mercoledì 9 dicembre 2009

Egitto, vietato il velo integraleStudentesse in tribunale

Libero


Il divieto di indossare il niqab, il velo che lascia scoperti solo gli occhi della donna, arriva nelle aule della giustizia. Ad annunciare il ricorso in tribunale contro il provvedimento preso il 3 dicembre scorso, sono alcune studentesse della Ain Shams University, il secondo ateneo pubblico del Cairo, che ieri si sono viste vietare l'ingresso agli esami perché portavano il velo integrale. Si è scatenata una manifestazione di protesta e alcune ragazze hanno preferito rinunciare alla prova.

La questione del niqab era esplosa in ottobre quando l'imam di Al Azhar aveva ordinato a una giovane allieva di toglierselo perché non aveva «nulla a che fare con la religione». Il consiglio supremo dell'università aveva ribadito il divieto, riprendendo una legge già in vigore in Egitto: le donne non devono indossare il niqab nei corsi frequentati e tenuti da altre donne, durante gli esami - solo se in assenza di uomini - e nei dormitori. Il passo successivo era stato fatto dal ministro dell'istruzione Yustri El Gamal, che aveva riesumato una direttiva ministeriale del 1995 per estendere il divieto alle scuole pubbliche.

Da parte sua il gran mufti Ali Gomaa si era spinto a dire che il niqab non solo non è un obbligo religioso, ma è anche un capo tanto vistoso da essere in contrasto con l'insegnamento del Profeta, e che può essere vietato in luoghi di lavoro come banche ed ospedali. Il ministro degli Affari religiosi, infine, lo aveva bandito dagli uffici del ministero e aveva pubblicato un libro intitolato «Niqab: una tradizione, non un atto religioso».

L'iniziativa legale, spiega l'avv. Nizar Ghorab che rappresenta alcune studentesse, non si basa sulla religione, ma sui principi della Costituzione e dei diritti dell'uomo. Quella di indossare il niqab è infatti una libertà costituzionale, «perché la donna che non lo porta ha il diritto di indossare ciò che vuole, mentre chi indossa il niqab non ce l'ha». Inoltre, aggiunge, l’intento è di mostrare come l'Egitto, «che pretende di essere uno stato islamico» e trova nella sharia la fonte principale delle sue leggi, «non applica la legge islamica». Quanto al fatto che il divieto negli istituti di Al Azhar riguardi i locali in cui siano presenti solo donne, Tantawi ha però anche detto in un'intervista, ha rilevato il legale, «che l'anno prossimo potrà vietare il niqab anche in presenza di uomini». «Bisogna capire - prosegue - che lo sheikh di Al Azhar dipende dallo Stato, impegnato in una guerra contro

Buco nero" nel cielo?In Norvegia tutti a naso in su

Libero

Stamattina la Norvegia si è svegliata, poco prima delle 8, con un incredibile e mai visto sinora fenomeno nel cielo. E tutti si chiedono si sono chiesti: sarà stato un ufo, un fenomeno atmosferico o un’apparizione messianica? L’unica pista che si può escludere è che sia un ritocco, sembra proprio che il fenomeno sia successo realmente.

E' accaduto che la zona più nord della Norvegia. Sembrerebbe una sorta di "buco nero" a spirale, molto simile a come li immaginano i film di fantascienza. L'apertura di un buco in cielo, è iniziato con l'apparazione di un globo luminoso che irradiava anelli di luce. In poco tempo, gli anelli hanno preso la forma di spirale, colorandosi di bianco verso l'esterno e di blu verso il nucleo di origine. Fino a diventare in breve tempo la cosa più grande in cielo in quel momento, più della luna. Stando alle testimonianze, la spirale ha percorso un tratto di cielo, lasciando dietro di sé una scia bluastra. Il fenomeno è durato meno di un minuto, fino al collasso della spirale luminosa. Che però ha lasciato in cielo un buco vuoto, senza luce.

Al momento gli unici elementi a disposizione sono le immagini, spettacolari, e il mistero sul fenomeno. L'avvenimento ripreso da vari giornali norvegesi e documentato con foto e video, al momento non fornisce chiare spiegazioni. Se si tratta di una "bufala" è stata costruita davvero bene.

