mercoledì 2 dicembre 2009

In fuga dalla città scoprii monelli e parolacce

Corriere della sera

I ritratti del Re e del Duce erano appesi alla parete insieme al crocefisso.
La mattina, entrando in classe facevamo il saluto romano rivolti verso di loro e poi recitavamo una preghiera

Quando iniziai a frequentare la prima elementare non eravamo ancora entrati in guerra e molti speravano ancora che ne restassimo fuori. I ricordi del primo giorno li serbo vivi in memoria. E’ il 15 ottobre 1939 alle Scuole Comunali di Via Carlo Pisacane a Milano. La maestra è una gentile signora che si chiamava Maria Gabrielli-Carlier. Mi siedo in un banco di legno con il foro per il calamaio che conteneva l’inchiostro. Scrivevamo intingendovi il pennino. Sporcarsi di inchiostro era all’ordine del giorno. Quando il calamaio si asciugava, veniva il bidello con una specie di piccolo annaffiatoio a versarne del nuovo. Portavo un grembiulino nero col quale eravamo tutti uniformemente vestiti; serviva a proteggerci dalle macchie, ma anche a nascondere le disuguaglianze sociali . Le bambine invece portavano il grembiulino bianco. I ritratti del Re e del Duce erano appesi alla parete insieme al crocefisso. La mattina, entrando in classe facevamo il saluto romano rivolti verso di loro e poi recitavamo una preghiera. A parte la penuria alimentare e l’oscuramento notturno, si viveva ancora una vita quasi normale. Ogni mese facevamo delle esercitazioni: veniva simulato un allarme aereo e scendevamo nel rifugio. Allora eravamo contenti. Era un modo per interrompere le lezioni e fare cagnara. Riempivo i quaderni di aste e poi di lettere dell’alfabeto maiuscole e minuscole: erano gli esercizi di bella calligrafia. A casa il 5 ottobre era appena nato mio fratello Aurelio. Mia madre era molto indaffarata con lui. Era mio padre che mi accompagnava a scuola il mattino e mi riprendeva verso le 13 quando rientrava per il pranzo. La scuola non era distante da casa, ma ero ancora troppo piccolo: non si fidavano a lasciarmi attraversare da solo il corso Indipendenza. Qualche volta mio padre veniva con l’auto e l’autista di Puricelli. A lui, come Senatore del Regno, non mancava la benzina. Circolava la seguente battuta: “se per i puri i tempi sono duri, per i Puricelli sono sempre belli”. Nell’autunno del ‘39 il ministro degli Esteri tedesco, che si chiamava Joachim von Ribbentrop venne in visita a Roma. Ricordo il pomeriggio quando passai in Galleria con mio padre e uno strillone che vendeva i giornali urlava a squarciagola: “ruben tropp a Roma, ruben tropp a Roma”. A Natale Gesù Bambino mi regalò un trenino Marklin con tanto di binari, vagoni e locomotiva che si caricava con la molla. Il 3 gennaio 1940 improvvisamente muore mia nonna Pina, mentre eravamo tutti a Galliate a trascorrere le feste di Capodanno. Fu il primo morto che vidi da vicino. L’anno scolastico termina il 15 giugno. Cinque giorni prima (il 10 Giugno) Mussolini aveva dichiarato la Guerra. L’estate riusciamo ancora a fare un po’ di ferie: andiamo in montagna a Calalzo nel Cadore. Il mare era sconsigliato per via dei sommergibili e delle mine. Ricordo ancora le peripezie di quel viaggio in treno che era sempre fermo per dare la precedenza alle tradotte militari. Gli anni scolastici ‘40-‘41 e ‘41-‘42 li passai sempre nella stessa scuola con la stessa maestra. Ora a scuola andavo e tornavo da solo. Ero molto benvoluto dai compagni, tanto che mi vollero sempre come capo classe. Ero io che quando la maestra si assentava, stavo alla lavagna a segnare i buoni e i cattivi. Avevo però raggiunto un accordo sottobanco: non segnavo nessuno tra i cattivi, ma loro dovevano almeno parlare sottovoce. L’accordo resse a lungo. Una volta in terza la maestra diede come tema in classe: “il mio compagno preferito”. Tutta la classe parlò di me! In seconda elementare ero diventato Balilla: ciò mi obbligava il sabato mattina ad indossare la divisa e fare le esercitazioni nel cortile della scuola. Ci andavo malvolentieri perché i pantaloncini di panno grigioverde della divisa erano così ruvidi che mi pizzicavano le gambe. Facevo tutto il possibile per non andarci, anche inventando finti malesseri. Una volta mio padre se ne accorse e mi sgridò. Era un uomo d’ordine, non ammetteva disobbedienze. La guerra c’era, ma per il momento era ancora lontana, sui fronti di combattimento. In classe se ne parlava il meno possibile, anche se nei componimenti era scontato qualche accenno all’ eroismo dei valorosi soldati che difendono la Patria. Nelle scuole veniva distribuito gratuitamente un giornalino (il Balilla) che cercava di inculcare anche nei giovanissimi l’odio per gli Inglesi e la stima per i Tedeschi. Ricordo una vignetta che appariva tutte le settimane e iniziava con la frase: Re Giorgetto d’ Inghilterra Per paura della Guerra Chiede aiuto e protezione Al Ministro Churchillone Poi seguiva la narrazione di un episodio di fantasia dove gli Inglesi avevano sempre la peggio e gli Italiani vincevano, con l’aiuto dei camerati tedeschi. . I bombardamenti erano ancora poco frequenti, però ogni tanto suonava l’allarme. Non era più un’esercitazione: ora erano veri! Tutti correvamo nel rifugio: se capitava durante le ore di scuola, non facevamo più cagnara. Anche in tempi difficili, la vita continua. Negli estati del ‘41 e ‘42 mio padre riuscì ancora ad organizzare dei brevi soggiorni in montagna, però vicino a Milano: fare lunghi viaggi in treno era diventato rischioso. La prima estate andammo in Valsesia e la seconda nel Bergamasco. Facevo lunghe gite in montagna con mio padre, che mi insegnò anche a riconoscere i funghi buoni e raccoglierli. Insegnamento che avrei messo a frutto molto presto. Nella primavera del 1942 dovetti fare cresima e prima comunione e per questo occorreva frequentare dei corsi di catechismo. Era così comoda la parrocchia vicino a casa, dove andavano quasi tutti i miei compagni; invece mia madre volle assolutamente mandarmi dalle Suore di via Monte di Pietà, perché lì ci andavano le famiglie “in” di Milano e io dovevo essere tra quelli. Da quelle suore andava anche un altro mio compagno di classe: Gian Luca Desio, figlio di quell’ Ardito Desio già allora noto geologo e persona di spicco dell’establishment accademico che diventerà universalmente famoso anni dopo, come capo della spedizione alpinistica sul K2. Con Desio figlio andavo d’accordo ed ero diventato amico in modo spontaneo; ci vedevamo anche a casa a fare i compiti. Mia madre, quando capì che era di una famiglia “su”, fece di tutto per frequentarne la madre e salire anche lei di rango. Però la signora Desio, donna con grosso spessore culturale, seppure sempre gentile, non trovava interessi in comune con mia madre per coltivarne l’amicizia. (a parte la momentanea circostanza dei corsi per la comunione). Fallito questo tentativo, mi impose di farmi amico con la sorella minore di Desio, in modo che da grande potessi sposarla. Non era una battuta scherzosa: nella sua testa ci credeva davvero e tentò di plagiarmi con invadenza, ritornando spesso sull’argomento. (Dopo la Francese di Spotorno, questo fu il secondo miraggio matrimoniale che si illudeva di farmi raggiungere). Avevo anche un altro compagno/amico: il Tagliabue. Ma questo era figlio di un operaio e mia madre non ne incoraggiava le frequentazioni. Altro fatto di quel tempo: una sera vengo mandato a prendere il poco latte della razione nella latteria sotto casa. Accanto al negozio trovo per terra un borsellino pieno di soldi. Non li ho contati: certamente non era una cifra importante, ma comunque una sommetta. Io che, allora come oggi, ho sempre avuto un rapporto molto distaccato verso il denaro, non intasco il borsellino, ma lo lascio in evidenza sullo scalino del negozio. “così – pensavo nella ingenuità dei miei otto anni- chi lo ha perso lo può ritrovare.” Tornato a casa, con la stessa ingenuità, racconto il fatto a mia madre: apriti cielo! Prima mi copre di improperi a non finire, poi scende di corsa davanti al negozio per vedere se fosse ancora là (ovviamente era già scomparso!). Era tale l’avidità di mia madre, che l’idea di non essere entrata in possesso di quel borsellino le rovinò l’esistenza per diverse settimane. E di riflesso anch’io ebbi giorni molto agitati per i continui rimproveri. Cominciavo a capire che meno cose le raccontavo, più vivevo tranquillo. L’anno scolastico 1942-43 coincide con l’inizio dei bombardamenti a tappeto da parte americana. Non passava notte senza che suonasse un allarme e si dovesse scendere in cantina. Andare a scuola il mattino dopo una notte insonne, non era il massimo. In più scarseggiavano luce, acqua e gas causa le distruzioni provocate e infine si viveva con la spada di Damocle della bomba che poteva caderti sulla testa e lasciarti secco. Sfollammo a Comazzo, un paesino sulle rive dell’Adda a 25 km da Milano. Portammo anche i mobili e i servizi di maggior valore. Lì il Puricelli possedeva delle tenute e aveva dei locali disabitati, nel complesso abbastanza decorosi. La IV elementare la frequentai a Comazzo. Era una scuola rurale: un’unica classe raggruppava tutti gli scolari dalla prima alla quinta e il rendimento era molto scarso. In aggiunta c’era una maestra incapace: ricordo che un giorno un bambino figlio di poverissimi braccianti agricoli era venuto a scuola scalzo: la miseria era tale che non aveva un paio di scarpe. La maestra, invece di alleviargli l’umiliazione e cercare di aiutarlo minimizzando l’accaduto, lo rimproverò pubblicamente e lo respinse dalla scuola. In quel periodo Aurelio si ammalò di difterite; mancavano i medicinali. Mia madre si trasferì con lui in isolamento all’ospedale di Melzo dove rimasero quasi un mese finché Aurelio guarì. In quel periodo fui affidato a un agricoltore, affittuario del Puricelli e la sera vedevo mio padre che faceva il pendolare in bicicletta con Milano. Fui trattato bene però presi i pidocchi. Non tutto a Comazzo fu negativo per me: i locali dove abitavamo davano direttamente su un grande piazzale; mi bastava aprire la porta ed uscivo quando volevo. Non ero più soggetto, come in città, ai permessi di mia madre e alle inquisizioni sul dove, il perché e con chi andavo. Frequentavo tutti i monelli del paese, imparavo le parolacce e il dialetto, giocavo sporcandomi a volontà. Mi sentivo finalmente libero. Nell’estate del 1943 ci trasferimmo a Lomnago. Abitavamo nei locali della portineria di Villa Puricelli. Per l’anno scolastico 43-44 fui iscritto alla scuola elementare di Azzate dove ebbi un’ottima maestra e recuperai anche le lacune accumulate l’anno precedente. L’aula era riscaldata da una stufa a legna, ma il comune non era in grado di fornirla. Tutti noi a turno ne dovevamo portare qualche pezzo. Azzate dista 5 km da Lomnago. Io, tutti i santi giorni dell’anno, li percorrevo in bicicletta nei due sensi, pioggia o sole, vento o neve. Sul portapacchi avevo qualche pezzo di legna e appesa al manubrio un gavetta piena di minestra della sera prima. Me la dava il custode della villa che cucinava per gli impiegati. Era il mio monotono pranzo di mezzogiorno; la mangiavo in classe al termine delle lezioni dopo averla scaldata sulla stufa. Poi tornavo a casa . Qualche volta nel pomeriggio frequentavo lezioni private di Francese. Mi aveva iscritto mia madre ossessionata, come sempre, da problemi di status. Io ero già abbastanza stanco, ne avrei fatto volentieri a meno, però non potevo disubbidirle. Oggi , a distanza di anni, riconosco però di averne tratto giovamento. In quel periodo mio padre mi insegnò a nuotare nelle acque un po’ fangose del lago di Varese e lì imparai anche a remare. Anche a Lomnago c’era un gruppo di ragazzi del luogo con cui giocavo. Tra questi, una bambina, Bianca, che quando mi vedeva arrossiva e io arrossivo quando vedevo lei. Avevo anche l’hobby di andare per funghi; c’erano tanti porcini nei boschi attorno al paese. Una parte li davo al custode che poi ce li cucinava, e una parte li facevo seccare e li spedivo per posta a mio nonno Aurelio. Davano un po’ di sapore in più ai magri risotti senza condimento che era costretto a mangiare. Devo anche dire che le poste, malgrado tutto, funzionavano ! Un posto di aggregazione per i ragazzi di Lomnago era l’oratorio della piccola parrocchia, dove c’era un campo di bocce ed altri giochi. Il Curato era Don Beniamino, un giovane prete molto dinamico ed efficiente. Spesso gli facevo da chierichetto durante la messa e andavo anche a suonare le campane. Sapevo che aiutava in segreto dei partigiani nascosti in un casolare nei boschi fornendo cibo , indumenti e informazioni. Si sapeva anche che aveva una “morosa”: era una maestra di Inarzo, un paese vicino. Mi resi conto che razzolava in modo diverso da come predicava e questo raffreddò molto la mia fede religiosa. Però rimane ancora oggi la mia stima per l’uomo che seppe destreggiarsi molto bene in un periodo difficile, correndo grossi rischi per salvare vite umane. Passavo anche parte del mio tempo libero affiancandomi a chi tagliava la legna nei boschi , o a chi preparava il carbone di legna, o ai due giardinieri della villa; osservavo a fondo il loro modo di lavorare e discorrevo con loro in stretto dialetto varesotto. Ascoltavo le loro argomentazioni, spesso molto argute, e le loro lamentele sulle difficoltà del momento. Mi fu molto utile per capire la gente. Uno di questi operai, soprannominato “Ul Magnett” era anche un burlone che raccontava barzellette. Una delle tante era questa : - Un contadino era perseguitato da una talpa che gli distruggeva l’orto. Aveva provato di tutto per prenderla, senza mai riuscirci. Finalmente un giorno ce la fa. Afferra con rabbia il piccolo animale e gli dice: “Toh, bruta bestia, à t’o ciapà finalment ! Par fatt un dispett a ta suteri bèle viva ! “- C’erano poi i detti da cui traspare la saggezza contadina, come quello : “Fa via la nef, pertegà i nouss e massà la gent à l’è tutt laurà par nient”. Terminata la V elementare, diedi l’esame di ammissione alla Scuola Media. Era il Giugno del 44 a Varese. Mentre stavamo svolgendo il tema, come prassi oramai consolidata , suonò l’allarme aereo. Fortunatamente quel giorno non successe niente. Nell’ottobre del 44 iniziai la prima media. Non era più ad Azzate, ma a Gazzada, a 7 km da casa. Il mezzo di locomozione era la solita bicicletta; il sostentamento la solita minestra. Intanto gli aerei americani non si limitavano più a bombardare, ma scorrazzavano liberi nel cielo. Una mattina, mentre andavo a scuola, ebbi appena il tempo di buttarmi in un fosso, che un aereo, sbucato dal nulla, scese in picchiata e mitragliò il tram che passava a lato della strada. Ci furono diversi feriti anche gravi; io mi alzai illeso e proseguii verso la scuola. Oramai ci eravamo abituati a vivere appesi a un filo! L’anno scolastico ebbe un inizio positivo, grazie alla prof. veramente brava: Era la figlia di un ricco industriale di Busto Arsizio, si chiamava Crespi e insegnava non per i soldi, ma perché le piaceva. Mia madre a Natale le regalò delle orchidee. Erano quelle della serra del Puricelli, oramai fuggito in Svizzera, e a noi non costavano niente. Però erano un regalo assolutamente fuori posto, data la persona e le circostanze. E’ spiegato solo dal maniacale bisogno di mia madre di strafare, anche a costo di cadere nel ridicolo. Purtroppo la scuola non durò molto. Verso febbraio del ‘45, fummo costretti a lasciare Lomnago causa le vicende legate a mio padre. Dovetti interrompere gli studi. Fortunatamente tra metà marzo e inizio maggio anche l’insegnamento venne sospeso ! Tornare a Milano non era possibile: la nostra casa era rimasta in piedi, ma si erano rotti tutti i vetri e gli infissi e poi c’era sempre il rischio di nuovi bombardamenti. Ripiegammo presso mia zia Giovanna a Cologno Monzese e ci accampammo da lei in attesa che la guerra finisse. Raccogliemmo tutte le masserizie accumulate a Lomnago e un giorno feci il viaggio fino a Cologno su un carretto trainato da un cavallo e guidato dall’ ex fantino di Puricelli, anch’egli disoccupato. Il fatidico 25 aprile arrivò molto presto. Ma qui entriamo già nel dopoguerra : altro capitolo ! d'orine è questa: salvare l'Italia. E noi collaboreremo, a costo di qualunque sacrificio, per raggiungere lo scopo. Molto interessante è anche l'annotazione del 13 gennaio 1944.

