martedì 15 dicembre 2009

Su Oggi la foto di Tanzi mentre cede un quadro a un mercante

Corriere della Sera


Sul settimanale il passaggio di mano di un dipinto tra Tanzi e il mercante d'arte Paolo Del Bosco

La foto pubblicata dal settimanale Oggi con Tanzi (a destra) che aiuta il mercante d'arte Paolo Del Bosco a caricare un quadro sull'auto (Oggi)

PARMA- Il settimanale Oggi, nel numero in edicola da mercoledì (ma anche sul sito www.oggi.it), pubblica una sequenza fotografica in cui Calisto Tanzi, ex patron di Parmalat, è ripreso - dice il giornale - mentre consegna a un mercante d'arte un grande quadro. Tanzi è stato al centro di un crac da 14 miliardi di euro che ha coinvolto almeno 42 mila risparmiatori; in casa di suoi familiari recentemente gli inquirenti di Parma hanno trovato decine di opere d'arte che erano state nascoste.

LE FOTO - Gli scatti - spiega il settimanale della Rcs - sono datati 1 aprile 2008 e documentano il passaggio di mano di un dipinto tra Tanzi e Paolo Del Bosco, mercante d'arte di Rovereto (Trento), davanti alla casa di una frazione di Parma dove vivono una figlia di Calisto, Laura, e il marito Roberto Strini. Secondo i pm di Parma, quest'ultimo si occupava di custodire la quadreria del suocero dispersa tra solai e scantinati di Parma e provincia, mentre Del Bosco stava curandone la vendita. Del Bosco - scrive Oggi - sostiene di non aver più avuto rapporti con Tanzi a partire dal 2000, mentre le foto in edicola da mercoledì secondo il periodico «smentiscono clamorosamente le sue dichiarazioni».



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Milano, parla un testimone: "Qualcuno ha passato la statuetta a Tartaglia"

Quotidianonet


Il racconto è di Andrea Di Sorte, coordinatore dei club della Libertà: "Mi è sembrato di vedere proprio che l'aggressore stesse prendendo qualcosa da qualcuno". Il ragazzo è stato contattato dalla polizia che ascolterà la sua versione dei fatti



Video


Roma, 15 dicembre 2009 - "Poco prima che l’aggressore scaraventasse contro il presidente la statuetta ho visto che c’è stato dietro... come se lui si stesse dimenando per prendere qualcosa da qualcuno che ovviamente non ho visto. Mi è sembrato di vedere proprio questo gesto che lui stesse prendendo qualcosa e questo l’ho visto perchè avevo degli amici che erano lì alla sbarra e mi stavo preoccupando che potessero salutare il presidente del Consiglio".

È il racconto all’ADNKRONOS di Andrea Di Sorte, coordinatore dei club della Libertà che domenica pomeriggio era a Milano, in Piazza Duomo, accanto al premier nel momento dell’aggressione.

"E poi mi è sembrato di vedere un nylon -prosegue Di Sorte- come se questa cosa fosse avvolta in un nylon. Quando poi è stato catturato dalla polizia e dal servizio d’ordine, la cosa che mi ha colpito e fatto tornare in mente quello che avevo visto poco prima è stato il fatto che lui ha detto, appena catturato: ‘sono solo, sono solo, non c’è nessuno dietro di me'. Io invece ho avuto la percezione che qualcuno gli stesse passando qualcosa".

Andrea Di Sorte è stato contattato dalla polizia che ascolterà la sua versione dei fatti: "Mi hanno contattato le autorità e questa sera credo che deporrò su quanto ho visto".

L’intervista video ad Andrea Di Sorte è visibile sul sito Ign, testata on line del gruppo Adnkronos (www.adnkronos.com).

"Io ero dietro al palco perchè avevamo organizzato con i club della libertà di Mario Valducci un gruppo di giovani che cantavano l’inno d’Italia con il presidente Berlusconi -racconta Andrea Di Sorte- Quando il presidente è sceso dal palco si è fermato, come è solito fare, con la gente. A Milano, conosceva tutti, chiamava la gente per nome addirittura. Poco prima che il presidente entrasse in macchina, questa persona l’ho vista dimenarsi tra la gente, lo stava seguendo perchè ha fatto qualche metro dietro il pubblico cercando di scavalcare, di avventarsi verso di lui".

