala in mano sollecitandomi a riprendere il lavoro.

Un altro episodio, questa volta a lieto fine, ma per questo non privo di significato, accadde un giorno che mi trovavo isolato ed un po’ staccato dal gruppo.

Scorsi accanto ad una trave un leprotto molto piccolo, forse di qualche giorno di vita. Tutto il territorio circostante la miniera era popolato da molte lepri che nessuno cacciava e che spesso, non avendo paura degli uomini, si avvicinavano a noi suscitando il compiacimento dei tedeschi e stimoli predatori in noi italiani sempre affamati.

Quel leprotto fu la mia occasione. In un attimo gli posi un piede sopra e premendo lo uccisi. A questo punto mi trovai di fronte al dilemma: o portarlo al campo e cuocerlo nella serata, o mangiarmelo in loco crudo. La prima alternativa comportava il rischio di venire scoperto e severamente punito. Scelsi pertanto la seconda ed in men che non si dica lo raccolsi, lo misi in tasca e mi rifugiai nel bugigattolo adibito a gabinetto. Sia nel campo che in qualsiasi altro luogo, non ci era consentito di tenere alcun tipo di arma o utensile, compresi ovviamente coltelli o punteruoli.

Nonostante questo divieto, portavo sempre con me, ben nascosto, un coltello ricavato da una vecchia lama rinvenuta tempo addietro a terra e munito di un manico da me costruito con un pezzo di alluminio di una vecchia gavetta. Quello strumento mi fu molto utile in tante occasioni e ancora lo conservo tra i miei cimeli salvati dalle perquisizioni.

Con quel rudimentale coltello squartai ed eviscerai il povero leprotto, inghiottendone carni ed ossa che trovai prelibati. Pensando in seguito, senza più gli stimoli della fame a quella mia lupesca voracità che mi portò a non disdegnare quelle carni ancor calde, provavo delle sensazioni di disgusto e di rifiuto, che in quel momento mi erano del tutto sconosciute.

Fui ancora testimone e protagonista di tanti episodi simili a quelli già descritti, ma per non apparire troppo prolisso e per non rischiare di annoiare il lettore con racconti già sufficientemente esposti, ritengo opportuno passare ad altri fatti. Mi riferisco in particolare ad una piccola vicenda che desidero mettere in luce per il suo lato burlesco e sotto un certo profilo, anche divertente. Ne fu artefice il mio amico Munari che, stanco, affaticato ed indebolito dal lavoro e dalla fame, un mattino, giunto sul posto di lavoro, finse di svenire lasciandosi cadere a terra.

Il suo pallore naturale, diventato vitreo dopo mesi di lavoro nel fondo della miniera senza mai vedere il sole, convinse il suo capo dell’autenticità dello svenimento. Lo fece pertanto distendere su di una barella e trasportare al campo da due operai tedeschi. Alla sera, al mio rientro al campo, il comandante mi diede la notizia che Munari si trovava in infermeria perché ammalato.

Andai a visitarlo e lo trovai sorridente ed ansioso di raccontarmi la sua burla, divertito di essersi fatto trasportare per una buona ora da due operai tedeschi. Era affamato più del solito perché messo a “marcare visita”. Mi chiese subito di portargli delle barbabietole, che in quella situazione erano l’unico alimento reperibile.

Rischiando di venire colto in flagranza e punito come già successo al Valentino, riuscii a prenderne un certo quantitativo dal solito deposito e, nascoste nella zuava dei pantaloni gliele portai garantendogli così il pasto per quella sera e per il giorno dopo. La sua burletta fu ancora ripetuta con successo da quel improvvisato e coraggioso attore che in altre condizioni, si sarebbe meritato un caloroso applauso.

Nel mese di febbraio del 1944, fummo visitati da un ispettore/controllore, che era incaricato di indagare sulla nostra situazione, sul nostro comportamento e sul trattamento riservatoci dal personale tedesco addetto alla nostra tutela.

Intuimmo in qualche modo, che ci dovevano essere in atto delle azioni da parte del governo della R.S.I. a nostro favore.

Fra i miei compagni ero quello che riusciva meglio a cavarsela con la lingua tedesca. Fui pertanto incaricato di rappresentare il gruppo di fronte all’indagine di quell’ispettore. Mi feci coraggio e riferii tutti i problemi che incontravamo giornalmente durante il lavoro e nella pausa connessa. Riportai, con qualche difficoltà, per la scarsa conoscenza della lingua tedesca, ogni particolare sui torti ricevuti.

Feci specifico riferimento tra l’altro, all’episodio che ho già raccontato e cioè, di come venni sepolto vivo, dopo essere stato picchiato con la pala. Dopo la mia esposizione fui testimone di una sfuriata, che mai avrei immaginato di poter provocare, verso il mio capo e qualche suo collega. Quell’ispettore li rimproverò aspramente ricordando loro i rapporti in sviluppo tra il governo tedesco e quello della Repubblica Sociale Italiana, che prevedevano tra l’altro, il nostro prossimo passaggio da “internati militari” ad “internati civili”.

Da quel giorno il trattamento riservatoci assunse una nuova dimensione, decisamente più umana e rispettosa della nostra esistenza. La fame tuttavia non poteva diminuire perché l’alimentazione rimaneva sempre la stessa.

Alcuni giorni dopo l’avvenimento suddescritto, mi si presentò una buona occasione che mi compensò momentaneamente dei patimenti sofferti. La nostra attività in quei giorni era particolarmente rivolta alla sostituzione delle traverse avariate poste sotto i binari della macchina di cui ho già parlato. Le lunghe travi scartate perché in cattive condizioni, venivano accatastate ai bordi della zona di lavoro e da qui trainate da un trattore verso un deposito ricavato in una brughiera al di fuori della miniera.

Il trattorista aveva bisogno di essere coadiuvato da una persona, che doveva agganciare e sganciare la catena di traino alle traversine da portare al deposito. Chiese pertanto che gli venisse assegnato un individuo abbastanza a conoscenza nella lingua tedesca. Per questa ragione la scelta cadde su di me. Si trattava di un lavoro molto semplice e di nessuna fatica.

Per di più il lavoro veniva gratificato da gustose fette di pane, farcite di cose buone che tutte le mattine il trattorista mi portava di nascosto, essendo proibito dar da mangiare ai prigionieri. Mangiavo avidamente quel ben di Dio seduto sul fondo del trattore in modo da non essere visto da nessuno. Il tratto da percorrere era abbastanza lungo da permettermi di consumare con calma il mio gradevole pasto e di conversare piacevolmente col mio nuovo capo che, per la verità, non si atteggiava a questo ruolo e che, infrangendo le rigide regole vigenti, voleva che lo chiamassi col suo nome:

Alphons. Durante il tragitto d'andata e ritorno m’informava sull’evolversi degli avvenimenti bellici. Da vecchio comunista qual era, detestava quanto me Hitler ed il nazismo. I suoi argomenti erano quindi imperniati sul presupposto che la guerra era dovuta alla prepotenza ed alla volontà del nazismo di acquistare l’egemonia su tutti gli altri popoli, sottomettendo l’Europa, parte dell’Asia e dell’America.

Alphons era però certo che la Germania fosse sull’orlo della disfatta. La sua certezza, veniva confortata dagli eventi in corso, che denunciavano chiaramente lo stato d’inferiorità raggiunto dalle armate tedesche impegnate nel conflitto. Naturalmente queste informazioni venivano da me divulgate agli altri compagni e costituivano per tutti un forte motivo di consolazione e di speranza.

Quel piacevole incarico ebbe breve durata essendosi completata in pochi giorni l’attività. L’aver ultimato quel piacevole ma breve impegno, fu per me motivo di forte rammarico perché, oltre che venire privato d’una nuova e confortevole fonte di sostentamento, sentivo molto anche la perdita di Alphons. Egli era una persona di profonde qualità umane e sociali che in pochi giorni era riuscito a trasmettermi nuovi valori, nuovo vigore e fiducia nell’avvenire.

Mi aveva trattato quasi come un figlio ed anch’io mi sentivo legato a lui da vero e spontaneo affetto. Egli rimarrà sempre presente nei miei ricordi, soprattutto per essere stato il primo ed unico tedesco di quei tempi, da me incontrato, con veri sentimenti di solidarietà e di fratellanza verso il suo prossimo. Non teneva in nessun conto i concetti nazisti di superiorità di razza e nazionalità.

Il duro e rigido inverno ebbe fine e si giunse alla Pasqua del 1944. Il sergente diveniva sempre più imprevedibile, arrogante ed insopportabile. Alla vigilia di quella giornata di festa ci fece una proposta allettante con la seguente solenne promessa: se, il giorno appresso, essendo Pasqua, avessimo cantato in coro la canzone Rosamunda, ci avrebbe fatto preparare, come rancio, una buna pastasciutta (dai tedeschi chiamata “macaroni”).

La proposta ci entusiasmò a tal punto da dare subito avvio al canto, che si prolungò a lungo, giacché, ogni qual volta che si accennava a terminarlo, il sergente che partecipava al coro sempre più eccitato ed entusiasta, ci intimava di proseguire sotto minaccia di far saltare la promessa pastasciutta. La pagliacciata da noi partecipata contro voglia, ebbe termine nella tarda serata. Ci coricammo quindi molto annoiati ed infastiditi, ma fiduciosi che l’indomani, giorno di Pasqua, avremmo finalmente mangiato dopo tanto tempo, un nutriente piatto italiano.

Grande fu la nostra delusione quando in quel giorno di festa per il mondo cattolico e quindi anche per noi, in luogo della tanto attesa pastasciutta, il nostro sguardo cadde sul solito pentolone pieno della stessa brodaglia di sempre. In essa galleggiavano poche fettucce di una pasta dalle vaghe parvenze di tagliatelle. Come d’abitudine il cuoco prelevò la parte più densa per il cane. Riempiva invece le nostre gavette con quella brodaglia e qualche fettuccia completamente insapore. Fummo invasi da tanta rabbia ed irritazione per quel nuovo affronto subito, costretti però a reprimere ogni reazione per paura delle punizioni che ne sarebbero seguite.

La giornata di Pasqua trascorse senza altre emozioni, senza festeggiamenti e senza il conforto religioso.

Alcuni giorni dopo il sergente venne richiamato in zona di operazioni nel fronte russo e sostituito da un suo pari grado. Il nuovo comandante era una persona moderata, di animo più sensibile e di modi più comprensivi. Non era accompagnato dal cane da guardia, come il suo predecessore, ma pur essendo molto rispettoso delle regole, adottava di frequente una certa elasticità.
Per quanto riguarda il problema della fame, sempre in primo piano e senza possibilità di risoluzione concreta, non s’intravedevano rimedi validi.

La Germania, ormai giunta al suo quinto anno di guerra scarseggiava sempre più di generi alimentari. Tutti gli sforzi del paese erano concentrati sull’industria bellica, mentre l’agricoltura si trovava in grosse difficoltà per la mancanza di mano d’opera valida. I lavoratori precedentemente occupati in campagna, erano quasi tutti da tempo impiegati nell’ambito militare.

Con questa situazione, anche la popolazione civile incontrava serie difficoltà nell’approvvigionarsi di viveri, sempre più rari ed introvabili. Il problema pesava conseguentemente in modo ancor più grave, per i malcapitati prigionieri di ogni tipo, con la sola esclusione di inglesi e americani. Abbattuti dal deperimento organico, indeboliti dalla fame, esaurita ogni risorsa fisica, molti finivano con l’ammalarsi e, per la mancanza di cure e di cibo, andavano incontro alla morte.

Anche nello STAMMLAGER IX C , dove ero recluso ormai da molti mesi, la fame stava causando indebolimenti irreversibili su alcuni dei miei compagni. Alcuni finivano col languire giorno dopo giorno, non più in grado di riprendere il lavoro e quindi non più utili all’apparato produttivo. Il comando tedesco provvedeva a trasferire altrove i moribondi ed i malati più gravi.

Dove costoro venissero mandati, era ignorato da tutti, forse anche dal sergente comandante del campo. Si sapeva però con certezza che gli ospedali della Germania erano assolutamente preclusi ai prigionieri, a qualsiasi categoria appartenessero. Nei ricoveri ospedalieri avevano la precedenza assoluta gli appartenenti alle forze armate, seguiti soltanto dalla popolazione tedesca. Si sapeva pure che a noi non sarebbe mai stata praticata alcune assistenza sanitaria.

Con tutte queste prerogative, chi di noi veniva colpito da una malattia non guaribile spontaneamente ed in breve tempo, non poteva fare altro che aspettare pazientemente la morte, sempre che la stessa non venisse provocata con la violenza.

Quest’ultima possibilità era nell’aria. Era opinione diffusa che i malati senza alcuna probabilità di guarigione autonoma, venissero soppressi, ed i loro corpi utilizzati per fabbricare sapone. Questa convinzione era radicata in tutti noi. L’informazione era stata riportata da un prigioniero che ne era stato testimone oculare perché addetto per un periodo della sua prigionia a lavori inerenti la trasformazione di prodotti organici.


I più ad essere vittime di un deperimento tanto grave erano coloro che avevano i parenti residenti nel meridione d’Italia. Costoro, come ora si vedrà, non poterono usufruire di quel provvidenziale aiuto rappresentato di pacchi dall’Italia.

Verso il maggio del 44 la Repubblica Sociale Italiana, pare per espresso interessamento del Mussolini, riuscì a sottoscrivere con il governo tedesco un accordo che ci conferiva alcuni benefici di cui parlerò appresso. Tra questi, c’era la possibilità per i prigionieri cittadini della R.S.I. di scrivere a casa e di farsi mandare due pacchi di viveri e indumenti al mese.

Mi è oggi difficile esprimere cosa potesse significare per noi derelitti ed affamati il poter comunicare, sia pure tramite poche e censuratissime lettere, con le nostre famiglie. Oltre che risentirci in qualche modo di nuovo in contatto con quello che sembrava un mondo perduto, si risvegliavano gli affetti ed i sentimenti sopiti o repressi. Soprattutto si rinnovava la speranza di poter sopravvivere alla nostra terribile fame.

Non potrò mai scordare l’emozione e la gioia che provai nel ricevere la prima lettera speditami dai miei.

Appena passato Internato Civile avevo scritto a casa, dando mie notizie, chiedendone delle loro, e fornendo i dettagli per l’invio di un pacco. Non ebbi risposta per molto tempo, ed ero per questo molto preoccupato. Affioravano alla mia mente mille congetture: forse la mia lettera non era partita e i tedeschi si facevano beffe di noi, oppure i miei si erano trasferiti, visto che ormai c’era la guerra anche in Italia, o una bomba aveva colpito il treno con la posta e così via.

Una sera, ero da poco rientrato dalla miniera, quando il comandante del campo mi fece chiamare nel suo piccolo ufficio. Ero in ansia, in quanto quel genere di chiamate di solito erano il preludio di qualche punizione o di cattive notizie. Appena entrato, il sergente, senza proferire parola, mi consegnò la lettera e mi congedò senza aggiungere altro.

Riconobbi immediatamente la calligrafia di mio padre ed un nodo mi strinse la gola. Andai subito nel mio lettuccio e d’un fiato scorsi con forte emozione il contenuto di quella prima ed ormai inaspettata lettera. Cercavo innanzi tutto una frase che mi rassicurasse che i miei familiari stavano tutti bene e la trovai.