Vittorio Tanzi
26 novembre 2009

Io finto pittore nel lager Affamato anche dagli americani

Corriere della sera

Il tentativo di ritornare in Italia dalla Yugoslavia frenato dai partigiani di Tito e dai nazisti

Sono stato chiamato al servizio militare nel marzo del 1939 e ho preso servizio alla scuola di artiglieria di Nettuno, poi mi hanno trasferito alla caserma di Sesto Campale di Modena; dovevo essere congedato nell’agosto del 1940, ma a giugno è scoppiata la guerra. Così ai primi mesi del 1941 sono stato mandato in Yugoslavia dove ho combattuto tre anni contro i partigiani di Tito. L’8 settembre ero sulle montagne sopra Dubrovnik, abbiamo provato a scappare in due per rientrare in Italia, ma poi ci siamo resi conto di essere a più di mille chilometri di distanza e in mezzo avevamo da una parte ai partigiani di Tito dall’altra le truppe naziste.

Quindi ci siamo consegnati al comando tedesco e siamo finiti in un campo di raccolta gestito dagli ustascia, i fascisti croati. Là ci hanno chiesto se volevamo arruolarci nella Repubblica sociale, ma io ero un soldato e non un fascista, pertanto sono finito su un carro bestiame e mi hanno mandato in Germania allo Stalag 6, presso il mar del Nord località Meppen dopo undici giorni di viaggio. Arrivati ci hanno chiesto di nuovo di arruolarci nella Repubblica Sociale Italiana, ma ancora una volta ho rifiutato e mi hanno destinato al lavoro in miniera.

Avevano bisogno di operai specializzati e io mi ero dichiarato pittore, anche se non avevo mai tenuto in mano un pennello! Mi hanno perciò assegnato allo stabilimento della Bbc a Dortmund in Westfalia e mi hanno messo a imbiancare gli uffici. Un disastro: alzavo la calcina e mi veniva addosso dal soffitto: ero bianco come un fantasma e il capo reparto si è messo le mani sulla testa. Però anche lui era un sopravvissuto del fronte russo e invece di rimandarmi al campo mi ha dato un secchio di minio e mi ha messo a passare l’antiruggine sui ferri.