Di Sorte dice di non essersi preoccupato eccessivamente perchè "ci sono tante persone che vogliono toccarlo, lasciargli un messaggio... alla fine invece lui è andato lì, prima con la mano ha cercato di arrivare alla transenna, poi non c’è riuscito e allora da dietro, con la mano, ha lanciato in volo questa cosa al presidente".





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Caro pasta, perquisizioni in tutta Italia

Corriere della Sera


La polizia tributaria della Guardia di Finanza nelle sedi di Barilla, De Cecco, Divella, Garofalo e Amato

 


(Ansa)

MILANO - Il nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza, su ordine della procura di Roma, ha perquisito le sedi della Barilla a Parma, della De Cecco a Pescara e Roma, della Divella a Rutigliano (Bari), della Garofalo a Gragnano e della Amato a Salerno nell'ambito di un'inchiesta su manovre speculative che avrebbero determinato un rialzo dei prezzi alimentari a partire dal settembre 2007. Anche la sede dell'Unire (Unione industriali pastai italiani) è stata sottoposta a perquisizione.

L'INCHIESTA - Il fascicolo, coordinato dal procuratore aggiunto Nello Rossi e dal pm Stefano Pesci, è stato aperto un paio di anni fa su denuncia delle associazioni di consumatori. Al momento vi sarebbe un solo indagato, ma gli accertamenti potrebbero estendersi ad altri soggetti se dalle perquisizioni dovessero emergere le prove di un accordo tra le grandi aziende produttrici di pasta per determinare il prezzo che nell'ultimo biennio è aumentato quasi del 50%. Gli investigatori della Finanza sono, infatti, alla ricerca di mail, verbali di assemblea e altra documentazione relativa a questo accordo restrittivo della concorrenza. I magistrati procedono in base all'articolo 501 bis del codice penale che punisce le manovre speculative su merci

15 dicembre 2009




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Vajont, i segreti del processo Ecco i documenti della tragedia

Corriere del Veneto




Dall’Aquila a Belluno progetti e testimonianze: diventeranno un archivio online


Mercoledì 9 ottobre 1963, ore 22.39: la tragedia del Vajont. Le lancette dell’orologio sembrano tornare indietro a quel momento dram­matico quando, per la prima vol­ta, il direttore dell’Archivio di Stato di Belluno, Eurigio Tonet­ti, mostra le carte processuali del Vajont. I segreti del più grande dram­ma dal dopoguerra ad oggi, so­no finalmente pubblici. Il silen­zio, che per decenni è calato sul disastro, lascia ora il posto alle parole.

Tonetti espone alcuni docu­menti processuali, è un fiume in piena: ecco uno dei quaderni con gli appunti redatti da Carlo Semenza, l'ingegnere della diga, poi i tabulati telefonici con l’elen­co delle chiamate verso Venezia fino a pochi minuti prima del di­sastro, la copia della sentenza di assoluzione del 1960 emessa dall tribunale di Milano nei con­fronti di Tina Merlin, la giornali­sta che per i suoi articoli di de­nuncia, pubblicati su «L’Unità» già dal 1959, era stata processata per «diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordi­ne pubblico».

E ancora gli scritti contenenti le testimonianze stra­zianti del medico condotto di Longarone, Gianfranco Trevi­san (che si salvò dal Vajont, ma morì nell’alluvione del ’66). E’ solo una parte della documenta­zione, di inestimabile valore e in copia unica, scampata alla notte del 6 aprile, in cui andò distrut­to l'Archivio di Stato a L’Aquila, che la custodiva e dove si svolse il processo per legittima suspi­cione. In tutto 240 faldoni e 44 metri di scaffali ora custoditi nel­l’Archivio di Stato di Belluno.

Tra pochi giorni partirà l’im­ponente operazione di cataloga­zione e poi di conversione digita­le delle carte che ricostruiscono i fatti e le responsabilità che por­tarono a quel tragico 9 ottobre 1963. «Tutto questo materiale ­ha spiegato il sindaco di Longa­rone, Roberto Padrin - sarà final­mente disponibile all’interno di un portale. Daremo, così, a tutti la possibilità di vedere cosa è sta­to il Vajont. L’obiettivo è di arri­vare ad avere, nel 2013, l’archi­vio diffuso completo».