Svizzera, un turco tra i promotori del referendum contro i minareti

Quotidianonet

Soli Pardo, di madre svizzera e padre turco e musulmano, è nato a Smirne, nel sud della Turchia, da dove è emigrato a soli 5 anni. Ex leader del nazionalista Partito svizzero del Popolo (Svp) per il cantone di Ginevra, ha dichiarato: "Non ho nula contro le moschee, ma solo contro minareti alti cinque o sei metri"

Ankara, 9 dicembre 2009 - Ma chi ha proposto un referendum sul divieto di costruire minareti in Svizzera? La domanda in tono ironico se la pone il sito del quotidiano turco Hurriyet, che svela così lo scoop di un altro quotidiano turco. Il Milliyet ha infatti rivelato che tra gli ideatori del controverso referendum del 29 novembre c’è un cittadino turco.

Si tratta di Soli Pardo, ex leader del nazionalista Partito svizzero del Popolo (Svp) per il cantone di Ginevra e membro del Comitato che ha promosso il referendum. Pardo, di madre svizzera e padre turco e musulmano, è nato a Smirne, nel sud della Turchia, da dove è emigrato all’età di 5 anni.

Pur essendo tra gli ideatori del referendum in cui hanno vinto i ‘no' alla costruzione di nuovi minareti in Svizzera, Pardo si è detto "amico dei turchi", ha assicurato di "non avere nulla contro i musulmani" e di "non accettare l’islamofobia in Svizzera".

La notizia delle origini turche di Pardo è rimbalzata oggi su tutti i media della Turchia, paese che ha assunto posizioni di condanna nette contro il referendum, arrivando a chiedere, per bocca del capo negoziatore con l’Ue, Egemen Bagis, il boicottaggio delle banche svizzere da parte dei musulmani di tutto il mondo.

"Non abbiamo nulla contro le moschee - si è difeso Pardo - ma solo contro minareti alti cinque o sei metri".

Amanda rischiava l'ergastoloMamma e sorellasi fotografavano in aula

Quotidianonet

L'immagine delle due congiunte della Knox scatena polemiche: nella società dell'immagine, conta apparire, qualunque sia la circostanza. Intanto su Facebook si moltiplicano i profili dei compatrioti fra i 15 e i 64 anni che cercano visibilità: sono 18 milioni

Perugia, 9 dicembre 2009 - Il giorno in cui la Corte di Perugia stava per pronunciare la sentenza che avrebbe condannato Amanda Knox a 26 anni di carcere, in aula la madre e la sorella della ragazza americana si sono ripetutamente fotografate con il cellulare per immortalare se stesse in attesa del fatidico verdetto. Amanda rischiava l'ergastolo, ma le congiunte si preoccupavano di tramandare ai posteri le loro immagini.

E' giusto? O è la conferma che nella società dell'immagine del terzo millennio, ciò che conta è apparire per essere, qualunque sia la circostanza? L'immagine delle due Knox che si fotografano ha fatto il giro del mondo scatenando dibattiti e polemiche, in Italia e negli Stati Uniti dov'è in corso una massiccia campagna per chiedere la scarcerazione di Amanda.

Annota Stefano Lorenzetto sul Giornale: " Basterebbe andare su Internet e accedere a Facebook, la più completa raccolta di facce mai messa insieme da quando apparvero i primi dagherrotipi. Lì troverei - sempre aggiornate, a colori e in ottima definizione - le foto di 18 milioni di italiani, circa la metà della popolazione fra i 15 e i 64 anni. Tutta gente che vuol far sapere di esistere. Un archivio sterminato, accessibile a chiunque, e soprattutto perenne, perché i profili restano nel cervellone centrale di Facebook anche dopo che un utente s’è cancellato, a meno che l’esibizionista pentito non presenti esplicita richiesta di damnatio memoriae e non aspetti 14 giorni per sapere se è stata accolta. Il che non gli darà comunque la garanzia di veder sparire per sempre ciò che fino a quel momento ha rivelato on line sul proprio conto.

