lunedì 7 dicembre 2009

Veto ad Al Bano "Sono divorziato, niente concerto di Natale in Vaticano"

Quotidianonet


Roma, 7 dicembre 2009




Nessun concerto di Natale in Vaticano per Al Bano. Lo rivela lo stesso cantante: “Magari potessi farlo. Ma non mi chiamano ormai da anni. Purtroppo ho una ‘colpa’ non mia da scontare: il divorzio da Romina, che fra l’altro ho dovuto subire. Per via della mia condizione di divorziato, la Chiesa non mi chiama più. E pensare che davanti a Papa Giovanni Paolo II mi sono esibito ben sette volte”.

Un’esclusione che secondo l’artista viene a volte esplicitata dalle gerarchie ecclesiastiche. “Lo dicono apertamente, o lo fanno capire. Una volta dovevo partecipare a un concerto con altri artisti a Lourdes e arrivò il veto. Annullarono la mia partecipazione all’ultimo momento dicendo: “Ci spiace, lei è divorziato”. Pazienza. Mi vedrò ancora il concerto da spettatore. Per me quel che conta davvero - ha dichiarato dalle pagine del settimanale ‘Tv Sorrisi e Canzoni’ - è il rapporto con il loro Capo Supremo. E il mio rapporto col Capo Supremo è splendido”. 


Nel frattempo, Raiuno gli ha offerto di condurre un varietà in prima serata sul modello di ‘Grazie a tutti’ di Gianni Morandi. “Mi hanno appena chiamato per propormi una cosa del genere. L’ha fatta anche Ranieri, ora forse tocca veramente a me. Mi piacerebbe avere una donna accanto, magari Giorgia”.





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La maestra chiede scusa ai bimbi «Perdonatemi, ma sono malata»

Corriere Fiorentino


Anna Laura Scuderi, in carcere per maltrattamento sui fanciulli, ha chiesto perdono alle piccole vittime, ai genitori e alla collettività tutta


FIRENZE - «Perdonatemi, ma sto male, ho bisogno di essere curata». Lei, Anna Laura Scuderi, la titolare dell’asilo Cip-Ciop di Pistoia, in carcere per maltrattamento sui bambini, non parla direttamente ma affida la sua richiesta di perdono e il messaggio di scuse ai suoi legali Stefano Panconesi e Alessandro Mencarelli. Chiede scusa, Anna Laura, «invoca il perdono non solo delle piccole vittime e dei loro genitori, ma anche della collettività pistoiese e nazionale».

E chiede di essere aiutata «a sconfiggere la sua malattia che ha tenuto nascosta a tutti, ai suoi familiari prima e alle famiglie dei bambini che le venivano affidati poi». Per questo i legali nomineranno a giorni un consulente tecnico, uno psichiatra, perchè possa capire cosa è successo e far capire anche ad Anna Laura qual è il suo problema. In modo che «una volta raggiunta la lucidità possa finalmente spiegare a tutti cosa è successo».

«ADESSO ABBIAMO BISOGNO DI SILENZIO» - L’avvocato Panconesi, che aveva visto Laura a settembre («era stressata, voleva vendere uno dei suoi asili») chiede tranquillità e riserbo. «È stato giusto - dice - far emergere questa storia, ma abbiamo adesso bisogno di silenzio». Il silenzio che in carcere non c’è e del quale Anna Laura ha bisogno. Le detenute sanno, vedono in tv le mamme che accusano e piangono, rivedono quelle immagini dove Anna Laura prende per i capelli una bambina piccola, e urlano, sputano, inveiscono.

Nascosta assieme ad Elena Pesce dietro il blindato della cella n.1 della sezione giudiziaria di Sollicciano, Anna Laura sente tutto. «Abbiamo fiducia nella capacità di tutela delle istituzioni - ha detto l’avvocato Mencarelli - confidiamo che nulla possa succedere». Certo, non è facile per i due legali affrontare la difesa per reati di questo genere.

«Ci chiediamo - dice Mencarelli - come può un avvocato sostenere la difesa di cose così emozionalmente forti. Ma siamo convinti, così come dice il diritto, che solo con la voce dell’incolpato il giudice può emettere un giudizio equilibrato». Certo - aggiungono - «resta la nostra sofferenza, ma siamo consapevoli che solo con la voce di chi ha compiuto il delitto ci possa essere una sentenza giusta, una condanna giusta che Laura espierà, una pena che Laura vuole scontare».

PIANGE E CERCA UN PERCHE' - La maestra - riferiscono sempre i suoi legali - pensa ai bambini che ha picchiato. Da giorni non mangia, piange e cerca un perchè: la malattia dello zio molto amato, malato oncologico, che lei ha seguito fino all’ultimo giorno, lo stress della cura di due asili. Ma capisce, tra la nebbia della sua personale disperazione, di aver compiuto atti orribili.

Atti che il codice penale prevede e punisce con una pena che va da 1 a 5 anni di reclusione e che con le aggravanti contestate (non la continuazione, ma la minore età della vittima e i futili motivi) forse si arriverà a sei. «Ma il suo calvario - dicono gli avvocati - lei lo vuole percorrere fino in fondo. Questo forse non restituirà la serenità alle famiglie, alla città di Pistoia che lei sente di aver tradito, come i genitori che le affidavano i bambini».

Video

LE INDAGINI - Intanto l'inchiesta continua. Il lavoro della squadra mobile guidata dal vicequestore aggiunto Antonio Fusco ripartirà nei prossimi giorni dai registri delle due scuole gestite da Anna Laura Scuderi. Gli investigatori hanno acquisito tutta la documentazione che servirà a ricostruire gli ultimi anni di attività della scuola «Cip Ciop» di Pistoia e del «Bosco magico» di Quarrata. In questi giorni sono state moltissime le telefonate arrivate in questura da parte di genitori che hanno mandato i figli nelle due scuole.

NUOVE SEGNALAZIONI DI CASI - «Ne ho parlato con altri genitori ma loro non mi hanno mai creduto. Mi sono trovata da sola. Quindi ho tolto la bambina dall’asilo e non ne ho più voluto sapere nulla». A parlare è Nadia, madre di una bimba che oggi ha 9 anni, che nel 2001 era all’asilo Cip-Ciop di Pistoia. «Mi ero accorta dei lividi sulla mia piccola - ha raccontato Nadia - ma quando andai a chiedere spiegazioni Laura mi rispose che erano dovuti ai giochi dei bimbi e che se facevo denuncia avrebbero creduto a lei e non a me.

