giovedì 3 dicembre 2009

Lo spavento della liberazione

Corriere della sera

“L’uomo nero porta il turbante” La sfortuna di sfollare a Rimini, completamente distrutta dai combattimenti. Sopravvivemmo con le castagne dei boschi

Dell’acqua Era l’11 settembre, data fatidica per molti tragici avvenimenti, ma nel mio caso si trattava del giorno della mia nascita nel 1939. E proprio in quei giorni Hitler invadeva la Polonia, dando inizio alla II Guerra Mondiale. I miei genitori abitavano a Bolzano e decisero che sarebbe stato meglio allontanarsene: chissà cosa poteva accadere. Città di confine con l’Austria, di prevalenza sudtirolese e noi poveri italiani immigrati… Decisero di trasferirsi provvisoriamente a Rimini presso zii e cugini di mia madre. Mai scelta più sbagliata….

Rimini è stata l’epicentro delle ultime battaglie, è stata rasa al suolo. Noi ci trasferimmo prima a Mercatino Marecchia e poi, disperati con due bauli e le nostre ultime cose, a Perticara, in cima alla montagna. Il parroco ci diede un piccolo posto nella chiesa e mia madre mi trovò un cantuccio sotto l’altare per dormire. Lì vidi i bengala che illuminavano il cielo per scoprire le navi nemiche, lì vidi le truppe sparpagliate dei tedeschi che si ritiravano con i cani lupo che cercavano gli uomini per portarli in Germania. Non mi ricordo come si salvò mio padre, ma il destino a volte è benevolo. Arrivarono gli alleati e noi ritornammo a Mercatino. Gli alleati in quel paesino erano inglesi con le truppe indiane. Mi venne l’itterizia per lo spavento.

Era l’uomo nero con il turbante. Fu l’inverno in cui ci accontentammo dello stesso menù quotidiano: le castagne che raccoglievamo nei boschi. Poi la guerra finì e venimmo a sapere che Bolzano era stata colpita pochissimo e potevamo tornare a casa. Insieme ad un’altra famiglia di poveracci riuscimmo a trovare un camioncino sgangherato e partimmo alle due di notte, per timore di incontrare i partigiani che di solito prendevano quello che potevano: di notte era più facile evitarli. Ci fermammo all’alba in un caffè aperto in non so quale città e mi fecero trangugiare un cappuccino: da allora non sono più riuscita a bere cappuccini.

Maurella Salvatore
26 novembre 2009

Viva, viva i liberadur” La festa di Piazzale Corvetto

Corriere della sera

Ma solo la dolcezza del cioccolato mi riconciliò con chi ci aveva tanto bombardato


Avevo nove anni quando gli Angloamericani, a bordo dei loro blindati, entrarono a Milano: era l’aprile del 1945. L’ingresso alla città, dalla via Emilia, era piazzale Corvetto. I marciapiedi della via Marochetti e il Corso Lodi erano gremiti di gente. Il “Gamba de Legn” (era una vettura tranviaria che collegava, appunto in Via Marochetti, Piazzale Corvetto alla stazione ferroviaria di Rogoredo) era fermo e mio padre mi ci fece salire perché vedessi meglio: la gente era veramente tanta e si spintonava per poter essere in prima fila. “ Eccoli! Eccoli!”

“ Evviva, evviva i liberadur!” Tutti urlavano e battevano le mani esprimendo un entusiasmo irrefrenabile. Io, bambina, avevo tanto sofferto nel rifugio antiaereo, nelle cantine della nostra casa in Via Polesine, quando sentivo il sibilo delle bombe sganciate dagli aerei nemici e stavo ad aspettare il boato dell’esplosione che, fortunatamente era sempre lontano.

La mia nonna Augusta sospirava: “Questa volta non è toccato a noi” e proseguiva a recitar Ave Maria con il suo Rosario dai grossi pallini bianchi. Io che avevo davanti agli occhi il grande manifesto che riproduceva i bambini morti sotto il bombardamento nella scuola elementare di Greco stesi l’uno accanto all’altro… io non capivo. Non potevo capire perché applaudissero dei soldati che ci avevano fatto tanto soffrire. “Perché, perché?” mi chiedevo sbigottita. Certo, poi lo capii e fu mio padre a spiegarmelo: anche lui corse gravi rischi per aver aiutato i Partigiani. Ma a riconciliare quella bimbetta con gli Angloamericani fu il cioccolato.

Una dolcezza avvincente e nuova. Io avevo conosciuto solo il “surrogato”: chi lo ricorda converrà con me che era una schifezza. Mio fratello Sergio, allora diciottenne, con il suo piccolo gruppo musicale cominciò a suonare per i militari americani che avevano occupato la scuola elementare di Via Polesine. Quando tornava, portava scatolette di Sgombro e tanto cioccolato per me e i bimbi dei nostri vicini di casa.

Nada Reale
26 novembre 2009

Bufera sul Quirinale Spariti 4 milioni di euro dalle casse del Colle

Quotidianonet

Indagatoper (ipotesi di reato: falso) l'ex segretario generale Gifuni. Agli arresti domiciliari il nipote Luigi Tripodi. Nei guai anche il direttore della tenuta presidenziale di Castelporziano e i due cassieri, uno dei quali ha dichiarato: "Ogni mese sparivano 30-40 mila euro dai conti quirinalizi". Così il canile della residenza del presidente della Repubblica è stato trasformato in una villa

Roma, 3 dicembre 2009


Bufera sul Quirinale. Per ora e' indagato per l'ipotesi di reato di falso, ma la posizione di Gaetano Gifuni, segretario generale emerito del Quirinale (ha ancora a disposizione alcuni uffici nel palazzo presidenziale, è stato il gran ciambellano prima di Scalfaro e poi di Ciampi , resta al vaglio degli inquirenti e non si escludono nuovi sviluppi. L'inchiesta riguarda la costruzione di una villa abusiva nel cuore della tenuta presidenziale di Castelporziano abitata dal nipote di Gifuni (figlio della sorella della moglie, ma quasi suo coetaneo) Luigi Tripodi, dal 1992 al 2006 capo del servizio tenute e giardini del Quirinale. Tripodi e' agli arresti domiciliari con l'accusa di essersi appropriato di quattro milioni di euro, fondi del Quirinale. Indagati sono anche il direttore di Castelporziano Alessandro De Michelis e i cassieri Gianni Gaetano e Paolo Di Pietro.

Il procuratore di Roma, Giovanni Ferrara e il pm Sergio Colaiocco sentiranno Gifuni nei prossimi giorni: sua la firma che avrebbe consentito a Tripodi l'assegnazione della villa, costruita abusivamente secondo l'accusa, come alloggio di servizio. Chi indaga ora sta cercando di capire se la firma e' un atto esclusivamente riconducibile ad una competenza dell'ex segretario generale del Quirinale o se invece rientrava in un concerto piu' ampio di responsabilita'.

Nel primo caso Gifuni dovra' giustificare l'apposizione delle firma circostanza che potrebbe far configurare, ma e' solo una ipotesi investigativa, responsabilita' piu' ampie. Gifuni, secondo l'ordinanza del gip Roberta Palmisano avrebbe falsamente attestato l'avvenuto rilascio del parere favorevole della commissione alloggi che assegnava un alloggio a Tripodi L'inchiesta sul peculato e' scaturita da un esposto che l'attuale segretario generale del Quirinale, Donato Marra, ha inviato alla procura di Roma il 27 marzo scorso in seguito ad accertamenti effettuati dall'amministrazione che avevano fatto emergere irregolarita' nella gestione dei conti della tenuta di Castelporziano.

La Mussolini attacca: "Io aggredita Perché Mara Carfagna tace?"

Quotidianonet

Dura critica al ministro delle Pari opportunità: "Come può tacere e non condannare pubblicamente atti lesivi della dignità delle donne?".



FareFuturo di Fini sta con Alessandra

Roma, 3 dicembre 2009 - “Com’è possibile che Mara Carfagna, Ministro delle Pari Opportunità, di fronte ad un attacco così violento ed aggressivo nei confronti di una donna parlamentare, possa tacere e non condannare pubblicamente atti lesivi della dignità delle donne?”. Se lo chiede la parlamentare del Pdl Alessandra Mussolini dopo la pubblicazione delle notizie su un suo presunto video hard con Roberto Fiore.