È la prima volta nella storia dell’umanità che una scienza, l’informatica, mette a disposizione del singolo una platea planetaria. Si capisce come la prospettiva possa aver suggestionato lo studente Giovanni Minchio, il quale è stato eletto fra i rappresentanti d’istituto nel più antico liceo classico d’Italia per il solo fatto di comparire in una «campagna elettorale» autoprodotta su Youtube. Tralascio di investigare sugli argomenti illustrati nel video rap Minchio è con voi: il titolo mi pare già esplicativo. Ricapitolando. Loro sono disposti a tutto pur di finire sui giornali, ma noi che ce li mettiamo non siamo migliori, credetemi".

Fiamme nella palazzina dove abita il trans Natalie, nessun ferito

Quotidianonet


A prender fuoco un seminterrato di via Gradoli n. 96, dove abita il transessuale frequentato dall’ex presidente della regione Lazio Marrazzo. A provocare l’incendio, l’esplosione di una bombola di gas. Nessuno è rimasto ferito

Roma, 9 dicembre 2009

Un mini appartamento sito a via Gradoli nel seminterrato di una palazzina è andato a fuoco ma non ha provocato danni particolari e nessuno è rimasto ferito.Sarebbero stati alcuni condomini, non appena visto del funo e le fiamme, ad avvertire polizia e vigili del fuoco che sono giunti sul posto in forze riuscendo ben presto ad aver ragione dell’incendio.

La palazzina, al n.96, quella dove abita Natalie, il trans frequentato dall’ex presidente della regione Lazio Marrazzo, è stata evacuata precauzionalmente. A provocare l’incendio, l’esplosione di una bombola di gas dovuta a cattivo funzionamento. In casa non è stato trovato nessuno; le fiamme come detto hanno aggredito gli interni e poche suppellettili dentro la stanzetta ed un bagnetto.

agi

Giappone, tagli per i parlamentari: in volo niente più prima classe

di Redazione


Tokyo - Basta prima classe, tutti in business. In linea con la sua lotta agli sprechi di denaro pubblico, il governo giapponese ha deciso di stringere i cordoni della borsa anche ai parlamentari in trasferta ufficiale all’estero, che presto dovranno dire addio alla prima classe in aereo e accontentarsi di una meno lussuosa sistemazione in business class. La misura, rivela il quotidiano Mainichi, è appena stata varata di comune accordo tra i rappresentanti dei tre partiti che compongono l’attuale maggioranza di governo (Democratici, Socialdemocratici e gli esponenti del Nuovo Partito del Popolo). Promotore principale dell’iniziativa, intesa a dare l’esempio non solo ai cittadini ma anche a tutta la classe dirigente stipendiata dallo Stato, è Ichiro Ozawa, segretario e mente organizzativa del partito Democratico, premier mancato per un soffio a causa di uno scandalo di donazioni illecite.

Tagli Ozawa, riferisce il Mainichi, ha spiegato agli alleati che se il parlamento taglierà questo tipo di spese, sempre più funzionari delle istituzioni saranno persuasi a fare altrettanto. Il provvedimento, che prevede anche tagli ad altri trattamenti di favore offerti all’estero dalle ambasciate, tra cui pranzi e spostamenti privati, dovrebbe entrare in vigore entro la fine del mese, dopo essere stato presentato alla commissione parlamentare per i regolamenti e l’amministrazione.

Colpi di fucile contro l'ultimo indios

Corriere della sera


Hanno tentato di uccidere l'unico sopravvissuto di una tribù sconosciuta. Sospetti sugli allevatori brasiliani


Se c'è un uomo sulla Terra che non disturba nessuno è lui: l'uomo della buca, ultimo sopravvissuto di una tribù sconosciuta dell'Amazzonia, che vive nello stato brasiliano di Rondonia. E' stato individuato pochi anni fa e, da allora, ha sempre rifiutato ogni contatto con la civiltà. E' stato soprannominato "l'uomo nella buca" perché scava delle buche di diversi metri di profondità in fondo alle quali pianta pali appuntiti per catturare gli animali. Ha anche fatto una buca nel centro della minuscola capanna in cui tiene le sue poche cose in modo da potersi nascondere da qualunque estraneo si avvicini. Nascondersi fa parte della sua vita, comune a quella di tutti i membri delle circa 100 tribù "no contact" sparse negli angoli più remoti del pianeta.