Ma soprattutto mi ha detto che avrebbe fatto del male a me e alla bambina. L’ho presa e me la sono portata via. Raccontai questo ad altri genitori, ma non mi credettero». Sul caso delle frasi dette, ma non nelle sedi opportune, interviene l’assessore comunale all’ istruzione Rosanna Moroni. «Perchè nessuno ha denunciato prima? Perchè chi ora dice che sapeva non ha parlato con chi doveva?». «Siamo sconvolti dalle immagini e rattristati dal pensiero dei bambini coinvolti, solidali e partecipi del dramma delle famiglie ma sconcertati dal’assenza di segnalazioni pregresse».

Nonostante alcune mamme dicano di aver già denunciato che nell’asilo succedevano cose strane, nessuna segnalazione concreta è pervenuta al Comune «e nemmeno in questura o dai carabinieri - dicono gli inquirenti -. L’ unica segnalazione, non una denuncia o un esposto, ma solo una segnalazione circostanziata all’ufficio minori della questura è stata fatta da un poliziotto della stradale nell’agosto scorso, quando stava valutando se iscrivere o meno il figlio in quell’asilo». Proprio la denuncia da cui è partita tutta l'inchiesta.

07 dicembre 2009




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Lavoratori protestano alla prima della Scala

Il Tempo

Diverse decine di lavoratori hanno tentato di forzare le transenne che limitano l'ingresso alla piazza. Al grido di "Vergogna, vergogna", stanno provando a superare il cordone di poliziotti in assetto antisommossa.

 

Manifestandi dinanzi il teatro


Momenti di tensione tra alcune decine di lavoratori che protestano davanti a Piazza della Scala, dove tra poco andrà in scena la Carmen. Diverse decine di lavoratori hanno tentato di forzare le transenne che limitano l'ingresso alla piazza. Al grido di "Vergogna, vergogna", stanno provando a superare il cordone di poliziotti in assetto antisommossa. Diverse le bandiere dei sindacati di base, sventolate dai manifestanti che protestano contro la crisi. 


Ci sono i lavoratori dell'Alfa Romeo di Arese e quelli della Fiat di Pomigliano d'Arco in prima fila a manifestare contro al crisi. La tensione iniziale tra forze dell'ordine e manifestanti si è affievolita, ma i poliziotti restano in assetto antisommossa. Diversi gli striscioni delle aziende in crisi, mentre anche dall'altra parte della piazza la protesta dei lavoratori della Scala si fa sentire sempre più forte.In piazza è stato lanciato un lacrimogeno, mentre tra gli operai campeggia il fantoccio di Sergio Marchionne in versione 'diavolò.




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Scomparso da 22 anni, viene rintracciato grazie a Facebook

La Stampa

CATANZARO

Chi l’ha visto, il programma di Rai 3, porta in prima serata la straordinaria storia di un ragazzo di cui non si avevano più notizie da 22 anni. La trasmissione condotta da Federica Sciarelli racconta stasera di un bimbo di sei anni (oggi ne ha 28), che scompare dalle parti di Guidonia, Roma. Se ne perdono le tracce finchè lui non decide, tramite Facebook, di fare una ricerca con tutti coloro che sono nella rete che hanno il suo stesso cognome, Anfuso. Gli risponde e gli chiede amicizia Pino Anfuso, un telecineoperatore della sede Rai della Calabria, e da lì parte il reportage che andrà in onda  con il ritrovamento del ragazzo, che oggi vive in Egitto.



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Tivoli, è morto il giovane massacrato dal rivale in amore

Quotidianonet


Prima è stato colpito con una mazza da baseball, poi  un colpo di pistola in testa. Il responsabile, un 18enne, ha confessato tutto al padre che ha avvisato la polizia


Roma, 7 dicembre 2009

È morto nella notte Stefano Onofri, il ragazzo di 26 anni aggredito dal «rivale» in amore nelle campagne tra Tivoli e Castel Madama. "Le condizioni di Stefano Onofri, ricoverato presso la Rianimazione del Policlinico Umberto I di Roma - spiega una nota dell’ospedale - sono peggiorate durante la notte. Alle ore 4.30 il cuore di Stefano ha smesso di battere".

I due giovani di 18 e 26 anni si erano dati appuntamento per regolare i conti per una ragazza in campagna. I due hanno iniziato a litigare fino a quando il 18enne, dopo aver colpito con una mazza da baseball il 26enne, gli ha esploso un colpo di pistola, colpendolo alla testa. Successivamente, con la complicità di 2 coetanei lo ha nascosto ancora in vita, nei pressi di un cascinale.
Il 18enne, dopo aver girovagato per tutta la notte è tornato a casa dove si è confidato con il padre. L’uomo ha chiamato immediatamente i carabinieri della Compagnia di Tivoli che hanno soccorso subito il 26enne.




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Isola dei famosi inglese, chef italiano in tribunale per un topo

La Stampa

l vincitore del reality accusato di crudeltà sugli animali per aver ucciso, cucinato e mangiato un ratto
LONDRA
Gino D’Acampo, lo chef italiano che nel fine settimana ha vinto l’edizione britannica de «L’Isola dei Famosi», intitolata «I'm a Celebrity... Get Me Out of Here!» finirà dinanzi ad un tribunale australiano accusato, insieme ad un altro concorrente, Stuart Manning, di crudeltà sugli animali per aver ucciso, cucinato e mangiato un topo.

Lo chef 33enne, celebre nel Regno Unito per le sue comparse televisive, ha ucciso il topo quando il suo gruppo si trovava in "isolamento" con razioni ridotte di riso e fagioli. «Ho visto uno di quei topi correre in giro, ho preso un coltello, gli son saltato alla gola e l’ho preso», ha raccontato D’Acampo alle telecamere.

David Oshannessy, della protezione animali australiana, ha dichiarato che secondo le regole sull’utilizzo di animali negli spettacoli, «uccidere un topo è inaccettabile. Il fatto è che è stato fatto unicamente per le telecamere». D’Acampo e Manning sono stati chiamati a testimoniare il 3 febbraio.