Lessi e rilessi più volte quella lettera, percorrendo col pensiero tutta la mia famiglia, la casa, il paese e tutto ciò che era appartenuto al mio mondo prima della partenza per il servizio militare. Appresi anche con gioia che mi stavano inviando dei pacchi viveri. Quella sera mi addormentai col cuore in sobbalzo, lacrime di tristezza e di nostalgia bagnavano le mie guance, ma una nuova speranza di uscire vivo da quell’inferno era nata in me.

Purtroppo, questa grande provvidenza di poter ricevere posta e pacchi da casa, non era possibile per tutti.

I prigionieri provenienti dal sud, per loro grande sfortuna, non facendo parte della R.S.I., non potevano beneficiare del citato accordo. Il sud, ormai occupato, o meglio liberato, dalle truppe alleate, faceva parte del regno d’Italia, con Primo Ministro Badoglio che rappresentava per i tedeschi, e forse non solo per loro, l’artefice ed il simbolo stesso del tradimento degli Italiani.

Con questo presupposto non c’era alcuna possibilità che la Germania instaurasse dei rapporti di qualsiasi genere con gli abitanti delle regioni meridionali. Pertanto i familiari dei prigionieri del sud non potevano in alcun modo inviare pacchi viveri ai loro congiunti, che erano costretti a nutrirsi esclusivamente con gli inadeguati ed assolutamente insufficienti alimenti passati dai tedeschi.

Erano sempre più frequenti i casi di inedia e di abulia che portavano quegli sfortunati ragazzi ad una totale prostrazione, causa principale della loro ingiusta e terribile fine. Ne ho visti diversi avviati verso quel triste destino e fra questi, anche un cugino di Valentino, quel povero ragazzo morto ammazzato per poche barbabietole.

Il cugino di Valentino era una persona taciturna, non comunicava con nessuno ed era sempre chiuso in se stesso, afflitto da una tristezza esasperata. Solo dopo la sua scomparsa seppi che era cugino del Valentino. Se ne fossi stato a conoscenza prima, avrei sicuramente attinto qualche informazione sulla sua vita e sui suoi parenti, ai quali avrei potuto dare in seguito qualche notizia sulla scomparsa del loro caro.

Il peso e il volume dei due pacchi al mese, che si potevano mandare ai prigionieri, erano fortemente limitati dalla norme tedesche. Si trattava in sostanza di pochi chili di alimenti e altri generi di prima necessità. Tuttavia, questa inaspettata provvidenza mi fu di grandissimo aiuto e forse addirittura mi salvò la vita. Ho infatti evitato, grazie ai pacchi dall’Italia, il travaglio patito dai miei compagni meridionali che, non confortati dall’aiuto dei loro familiari, non hanno potuto beneficiare di quel sostentamento in più, sufficiente a consentirne la sopravvivenza.

Ero molto debilitato e ridotto a 41 Kg di peso, mi stavo avviando irreparabilmente verso quel baratro della disperazione che aveva già travolto molti altri, quando ricevetti il primo pacco. Fu grande festa per me e per Munari, col quale avevamo deciso di spartire in qualche modo il cibo che ricevevamo da casa. Purtroppo, per quanta riguarda il primo pacco, potei dare solo poca cosa ai miei vicini di castello, in quanto, il limitato contenuto del pacco stesso era insufficiente anche per me.

Si trattava quasi esclusivamente di pane biscottato e qualche indumento intimo necessario a sostituire i miei, ormai ridotti a brandelli. Quel pacco fu però sufficiente a farmi fare assieme a Munari, una scorpacciata di pane biscotto bianco, una vera rarità ed una prelibata leccornia. Purtroppo, il mio stomaco, reagì male a questa nutriente alimentazione.

Forse perché non più abituato ad una quantità di cibo normale, a lungo indebolito da una alimentazione del tutto inadeguata, non fu in grado di adattarsi all’improvviso cambiamento. Fatto sta che il mio primo pasto decente dopo molti mesi di prigionia, mi causò un forte mal di stomaco e nausea. Imparai così ad assaporare le cibarie che ricevevo, con lentezza, per consentire all’organismo di adattarsi a questo drastico e meraviglioso cambiamento.

L’arrivo dei pacchi nella quantità prescritta di due al mese, divenne una regola che contribuì in misura determinante a darmi energie e forze sufficienti a vincere la mia battaglia contro la fame. Riuscii anche a sostentare purtroppo in misura limitata i miei amici più vicini di branda, fornendo loro del pane e qualche fetta di salame.

I pacchi venivano controllati sia in viaggio che all’arrivo. Devo dire con onestà, che, nonostante la carenza di alimenti ormai forte anche presso i tedeschi, i pacchi arrivarono regolarmente ed il loro contenuto fu sempre riscontrato integro. Quando mi capitò di offrire qualche pezzo del mio pane bianco al nuovo comandante del campo, questi ne accettò solo qualche briciola, per non pormi un rifiuto. Ho inteso evidenziare questi fatti per mettere in risalto anche gli aspetti positivi, che potevano affiorare tra i militari tedeschi di quell’epoca storica, in cui si sono distinti soprattutto per i loro lati negativi e per la loro malvagità.

CAPITOLO XI 

PASSAGGIO AD INTERNATI CIVILI

Nella primavera del 1944 si concretizzò l’accordo tra la Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.) e la Germania, di cui ho già fatto cenno nel capitolo precedente.

Quest’accordo, oltre che consentirci di ricevere i provvidenziali pacchi, dava il segnale di via libera al nostro passaggio da Internati Militari ad Internati Civili.

In teoria si sarebbe dovuto poter godere di tutti i benefici riservati ai lavoratori civili italiani occupati in Germania. Avremmo dovuto ricevere la stessa paga corrisposta al lavoratore germanico, usufruire della tutela assicurativa, della cassa malattia, dell’assicurazione pensione, delle indennità speciali per i lavoratori occupati nelle miniere ed altre misure privilegiate. In pratica quasi nulla di tutto ciò si verificò realmente.

La paga veniva effettivamente data, ma in marchi non commerciabili e quindi non validi per i negozi locali, dove del resto erano possibili solo pochi acquisti con la tessera, che noi non avevamo. Devo dire tuttavia, che conservai quei marchi e dopo il rimpatrio, nel 1946, ricevetti dal governo italiano un corrispettivo di lire 10397. Delle varie assistenze ed assicurazioni non posso testimoniare se fossero reali o formali, so per certo che, né io né i miei compagni, ricavammo alcun beneficio, allora e in seguito.

Ad ogni modo, gli effetti di quell’accordo furono notevoli e, per citarne alcuni ancora presenti nella mia memoria, ricorderò che per la prima volta, dopo quasi un anno di prigionia, non si era più scortati e controllati da guardie armate.

Si godeva di una certa libertà, inclusa la possibilità di uscire dal campo senza scorta. Si rimaneva comunque di fatto prigionieri, sempre sottoposti ai rigidi controlli e alle interferenze del sergente comandante del campo e nostro capo, al quale dovevamo obbedienza, rispetto e sottomissione.

I tedeschi, in ogni caso, ci controllavano spesso in quanto non si fidavano di noi. Il campo, ex lager, non più sorvegliato dalle guardie, rappresentava ancora il nostro alloggio e luogo di riposo. Non si era più soggetti all’arbitrio dei regolamenti militari che tanto avevano influito sulle punizioni dei prigionieri.

Contemporaneamente a questo importante cambiamento del nostro vivere quotidiano, se ne aggiunse un altro di notevole influenza, che introdusse innovazioni fondamentali nelle nostre abitudini di vita e di lavoro.

A seguito degli intensi bombardamenti aerei degli americani, che abbattevano e demolivano tutto ciò che rappresentava un loro bersaglio, veniva richiesto il nostro intervento per sopperire alle necessità di sgombero delle macerie che si andavano accumulando per il crollo degli edifici. Altre volte si trattava di asportare i materiali delle fabbriche militari seriamente danneggiati e quindi non più utilizzabili. Vennero così abbandonate tutte le prestazioni effettuate fino a quel periodo nella miniera di carbone e ciò ci diede non poca soddisfazione perché la miniera era per noi un posto dal quale avevamo ricavato soltanto sofferenze e disperazione.

Altri malcapitati prigionieri, non italiani, ci avevano sostituito in quel lavoro.
Il primo intervento che fummo chiamati ad effettuare, venne svolto su di un complesso rurale costituito da un cascinale con relative adiacenze. Si trattava di un insieme di edifici che racchiudevano una grande corte a forma quadrangolare.

Gli edifici erano scostati dalla strada maestra di un centinaio di metri ed erano collegati ad essa tramite un viottolo alberato che conduceva alla palazzina principale, abitata dalla famiglia del proprietario. I restanti lati della costruzione erano adibiti ad abitazioni dei dipendenti, scuderie, stalle per i bovini e servizi relativi. Gli abitanti del cascinale erano costituiti da una ventina di persone, tra vecchi, donne e bambini. Gli uomini validi erano evidentemente tutti sotto le armi.

Il bombardamento aereo, avvenuto qualche giorno prima del nostra arrivo, aveva fortemente danneggiato la palazzina principale, della quale rimanevano ancora in piedi alcune pareti con un lussureggiante rampicante ostinatamente aggrappato ad esse. Le altre parti della cascina avevano subito seri crolli, ma erano ancora agibili.

Il nostro compito consisteva nell’asportare le macerie dalla palazzina principale, depositandole in una catasta fuori corte. Eravamo circa una trentina e si lavorava manualmente passandoci l’un l’altro i blocchi da spostare. Verso sera le macerie venivano affrettatamente caricate su di un carretto trainato da un cavallo e portate in una zona di scarico a noi sconosciuta.

Il luogo dove si trovava il cascinale distava pochi chilometri da Mucheln ed era al centro d’un paesetto chiamato “Neumarck“

Il nostro aiuto si prolungò per un settimana e veniva remunerato con un discreto pasto quotidiano, servito a metà giornata dal proprietario. Era costui un vecchio signore di età superiore ai 60 anni. Era molto adirato verso gli americani per i danni che gli avevano procurato. Non aveva atteggiamenti vessatori verso di noi. I suoi interventi erano mirati ad organizzare il lavoro ed a mettere in salvo quanto più possibile delle suppellettili.

Gli ordini ci venivano impartiti tramite il nostro capo che, per questa circostanza, era rappresentato da un civile anziano, facente parte della organizzazione TODT .

I più volenterosi di noi venivano premiati con un supplemento di cibo ed io figuravo sempre tra questi, non per meriti, ma perché “raccomandato” dalla figlia del proprietario che, per quanto per me sorprendente, mi faceva la corte. Un giorno, infatti, che mi trovavo da solo nella cantina della palazzina padronale, la ragazza si avvicinò con un dolce sorriso e senza proferire parola, forse perché non conosceva l’italiano, mi abbracciò stringendomi a sé.

Fui molto sorpreso dall’inaspettata situazione e non riuscii a corrispondere a quell’abbraccio, nonostante intrapreso da una ragazza giovane e carina. Anche lei rimase sorpresa dal mio freddo atteggiamento e guardandomi intimorita, disse di chiamarsi Helga. Avrà avuto circa sedici anni, era bionda, come la maggior parte dei suoi concittadini, con una carnagione bianca e rosea che enfatizzava i suoi tratti di adolescente.

Quel breve ed imprevisto incontro non ebbe alcun seguito per la mia indifferenza di fronte alla manifestazione affettiva di Helga. Non si era infatti ancora risvegliato in me alcuna sensazione erotica, essendo ogni mio stimolo sopraffatto dal bisogno essenziale di sfamarmi e dalla conseguente attività di ricerca del cibo. Il “corteggiamento“ andò comunque avanti nei giorni a seguire con sguardi, ammiccamenti ed inviti, ma non aderii ad alcun richiamo amoroso perché ero sempre proteso verso altri interessi ben lontani da stimoli erotici.

Anche in seguito, ogni mia attenzione si mantenne sempre e comunque rivolta alla ricerca di qualsiasi cosa che servisse a nutrirmi ed a mantenermi in vita. Pertanto, non davo retta agli atteggiamenti vezzosi della mia “innamorata” che, coglieva ogni occasione per farmi notare la sua presenza. La mia attenzione invece, come quella dei compagni, era sempre diretta verso una piccola voliera posta in un angolo del cortile.

Essa conteneva alcune tortore che svolazzavano da un lato all’altro della gabbia. Il nostro interesse non era per le graziose tortorelle, bensì per la loro mangiatoia che veniva continuamente riempita di grano dal proprietario. Appena il suddetto si allontanava dal cortile, facevamo a gara a chi riusciva per primo a mettere le mani su quei granelli di frumento.

Ce ne riempivamo la bocca e li inghiottivamo avidamente, incuranti delle contaminazioni da polvere, residui e deiezioni delle stesse tortore. Il padrone della voliera, aveva probabilmente notato l’anomalia della ciotola sempre vuota, ma non immaginando che la nostra fame potesse spingerci fino a quegli eccessi, si prodigava di riempirla ogni qual volta la ritrovava vuota.

Ho voluto mettere in evidenza anche questo marginale episodio, per rimarcare come l’esigenza di cibarci fosse più importante di qualsiasi altra attrattiva o sensazione, si trattasse anche dello stimolo sessuale.

Riflettendo in seguito all’infatuazione di quella ragazza verso la mia persona, mi ero fermamente convinto che fosse dovuta all’assoluta mancanza di giovani tra la popolazione tedesca di allora. La Germania, giunta al quinto anno di guerra, aveva reclutato tutti gli uomini abili e pertanto, non si vedeva in circolazione alcun giovane. Per questa ragione, il divario tra il numero di maschi e femmine era enorme e le ragazze, desiderose di intrattenere rapporti amorosi, dovevano adattarsi anche a noi prigionieri, seppur non dotati di vistosi requisiti.

Terminato l’impegno in quel cascinale, non si presentarono purtroppo altre occasioni per prestare la nostra opera presso installazioni civili.

Fummo invece impegnati in una fabbrica che si trovava ad una ventina di chilometri da Mucheln e precisamente a Leuna Werk. Si trattava di una grossa fabbrica in cui si effettuava ogni genere di produzione industriale ad uso civile e militare. Produceva manufatti d’ogni tipo, dagli aghi per cucire ai carri armati. Veniva ovviamente data la precedenza alla fabbricazione di armi.

In quel periodo tutta la Germania era martellata giorno e notte da intensi bombardamenti degli aerei americani e, Leuna Werk costituiva uno degli obiettivi più bersagliati. Noi, internati civili si veniva accompagnati al lavoro e seguiti da un incaricato dell'organizzazione Todt, che si occupava esclusivamente di organizzare e di sviluppare le attività riguardanti il riordino e la ricostruzione della fabbrica, la cui efficienza veniva vieppiù compromessa dai bombardamenti.

Si partiva tutte le mattine col treno dalla stazione di Mucheln. Di buon’ora si lasciava il nostro campo, da tempo trasformato in alloggio e si raggiungeva direttamente la fabbrica dove si lavorava fino a sera. La nostra attività consisteva nell’asportare i detriti e le macerie spostabili a mano, risultanti dal complesso delle macchine e da altri materiali demoliti dalle bombe. I pezzi grossi e pesanti erano caricati su dei camion, tramite gru o trattori.

Gli aerei alleati, chiamati “fortezze volanti” raggiungevano la fabbrica quasi giornalmente, spesso all’improvviso, senza che la sirena di preallarme avesse fatto in tempo a segnalarne l’arrivo. Formavano più squadriglie ed in rapida successione scendevano a bassa quota sganciando ripetutamente il loro carico micidiale, che a contatto con il suolo o con le infrastrutture industriali, esplodeva con effetti devastanti e terrificanti.