Dopo un anno di lavoro mi hanno assegnato alla pulizia delle baracche, un giorno mi sono infilato nelle docce dei tedeschi per lavarmi e ho visto un povero diavolo tutto pelle e ossa in uno specchio: ero io! Sono rimasto a Dortmund fino alla fine di aprile del 45, quando, con le truppe alleate alle porte, siamo riusciti a scappare e a consegnarci agli americani. Siamo finiti in un campo di concentramento per i prigionieri di guerra dell’asse dove ci davano un pacchetto di gallette al giorno come unico cibo: lì siamo rimasti fino alla fine di agosto quando su un altro carro bestiame sono tornato in Italia: in ‘soli’ due giorni ero a Milano.

Giacomo Bonelli
26 novembre 2009

Mussolini, sfogo in tv: «Io alla berlina»

Corriere della sera


L'onorevole in lacrime a Pomeriggio 5 parla del presunto video hard: «Attacchi vergognosi da Feltri»


Sfogo in tv di Alessandra Mussolini, la parlamentare Pdl al centro della vicenda del presunto video che la ri­trarrebbe in atteggiamenti intimi con il leader di Forza Nuova Roberto Fiore. Nel corso della puntata di Pomeriggio 5 condotto da Barbara d'Urso la Mussolini si è presentata a sorpresa negli studi di Montecitorio con l'onorevole del Partito democratico Paola Concia e ha attaccato con toni concitati un articolo di Vittorio Sgarbi pubblicato da Il Giornale.

Nell'articolo il critico d'arte e sindaco di Salemi domanda «quale danno lamenta la Mussolini se Il Giornale ha solo denunciato il ricatto» alla parlamentare, «indicandone la fonte». «Questo pezzo offende tutte le donne - ha dichiarato la parlamentare quasi in lacrime - e sono venuta qui per condividere con voi questo attacco vergognoso.

Questa mattina ho dovuto chiudere il giornale perché mio figlio lo stava leggendo e perché ho i paparazzi fuori e mi fanno le foto». Inevitabile un riferimento da parte dell'onorevole alla vicenda legata al presunto e. Secondo la Mussolini l'articolo rappresenterebbe infatti «un vero linciaggio verso tutte le donne».

«MESSA ALLA BERLINA» - Sempre più visibilmente emozionata, la Mussolini ha raccontato che i fotografi sono andati a scuola dei suoi figli e che continuano a seguirla in ogni suo spostamento «non per fare le foto con loro, ma per vedere se vado a fare qualcosa. Questo è grave, questo è il danno che hanno fatto a una donna». E lanciando un monito preciso a tutti i giornalisti ha proseguito invitando la stampa a verificare le notizie: «Se si parla di un video di un mitomane - ha chiesto polemicamente - perché devo essere messa alla berlina da questo giornale?

Non parlo di politica perché se ne facessi un fatto personale allora non vuol dire niente - ha incalzato l'onorevole sempre più agguerrita ed emozionata - ma sono qui con Paola Concia perché da questo articolaccio deve venire fuori una battaglia per la dignità dalle donne. Perché dobbiamo continuare a combattere, altrimenti l'8 marzo è carta straccia».

VIA DALLO STUDIO IN DIRETTA - A quel punto la Mussolini ha perso le staffe facendo il gesto di pestare prima e di strappare poi il giornale incriminato. Barbara d'Urso si è dissociata immediatamente affermando che «i giornali sono organo di libertà e democrazia e strapparlo è un brutto segno». «Penso una cosa - ha commentato la Concia -: non sono pochi gli uomini che la pensano come chi ha scritto l'articolo, per questo non è importante chi l'ha scritto, piuttosto che domani potrebbe accadere anche a me la stessa cosa per distruggermi sulla base di nulla e credo che questo non sia giusto».

A conclusione dell'intervento delle due onorevoli è anche intervenuto il vicedirettore de Il Giornale Alessandro Sallusti per spiegare la versione del quotidiano ma i toni si sono accesi ulteriormente e l'onorevole Mussolini ha abbandonato in diretta lo studio.


02 dicembre 2009

Cuba fa i conti col fenomeno blogg

La Stampa

L'Isola non va paragonata né con Haiti né con la Svezia, ma solo con quel Paese che avevano promesso di costruire quando eravamo piccoli. Credetemi, non gli assomiglia niente

YOANI SANCHEZ


Se il vaccino che vogliono utilizzare per debellare la blogosfera alternativa è la repressione, allora il virus blogger contagerà tutti.

Raúl Castro: perché non rispondi alle mie domande? Forse non parli con i tuoi cittadini?
Barack Obama ha già risposto al mio questionario composto da sette domande, ma il presidente del mio stesso paese non parla. Com’è possibile?

Vecchi metodi per nuovi fenomeni. Non saranno certo le armi desuete della coazione a eliminare la blogosfera cubana.

Oggi il mio amico Juan Juan compie gli anni, fortunatamente è stato liberato da un paio di giorni e può festeggiare il compleanno insieme a noi.

Cuba non va paragonata né con Haiti né con la Svezia, ma solo con quel paese che avevano promesso di costruire quando eravamo bambini. Credetemi, non gli assomiglia per niente.

I vecchi repressori credono di poter decapitare il fenomeno blogger a Cuba se attaccano me. Grande errore, è un fenomeno che possiede molte teste ed è privo di gerarchie.

Sono abituati ad attaccare strutture politiche di partito, per questo non comprendono la variegata composizione e la trasversalità della blogosfera.

Noi blogger siamo sfuggenti, adattabili, ludici, irriverenti, poco abituati alle formalità e soprattutto ognuno di noi è come un elettrone che si muove liberamente.

In appena un anno la parola blogger - prima pronunciata così raramente - ha conquistato le strade cittadine. Persino i poliziotti si preoccupano quando la sentono.

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

L'Aquila, mummie sotto la chiesa crollata

Corriere della Sera


Trovati scheletri sotto un edificio a Sant'Eusanio Forconese, comune tra i più colpiti dal sisma

 

L'AQUILA- Scheletri e resti di cadaveri mummificati. Erano «nascosti» sotto al pavimento della chiesa di San Giovanni evangelista, nella frazione Casentino di Sant'Eusanio Forconese (L'Aquila) e il sisma del 6 aprile scorso, che ha colpito anche questo comune, li ha «riportati alla luce». Della chiesa di San Giovanni evangelista sono rimaste in piedi dopo il sisma una parte della facciata, la parete destra e l'abside. L'edificio si trova nella «zona rossa» del paese, ma i resti umani si vedono comunque a occhio nudo in fondo a un cunicolo protetto da travi di legno.

L'Aquila, mummie sotto la chiesa crollata Ci sono scheletri e resti di cadaveri mummificati sotto al pavimento della chiesa di San Giovanni evangelista, nella frazione Casentino di Sant'Eusanio Forconese 
 
I resti, in una fossa comune, sono emersi a seguito dei crolli avvenuti con il sisma, che ha provocato danni seri in tutta la frazione, attualmente disabitata. Alcuni residenti, una ventina, si trovano ancora in una tendopoli allestita a 500 metri dal nucleo del paese. Si tratta dell'ultimo campo di assistenza ancora in piedi, dopo che quello della vicina Fossa (L'Aquila) è stato ufficialmente chiuso lunedì.


Fotogallery


30 novembre 2009




Video Fiore-Mussolini, Storace: "Questo Cacciotti ha dei problemi"

Il Tempo

"È evidente che il signor Andrea Cacciotti ha qualche problema di testa e altri di ordine economico. Se sono vere, le sue dichiarazioni diffuse dal Corriere della Sera - ancorché confuse - sgombrano il campo da ogni mio interesse alla vicenda Mussolini-Fiore."

La versione confusa di Cacciotti - L'ex governatore del Lazio prende le distanze dalle dichiarazioni dell'uomo accusato di tentata estorsione alla parlamentare Pdl Alessandra Mussolini e al leader di Forza Nuova Roberto Fiore e che spedì una lettera alla presidenza del Consiglio chiedendo un milione di euro in cambio di un presunto filmato a luci rosse con protagonisti i due politici. Andrea Cacciotti ha dichiarato al Corriere della Sera, infatti, di aver parlato del video a Storace e alla deputata del Pd Binetti. Cacciotti tra l'altro tira in ballo un misterioso personaggio che gli avrebbe parlato del video e che l'avrebbe contattato per raggiungere Fabrizio Corona.

Laziogate, manovra contro di me - Mussolini e Fiore, prosegue Storace in una nota, "avranno domattina, all'udienza del cosiddetto Laziogate, abbondanti motivi per ritirare la loro costituzione di parte civile nei miei confronti dopo che avranno appreso che razza di manovra fu ordita contro di me e chi pagava con fondi pubblici il "pentito" che mi fece dimettere da ministro".

Mussolini: "Feltri mi dica chi c'è dietro" - Intanto ieri la deputata del Pdl si è detta dubbiosa sulla possibilità di querelare il direttore del Giornale, Vittorio Feltri, per aver pubblicato la notizia dell'esistenza del presunto video che riprenderebbe lei e l'europarlamentare di Forza Nuova in momenti privati. Ospite di "Otto e Mezzo" su La7 ha detto: "Non lo so, ho paura di querelare. Ho 90 giorni di tempo. Se Feltri mi dice chi c'è dietro, vediamo".

Arrestato il Boss Francesco De Vita

Il Tempo

Il boss mafioso Francesco De Vita, 55 anni, inserito nell'elenco dei cento latitanti più pericolosi d'Italia, è stato arrestato nelle campagne di Marsala dai carabinieri del comando provinciale di Trapani. De Vita, inserito nella «famiglia» mafiosa di Marsala e considerato uno degli esponenti di spicco della cosche trapanesi, deve scontare un ergastolo per omicidio ed è stato condanato anche per associazione mafiosa. Il latitante, che era ricercato dal 2000, è stato sorpreso oggi pomeriggio, all'interno di una villetta di contrada Ventresca, nel Marsalese. Non era armato e non ha opposto resistenza. L'indagine è stata coordinata dal procuratore aggiunto della Dda di Palermo, Teresa Principato.