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Napoli, maxitruffa all'Inps In manette 56 persone: pensioni per i falsi ciechi

di Redazione

Napoli - Blitz dei carabinieri di Napoli contro i falsi invalidi. In manette, con le accuse di associazione per delinquere finalizzata alla truffa ai danni dello Stato, contraffazione di pubblici sigilli e falsità materiale e ideologica in atti pubblici, sono finite 56 persone. Nel corso di indagini coordinate dalla procura della Repubblica partenopea i militari dell’arma hanno scoperto l’esistenza di una organizzazione criminale attiva da circa tre anni nel centro storico di Napoli, in particolare nel rione del Pallonetto-Santa Lucia. Attraverso la falsificazione di documentazione medica e amministrativa l’organizzazione era riuscita a far erogare false pensioni di invalidità a numerosissime persone che in realtà non avevano alcun tipo di problema, causando ingentissimi danni allo Stato.

Falsi ciechi La documentazione attestava che erano ciechi, in modo totale o parziale, e l’Inps, per un triennio, ha versato loro pensioni di invalidità, ricevendone un danno patrimoniale da un milione di euro. I carabinieri del comando provinciale di Napoli, però, in circa due mesi di indagini, hanno scoperto la truffa e eseguito 53 ordinanze di custodia cautelare con il beneficio dei domiciliari, 41 delle quali a carico di donne, contestando i reati di truffa aggravata, falso in atto pubblico e contraffazione di pubblici sigilli. L’inchiesta è partita a settembre con la segnalazione dal Comune di Napoli di una singola pratica di riconoscimento di invalidità ritenuta falsa; da questa si è arrivati a individuare una organizzazione criminale che, attraverso personaggi appartenenti alla pubblica amministrazione (e le indagini in questa direzione proseguono), istruiva false pratiche di invalidità civile per non vedenti consentendo di percepire in maniera indebita una pensione di invalidità. I falsi verbali di accertamento della cecità, parziale o totale, di ciechi in possesso di patenti e alla guida di moto e auto, come dimostrano anche filmati dei militari dell’Arma che hanno usato telecamere nascoste per monitorare le attività quotidiane dei sospettati, erano redatti in maniera definita "abile" dai magistrati partenopei, con sigilli e firme di medici falsi, mentre i numeri di protocollo dell’Asl Napoli 1 erano o contraffatti, o veri ma riconducibili a persone diverse dai beneficiari della pensione; tutta la documentazione apparentemente era stata predisposta e spedita dall’azienda sanitaria e arrivava agli uffici comunali specifici che redigevano i decreti di riconoscimento dello stato di invalidità, comunicandolo all’Inps.

Documenti Nella falsificazione della documentazione si teneva conto anche dei più piccoli dettagli, come ad esempio il ritocco delle pupille nei documenti di identità dei falsi ciechi, in modo che lo sguardo assomigliasse a quello dei non vedenti reali. Verifiche sono in corso sulla posizione di molti altri beneficiari di pensioni di questo tipo o per altre tipologie di invalidità. Inoltre, nel corso delle indagini, nei locali della prima municipalità di Napoli, sottolinea il procuratore aggiunto Francesco Greco, ci sono stati diversi tentativi di sottrazione, distruzione o occultamento della documentazione esistente. La maggior parte degli arrestati nel blitz di oggi è legata da vincoli di conoscenza o parentela.





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Agca torna libero, è già polemica

Corriere della Sera

Una tv pronta a pagargli 2 milioni per un'intervista esclusiva.
Gasparri: «Una vergogna, va boicottata»


Alì Agca, nel 2006, all'esterno di un tribunale di Istambul (Afp)

ROMA - Due milioni di dollari in cambio di un'intervista esclusiva ad una tv americana. Ad intascarli sarebbe Ali Agca, l'attentatore di Giovanni Paolo II, la cui scarcerazione in Turchia, come anticipato dalle colonne di Repubblica, è prevista per il prossimo 18 gennaio.

RITORNO IN ITALIA - L'uomo, che sta scontando una pena per l'omicidio di un giornalista turco - una vicenda precedente rispetto all'attentato contro il predecessore di Ratzinger del 13 maggio 1981, per i quali è stato già graziato nel 2000, dopo 19 anni di prigione, dall'allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi - avrebbe già espresso il desiderio di non rimanere nel proprio Paese, una volta in libertà. Secondo quanto ha riportato il quotidiano di Ezio Mauro, vorrebbe tornare a Roma. E tra le prime cose che vorrebbe fare da uomo libero c'è il recarsi in pellegrinaggio alla tomba di Karol Wojtyla, che già nel 1983 lo incontrò in carcere e lo perdonò per l'attentato.

«BOICOTTARE L'INTERVISTA» - La questione sta già sollevando mugugni nel mondo politico italiano. Il primo a prendere posizione è il capogruppo del Pdl al Senato, che parla di «degenerazione del sistema dell'informazione a livello mondiale». Nel mirino del parlamentare è proprio la notizia del compenso milionario previsto per l'intervista. «È una vergogna arricchire i criminali - dice Gasparri -. È bene fare luce su questo scandalo affinchè questa televisione, a qualsiasi nazione appartenga, venga boicottata in ogni modo. La degenerazione del mercato non può portare ad un orrore di questa portata. Terroristi e assassini devono tacere non diventare ricche star».

07 dicembre 2009




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Messina: in attesa dell'appello, pedofilo libero adescava bambini

Quotidianonet

Sgominata una rete di orchi: quattro arresti e altre cinque persone indagate. Indagini dopo la segnalazione di un genitore: il figlio di 9 anni era tornato a casa con denaro, dolci e figurine avuti come 'ricompensa'

Messina, 7 dicembre 2009 - Sgominata dalla Squadra mobile a Messina una rete di pedofili che induceva minori, anche d’età inferiore ai 14 anni, alla prostituzione che poi ricompensava con piccole somme, dolci e figurine di calciatori. Bambini e ragazzini venivano «incentivati» se procacciavano altri piccoli. L’operazione è stata battezzata «Seppia» e vede indagate nove persone. Quattro i provvedimenti cautelari in carcere firmati dal Gip Maria Teresa Arena, su richiesta del sostituto procuratore Stefano Ammendola, con l’accusa d’induzione alla prostituzione minorile e atti sessuali con minori. Altre cinque persone restano indagate.

L’inchiesta era stata avviata il 18 gennaio dal sostituto procuratore Claudio Onorati grazie alla denuncia del padre di un bambino di 9 anni che aveva scoperto che il figlio era finito nella «rete» dei pedofili: il piccolo un giorno era tornato a casa dal calcetto e in tasca aveva 25 euro, dolci e figurine. Al genitore aveva candidamente confessato che gli aveva dati l’uomo che si «faceva baciare sul petto»: questi lo aveva «agganciato» al campetto di calcio e se l’era portato a casa.