Le operazioni di inventariazio­ne e riproduzione, infatti, do­vranno essere completate entro il 31 dicembre 2012 sotto la su­pervisione della Cetes, la Com­missione esecutiva tecnica scien­tifica di cui fa parte il professor Maurizio Reberschak, l'insigne storico della tragedia del Vajont. Fino a quella data è prevista la permanenza a Belluno delle carte processuali, dopo dovran­no essere restituite all’Archivio di Stato de L’Aquila, anche se la speranza è di poterle tenere a Belluno. Parte della documentazione sarà sottoposta ad un delicato in­tervento di restauro: il materiale è stato, infatti, conservato in uno scantinato ed una dozzina di faldoni sono stati, in piccola parte, intaccati dalle muffe, an­che se complessivamente lo sta­to di conservazione è buono.

Maurizio Reberschak vide quel­le carte per la prima volta a L’Aquila nel 2002. «Non sono carte morte, ma carte vive che ricordano le 1910 vittime del Vajont. Sconvolgenti le fotografie - ha raccontato Re­berschak - a volte non si trattava di corpi, ma di brandelli di cor­pi. Dopo le prime schede non riuscii più a procedere tanto su­bentrò la commozione».

Lina Pison
15 dicembre 2009



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Sabina Guzzanti sul suo blog: «Il premier aggredito? Mai più»

Corriere della Sera


«Ho provato anche stima per la sua fierezza»


ROMA
- «Sì mi ha fatto moltissima pena vedere Berlusconi ferito. Ho visto il volto insanguinato. Ho visto un vecchio ferito. Quando è uscito per vedere in faccia il suo aggressore ho provato anche stima per la fierezza e ho visto anche un politico, credo per la prima volta». Lo scrive Sabina Guzzanti sul suo blog, in merito all'aggressione subita dal presidente del Consiglio in piazza Duomo a Milano.

PENA NON RICAMBIATA - L'attrice spiega di essere rimasta sconvolta «da quelle immagini e ho provato pena anche se quest'uomo è quello che ci avvelena la vita da vent'anni, anche se ha distrutto il mio paese provo pena nonostante tutto perché sono umana». Si tratta però, puntualizza, di «quella stessa pena che Berlusconi non ha provato per le centinaia di persone pestate a sangue a Genova, per le violenze che subiscono immigrati, carcerati, i manifestanti di Chiaiano manganellati». Purtroppo, aggiunge Guzzanti, «dico che la pena, la solidarietà umana che io e credo molti di voi abbiamo provato non è corrisposta. Ho detto che noi abbiamo repulsione per la violenza anche nei confronti di un uomo che la pratica che è il mandante di tanti gesti di violenza. Non ci sono dubbi per me. Non avrei voluto che accadesse, non voglio che si ripeta».

15 dicembre 2009




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Guantanamo, tra le gabbie vuote della prigione scandalo

Republica

dal nostro inviato ALBERTO FLORES D'ARCAIS


Fra qualche mese il campo di detenzione chiuderà i battentiIn un'ala nascosta gli irriducibili. Tra di loro la mente dell'11 settembre


Guantanamo, tra le gabbie vuote della prigione scandalo



GUANTANAMO BAY - Le gabbie all'aria aperta sono mezze arrugginite, arbusti e piante tropicali si intrecciano tra i fili di metallo e quelli spinati, l'erba alta nasconde i "banana rats", roditori grandi come gatti, che l'hanno elette a loro tana. "Camp X-Ray" é stato chiuso nell'aprile 2002, ma le foto di quelle gabbie, dei detenuti con le tute arancioni, le mani ammanettate e i piedi incatenati sotto il cocente sole dei Caraibi, hanno segnato per sempre la storia del più famoso carcere nella guerra al terrorismo.


"Ogni volta che si parla di Guantanamo quelle foto vengono ripubblicate anche se sono passati quasi otto anni - stigmatizza il sergente della Us Navy - come vengono trattati i detenuti lo potete vedere da soli".
L'anno che verrà il campo di detenzione nella base navale americana a Cuba, che negli anni ha accolto circa ottocento detenuti tra capi di Al Qaeda, bassa manovalanza del terrorismo, Taliban catturati nelle battaglie in Afghanistan e qualche innocente finito qui senza sapere perché, verrà smantellato.