E’ molto difficile per me, descrivere l’apocalisse alla quale spesso eravamo partecipi e spettatori. Gli edifici colpiti dalle esplosioni delle bombe degli aerei, crollavano come castelli di carte, tra nubi di polvere e fumo, mentre altissime fiamme s’innalzavano in mezzo alle rovine. Non sempre andavamo nei rifugi.

Talvolta per la mancanza del tempo necessario a raggiungerli, altre volte perché, ormai assuefatti alla presenza del pericolo e della morte, ci rifugiavamo dentro le buche delle precedenti incursioni. Di lì si assisteva al finimondo causato dalle esplosioni. Ricordo di aver visto, tra le tante distruzioni spaventose, un carro cisterna ferroviario, volare in cima ad una torre di ferro alta alcuni metri, per effetto di un’esplosione.

Il fuoco, gli incendi ed il fumo, oscuravano il cielo per ore, anche a bombardamento cessato, mentre permanevano nell’aria gli acri odori della combustione.

Il personale tedesco, al primo allarme scappava in cerca di un rifugio, spesso situato nella base di una ciminiera, considerata un’ottima difesa dalle bombe. Noi italiani invece, da tempo eravamo diventati cinici di fronte a tutto. Incuranti talvolta dell’imminente pericolo, guardavamo con un senso di gioia andare in pezzi una parte di quella perfetta macchina da guerra che era considerata la Germania nazista.

Prima d'ogni azione gli aerei liberavano nell’aria enormi quantità di listelli di carta stagnola che si diceva servissero a confondere i segnali radio e che ondeggiavano a lungo nell’aria come piccole nubi argentee. A lancio della stagnola ultimato, iniziava lo sgancio delle bombe.

La contraerea tedesca era molto attiva e prima che gli aerei scendessero a bassa quota per il bombardamento mirato, li bersagliava con scariche di proiettili che scoppiavano tutt’intorno ai velivoli. Spesso colpivano gli aerei che precipitavano al suolo avvolti in una nube di fumo e di fuoco. Qualche volta degli avieri dell’equipaggio riuscivano a lanciarsi col paracadute e a salvarsi.

La maggior parte però non ce la faceva e finiva carbonizzata assieme all’aereo.
In ogni fortezza volante c’era un equipaggio composto da diversi uomini. Accanto ad un aereo abbattuto, ne ho contati otto. Tutti i loro corpi erano carbonizzati, s’intravedeva solo il tronco con qualche frammento di ossa delle braccia e delle gambe.

Per i capi reparto che erano costretti a lasciare per ultimi il posto di lavoro, dovendo operare alcuni accorgimenti tecnici atti a contenere i danni, erano stati predisposti e riservati, solo a loro, dei piccoli rifugi di cemento armato.

Questi ripari erano fatti a forma d’uovo ed erano molto efficaci sia per la loro forma, e per la consistenza e robustezza del cemento armato con cui erano stati costruiti. Non erano ancorati al suolo, cosicché in caso d'esplosione ravvicinata, anziché essere distrutti, venivano scaraventati qua e là. L’occupante rotolava assieme al suo rifugio, senza subire danni, in quanto si teneva aggrappato ad apposite maniglie e al sedile.

Un giorno, come tanti altri, in cui non era stato dato il preallarme all’arrivo degli aerei, si scatenò all’improvviso un finimondo con enorme sconquasso di ogni cosa ed un fuggi fuggi generale, senza mete e gran confusione. Si trattava di un bombardamento cosiddetto “a tappeto”, mirato in altre parole, a colpire gli obiettivi per mezzo del grande numero di bombe che veniva sganciato dai bombardieri in sequenza ininterrotta.

In quella circostanza, trovandomi all’aperto e sulla direttrice di movimento degli aerei, intravisto l’enorme pericolo cui ero esposto, prevalse in me l’istinto di conservazione. Senza porre tempo in mezzo, m'infilai in tutta fretta dentro ad uno di quei rifugi, localizzato a pochi metri di distanza e me ne guardai bene dall’aprire lo sportello al capo reparto sopraggiunto nel frattempo.

Dalla fessura di cui era dotato l’abitacolo vedevo il “mio uomo” agitarsi, inveire e minacciarmi. Infine si risolse a scappare indirizzandomi improperi e nuove minacce. Allontanatosi il rombo degli aerei e il frastuono delle esplosioni, prima ancora del cessato allarme, nel timore di essere scoperto in quel rifugio proibito, me la filai senza essere notato da alcuno.

Successivamente scorsi il capo reparto cui avevo tolto il posto, che raccontava ai colleghi la sua avventura. Mi sentii sollevato da un peso e da un’eventuale rimorso di coscienza per aver messo a rischio la vita di un altro uomo, per salvare la mia, anche se si trattava di uno dei miei persecutori.

Alla fine del bombardamento, alla ripresa del lavoro, accadde il seguente sintomatico evento. Un internato, ex sergente del nostro esercito, era intento di buona lena a demolire con il piccone i resti pericolanti di un muro. Accompagnava le picconate fischiando vecchi motivi italiani. Alcuni civili tedeschi lo stavano ad osservare confabulando tra loro.

D’un tratto, si portarono su di lui. Lo presero per il bavero della casacca e lo picchiarono duramente, fino ad abbandonarlo svenuto sul mucchio di macerie. Soccorsi quel poveraccio come potei, aiutandolo a rimettersi in piedi. Era pieno di lividi, escoriazioni e ferite vere e proprie. Cercammo assieme di capire la ragione di quella bastonatura. Concludemmo pensando che forse i tedeschi ritenevano che egli stesse fischiando perché era contento dei danni causati dal bombardamento.

Ho assistito ad immani distruzioni e uccisioni di molte persone anche al di fuori della fabbrica.
Mi capitò tra l’altro, d’essere testimone d’una carneficina provocata da un bombardamento effettuato al di fuori del solito obiettivo.

Un mattino, era da poco squillato il preallarme e tutti in massa c'eravamo allontanati e rifugiati in un bosco poco lontano dalla fabbrica. Già precedentemente ci eravamo recati in quel luogo ritenuto sicuro, non costituendo alcun obiettivo civile o militare. Inspiegabilmente gli aerei sganciarono tutti i loro ordigni distruttivi proprio nel bel mezzo di quel bosco, che occupava una avvallamento attraversato da un piccolo fiume.

Per mia fortuna avevo scelto di sistemarmi in un anfratto all’inizio del pendio e che fu risparmiato dalle bombe. Esse caddero numerose invece sul terreno più in basso, lungo il fiume, proprio dove si era raggruppata molta gente, tra cui le maestranze della fabbrica e parte della popolazione della cittadina.

Il bombardamento, molto intenso, fu di breve durata, giusto il tempo impiegato da due ondate di fortezze volanti per scaricare i loro micidiali ordigni su quella piccola valle. Quando ancora il bombardamento infuriava, sbucato non so da dove, mi si accostò un ragazzino dall’età apparente di otto - nove anni, che piangeva disperato per la paura. Lo avvicinai quanto più possibile, steso accanto a me, coprendolo con un braccio, per rincuorarlo.

Quel povero bambino continuò a piangere e a farsi il segno della croce senza interruzioni. A fine bombardamento mormorò qualche parola in russo e se ne andò di corsa continuando a piangere convulsamente. A nulla valsero i miei richiami e presto sparì al mio sguardo lasciandomi sgomento ed addolorato.

Avevo capito che le bombe erano cadute in mezzo alla gente, ma non potevo immaginare la scena che apparve ai miei occhi appena mi alzai e m’incamminai verso il fiume, per dare il mio aiuto nei soccorsi. I segni della carneficina erano ovunque visibili. Morti e feriti si trovavano qua e là sul terreno. Alcuni sventurati gridavano semi sepolti nel fango e nell’acqua usciti dal fiume, i cui argini erano stati colpiti dalle bombe e spianati.

Cadaveri, insieme ad altri resti e oggetti galleggianti, venivano trascinati via dalla corrente. Alcuni superstiti giravano intorno frastornati, forse in cerca di qualche familiare scomparso. Ricordo una donna che correva urlando, spaventata e apparentemente senza meta. Molti cadaveri giacevano orribilmente straziati e mutilati. Dei corpi o resti di essi, erano stati scaraventati dalle esplosioni sui rami delle piante, dove alcuni erano rimasti impigliati. Gli alberi spezzati o divelti e il terreno sconvolto completavano la scena apocalittica.

In quell’occasione, rischiai anch’io di venire ucciso. Ero steso, nel mio piccolo anfratto, ventre a terra, quando una grossa scheggia si conficcò nel terreno sfiorandomi la testa, senza provocarmi nemmeno un graffio.

Il nostro impiego a Leune Werk si protrasse per tutta l’estate, sempre inquadrati secondo le norme riguardanti gli internati civili. Fortunatamente, continuavo a ricevere i pacchi, che rappresentavano in buona misura la mia salvezza. Per il resto non molto era cambiato dopo il passaggio a internati civili.. I bombardamenti aerei continuavano quotidianamente, provocando danni sempre più ingenti sia agli impianti militari sia a quelli civili.

Paesi e città venivano rasi al suolo in tutta la Germania, ma la stragrande maggioranza della popolazione tedesca, anche se largamente provata, non dava segni visibili di cedimento e di intolleranza nei confronti degli organi preposti al comando. Tanto meno nei riguardi dei governanti dei quali eseguivano gli ordini e le direttive molto disciplinatamente, senza contestazioni e sempre con molta fiducia.

Per noi italiani, sempre pervasi da un forte spirito critico verso l’autorità, questi atteggiamenti di estrema fiducia, disciplina e obbedienza erano quanto meno sorprendenti.
Ci chiedevamo, come i cittadini tedeschi, potessero credere ancora nella vittoria e come non si accorgessero dell’abisso in cui il nazismo li aveva precipitati.

CAPITOLO XII 

LAVORI ALLA LINEA SIEGFRIED

Nel mese di settembre del ‘44, inaspettatamente ci trovammo di fronte ad un fatto nuovo che mutò ancora una volta radicalmente la nostra condizione di vita, rispetto a quei pochi mesi in cui eravamo stati utilizzati come internati civili.

In effetti, si tornava indietro nel tempo e nella disciplina, senza avere la minima cognizione delle cause e degli eventi alla base di questa nuova svolta, foriera di nuovi tristi avvenimenti. Una brutta sera, fummo incolonnati per quattro e condotti alla stazione ferroviaria di Mucheln. Il viaggio durò circa due giorni. Non venne distribuito il rancio, in quanto ci avevano dotato di ben due fette di pane alla partenza.

Senza alcuna spiegazione ci trovammo così trasferiti nella Germania occidentale. Precisamente nella regione della SAAR, nei pressi di una cittadina denominata Sweibruken, situata a pochi chilometri da Saarbruken. Proprio a ridosso dei confini con la Francia. La nostra sorpresa, si trasformò in frustrazione e paura quando ci rendemmo conto che eravamo ricaduti sotto l’ordinamento militare, con le sue rigide leggi.

Ci avevano sistemati in un campo apprestato per truppe, non molto lontano dalla città. Dovevamo sottostare agli ordini di un nuovo sergente, persona abbastanza moderata, ma anche lui come i suoi predecessori, esigeva obbedienza e disciplina. Non riuscivamo ad accettare un cambiamento così repentino, disposto contravvenendo all’accordo della Germania con la R. S. I. che ci aveva promossi internati civili pochi mesi prima.

Non mancò l’occasione di far rilevare al sergente il sopruso perpetrato a nostra insaputa e a nostro danno. Questi se ne schermiva adducendo che lui era un esecutore di ordini ricevuti dall’alto e che non intendeva metterli in discussione.

Sapevamo che le esigenze della guerra potevano soverchiare ogni ordine, qualsiasi direttiva o disposizione, travisando trattati già in atto e, se necessario, infrangendo anche le leggi dello stato. Non ci restò ovviamente che accettare quella nuova situazione, preoccupati ora del lavoro che saremmo stati chiamati ad eseguire. L’attesa non durò molto a lungo. A due giorni dall’arrivo, al mattino fummo svegliati di buon’ora e messi in cammino verso Sweibruken.

Dopo circa una mezz’ora di strada, entrammo in città, che era ancora buio. Proseguendo oltre attraverso cumuli di macerie, edifici abbattuti ed ogni sorta di distruzione provocati dai bombardamenti aerei, ci lasciammo alle spalle l’abitato. Percorremmo ancora qualche chilometro e giungemmo infine ad un posto di blocco militare.

Da quel momento ci presero in consegna due soldati bene armati che ci accompagnarono dentro ad un complesso di casematte e forti, che si estendeva a perdita d’occhio lungo un crinale verde coperto di arbusti.

Si trattava di vere e proprie fortezze, dotate di potenti mezzi di difesa. Si trovavano tutte seminterrate, con la parte emergente dal suolo dipinta di verde e coperta da robuste reti di corda intrecciate con rami d’albero che le mimetizzavano perfettamente con la vegetazione circostante.

Ci trovavamo nel bel mezzo della LINEA SIEGFRIED. Essa era stata ideata e costruita a baluardo di difesa della frontiera tedesca da attacchi provenienti da ovest. La costruzione di queste opere era stata realizzata negli anni precedenti la guerra.

Nello stesso periodo, cioè negli anni trenta, la Francia aveva preceduto la Germania nell’erigere a difesa dei propri confini, la LINEA MAGINOT, che si trovava dirimpetto alla linea Siegfried distanziata di pochi chilometri.

Né l’una né l’altra furono rispondenti allo scopo per il quale erano state edificate. La linea Maginot fu evitata dai tedeschi che nel 1939 passarono a Nord attraverso l’Olanda ed il Belgio. La linea Siegfried non resistette all’attacco degli alleati nonostante il suo rafforzamento al quale anche noi fummo costretti a partecipare. Non ebbi occasione di vedere lo stato di quelle fortezze alla fine della guerra. Mi capitò invece di attraversare la linea Maginot e constatare che i suoi forti, privati delle armi e componenti bellici, erano parzialmente demoliti.

Il nostro nuovo incarico consisteva nello scavare delle trincee di collegamento tra un fortino e l’altro. Esse avrebbero consentito ai soldati di spostarsi con le loro attrezzature, senza esporsi al tiro delle armi nemiche. Quei lavori fatti eseguire ai prigionieri di guerra, poco efficienti, disinteressati e mal nutriti, si svolgevano a rilento e con risultati modesti.

Mi chiedevo spesso perché la Germania non sostituisse quella mano d’opera poco produttiva, con macchine scavatrici ed altri attrezzi più funzionali e più rapidi, come quelli in uso nella miniera di carbone. Supponevo che le esigenze della guerra assorbissero tutte le risorse disponibili e che pertanto lo sforzo del paese fosse concentrato nella produzione di armamenti, trascurando le attrezzature per uso civile.

Un’altra ipotesi, che allora facevo, raffigurava come tutta quella massa d’uomini fatti prigionieri nei cinque anni di guerra, dovesse in qualche modo dare un contributo al proprio sostentamento. Ora, col senno di poi, si potrebbero fare analisi più accurate, ma è una questione che esula dal contesto di questa narrazione.