Il 12 febbraio la Mobile arresta, su provvedimento cautelare del Gip Arena, il 33enne Marcantonio Russo. Accusato di violenza sessuale e induzione minorile alla prostituzione. In casa del 33enne la polizia sequestra foto che ritraevano Marcantonio Russo con minori durante rapporti sessuali e un diario in cui annotava nomi e «specialità» dei suoi piccoli «clienti» ai quali assegnava pure i voti.

Le foto scattate da un altro indagato ed il «libro mastro» tenuto da Russo portano la polizia a scoprire la «rete» di pedofili che agiva nella zona nord della città, tra il parcheggio del Baby-Park e il vicino villaggio di Paradiso, legata al 33enne già arrestato nel 2005 per aver adescato dei minori sulla spiaggia di Mortelle e condannato nel 2006 a 4 anni; era tornato in libertà in attesa del processo d’appello.





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Tentò di uccidere il PapaAgca libero il 18 gennaioE vuole vivere in Italia

Quotidianonet


Il criminale turco verrà rilasciato dal carcere di Ankara dopo aver scontato per intero la sua pena: 28 anni. Ed è già caccia alla prima intervista, ma l'ex Lupo Grigio chiede due milioni di euro per l'esclusiva

Roma, 7 dicembre 2009



Il 18 gennaio prossimo, Mehmet Ali Agca, l’attentatore di Giovanni Paolo II, uscirà dal carcere di Ankara, dopo 28 anni di prigionia. Sarà libero, avrà scontato tutta la sua pena. Lo rende noto oggi il quotidiano “la Repubblica” rivelando che l’ex Lupo grigio ha intenzione di venire a vivere in Italia.

Ed è già caccia alla prima intervista da uomo libero: più di cento testate lo vogliono incontrare. Ma per l’esclusiva Ali Agca chiede due milioni di euro.


Il giorno della sua liberazione definitiva Agca avrà da pochi giorni compiuto 52 anni. Il rilascio avverrà per termine della pena: non quella riguardante l’attentato al Papa, per cui nel 2000 ricevette la grazia d’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, e fu estradato in Turchia, ma quella sull’omicidio del giornalista Abdi Ipekci, direttore del quotidiano Milliyet, avvenuto due anni prima degli spari a Piazza San Pietro.

Agca, dopo qualche settimana di riposo, vuole infatti partire per Roma. Il suo proposito è quello di andare in Vaticano, e di mettersi a pregare sulla tomba di Giovanni Paolo II, il pontefice che cercò di assassinare, e che lo perdonò ancora nell’inedito faccia a faccia avvenuto nella sua cella, due giorni dopo il Natale del 1983.





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Spatuzza sbaglia anche senatore Il «compaesano» è l’ex dc Inzerillo

di Gian Marco Chiocci

nostro inviato a Palermo


Troppe cose non tornano nella confessione a rate del pentito Spatuzza che soltanto dopo un anno di «collaborazione» ricorda che il boss Giuseppe Graviano gli disse che i mandanti delle stragi del ’93 erano Berlusconi e Dell’Utri. Fra le minchiate esternate in aula dal killer, detto ’u tignusu, vi è quella sui referenti politici: nessun pentito di mafia, ben più blasonato, prima d’ora aveva osato ipotizzare un link diretto fra i Graviano e Berlusconi.

E nemmeno fra gli stessi fratelli di Brancaccio e il «compaesano senatore» Marcello Dell’Utri, che a i tempi delle bombe del ’93 e dell’arresto dei Graviano (gennaio ’94) non era senatore e nemmeno deputato. L’unico presunto contatto diretto fra i Graviano e un «compaesano senatore», di cui vi è traccia documentale in procedimenti penali e vari interrogatori, riguarda Vincenzo Inzerillo, ex senatore Dc, eletto nel ’92 con 40mila preferenze, vicino alla corrente di Mannino, quindi assessore nella giunta di Leoluca Orlando: attualmente è imputato per mafia in un nuovo processo d’appello dopo l’iniziale condanna a 8 anni e l’assoluzione in secondo grado annullata dalla Cassazione.

Inzerillo è stato indagato dai pm fiorentini anche per l’inchiesta sulle stragi del ’93 a Firenze, salvo poi uscirne con ampia archiviazione. Di questo politico siciliano parla in modo circospetto anche Spatuzza che non potendo smentire altri pentiti, lo colloca in rapporti con Graviano, ma solo fino al 1991. Poi, di senatore in senatore, il pentito passa ad accusare il socialista Giacomo Affatigato (che essendo morto non può smentirlo) e quindi Dell’Utri (che per otto interrogatori ha giurato di non conoscere).

A Inzerillo, invece, ci si arriva indirettamente «leggendo» le parole del superboss Giuseppe Graviano che il 28 luglio 2009, ai pm fiorentini Crimi e Nicolosi, dice di lasciare perdere Spatuzza, che non può sapere nulla perché nulla contava nella scala gerarchica di Cosa nostra. Vuole essere messo finalmente a confronto con il superboss pentito Vincenzo Sinacori, pezzo da novanta di Cosa nostra, vicino al boss Matteo Messina Denaro, fra i pochissimi a partecipare alle riunioni ristrette della «Commissione» che deliberò sulle stragi. Lui sì che sa, altro che Spatuzza. «Io ho studiato i processi come voi – dice Graviano al pm Nicolosi - e da quello che mi insegnate voi, come spessore mettete più potente Sinacori o Spatuzza?

Per lei può sapere qualcosa di più Sinacori o Spatuzza? Mi dica lei...». Il pm: «Sinacori era capo mandamento, certo, però Spatuzza era un uomo suo, Graviano!». Il boss esplode: «Un uomo mio? Ma faceva l’imbianchino! Può dire quello che vuole, può colorare, faceva il pittore», e quindi di cose importanti «non poteva sapere». Graviano si dice disponibile a confrontarsi con chiunque ma non vuole perdere tempo con le mezze tacche alla Spatuzza.

È disposto a parlare con gente del suo stesso livello. Prima di abbassarsi all’imbianchino di Brancaccio, Giuseppe Graviano vuole fare i conti con chi dice lui «per fare uscire la verità, perché anche a me è stata raccontata qualche cosa in carcere (...). Io sono disposto a fare confronti con chiunque, ma in particolare con quelli che dico io che per me sanno la verità, a cominciare da Sinacori (...). Lui sa qualcosa in più».