Intanto in un corsivo di ‘Ffwebmagazine' commenta lo sfogo della Mussolini contro Feltri a pomeriggio 5: "Non nascondiamocelo: questo sfogo ci è piaciuto. Ci è piaciuto perchè è un gesto forte e necessario, a suo modo anche violento, contro una degenerazione violenta del giornalismo italiano e, purtroppo, di gran parte della società italiana. Uno scivolo, quello del gossip e della morbosità, che pare non avere freni".

"Ormai il diritto di cronaca è troppo spesso ridotto a una scusa per colpire le persone nel privato, per metterle alla berlina (per usare le parole della Mussolini) su basi quantomeno fragili - e qui, in questo caso, si trattava, pare, delle dichiarazioni di un mitomane - provando a distogliere, scientemente, l’attenzione di un intero paese dal merito delle cose, dai fatti, dalle notizie vere. Sembra ormai un’abitudine irreversibile. E che lo facciano giornali di destra o di sinistra, poco importa: la deriva è diffusa", riflette il giornale online della Fondazione Farefuturo, puntando il dito sulla "sottesa mancanza di rispetto per le donne. Strisciante e velenosa".

"Perchè il maschilismo è un vizio nazionale che resiste nei secoli -denuncia il magazine- E serve per davvero una «battaglia per la dignità delle donne", come hanno gridato le due parlamentari in televisione.

Bergamo, 150 famiglie non pagano la bolletta Azienda sospende la fornitura idrica

Il Giorno

Su cinque palazzine sono state accomulati debiti che ammontano a 300.00 euro. L'azienda che eroga l'acqua nella zona, in mattinata ha tranciato i tubi conduttori dell'acqua. In cortile sono state allestite delle fontane, ma la situazione si prospetta tragica dal punto di vista igienico. Presidio dei carabinieri in vista di una manifestazione

Bergamo, 3 dicembre- Ore di tensione a Zingonia, nella bergamasca, dove da questa mattina ben cinque palazzi, (abitati da circa 150 famiglie, la maggior parte composte da extracomunitari) sono senza acqua dopo che l’azienda competente ha interrotto l’erogazione perchè da anni nessuno paga le bollette. Il debito ammonterebbe quasi 300.000 euro. Tutta l’area è presidiata dai carabinieri in vista di una manifestazione di protesta prevista nel pomeriggio.

Dopo aver sollecitato più volte il pagamento delle bollette arretrate, l'azienda che eroga l’acqua nel paese della Bassa Bergamasca, ha disposto la chiusura del servizio. Previa annuncio, alle 9 i tecnici dell’azienda si sono presentati e hanno letteralmente tranciato i tubi che portano l’acqua negli appartamenti. In giardino sono state installate due fontane per l’approvvigionamento degli inquilini. Con il passare delle ore la situazione sta diventando sempre più tragica anche dal punto di vista igienico.

Lì mio figlio aveva paura» I genitori vedono i video choc

Corriere della Sera


È stata la denuncia del padre di un bambino che ha frequentato per tre anni l’asilo nido «Cip Ciop» di Pistoia a dare il via alle indagini sui maltrattamenti


PISTOIA — «Le ho viste prendere mio figlio, che ha 10 mesi a schiaffi sulla testa perchè non voleva mangiare. Immagini schifose. L’hanno alzato di peso per picchiarlo. Aver visto mio figlio preso a schiaffi in quel modo mi ha fatto schifo. Quelle due stanno bene in carcere». Così il padre di un bambino di 10 mesi che per tre mesi ha frequentato l’asilo «Cip e Ciop» di Pistoia. L’uomo, che ha 21 anni, si è recato nel pomeriggio in procura a Pistoia dove ha potuto visionare i filmati delle videocamere installate dalla polizia all’interno dell’asilo.

La coppia di giovanissimi coniugi, con il bimbo in braccio, è uscita sconvolta dalla procura. Le immagini choc che testimoniano i maltrattamenti all’asilo Cip-Ciop di Pistoia sono state mostrate nel pomeriggio dalla procura ai genitori che ne hanno fatto richiesta. Tra quei filmati ce ne è uno che mostra un bimbo di pochi mesi, meno di 12, che piange seduto su una piccola sedia, una delle due arrestate lo prende per il polso e lo solleva da terra, poi lo fa piegare sul suo braccio e lo picchia, infine lo rimette seduto e continua a picchiarlo. La procura ha vietato la diffusione dei video in questa fase delle indagini.

LA SECONDA COPPIA - «Abbiamo detto alla polizia: o fate giustizia voi o ce la facciamo da soli perchè quelle due non devono più poter camminare con le loro gambe». Visibilmente sconvolta, esce dalla procura di Pistoia anche la seconda coppia che ha visionato i filmati delle videocamere nascoste. «Le immagini sono nitidissime - ha detto la donna - Abbiamo visto Laura Scuderi prendere per i capelli mia figlia che ha 14 mesi con una tale violenza che ha sollevato il seggiolone. Poi, tenendole la testa reclinata indietro, l’ha ingozzata di cibo e le ha premuto il bavagliolino sul viso per non farla sputare. Quella non è una donna, è una bestia. E alle mamme che pensano che la polizia abbia sbagliato ad arrestare la Scuderi e la Pesce, dico di guardare quelle immagini: era un lager, non un asilo».

IL RACCONTO DEL PADRE CHE HA SPORTO DENUNCIA - Un padre, rappresentante delle forze dell’ordi­ne, e una madre che lavora nell’am­bito della sanità, sono stati i primi a farsi delle domande di fronte al fi­glio che, dopo l’ingresso al nido, si era come trasformato. Il piccolo, che oggi ha 4 anni, fino alla scorsa estate era un alunno di quella scuo­la. Era arrivato a soli sei mesi, è ri­masto lì fino a settembre, quando ha fatto il salto nella scuola dei più grandi, la materna.

«Qualcuno — raccon­ta oggi il padre — mi ha anche detto che ero pazzo a mandare mio figlio lì, con tutto quel­lo che si diceva in gi­ro. Ma io non volevo credere a quelle che mi sembravano solo voci infondate». Dopo il primo anno però qualcosa è cam­biato. «Il bambino non era più lo stesso», racconta la madre. «Che qualcosa non andasse per il verso giusto ce ne siamo accorti do­po. A sei mesi il bambino è troppo piccolo per parlare ma a un anno e mezzo riesce a farsi capire meglio». Il suo disagio si esprime con la rab­bia e la paura: «Non ne voleva sape­re di andare in quella scuola e quan­do si trovava di fronte soprattutto al­cune insegnanti era ancora più ner­voso del solito, come impaurito».

La maestra Laura, dice ora il padre, aveva un atteggiamento sempre un po’ aggressivo verso i piccoli «ma pensavo si trattasse solo di un fatto caratteriale, non ho mai pensato ci potesse essere qualcosa di più». Il piccolo diventa sempre più ira­scibile. «Quando tornava a casa era aggressivo — continua la madre — sembrava avere pochissimi stimoli e io avevo la netta impressione che da quando andava a scuola avesse fatto più passi indietro che avanti». Per qualche tempo la madre si è po­sta il problema che quell’atteggia­mento dipendesse dal fatto che il piccolo non frequentasse assidua­mente la scuola. «Utilizzavo il nido più che altro come un baby parking. Lo portavo a giorni alterni e non sempre rimaneva a pranzo. Avevo anche chiesto alle insegnanti se ci fossero problemi ma loro hanno sempre negato».

VOCI SEMPRE PIU' INSISTENTI - Qualcuno racconta anche che in quell’asilo era vietato giocare, che i bambini non potevano avvicinarsi ai giochi perché altrimenti li sporca­vano. Voci certo, ma sempre più insi­stenti. Come quelle che raccontano di maltrattamenti. Una madre che va a prendere il figlio e lo trova da solo, tutto sporco in un angolo del giardi­no. Nessuno le ha saputo spiegare perché fosse lì, ha detto alla polizia. E poi il bambino con la spalla lussa­ta, quello che torna a casa con i livi­di. «Certe notizie facevano in un atti­mo il giro della città, Pistoia è picco­la ».

Le risposte delle maestre erano sempre le stesse: si sono fatti male giocando, si sa i bambini.... Una, due, troppe volte. Quando un medi­co al pronto soccorso dice che una lussazione può essere stata provoca­ta solo da un adulto, non da un bam­bino, i dubbi diventano sospetti. Troppi gli indizi e tutti nella stessa direzione. Il tarlo comincia a rodere la mente di quel genitore che vede il figlio chiudersi sempre più in se stesso. Al­la fine di agosto l’uomo fa una prima segnalazione alla questura.