Gli scavi dei fossati non ci occuparono per molto tempo trattandosi di lavoro non molto impegnativo e di rapida esecuzione. Durante il completamento di queste trincee, ci si avvicinava spesso ai forti, tanto da poter scrutare nel loro interno dove, s’intravedevano obici, cannoni anticarro, mitragliatrici ed altre armi pronte all’uso. Erano inoltre visibili strumentazioni e disegni che impegnavano di continuo personale militare.

Tutto l’insieme era ben disposto, con locali confortevoli, attrezzature in perfetta efficienza. La valida organizzazione metteva in luce ancora una volta la tecnica e lo spirito di attaccamento al proprio dovere che caratterizzavano l’apparato militare germanico.

Dopo un paio di mesi circa, anche questa attività si concluse e si prospettò un nuovo lavoro che più avanti andrò ad illustrare. In ogni caso, sempre in quella zona e ancora inerente alla difesa del territorio tedesco.

La vita in quel nuovo campo scorreva pressappoco uguale a quella già vissuta prima di passare ad internati civili. Caratterizzata dalla mancanza di ogni più piccola libertà, alimentazione pessima ed assolutamente insufficiente. Avevamo un diversivo in più: tutte le notti gli aerei americani bombardavano la città di Sweibruken ed i suoi dintorni, illuminando a giorno con i loro bengala tutto il territorio circostante.

Lo scoppio delle bombe ed il frastuono conseguente, offrivano uno spettacolo da fantascienza. Il sergente ci ordinava di uscire dal campo, verso una zona campestre meno esposta, da dove si assisteva al finimondo di quello spettacolo pirotecnico.

A guerra conclusa Sweibruken si presentava come una città di macerie. Quasi tutti gli edifici erano stati rasi al suolo. Qua e là rimanevano ancora in piedi, spettrali muri anneriti.
In questo nuovo ambiente avevo trovato altri compagni, mentre alcuni di quelli vecchi si erano persi per strada. Fra questi, il mio amico

Munari che, da internato civile, aveva incontrato il fratello e con questi aveva ottenuto la possibilità di lasciare la prigionia. Non so ancora oggi come andarono le cose, fatto sta che il fratello del Munari, venne in Germania per prendersi il familiare prigioniero e portarselo a casa. L’incontro tra i due, del tutto casuale, si realizzò in un treno in corsa. I due fratelli percorrevano la stessa tratta ferroviaria: uno proveniente dall’Italia, e l’altro, da internato civile, diretto al suo posto di lavoro. Dopo l’eccezionale incontro entrambi tornarono a casa!

Fra i miei nuovi compagni strinsi una nuova amicizia con Stefano Pisano, un ligure di Bastia in provincia di Savona. Con lui ho condiviso diverse scorribande finalizzate al reperimento di alimenti. Ricordo in particolare le ripetute fughe da noi messe in atto al mattino, prima dell’alba, quando incolonnati con gli altri, eravamo diretti verso il luogo di lavoro. La città era immersa nel buio completo, sia per le distruzioni subite, che per le necessità militari di mantenere il più totale oscuramento.

Mentre si attraversava Sweibruken, si riusciva a separarci dal gruppo incolonnato, senza attirare l’attenzione della guardia di scorta ed a scappare. Il nostro punto per la fuga, era costituito da una viuzza chiusa tra caseggiati semi distrutti dalle bombe, ma ancora parzialmente in piedi. Data la ristrettezza della strada invasa dalle macerie, si era costretti a camminare ammassati fianco a fianco.

Una volta raggiunto un certo portone diroccato, con una mossa fulminea, ci infilavamo dentro e attendevamo immobili che tutto il gruppo si allontanasse. Lo stratagemma riuscì sempre, senza eccessive difficoltà, grazie anche alla complicità dei compagni.

Essi ci favorivano spontaneamente, pur rifiutandosi di partecipare alla nostra rischiosa fuga per la paura di venire scoperti. Rimasti soli ci recavamo in un qualsiasi scantinato, prestando attenzione che appartenesse ad una casa abbandonata, dove ci rifornivamo abbondantemente di patate, che andavamo poi a cuocere nascosti in un bosco poco lontano.

Il tutto si svolgeva in piena oscurità giacché alla mattina si partiva un paio di ore prima della levata del sole dovendo percorrere molta strada prima di giungere al posto di lavoro.
Una volta arrivati nel bosco si aspettava la luce del giorno, si accendeva il fuoco, evitando il più possibile di provocare fumi che avrebbero sicuramente attirato l’attenzione. Si stava tutto il giorno a mangiare le squisite patate cucinate nella brace e sotto la cenere, concedendoci lunghi riposi in comodi giacigli di foglie.

Alla sera, nascosti nello stesso portone, si aspettava il ritorno dei compagni e con il procedimento inverso ci s’inseriva nella colonna, senza essere notati dalla guardia. La nostra fuga, se fosse stata scoperta, ci avrebbe sicuramente procurato conseguenze molto serie. Ne eravamo perfettamente consapevoli. Affrontavamo comunque il rischio, sia per l’assuefazione al pericolo, che per l’utile che ne ricavavamo, per noi di importanza vitale, oltre che di estrema soddisfazione.

Ci sentivamo in qualche misura rassicurati dalla situazione di incertezza e di confusione allora esistenti nel luogo dove si svolgeva il lavoro. Era infatti questo un immenso cantiere, pieno di uomini che, vuoi per la fretta, vuoi per la vastità del posto, non consentiva un controllo diretto di tutti gli addetti ai lavori.

Le guardie che dovevano controllare sia il lavoro che gli uomini non avevano più la severità e la tracotanza d’altri tempi, impensierite più che altro dagli eventi bellici, il cui esito le preoccupava assai di più delle nostre fughe. I loro discorsi, che ci capitava di ascoltare, erano infatti sempre imperniati sull’andamento della guerra. Il tuono lontano dei cannoni, ormai a portata d’orecchio, era una conferma dell’avvicinarsi delle forze nemiche, sempre più soverchianti quelle tedesche.

Si capiva che la loro preoccupazione li distoglieva dalla scrupolosa custodia dei prigionieri. Ciò ci consentiva di mettere in atto le nostre assenze senza eccessive difficoltà. Tuttavia il rischio di venire scoperti oltre che dalle guardie, anche da parte degli abitanti locali, era concreto. I contadini del luogo e la popolazione rurale che lavoravano o si muovevano intorno al bosco, collaboravano con i soldati e quindi erano anche loro temibili.

Nonostante questa situazione, la prospettiva di una giornata trascorsa in libertà, confortata dalle scorpacciate di patate era talmente invitante da farci superare ogni paura.

Un giorno la nostra avventura dette luogo ad una situazione di grande pericolo. Eravamo arrivati nei pressi del solito bosco quando ci rendemmo conto di essere impossibilitati ad utilizzare quel luogo per la cottura delle patate, perché era occupato da alcuni boscaioli indaffarati a far legna. Rinunciammo pertanto ad inoltrarci e ritornammo sui nostri passi.

Dopo breve consulto decidemmo di chiedere la collaborazione di una famiglia locale per la cottura delle patate. Riflettemmo a lungo sul come impostare la richiesta, onde renderla credibile ed evitare eventuali reazioni spiacevoli e magari anche pericolose. L’amico Pisano non conosceva una parola di tedesco, per cui toccò a me il compito di raccontare una bugia accuratamente preparata, ma poco credibile.

Ci presentammo quindi all’uscio di una casa colonica ubicata sul fianco d’una collinetta antistante il bosco. Ci venne ad aprire un gigantesco individuo munito di un lungo bastone, probabilmente ci aveva visti arrivare e si era preparato ad accoglierci. Dopo aver accennato alla nostra terribile fame, gli riferii come meglio potei, che eravamo parte di un gruppo di internati militari addetti ad un lavoro di trincea.

Aggiunsi che di fronte all’avanzata degli anglo-americani ed alle pesanti perdite subite dal nostro gruppo ad opera dei mitragliamenti aerei, ciò che rispondeva a verità, il nostro comandante ci aveva autorizzati a ritirarci nelle retrovie per conto proprio. Avevamo inventata questa storia, con la speranza di trovare nella famiglia tedesca comprensione e solidarietà.

Pensavamo che il rombo delle attività delle artiglierie, ormai molto forte, avallasse in qualche modo la storiella. Inoltre, aver aiutato i prigionieri, avrebbe potuto rappresentare, per quel tedesco, un futuro titolo di credito verso i sopraggiungenti alleati. La reazione di quell’individuo fu molto dura. Con il volto che esprimeva ira e furore, minacciandoci con il bastone, ci urlò minacce ed insulti che ancora ricordo, tipo questo: “weg verflucht hund italienisch” .

Nelle settimane seguenti avremmo incontrato tedeschi più disponibili, ma quello era proprio la persona sbagliata. Ci allontanammo di corsa soprattutto nel timore che quell’energumeno chiamasse in qualche modo delle guardie. Da quella rischiosa esperienza ne uscimmo alquanto spaventati. Decidemmo pertanto di sospendere le nostre fughe per qualche tempo.

Il nuovo lavoro cui eravamo stati adibiti si svolgeva in un ampio spiazzo di terreno parallelo alla linea Siegfried, dove fummo aggregati ad una grande quantità di prigionieri di varie nazionalità. Si trattava di migliaia di uomini impegnati nella realizzazione di una smisurata fossa anticarro, ricavata dirimpetto ad una lunga e larga linea di paracarri, inclinati verso il confine francese, in modo da costituire un baluardo contro l’avanzata di carri armati nemici.

Lo scavo, alla sommità era largo una quindicina di metri, altrettanta era la profondità. Sulle pareti, scavate a forma di trapezio rovesciato, era stata ricavata dall’alto in basso, tutta una serie di gradini. Su di essi, noi prigionieri, venivamo piazzati “a catena”, in modo da poter trasportare dall’uno all’altro e dal basso verso l’alto, il terreno scavato dagli uomini posti alla base della fossa.

Questi ultimi erano i più sollecitati dovendo provvedere allo scavo e passare il terreno al compagno collocato sul primo gradino. Il materiale scavato, veniva passato da un uomo all’altro, gradino per gradino, fino a raggiungere la sommità della fossa, dove veniva disperso nel terreno circostante. Si trattava di un’opera gigantesca alla cui realizzazione partecipava un numero spropositato di uomini, mal controllato dall’esiguo numero di guardie.

Nonostante queste sollecitassero l’esecuzione del lavoro con richiami ed incoraggiamenti piuttosto energici, non ottenevano dei grandi risultati. La realizzazione finale dell’opera era ben lontana dall’essere compiuta. Ogni tanto si presentavano degli ufficiali tedeschi che avevano probabilmente l’incarico di verificare lo stato dei lavori, il rispetto del progetto e l’esatta applicazione delle direttive. I loro atteggiamenti e reazioni verso le guardie addette al nostro controllo ed alla sorveglianza del grande cantiere, indicavano che non erano per niente soddisfatti dei lavori già eseguiti e di quelli in fase di realizzazione.

Dai frammenti recepiti dai loro concitati ed urlati dialoghi emergeva, senza ombra di dubbio, la loro preoccupazione per l’avvicinarsi del nemico e l’impossibilità di contrapporgli difese adeguate. Tornavano quindi a rimarcare la lentezza dell’esecuzione dei lavori e rimproveravano i subalterni di non essere abbastanza decisi e severi.

Questi richiami e sollecitazioni non ottenevano i risultati invocati. Gli incaricati a far osservare le disposizioni e le direttive ricevute, erano diventati poco interessati, sfiduciati ed intimoriti di fronte all’incalzare degli eventi. Con la prospettiva di venire quanto prima vinti, uccisi o catturati dagli alleati, stavano diventando permissivi verso la massa dei prigionieri, e soprattutto, molto più cauti nel punirli.

Si era nell’inverno del 1944/45. Anche se meno rigido di quello prussiano passato ad Honestein e dell’altro sassone di Mucheln, era pur sempre molto duro, soprattutto per noi prigionieri, sempre mal nutriti e mal equipaggiati.

Il lavoro nella fossa anticarro procedeva sempre con lo stesso ritmo, a rilento e senza che si intravedesse una possibile conclusione.

Alle nostre consuete difficoltà, si aggiungeva il pericolo causato dai continui mitragliamenti dei caccia americani che causavano perdite e contrattempi molto importanti. I piloti dei caccia cercavano di lasciarci il tempo per scappare e talvolta ci salutavano agitando la mano. In ogni caso, poi mitragliavano la fossa per intralciare i lavori.

Non ero, e non sono ancora oggi, in grado di valutare quanti prigionieri morivano per effetto delle incursioni aeree. I tedeschi facevano portar via i corpi dei caduti, dei quali non si sapeva più nulla
Il rombo dei cannoni e della altre armi dal fronte, giungeva sempre più vicino. Tutte le notti assistevamo allo spettacolo del bombardamento aereo su Sweibruken. Passavano i giorni e le settimane senza variazioni significative, né circa la tenuta del fronte, né per quanto riguardava la nostra grama esistenza.

Noi prigionieri vivevamo in una specie di frenetica attesa di un liberatorio attacco anglo americano, che a momenti sembrava vicino, ma che in altri appariva incerto e ancora lontano.
Verso la primavera si intensificarono i bombardamenti aerei, da tempo diventati assidui anche in pieno giorno. Gli aerei scendevano a quote relativamente basse colpendo e sconvolgendo le difese tedesche, rendendole parzialmente inutilizzabili.

I bombardieri erano scortati da caccia che volavano quasi radenti il suolo mitragliando ogni cosa. Fummo presi di mira più volte anche noi lavoratori e i militari di sorveglianza. Questi nuovi attacchi aerei, causavano un enorme scompiglio, con rapidi fuggi fuggi di tutti. Ogni incursione lasciava sul terreno morti e feriti, sia tra i prigionieri, che tra i tedeschi di guardia. Questi ultimi, quasi tutti anziani della milizia territoriale, erano più spaventati di noi.

Consapevoli della loro impotenza di fronte a qualsiasi azione di difesa, scappavano disordinatamente lasciandoci liberi di scegliere dove nasconderci e ripararci. Noi prigionieri, in qualche misura e con l’esperienza, avevamo imparato come ripararci. Studiavamo preventivamente il terreno, in modo da aver in mente dove rifugiarci in caso di attacco.

Le perdite tra noi erano in ogni caso abbastanza gravi, ma ormai eravamo assuefatti anche a questo fatto e non ci facevamo più molto caso. Talvolta approfittavamo delle incursioni, per andare alla ricerca di cibo, nostra maggiore esigenza. La contraerea tedesca opponeva un fuoco intenso.

I caccia riuscivano, tuttavia, a compiere le missioni quasi sempre senza subire gravi perdite, in quanto, passando a volo radente, rimanevano esposti al tiro solo per brevissimi intervalli. L’esiguo numero di caccia tedeschi contrattaccava quelli americani, ma essendo in inferiorità numerica e probabilmente pure tecnologica, dovevano spesso abbandonare il campo di battaglia e qualcuno veniva abbattuto.

Contrariamente ai caccia, i bombardieri americani, volando a quote intermedie, venivano di frequente colpiti dalla contraerea e abbattuti. Ciò nonostante le squadriglie di bombardieri alleate compivano le loro azioni a ondate successive per tutta la giornata, colpendo obiettivi militari e civili e devastando pure le campagne con le loro cascine.