COLPI DI FUCILE - Eppure, anche se è difficile immaginarsi qualcuno che si fa i fatti suoi più
dell'uomo della buca, qualcuno ha tentato di farlo fuori. L’incidente è avvenuto il mese scorso a Tanaru, ma se ne è avuta notizia solo ora. Non si sa se i sicari volessero uccidere l’indiano o solo metterlo in fuga. Ma i mandanti più probabili dell’attacco sono gli allevatori dell’area che si oppongono agli sforzi compiuti dal governo per proteggere il suo territorio. I funzionari del Funai, il dipartimento agli affari indiani del governo brasiliano, si sono accorti che il rifugio in cui l’uomo si nascondeva in caso di pericolo era stato saccheggiato e hanno trovato cartucce di fucile da caccia sparse lì vicino, nella foresta.
INDAGINI - La polizia ha indagato sull’incidente, ma per ora nessuno è stato accusato. «La situazione è molto grave - ha dichiarato Altair Algayer, un funzionario del FUNAI. «Per difendere gli interessi degli allevatori è stata messa in pericolo la vita dell’Indiano». Il Funai ritiene che l’indiano sia sopravvissuto all’attacco.

IL VIDEO 

Le uniche immagini disponibili dell’Uomo della Buca, che si ritiene sia l'ultimo sopravvissuto del suo popolo, una tribù massacrata dagli allevatori negli Anni Settanta e Ottanta, sono state fugacemente catturate dal produttore cinematografico Vincent Carelli. Carelli le ha utilizzate nel suo film “Corumbiara” che documenta il genocidio degli Akuntsu, ci cui sono rimastio solo cinque membri, e di altre tribù nella regione.

Stefano Rodi
09 dicembre 2009

Davanti alle coste australiane spunta un iceberg gigantesco

Corriere della Sera

Secondo un ricercatore è parte di un lastrone che si è staccato dieci anni fa dall'Antartide

MILANO - Diciannove per sette chilometri: una montagna di ghiaccio, grande come Bologna, è stata scoperta davanti alle coste a sud dell'Australia. «È un iceberg molto, molto grosso», ha spiegato il ricercatore australiano Neal Young. Come evidenziano le immagini satellitari della Nasa e dell'agenzia europea Esa, il colosso bianco si trova a circa 1700 chilometri a sud del continente australiano.

Il ricercatore ha spiegato ai media del Paese che l'iceberg, chiamato «B17B», fa parte di un lastrone di ghiaccio con una superfice di 400 chilometri quadrati, staccatosi dieci anni fa dall'Antartide, più precisamente dalla piattaforma di Ross. L'iceberg è alla deriva in mare aperto da circa un anno. Per gli scienziati si tratta di un avvenimento sensazionale.

IL FENOMENO - Appena poche settimane fa due giganti di ghiaccio sono stati avvistati navigare per il Pacifico, in corrispondenza tra il Circolo polare antartico e l'Australia. Più esattamente al largo dell'isola di Macquarie, una zona in cui, gli iceberg, sono più unici che rari. Oltre un centinaio di frammenti, invece, si sono diretti verso la Nuova Zelanda. È un fenomeno molto particolare, ha aggiunto Young. Tuttavia, ha sottolineato il ricercatore, fatti come questo saranno sempre meno isolati: «Se l'andamento dei cambiamenti climatici continua a questa velocità, finiremmo col trovarci iceberg in zone in cui non dovrebbero assolutamente esserci».

Elmar Burchia
09 dicembre 2009

Usa, condannatoa morte giustiziatocol veleno per animali

Quotidianonet


Kenneth Biros nel ‘91 violento', uccise e fece a pezzi una giovane di 22 anni, è stato giustiziato nel carcere di Lucasville in Ohio con un’iniezione endovena di un potente anestetico usato per abbattere gli animali

Columbus (Ohio), 8 dicembre 2009


Kenneth Biros, 51 anni, bianco, è stato giustiziato nel carcere di Lucasville in Ohio con un’iniezione endovena di Thiopental Sodium, un potente anestetico usato sinora per abbattere gli animali.