"Chiuderemo Guantanamo il 22 gennaio del 2010", aveva promesso Barack Obama il giorno del suo insediamento alla Casa Bianca, ma un mese fa il presidente americano si é dovuto rimangiare la parola data. Troppi i problemi ancora aperti, problemi legali (quali e quanti detenuti possono essere trasferiti e giudicati dai tribunali Usa) e logistici (chi puó essere liberato o inviato nei paesi di provenienza).

"Si ricordi: niente foto che possano far riconoscere detenuti o guardie, niente volti, niente profili, nessuna parola con i prigionieri, silenzio assoluto durante le loro preghiere. E appena entrato nasconda il badge di accredito, nessuno qui deve sapere il suo nome". L'ufficiale all'ingresso di Camp Delta, la grande porta blindata con attorno mura di cemento armato e le classiche torrette di controllo, ripete in modo cortese le procedure in vigore all'interno dei campi di detenzione.

Dopo la chiusura delle gabbie di Camp X-Ray nel corso degli anni ne sono stati costruiti sei. I campi 1, 2 e 3 oggi sono vuoti, i 210 detenuti ancora a Guantanamo vivono nei campi 4, 5 e 6. In realtá c'é anche Camp Seven, quello dove sono prigionieri gli "operativi di Al Qaeda", i leader dell'organizzazione terroristica.

È il segreto meglio custodito di Guantanamo, nessuno sa dove sia, neanche militari e guardie (tranne quelli coinvolti direttamente nella custodia) e l'unica certezza, come spiega sorridendo una militare della Navy, "é che da qualsiasi punto di Camp Delta non puó essere distante più di 45 miglia" (l'estensione massima della base navale). Nessuno sa dove sia, nessuno puó dire esattamente quanti terroristi vi siano detenuti ("massimo una decina") né i loro nomi. Eppure l'ordine di trasferimento del detenuto più famoso - Khalid Sheikh Mohammed, il luogotenente di Bin Laden che ha preparato gli attacchi dell'11 settembre - é stato attaccato in tutti i campi e lui stesso é stato già informato: lo processeranno a New York, a poche centinaia di metri dalle rovine del World Trade Center.

A Camp 4 vengono detenuti i prigionieri più tranquilli, quelli che rispettano tutte le regole e che hanno i massimi benefici: venti ore d'aria al giorno, campi di pallavolo e calcetto, una stanza dove possono guardare la tv satellitare, la biblioteca, celle individuali, una vita in comune. Li vediamo, tutti vestiti tutti di bianco, mentre negli spazi all'aperto giocano a calcio balilla, leggono, stendono ad asciugare i panni, usano gli attrezzi per il fitness. Parlano tra loro in arabo, ogni tanto si rivolgono alle guardie in inglese. Alle cinque di mattina da una torretta li osserviamo nella prima delle quattro preghiere quotidiane. Una lunga fila di figure bianche che si inginocchiano, lo sguardo in direzione La Mecca. Anche chi religioso non é ("ce ne sono", confermano le guardie), si adegua, per conformismo o semplice paura.

"Il settanta per cento dei detenuti stanno qui a Camp 4 - dice il responsabile del campo - quasi tutti parlano un buon inglese, per chi vuole ci sono anche classi di lingua dove perfezionarlo". Nella stanza della tv lo schermo é acceso, possono entrarci in venticinque alla volta, i canali sono tutti arabi, da Al Jazeera alla tv delle Yemen: "Le più seguite sono le partite di calcio, a volte le registriamo anche da altri canali, i film di Jackie Chan. Le news? Sì le ascoltano, ovviamente quando si parla di Guantanamo, della guerra in Afghanistan o in Iraq c'é la massima attenzione".

Poco distante le sale della biblioteca hanno gli scaffali pieni di libri, tra i romanzi i più gettonati in questo momento sono quelli di Agata Christie, ma vengono letti molto anche i libri religiosi sull'Islam. Un'ala a parte é occupata dall'ospedale. Le cure più richieste sono per traumi, strappi e incidenti vari durante le partite di calcio ma l'equipe di medici militari ("siamo prima di tutto medici", tengono a precisare) é pronta ad ogni evenienza e ad interventi anche complicati. Se c'é uno sciopero della fame, e ce ne sono sempre, é attivo un reparto speciale dove i detenuti a rischio vengono alimentati a forza. Infine la cucina dove una signora di origine cinese da sette anni é responsabile dell'alimentazione: sei diete differenti, a base di carne, di pesce, vegetariana, che i detenuti possono scegliere con un anticipo di due settimane e di cui lei va molto orgogliosa.