Tellaro, ospizio in piazza è polemica: "Gli anziani frenano il turismo"

Redazione

La Spezia - Via i vecchietti dal Golfo dei Poeti. Tellaro, il paese che diede ospitalità a Mario Soldati e Lawrence, agli anziani non vuole offrirla. E' polemica nella piazzetta che si affaccia sul mare di uno dei borghi più belli della costa ligure. E proprio attorno a piazza Figoli, piccolo cuore del paese di mille abitanti, ruota la discussione.

I vecchietti frenano il turismo A infuocare gli animi il progetto di aprire una comunità alloggio per anziani proprio nella piccola piazzeta. Proposta osteggiata da un comitato che ritiene la presenza dei vecchietti un freno allo sviluppo turistico. Numerose associazioni assistenziali e sindacati di pensionati, come Arca Auser, Spi Cgil, Pleiadi, Unitre, Magazzini del Mondo, Anteas, Fnp Cisl, Azione Cattolica e Anpi, hanno scritto oggi una lettera aperta agli abitanti di Tellaro in cui sottolineano che "è semplicemente la vita che ci porta, se si è fortunati, ad invecchiare, non c’è nulla di scandaloso, antiestetico e, tantomeno, di antituristico".

La difesa degli anziani Nella lettera, le associazioni precisano che "gli anziani della comunità saranno autosufficienti, ma se anche non lo fossero, il passaggio di autoambulanze e carri funebri non sarà una visione così sconvolgente da turbare la villeggiatura di qualche nababbo o presunto tale". "Non crediamo affatto che Tellaro sia diventato un borgo di razzisti e di egoisti - precisano - forse è la voce di alcuni: vi invitiamo a far sentire forte la vostra voce a favore dell’uguaglianza e della solidarietà tra persone più deboli".

La piazza non può diventare un dormitorio Il Comune di Lerici, cui la frazione appartiene, ha dato parere favorevole al progetto ed il sindaco Emanuele Fresco ha giudicato vergognosa l’ostilità. Nel borgo sono comparsi nuovi cartelli, fra i quali alcuni in cui i cittadini scrivono "non ci stiamo a passare per intolleranti nei confronti degli anziani". E ribadiscono: "non è il ricovero in sè che non va, è il luogo: piazzetta Figoli non merita di diventare un dormitorio, la colpa è della schizofrenia delle istituzioni, che qui dovrebbero proporre iniziative per i turisti e per i giovani, e non strutture che non sono funzionali allo sviluppo turistico".

Morte Brenda, sequestrati abiti Barbara «Fu l'ultima a vedere il trans vivo»

Corriere della sera

ROMA - La squadra mobile della Questura di Roma ha sequestrato alcuni indumenti alla trans Barbara, amica di Brenda, coinvolta nel caso Marrazzo. Gli indumenti tra cui un cappotto, saranno ora sottoposti ad analisi chimiche per l'eventuale rilevazione di tracce di fuliggine o di liquido incendiario compatibili con il rogo divampato il 20 novembre scorso nell'appartamento di Brenda, il trans soffocato da ossido di carbonio.

INTERROGATA - Barbara, interrogata in Procura a Roma dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e dal pm Rodolfo Sabelli. Barbara, secondo quanto è stato accertato dagli investigatori chiamò un taxi alle 3.30 del 20 novembre, dando come riferimento il suo appartamento molto vicino a via Due Ponti. L'incendio nel monolocale divampò intorno alle 4, Brenda tornò a casa intorno alle 2 e Barbara sarebbe stata l'ultima persona a vederla ancora viva. La scorsa estate Barbara avrebbe denunciato Brenda per estorsione, avrebbe preteso somme di denaro dall'attività di prostituzione. Dopo Barbara, sarà sentita dai magistrati un'altra trans, Claudia.


02 dicembre 2009

Mani mozzate: «La vittima e l'assassino avevano avuto una relazione»

Corriere della Sera

Le figlie di Giuseppe Piccolomo lo hanno rivelato al gip. E spunta l'ipotesi di un complice a bordo della Nissan


MILANO - Giuseppe Piccolomo, arrestato per l'omicidio della pensionata Carla Molinari, trovata morta nella sua villetta di Coquio Trevisago con le mani mozzate, anni fa «ebbe una relazione extraconiugale con la signora Molinari». A dichiararlo sono state le figlie di Piccolomo, Nunzia e Cinzia, in una deposizione contenuta nell'ordinanza con cui il gip di Varese dispone il carcere per l'indagato. È il 29 novembre quando le sue figlie dichiarano: «Tanti anni fa, quando la mamma era ancora viva, ebbe una relazione extraconiugale con la signora Molinari».

«Cosa nota - osserva il gip - anche ai due fratelli dell'indagato». È stato interrogato anche Pier Cosma Turuani, il figlio di Teresina Turuani, una delle migliore amiche di Carla Molinari. E con lui sono stati convocati in questura altri abitanti di Cocquio Trevisago, per ricostruire i contatti fra Piccolomo e la tipografa in pensione, in cerca di un movente per un delitto tanto efferato. Intanto ancora non è stata trovata l'arma del delitto e le mani della donna, che l'assassino ha mozzato dopo averla uccisa. Il corpo di Carla Molinari rimane a disposizione della Procura di Varese, che non ha concesso il nulla osta per l'inumazione.

L'IPOTESI DI UN COMPLICE - Dall'ordinanza con la quale il Gip di Varese Giuseppe Fazio ha convalidato il fermo per omicidio volontario aggravato, pubblicata oggi da alcuni quotidiani, spunta anche l'ipotesi di un complice. «Il Gip rileva la presenza della Nissan di Piccolomo nel parcheggio del centro commerciale e nei pressi della casa della vittima tra le 12.48 e le 15.07 di quel giorno. «Ma quello che è doveroso evidenziare - scrive il giudice - è soprattutto l'elemento che riguarda la persona che, in quella fascia oraria, è stata ripresa sulla Nissan di Piccolomo: prima mentre si avvicina alla vettura e, successivamente, mentre si allontana dal parcheggio e transita in contrada Motto del Galli alla guida di essa. Tale persona non è identificabile nel Piccolomo».

Il Gip per delineare la personalità di Piccolomo fa riferimento «a minacce e sevizie» che nel tempo l'uomo avrebbe riservato alle figlie, alla loro madre e anche alla suocera. La prima moglie di Piccolomo morì in un incidente stradale nel febbraio del 2003. La donna morì carbonizzata in auto mentre il marito riuscì a salvarsi.

IL RICORSO - Intanto Simona Bettiati, l'avvocato di Giuseppe Piccolomo, si prepara a presentare ricorso al Tribunale del Riesame di Milano contro l'ordinanza di custodia cautelare nei confronti del suo assistito. «In linea di massima credo che faremo ricorso - ha detto l'avvocato - per non lasciare nulla di intentato. Prima però ne parlerò con il mio cliente, spetta a lui l'ultima parola». Giuseppe Piccolomo e il suo avvocato si sono incontrati per l'ultima volta domenica nel carcere dei Miogni di Varese, durante l'interrogatorio di convalida del fermo. «L'ordinanza di custodia cautelare - ha aggiunto Bettiati - è un provvedimento che non mi stupisce, l'importante è che il fermo non sia stato convalidato. Ci sono numerosi elementi - ha concluso - che possono dare spiegazioni logiche alternative ai maggiori elementi indiziali presentati dall'accusa, dai graffi sul volto ai mozziconi di sigaretta trovati nella casa».


02 dicembre 2009

Poveri" con barche e auto di lusso

Il Tempo


Un «tesoretto» pari a 87 milioni di maggiore imponibile venuto alla luce col sistema del «redditometro». Una tecnica molto semplice. In pratica, è stata raffrontata la ricchezza dichiarata dai «furbetti» con quella che emergeva dalla loro vita di tutti i giorni. È bastato effettuare controlli presso concessionarie di auto di lusso, capitanerie di porto e banche dati relative alle proprietà immobiliari per capire se il reddito corrispondeva o meno al reale tenore di vita.

A volte gli ispettori hanno fatto visita anche ad alcuni maneggi per capire come fosse possibile essere proprietari di intere scuderie di cavalli quando lo stipendio era appena sufficiente ad arrivare in fondo al mese. Ogni volta che il raffronto è apparso «sospetto» sono partiti controlli più mirati. Il risultato sono, appunto, quei 29 milioni mai dichiarato

Dichiaravano 1.000-1.500 euro al mese ma guidavano Ferrari, avevano ville e yacht. I finti poveri con beni di lusso finiti nella rete dell’Agenzia delle Entrate dall’inizio dell’anno sono 1.400. Grazie agli accertamenti della Direzione regionale sono stati recuperati 29 milioni sottratti al fisco.

Un «tesoretto» pari a 87 milioni di maggiore imponibile venuto alla luce col sistema del «redditometro». Una tecnica molto semplice. In pratica, è stata raffrontata la ricchezza dichiarata dai «furbetti» con quella che emergeva dalla loro vita di tutti i giorni. È bastato effettuare controlli presso concessionarie di auto di lusso, capitanerie di porto e banche dati relative alle proprietà immobiliari per capire se il reddito corrispondeva o meno al reale tenore di vita.

A volte gli ispettori hanno fatto visita anche ad alcuni maneggi per capire come fosse possibile essere proprietari di intere scuderie di cavalli quando lo stipendio era appena sufficiente ad arrivare in fondo al mese. Ogni volta che il raffronto è apparso «sospetto» sono partiti controlli più mirati. Il risultato sono, appunto, quei 29 milioni mai dichiarati.