I lavori della fossa anticarro, finalmente giunti allo stato di avanzata realizzazione, erano stati resi completamente inutili perché sconvolti dall’enorme quantità di bombe lasciate cadere dagli aerei.
Il nostro impiego era ormai ridotto a brevi interventi tesi a ripristinare le opera compiute, ma era evidente l’inadeguatezza delle prestazioni, poco efficaci e risolutive, anche perché frequentemente interrotte dall’avvicinarsi degli aerei.

Di fronte a questa situazione di disgregazione delle difese tedesche, eravamo tutti convinti che le forze angloamericane si stessero preparando per l’invasione della Germania. La distruzione ormai sistematica delle postazioni di artiglieria e l’apertura di ampi varchi nelle opere di difesa tedesche operate dai caccia e dai bombardieri, stavano creando tutti i presupposti per una possibile offensiva delle forze alleate, dislocate a poche chilometri di distanza.

CAPITOLO XIII 

LA FUGA

Nei primi giorni del mese di marzo del 1945, venne abbandonata la costruzione della fossa anticarro. Si rimaneva tutto il giorno dentro il campo da dove si potevano notare le prime avvisaglie della ritirata tedesca, già in atto dal fronte.

Da qualche tempo la nostra attenzione era rivolta verso la strada, che passava non lontano dal campo. Su di essa vedevamo transitare con una certa frequenza, colonne di autoblinde, seguite da carri armati ed altri mezzi militari che a forte andatura si dirigevano verso l’interno della Germania. Queste colonne in ritirata, venivano frequentemente attaccate dagli aerei, con conseguenti gravi perdite di uomini e mezzi. I tedeschi non perdevano tempo.

Dopo ogni incursione, liberavano in qualche modo la strada e quindi il movimento di arretramento riprendeva. Ai lati della strada, giacevano innumerevoli carcasse di materiale bellico distrutto e abbandonato, auto, sidecar, autoblinde, casse di materiali e anche armi ormai inservibili. Talvolta le forze in ritirata avevano tanta fretta che non si prendevano nemmeno cura di seppellire i caduti. Era convinzione generale che il transito di tutti quei veicoli da guerra rappresentasse l’inizio di una imminente disfatta dell’esercito germanico.

I nostri guardiani tedeschi assistevano come noi, al triste spettacolo della ritirata dei loro colleghi. Erano spesso fuori dei cancelli per rendersi conto di quanto stava avvenendo. Si vedevano parlare con i soldati in ritirata ed i loro atteggiamenti indicavano una gran preoccupazione e paura. Più volte captai frammenti di loro conversazioni caratterizzate da frequenti espressioni come: “alles caput” o imprecazioni e talvolta bestemmie per la malasorte del loro paese, dei loro compagni e di loro stessi.

Il comportamento di queste guardie verso di noi s’era ormai ammorbidito e diventato quasi di cameratismo, visto che cominciavano a vedersi loro stessi nel ruolo di eventuali futuri prigionieri. Tutta la loro arroganza e senso di superiorità erano ormai svaniti e ci consideravano quasi come dei loro pari, almeno apparentemente.

Un bel giorno, si fa per dire, cominciarono ad esplodere con una cadenza abbastanza frequente attorno alla strada e sulla stessa, dei colpi di artiglieria pesante. Era un segno evidente che il fronte si era avvicinato a meno di una trentina di chilometri.

Ci aspettavamo ormai di venir liberati. Quanto meno di essere abbandonati a noi stessi, visto che non potevamo essere utilizzati in alcun modo ed in definitiva rappresentavamo comunque un onere per i tedeschi.

Contrariamente a queste nostre aspettative, il comando germanico prese l’inaspettata ed imprevedibile decisione di farci arretrare assieme alle proprie truppe.

Una sera, con l’approssimarsi della notte, ci fecero rapidamente raccogliere le nostre poche cose e ci incamminarono sulla strada della ritirata, scortati da soldati in assetto di guerra. Non ci fu comunicato l’itinerario di quell’inaspettata marcia di trasferimento. Ci si muoveva soltanto col buio per evitare gli attacchi dei caccia americani, molto attivi durante le ore di luce, soprattutto verso unità in movimento.

Si riposava quindi durante il giorno, dormendo qualche ora nascosti tra gli alberi, o presso cascinali abbandonati e si camminava nelle ore di oscurità. Si progrediva molto lentamente, perché bisognava dare continuamente precedenza alle unità militari in movimento su quella strada. Si trattava quasi sempre di unità in ritirata, ma ancora in grado di battersi.

Dopo alcune notti di questa migrazione forzata, ci eravamo convinti di essere destinati a precedere l’esercito tedesco nella sua ritirata verso l’interno della Germania, con tutti i pericoli connessi ad una siffatta situazione.

Nonostante la strada percorsa con le marce notturne, s’intuiva che il fronte si stava avvicinando. Segno evidente che gli alleati stavano avanzando più velocemente dei tedeschi in ritirata.
La strada era, infatti, sottoposta tutto il giorno, al continuo martellamento dei grossi calibri dell’artiglieria americana che creava veri massacri quando colpiva le unità in ritirata. I tedeschi pertanto, cercavano di far muovere le loro truppe e i prigionieri, principalmente nelle ore notturne.

I tiri dell’artiglieria, anche se imprecisi, continuavano con l’oscurità. Erano, in ogni caso pericolosi per la loro frequenza e quindi elevata probabilità di colpire la strada e le colonne in movimento.
I soldati tedeschi che ci scortavano, abbrutiti dalla fatica, dai rischi e dalla fame che ora colpiva anche loro, avevano i nervi a pezzi e non avrebbero esitato a far fuoco contro di noi, alla minima evenienza. In ogni caso ci avrebbero sicuramente accomunati nella loro disfatta senza curarsi troppo delle nostre vite. Si aggiunga che, in quelle condizioni, anche la possibilità di poterci nutrire in qualche modo era quasi inesistente.

Le nuove guardie addette al trasferimento di prigionieri, avevano l’atteggiamento arrogante e vessatorio dei vecchi tempi. Le loro minacce e la pericolosità della situazione non lasciavano presagire nulla di buono per noi. Si poteva morire di stenti, di fatica o di fame oppure perché colpiti dai tiri dell’artiglieria americana o dai mitragliamenti aerei.. Di fronte a questa nuova realtà ed ormai raggiunti i limiti di sopportazione, per tutte le imposizioni ed i soprusi subiti, sempre più con frequenza e prepotenza, insieme ad alcuni compagni, decidemmo di fuggire.

Progettammo la nostra fuga considerando il fatto che eravamo ancora relativamente vicini al confine francese, eravamo infatti in Lorena. Ne discutemmo a lungo, segretamente, con un gruppo ristretto di amici. Cercavamo di prospettarci tutti i pericoli, i rischi e le eventuali conseguenze di un’azione di questa portata, che comportava una buona dose di coraggio, sangue freddo e soprattutto di fortuna. Molti erano attratti dall’idea della fuga. Alla fine però, visti i pericoli e le incognite che comportava, rimanemmo in sei decisi a mettere in atto il progetto elaborato.

Oltre a me si erano decisi gli amici Stefano Pisano di Bastia, Gino Cattaneo di Magenta, Aldo Tosato e Celio Barbieri, tutti e due di Pavia ed un certo Piero di Brescia. Avevamo cercato di coinvolgere qualche altro amico, ma non ci furono ulteriori adesioni, perché il rischio di lasciarci la pelle nella fuga, ad alcuni sembrò troppo elevato. Noi sei eravamo consapevoli di trovarci di fronte ad una scelta azzardata, che comportava imprevisti e pericoli mortali.

Sapevamo inoltre che, una volta presa quella decisione, essa sarebbe diventata irreversibile poiché i tedeschi, se ci avessero scoperti non avrebbero esitato a fucilarci sul posto. Il nostro proposito di fuga, da alcuni venne ritenuto addirittura senza speranza di successo. Per mio conto invece ero abbastanza convinto della possibilità di riuscita e deciso più che mai a tentare ad ogni costo l’avventura.

Forse per la mia giovane età, forse per le sofferenze patite e di fronte alla possibilità di por fine al mio stato di prigioniero oppresso, mi sentivo sollecitato a realizzare il piano di evasione con decisione. Una forte determinazione ed una forza interna mi spingevano verso la fuga, tanto che avrei agito anche da solo.

Fortunatamente eravamo in sei e ciò aumentava il rischio di essere scoperti, ma ci dava reciproco coraggio. Eravamo tutti amici, molto provati da mesi di lotta per la sopravvivenza e legati gli uni agli altri da uno stesso destino, da comuni sofferenze, consapevoli che le probabilità di successo erano legate anche alla nostra coesione ed al reciproco aiuto.

L’occasione per realizzare la nostra impresa si presentò una notte, verso la metà di marzo.
La colonna si era incamminata in direzione est, al primo calare della sera. Camminavamo nel buio da alcune ore. Con una certa frequenza i colpi di artiglieria colpivano la strada o cadevano ai lati di essa. Fortunatamente abbastanza lontani da non causare danni, almeno alla nostra colonna. Gli artiglieri americani, evidentemente sparavano sulla strada, secondo coordinate di tiro rilevate durante il giorno, non conoscendo la posizione dei convogli in movimento.

Ad un certo punto, sopraggiunse una motocicletta sidecar, dalla quale scesero due soldati della Wehrmacht. Infuriati e perentori, machine pistole spianate, ci ordinarono di lasciare libera la strada, a disposizione di una sopraggiungente colonna militare, in veloce ritirata.

Ci sistemammo prima sul ciglio destro della strada, ma subito dovemmo entrare nel fosso attiguo per lasciare più spazio alla colonna. In brevissimo tempo fummo raggiunti, da autoambulanze stracariche di feriti, seguite da autoblinde, carri armati, camionette, camion oltremodo pieni di soldati e trainanti pezzi di artiglieria di vario tipo. Passavano inoltre molti altri mezzi da guerra: sidecar, cingolati, auto militari e di ufficiali. Nell’insieme costituivano a nostro giudizio, le forze di una Divisione in ritirata verso l’interno della Germania.

Ad un tratto, alcuni colpi di artiglieria esplosero in sequenza nel mezzo della colonna ed ai lati della stessa. Si scorgevano contro la luce e i lampi delle esplosioni, oggetti e corpi scaraventati nell’aria. Subito dopo si sentivano le urla dei feriti e dei sottufficiali che impartivano gli ordini per non interrompere la ritirata. Non lontano dalla strada, sul lato opposto a dove ci trovavamo, una cascina o forse dei fienili, colpiti da una granata, bruciavano dando una sinistra luce alla scena della colonna colpita e scompigliata.

Nella confusione generale venutasi a creare, decidemmo che era giunta l’ora di mettere in esecuzione il nostro piano di fuga. Il momento era di massima tensione e richiedeva decisioni istantanee prese senza esitazioni. Con un breve gesto d’Intesa, decidemmo di muoverci. Purtroppo Piero non ci stava seguendo.

Lo sollecitai a venire con noi, cercando di trascinarmelo dietro, afferrandolo con le mani. Nella quasi totale oscurità, mi fissava immobile, mentre sussurrava ad intervalli: non posso, non posso, lasciami qui. Ormai il “dado era tratto”. Non potevamo più permetterci indecisioni o ritardi, per questo mi convinsi a lasciarlo. Ci demmo un ultimo saluto con rapido sguardo d'addio.

Mi sembrò scorgere una lacrima che scendeva dai suoi occhi bagnandogli il viso, quel viso da bravo ragazzo che lo distingueva a prima vista. Di lui ricordo soltanto il nome Piero e la sua bontà che lo portava sempre ad essere d'aiuto e di conforto a chi ne aveva di bisogno. Non l’ho più rivisto ma ho purtroppo saputo che, rimasto col gruppo ancora per molti giorni, perdette la vita sotto un mitragliamento aereo.

Un ultimo sguardo d'assenso tra noi cinque, fu il segnale convenuto per la partenza e quindi, dal fosso in cui eravamo stati cacciati, strisciando ventre a terra, risalimmo lungo l’argine verso la campagna. Percorremmo in tal modo pochi metri e c'infilammo dentro a dei solchi scavati di recente da un aratro. Su quel terreno, che i contadini nelle settimane precedenti stavano probabilmente predisponendo per le semine primaverili, c’erano diversi mucchi di letame, predisposti per la concimazione.

Strisciando nei solchi, riuscimmo a raggiungere quei mucchi ed a nasconderci in qualche modo, dietro ad essi. Eravamo ancora molto vicini alla strada, ma non potevamo proseguire per non essere scoperti. Rimanemmo quindi in attesa dell’evolversi della situazione che si stava prospettando molto pericolosa. Non potevamo proseguire, perché il campo arato, con i provvidenziali solchi terminava in quel luogo. Tornare indietro era impossibile, perché saremmo stati subito passati per le armi.

Ce ne stavamo appiattiti, ciascuno contro il proprio mucchio di letame, con il cuore in gola per la tensione emotiva e la paura. I pochi metri che ci separavano dalla strada, ci consentivano di percepire lo stato d'agitazione e di confusione, venutisi a creare a causa dei colpi d’artiglieria sulla Divisione in ritirata.

La colonna impiegò circa un’ora a passare, poi gradualmente il rumore dei motori, e lo strepitio dei carri armati si andarono attenuando fino a diventare un rombo lontano. Si sentivano invece ad alta voce e ben distinte le grida delle guardie che, accortesi della nostra assenza, urlavano minacciose mentre cercavano di fare l’appello a conferma di quanti erano gli assenti.

Nel momento in cui i soldati stavano scrutando nel fosso con le armi in pugno, con l’intento di localizzarci e fucilarci, una nuova scarica di granate, in rapida successione, colpì la strada e squarciò il cielo, con i lampi delle esplosioni. Capii che alcuni soldati, o forse dei prigionieri erano stati colpiti, perché, subito dopo si sentirono le urla dei feriti..

La situazione di grande pericolo convinse il comandante dei prigionieri ad abbandonare le ricerche e ad ordinare l’immediata partenza del gruppo. Con nostro sollievo sbirciando da dietro ai nostri precari nascondigli li vedemmo partire.

Mentre i nostri compagni di tante vicende, spesso tristi e dolorose, si allontanavano, mi pervase un forte senso di tristezza pensando che sicuramente non li avrei più rivisti e che alcuni di noi non sarebbero forse sopravvissuti al proprio destino. Il loro sotto il segno della prigionia, il nostro verso l’incognita, verso la tanta agognata libertà. Venimmo in seguito a conoscenza che quel gruppo di sventurati, obbligato a seguire le truppe tedesche nella ritirata, continuamente esposto al fuoco dei caccia e delle artiglierie, subì gravi perdite.

Rimasti soli, noi cinque, con molta cautela ci rimettemmo in piedi e senza soffermarci su quel terreno assai esposto, proseguimmo con molta circospezione alla ricerca d’un luogo idoneo a passarvi la notte. Allontanandoci dalla strada e dalle esplosioni delle granate, c'inoltrammo nel primo bosco incontrato dove, vi trascorremmo la nottata. Finalmente attorno a noi non c’erano recinzioni o guardie, e, in una qualche misura, ci sentivamo padroni del nostro destino.

Tutto il territorio della Germania era, in quel tempo, attraversato da grandi e piccole foreste, che, proprio per la loro vastità e quantità, offrivano la possibilità di trovare un nascondiglio relativamente sicuro. Considerammo quindi provvidenziale quel bosco, avvolto da uno spesso velo di nebbia che lo rendeva appena visibile dalla strada distante qualche centinaio di metri.