Niente da fare. A confronto i magistrati non ce lo mettono. Eppure Sinacori, qua e là, ha già detto cose sul periodo delle stragi che assumono oggi contorni decisamente interessanti. In un verbale fa riferimento alle confidenze di Matteo Messina Denaro a proposito «del senatore Inzerillo che è nelle mani di Graviano». Il 19 giugno 1998, ascoltato a Firenze dai pm Grasso e Nicolosi, racconta le riunioni della Cupola che s’era spaccata in due sull’offensiva stragista.

A precisa domanda, nega di sapere se vi fossero referenti politici fra gli ispiratori della campagna sanguinaria in Continente. Il procuratore Grasso interviene: «Ma quali potevano essere le persone, gli uomini che Riina prima, e Bagarella poi, Graviano e Messina Denaro potevano fare da collegamento, da cinghia di trasmissione, con queste persone esterne o della politica, o di altri campi, o professionisti?». Sinacori è categorico: «Per quanto riguarda Graviano, c’era quello là, è stato Inzerillo che poteva essere un tramite, perché proprio lui, in un incontro, venne a dirci che con le stragi non si concludeva niente».

E poi? E Messina Denaro? «Se ne aveva, a me non ne ha mai parlato». Quanto alla fine dei rapporti coi democristiani Lima e Salvo «già a settembre ’91 avevamo deciso di farli fuori (...). Sapevo solo che Inzerillo era agganciato a Giuseppe Graviano». E di Berlusconi? «Non so niente». Quanto agli eventuali contatti politici, Sinacori suggerisce: «Chiedete a Giovanni Brusca poiché anche lui è un collaboratore» e forse sa qualcosa di più. Brusca ha parlato di Graviano e di Inzerillo ma al processo di Caltanissetta sui mandanti esterni il pentito ha negato con forza di essere a conoscenza dei rapporti fra Cosa nostra e altri politici, a parte un vago riferimento che gli fece Riina su alcuni avvocati che volevano portarlo da Umberto Bossi.

Brusca ha detto di non sapere nulla nemmeno degli interessi dei Graviano al Nord e quanto a Silvio Berlusconi, ammette, Cosa nostra provò ad agganciarlo «tra la fine del ’93 e l’inizio del ’94» attraverso Vittorio Mangano «che avevamo letto dai giornali lavorava ad Arcore». E qui non ci siamo con i tempi dettati da Spatuzza: come faceva Berlusconi a ispirare le stragi del ’93 (14 maggio via Fauro a Roma, 27 maggio via dei Georgofili, 27 luglio, via Palestro a Milano, 28 luglio, San Giovanni e San Giorgio al Velabro a Roma) se Cosa nostra prova a contattarlo attraverso Mangano solo a fine anno? E se il contatto col boss di Brancaccio avviene tra la fine del ’93 e gli inizi del ’94, come fa Berlusconi a mettersi d’accordo con Graviano che finisce in manette proprio a gennaio del 1994?

Torniamo dunque a Vincenzo Inzerillo, l’unico «senatore» che dalle carte processuali di Firenze (vedi i verbali redatti dai pm Fleury, Nicolosi e Crimi) e Palermo, viene indicato da più fonti come l’unico politico in qualche modo in contatto con i Graviano. All’ex esponente Dc si son potute solo addebitare responsabilità «morali» poiché si sarebbe adoperato per convincere i fratelli di Brancaccio a desistere dai loro programmi criminali, senza denunciarli. Di Inzerillo (che si è sempre dichiarato innocente) hanno parlato numerosi altri pentiti.

Come Angelo Siino, Salvatore Cancemi («Graviano aveva Inzerillo nelle mani»), Gioacchino Pennino («il senatore è un uomo d’onore della famiglia di Brancaccio») e Giovanni Drago che giura d’aver appreso da Graviano che quand’era assessore comunale, Inzerillo autorizzò la costruzione di alcuni palazzi in cambio di mazzette. Ma non tutto è così chiaro e lineare: quando Sinacori parla di un summit di capimafia a cui avrebbe partecipato anche Inzerillo, poi s’è scoperto che uno dei partecipanti citati, il boss Gioacchino Calabrò, in quel momento era in carcere. Per i giudici si trattò di un dettaglio irrilevante.


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La Lega contro Tettamanzi: "Vescovo o imam?" Il cardinale: "Sono sereno, riscopro la libertà"

di Redazione


Milano - E' scontro istituzionale tra l’arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, e la Lega Nord all'indomani dell'annuale Discorso alla città. Onorevole Tettamanzi titolava a tutta pagina la Padania che, nell'edizione di ieri, ha lanciato un durissimo attacco: "Cardinale o imam? Se lo chiedono in molti. Tettamanzi la città la vive poco". Ma oggi, nella festa di Sant’Ambrogio, l’omelia di Tettamanzi è stata dedicata proprio ai vescovi, partendo dalla testimonianza di un testo del santo patrono di Milano: "E' sempre notte per gli increduli, i quali, per quanto è loro possibile, si danno da fare per offuscare e oscurare la luce di Cristo con le nebbie di interpretazioni sinistre". 

La replica di Tettamanzi In occasione dell'omelia su Sant'Ambrogio Tettamanzi ha rivolto un invito alla "serenità e responsabilità" per i vescovi e i presbiteri. "Non sono forse da paragonare a codesti lupi - continua Tettamanzi citando le parole di Sant’Ambrogio - gli eretici, i quali stanno in agguato presso gli ovili di Cristo, e fremono attorno ai recinti più di notte che di giorno? 

È sempre notte per gli increduli, i quali, per quanto è loro possibile, si danno da fare per offuscare e oscurare la luce di Cristo con le nebbie di interpretazioni sinistre¨ Stanno a spiare quando il pastore è assente, e per questo fanno di tutto sia per uccidere sia per esiliare i pastori delle Chiese, perchè se i pastori sono presenti, non possono assalire le pecore di Cristo". La festa milanese cade in un nuovo momento di tensione tra l’arcivescovo e la Lega per l’ennesimo articolo polemico di ieri sulla Padania e l’intervista di Calderoli oggi a Repubblica

E oggi, nella festa di Sant’Ambrogio, l’omelia di Tettamanzi è dedicata proprio ai vescovi, partendo dalla testimonianza di un testo di Sant’Ambrogio: "Da questo testo emerge la fisionomia pastorale propria dei Vescovi. Ad essi è affidata, come da preciso incarico, la cura, la custodia del gregge, ossia del popolo di Dio. È una custodia che comporta di riunire il gregge e in particolare di vigilare sul gregge e cosi difenderlo dagli assalti delle bestie spirituali, ossia dagli errori di quei lupi rapaci che sono gli eretici". 