I finti poveri il più delle volte non facevano molto per nascondere la loro ricchezza. Viaggiavano su Porsche e Jaguar dichiarando una busta paga da operaio. C'era chi non arrivava neanche a diecimila euro di reddito all'anno nonostante possedesse sette negozi in centro.

Come era possibile che chi diceva di guadagnare 600 euro al mese ne pagasse 800 per mantenere un cavallo? Per non parlare di chi era proprietario di tre immobili acquistati in soli due anni del valore di 540 mila euro, oltre a quattro veicoli tra auto e moto di lusso, e che denunciava solo 21 mila euro l'anno. O chi affrontava spese «folli» (130 mila euro) per premi assicurativi e per il pagamento di leasing per barche e auto ma dichiarava meno di 20 mila euro.

In media è stato calcolato che ciascun contribuente colto con le mani nel sacco ha evaso imposte per circa 18.600 euro alle quali sono state applicate sanzioni per 16 mila euro. Il direttore regionale dell'Agenzia, Eduardo Ursilli, però ha annunciato che il giro di vite non si ferma di certo qui: «Intensificheremo i controlli nei confronti di coloro che presentano una capacità di spesa manifestamente incongruente con i redditi dichiarati». La caccia è ancora aperta.

Dario Martini

02/12/2009

Palermo, arrestato ex direttore di banca Rubava dai conti dei clienti

Quotidianonet


E' finito ai domiciliari l'ex responsabile di alcune filiali bancarie a Bagheria, Santa Flavia e Trabia con l'accusa di aver fatto sparire oltre 2 milioni e mezzo di euro dai conti dei clienti delle sedi da lui dirette

Palermo, 2 dicembre 2009 - L’ex direttore di alcune filiali del Banco di Sicilia (gruppo Unicredit spa) in provincia di Palermo, Giuseppe Lo Cascio, 49 anni, è stato posto agli arrestati domiciliari dalla Guardia di finanza in esecuzione di un’ordinanza del gip di Termini Imerese, con l’accusa di aver fatto sparire oltre 2 milioni e mezzo di euro dai conti dei clienti delle sedi da lui dirette a Bagheria, Santa Flavia e Trabia.

Le indagini erano partite dagli esiti di un rapporto di audit, redatto dal team controlli interni del Banco di Sicilia, da cui era emerso che nel settembre scorso alcuni clienti avevano richiesto la situazione ufficiale dei propri investimenti e copia di tutta la documentazione relativa alla movimentazione dei loro conti correnti, formulando reclami sia verbali che per le vie legali circa la sussistenza di cospicui ammanchi.

Una ventina i correntisti interessati, per un totale di circa due milioni e mezzo. L’indagato, che si era dimesso nel luglio scorso da direttore della filiale di Trabia, secondo l’accusa aveva aperto conti correnti disconosciuti dagli intestatari, operando su di essi prelevamenti in contanti o con assegni circolari presentando allo sportello moduli dispositivi recanti apparentemente la firma dei legittimati, aveva sottoscritto fondi di investimento con false certificazioni e smobilizzato investimenti in titoli di Stato, accreditando il controvalore su conti correnti domiciliati presso la banca.Le perquisizioni a cario del bancario hanno portato al sequestro, tra l’altro, di agende, documentazione creditizia, appunti manoscritti con cifre e conti, due computer e parecchi supporti hardware.

agi

Cucciolo avvolto nel filo spinato e usato come pallone

Quotidianonet

Il piccolo cagnolino è stato salvato dai volontari di alcune associazioni animaliste dalla furia inaudita di alcuni bambini in una provincia del sud Italia


Verona, 2 dicembre 2009 - Era stato avvolto nel filo spinato e poi usato come un pallone da calcio. È la storia di un piccolo cagnolino che è stato salvato dai volontari di alcune associazioni animaliste dalla furia inaudita di alcuni bambini che in una provincia del sud Italia, che non è stata resa nota, hanno trasformato il cucciolo di 5 mesi in una palla.

L’intervento degli animalisti è stato provvidenziale ed ha consentito di salvare l’animale che è stato trasportato e curato a Verona. Il cucciolo aveva gravissime ferite su tutto il corpo provocategli dai calci e dagli aculei del filo spinato.

Adesso il piccolo ‘Spighetto', questo il suo nome, cerca una nuova famiglia e, come riporta l’annuncio con la storia del cucciolo, "mi raccomando sono adottabile solo da veri amanti degli animali. Niente calcio...". Per l’adozione c’è a disposizione la mail emigi.vr libero.it.

Fuorionda, Umberto Bossi duro: "Gianfranco Fini è un ex fascista e ora è un amico della sinistra"

Quotidianonet

Catturato da una tv il dialogo sul premier (GUARDA IL VIDEO) fra il presidente della Camera e il procuratore di Pescara: "Ha il consenso, non l'immunità". Parla anche delle dichiarazioni del pentito Spatuzza: "Una bomba atomica". In serata a Ballarò dice: "Berlusconi con la mafia non c'entra". Ma il Presidente del Consiglio non ci sta: "Cio' che ha detto e' la prova del complotto"

Milano, 2 dicembre 2009 - "Fini ritratti o si dimetta". Dopo Il fuorionda di Pescara, Silvio Berrlusconi e' furioso con il presidente della Camera. "Cio' che ha detto e' la prova del complotto. Ora basta".

Il presidente della Camera Gianfranco Fini parla di un premier che confonde il suo consenso con l’immunità, definisce le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza sul premier "una vera bomba atomica" (auspicando che siano verificate "con scrupolo") e lascia spazio anche a qualche battuta. Questo, in sintesi, il contenuto del fuorionda della terza carica dello Stato, colto durante un convegno a Pescara.

In un passaggio del dialogo 'catturato', il suo interlocutore gli fa notare che Silvio Berlusconi “è nato con qualche millennio di ritardo, voleva fare l’imperatore romano”. E Fini replica: “Ma io glielo ho detto, confonde la leadership con la monarchia assoluta. Poi in privato gli ho detto: ricordati che gli hanno tagliato la testa a... Quindi statte quieto”.

IL NO COMMENT DELL'INTERLOCUTORE - "No comment". Così ha risposto all’Ansa il Procuratore capo di Pescara, Nicola Trifuoggi, dopo la pubblicazione del fuorionda del suo colloquio con Gianfranco Fini. Il procuratore coordina l’inchiesta sulle presunte tangenti nel settore della sanità che portò l’anno scorso all’arresto dell’allora governatore dell’Abruzzo Ottaviano Del Turco e quella sull’arresto dell’ex sindaco di Pescara Luciano D’Alfonso. Trifuoggi è in corsa per la carica di procuratore generale di Roma; l’altro candidato è invece Luigi Ciampoli, sostituto Pg in Cassazione.

IL PDL: ORA STA A FINI SPIEGARE - "Non commentiamo i fuorionda. Nell’ultimo ufficio di presidenza del Pdl ci siamo espressi all’unanimità sull’utilizzo dei cosiddetti ‘pentiti’, sull’uso politico della giustizia, sul tentativo in atto di ribaltare il risultato della ultime elezioni politiche. Quel documento per tutti noi esprime la linea di fondo del Pdl. Tocca ora al presidente della Camera spiegare il senso delle sue parole e se con quelle ragioni è ancora d’accordo". E’ quanto afferma il portavoce del Popolo della Libertà, Daniele Capezzone, al termine di un incontro tra i vertici del Pdl in via dell’Umiltà.

MA FINI NON ARRETRA - "Sono presidenzialista da quando Bondi militava nel Pci. Ma il Presidente eletto dal popolo ha il dovere di rispettare gli altri poteri: l’ordine giudiziario, il parlamento, la Corte Costituzionale, le altre magistrature. Quindi non ho nulla da chiarire e non cambio opinione. Dico le stesse cose nel pubblico e nel privato". Queste le parole del presidente della Camera, Gianfranco Fini, in una telefonata a Ballarò.

"Sono convintissimo che Berlusconi non c’entri nulla con la mafia", afferma poi Fini. "La magistratura - dice ancora - deve esprimere il massimo impegno e il massimo scrupolo per verificare le dichiarazioni dei pentiti che chiamano in causa il premier". La terza carica dello stato ha però anche sottolineato: "Non perdo fiducia nella magistratura. Penso a Falcone e Borsellino e a tutti gli altri giudici caduti sotto i colpi della mafia con tutti gli errori che possono commettere meritano la nostra totale fiducia, perché altrimenti dovrei perdere fiducia nella nostra democrazia".

DI PIETRO - "Prendo atto con soddisfazione che Fini dice in privato ciò che l’Italia dei Valori dice in pubblico e cioè che abbiamo a che fare con un imperatore alla maniera di Nerone che gode vedendo il nostro Paese bruciare”, dice il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro. “Ci auguriamo - prosegue l’ex pm - che anche Fini passi dalle parole ai fatti e spegnere l’interruttore di questa legislatura e di questo governo prima che sia troppo tardi”.

"Gianfranco Fini? ‘Un ex fascista ora amico della sinistra'. Silvio Berlusconi? ‘Lo controlliamo bene. Senza i voti della Lega va a casa'. Parole di Umberto Bossi durante una cena in un noto albergo milanese in onore del presidente del parlamento catalano Ernest Benach i Pascual, che chiede notizie sulla politica italiana. ‘Vuole dare il voto agli immigrati - spiega il Senatùr - ma la nostra gente non lo seguirà. Forse quando la Padania sarà diventata davvero una nazione-stato, potremmo anche farlo. Ma non ora. Da noi, i musulmani sbatteranno sempre le corna. In Europa non so, ma la Lombardia da sempre ha eretto un muro contro l´Islam. Prima dei diritti da noi contano i doveri'". .