Faceva ancora abbastanza freddo. Sul terreno era rimasto uno strato di neve, in alcuni tratti anche alta. Nel fitto del bosco invece la neve era presente a chiazze, per cui potemmo agevolmente ammucchiare un buon quantitativo di foglie, adattandole a giacigli, onde poter dormire un po’ riparati dalle intemperie. Ci sentivamo relativamente al sicuro, tuttavia uno di noi stava di guardia per prevenire cattive sorprese. Non si trattò di un lungo sonno perché, non protetti da alcun riparo, senza coperte e con pochi vestiti logori e rattoppati, soffrivamo il freddo e l’umidità del luogo e della stagione. I nostri indumenti erano del tutto inadeguati alla situazione.

Erano insufficienti, fatiscenti e ridotti a brandelli. Nei giorni precedenti avevamo cercato di rattopparli con pezzi di filo metallico raccolti lungo la strada, ma i rattoppi non stavano insieme perché il tessuto era troppo logoro e il filo di ferro lo tagliava. Rannicchiati sotto i nostri vecchi e cenciosi pastrani, vicini l’uno all’altro, trascorremmo le ore sonnecchiando, contenti di sentirci liberi e indipendenti.

Fortunatamente, in quei giorni non piovve e quindi finimmo con l’adottare quel bosco a nostro provvisorio domicilio. Sotto le fronde di quegli alti abeti ci sentivamo sufficientemente tranquilli e riparati dalle intemperie. Vi rimanemmo infatti per diversi giorni, sempre molto vigili ed attenti agli sviluppi della battaglia in corso, che si udiva sempre più vicina. Ci nutrivamo raccogliendo patate nei campi abbandonati e cuocendole sotto la cenere.

Il fronte si stava avvicinando, anche se non riuscivamo bene a capire secondo quale direttrice. Del resto non avevamo né informazioni, né carte geografiche. Dal rombo delle esplosioni, sembrava che la battaglia infuriasse soprattutto dal lato nord ovest, rispetto alla nostra posizione. Da un momento all’altro, gli scontri avrebbero potuto spostarsi fino a raggiungere il nostro bosco.

Oltre che ai rumori della battaglia, la nostra attenzione era rivolta alla popolazione locale, con la quale capitava spesso di fare incontri e di sviluppare un dialogo, che in altri tempi sarebbe stato inconcepibile. I contadini della zona erano abbastanza ben disposti nei nostri riguardi, non ci osteggiavano in alcun modo, ne indagavano sulla nostra presenza in quella campagna. Erano molto preoccupati per l’andamento della guerra, di cui intravedevano la fine con l’occupazione ormai prossima del loro territorio da parte degli alleati. Erano interessati ad avere notizie sull’evolversi degli avvenimenti bellici perfino da noi.

Da parte nostra, per acquisire credito presso di loro, davamo delle informazioni del tutto da noi inventate. Fornivamo notizie frutto della nostra fantasia sulla consistenza delle truppe americane che dicevamo aver viste alle porte di Sweibruken. E’ da tenere presente che ci trovavamo nella Lorena, regione prossima al confine con la Francia in cui, una considerevole parte della popolazione si sentiva francese più che germanica, ed era manifestamente insofferente di fronte alla prepotenza tedesca. Forse proprio per questo, o perché la guerra era ormai persa per i tedeschi, le persone che noi contattavamo, erano comprensive e abbastanza cortesi verso di noi.

Continuavamo a vivere nel bosco, facendo solo brevi sortite per procurarci delle patate, che scavavamo nei campi abbandonati e che poi cuocevamo nel nostro nascondiglio. Col passare dei giorni, cominciammo a pensare che forse sarebbe stato meglio trovare un rifugio meno esposto ed avvicinarci al fronte per accelerare la nostra liberazione.

Discutemmo il da farsi e prendemmo la decisione di trasferirci ad ovest, a Sweibruken, dalla quale distavamo qualche decina di chilometri. Camminavamo di giorno, con molta circospezione, attraversando i campi e mantenendoci lontani dalla strada e dalle vie percorse dai tedeschi in ritirata. Giungemmo a Sweibruken un pomeriggio della seconda quindicina del mese di marzo. Entrammo in città cautamente, e scoprimmo con sollievo che non c’erano più truppe tedesche in difesa di quei luoghi. Le bombe degli aerei e le cannonate, avevano ulteriormente demolito case e palazzi.

Le vie erano ridotte ad ammassi di calcinacci e ruderi. Dove prima si trovavano grandi palazzi, ora c’erano mucchi di macerie, sovrastate talvolta da muri anneriti. Tra tutte queste rovine, emergeva ancora, demolito parzialmente, un edificio scolastico, abbandonato da chissà quanto tempo. Questo palazzo, nonostante fosse molto danneggiato, sembrava costituire per noi un buon alloggio. Non ci lasciammo sfuggire l’occasione e dopo una rapida perlustrazione, ne prendemmo possesso senza effettuare altre ricerche. Il seminterrato era allagato.

Ci sistemammo in un’aula del primo piano, dove c’erano ancora i banchi di scuola al loro posto. Sopra ai banchi posammo delle tavole, per costituire un piano dove sistemarci per dormire. Costruimmo in tal modo, dei giacigli abbastanza comodi per noi, abituati a dormire in posti improvvisati e scomodi, se non addirittura sul terreno all’aperto. Il fatto poi di trovarci al riparo dalle intemperie, in uno stanzone in muratura, munito di ampie finestre, sia pure con i vetri rotti, rappresentava per noi un lusso insperato.

Avevamo superato agevolmente e con soddisfazione, anche il problema dell’alimentazione, trovando di che sfamarci tra i ruderi dei negozi, o nelle cantine abbandonate. Evidentemente Sweibrucken, trovandosi in una zona agricola dove la campagna forniva prodotti di ogni genere, aveva ancora qualche riserva alimentare, nonostante il finimondo che era passato sulla città.

Si andava in giro, abbastanza disinvoltamente, in quanto era assai improbabile incontrare guardie addette alla custodia di prigionieri. I pochi soldati in ritirata avevano ben altri problemi di cui occuparsi, primo tra tutti quello di salvare la pelle. Potevamo approvvigionarci del necessario, senza incontrare difficoltà od opposizioni da parte dei pochi abitanti rimasti ancora in città, tutti ora molto disponibili e generosi verso di noi. Incontravamo spesso soldati tedeschi in ritirata, sempre perseguitati dai caccia americani che non davano loro tregua.

Se appena i piloti degli aerei vedevano anche un solo soldato tedesco, mitragliavano la zona senza risparmiare munizioni, ma soprattutto, non tenendo alcun conto di eventuali abitanti. A causa di questa caccia continua, per le strade, si camminava tra i morti, quasi tutti soldati, ma c’erano anche dei civili. Ricordo, tra gli altri, un ragazzo con il cranio squarciato da una pallottola di mitragliatrice, che giaceva prono su un lago di sangue.

Occorreva stare attenti a non calpestare quei resti abbandonati sul terreno, in attesa del passaggio d’una camionetta militare preposta alla loro raccolta per la successiva sepoltura. Ci dovevano essere dei morti anche sotto le macerie, che evidentemente non potevano essere rimossi e che emanavano un forte lezzo.

Quel macabro spettacolo di tante giovani vite cadute in una guerra che sembrava non finire mai, non mi lasciava indifferente, pur trattandosi di avversari molto detestati. Di fronte a quella ecatombe, sorgevano spontanee riflessioni su quello spaventoso conflitto che continuava la sua terribile strage.

Alla fine, con un po’ di cinismo, consolidato da tanti mesi di lotta per la sopravvivenza, di sacrifici, e di assuefazione a scenari cruenti, riuscivo a superare lo spettacolo costituito da tutti quei macabri resti. Come a giustificare il mio stato d’animo un po’scosso, mi veniva spesso in mente una frase pronunciata da un operaio tedesco durante una conversazione svolta tra noi due, ai tempi in cui lavoravo nella miniera. Costui era padre di tre figli, tutti e tre chiamati alle armi.

Nessuno dei tre tornò a casa. Uno era morto sul fronte del Nord Africa, un altro in quello russo ed il terzo era stato dato per disperso, sempre sul fronte russo. Quel padre non ne faceva una tragedia e me lo raccontava quasi con orgoglio, concludendo con la frase: “Das ist krieg” .

Questa asserzione dava anche a me quel senso di fatalismo, che mi consentiva di procedere senza soffermarmi su quei resti senza vita, spesso mutilati e coperti di sangue. Pensavo che la guerra, tutte le guerre, spesso volute da gente senza scrupoli, venivano sempre sofferte maggiormente da chi non ha colpe, fossero essi soldati, gente inerme o perfino bambini innocenti.

Il lettore vorrà scusarmi per essermi distolto dalla narrazione dei fatti per esprimere una mia opinione di allora, che, del resto mantengo ancor oggi.

Questo stato di attesa, per noi non del tutto scevro di pericoli, sia per la presenza dei militari tedeschi in ritirata e sia per i bombardamenti e mitragliamenti continui, non faceva intravedere al momento una imminente nostra liberazione. Improvvisamente, il 19 marzo si venne a creare una situazione per noi del tutto nuova. L’artiglieria alleata sparava con i grossi calibri, rari colpi che passavano sopra le nostre teste per andare ad esplodere lontano verso il territorio tedesco.

Gli aerei passavano più raramente, sempre a bassissima quota, ma non mitragliavano più. I soldati tedeschi erano diventati assai rari. Uno strano silenzio, quasi irreale, per le nostre abitudini, s’era creato nella città. Sapevamo che gli americani erano vicini, ma non sapevamo quanto. Devo dire, a tal proposito che un’idea della loro vicinanza la ebbi la sera di quel 19 marzo per un episodio che ora esporrò.

Mi ero recato sul pendio del terreno dietro alla nostra scuola- residenza, per un normale bisogno corporale. Questo pendio dava su un piccolo avvallamento, sul cui altro lato, distante qualche centinaio di metri ci dovevano essere le truppe alleate, cosa che noi non sapevamo. Fatto sta che come mi fui sistemato in quel posto, venni bersagliato da una raffica di mitragliatrice proveniente dall’altro versante della valle. Forse per la distanza, o per la poca luce, o solo per fortuna, non fui colpito.

La mia fuga fu fulminea. Deducemmo in tal modo insolito, che gli alleati erano assai vicini.
Nel pomeriggio del 20 marzo ‘45, arrivò nella nostra scuola, infatti, un plotone di soldati americani.
Ho un ricordo abbastanza lucido di quel giorno tanto ricco di emozioni e di euforia.
Fin dal mattino si udivano distintamente spari di armi leggere che giungevano da breve distanza. Stormi continui di caccia americani sorvolavano il territorio alla ricerca di eventuali punti di resistenza tedeschi e sparando contro ogni obiettivo vero o presunto tale.

Le truppe corazzate americane entrarono in Sweibruken senza incontrare alcuna resistenza. Le forze aeree avevano spianato loro la strada e l’avanzata dei soldati avveniva senza grossi scontri. Evidentemente le truppe tedesche, dal canto loro, erano riuscite a sganciarsi.
Nel pomeriggio di quel 20 marzo, entrarono cautamente in Sweibruken le prime pattuglie. I soldati americani s’inoltrarono nella città, in missione di rastrellamento di eventuali soldati tedeschi nascosti.

Noi cinque, in attesa dell’arrivo degli alleati, ci trovavamo raggruppati in assoluto silenzio nell’interno dell’aula, da tempo diventata nostra dimora. Un improvviso frastuono interruppe quell’atmosfera quando un drappello di soldati americani, sfondata la porta con qualche poderoso calcio, irruppe nella stanza. Con le armi puntate su di noi, ci venne ordinato di alzare le mani in segno di resa.

Rimanemmo in quella posizione soltanto per pochi secondi. Gli americani si resero subito conto di non trovarsi di fronte a militari tedeschi. Accertatisi che eravamo prigionieri di guerra italiani, scappati dalla prigionia, cambiarono immediatamente atteggiamento. Ci salutarono con spontanea familiarità e ci accolsero fra di loro come se fossimo stati compagni d’arme.

Il loro capo era un sergente d'origine italiana, il cui padre era immigrato negli Stati Uniti dalla Sicilia e così si sentiva particolarmente ben disposto nei nostri confronti. Ce lo dimostrava dandoci cordiali pacche sulle spalle, ripetendo in continuazione la parola “paisà”, forse l’unica parola che ricordava della lingua dei genitori. La pattuglia si fermò pochi minuti, facendoci intendere che doveva proseguire in tutta fretta la propria missione.

Prima di lasciarci, ci assicurarono che eravamo liberi di scegliere dove e come stare, arbitri assoluti della nostra indipendenza ed autonomia.

Da quel momento la nostra vita mutò radicalmente.

Su di un piccolo blocco per appunti, annotai alla meglio quegli straordinari avvenimenti vissuti in quei giorni, che riporto integralmente qui di seguito, come testimonianza immediata degli eventi.
“20 Marzo - Gli Americani mi hanno liberato.

E' finito il giogo tedesco o meglio, il giogo dei barbari. Forziamo le porte dei bunker, contenenti i magazzini militari tedeschi e portiamo via tutto quello che ci serve e ci piace. Si mangia, si beve e si fuma da veri signori, liberi di fare tutto ciò che ci aggrada. Riusciamo anche a trovare degli indumenti civili con cui sostituire i cenci che indossiamo. Sembra di essere rinati, che la vita incominci ora, dopo quasi due anni di dura prigionia.”

“Giorno 21 - Continua la bella vita, mentre i carri armati americani proseguono senza interruzioni ad attraversare la città ed i prigionieri tedeschi vengono trasportati fuori del centro abitato. Ad un certo momento la colonna di carri armati si arresta, forse in attesa di ordini. Ne approfitto per avvicinarmi ad uno di quei “bestioni” e chiedo di poterlo visitare.

Vengo accolto dall’equipaggio di quel carro armato senza alcuna difficoltà e, introdotto nell’interno, mi fanno vedere le strumentazioni, i comandi e alla fine la loro dispensa. Non avrei mai immaginato di trovare tanta abbondanza di cioccolatini, biscotti, caramelle, sigarette ed altre deliziose cibarie, il tutto ben disposto in piccoli armadietti ricavati dentro l’abitacolo. Prima di lasciarmi andare, mi riempiono le tasche di buone cose ed allora mi viene spontanea una considerazione: come potevamo vincere la guerra contro questa gente, noi, che non avevamo neanche le scarpe per camminare sulla neve?

La colonna di carri-armati riprende la marcia e noi veniamo presi in consegna da un soldato americano ed accompagnati in un paese vicino. Veniamo sistemati in 15/20 per casa, per trascorrervi la notte.”
“Giorno 22 - Al mattino accendiamo un bel fuoco e prepariamo un appetitoso risotto con un buon brodo di gallina prelevata poco prima da Pisano, in un pollaio attiguo. Banchettiamo in allegria, assaporando dopo quasi due anni un buon risotto.”

“Giorni 23-24-25 - Solita vita gioiosa, vezzeggiati dai civili tedeschi che si prodigano in ogni modo per rendere il nostro soggiorno il più confortevole possibile. Non so, se lo fanno per solidarietà verso di noi sentendosi ora più francesi che tedeschi o per paura che ci ricordiamo di quanto subito durante la nostra prigionia e delle possibili reazioni. Comunque lo fanno e a noi sta bene perché ogni nostra richiesta viene accettata. Nessuno ci chiama più: italiani-patoglio.”