ALLA RICERCA DEI GENITORI CHE HANNO PORTATO VIA I PROPRI FIGLI - La sezio­ne minori della squadra mobile ini­zia a mettere insieme i puzzle di que­sta terribile storia. Gli investigatori iniziano a cercare i genitori dei bam­bini, soprattutto quelli che avevano abbandonato la scuola. Ci sono an­che quattro ex insegnanti tra i testi­moni che puntano il dito contro la ti­tolare della scuola. Sono loro a rac­contare di aver abbandonato il cam­po perché in disaccordo con i meto­di educativi. Si va a ritroso nel tem­po. Alcuni genitori raccontano di bambini che smettono di mangiare e dormire. Bambini che troppe volte tornano a casa con arrossamenti e lividi.

Qualcuno tor­na a casa e racconta che «la maestra ha pic­chiato un bambino» o che la maestra li ha la­sciati al buio. Non è stato facile ca­pire che c’era qualcosa di più dietro quei ca­pricci per non andare a scuola, spiega il pa­dre che ha denuncia­to. Con i bambini un insetto si può trasformare in un gi­gante. Ma nessuno poteva neppure lontanamente immaginare quel film dell’orrore. Dieci giorni fa la procura fa piazzare le telecamere, solo video, nessuna voce. Per questo tipo di rea­to non sono consentite le intercetta­zioni.

Le maestre non sanno che fini­scono «in diretta» negli uffici della squadra mobile con le violenze e i to­ni bruschi che fanno a pugni con i sorrisi e i pianti dei bambini. I genitori che hanno fatto la prima segnalazione adesso si sentono solle­vati, anche se il loro piccolo è ormai lontano. «Speriamo che queste cose non accadano più — dicono adesso — speriamo che la nostra denuncia serva ad aiutare altri». Per gli altri ge­nitori solo pochi consigli: «Controlla­te sempre i bambini, parlate con lo­ro, anche se sono piccoli. E quando li affidate a qualcuno ogni tanto non di­menticate un blitz a sorpresa».


03 dicembre 2009

Marrazzo, copie del video ancora in possesso dei carabinieri indagati»

Corriere della sera

«Attuale il pericolo che reiterino il reato»


ROMA - Copie del video di Piero Marazzo in compagnia della transessuale Natalie «sono ancora in possesso dei carabinieri indagati e dunque attuale il pericolo che reiterino il reato». Con queste motivazioni il tribunale del riesame di Roma ha confermato la custodia in carcere dei carabinieri Carlo Tagliente e Luciano Simeone e disposto gli arresti domiciliari per Nicola Tamburrini. I primi due sono accusati del ricatto all'ex governatore del Lazio.


di Fiorenza Sarzanini
03 dicembre 2009

Scatta foto alla cattedrale, arrestato

La Stampa

Turisti e reporter interrogati per scatti di monumenti e strade. La polizia sotto accusa. «E' abuso di potere»



LONDRA


Girare per le vie di Londra e scattere qualche bella foto. Niente di più facile. E, negli ultimi tempi, niente di più facile e veloce per essere arrestati. Così, turisti increduli, si sono ritrovati dal passeggiare per le vie della capitale inglese ad essere fermati e "interrogati" dagli agenti. Tutto per colpa di innocenti scatti. Come riporta The Independent, dopo una serie di bizzarri incidenti, in cui sono rimasti coinvolti turisti che hanno immortalato monumenti, chiese e persino ristoranti, la polizia è stata accusata di abuso di potere. Ai poliziotti infatti, in base ad una speciale autorizzazione, è concesso fermare qualsiasi persona senza dare una spiegazione. Fotografi amatoriali e professionisti, però, stufi di essere trattati come terroristi, hanno deciso di protestare contro lo strapotere delle divise. La polizia ora è sotto osservazione, proprio per i suoi metodi troppo "aggressivi".

«I poliziotti devono stare molto attenti negli arresti. Sia che si tratti di persone che stanno solo facendo delle foto come turisti, sia che siano fotografi professionisti. Il fatto di avere una macchina foto non è un buon motivo per essere arrestati, nè per diventare dei potenziali sospetti», ha detto al quotidiano inglese Lord Carlile of Berriew. Solo qualche giorno fa un giornalista della Bbc è stato fermato per aver fotografato la cattedrale di S. Paul.

E ancora prima Andrew White, 33 anni, è stato interrogato per degli scatti alle luci natalizie. A luglio, Alex Turner, un fotografo amatoriale, è stato bloccato per delle foto a un fast-food di Chatham. Tutti, sono stati fermati in base alla "sezione 44", un potere speciale che permette di dichiarare una specie di "stato d'emergenza" in intere zone, che diventano così aree di "ricerca" dove gli arresti a raffica sono consentiti. Le zone vengono scelte a seconda della loro, più o meno alta, probabilità di essere obiettivi di un attacco terroristico. A Londra esistono più di cento aree di questo tipo: Buckingham Palace, per esempio, si trova in una di queste.

Martin Parr, un fotoreporter, nel mirino della polizia per immagini del centro di Liverpool, ha paura che la situazione possa peggiorare: «A meno che non si fermi subito questa tendenza, diventerà impossibile fotografare una qualsiasi strada inglese». Un altro fotogiornalista, Marc Vallee, stanco dei continui fermi ha deciso di fondare un gruppo di protesta. Il suo slogan è: «Sono un fotografo, non un terrorista». Il suo movimento conta già 4mila sostenitori. E ora la protesta si allarga anche tra i fotografi dilettanti.

No-B Day: la Rai nega la diretta al Tg3

Corriere della Sera

Di Pietro accusa il Pd per la mancata concessione al telegiornale della Berlinguer: «Ci mettano faccia»

ROMA - La Rai ha detto no alla richiesta della direttrice del Tg3, Bianca Berlinguer, di trasmettere diretta e approfondimenti della manifestazione «No-B Day», indetta sabato 5 dicembre a Roma contro Berlusconi («Saremo 350 mila con tante bandiere di colore viola», hanno detto gli organizzatori). La diretta sarà trasmessa da Rainews24. Antonio Di Pietro accusa il Partito democratico per la decisione della Rai: «Se la dirigenza del Pd avesse accettato di metterci la faccia, oggi la Rai non avrebbe avuto il coraggio di dire no alla diretta. Lancio un ramoscello d'ulivo ai dirigenti assenti per ripensarci», ha aggiunto il leader di Italia dei valori. «Farà più rumore la loro assenza che l'umiltà di chi sta in seconda fila. Ci appelliamo alla presidenza della Rai e alla commissione di Vigilanza per un ripensamento, altrimenti sarà la prova che il servizio pubblico segue due pesi e due misure».

BERSANI - Pronta la replica del segretario Pd, Pier Luigi Bersani: «Se qualcuno mette il cappello» sulla manifestazione «fa un danno all'autonomia dei movimenti e alla speranza che loro siano un presidio alla difesa dei valori costituzionali. Il Pd non è tentennante», ha aggiunto Bersani. «È rispettoso e in ogni caso, pur nel rispetto dell'autonomia dei movimenti, tanti nostri elettori e dirigenti saranno in piazza».

RIZZO NERVO - Il consigliere Rai Nino Rizzo Nervo ha giudicato «molto grave» la decisione di negare al Tg3 la possibilità di realizzare un approfondimento con dirette: «Lede i poteri e l'autonomia del direttore di testata. Affermare che sarà gestita da Rainews24 è una grande ipocrisia, perché Rainews oggi è vista dal 30% della popolazione» sul digitale e sul satellite. La mancata diretta della manifestazione «No-B Day» è un’occasione mancata per la Rai anche perVincenzo Vita, commissario Pd alla commissione Vigilanza Rai.

PRESENZA PD - Saranno diversi però i dirigenti del Pd che hanno assicurato la loro presenza alla manifestazione di sabato. Tra questi l'ex segretario Dario Franceschini, mentre l'altro ex segretario, Walter Veltroni, ha annunciato che sarà presente «in spirito». Italia dei valori, Rifondazione comunista e Comunisti italiani hanno dato il loro appoggio ufficiale. Secondo gli organizzatori arriveranno a Roma in piazza S.Giovanni 700 pullman da 116 località, accolti da una rete di 250 volontari, oltre a quattro treni speciali. Il raduno in piazza è previsto per le 14, poi partirà il corteo.