Serenità "Sono sereno, in questo momento riscopro il dono della libertà che trova radice e forza nella responsabilità": così Tettamanzi ha risposto ai giornalisti che gli hanno chiesto, subito dopo la messa per la festività di Sant'Ambrogio, di commentare gli attacchi rivoltigli dalla Padania e dal ministro Calderoli. "La mia bussola - ha aggiunto - è la parola del Vangelo e le esigenze profonde stampate in ogni persona". E quando i giornalisti gli hanno chiesto di commentare l’affermazione di Calderoli secondo cui l’arcivescovo è lontano dal territorio, Tettamanzi ha replicato: "Non so se c’è ne è un altro in così alto loco che stia così in mezzo alla gente". Subito dopo la messa il cardinal Tettamanzi è stato avvicinato da moltissime persone che lo hanno salutato e gli hanno stretto la mano. 

Le accuse della Lega Nord Ieri, in visita a Palazzo Marino per vedere l'allestimento del presepe, il ministro delle Riforme Umberto Bossi ha cercato di smorzare un po' i toni ribadendo, tuttavia, che "la gentedà molto peso alla tradizione. "Io leggo poco

la Padania
- ha ammesso il Senatùr - però il problema è che sicuramente la gente, oltre che alla cristianità, dà molto peso alla tradizione, si sente sicura quando vede che la sua tradizione viene rispettata". "Se arriva troppa gente - ha poi concluso il ministro leghista - la tradizione sparisce". Ha, invece, colpito duramente il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, dalle colonne della Repubblica: "La grande capacità della Chiesa territoriale dovrebbe essere la vicinanza con il territorio. Tettamanzi con il suo territorio non c’entra proprio nulla. Sarebbe come mettere un prete mafioso in Sicilia". "Negare che persone di una certa etnia facciano un tipo di attività è disconoscere la realtà. Seguendo la logica dei poverini non si va da nessuna parte, si trasformano solo i nostri poverini in agnelli sacrificali", ha concluso l'esponente del Carroccio.

Il discorso di Tettamanzi Il crocifisso non è solo un segno di identità, ma un simbolo da vivere "con umile, forte e gioiosa coerenza". Nella ettera alla metropoli, intitolata Milano torni grande con la sobrietà e la solidarietà, Tettamanzi ha invitato a guardare all’esempio di Cristo e a una "presenza che ha i segni del Crocifisso, che sa attraversare le situazioni umane di fatica e di sofferenza assumendole, facendosene carico. Conserviamo la presenza del crocifisso - ha argomentato il cardinale - simbolo cristiano ma anche simbolo profondamente umano". In tema di immigrazione "la risposta della città e delle istituzioni alla presenza dei rom non può essere l’azione di forza, senza alternative e prospettive, senza finalità costruttive". Per questo, ha osservato il porporato, "la chiesa di Milano, il volontariato e altre forze positive della città hanno dimostrato, e rinnovano, la propria disponibilità per costruire un percorso di integrazione. Non possiamo, per il bene di tutta la città, assumerci la responsabilità di distruggere ogni volta la tela del dialogo e dell’accoglienza nella legalità che pazientemente alcuni vogliono tessere". 

Farefuturo: "Bestemmiatori" "I fustigatori, i tronisti e i Torquemada sono arrivati come un orologio (e un referendum) svizzero. Non sono piaciute le critiche del cardinale Tettamanzi alla recente raffica di sgomberi che ha messo sulla strada 250 rom di un accampamento abusivo alla periferia di Milano. Il quotidiano leghista, come poteva essere altrimenti, è andato giù duro". E' quanto scrive il periodico online di Farefuturo, fondazione vicina al presidente della Camera Gianfranco Fini, commentando gli attacchi contro l’arcivescovo.

"Questo succede - scrive il direttore Filippo Rossi - quando la politica si arroga il diritto di utilizzare la religione come carta d identità, come facile strumento per riempire la propria vuotezza. Questo succede quando la politica prende in prestito la fede per farne uno strumento di odio e di divisione. Quando si confonde la croce con un simbolo di partito". Secondo la fondazione finiana, "si arriva a pretendere che la religione si adegui alle regole perverse della politica, perda l ’universalità per occuparsi del contingente, perde l’altruismo per rifugiarsi nel più bieco individualismo.

È la politica che diventa giudice della buona e della cattiva religione in funzione degli interessi di un partito. E così i demagoghi mandano via il prete dall’altare, ne prendono il posto, fanno un comizio e la chiamano predica". "Li definiscono cristianisti - conclude Ffwebmagazine - ma, in fondo, sono semplici bestemmiatori, mercanti di paura che cacciano Gesù dal tempio, svuotando la fede di qualsiasi senso religioso. Il loro evidente antenato è quel Charles Maurras che fondò il movimento di estrema destra Action Francaise. Maurras si definiva athèe catholique, e per questo fu scomunicato da Pio XI. Il paradosso è tutto qui: difendono il cristianesimo ma, di certo, non sono buoni cristiani".





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E' morto il giovane di 26 anni, ucciso dal rivale in amore diciottenne

Corriere della Sera


ROMA - Una tragedia assurda. E' morto intorno alle 4.30 della notte tra domenica e lunedì al Policlino Umberto I Stefano Onofri, il giovane di 26 anni ridotto in fin di vita da un rivale in amore sabato nelle campagne di Castel Madama, centro a pochi chilometri da Roma. Il giovane era stato trasportato in condizioni gravissime al policlinico Umberto I a causa delle gravi ferite provocate dal ragazzo di 18 anni, Nicolas, che lo ha aggredito prima con una mazza da baseball e poi colpendolo con una revolverata alla testa. Il diciottenne e due complici, coetanei, erano stati fermati dai carabinieri domenica mattina. Ora per tutti e tre l'accusa si trasformerà da tentato omicidio in omicidio.

SFIDA ASSURDA - Alla base della tragedia, la disputa per una ragazza. I due si erano dati appuntamento domenica nelle campagne tra Tivoli e Castel Madama, e hanno iniziato a litigare fino a quando il diciottenne, dopo aver colpito con una mazza da baseball Onofri, gli ha sparato alla testa. Successivamente, con la complicità di due coetanei, il diciottenne ha nascosto il corpo ancora in vita del giovane, nei pressi di un cascinale.