LEGGI LA TRASCRIZIONE INTEGRALE

Fini: "A Scampia c'è un altro sacerdote che si chiama Don Aniello e di cognome Mancaniello, ed è un personaggio come questo (ndr Don Luigi Merola). Una volta è venuto un guappo e lui gli ha detto 'Io non sono un prete, so un mancaniello!'"

Subito dopo il presidente della Camera indica a don Merola, che si lamentava del fatto di non essere ancora mai riuscito ad incontrare il ministro Gelmini, il suo segretario personale.

Fini: "Qualche giorno fa rileggevo un libro sull'Italia giolittiana e a Giolitti, che era considerato il ministro della malavita, un oppositore gli disse: 'Lei rappresenta lo stato... participio passato del verbo essere'. Efficace, no?"

Trifuoggi: "Potrebbe essere riesumata"

Fini: "Infatti non escludo di farlo, citando la fonte... prima o poi lo faccio"

Fini (riferendosi ad Aldo Pecora): "Lui è un creativo nato, perché il movimento lo ha chiamato 'Ammazzateci tutti'... e sì... il talento è quello"

Pecora nell'ambito del suo discorso afferma: "Noi siamo di passaggio, qua nessuno è eterno, non si vive in eterno"

E allora Fini commenta: "... se ti sente il Presidente del Consiglio si incazza"

Fini: "Sono un ragazzaccio io... come dicevano i greci... poco se mi giudico molto se mi confronto... è così, sembra una battuta invece è una massima di vita. E' l'umiltà e nello stesso tempo la consapevolezza di vivere"

Fini: "Per i ragazzi come questi (riferendosi a Pecora) .. è chiaro che una delusione a 23 anni, non alla nostra età, ti toglie qualunque possibilità di credere nella vita"

Fini, rivolgendosi a Pecora: "Con la giacca e la cravatta sei ancora più bravo"

Fini: "E' che con i ragazzi non parli con le parole ma con gli esempi"

Fini: "Il riscontro delle dichiarazioni di Spatuzza (ndr il pentito Gaspare Spatuzza)... speriamo che lo facciano con uno scrupolo tale da... perché è una bomba atomica"

Trifuoggi: "Assolutamente si... non ci si può permettere un errore neanche minimo"

Fini: "Si perché non sarebbe solo un errore giudiziario, è una tale bomba che... lei lo saprà .. Spatuzza parla apertamente di Mancino, che è stato ministro degli Interni, e di ... (ndr Berlusconi?)... uno è vice presidente del CSM e l'altro è il Presidente del Consiglio..."

Trifuoggi: "Pare che basti, no"

Fini: "Pare che basti"

Trifuoggi: "Però comunque si devono fare queste indagini"

Fini: "E ci mancherebbe altro"

Fini: "No ma lui, l'uomo confonde il consenso popolare che ovviamente ha e che lo legittima a governare, con una sorta di immunità nei confronti di... qualsiasi altra autorità di garanzia e di controllo... magistratura, Corte dei Conti, Cassazione, Capo dello Stato, Parlamento... siccome è eletto dal popolo...

Trifuoggi: "E' nato con qualche millennio di ritardo, voleva fare l'imperatore romano"

Fini: "Ma io gliel'ho detto... confonde la leadership con la monarchia assoluta.... poi in privato gli ho detto... ricordati che gli hanno tagliato la testa a... quindi statte quieto"

Fini applaude Nino Di Matteo ed esclama "Bravo"

Nino Di Matteo, sostituto procuratore della Direzione Nazionale Antimafia di Palermo, con il collega Antonio Ingroia, sta raccogliendo le dichiarazioni di Massimo Ciancimino (ndr figlio di Vito) sulla trattativa avvenuta nel '92 fra Cosa nostra e pezzi dello Stato.
E' inoltre PM del processo Mori.

Sesto San Giovanni, choc in asilo Bimbi costretti a mangiare il vomito Arrestate due maestre

Quotidianonet

Arrestate la responsabile e un'insegnante, entrambe italiane. L'indagine era partita ad agosto dopo le denunce e segnalazioni di alcuni genitori. A inchiodare le indiziate alcuni video girati con le telecamere di sorveglianza


Pistoia, 2 dicembre 2009


Due maestre di un asilo nido privato di Pistoia sono state arrestate dagli agenti della squadra mobile per presunti maltrattamenti su bambini. In carcere sono finite la responsabile del nido, Anna Scuderi, 41 anni, di Pistoia, residente a Quarrata, e l’insegnante Elena Pesce, 28 anni, residente a Pistoia.

L'indagine era iniziata nell’agosto scorso dopo le segnalazioni e le denunce presentate dai genitori di alcuni bambini che in passato avevano frequentato l’asilo nido. La polizia ha, quindi, piazzato telecamere di sorveglianza all'interno dei locali.

Telecamere che oggi hanno ripreso una scena sconvolgente: un bambino di otto-dieci mesi che vomita, gli schiaffi sulla sua nuca da parte di una educatrice, il piccolo che cade sul vomito e la donna che lo solleva da terra prendendolo per un braccio con violenza.

Immediato è scattato l'arresto delle due donne in flagranza di reato. "Davanti a questa immagine ripresa dalle telecamere che avevamo installato nella scuola - ha detto il procuratore Renzo Dell’Anno - non potevamo attendere oltre. Dovevamo tutelare i bambini e non potevamo permettere altri maltrattamenti".

Tra i maltrattamenti che i filmati della questura hanno registrato ci sono anche scappellotti ai bambini e pressione sulla bocca al momento dei pasti per costringere i piccoli a mangiare. Questi particolari sono stati rivelati dal procuratore. E sempre il magistrato ha reso noto che, tra l'altro, i bambini erano anche obbligati a "mangiare il loro vomito".

Carlo De Benedetti denuncia: «Manomessa la mia auto»

Corriere della sera

«Intrusiva e dolosa manomissione sulla vettura utilizzata per i suoi spostamenti a Roma»

ROMA - «L'ingegner Carlo De Benedetti ha presentato alla Procura della Repubblica di Roma denuncia contro ignoti per un'intrusiva e dolosa manomissione rilevata all'interno dell'autovettura da lui utilizzata per i suoi spostamenti a Roma». Ne dà notizia un portavoce del Gruppo Espresso di cui De Benedetti è presidente.


02 dicembre 2009



Brunetta: «I compensi dei conduttori Rai nei titoli delle trasmissioni»

Corriere della sera


MILANO - I compensi dei conduttori inseriti nei titoli di testa e di coda delle trasmissioni Rai. È l'idea del ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta.

CON MASI - Intervendendo a «Cominciamo bene» di Rai Tre, il ministro lancia una proposta su cui sta lavorando con il direttore generale Mauro Masi. «Dobbiamo pubblicare nei titoli di testa e di coda delle trasmissioni Rai tutti i compensi dei conduttori. Sto cercando di fare trasparenza e ci riuscirò, anche nella Rai che ha un azionista pubblico. Vuol dire dare il giudizio nelle mani dei cittadini», afferma. La Rai, aggiunge, «è un concentrato di professionalità. Perché fare figli e figliastri? Ne ho parlato con il direttore Masi e stiamo lavorando».


02 dicembre 2009

La casta evita la scure: salva le poltrone e non taglia gli stipendi

di Gian Battista Bozzo


Roma Inatteso stop al taglio di poltrone e, in qualche caso, degli stipendi negli enti locali. La «cura Calderoli» contenuta nel Codice delle autonomie era stata inserita nella Finanziaria con un emendamento che è caduto sotto la scure della commissione Bilancio della Camera, insieme con la maggior parte del pacchetto governativo. Dodici proposte di modifica su 14 non hanno superato l’esame di ammissibilità, e dovranno essere meglio specificate oppure ripresentate.

Sopravvivono solo il cedolino unico per gli statali, gli sgravi fiscali per le banche che hanno aderito alla moratoria sui debiti delle piccole e medie imprese, il turnover per i corpi di polizia, le misure fiscali per l’Abruzzo.

La commissione Bilancio ha valutato solo gli otto emendamenti su cui il governo ha presentato la relazione tecnica, spiega il presidente Giancarlo Giorgetti (Lega Nord), mentre gli altri sono da considerarsi non presentati. Tra i testi congelati, la tabella con la ripartizione dei fondi provenienti dallo scudo fiscale, che indica solo l’elenco delle voci di spesa in cui saranno destinati i 3,7-4 miliardi di entrate straordinarie, ma non le cifre voce per voce. «Sarà ripreso in considerazione solo quando ci sarà la ripartizione esatta delle singole voci», aggiunge Giorgetti.

Fra gli emendamenti bocciati in commissione, il codice delle autonomie, con tutto il corollario di tagli alle 160.000 poltrone degli enti locali: l’emendamento prevedeva la riduzione del 27% dei consiglieri e degli assessori comunali e provinciali, il taglio delle comunità montane e delle circoscrizioni, l’addio ai difensori civici. Norme ordinamentali che, secondo la commissione, esulano dalla Finanziaria.

E cade la norma secondo la quale gli stipendi dei consiglieri regionali non possono superare quelli dei parlamentari nazionali, sospettata di incostituzionalità. «L’emendamento sarà riformulato e lo ripresenteremo: ci stiamo lavorando», assicura il ministro Roberto Calderoli. Secondo Marco Milanese (Pdl), consigliere politico di Tremonti, le inammissibilità saranno rimosse presto, «una volta eliminate le problematiche tecniche».