03 dicembre 2009

Colpo basso di Grillo: diffonde sul blog il video di Napolitano "scroccone"

di Felice Manti


Morfeo, lodista e pure un irritante scroccone. E così Beppe Grillo aggiunge un nuovo capitolo della sua furibonda crociata contro il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Con tanto (e poteva essere diversamente?) di video esclusivo. Niente di scabroso, ma - a detta di Grillo - tutto maledettamente inedito, mai visto prima.

Siamo nel 2004, Napolitano è parlamentare dell’Ulivo e presidente della Commissione costituzionale. Un reporter della tv tedesca Rtl, l’inviato a Bruxelles Boris Weber, inchioda l’attuale inquilino del Colle all’aeroporto di Bruxelles, appena sceso da un aereo Virgin Express, una delle compagnie low cost che fanno la spola tra Bruxelles e le principali capitali europee. Costo del biglietto di sola andata, 90 euro. Peccato che ogni europarlamentare che vive fuori dalla capitale belga abbia diritto a un rimborso forfettario di 800 euro a tratta.

E dunque, a detta dell’austero reporter tedesco, Napolitano con quel viaggetto sulla compagnia aerea di Richard Branson si sarebbe messo in tasca più di 700 euro. Lui come tutti quelli (compreso il «kapò» socialista Martin Schultz) che approfittano di questo privilegio. Notizia vecchia, già pubblicata nel 2004 da tutti i giornali italiani. Quel che è nuovo è il video (già trasmesso dall’emittente tedesca il 17 marzo del 2004 ma mai visto in Italia, a detta di Grillo) che viene linkato nell’home page del sito www.beppegrillo.it sotto il titolo «Pecunia “low cost” non olet per Napolitano».

Nel video si vede Weber tallonare Napolitano al Parlamento europeo. Davanti alle telecamere e al microfono Napolitano è irritato, e al reporter che lo incalza sui rimborsi replica nervosamente: «Non dico nulla anche se lei è scortese, i questori le potranno dare una risposta». E ancora, dopo l’ennesima domanda: «Guardi che chiamo la polizia». L’inedita gogna mediatica dell’attuale capo di Stato è già stata vista dalle migliaia di grillin. Chissà che cosa ne pensa Antonio Di Pietro, che con Napolitano vorrebbe fare pace...

Svizzera, ecco la vendetta islamica: "Chiudiamo i conti nelle loro banche"

di Marcello Foa

Dovrebbe essere l’uomo che rappresenta l’anima occidentale della Turchia. Si chiama Egemen Bagis è ministro per gli affari europei e capo negoziatore per l’adesione del suo Paese alla Ue. Un uomo minuto, un po’ sovrappeso, pallido e in apparenza moderato, ma che in queste ore si sta segnalando per la virulenza dei suoi attacchi alla Svizzera.

Tutto il mondo musulmano si è indignato per il risultato del referendum con cui gli elettori elvetici hanno vietato la costruzione di minareti, nessuno, però, si era spinto al punto di invocare misure punitive nei confronti di Berna. Bagis lo ha fatto sollecitando i musulmani a ritirare i fondi dalle banche elvetiche.

«Sono certo che questo voto spingerà i fratelli dei Paesi musulmani che hanno depositi bancari in Svizzera a rivedere le proprie decisioni», ha dichiarato l’altro giorno secondo quanto riporta il quotidiano Hurryet. E sull’onda ha ricordato che «le porte del settore bancario turco, uscito illeso dalla crisi finanziaria, sono sempre aperte a tutti». Come dire: lasciate Zurigo, Ginevra, Lugano e venite a Istanbul.

Ipotesi, questa, improbabile. C’è davvero qualcuno disposto a fidarsi delle banche sul Bosforo? I finanzieri islamici cercano la sicurezza, tanto più dopo il crac immobiliare di Dubai e non la troverebbero di certo a Istanbul. Tuttavia le banche di Ginevra e Zurigo ospitano da sempre immensi patrimoni di origine araba e se il movimento di indignazione dovesse continuare non è escluso che qualche magnate decida davvero di partire, preferendo piazze come Londra, Vienna o Singapore.

Insomma, il rischio di una fuga dalla Svizzera esiste. Già danneggiata dallo scudo fiscale varato da Tremonti, la Svizzera potrebbe fronteggiare un ricatto dal mondo musulmano. Non è un caso che la Lega araba abbia chiesto di ripetere la votazione popolare, dimostrando una curiosa concezione della democrazia. Siccome il risultato irrita i musulmani, gli svizzeri dovrebbero rinnegare se stessi e tornare alle urne; votando sì, naturalmente. Altrimenti - par di intuire - le ritorsioni finanziarie potrebbero diventare realtà.

Gheddafi ha già indicato la via. Ieri, ad appena due giorni dal referendum, un tribunale libico ha condannato a sedici mesi di carcere i due uomini d’affari elvetici, che erano stati fermati quale ritorsione al breve arresto, nel luglio del 2008, a Ginevra di Hannibal Gheddafi, figlio del Colonnello, accusato di aver maltrattato pesantemente i domestici in servizio nella sua villa.

Una vicenda assurda, quella del figlio di Gheddafi, in cui la Svizzera fu costretta a scuse umilianti e peraltro inutili, perché i due uomini d’affari non furono mai autorizzati a tornare in patria, nonostante le promesse libiche. Ora si trovano nell’ambasciata elvetica a Tripoli, dove rischiano di rimanere a lungo.

E ieri a rincarare la dose è arrivato un editoriale di Jamahirija, principale quotidiano libico, dal titolo più che esplicito: «Impediremo la costruzione di nuovi campanili». Il pezzo è una collezione di minacce: «Chiunque odia l’Islam non potrà più godere della nostra ricchezza, introdurre container con le proprie merci, non andrà più in macchina sfruttando il nostro petrolio»

Un affondo che fa il paio con la dichiarazione del ministro Bagis, chiaro segnale della deriva islamica del regime turco. Ed è questa Turchia che pretende di essere accolta in Europa.

Berlusconi taglia i ponti: «Non fatemelo più vedere»

di Stefano Filippi


Milano«Non lo voglio più vedere». Le parole secche, senza ritorno, che Silvio Berlusconi ha confidato ai suoi fedelissimi. La rottura con Gianfranco Fini è definitiva. Non è ancora formale, perché in pubblico il premier si guarda bene dal farsi sfuggire un solo sospiro sulla faccenda. Ma con i collaboratori più stretti il Cavaliere si sfoga e scarica il presidente della Camera dopo il fuorionda.

Ieri seconda giornata milanese di Silvio Berlusconi, secondo impegno internazionale, e secondo giorno di mutismo sui rapporti con Fini. Silenzio cercato e ostentato, perché il premier tiene alla larga i giornalisti, fugge fotografi e teleoperatori, parla da microfoni ufficiali o tramite note scritte (come quella sull’impegno in Afghanistan); insomma evita anche un semplice «no comment». E non è soltanto un forma di riguardo verso gli ospiti stranieri.

Martedì, appena uscito il fuorionda del presidente della Camera, al termine della conferenza stampa con il nuovo presidente europeo Herman Van Rompuy non c’è stato spazio per le domande dei cronisti. Ieri pomeriggio il premier ha aperto la quarta conferenza Italia - America Latina e Caraibi nella sede della Borsa, in piazza Affari a Milano. Colazione di lavoro con i leader sudamericani, breve saluto dal palco, rapido faccia a faccia con il presidente di Panama Ricardo Martinelli: poi fuga da Palazzo Mezzanotte da un’uscita secondaria e volo verso Roma, dove oggi parteciperà al vertice intergovernativo con la Russia.

L’unica concessione alla politica di casa nostra è stata una battuta appena preso il microfono. Martinelli, anch’egli imprenditore prestato alla politica, aveva poco prima magnificato le grandi opportunità di investimenti produttivi per le imprese italiane nel suo minuscolo Paese, unite al clima, al mare, all’ospitalità del suo popolo. «Scusate, devo fare presto - ha esordito Berlusconi - corro a casa a preparare le valigie per spostarmi a Panama.