Biros, che nel ‘91 violento', uccise e fece a pezzi una giovane di 22 anni, è il primo a essere giustiziato negli Usa senza ricorrere al sistema del cocktail letale di tre sostanze, che prima addormentano, poi paralizzano e quindi fermano il cuore del condannato.

Sistema tuttora adottato da 36 stati, abbandonato dall’Ohio dopo il caso di Rommell Brown, un altro condannato a morte, cui a settembre il boia non riuscì a trovare le vene, dopo diciotto tentativi e causandogli oltre due ore e mezza di atroci sofferenze.

agi




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Allarme, c’e chi straccia le leggi

di Massimo De Manzoni


Si può, naturalmente, come stanno facendo in tanti, spargere indignazione a piene mani perché, dopo la condanna di Amanda Knox, gli americani osano dubitare della bontà del nostro sistema giudiziario. Basta che poi si sia in grado di spiegare, a noi stessi prima ancora che alla signora Clinton, quanto sia normale che dei pm (funzionari dello Stato), indaghino dei militari (altri funzionari dello Stato) perché questi ultimi applicano una legge dello Stato, come ha rivelato ieri il Giornale.

Basta convincersi che non c’è alcuno scandalo nel fatto che ai magistrati chiamati ad applicare un’altra legge votata dal Parlamento (che introduce il reato di immigrazione clandestina) venga fornito un modulo prestampato allo scopo di boicottare la suddetta norma. Basta considerare perfettamente legittimo che giudici e politici di opposizione si riuniscano più o meno in segreto per concertare strategie comuni di lotta contro il governo.

Va tutto bene, è sufficiente possedere la faccia tosta per giustificare la penosa esibizione di Torino, dove uno Spatuzza qualsiasi ha potuto spargere letame sul capo di un governo democraticamente eletto senza che ci sia il minimo riscontro alle sue parole: ecco, provate a dirci che così fan tutti, in tutti i Paesi civili.

E, visto che ci siete, diteci anche che non c’è nulla di strano nel fatto che le parole di un pentito (sempre Spatuzza) facciano strame di quelle di altri tre pentiti, sulla base delle quali si sono celebrati tre processi che hanno spedito all’ergastolo un bel po’ di persone. Raccontatelo agli innocenti in carcere da anni che ora dovranno essere liberati.

E toglieteci dalla testa la fastidiosa domanda: ma se è stato preso un così colossale abbaglio allora, chi e che cosa ci garantisce che non si stia facendo il bis adesso? Pentito per pentito: chi mente e chi dice la verità, dato che solo sulle loro parole ci si basa?
Scandalizzatevi pure per i grossolani giudizi degli yankees. Ma sostenete, se ne siete capaci, che non c’è Nazione della Terra dove un pubblico ministero di un paesino di diecimila abitanti non possa indagare su mezzo mondo, regnanti compresi, sulla base di chiacchiere da bar.

Persuadeteci che non c’è nulla di strano nel fatto che un pm si faccia dare soldi da un inquisito, di un altro indagato dica «quello lo sfascio» e, invece di essere radiato, sia trattato come un eroe. E che a condividere la sua gloria chiami un collega che non è riuscito a vincere una, dicesi una, delle mille fantasiose inchieste allestite.

Certo, gli americani non hanno la nostra creatività. Forse negli Usa uno non viene processato perché «non poteva non sapere» e non viene condannato perché «se non è stato lui, chi altri?». Ma sbagliano loro, senz’altro. Volete mettere quanto è più eccitante vivere in un Paese dove se un tizio pensa di andare in Procura e accusarvi di aver violentato la Madonnina del Duomo di Milano, il magistrato di turno, anziché sbatterlo in galera o chiamare un’ambulanza, apre un fascicolo («atto dovuto», si capisce) e poi fa sapere discretamente alla stampa che vi sta indagando per stupro.

Il tutto mentre un suo collega va in televisione a proclamare, senza che neppure gli scappi da ridere, che bisogna essere garantisti anche con le statue, perbacco, mica solo con i colletti bianchi. E il mite Conduttore della tv di Stato fa sì con la testa, inalberando il suo miglior sorriso da paresi facciale.