I due pacchetti lavoro e giustizia, privi di relazione tecnica, sono stati semplicemente accantonati, così come la ricapitalizzazione della società «Stretto di Messina», i finanziamenti per Roma capitale, e alcune modifiche minori. Bocciati solo in parte l’emendamento sul dissesto idrogeologico - viene fatto salvo lo stanziamento da un miliardo di euro - e quello sul patto per la salute. Le relazioni tecniche sono in arrivo, e saranno valutate dalla commissione, «ma gli emendamenti inammissibili - spiega ancora Giorgetti - non potranno mantenere la stessa formulazione».

Salta parzialmente anche l’emendamento sulla Banca del Sud, di origine parlamentare: non sono state accettate le norme sul riordino del credito cooperativo (finanziamenti, emissione di azioni ed altre misure di governance) che avrebbero dovuto accompagnare la nascita della banca cara al ministro dell’Economia. Il 60% degli emendamenti parlamentari non ha superato l’esame di ammissibilità: ne restano perciò 940 sui 2400 presentati. Fra i bocciati, la proposta del Pdl per gli interventi a favore della «banda larga».

Sono invece sopravvissuti alla mannaia gli sgravi fiscali per le banche aderenti alla moratoria a favore delle piccole e medie imprese, con un risparmio valutato in quasi 50 milioni di euro. Resta anche il cedolino unico per i «travet»: stipendio, straordinari ed incentivi saranno riuniti in un’unica busta paga, come nel settore privato, e questo consentirà di calcolare subito prelievo e detrazioni Irpef.

Per il solo 2011 la norma porterà 200 milioni nelle casse dello Stato. Salvi anche gli 1,5 miliardi in 4 anni per l’assunzione di agenti di polizia e vigili del fuoco; e la proroga al giugno 2010 della sospensione tributaria e contributiva in Abruzzo.

Fuorionda, Fini: non devo spiegazioni Berlusconi ribatte: "La porta è quella"

di Redazione



Roma - "L’uomo confonde il consenso che ovviamente ha e che lo legittima a governare con una sorta di immunità nei confronti di qualsiasi altra autorità di garanzia: magistratura, Corte dei conti, Cassazione, capo dello Stato, Parlamento. Siccome è eletto dal popolo...". Sorpreso in un fuori onda durante un convegno a Pescara, il presidente della Camera Gianfranco Fini torna a parlare del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: non sa che i microfoni sono aperti e parla a ruota libera con un magistrato suo amico.

"Sul filmato 'rubato' non ho nulla da chiarire, non debbo dare alcuna spiegazione", ha commentato Fini intervenendo telefonicamente in diretta a Ballarò. Il premier "sbigottito" confida ai suoi: "E' un errore da principiante. La misura è colma, la porta è quella".

Consenso e immunità Secondo il presidente della Camera, Berlusconi "confonde il consenso popolare che ovviamente ha e che lo legittima a governare, con una sorta di immunità nei confronti di qualsiasi altra autorità di garanzia e di controllo". Parlando con il procuratore della Repubblica Nicola Trifuoggi, seduto accanto a lui, in occasione della giornata conclusiva del Premio Borsellino, il 6 novembre scorso a Pescara, Fini racconta di aver più volte detto al premier di "confondere la leadership con la monarchia assoluta".

"Poi in privato gli ho detto - ha quindi continuato il presidente della Camera - ricordati che gli hanno tagliato la testa a...". "Quindi statte quieto", ha poi chiosato Fini replicando così a una battuta del procuratore Trifuoggi che aveva detto: "E' nato con qualche millennio di ritardo, voleva fare l’imperatore romano".

Spatuzza e i nuovi scenari "Il riscontro delle dichiarazioni di Spatuzza speriamo che lo facciano con uno scrupolo tale da... perchè è una bomba atomica", ha poi detto Fini replicando a Trifuoggi che aveva detto: "Non ci si può permettere un errore neanche minimo". E Fini: "Sì, perché non sarebbe solo un errore giudiziario, è una tale bomba che...". Poi Fini ha parlato delle persone coinvolte:

"Lei lo saprà... Spatuzza parla apertamente di Mancino, che è stato ministro dell’Interno, e di (qui l’audio è disturbato e non si sente il nome pronunciato da Fini, ndr) uno è vicepresidente del Csm, e l’altro è il presidente del Consiglio". "Pare che basti", ha quindi commentato Trifuoggi. "Pare che basti", ha subito replicato il presidente della Camera. "Però, comunque, si devono fare queste indagini", ha insistito l’interlocutore di Fini che ha, poi, risposto: "Ci mancherebbe altro".

La battuta sull'immortalità Nessuno è immortale? "Se ti sente il presidente del Consiglio si incazza...", ha poi scherzato Fini durante il discorso di Aldo Pecora, portavoce del movimento antimafia "Ammazzateci tutti". "Noi siamo di passaggio, qua nessuno è eterno, non si vive in eterno", ha detto il giovane. Allora Fini ha commentato: "Se ti sente il presidente del Consiglio si incazza...".

Ma la conversazione tra il presidente della Camera e Trifuoggi va avanti: "Qualche giorno fa - afferma Fini - rileggevo un libro sull’Italia giolittiana e a Giolitti, che era considerato il ministro della malavita, un oppositore disse: 'Lei rappresenta lo stato... participio passato del verbo essere'. Efficace, no?". "Potrebbe essere riesumata", ha quindi replicato il magistrato. "Infatti non escludo di farlo, citando la fonte... prima o poi lo faccio", ha infine concluso il presidente della Camera.

Pdl: "Tocca a Fini dare spiegazioni" "Non commentiamo i fuorionda. Nell’ultimo ufficio di presidenza del Pdl ci siamo espressi all’unanimità sull’utilizzo dei cosiddetti pentiti, sull’uso politico della giustizia, sul tentativo in atto di ribaltare il risultato della ultime elezioni politiche. Quel documento per tutti noi esprime la linea di fondo del Pdl. Tocca ora al presidente della Camera spiegare il senso delle sue parole rese note da Repubblica Tv e se con quelle ragioni è ancora d’accordo". È quanto afferma il portavoce del Popolo della Libertà, Daniele Capezzone, al termine di un incontro tra i vertici del Pdl in via dell’Umiltà.

Mancino: sempre forte il mio impegno contro la mafia "Ignoro il contenuto delle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza sul mio conto; ribadisco l’assoluta mia estraneità ad ogni forma di coinvolgimento nella presunta trattativa Stato-mafia, che, se avvenuta, non è stata mai portata alla mia conoscenza", sottolinea il vice presidente del Csm Nicola Mancino in una nota in cui fa presente che il suo impegno contro la mafia è stato "sempre forte e determinato".

"Posso solo dire di avere, prima delle stragi, nella mia qualità di capogruppo dei Senatori democristiani - sottolinea Mancino - contribuito all’approvazione di una rigorosa legislazione antimafia per evitare la prescrizione dei reati collegati al maxiprocesso, alla istituzione della Direzione Nazionale Antimafia e della DIA e all’approvazione dell’art.41 bis.

Ne parlano gli atti parlamentari". "Con pari coerenza, da ministro dell’Interno - osserva ancora il vice presidente del Csm - ho dato impulso e motivazione all’attività di contrasto alla criminalità organizzata. Lo testimoniano i lusinghieri risultati di quegli anni". Mancino conclude dicendosi "certo che i magistrati che ascolteranno il pentito Spatuzza sapranno dirigere gli interrogatori con lo scrupolo che viene loro riconosciuto".

Fini chiama Mancino Fini ha telefonato nel pomeriggio al vice presidente del Csm Nicola Mancino per chiarire l’ equivoco da lui commesso tra le dichiarazioni del pentito Spatuzza e quelle di Massimo Ciancimino. Nella conversazione con Mancino, il presidente della Camera ha spiegato di aver fatto confusione attribuendo a Spatuzza quanto aveva detto in un primo tempo il figlio del sindaco di Palermo a proposito della presunta trattativa tra lo Stato e la Mafia. Massimo Ciancimino aveva affermato di aver saputo da suo padre che la mafia aveva individuato nell’ allora ministro dell’ interno un suo interlocutore. In seguito aveva corretto questa sua versione sostenendo che Cosa nostra aveva trovato un altro interlocutore di fiducia. Per queste sue dichiarazioni Mancino ha querelato Massimo Ciancimino.

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Bossi: da noi i musulmani sbatteranno le corna

di Sabrina Cottone


Milano - «Qui i musulmani sbatteranno sempre le corna» profetizza Umberto Bossi, che tra il referendum sui minareti e la visita al presepe del Comune di Milano sembra prendere sul serio il ruolo di difensore dei cristiani assediati dagli infedeli. Novello Calvino lombardo, fonde religione e politica a tavola con il presidente del Parlamento catalano, l’indipendentista di sinistra Ernest Benach in visita all’assemblea regionale lombarda e poi al sindaco di Milano, Letizia Moratti.

Ad accoglierlo lunedì sera, in una sala riservata dell’Hotel Gallia, proprio il Senatùr, che durante la cena (portate rigorosamente lombarde) ha discusso con lui di immigrazione e rapporti con l’islam. «Abbiamo un bravo ministro dell’Interno, Roberto Maroni». Così i musulmani «in Europa forse entrano, qui da noi no di sicuro. La Lombardia è un muro per l’islam».

Posizioni non vicinissime, messe a confronto con tanto di traduzione ufficiale. Benach (lo ha raccontato in consiglio regionale) ha tra i ricordi più cari l’emozione di essere entrato in una scuola dove gli alunni erano marocchini e rom e tutti parlavano catalano. Così, addentando l’ossobuco di fronte a Bossi, si lascia andare a un elogio del presidente della Camera italiana: «Mi ha colpito il discorso di Fini sul voto agli immigrati. Noi siamo per la teoria dei diritti e dei doveri».