Il Camp 6 é il più moderno, finito di costruire nel 2006 é l'esatta replica di un carcere di massima sicurezza dell'Indiana. E' una sorta di campo intermedio dove transitano per un periodo i detenuti che arrivano da Camp 5, il carcere dove finiscono i detenuti "che hanno creato problemi": quelli che tirano le feci addosso alle guardie ("succede ogni giorno"), che "non seguono le regole e possono essere un pericolo per gli altri", i duri di Guantanamo. "Per alcuni di loro stare nel Camp 5 é uno status, vogliono far sapere agli altri e al mondo esterno che loro non si piegano", spiega il colonnello Bruce E. Vargo, che in quanto comandante del Joint Detention Group é a contatto quotidiano con i detenuti.

Qui le ore d'aria sono solo tre al giorno, le celle sono all'interno di stanzoni in cui si possono tenere d'occhio i detenuti senza essere visti, qui si possono ascoltare gli insulti all'indirizzo della guardie militari (soprattutto se sono donne) e i desideri di vendetta ("appena libero torno ad ammazzarvi sporchi americani"). "Il regime duro é una loro scelta, tutti sanno che volendo possono andare a Camp 4. Le guardie? Si comportano in modo assolutamente professionale, anche quelli che hanno avuto parenti morti alle Twin Towers".

Sono ancora in 210 i dannati di Guantanamo. L'ultimo a lasciare la base é stato mercoledì notte Fouad al Rabiah, un kuwaitiano detenuto per quasi otto anni, dopo che un giudice federale ha ordinato la sua liberazione perché le sue confessioni, ottenute con "interrogatori duri", non sono credibili. Per i suoi avvocati si é trattato di uno scambio di persone, l'uomo accusato dagli americani di finanziare Al Qaeda e di aiutare le milizie Taliban a Tora Bora non era lui. Molti altri saranno presto liberati, secondo il capo del Pentagono Robert Gates già 116 sono stati identificati come "trasferibili" in altri paesi, un paio, o forse più, potrebbero arrivare in Italia. Per qualcuno di loro vorrà dire libertà, altri torneranno a combattere, per altri ancora significherà un nuovo carcere nel paese di origine o, peggio, finire nelle celle di servizi segreti poco raccomandabili. Le voci che filtrano da Camp Delta attraverso guardie e avvocati raccontano di detenuti preoccupati. Non é detto che per tutti il futuro sia migliore di Guantanamo.



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Rosy cattolica e vendicativa

Il Tempo

Il fatto che il Premier non sia campione di trattenimento nelle sue esternazioni non giustifica per nulla la violenza verbale, tanto più esplosiva proprio perché più rara, di questo bindiano "se l'è cercata".

Il vicepresidente della Camera Rosy Bindi con la maglietta su cui è stampata la risposta dell'esponente Pd al premier 


Suvvia Bindi, non dire così. Dire a uno che certe cose se le cerca, che in fondo è colpa anche sua, mentre ogni italiano vede lo sfregio del viso e immagina il dolore del naso e della bocca spaccate, non è fine. Non solo è poco cristiano - non ci va di fare l’omelia a nessuno tanto meno a Rosy Bindi, da sempre integerrima - ma è poco umano. Va bene, che fosti trattata non proprio da gran signore dal Berlusca all'apice di uno scontro televisivo, ma un conto è fare o ricevere battute o battutacce, un altro è ricevere in pieno volto un affare che ti può cavare un occhio e ti spacca naso e labbra. In questi casi dire: Il clima lo crea pure lui, lui se l'è cercata, è come dire «bravo, finalmente» a chi ha lanciato il colpo.

Il fatto che il Premier non sia campione di asciuttezza o di trattenimento nelle sue esternazioni non giustifica per nulla la violenza verbale, tanto più esplosiva proprio perché più rara, di questo bindiano «se l'è cercata». Quando uno spaccone fa di continuo lo spaccone quasi non fa più effetto. Gli si prende le misure. Invece, quando una signorina sempre nei ranghi dice una carognata allora c'è da preoccuparsi. Perché sotto il fair-play cova un'ira sorda. Perché sotto il tailleur morigerato cova una smodata voglia di annullare l'avversario. La Bindi avrà pure dei buoni motivi per vedere in Berlusconi il contrario non solo di quello che lei è, ma anche di tutto quello che lei pensa a riguardo dell'Italia, della politica, della morale etc etc.