Dove lo trovate un altro posto così? Un Paese fantastico, dove si fanno le barricate se qualcuno propone che i processi non possano durare più di sei anni. No, non sei mesi Mr Smith, ignorante che non sei altro: sei anni! E che diamine. Noi in sei anni di norma non riusciamo neanche a concludere il primo grado. A meno che non ci sia da condannare Berlusconi o da risarcire qualche giudice che si è sentito offeso da un giornalista, ma questi sono casi a parte: non fanno statistica.

E dunque, dove da almeno 15 anni regna la migliore delle Magistrature possibili, è più che giusto che qualsiasi governo si metta in mente di riformare la giustizia venga perseguitato e possibilmente abbattuto per via giudiziaria. Ed è altrettanto giusto che se un Parlamento produce leggi che non piacciono ai magistrati, questi ultimi passino il loro tempo a contestarle in tv e sui giornali e a sabotarle nelle aule di tribunale.

Ecco, se tutto questo vi pare normale, potete continuare a infuriarvi perché all’estero nutrono qualche perplessità sul modo in cui da queste parti amministriamo la giustizia. E, in attesa di esultare commossi la prossima volta che gli stessi organi di stampa stranieri che ora vituperate solleveranno dubbi su Berlusconi, potete chiamare l’imbianchino Gaspare Spatuzza e farvi pitturare tutte le pareti della vostra casa. Di viola.



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Il partito dei giudici scavalca le Camere

di Stefano Zurlo


Milano - I giudici contro il legislatore. I giudici al posto del legislatore. I giudici baricentro del Paese. L’ultimo caso arriva dall’estremo lembo d’Italia: Siracusa. Il procuratore Ugo Rossi mette sotto inchiesta il comandante della motovedetta che la scorsa estate aveva fermato in acque internazionali un barcone con settantacinque clandestini e l’aveva riaccompagnato al punto di partenza, in Libia. Il Giornale racconta la storia: il comandante credeva di applicare la legge, invece la Procura la pensa diversamente. Rossi legge e rilancia al Tg1: «Il comandante doveva riportare gli immigrati in un porto italiano dove c’è l’apposita commissione che valuta chi ha diritto a chiedere l’asilo». 

E l’accordo, il sofferto accordo raggiunto con la Libia per riconsegnare i barconi bloccati lontano dalle nostre coste? Per Rossi non vale. Anzi, si scopre che oltre al comandante sono indagati, per violenza privata e violazione delle norme sull’immigrazione, «tutte le persone che hanno avuto un ruolo nella vicenda fino ai funzionari del ministero dell’Interno». Ma sì, le toghe cancellano, riscrivono, correggono e addirittura creano le norme. A volte strillano, a volte usano la penna, il risultato è sempre lo stesso: quel che il governo di turno, di destra ma non solo, ha elaborato viene impacchettato e spedito in soffitta. 

È una vecchia storia che si ripete. Il 7 marzo ’93 è Francesco Saverio Borrelli, allora uno degli uomini più potenti d’Italia, a tuonare contro il decreto Conso, il cosiddetto colpo di spugna. Il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro raccoglie il grido di dolore e non firma. Il decreto finisce nel cestino. Il 14 luglio ’94 è il pool, ancora guidato da Antonio Di Pietro, a mobilitarsi: Di Pietro parla in tv contro il decreto Biondi, alias salvaladri, e anche il testo scritto dal Guardasigilli del governo Berlusconi si arena e affonda.

Potere di interdizione ma non solo. Il Parlamento sforna la legge sulle rogatorie? L’intramontabile Borrelli è ormai a un passo dalla pensione, ma è ancora in sella e incita i colleghi all’attacco: «Neutralizzeremo i guasti della legge», come fosse stata scritta da dilettanti allo sbaraglio.