Certo, mi mancheranno la Repubblica, l’Unità, Annozero e i pm, però cercherò di sopravvivere ugualmente. Quindi, caro Ricardo, preparami un’accoglienza degna. Ci hai raccontato tutta una serie di attrattive del tuo Paese che certamente ci sono e che conoscevo. Poi - ha aggiunto ammiccando -, in privato, ti prego di preparare anche altre attrattive che mi stanno molto a cuore... Ne parliamo dopo noi due».

Un siparietto scherzoso a uso del serioso uditorio della Borsa, soprattutto quello sulle «attrattive private», a sottolineare che le polemiche di questi mesi non hanno tolto al premier la libertà di ironizzare sugli attacchi rivoltigli. Quel «parto per Panama» significa l’esatto opposto, cioè che non mollerà. E anche l’accenno a giornali, tv e magistrati non è detto per stemperare la tensione di queste giornate, ma per ricordare che il premier continua a considerare la giustizia l’emergenza numero uno.
Sui rapporti interni al Pdl, invece, nemmeno un cenno.

Ma il silenzio del premier è eloquente. Parlano anche le mancate smentite: nessuno è intervenuto a correggere uno solo dei retroscena apparsi ieri sui quotidiani. Resoconti apocalittici, che raccontavano la rabbia, la tentazione di chiedere le dimissioni di «Ho-Chi-Fin», la voglia di chiudere i conti una volta per tutte con colui che è diventato il simbolo dell’ingratitudine.

Il cardinale: gay e trans fuori dal Regno dei cieli

di Andrea Tornielli

Roma - «Trans e omosessuali non entreranno mai nel Regno dei cieli». Così parlò il cardinale messicano Javier Lozano Barragán, Presidente emerito del Pontificio consiglio per gli operatori sanitari, l’ex «ministro della Sanità» vaticano. Barragán ha rilasciato un’intervista al sito internet «Pontifex» e poi ha ribadito le sue dichiarazioni all’agenzia Ansa.

Alla domanda su quale valutazione esprimesse in merito all’omosessualità e ai trans, il cardinale ha detto: «Trans e omosessuali non entreranno mai nel Regno dei Cieli, e non lo dico io, ma San Paolo». Quindi ha aggiunto: «Non si nasce omosessuali, ma lo si diventa. Per varie cause, per motivi di educazione, per non aver sviluppato la propria identità nell’adolescenza, magari non sono colpevoli, ma agendo contro la dignità del corpo, certamente non entreranno nel Regno dei cieli. Tutto quello che consiste nell’andare contro natura e contro la dignità del corpo offende Dio».
Con l’Ansa, il porporato messicano è sceso più nel dettaglio, e ha citato la lettera di San Paolo ai Romani (1, 26-28), nella quale l’Apostolo delle genti usa parole molto dure contro l’omosessualità e parla di persone abbandonate «all’impurità», di «passioni infami», di «atti ignominiosi»: «Dio li ha abbandonati alla loro intelligenza depravata ed essi hanno commesso azioni indegne». Il prelato ha però anche fatto osservare che «l’omosessualità è un peccato, ma questo non giustifica alcuna forma di discriminazione. Il giudizio spetta solo a Dio, noi sulla terra non possiamo condannare, e come persone abbiamo tutti gli stessi diritti».

L’ex «ministro della Sanità» vaticano ha parlato anche della pillola abortiva Ru486. «Ogni aborto, in quanto soppressione di una vita umana - ha spiegato il cardinale Barragán - è un crimine, un delitto e merita una punizione. La pillola è sempre e comunque un mezzo abortivo e come tale rappresenta una violazione gravissima della vita umana che è sacra ed inviolabile, che nessuno può manipolare a suo piacimento ed è un dono di Dio». Barragán ha quindi proposto un paragone: «Questa storia mi sembra assimilabile a chi compra una rivoltella in un negozio. Chi esce con una pistola è potenzialmente pericoloso, ha la possibilità di trasformarsi in omicida se la usa male e contro la legge. Ma è un potenziale criminale, lo diventa solo se agisce male. Chi abortisce non è potenziale, ma di fatto, in quanto ammazza. Pertanto la condotta di chi compie e pratica un aborto è sicuramente più grave di chi compra un revolver in armeria».

A provocare reazioni è stata soprattutto la frase sul Regno dei cieli negato a gay e trans, che Barragán non ha smentito. «La gerarchia vaticana torna a colpire la dignità delle persone omosessuali con le parole del cardinale Barragán e dell’arcivescovo di Bologna Caffarra», ha dichiarato Aurelio Mancuso, presidente nazionale Arcigay, accomunando le parole del prelato messicano all’appello rivolto due giorni fa da Caffarra alla Regione Emilia Romagna, riguardante un progetto di legge che equiparava famiglie fondate sul matrimonio e convivenze. «Ciò avviene - ha osservato - mentre in tutta Italia imperversano violenze contro le persone omosessuali e campagne mediatiche contro la dignità delle persone transessuali».

Gifuni, il "monaco" del Colle che servì due presidenti

Il Tempo


La lunga carriera "dell'eminenza grigia": affidabile e discreto, fu segretario generale con Scalfaro e Ciampi. L'addio con Napolitano. Fanfani lo volle come ministro del suo sesto governo.


Coinvolto nelle indagini sugli ammanchi scoperti nella tenuta presidenziale di Castelporziano, che hanno già procurato gli arresti domiciliari al nipote Luigi Tripodi, il povero Gaetano Gifuni deve essersi sentito crollare il mondo addosso. E lo si può ben capire, conoscendone la lunghissima e prestigiosa carriera pubblica, cominciata come funzionario del Senato nell'ormai lontano 1959, all'età di 27 anni non ancora compiuti. Nativo di Lucera, in provincia di Foggia, gli sembrò di toccare il cielo con un dito vincendo un concorso tra i più difficili ed esclusivi della pubblica amministrazione, secondo forse solo a quello della diplomazia.

Ma di cielo da toccare ce n'era ancora per lui, arrivato il 26 giugno 1975, il giorno dopo il suo quarantatreesimo compleanno, al vertice della burocrazia di Palazzo Madama. Sarebbe rimasto segretario generale del Senato quasi ininterrottamente per diciassette anni, sino al 1992, lavorando a stretto e felice contatto di gomito con presidenti dal temperamento diverso ma ugualmente difficile come Amintore Fanfani, Francesco Cossiga e Giovanni Spadolini. Dei quali era capace di subire e al tempo stesso assecondare le manie perfezionistiche e i ritmi infaticabili di lavoro.

Tutti si fidavano talmente di lui da affidargli spesso compiti anche di mediazione politica, svolti sempre all'insegna di una discrezione assoluta, quasi monastica. Fanfani si abituò tanto ai suoi servizi che nel 1987, quando fece il governo voluto dall'allora segretario della Dc Ciriaco De Mita per sostituire a Palazzo Chigi Bettino Craxi e gestire un turno di elezioni anticipate erroneamente ritenuto vantaggioso per l'allora partito di maggioranza,

lo volle ministro per i rapporti con il Parlamento. Gifuni, per quanto lusingato per l'offerta, cercò di resistergli facendogli, fra l'altro, osservare giustamente che ci sarebbero stati ben pochi rapporti da coltivare con un Parlamento destinato ad essere sciolto dopo pochi giorni. Infatti pur di provocarne la bocciatura e fornire all'allora capo dello Stato Francesco Cossiga il motivo dello scioglimento delle Camere, la Dc impose ai suoi parlamentari di negare, con il ricorso al voto di astensione, la fiducia al nuovo governo, per quanto monocolore democristiano. Gli votarono a favore solo i socialisti, nell'inutile tentativo di far proseguire la legislatura fino all'epilogo ordinario dell'anno successivo.

Fanfani non volle sentire ragione e intimò a Gifuni di obbedirgli, consentendogli in cambio di congelare con un'acrobatica aspettativa la ben più solida carica di segretario generale del Senato. Ch'egli riprese dopo tre mesi per conservarla fino al 1992, l'anno orribile di Tangentopoli e della strage mafiosa di Capaci, dove furono uccisi il giudice Giovanni Falcone, la moglie e quasi tutti gli agenti della scorta.

Per effetto di quella strage le votazioni parlamentari per l'elezione del successore di Cossiga al Quirinale subirono un'accelerazione fortissima. La scelta si restrinse fra i presidenti delle Camere, che erano Spadolini al Senato e Oscar Luigi Scalfaro a Montecitorio. Spadolini era talmente sicuro di farcela da predisporre in anticipo il discorso d'insediamento e da prenotare per Gifuni l'incarico di segretario generale della Presidenza della Repubblica. Ma per convenienze combinate dei socialisti e dei comunisti al Quirinale andò Scalfaro, che rispettò tuttavia la prenotazione di Spadolini chiamando come segretario generale proprio Gifuni.