Ma la politica serve apposta perché non ci sia bisogno di dire: se lo menano è pure colpa sua, se l'è cercata. La politica, quella con la maiuscola che la Bindi vorrebbe incarnare e predica, esiste apposta perché non escano frasi del genere, volgari, violente e imbastardite d'odio. Frasi di guerra. Che è il contrario della politica. Che non può esser la risorsa a cui attingere dal fondo della mente poiché in politica e in democrazia si è sconfitti. Del resto, i politici dovrebbero essere attenti alle loro frasi, specie in certi momenti. E questo è uno di quei momenti. Assecondare anche solo d'un pelo o per ira di rivincita un gesto del genere è da irresponsabili. Il gesto di un folle, dicono, non ha nessun valore politico. Può essere. Ma queste dichiarazioni velenose ce l'hanno, eccome. Ed è un valore sinistro. Che aumenta la spirale d'odio e di vigliaccheria nei confronti dell'avversario politico.

Che poi la Bindi, presidente di un partito, del più folto partito d'opposizione, dica che un po' se l'è cercato fa persino tristemente sorridere. Perché se è solo il gesto di un pazzo, allora politicamente non significa nulla, non si è cercato un bel nulla. Se è un folle ad aver dato corpo a ciò che secondo la Bindi il nostro premier si cerca e si merita, allora cosa vuol dire, Signora, che l'unica opposizione possibile è follia? Oppure significa che Berlusconi è stato colpito, che so, come fu per John Lennon, per una pazzia che mette a repentaglio la vita delle star. E allora Berlsuconi è come John Lennon. La sua frase, signora Bindi, logicamente non vuol dire niente. E politicamente vuol dire che lei è in confusione.

Insomma, un capolavoro. A furia di capolavori del genere, la opposizione, che pure servirebbe in una grande democrazia come la nostra, può realizzare il suo capolavoro assoluto: non riuscire ad andare mai al governo. Nell'odio all'avversario alligna infatti una logica da opposizione assoluta e permanente. Tipica di chi magari si sente paladino morale contro il potere -che son gli altri a gestire male, mai lei- ma che non sa cosa significa governare, politicamente e per via di dibattito, un paese difficile.

Davide Rondoni
15/12/2009




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La Corte di Strasburgo L'Italia è condannata per la semilibertà a Izzo

di Redazione

Con la concessione della semilibertà al "mostro e Circeo", scrive la Corte europea dei diritti dell'uomo nella sentenza, il nostro Paese ha violato il diritto alla vita delle due donne uccise da Izzo il 28 aprile 2008: 45mila euro di danni morali ai familiari delle vittime

 
Strasburgo - La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha condannato l’Italia per aver concesso la semilibertà al mostro del Circeo, Angelo Izzo. Concedendo nel 2004 la semilibertà a Izzo, sottolinea la Corte di Strasburgo, le autorità italiane hanno violato il diritto alla vita di Maria Carmela Linciano e Valentina Maiorano, uccise da Izzo il 28 aprile 2008 mentre godeva di questo beneficio. La Corte ha anche stabilito che le autorità italiane dovranno risarcire i familiari delle vittime con 45mila euro per danni morali.



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Duro scontro alla Camera su Tartaglia Parla Di Pietro, escono i deputati del Pdl

Corriere della Sera


Maroni: «Campagna contro premier provoca spirale emulativa». Il leader dell'Idv: non ci faremo intimidire


ROMA - Alta tensione alla Camera durante l'informativa di Maroni sull'aggressione contro Silvio Berlusconi. Al termine del suo intervento ha preso la parola Di Pietro («Non ci faremo intimidire») e i deputati del Pdl hanno lasciato l'Aula.

DI PIETRO - «Noi non facciamo opposizione in odio a Berlusconi ma per amore del nostro Paese - ha detto il leader dell'Italia dei Valori -. Da quindici anni ci battiamo contro provvedimenti che offendono le coscienze. Questo crea odio, questo arma la mano istigata da problemi di una maggioranza e un governo che piegano il Parlamento a proprio uso». L'intero gruppo del Pdl è uscito dall'Aula prima dell'intervento di Di Pietro. E questi, ironico: «Rispettiamoli, non vorrei rovinare loro le orecchie con le mie parole». L'idv Barbato, commentando l'uscita dei deputati, ha parlato di «popolo della mafia».