Bossi replica senza timore di causare incidenti diplomatici. A proposito del controverso alleato: «Da noi il vero amico della sinistra è un ex fascista, Gianfranco Fini. Il suo problema è: come faccio a battere la Lega? Non prenderà mai i voti della Lega. Lui vuole dare il voto agli immigrati, ma la nostra gente non lo seguirà». Ed ecco le tappe dell’integrazione secondo Bossi: «Prima i doveri. Quando la Padania sarà diventata una nazione Stato magari gli daremo il voto anche noi». Magari. In futuro.

Oggi l’eroe di Umberto Bossi si chiama Marco d’Aviano. Il frate cappuccino del Seicento, santo per volere di Giovanni Paolo II, annovera tra i tanti meriti spirituali l’aver fermato l’avanzata dei Turchi nella battaglia di Vienna del 1683, combattuta con la spada e con la croce. «Stiamo preparando un film su Marco d’Aviano» racconta Bossi al presidente del Parlamento catalano che lo ascolta interessato. «La cavalleria padana ci salvò dai musulmani, fu un altro Undici Settembre». E in effetti l’esercito guidato dall’imperatore Leopoldo I e sostenuto da papa Innocenzo XI salvò Vienna dall’assedio dell’esercito ottomano nella notte tra l’11 e il 12 settembre del 1683.

Statue e quadri del beato padre Marco d’Aviano lo immortalano con la croce nella mano destra, nell’atto di fermare i seguaci di Allah ansiosi di sottomettere l’Europa. Insomma, Marco d’Aviano è il simbolo del cristianesimo più identitario e meno gradito ai fondamentalisti dell’islam, tanto che per il giorno della beatificazione il Vaticano chiese alla polizia italiana di incrementare le misure di sicurezza proprio temendo qualche rappresaglia. «Qui i musulmani sbatteranno sempre le corna» insiste Bossi, che nei giorni scorsi era scivolato in una previsione fosca: «Se facessero un referendum in Italia, andrebbe male anche alle chiese».

La conversazione scivola sulle elezioni in arrivo nel 2010. «Noi rischiamo di perdere» confessa il catalano Benach, che si gioca a breve la riconferma a presidente del Parlamento a Barcellona. Bossi risponde con grande spavalderia: «Noi governiamo la Lombardia e il Veneto». Tra la rivendicazione e l’auspicio. Spiega così i rapporti con il «grande capitalista» Silvio Berlusconi: «Lui ha i voti della gente ma noi lo controlliamo bene. Senza i voti della Lega Berlusconi va a casa».

Quando arriva in tavola il panettone farcito alla crema zabaione, si accende la battaglia tra nazioni aspiranti autonome su Cristoforo Colombo. Nonostante il navigatore non sia proprio l’esempio dell’eroe indipendentista, Benach si interroga scherzoso: «Era padano o catalano?». Bossi non ha dubbi: «Era un padano ligure». Al servizio della causa cristiana.

Troppo grasso: straborda dal sedile

Corriere della sera

Un uomo corpulento invade lo spazio del suo vicino. Si riaccende il dibattito sulla tassa per gli extralarge



MILANO - Non è nuova l'idea presa in esame da molte compagnie aeree di applicare una fat tax ai passeggeri obesi: a lanciare il sasso era stata per prima la Ryanair, favorevole a una "tassa sul sovrappeso" da imporre a coloro che, causa dimensioni, finiscono per invadere anche parte del sedile accanto. Se la proposta è stata momentaneamente accantonata a causa delle tante critiche, il dibattito si è tuttavia nuovamente riacceso in questi giorni dopo che una curiosa foto ha cominciato a circolare sul web.

SICUREZZA - Nello scatto, realizzato con un cellulare a bordo di un Boeing 757 (GUARDA), si vede un passeggero molto corpulento che invade lo spazio del viaggiatore accanto e quello della corsia. L'immagine è apparsa qualche giorno fa su flightglobal.com, un blog di viaggi aerei, ripresa ora da diversi media. A quanto riporta l'inglese Daily Telegraph, lo scatto sarebbe opera di un assistente di linea in viaggio su un volo dell'American Airlines: con questa prova fotografica avrebbe voluto render ancora più chiaro a suoi superiori quanto possa essere difficile far viaggiare simili passeggeri nella classe economica.

Anche se in alcuni commenti si avanza l'ipotesi che la foto possa essere un semplice fotoritocco, l'autore del blog Kieran Daly si dice sicuro: «Mi è stata spedita con l'assoluta assicurazione di essere genuina, scattata da un assistente di volo dell'American Airlines». La foto avrebbe lo scopo di dimostrare che una possibile "tassa sul grasso" non sarebbe affatto pregiudizievole verso le persone in sovrappeso, ma anzi di aiuto. Inoltre, è anche chiaro che l'uomo ripreso può rappresentare un potenziale pericolo per gli altri passeggeri a bordo in quanto contravviene alle regole sulla sicurezza in volo: in caso di fuga risulta difficoltoso mettersi in salvo se ostacolati.

TASSA - Insomma, in tempi di vacche magre sono gli obesi quelli che rischiano di pagare di più: lo scorso aprile la Ryanair aveva annunciato la possibilità di introdurre un sovrapprezzo per gli extralarge a bordo. Alcune compagnie, tra cui l'americana United, fanno già pagare di più gli obesi se non entrano nei normali sedili di classe economica. Come verificarlo? Devono riuscire ad abbassare i braccioli, mettere la cintura di sicurezza (anche con un'estensione): se non ce la fanno, o devono comprare un posto in più, o passano su un altro volo meno affollato. Anche l'American Airlines pretende normalmente che una taglia forte acquisti due posti a sedere, a meno che il volo non abbia posti liberi. In questo caso però il volo era al completo.

Elmar Burchia
01 dicembre 2009

Il ricattatore: «Parlai del video della Mussolini a Storace e Binetti»

Corriere della sera

Cacciotti: «Lui mi disse che non gli interessava, lei di informare Quagliariello»

ROMA - Sparge nuovi vele­ni Andrea Cacciotti. L’uomo
ac­cusato di tentata estorsione nell’inchiesta sul video che
ri­trarrebbe la parlamentare del Pdl Alessandra Mussolini e il leader
di Forza Nuova Roberto Fiore in atteggiamenti intimi coinvolge altri
politici nella vi­cenda. Lui — che agli inizi di settembre spedì una
lettera al­la presidenza del Consiglio chiedendo un milione di euro per
vendere il filmato — sostie­ne di aver visto le immagini il 16 agosto
scorso e di aver subi­to avvertito Francesco Storace e la deputata del
Pd Paola Bi­netti «perché conosco entram­bi da anni e volevo un
consi­glio ». Lo ripeterà domani al procuratore aggiunto Pietro
Sa­viotti che lo ha convocato per l’interrogatorio. E — annuncia —
«racconterò altri dettagli».


L’indagine mira a stabilire chi ci sia dietro il ricatto politi­co.
I magistrati appaiono infat­ti convinti che il vero obiettivo
di
chi ha contattato svariati giornalisti a partire dal maggio scorso non
fosse quello di fare soldi, ma veicolare l’informa­zione e così mettere
in difficol­tà i due esponenti politici. Cac­ciotti — che vanta
svariate de­nunce per truffa — sostiene che a lui il filmato «fu
mostra­to da un uomo che mi aveva contattato prima delle elezioni
europee, quando si seppe che io avevo proposto la candidatura di
Fa­brizio Corona. Ci sentimmo al telefo­no varie volte e ci vedemmo in
estate.


Mi fece vedere le immagini su un cel­lulare a schermo grande e mi chiese di metterlo in con­tatto con Corona perché
secon­do lui era l’unico a poter gesti­re la vicenda».

Attraverso l’esa­me dei tabulati con l’elenco delle chiamate fatte e ricevute non
dovrebbe essere difficile accertare se questo personag­gio esista
davvero. «Girava con un’auto di servizio e mo­strava tesserini di
Camera, Se­nato e altre istituzioni» affer­ma Cacciotti. È una versione
che ha molti aspetti poco credibili quella messa insieme dall’uomo.

An­che perché la scorsa primavera alcuni giornalisti sono stati
contattati da una coppia di ra­gazzi. Lei chiamava e prendeva gli
appuntamenti, mentre lui raccontava di essere risentito nei confronti
di Fiore e di aver deciso di vendere il video «per­ché voglio fargliela
pagare». Quante persone si sono agitate in questa storia? E
soprattutto, chi le ha guidate?


Cacciotti sostiene che la sua lettera alla Presidenza del Con­siglio
«fu indirizzata diretta­mente al sottosegretario Gian­ni Letta,
perché negli anni scor­si avevo proposto un progetto a uno dei suoi
collaboratori, il dottor Gorelli. Io conosco an­che la segretaria di
Berlusconi perché nel 1994 ho fondato un circolo di Forza Italia a
Collefer­ro e dunque sono stato due vol­te ad Arcore».

Al magistrato l’uomo confermerà che nessu­no gli rispose, anche perché la sua missiva
fu trasmessa subi­to in Procura. «Doveva essere una provoca­zione —
giura Cacciotti — per­ché fino ad allora nessuno mi aveva voluto
ascoltare. Storace mi disse che la storia non gli in­teressava, mentre
la Binetti mi consigliò di informare Gaeta­no Quagliariello del Pdl.

Pro­vai a contattarlo ma non mi ha mai richiamato». La prossima
settimana il magistrato dispor­rà l’apertura del computer
del­l’indagato per verificare se con­tenga il video oppure altro
ma­teriale analogo. Cacciotti nega di averlo mai posseduto: «Chie­si a
quell’uomo di darmi alme­no 8 secondi, ma rifiutò. Lo so che ho fatto
una sciocchezza a scrivere a Palazzo Chigi, ma avevo bisogno di soldi e
spera­vo che decidessero almeno di contattarmi». Una difesa che al
momento sembra una farneti­cazione.



Fiorenza Sarzanini


02 dicembre 2009