Egli fu confermato sette anni dopo da Carlo Azeglio Ciampi, dopo avere tentato negli ultimi mesi della presidenza Scalfaro di scalare il vertice della Corte dei Conti, fermato però da forti resistenze interne. Andato volontariamente in pensione con l'elezione di Giorgio Napolitano al Quirinale, nella primavera del 2006, Gifuni ne divenne però consulente con la carica inedita di segretario generale emerito, che non gli ha risparmiato l'amarezza giudiziaria di questi giorni.

Franco Iovino

03/12/2009

* "Prelevare soldi in cassa era un discorso tacito"

Berlino paga ancora i debiti della Prima Guerra mondiale»

Il Secolo XIX

La Germania continua a pagare il debito contratto per far fronte ai risarcimenti ai paesi Alleati legati alla prima guerra mondiale: lo scrive oggi il tabloid Bild, secondo cui rimangono ancora 56 milioni di euro da saldare. «Il contratto ancora aperto per il pagamento degli interessi e del capitale è di circa 56 milioni di euro», ha detto alla Bild il potavoce dell’Autorità per la gestione del debito tedesco, Boris Knapp. I risarcimenti ammontavano a 132 miliardi di marchi, una cifra concordata dopo il Trattato di Versailles del 28 giugno 1919. Fino al 1952, scrive il giornale, il governo aveva rimborsato 1,5 miliardi di marchi. Nel 1953 i pagamenti vennero sospesi in attesa della riunificazione tedesca, che avvenne il tre ottobre 1990. Da quel giorno, la Germania ha ripreso a pagare, con un orizzonte di 20 anni. Il debito, quindi, dovrebbe essere estinto entro il tre ottobre dell’anno prossimo.

Un calvario di violenze per il piccolo Gabriel

La Stampa


Un quadro agghiacciante e pietoso delle condizioni di salute del bimbo, appena 17 mesi, è quello che subito emerge dall’esame delle conclusioni ufficiali dell’autopsia, atto depositato nei giorni scorsi alla procura della Repubblica di Imperia dal perito di medicina legale Marco Canepa


Pagine fitte di annotazioni, riguardano le innumerevoli lesioni che il perito settore Marco Canepa ha rinvenuto (e dettagliatamente descritto) sul corpicino del piccolo Gabriel. Sono lo screening, la mappatura di un calvario subìto da quella piccola creatura nei giorni che hanno preceduto la sua morte, il 14 maggio scorso. Come il calcio sferrato al fegato (quasi con certezza) è la causa della devastante e fatale emorragia, così la serie di lesioni riscontrata dal professor Canepa sembra essere la prova di un’inesorabile e progressiva sofferenza per l’inerme e indifeso Gabriel Petersone.

Un quadro agghiacciante e pietoso delle condizioni di salute del bimbo, appena 17 mesi, è infatti quello che subito emerge dall’esame delle conclusioni ufficiali dell’autopsia, atto depositato nei giorni scorsi alla procura della Repubblica di Imperia dal perito di medicina legale genovese.

Lividi, contusioni, lesioni e persino una vasta ferita sul sederino dovuta al ristagno di pipì, una sorta di piaga da decubito, sono elementi che costituiscono la parte forse più choccante dell’indagine necroscopica.

E le posizioni dei due indagati, la mamma Elizabete Petersone, 21 anni, lettone, e il suo convivente Paolo Arrigo, 24 anni, imperiese (in attesa di un responso sulla sua istanza di scarcerazione) sembrano aggravarsi ulteriormente.

Il consulente tecnico, medico legale, così come richiesto dal pubblico ministero Filippo Maffeo coordinatore dell’intera indagine, ha esaminato in tutti i suoi dettagli i “patterns” (elementi indicatori) che potrebbero costituire una prova delle violenze. E le pagine, riassumibili in due o tre, appaiono sconvolgenti. Le lesioni più evidenti sarebbero riconducibili in termini di tempo ad un arco compreso tra i due e i sette giorni prima del decesso.

Quindi, poco prima della morte, Gabriel deve essere stato vittima di una serie di violenze in progressione. Alcuni indicatori fanno inoltre supporre che le lesioni siano state provocate dall’uso di corpi contundenti arrotondati, ovvero strumenti tipo corde, ciabatte, cinture eccetera oppure a percosse quali schiaffi o calci. Elizabete Petersone ha ammesso di aver dato qualche scapaccione, conseguenza di capricci, al suo bambino, ma ha sempre negato di averlo selvaggiamente percosso. Arrigo ha sempre affermato invece di essersi preso cura lui, a volte, del piccolo, trascurato dalla mamma.

Sempre stando all’autopsia non può essere escluso che parte delle lesioni, alcuni lividi e contusioni, possano essere riconducibili ad eventi traumatici forse accidentali. Sia Elizabete che Paolo hanno sempre sostenuto che il piccolo era irrequieto e in qualche caso è anche caduto. Così accadde anche nel mese di marzo del 2009, due mesi prima della morte, quando il piccolo riportò una frattura ad un braccino. Il fatto comunque insospettì i medici ed anche la polizia, che seguirono da quel giorno, con discreta attenzione, la vita della coppia.Il perito ha riscontrato infine una vasta ferita al gluteo sinistro, dovuta con ogni probabilità al ristagno di urina: ha provocato una lacerazione cutanea molto simile alle piaghe che colpiscono coloro che sono costretti nel letto.

Il quadro che ne emerge lascia attoniti, senza parole. E sorge spontaneo chiedersi: come ha vissuto quei suoi ultimi giorni il bimbo?

«Abbiamo sempre sostenuto l’innocenza di Paolo Arrigo e ne siamo convinti - afferma l’avvocato Nicola Ditta che assieme a Maurizio De Nardo, assiste il giovane imperiese - Arrigo, nell’arco di tempo descritto e definito dal perito, non era presente in casa. Vale a dire: non stava con Elizabete. I due erano in lite, lui voleva che la ragazza lasciasse l’appartamento di via Costamagna. Ha sempre dichiarato di essersi preso molto spesso cura del piccolo, al quale voleva bene, nel periodo di convivenza. Ha sempre negato ogni forma di violenza perpetrata su Gabriel. Ma la ragazza lo ossessionava. Desiderava che lui tornasse. Ci sono testimonianze di tutto ciò». Arrigo, rinchiuso nel carcere di Imperia, colpito come Elizabete, dall’accusa di omicidio preterintenzionale, attende oggi il responso dell’appello del tribunale del Riesame sulla sua istanza di libertà.

La stessa richiesta di libertà non l’ha formulata invece Elizabete, che resta rinchiusa nel carcere di Genova Pontedecimo. Per lei, in quanto madre e quindi responsabile del figlio, la posizione è più grave secondo la legge. «Elizabete ha affermato di non essere stata lei a sferrare il calcio mortale nel suo unico interrogatorio - ha spiegato il legale che si occupa della difesa, Tito Schivo - Questo è quanto basta per noi.

Quale sarebbe stato il suo scopo nel portare avanti la gravidanza? E perchè venire in Italia dalla Lettonia con il suo bambino? Per poi ucciderlo con un calcio? Per maltrattarlo? Circa le lesioni riscontrate ne discuteremo in sede di udienza preliminare: il quadro è agghiacciante. È necessario che la perizia sia sottoposta ad un attento vaglio e ad un confronto con le perizie di parte eseguite dal nostro tecnico». E aggiunge:«È prematuro esprimersi senza un esame attento di tutta la vicenda. Resta il fatto che non è stata Elizabete a sferrare il calcio mortale».

La vera storia del "lapsus"di Fini su Mancino

di Gian Marco Chiocci


Siamo sicuri che s’è trattato di un lapsus? E siamo certi che nel sussurrare al procuratore pescarese Nicola Trifuoggi una notizia esplosiva di cui nessuno fino a quel momento era a conoscenza («Lei lo saprà, è una bomba, ma il pentito Spatuzza parla apertamente di Mancino, che è stato ministro dell’Interno...») il presidente della Camera si sia effettivamente confuso con le dichiarazioni di altri pentiti sul vicepresidente del Csm, vedi Massimo Ciancimino o Giovanni Brusca?