“Giorno 26 - Si parte con grossi autotreni che noi credevamo diretti in Francia. Il nostro morale è alle stelle e l’allegria incommensurabile. Lasciata alle spalle la Lorena, con grande nostra delusione, alle tre del mattino seguente, si entra in Hamburg. In effetti, anziché raggiungere la Francia, siamo ritornati inspiegabilmente verso l’interno della Germania.

La delusione è al massimo, ma per fortuna è di breve durata in quanto gli americani ci spiegano che si è trattato di un errore logistico che sarà subito modificato con una successiva partenza per Saarbruken, da dove si proseguirà per la Francia.

Hamburg mi appare una città orribilmente bombardata. Sono rimasti in piedi solo pochi ruderi. Non si sarebbe potuto immaginare una città cosi ridotta ad un unico ammasso di macerie. Cosa che mi stupisce molto è la scarsità di popolazione. Si direbbe che siano tutti morti o scappati. Un macabro lezzo di cadaveri putrefatti aleggia tutto intorno.

Ormai s’è fatto buio e la nuova partenza è rinviata a domani.

Il problema che si presenta ora consiste nel trovare un posto per trascorrervi la notte. Gli americani ci hanno scaricati in periferia e non sappiamo proprio a chi rivolgerci per una guida alla ricerca di un alloggio. Case agibili comunque non se ne vedono.

Scorgiamo invece una catapecchia un po’ fuori mano. La raggiungiamo e dopo aver divelto il lucchetto della porta al piano rialzato, entro nel locale. Le tavole del pavimento sono marce, non reggono il mio peso e si spaccano, facendomi precipitare al piano terra in mezzo ad uno starnazzare di galline e anitre.

Sono caduto in un pollaio, ma non mi sono fatto male e tutto finisce con una risata collettiva. Alla fine troviamo una sistemazione per la notte in una bicocca scoperta poco lontano.”
“Giorno 29 - Facciamo un rapido spuntino e alle otto si riparte. Dopo un lungo viaggio in autotreno, verso le diciassette ritorniamo nuovamente in Lorena. Ci scaricano in un campo di concentramento assieme a dei prigionieri tedeschi.

Sorpresa su sorpresa : gli americani ci perquisiscono portandoci via quasi tutte le nostre scorte di viveri e vestiti, razzolati nei giorni precedenti, e ci fanno passare la notte coricati sul terreno ancora umido dalla pioggia del giorno prima.”

“Giorno 30 - Nessuna variazione, mentre continuano a giungere prigionieri tedeschi, francesi e italiani. Passa così un altro giorno, disagevolmente accampati e senza alcun cenno sulla nostra partenza per la Francia. Alla sera viene distribuito un po’ di rancio simile ad una brodaglia tedesca, si ha l’impressione di essere ricaduti in prigionia.”

“Giorno 31 –Gli americani ci fanno compilare dei moduli anagrafici informativi (età, scolarità, famiglia, ed altri).

Alle undici si va alla Stazione Ferroviaria, finalmente si parte per la Francia, non più con i camion, bensì in treno. E’ il Sabato Santo ed odo i rintocchi di una campana dare l’annuncio che Gesù è risorto. Compio un rito insegnatomi da mia madre quando ero piccolo: in assenza di acqua santa, mi bagno gli occhi con la saliva. Un nodo mi sale alla gola pensando alla mia mamma, che spero di rivedere presto.
Giunti alla stazione, ci sistemano in sessanta per vagone ferroviario di terza classe. In ogni vagone troviamo cinque casse piene di biscotti, caramelle ed altri dolciumi e prodotti di origine americana che consumiamo con allegria e felicità.

Alle sedici la tradotta inizia il viaggio da noi tanto atteso e si viaggia quasi tutta la notte. Verso mattino ci arrestiamo in una stanzioncina di un paese, di cui non ricordo il nome, in terra francese.
Abbiamo trascorso una nottata piuttosto dura, in sessanta per vagone, alternandoci in piedi o seduti, ma finalmente ci troviamo in un territorio amico.

Ci siamo lasciati alle spalle la Germania, dalla quale ci portiamo ancora appresso il ricordo di tanti affanni, di tanti dolori. Il nostro pensiero corre oltre nel tempo con la fantasia, fiduciosi di andare incontro a giorni più sereni e di diventare finalmente protagonisti di nuove piacevoli sensazioni.

Abbiamo trascorso un nuovo Sabato Santo. Il suo ricordo andrà ad aggiungersi a quello passato in un campo di concentramento, assieme ad un folto gruppo di altri sventurati come me, costretti a cantare, contro voglia, la canzone Rosamunda. Che tristezza a quel pensiero; soprattutto pensando a quanti di quei compagni lasciarono la loro vita in quell’inferno.”

“Giorno 1 aprile 1945 .- Abbandoniamo il treno e, percorriamo le vie del paese. I cittadini francesi in generale ci salutano con aria festosa. Alcuni tuttavia ci chiamano “italiens traitres”, forse in ricordo dell’attacco italiano del 1940. Raggiungiamo una specie di caserma ricavata da una scuderia, dove veniamo nuovamente rifocillati con gustose vivande.”

“Giorno 2 - Si riparte, a piedi, zaino in spalla. Si attraversa tutto il paese, che appare parzialmente risparmiato dai furori della guerra. Si cammina fino ad arrivare in una nuova caserma, dove ci sistemiamo in attesa di ulteriori indicazioni.”

A questo punto, il mio breve diario s’interrompe, ma nella mia memoria sono ancora ben impressi i ricordi dei quattro mesi trascorsi in Francia, arruolato nelle file di un corpo speciale dell’esercito americano.

Ritengo che possa essere di un certo interesse raccontare anche gli avvenimenti di questi quattro mesi per la singolarità della situazione. Non avrei mai immaginato, infatti, che al termine della prigionia sarei stato arruolato nel corpo della polizia militare americana.

In quei giorni, spedii delle lettere a casa, che purtroppo andarono perdute, ritengo perché il Veneto, in quel periodo, era ancora sotto l’occupazione tedesca. Fu liberato infatti solo il 25 aprile.

CAPITOLO XIV 

IN FRANCIA - CON GLI AMERICANI

Nonostante la prigionia fosse finita, non tornai immediatamente a casa, perché, come anticipai nel capitolo precedente, accettai un incarico nelle forze armate americane.

Quest’attività, m’impegnò per gli ultimi quattro mesi trascorsi lontano dall’Italia dopo la mia partenza avvenuta in quel fatidico 21 agosto 1943. Ho di quel periodo un bel ricordo che in qualche modo ha compensato il rammarico per non poter tornare subito a casa a riabbracciare la mia famiglia che non vedevo da due anni.

La nostra sosta nel paese dove eravamo giunti il primo aprile, fu solamente di riposo in attesa di nuove destinazioni. Noi tutti pensavamo di essere diretti in Italia.

Il 3 aprile, sulla base dei dati da noi forniti sulla scheda anagrafica di cui ho già parlato, un sergente americano, ci divise in due gruppi: uno di 40 ex prigionieri ed un altro di 20. Il gruppo dei 40 era costituito dai più giovani, o, in ogni modo, da quelli non sposati e quindi con minori responsabilità familiari. Io facevo parte dei 40.

Il tre aprile stesso, il gruppo dei 40 tornò in stazione e riprese il viaggio, con destinazione sconosciuta. Noi, a dire il vero, continuavamo a pensare di essere in viaggio verso casa.

Nel nostro gruppo non figuravano i miei compagni di fuga e ciò mi provocò parecchio dispiacere, soprattutto per il distacco da Pisano, cui ero fermamente legato da tante esperienze vissute assieme, sempre condivise con vero spirito fraterno e con profonda amicizia. Al rientro in Italia, una delle mie prime iniziative fu proprio quella di andare alla ricerca dell’amico Pisano, del quale peraltro non avevo l’indirizzo. Fortunatamente riuscii a rintracciarlo, grazie alla collaborazione del comune di Bastia.

Riallacciai con lui la nostra precedente amicizia che perdura ancora oggi, a distanza di 53 anni.
Dopo ore di viaggio entrammo nella regione della Meuse e precisamente a Metz, dove pernottammo presso una caserma americana. Il giorno seguente ripartimmo con un autotreno. Dopo alcune ore di viaggio, arrivammo finalmente a destinazione: ad Etain, una cittadina situata a circa sessanta chilometri da Verdun.

Nell’immediata periferia, gli americani avevano costruito un grosso villaggio costituito da numerosi capannoni in metallo, dotati di tutti i comfort per un comodo vivere. Vi erano capannoni attrezzati appositamente per gli svaghi, quali sala da ballo, palestre, sale giochi, teatro, cinema e altri ancora, oltre naturalmente a cucine, ristoranti ed alloggi. Tutto il complesso disponeva d'ampi spazi, giardini campi da tennis e per il foot- ball.

Introdotti in questo villaggio, fummo subito convocati in un gran salone, intorno ad un tavolo rotondo dove ci stavano aspettando alcuni ufficiali dello stato maggiore americano.

Ci fu fatta formale richiesta di entrare a far parte delle loro Forze Militari di stanza in Francia. L’ufficiale più alto in grado, un maggiore, ci fece chiaramente intendere che da un nostro rifiuto, non ne sarebbe scaturito l’immediato rimpatrio, come ci saremmo aspettati.

Al contrario, ci avrebbero trattenuto, senza farci per altro capire, sotto quale veste e per quanto tempo ancora. Ci furono illustrati, a larghe linee, tutti i vantaggi e i privilegi che avremmo tratto da una nostra partecipazione alle loro forze armate. In particolare, ci dissero che la retribuzione sarebbe stata pari a 2700 franchi al mese, corrispondenti a circa 27000 lire.

Per valutare il potere d’acquisto di quella retribuzione, si pensi che uno stipendio medio mensile in Italia, in quei tempi, era di circa 20000 lire. Considerato che, vitto, alloggio e vestiario erano ugualmente forniti dagli americani, per noi quella retribuzione era quanto mai allettante.
In modo informale, sempre in quella riunione, ci fecero sapere che si sarebbe trattato di svolgere attività di polizia militare.

Ci fu consegnato un modulo sul quale porre la nostra firma per accettazione o rifiuto, da riconsegnare il giorno seguente. Finimmo tutti con l’aderire con convinzione e determinazione, anche perché altri italiani, già inseriti in quell'organizzazione, ce n'avevano parlato in termini molto positivi e lusinghieri.

Accompagnato da un veterano, feci il giro di tutto il complesso e fin dai primi approcci col nuovo ambiente, con i compagni italiani e con gli americani, mi sentii subito soddisfatto e a mio agio.
Tutto il villaggio era cintato da una folta siepe di cespugli e da una bassa rete metallica. Il frontale dell’entrata principale era contraddistinto dalla scritta: “ITALIAN MOBIL LABOR - G.R.P. - DEPOT O611 - APO 513 - U.S. ARMY “.

Sigla che caratterizzava il nostro corpo d'appartenenza, in cui m'inserii senza alcun problema, trovando ovunque massima disponibilità, comprensione e partecipazione dei colleghi americani e dei loro ufficiali. Tutti i servizi dell’accampamento offrivano grande comfort ed ogni richiesta veniva soddisfatta con molta disponibilità, senza limiti e senza preclusioni.

In effetti, eravamo ospitati in un complesso dalle caratteristiche di un grande e confortevole villaggio turistico dei tempi attuali.

Venni dotato della divisa d'ordinanza indossata dai soldati americani adibiti a polizia militare. Si trattava di indumenti di ottima qualità, disponibili in tutte le misure. Per un attimo pensai con senso di pena alla distribuzione delle uniformi in Italia. L’elmetto, bianco portava la sigla M.P. (Military Police).

Quasi per ironia della sorte, fui assegnato alla guardia dei prigionieri tedeschi, utilizzati in lavori di ripristino delle strade. Si trattava di un incarico che non gradivo perché contrario ai miei principi e perché mi ricordava la prigionia.

Alcuni miei compagni invece approfittavano di questa nuova veste di guardie, per infierire contro quei giovani prigionieri tedeschi, per rivalsa di quanto era capitato loro durante la prigionia in Germania.
Il gruppo di prigionieri era composto, infatti, da ragazzi giovanissimi appartenenti alle ultime leve arruolate in Germania e subito inviate al fronte.

Non me la sentivo di compiere alcun'azione punitiva o di vendetta, soprattutto verso chi non conoscevo e nulla sapevo del suo passato. Tenuto conto della giovane età, non pensavo che a quei ragazzini si potessero addebitare gravi colpe. Ricordo sempre con quanto turbamento assistetti un giorno ad un’azione deplorevole compiuta da un collega contro uno di quei prigionieri.

Lo obbligava a camminare carponi su dei ciottoli appuntiti, utilizzati per formare il fondo d’una strada in costruzione. Lo sollecitava a muoversi velocemente spingendolo violentemente col calcio della mitraglietta di cui era dotato. A quel mio collega feci rimarcare con forza, che il suo sistema di spronare quel ragazzo era veramente iniquo ed indegno.

Egli infatti, per la sua giovane età, non poteva aver svolto il ruolo di guardia ai prigionieri italiani nei campi di concentramento. Di solito quegli incarichi, erano ricoperti da soldati reduci dai vari fronti. Pertanto quel giovane, doveva ritenersi immune da colpe.

Gli ribadii ancora che, comportandosi in quel modo, si metteva sullo stesso piano dei nostri ex aguzzini e che pertanto era anche lui degno di critica e di disprezzo. A nulla valsero le mie insistenti proteste, egli continuò a punire duramente quel malcapitato giovane, la cui unica colpa era forse quella di essere nato in Germania.

L’incarico di sorvegliante dei prigionieri tedeschi costituiva per me sempre più un peso che svolgevo con fatica e controvoglia ed alla prima occasione, feci domanda di lasciarlo.

Inoltrai infatti richiesta di essere assegnato ad un corpo speciale, addetto alla sorveglianza delle munizioni. La mia richiesta fu subito accolta e venni trasferito a questo nuovo incarico, considerato molto importante ed ulteriormente retribuito con un’apposita indennità. Si trattava di vigilare su casse di armi e munizioni per impedire che fossero rubate da ladri, che si diceva essere francesi. I depositi di queste armi, erano collocati, per ragioni di sicurezza contro eventuali esplosioni, lungo stradine di montagna.

Questo fatto diminuiva il rischio di danni causati da un’accidentale esplosione, ma aumentava fortemente la probabilità di furti, che infatti di tanto in tanto avvenivano. Le strade-polveriera si snodavano attraverso grandi boschi di conifere, che costituivano sicuramente un ottimo nascondiglio per qualsiasi malintenzionato.

Era convinzione del comando americano, che gli autori dei furti fossero degli affiliati al partito comunista francese, che intendevano immagazzinare la refurtiva per scopi politici o altre azioni d'ordine militare o rivoluzionario. Non so se questa opinione degli americani, corrispondesse al vero, fatto sta che quell’incarico così delicato, era stato affidato a noi italiani, perché evidentemente gli americani non si fidavano dei francesi.

Per svolgere il nostro compito, ad ogni turno di guardia, venivamo muniti di fucile Garand, bicicletta e torcia elettrica. Si veniva quindi trasportati con autocarri e scaricati su dei percorsi assegnati ad ognuno di noi, che coprivamo a rotazione. Si doveva girare tutta la notte con la nostra bicicletta, soli, con in pugno il fucile, unico, ma valido mezzo di difesa a disposizione.