Ma l'aggressore dopo aver girovagato per tutta la notte è tornato a casa dove si è confidato con il padre. L’uomo ha chiamato immediatamente i carabinieri della Compagnia di Tivoli che hanno soccorso il 26enne trasportandolo subito al Policlinico Umberto I di Roma, dove è stato ricoverato in gravi condizioni nel reparto rianimazione. Ricovero purtroppo inutile visto che nella notte il giovane è deceduto.


ACCUSA DI OMICIDIO - Gli amici e i familiari di Stefano Onofri hanno passato la notte al Policlinico, increduli. A Nicolas i carabinieri hanno contestato il reato di tentato omicidio, mentre per i due coetanei che lo hanno aiutato il concorso. La pistola non è stata ancora recuperata in quanto sembra che il giovane dopo l’azione criminale l’abbia gettata sul fiume Aniene.

06 dicembre 2009(ultima modifica: 07 dicembre 2009)








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Il mistero della "ragazza delle dune", vittima di un delitto irrisolto da 35 anni

Il corpo fu trovato su una spiaggia di Cape Cod. Molte ipotesi e ma nessuna pista concreta

 


 
CAPE COD (Massachusetts)
– Ai piedi di una collinetta verde nel cimitero di Provincetown c’è una lapide in pietra. Sopra una scritta: «Corpo di donna non identificata trovata sulle dune di Race Point. 26 luglio 1974». Lì sotto ci sono i resti della “Signora delle dune”, la vittima di un misterioso delitto rimasto irrisolto. Ma non dimenticato. E’ lo stesso capo della polizia locale, Jeff Jaran, a confermarlo: «Ci stiamo lavorando ancora. E speriamo sempre in una segnalazione». L’ufficiale ci accoglie nel suo ufficio ingombro di classificatori e scatoloni. Fascicoli, pratiche, dossier. Tra cui il Fascicolo numero uno. Quello della donna trovata da una ragazza nell’estate di tanti anni fa sull’affascinante spiaggia di Race Point. Siamo nella parte settentrionale di Cape Cod che ha in Provincetown il suo centro di richiamo turistico.
 
NESSUN DOCUMENTO - La morte della donna risaliva sicuramente a due settimane prima dal ritrovamento, forse dovuta a un colpo o una coltellata alla base del collo. Nessuna traccia di documenti. E nessuna possibilità di verificare le impronte in quanto il killer le aveva tagliato le mani di netto. La polizia ha dunque raccolto quel poco che poteva ed ha stabilito alcuni punti fissi: 1) Età compresa tra i 20 e i 40 anni. 2) Alti 1,75 e 65 kg di peso. 3) Razza bianca. 4) Il suo aspetto doveva essere curato. 5) Aveva un costoso ponte odontoiatrico. E) Non era del posto, probabilmente si trattava di turista.

LE IPOTESI - In tutti questi anni non sono mancate le piste da esplorare. Si è pensato che fosse una ragazza della Florida, poi una famosa ladra uccisa dal complice o, ancora, una giovane legata ad un giro di motociclisti. Tutte ipotesi che hanno messo un po’ d’agitazione nel piccolo dipartimento di polizia ma che non hanno portato a nulla. Di recente, il “capo” Jaran ha deciso di rivolgersi al celebre Smithsonian Institute di Washington dove ricostruiranno il volto della “Signora delle dune” sulla base del teschio. Qualcosa di meglio dell’identikit in possesso degli agenti. Al momento del recupero non era stato possibile fare di meglio: il viso era infatti sfigurato essendo rimasto per due settimane sotto la sabbia. Jaran, che ha chiesto aiuto anche ad un’importante associazione che cerca gli scomparsi, spera che nuove analisi sui resti possano fornire qualche dato. «Magari da un capello – afferma – possono capire il luogo d’origine o dove ha vissuto». Una piccola speranza per un grande giallo.


07 dicembre 2009



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Piazza Fontana 40 anni dopo

Corriere della Sera


MILANO - Se pensate che «strategia della ten­sione », per chi ha meno di qua­rant’anni, non sia ormai che un vecchio slogan troppo oscuro da capire provate solo — per un minuto — a far più buio ancora. Ditegli solo di chiude­re gli occhi e ascoltare questa voce. «Era metà pomeriggio, stavo tornando a casa e mi sono fermato a far benzina. In effetti l’ho saputo da lui, dal benzinaio: 'Ha sentito? Hanno messo una bomba alla Bna di Piazza Fontana'.

E come un lampo mi è venuto in mente che mio padre era là. Trattava lubrificanti per macchine agrico­le, quel giorno c’era il mercato. Ho girato la macchina e sono corso. Al cordone di po­lizia ho spiegato, mi hanno fatto passare. E così ho visto i primi morti. Ma lui non c’era. Neanche tra i vivi lì attorno però. A casa neppure. Ho pensato: disperso in gi­ro? In ospedale? Ma quale? Allora sono an­dato in questura, per chiedere. E ci ho tro­vato mio fratello Giorgio, arrivato lì per lo stesso motivo. Ci hanno mostrato un elen­co di nomi: niente.

Stavo quasi per tirare il fiato. Finché invece un funzionario ci ha detto che 'in realtà abbiamo un morto non ancora identificato'. Ci ha accompa­gnato in obitorio. Hanno sollevato un len­zuolo. Sotto c’era papà». Si chiamava Carlo Silva e aveva 71 anni, dice oggi suo figlio Paolo. Per sbrogliare una parola come «strategia» possono an­che non bastare dieci processi e otto lustri. Ma «tensione», se si va alla sua essenza, è un concetto drammaticamente semplice.

Quarant’anni sono lunghi. Ma i familia­ri dei sedici che la bomba di piazza Fonta­na si portò via il 12 dicembre 1969 — di­ciassette con Paolo Gerli, morto anni dopo per i postumi — sono forse l’unico pezzet­to d’Italia che non ha mai smesso di contar­li. «Quando si dice che per quella strage non è stato condannato nessuno — Paolo e Franca Dendena quel giorno persero il padre Pietro — si dimentica che questo è oggettivamente vero solo per metà: noi la nostra condanna la stiamo scontando da allora. E direi che ci hanno dato l’ergasto­lo, no?».