E se alle ore 16.47 di martedì dai microfoni di Radio Capital non interveniva direttamente Mancino per dire che lui, e non Fini, era completamente all’oscuro delle dichiarazioni del pentito, possiamo dare per assodato che il presidente della Camera sarebbe intervenuto comunque per precisare quel che poi il suo portavoce ha rettificato? Gli interrogativi necessitano risposte chiare e ragionate perché un dato è assodato: prima della trasmissione a Palermo degli interrogatori fiorentini di Spatuzza, nessuno aveva mai fatto cenno alle dichiarazioni di «Gaspare u tignusu» su Nicola Mancino.

Nessuna indiscrezione era mai uscita sulla stampa. Nessun riferimento saltava agli occhi nelle oltre tremila pagine dei verbali di Spatuzza piene zeppe di «omissis» dietro ai quali si vociferava di politici vari, mai di Mancino. E se dunque l’ex presidente del Senato dovesse effettivamente nascondersi dietro uno di quegli «omissis», il lapsus assumerebbe contorni curiosi.

Numerosi indizi documentali e processuali portano a ritenere probabile quel riferimento, diretto o indiretto, fatto o sussurato da Spatuzza. E non solo per le datate dichiarazioni di Brusca. Ma perché quel che pochi ricordano è che Spatuzza inizia a parlare coi magistrati di Firenze impegnati sui mandanti esterni - attraverso numerosi «colloqui investigativi» - a cavallo del 2000, fino ad alcuni mesi prima la morte del pm Chelazzi (avvenuta nel 2003).

L’ha confermato recentemente l’allora procuratore Pier Luigi Vigna, che nel riferire del «turbamento» di Spatuzza aggiunge «che era interessato alla collaborazione ma oltre non andò, e comunque non disse niente di rilevante». Vigna conferma però d’aver mandato le trascrizioni dei «colloqui» di Spatuzza alle procure competenti a indagare sulle stragi ma mai, ai processi di via D’Amelio e Capaci, quei documenti fondamentali per l’accertamento della verità sono mai saltati fuori.

E la cosa suona strana, perché se erano stati inviati dovevano avere comunque un contenuto d’interesse. Ecco perché è di estrema rilevanza sapere cosa vi fosse riportato. Anche perché sempre di Mancino si parla in un altro interrogatorio, di poco successivo alle confidenze di Spatuzza ai pm fiorentini. Il teste Claudio Martelli, ascoltato l’11 ottobre 2002, è costretto a rispondere a domande inerenti i tentativi, da parte di pezzi dello Stato o di soggetti altolocati delle forze di polizia, di ammorbidire il carcere duro per i mafiosi voluto espressamente dallo stesso Martelli.

Il riferimento a Nicola Mancino è diretto nel tentativo del magistrato di chiarire ogni dettaglio della situazione politica immediatamente precedente e successiva alle stragi di Falcone e Borsellino. Il pm Chelazzi incalza l’ex ministro della Giustizia. «È mai accaduto - domanda il pm - che il ministro dell’Interno, quindi Mancino per intendersi, l’attuale senatore Mancino, insistesse per la revoca dei decreti applicati agli istituti di Poggioreale e Secondigliano?

Io ricordo che a Secondigliano e a Poggioreale, negli ultimi giorni della sua presenza in via Arenula, siccome era stato ucciso un sovrintendente fu applicato il primo comma, quello che sospendeva in tutto l’istituto il trattamento: non ai detenuti ma in tutto l’istituto. Naturalmente questo creò del malumore sulla piazza napoletana, il prefetto dovette negoziare con i detenuti...».

Martelli risponde di ricordare bene quel che accadde in quei penitenziari a seguito dell’omicidio di un secondino, ma nega di aver avuto da Mancino, o dal capo della polizia dell’epoca, pressioni di alcun genere finalizzate a ridimensionare il 41 bis.

Alla luce di quel che sta accadendo in queste ore, dunque, occorrerebbe fare un po’ di chiarezza su quei «colloqui investigativi» di Spatuzza rimasti per troppo tempo nei cassetti delle procure e mai approdati nelle tante sedi processuali delle stragi del ’92. E visto che oggi a Fini gli scappa detto di Spatuzza, che a Chelazzi non gli può essere scappato detto di Mancino (dopo avere colloquiato ripetutamente con Spatuzza) vuoi perché il pm lo ha appreso da Spatuzza, da altri pentiti (Brusca) o dall’evolversi delle sue indagini sui mandanti esterni, il dubbio resta. E per chiarirlo serve chiarezza. Da parte di tutti.

Per la morte di Cucchi nessun responsabile

La Stampa

La polizia penitenziaria “assolve” i suoi agenti


FULVIO MILONE
ROMA


«E ora ci dicono che, oltre i medici, neanche gli agenti di custodia hanno colpe. E’ grottesco, Stefano non è morto certo di vecchiaia...».Si lascia scappare una battuta amara Fabio Anselmo, l’avvocato della famiglia Cucchi.

Qualche motivo per dirsi «perplesso» ce l’avrà pure, vista l’ultima novità della brutta storia che ha per protagonista e vittima Stefano Cucchi, arrestato il 15 ottobre dai carabinieri per droga, pestato a sangue il giorno dopo nelle camere di sicurezza del Palazzo di Giustizia di Roma e morto sette giorni dopo nel reparto dei detenuti dell’ospedale «Pertini». Il problema è che le indagini amministrative condotte dagli organismi da cui dipendono i sei indagati (tre medici indiziati di omicidio colposo e tre guardie penitenziarie sospettate di omicidio preterintenzionale) si stanno concludendo con una raffica di sostanziali «assoluzioni», piene o per «insufficienza di prove», a inchiesta giudiziaria ancora in corso.

Dopo l’Asl che ha scagionato i medici, ieri è toccato al Dap (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) comunicare l’esito dei suoi accertamenti. In una relazione inviata alla procura della repubblica, gli «investigatori» del Dipartimento non giungono ad alcuna conclusione certa sull’operato degli agenti indagati. Tanto basta, però, per consentire al capo del Dap Franco Ionta di scagionare le guardie penitenziarie: «Le risultanze hanno rilevato fin qui l’assenza di responsabilità da parte degli agenti».

I magistrati, però, sembrano decisi a proseguire per la loro strada: per loro l’indagine amministrativa del Dap, come del resto quella dell’Asl che quattro giorni fa ha scagionato i medici indagati definendo «imprevista e inaspettata» la morte di Stefano, non modificano più di tanto il quadro indiziario che si sta delineando. Franco Ionta annuncia anche una piccola «rivoluzione» nella «gestione dei detenuti» a Piazzale Clodio: «Sto valutando di ritirare il personale di polizia penitenziaria dalle celle del Tribunale dove tali persone vengono detenute».

In altre parole, degli arrestati in attesa delle udienze di convalida si occuperanno solo coloro (carabinieri, polizia o chi altro) che hanno eseguito il fermo nelle 24 ore precedenti. Sarà più umano anche il trattamento dei detenuti ricoverati al «Pertini». Come dice il senatore Ignazio Marino, presidente della Commissione parlamentare sull’efficienza del sistema sanitario, «il Dap ha deciso che, nel caso che i familiari di un detenuto si presentino al reparto protetto dell’ospedale “Pertini” in cerca di informazioni, la polizia penitenziaria deve avvertire il personale medico per un colloquio».

Una possibilità, questa, che non fu data ai genitori e alla sorella di Stefano. Ma torniamo all’inchiesta giudiziaria sul pestaggio e sulla morte di Cucchi. I magistrati sembrano convinti più che mai che l'aggressione nel Palazzo di giustizia ci sia stata, e che i responsabili sono i tre agenti di custodia. Hanno dalla loro la testimonianza di un altro detenuto, S.Y, immigrato del Gambia, che, anch’egli rinchiuso in una cella del Tribunale, dice di aver sentito il rumore dei pugni e dei calci e di aver visto subito dopo le guardie che trascinavano Cucchi in camera di sicurezza.

E altre persone arrestate, che si trovavano a Piazzale Clodio il 16 ottobre, confermano quel racconto. Piuttosto non credono, i magistrati, a un altro testimone, un detenuto che giorni fa ha consegnato una lettera in cui affermava di aver sentito dire da Stefano che gli autori del pestaggio erano carabinieri. In realtà non sarebbe stato lui a scrivere la lettera: un altro mistero che si aggiunge a quello della morte di Cucchi.