Qualche volta s'incontrava la jeep della ronda americana che controllava se eseguivamo correttamente la nostra mansione. Si trattava d’un compito che comportava dei rischi. Ogni rumore o movimento indistinti, ci poneva in stato di allerta e di paura che in qualche caso, poteva causare conseguenze spiacevoli, sia per gli interessati, che per il comando americano.

La mia domanda di essere assegnato a questo incarico fu infatti accolta per un episodio scaturito dalla paura del mio predecessore. Costui, spaventato da una figura indistinta apparsagli improvvisamente nella notte, dopo i richiami di rito (in italiano), sparò, uccidendo un puledrino scambiato per una persona da lui ritenuta in atto di asportare casse di munizioni. In seguito alle vigorose proteste del proprietario di quel cavallino, peraltro giustamente indennizzato dagli americani, quel mio collega fu sollevato dal suo incarico e da me sostituito.

In questa nuova mansione mi sentivo molto impegnato e responsabilizzato. Qualche volta però, a seguito di situazioni che facevano pensare all’avvicinarsi di persone sospette che, alla fine constatavo essere gente di passaggio senza alcun intendimento furtivo, mi sono lasciato prendere dalla paura. Tuttavia, di fronte a tante disavventure vissute e subite, durante la prigionia, mi convincevo che i rischi e gli impegni in cui potevo ora incorrere non erano poi tanto temibili.

Mi sentivo in ogni caso di svolgere il mio impegno con scrupolo, attenzione e serietà. Ne ricavavo anche dei lati divertenti. In particolare all’alba, quando assistevo allo spettacolo della natura e al nascere del nuovo giorno. In quella zona in mezzo ai boschi, vivevano moltissimi animali selvatici, caprioli, lepri, cinghiali, volpi ed altri. Al sorgere del sole, molti di essi uscivano dalla foresta in cerca di cibo attorno alla strada o nelle radure.

Nell’attesa dell’arrivo del camion, che alle otto passava a prelevarmi, nascosto dietro una catasta di casse di armi, ero solito soffermarmi a lungo per ammirare qualcuno di quegli animali quando usciva dal bosco. Ero affascinato, oltre che per la bellezza degli animali e della natura in genere, anche per i miei lontani ricordi di cacciatore. Talvolta mi lasciavo andare e sparavo a qualche lepre, che poi veniva cucinata a dovere da uno dei cuochi del villaggio.

Un’altra componente che compensava ampiamente gli impegni derivanti dal mio incarico, era rappresentata dal recupero della nottata, con quasi tre giorni di riposo, che mi consentivano ogni tipo di svago e di divertimento.

Con queste attività, senza vincoli restrittivi ed in condizioni economiche e sociali del tutto soddisfacenti, trascorrevo i giorni molto piacevolmente, nell’attesa di giungere alla fine del mio periodo d'impegno con gli americani. La voglia di divertirmi e di vivere la mia vita con allegria e spensieratezza era sempre presente. Era come se fossi stato spinto da un desiderio inconscio di compensare quei diciotto mesi di sofferenze e di privazioni impostimi da quell’apparato mostruoso, rappresentato dalla Germania nazista.

Non riuscivo comunque a superare del tutto lo choc impressomi da quegli avvenimenti tanto drammatici ed i traumi e le frustrazioni subite, non erano ancora scomparsi. Nei miei pensieri ripercorrevo di frequente, alcuni dei tanti episodi che mi videro protagonista o testimone. I fatti e gli avvenimenti di quel periodo entravano anche nei miei sogni sotto forma di torture, di paure e con esplosioni di spavento e ansia. Ancora oggi, a distanza di tanti anni, non ho superato completamente quel terrore, che qualche volta riappare in incubi notturni.

Nella mia nuova realtà, mi ero perfettamente inserito e adattato al complesso organizzativo/culturale dell’esercito americano ed in parte anche agli usi e costumi della popolazione francese. Quel periodo mi ha arricchito di nuove energie umane e sociali. Mi ha ridato nuovo vigore ed una rinnovata coscienza di me stesso.

Nel frattempo la guerra in Italia era finita. Potei pertanto dare mie notizie e il nuovo recapito, alla famiglia. Ben presto ricevetti una lettera da casa. L’aprii con grand'ansia, sapendo che il fronte bellico era passato anche da quelle parti e temendo che qualche cosa potesse essere accaduto alla mia famiglia. Grande fu la mia gioia nell’apprendere che tutti a casa stavano bene, anche se avevano passato qualche brutta avventura e subito danni notevoli.

L’idea di tornare in Italia e di riabbracciare i miei familiari, mi affascinava, ma nello stesso tempo mi turbava il pensiero di dover lasciare qualche persona cui mi ero affezionato. Mi sembrava ancora impossibile essere giunto alla fine della mia lunga avventura. Tante volte avevo pensato e desiderato questi momenti, ma concludevo sempre con il timore di non arrivarci, di non potere mai raccontare la mia vita vissuta nei lager tedeschi.

In Francia, avevo superato anche le inibizioni verso gli stimoli erotici, sopraffatti in Germania dalla fame e dai patimenti. La mia propensione verso l’altro sesso, era andata via via crescendo, spinta anche dalla lunga assenza di rapporti.

A tale proposito ed a completamento di questa mia testimonianza, ho ritenuto di dover inserire nella narrazione anche qualche momento di gioia e di tenerezza da me vissuto, prima della mia partenza per l’Italia.

Favoriti dalla completa disponibilità del comando americano, tutti i sabati pomeriggio, alcuni camion Dodge, dei molti in dotazione, partivano dal campo con un italiano seduto a fianco dell’autista. Ogni camion era diretto verso uno dei paesetti limitrofi. Giunti a destinazione, veniva esercitata opera di persuasione presso le ragazze locali, affinché dessero la loro adesione alla festa da ballo organizzata per la sera del sabato stesso dagli americani, unitamente agli italiani.

Si garantiva alle ragazze la massima correttezza ed il loro trasporto a casa, ancora con i camion, a festa finita.

Attratte dalla possibilità di fare incetta di tutte le leccornie fornite dalla cambusa del campo, desiderose di divertirsi dopo anni di guerra, lusingate dalla fantasia e dalle allegre prestazioni degli italiani, le ragazze partecipavano numerose alle festa della serata.

Il nostro ritorno nel campo con i camion pieni di ragazze, veniva salutato da evviva ed ovazioni entusiastiche, sia da parte dei soldati americani, che dagli italiani.
La cosa invece non piaceva ai ragazzi francesi che inveivano contro di noi e degli americani ad ogni occasione. Qualche volta è volato anche qualche pugno.

La festa si protraeva per tutta la nottata, con molte occasioni per tutti di recuperare il tempo perduto sotto il regime di austerità, imposto dalla guerra che da qualche tempo era finita.
Avevo stretto amicizia e mi ero legato da vincoli affettivi con una giovane polacca, di nome Stephanie. Era figlia di immigrati polacchi, da qualche tempo stabilitisi in Francia. Abitava nei dintorni di Etain, in una casa colonica, ai margini di un podere di famiglia. Stephanie era molto giovane e bella, e si era innamorata di me con una passione prorompente.

Della festa a noi non importava molto, per me contava soltanto l’amore, per tanto tempo represso. Stephanie anelava avermi accanto e stringermi a sé con tanto calore. Con questi comuni intenti, trascorsa qualche ora di divertimento collettivo, dopo alcuni balli e copiosi rinfreschi, ci si allontanava in direzione della sua abitazione.

Dietro il cortile della casa, c’era un piccolo corpo del fabbricato, adibito a magazzino, dove potevamo accedere attraverso una porta socchiusa. Accostato ad una parete c’era un vecchio divano lasciato in deposito. Esso costituiva per noi un ottimo giaciglio e fu per tante notti, l’unico testimone dei nostri incontri amorosi.

Stephanie era per sua natura dotata d’una dolcezza affascinante. Era spesso ansiosa di conoscere parte della mia vita. Ad un solo cenno però delle mie sofferenze subite in campo di concentramento, m’interrompeva coprendomi di baci, di carezze e d’effusioni. Ma non c’era il tempo per parlare di quegli eventi. In quelle notti trionfava per noi l’amore e intendevamo gustarcelo, senza inquietudini e senza turbamenti.

Il nostro idillio veniva interrotto solo verso l’alba quando Stephanie, usciva di fretta dal nostro rifugio, attraversava il cortile di corsa, rientrava in casa ed entrando a tentoni nella sua camera, scivolava silenziosa nel letto ancora intatto. Lei avrebbe voluto non lasciarmi mai e forse nel suo intimo avrà anche vagheggiato l’idea ch’io potessi fermarmi definitivamente in Francia, oppure che lei potesse seguirmi in Italia, ma non si espresse mai, né in un senso, né nell’altro.

Stephanie temeva certamente di perdermi, conoscendo la precarietà della mia posizione in Francia. Forse per questo non ci siamo mai scambiate promesse di continuare il nostro rapporto. Ricordo che nei momenti più teneri, mi pregava di chiamarla per nome e di ripeterle che l’amavo. Nella sua giovane immaginazione si sentiva pienamente appagata e stimolata anche da queste tenere manifestazioni.

Dopo alcuni mesi di un rapporto sempre molto intenso, dovuto anche alla nostra giovane età, eravamo giunti all’inevitabile momento di separazione. Infatti il mio incarico con gli americani stava per finire e sarei stato rimpatriato.

Il mio soggiorno in Francia aveva fatto il suo tempo e dovevamo lasciarci, entrambi consapevoli che ognuno doveva seguire la propria via.

Il destino volle che il pianto di due donne segnasse l’inizio e la fine di quella mia lunga avventura. Alla partenza fu il pianto di mia madre che, forse racchiudeva l’ombra di tristi presentimenti. Alla conclusione, dalla stazione ferroviaria di Etain, fu quello di Stephanie, che sicuramente, racchiudeva la certezza di non rivedermi mai più.

Eravamo nel mese di agosto del 1945 e la mia collaborazione con le forze americane aveva avuto termine.

CAPITOLO XV 

RITORNO A CASA

Rientrai in Italia con una tradotta speciale, partita da Etain. Trasportava ex prigionieri provenienti da vari campi della Germania. Durante il viaggio, la nostra ansia di arrivare in Italia, andò aumentando. Sembrava, che il desiderio di tornare a casa accumulato in quei due anni di assenza, si fosse concentrato in quelle ultime ore.

Quando passammo il confine, tutti eravamo pervasi da una gioia indescrivibile. Alla stazione di Novara, il treno si arrestò per breve tempo. Molti di quei ragazzi, sebbene induriti dalle avversità superate, scesero dalle carrozze del treno per baciare la terra, mentre una grande commozione era palese in ognuno di noi.

I miei familiari erano da tempo in trepida attesa del mio ritorno. Non avevo avuto il tempo né l’opportunità di avvisarli del mio imminente arrivo. Pertanto, l’improvviso rientro, cagionò loro una gran sorpresa ed una straordinaria emozione.

In quei due lunghissimi anni da me trascorsi lontano da casa, avevano pregato tutti i giorni per la mia salvezza e per il mio ritorno. Tutte le sere si raccoglievano in preghiera davanti ad un’immagine raffigurante la Madonna in lacrime, illuminata da un lumino sempre acceso, fatto appendere da mia madre nell’ingresso di casa. Per la mia salvezza avevano anche fatto il voto di andare a piedi al Santuario di S. Antonio, nella basilica del “Santo” a Padova.

I miei sei fratelli e mia madre mantennero fede al loro voto, percorrendo a piedi i trenta chilometri che separano il mio paese da Padova. Mio padre invece, sofferente di cuore, li aveva percorsi alternando tratti a piedi a tratti in bicicletta.

Dalla stazione ferroviaria di Novara, giunsi direttamente in treno fino a quella di Padova.
L’Italia, nel ‘45, soffriva ancora di tutte le carenze e le ferite causate dai cinque anni di guerra. I mezzi di trasporto da Padova al mio paese erano stati resi completamente inutilizzabili dai bombardamenti aerei. Le automobili erano prerogative di pochissimi privilegiati e non se ne vedevano in circolazione. Fui pertanto costretto a percorrere a piedi il tragitto da Padova al mio paese.

Ogni tanto usufruivo del passaggio di qualche carretto trainato da un asino, solo per brevi tratti perché i carretti erano utilizzati da poveri contadini, che se ne servivano per brevi spostamenti locali. In quegli anni, anche i cavalli rappresentavano un piccolo lusso, ed erano abbastanza rari, anche perché i tedeschi in ritirata avevano requisito tutti gli animali da tiro per i loro trasporti, non disponendo più di carburanti per gli automezzi.

Dopo diverse ore di questo scomodo e lungo viaggio, arrivai finalmente al paese.
Al mio apparire sotto casa, i miei fratelli, con alcuni amici ed amiche, si precipitarono verso di me dai gradini d’ingresso ed in un attimo mi furono addosso, comprendoni di baci e di carezze, mi manifestarono tutto il loro affetto e la loro contentezza con grida e lacrime di gioia.

Mia madre arrivò per ultima. Ricordo che al suo sopraggiungere si fecero tutti da parte. Si fece silenzio e, mentre mi abbracciava, piangeva e sorrideva e mi toccava, quasi incredula della mia presenza. Ricordo ancora che anche il mio stato emotivo era in quegli istanti profondamente provato.
L’incontro con mio padre fu l’ultima forte emozione di quella giornata tanto ricca di gioie incontenibili. Al mio arrivo, lui non c’era.

Era andato per affari a Chioggia, con una delle sue due cavalle, attaccata al suo vecchio biroccio. Durante il suo ritorno verso casa, aveva incrociato un amico che lo aveva informato del mio arrivo. A quella notizia si era trasformato da pacifico allevatore di cavalli (non ne aveva mai percosso) a guidatore violento.

Coloro che l’avevano incontrato, riferirono d’averlo visto in piedi sul biroccio, che spronava frustando a più riprese, la povera cavalla che, non abituata a quel tipo di trattamento, s’era lasciata andare in una corsa impetuosa, con un galoppo sfrenato fino a casa, dove giunse coperta da uno spesso strato di schiuma da sudore.

Al suo abbraccio, nessuno di noi due proferì parola, ma i nostri occhi, inumiditi dalle lacrime, esprimevano tutta la gioia ed il turbamento di quel momento, atteso per tanto tempo da entrambi.
Fu questa per me l’ultima grande emozione, dopo quella lunga serie d’avventure, di peripezie e disgrazie sofferte in diciotto mesi di prigionia. E’ stata l’emozione più attesa e più desiderata dalla mia partenza. L’avevo sognata tante volte e spesso avevo dubitato di poterla raggiungere.

Quell’intensa giornata, che aveva risvegliato in me, tanti stimoli sopiti da tempo, che aveva esercitato forti e piacevoli sensazioni sui miei cari, e che aveva anche suscitato l’interesse di tanti amici e conoscenti, venuti a salutarmi, si concluse nella tarda serata, lasciandomi un po’ depresso e quasi confuso da tutto quel frastuono, prodotto dalla presenza di tante gioiose persone.

Mi addormentai con la mente rivolta ancora una volta, verso il mio triste passato, verso i miei compagni di prigionia, che non avrebbero mai potuto vivere una giornata come la mia, perché avevano lasciato la loro vita in uno dei lager nazisti, o lungo le strade della ritirata tedesca.


Ercole Destro
26 novembre 2009