È sempre stato così. Una parte della magistratura è capace di sedurre pezzi importanti dell’opinione pubblica e se ne serve come di un ariete per colpire il Palazzo. Nel 2003 il Parlamento vara uno scudo che è una coperta corta, ma è pur sempre una protezione per le più alte cariche dello Stato. Del resto dopo la ventata giustizialista dei primi anni Novanta, l’immunità non esiste più e il Lodo Schifani è meglio di niente. Ma la magistratura non lo digerisce e dai tribunali di tutta Italia piovono eccezioni di legittimità costituzionale. Sia chiaro, lo strumento è corretto, ma il risultato è evidente: il Parlamento fa le leggi che il partito dei giudici - magistratura ordinaria più Corte costituzionale - tira giù.

Così il Lodo Schifani viene fatto a pezzi; la maggioranza di centrodestra incassa il colpo e cinque anni dopo ripresenta una versione aggiornata del Lodo che questa volta si chiama Alfano e riguarda le prime quattro cariche dello Stato. Il Parlamento ha davanti la sentenza della Consulta, scrive la norma quasi sotto dettatura del Quirinale, corregge il testo qua e là. Ma i meccanismi e i rapporti di forza non sono cambiati: i giudici portano la legge alla Consulta e la Consulta l’abbatte di nuovo rimettendo in moto la ruota dei processi contro il premier. I parlamentari, almeno quelli della maggioranza, si sentono presi in giro: nel 2004 la Corte aveva mosso autorevoli obiezioni alla norma, ma aveva lasciato intendere che si potesse procedere per via ordinaria. Invece no, cinque anni sono stati buttai via. Si deve ricominciare daccapo.

Il Parlamento deve pazientare, le toghe no. Quali sono i confini della famiglia? A Montecitorio si discute sulle convivenze civili, la seconda sezione della Cassazione sale in cattedra e ridisegna il perimetro: «Ogni consorzio di persone fra le quali, per strette relazioni e consuetudini di vita, siano sorti rapporti di assistenza per un apprezzabile periodo di tempo». Dunque, per famiglia si deve intendere l’unione di due studenti, o di una coppia omosessuale o di una badante e un anziano. È solo un esempio. La legge sul testamento biologico non vuole arrivare e allora è la Cassazione a tagliare il nodo, spinosissimo, del caso Englaro. 

Il papà di Eluana vuole troncare l’agonia della ragazza e la Suprema corte apre un varco nella norma: il sondino può essere staccato, in caso di coma irreversibile, se quella persona «aveva espresso la volontà di farla finita». Ma se non ha mai detto nulla? Ecco l’escamotage che fa morire Eluana: sono sufficienti, in mancanza di meglio, «lo stile di vita e i convincimenti». Come dire, tutto e niente. È la fenditura attraverso cui viene staccato il sondino.

E di buchi i magistrati ne aprono in continuazione nei muri della norma. Il bello è che dicono tutto e il contrario di tutto. La solita Cassazione ci spiega che un immigrato omosessuale non può essere espulso dall’Italia se nel suo Paese rischia la galera. Prego, si accomodi. Ma il Tribunale di Milano, incredibilmente, nega l’asilo, che tanti giudici fanno la gara a concedere, a un medico cubano che aveva bussato alle nostre porte, invocando l’articolo 10 della Costituzione: quello che appunto dà l’asilo politico allo straniero «al quale nel suo Paese sia impedito l’effettivo esercizio delle libertà democratiche». Cuba non è forse una dittatura? Sarà, ma per il Tribunale di Milano non conta: conta di più il diritto dei cubani ad essere curati da quel medico. Dunque fuori, se ne vada. Piero Ostellino nel suo libro Lo stato canaglia parla di quella sentenza come di «una mostruosità logica, giuridica e politica».

Le sentenze creative sulla Bossi-Fini e sulla recente legge sulla clandestinità si sprecano. Un giudice di pace di Genova ha ritenuto di non dover procedere contro un clandestino perché risultava incensurato. E un suo collega di Firenze ha sostituito l’espulsione con una multa di 5mila euro. A Milano, invece un giovane haitiano che doveva andarsene ed è rimasto qua è stata assolto. Il motivo? Non aveva i soldi per il biglietto aereo. E si potrebbe proseguire a lungo, fino a comporre una vera e propria mappa del boicottaggio della norma. Quel che non fa l’opposizione, fanno i giudici.




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