Brutte sorprese sotto l'albero

La Stampa

L’Ue lancia l’allarme: «Un addobbo su tre è fuori norma e può esplodere»

MARCO ZATTERIN
CORRISPONDENTE DA BRUXELLES
Paura al mercatino di Natale. L’Europa avverte che i romantici fili di luci colorati per gli addobbi delle feste sono dei potenziali killer, i controlli a campione rivelano che un prodotto su tre è stato fabbricato male al punto da poter provocare esplosioni e incendi. La principale minaccia è il surriscaldamento che può dar fuoco agli alberi, ma non si scherza neanche coi cortocircuiti provocati da cavi sottili o non protetti dalle necessarie guarnizioni esterne. Ne deriva un doppio appello. Uno perché le amministrazioni stringano i controlli; l’altro perché i consumatori comprino con intelligenza, magari cercando di spendere di più per spendere meglio.

L’invasione
La Commissione europea è preoccupata e non è sola. Da anni le organizzazioni per la protezione dei consumatori sottolineano i pericoli dei Natali esplosivi. «Non ci devono essere compromessi sulla sicurezza - avverte Meglena Kuneva, responsabile Ue per la sicurezza dei cittadini -. Questo è il momento in cui raddoppiare gli sforzi per evitare che le nostre case siano invase da materiali pericolosi».

I fatti sono però poco incoraggianti, le autorità appaiono distratte. Bruxelles ha chiesto aiuto a tutti e ventisette gli stati dell’Unione; solo cinque hanno partecipato all’inchiesta. «Problemi di budget», ha spiegato con una smorfia triste la Kuneva. Ciò non toglie che proprio la libera circolazione delle merci sul grande mercato comunitario renda il campione offerto da Germania, Olanda, Ungheria, Slovenia e Slovacchia «del tutto indicativo delle condizioni generali». Gli esperti della direzione Consumatori hanno effettuato 196 controlli, ognuno con 20 test differenti di compatibilità tecnica e amministrativa, con verifiche che hanno coinvolto lo spessore dei cavi come la qualità delle spine elettriche.

Il risultato fa venire i brividi. La Commissione rivela che il 25% delle ghirlande luminose non ha superato le prove di sicurezza per gli ancoraggi dei cavi: si tratta di un problema di non conformità importante, perché l’inadeguatezza può provocare un distacco dei cavi con alti rischi di scosse elettriche. Nel 23% dei casi non è stato soddisfatto il requisito della superficie della sezione trasversale, ovvero il filo è risultato troppo sottile per il carico elettrico che è destinato a sopportare, con la conseguenza di aumento dei rischi di surriscaldamento e incendio. Il 28% dei prodotti esaminati è infine apparso insicuro per quanto riguarda i cavi: vuol dire che l’isolamento e le caratteristiche sono tali da poter provocare incidenti gravi.

Sin qui le circostanze potenzialmente più dannose. Bruxelles denuncia altri frequenti problemi meccanici, come spigoli taglienti che possono provocare lesioni, e una ripetuta assenza di avvertenze (41%) e istruzioni per l’uso (35%). «E’ importante fare attenzione a cosa si compra e dove lo si compra», assicura la Kuneva. «Meglio evitare le offerte da 1,99 o 2,99 euro - aggiunge -. Troppo poco per essere sempre buone». Un altro consiglio per gli acquisti è di rivolgersi a commercianti affidabili, le grandi catene commerciali o i negozi conosciuti, «da loro si può almeno cambiare il prodotto qualora si dimostri difettoso».

Occhio, insomma, ai banchi dei mercatini di Natale. E, ancor di più, ai saldi degli ambulanti. Non finisce qui. Anche nel momento in cui si torna a casa con una bella fila di lampadine colorate e garantite da ogni sigillo comunitario (il 41% dei prodotti fuori regola è «made in China»), la Commissione ricorda una lunga serie di comportamenti da evitare, anche se la regola aurea del natale sereno è «non lasciate mai lumi natalizi in funzione quando uscite di casa o di notte, mentre dormite».

Gli esperti suggeriscono di scegliere le luci a bassa tensione con alimentatore separato, azzerano il rischio di folgorazione e riducono quello di incendio. Allo stesso modo, è opportuno utilizzare una presa per ogni spina, evitando le doppie o triple, troppo instabili. Ultima nota. Buttate le ghirlande troppo vecchie, il tempo logora anche quelle migliori. Ora costano poco anche quelle un po’ più care. E un Natale sereno non ha comunque prezzo.

Mussolini in lacrime: "Questo articolo offende le donne" E se ne va da Canale 5

Quotidianonet


Roma, 2 dicembre 2009

"Questo pezzo offende tutte le donne e sono venuta qui per condividere con voi questo attacco vergognoso. Stamattina ho dovuto chiudere il giornale perchè mio figlio lo stava leggendo e perchè ho i paparazzi fuori e mi fanno le foto". Sfogo in diretta tv per la parlamentare del Pdl Alessandra Mussolini, durante la puntata di oggi di ‘Pomeriggio 5’, contenitore televisivo di Canale 5. Mussolini, si legge in una nota, si è presentata a sorpresa negli studi di Montecitorio con la deputata del Partito Democratico Paola Concia.


Vittima di un presunto ricatto a sfondo sessuale, la leader di Azione sociale ha attaccato l’articolo uscito oggi su un quotidiano nazionale. Come poi specificato da Silvana Giacobini presente in studio, la testata è ‘Il Giornale' e l’articolo è firmato da Vittorio Sgarbi. Con le lacrime agli occhi, l’esponente del Pdl dice di essere stata «messa alla berlina» per notizie «false».

Secondo le due parlamentari, l’articolo rappresenterebbe «un vero linciaggio verso tutte le donne». Mussolini ha raccontato che i fotografi sono andati a scuola dei suoi figli e che continuano a seguirla in ogni suo spostamento «non per fare le foto con loro, ma per vedere se vado a fare qualcosa. Questo è grave, questo è il danno che hanno fatto a una donna».

Mussolini lancia un monito alla stampa: «Se si parla di un video di un mitomane, perchè devo essere messa alla berlina da questo giornale? Non parlo di politica, perchè se ne facessi un fatto personale allora non vuol dire niente, ma sono qui con Paola Concia perchè da questo articolaccio deve venire fuori una battaglia per la dignità dalle donne».

«Sono qui -insiste il leader di As- perchè dobbiamo continuare a combattere, altrimenti l’8 marzo è carta straccia». Al gesto compiuto dall’esponente del Pdl, si legge ancora nel comunicato stampa, di pestare prima e di strappare poi il giornale incriminato, Barbara d’Urso si è dissociata immediatamente affermando che «i giornali sono organo di libertà e democrazia e strapparlo è un brutto segno».

Sottolinea Concia: «Penso una cosa. Non sono pochi gli uomini che la pensano come chi ha scritto l’articolo. Per questo, non è importante chi l’ha scritto, piuttosto che domani potrebbe accadere anche a me la stessa cosa per distruggermi sulla base di nulla e credo che questo non sia giusto». A conclusione dell’incontro è intervenuto anche il vicedirettore de ‘Il Giornale' Alessandro Sallusti per spiegare la versione del quotidiano ma i toni si sono accesi ulteriormente e la Mussolini ha abbandonato lo studio.

L’odore dei soldi» inguaia Travaglio e C. Veltri li denuncia

di Redazione


L'odore dei soldi somiglia a un miasma, causa violenti dissapori tra gli ex coautori, Marco Travaglio e Elio Veltri. Di mezzo c'è pure Antonio Padellaro direttore del Fatto quotidiano. E il fatto è questo: il libro uscito nel 2001 è appena stato ristampato con diverse modifiche e aggiunte, ma - sostiene Veltri - a sua insaputa. La querelle è cominciata con la pubblicazione sul Fatto di un articolo dal titolo «Imputato Berlusconi chi le ha dato quei soldi?», firmato anche da Elio Veltri.

Peccato non fosse stato mai avvisato. Non solo, la manipolazione sarebbe proseguita con l’annuncio di una presentazione del libro, anche questa a insaputa di Veltri. A quel punto si è fatto vivo anche l'editore, Editore riuniti, per dar manforte alla ditta Travaglio&Padellaro contro l'ex amico di Di Pietro (sodalizio finito in tribunale, pure quello). La questione è destinata a finire in tribunale.