CICCHITTO - Replica di Cicchitto: «La mano di chi ha aggredito Berlusconi è stata armata da una spietata campagna di odio: ognuno si assuma la propria responsabilità». Il riferimento è a «un network composto dal gruppo editoriale Repubblica-L'Espresso, dal mattinale delle procure Il Fatto, da quel terrorista mediatico di nome Travaglio, da alcuni pm che vanno in tv a parlarne, da un partito, Italia dei Valori e dal suo leader Di Pietro, da qualche settore giustizialista, onorevole Bersani, del suo partito».

PREMEDITAZIONE - Maroni nella sua informativa ha parlato della premeditazione del gesto di Massimo Tartaglia: «Dice di aver agito per rabbia, ma la premeditazione del suo gesto risulta provata». Era in piazza Duomo già dalle 11 di domenica e «aveva con sé altri oggetti atti a offendere, tra cui un crocefisso in materiale resinoso».

Quindi Maroni ribadisce il corretto comportamento delle forze dell'ordine e sottolinea che «i dispositivi attuati hanno consentito di sventare una violenta contestazione al presidente del Consiglio proprio sotto il palco». La responsabilità della sicurezza e della protezione istituzionale del premier, spiega, «compete direttamente all'Aisi», il servizio segreto civile. «È auspicabile che le misure sulla sicurezza delle alte cariche dello Stato non costituiscano motivo di polemica politica». Ma su questo punto Bersani e Casini hanno chiesto chiarimenti al responsabile del Viminale.

I DUE TESTIMONI - Maroni ha poi citato un servizio trasmesso da Striscia la Notizia secondo cui due testimoni avrebbero avvisato la polizia di un possibile attentato al premier senza essere presi in considerazione: «Ho chiesto al capo della polizia e al questore di Milano di contattare immediatamente le due persone che sono state portate in Questura dove hanno reso una testimonianza che si sono rifiutati di firmare». I due hanno confermato di avere contattato la polizia segnalando una matto che disturbava i passanti ma senza far riferimento a parole pronunciate da Tartaglia contro Berlusconi.

SPIRALE EMULATIVA - Il ministro attacca l'«asprezza dei toni assunta dalla dialettica politica»: «La crescente campagna contro la persona del premier, che in molti casi travalica le regole del confronto democratico - spiega -, finisce per provocare una spirale emulativa». Quindi un nuovo attacco contro i social network e l'annuncio di una prossima iniziativa legislativa: «La creazione di gruppi su Internet che inneggiano all'aggressore del premier costituiscono una vera e propria istigazione a delinquere. Stiamo valutando l'oscuramento, con soluzioni che intendo sottoporre al prossimo Consiglio dei ministri». Infine gli auguri al premier: «Voglio rinnovare lo sdegno mio personale e di tutto il governo per la gravissima aggressione. A Berlusconi va la mia solidarietà e vicinanza con l'augurio che torni presto a svolgere la sua preziosa attività». Segue un applauso dei deputati.

LA SICUREZZA DEL PREMIER - Quindi ha preso la parola Pierluigi Bersani: «I discorsi sul famoso clima nell'immediatezza di questi fatti sono scivolosi. Il rischio è che qualcuno si vesta da pompiere per fare l'incendiario, e che cominci un gioco di criminalizzazione tra noi, che va oltre il segno». Il segretario del Pd ha detto di non condividere le affermazioni di Cicchitto e ha chiesto al governo di dare delle risposte: «Pensiamo di andare avanti tutta la legislatura con 26 voti di fiducia all'anno?

Parlo di qualcosa ce non c'entra con questi fatti, ma che riguarda un processo democratico che dobbiamo garantire. Credo che oggi dovremmo fermarci qui e chiedere al ministro dell'Interno una risposta più convincente su che cosa non vada nei sistemi di sicurezza e di tutela del presidente del Consiglio: ci sono stati altri episodi che hanno riguardato anche le residenze del premier. Vogliamo essere sicuri che sia ben tutelato».