Con tutti gli annessi, di fatto: l’ul­tima sentenza della Cassazione, quella che nel 2005 prosciolse definitivamente tutti gli altri , per gli automatismi della legge in­flisse alle vittime anche il pagamento delle proprie spese processuali. Ci mise una pez­za il governo, facendosene carico con un atto di «generosità» perché dello Stato si salvasse almeno la faccia. Franca è quella che presiede l’Associa­zione dei familiari, formalmente costituita­si per piazza Fontana solo pochi mesi fa: «Prima facevamo parte di quella che racco­glie tutte le vittime delle Stragi italiane».

E del resto ciascuno convive col suo lutto a modo proprio: le famiglie dell’Associazio­ne sono una decina; di alcune altre, come quella di Attilio Valè, non esistono più pa­renti; altri, un po’ alla volta, hanno preferi­to ritirarsi e sparire. Vale anche per quegli 80 e passa feriti, che il bilancio della me­moria omette spesso di calcolare: come i fratelli Enrico e Patrizia Pizzamiglio, allora poco più che bambini (lui perse una gam­ba), che da anni gestiscono in silenzio la loro edicola a Milano e a cui tornare a quel 12 dicembre provoca solo la riapertura del­la ferita.

«La storia è lì. Non tocca a noi par­lare », dicono. Carlo Arnoldi invece — suo padre Gio­vanni morì mentre trattava l’acquisto di un terreno per un amico — è tra quelli che del «raccontare per non dimenticare» han­no fatto il proprio scopo di vita: «Non ho mai perso una sola udienza in quarant’an­ni. Salvo quelle di Catanzaro: chissà se chi tolse il processo a Milano, allora, si pose il problema delle diciassette ore di treno che infliggeva a noi». Eppure c’è chi non rinunciò a inghiottir­si anche quelle.

Fortunato Zinni era là in banca anche lui, quel 12 dicembre. Come sempre allo sportello 15: era il suo posto di lavoro. In realtà non rimase né ucciso né ferito: oggi è sindaco di Bresso, nell’hin­terland nord di Milano. Tuttavia lui e tanti altri come lui fanno parte di quell’altra ca­tegoria di «vittime» che le statistiche delle stragi non contano mai perché impossibi­le è contarli: sopravvissuti, testimoni, citta­dini che «c’erano», e anche i tanti che non c’erano.

Magari non vit­time dirette della bomba: ma di quella oscura «strategia» loro sì, altroché. «Io ci sono stato diverse volte — di­ce Zinni — alle udienze di Catanzaro. Ricordo che dalla stazione all’aula delle udienze erano chilo­metri in salita, fuori città. E quelli come noi dovevano farsela a piedi perché i taxi­sti portavano solo i giornali­sti: 'Clienti migliori di voi', dicevano». Quanta parte di opinione pubblica e per quan­to tempo, continua Zinni, fu ap­punto «vittima» non della bom­ba ma di una «informazione che alla storia dei 'mostri anarchici' diede non solo credito ma spazio e appoggio?».

«Io per esempio ero solo un ragazzo — dice Arnoldi — e all’inizio ci avevo creduto anche io, che a mettere la bomba fosse stato l’anarchico Valpreda. Finché non l’ho visto in faccia durante un’udienza, mi sembra nel ’72. Mi è sembrato solo un poverocristo. E solo a quel punto ho cominciato a chiedermi: possibile?». Diciassette vittime di una bomba, un’intera nazione di una bugia di Stato. Così l’elenco delle amarezze, come una maledizione, a volte risucchia anche i po­chi squarci luminosi che pure ogni tanto si aprono.

Per dire: oggi a mezzogiorno i pa­renti di quei morti incontreranno a Milano il presidente Napolitano, giusto? «Sì, e na­turalmente lo ringrazieremo. Peccato solo che il 12, il giorno dell’anniversario, anche lui come gli altri non ci sarà». Anche ? «In­fatti. Sembra incredibile: ma mai una volta in quarant’anni, mai, che un presidente della Repubblica sia venuto a Milano il giorno esatto della Strage. Bizzarro, no?».

Dettagli, naturalmente. Ma per chi sulla «memoria» ha cercato di ricostruirsi la vi­ta hanno un peso. Il punto è che loro non si arrendono, an­zi. «Perché se è vero che la magistratura — ricorda Arnoldi — non è riuscita a con­dannare nessuno ci ha tuttavia dato una verità storica certa: con fatti, nomi e co­gnomi. Le sentenze ci hanno comunque detto che in Italia c’è stato un gruppo neo­fascista che, con la copertura di un pezzo di Stato, un giorno ha fatto una strage per far ricadere la colpa su gente che non c’en­trava, e giustificare così una repressione di destra.

Questa è storia. E il nostro com­pito è trasmetterla a chi non la sa». Lo fanno da anni, nelle scuole: è la lo­ro nuova «tensione», rovesciata sul fu­turo. «Quando arriviamo e chiediamo ai ragazzi cosa sanno di piazza Fonta­na — dice Paolo Dendena — molti la collegano alle Brigate rosse. Allora noi gli raccontiamo. E ogni volta non smetterebbero più di chiede­re ».

Sua figlia Federica, la terza ge­nerazione del dopo-bomba, si sta laureando in Giurisprudenza alla Cattolica. Il titolo della sua tesi è «Piazza Fontana 40 anni dopo. Analisi della sentenza finale di Cassazione». Dice: «Adesso toc­ca a noi. Perché quarant’anni è un sacco di tempo. E se non ci muoviamo noi chi testimonierà per i testi­moni, quando loro non ci saranno più?».


Paolo Foschini
07 dicembre 2009





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Falsi invalidi: 56 arresti a Napoli

Corriere della Sera


Sgominata un'organizzazione criminale attiva da almeno 3 anni che falsificava documenti medici e amministrativi

 

NAPOLI - Blitz notturno contro i falsi invalidi a Napoli. I carabinieri del comando provinciale della città hanno arrestato 56 persone ritenute responsabili di associazione per delinquere finalizzata alla truffa ai danni dello Stato, contraffazione di pubblici sigilli e falsità materiale ed ideologica in atti pubblici.


LE INDAGINI - Nel corso delle indagini, coordinate dalla procura della Repubblica, i militari dell’Arma hanno scoperto l’esistenza di un’organizzazione criminale attiva da circa tre anni nel centro storico di Napoli, in particolar modo nel rione del «Pallonetto di Santa Lucia». La banda, attraverso la falsificazione di documentazione medica e amministrativa, era riuscita a far erogare false pensioni di invalidità a numerosissime persone che, in realtà, non avevano alcun tipo di problema, causando ingentissimi danni allo Stato.

07 dicembre 2009




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