CASINI: NO A CENSURA DEL WEB - Per Casini, «la solidarietà è doverosa, ma diciamo no alle strumentalizzazioni o alle intimidazioni che rischiano di alimentare nuove campagne di odio». Il leader dell'Udc si oppone all'ipotesi di censura del web: «Sarebbe sbagliatissimo e ancora più sbagliata sarebbe la censura sui giornali». «Occorre isolare i violenti senza se e senza ma e - conclude -, doppiopesismi e ambiguità non sono consentiti. Occorre riprendere a lavorare con sobrietà». E sulla sicurezza del premier: «Ribadiamo la fiducia nel ministro Maroni e siamo fiduciosi che approfondirà questi aspetti».

15 dicembre 2009




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I tecnici del ministero: «Autostrade inadatte per i 150 km all'ora»

Corriere della Sera

Dietrofront dopo il via libera di Matteoli

ROMA - La sorpresa è ve­nuta fuori analizzando con attenzione i progetti di co­struzione delle autostrade italiane. Quasi tutta la nostra rete, dicono quelle carte, è stata realizzata considerando come velocità massima di si­curezza i 140 chilometri ora­ri. Un argomento tecnico, non politico. E che sembra destinato a far bocciare la proposta avanzata dalla Lega Nord per alzare i limiti a 150 nei tratti a tre corsie con il controllo del tutor. A prende­re atto di questa caratteristi­ca sono stati i tecnici del mi­nistero delle Infrastrutture e dei Trasporti. La riunione finita ieri a tar­da sera era stata programma­ta per fare il punto sui quasi 400 emendamenti presentati al disegno di legge sulla sicu­rezza stradale all’esame della commissione Lavori pubbli­ci del Senato. In quel corpo­so faldone c’è anche la propo­sta di modifica sui 150 in au­tostrada, firmata dal gruppo della Lega, e quella del sena­tore Pdl Cosimo Izzo che par­la addirittura di 160.

I tecnici erano chiamati a studiare il parere che il governo dovrà esprimere in commissione al momento del voto, in calen­dario nei prossimi giorni. Il criterio di sicurezza dei 140 è previsto nei progetti di co­struzione dell’intera rete, con pochissime eccezioni. Una velocità più bassa rispet­to a quella indicata dalla Le­ga, figlia anche dei tempi (lontani) in cui è stata costru­ita la maggior parte delle no­stre infrastrutture. Ma anche in linea con le regole degli al­tri Paesi europei, ad eccezio­ne della Germania. Per questo il ministero sembra intenzionato a sce­gliere la prudenza e tirarsi fuori dalla contesa: non esprimere parere favorevole o contrario, anche se nei gior­ni scorsi lo stesso ministro Altero Matteoli aveva espres­so il suo giudizio positivo. E rimettersi all’orientamento della commissione, senza far pesare la propria opinione. Una mossa che ridurrebbe quasi a zero le possibilità di approvare la proposta leghi­sta. L’opposizione ha già an­nunciato il suo no parlando di misura che farebbe au­mentare i morti, ma anche nella maggioranza ci sono pa­recchi dubbi. Già nei giorni scorsi il relatore Angelo Cico­lani (Pdl) aveva detto di vo­ler lavorare per un provvedi­mento condiviso e senza troppe modifiche, in modo da arrivare al traguardo in tempi rapidi, se possibile en­tro gennaio. Con l’obiettivo di salvare il cuore del testo, a partire dalla misura che ab­bassa a zero il livello di alcol nel sangue consentito ai neo­patentati per i primi tre anni.

Lorenzo Salvia



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E dopo l'aggressione partono le querele

Corriere della Sera


Altro che stemperare i toni: Casini e Travaglio contro Sallusti, il movimento Giovine Italia contro Di Pietro


MILANO - Come prima giornata di pacificazione nazionale, dopo i gravi fatti di Milano, non c'è male. Gli annunci di querele si sono sprecati. Eppure si era detto: «Abbassare i toni, basta violenza». Parole che hanno risuonato nelle nostre case attraverso televisori e radio a tutte le ore. Per non dire poi dei tanti appelli letti su Internet, ad esempio: «Fermare l'esasperazione» aveva detto il presidente Napolitano. Inviti al «confronto civile» arrivati da destra come da sinistra. Invece, a 24 ore dall'aggressione al premier Silvio Berlusconi, si è assistito ad un «tranquillo lunedì da querela». Tutti contro tutti. Proviamo a fare un resoconto, per difetto, dell'abbassamento dei toni sfociato in citazioni in giudizio.

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CASINI CONTRO SALLUSTI - Cominciamo per ordine. L'ex presidente della Camera, nonché leader dell'Udc, Pierferdinando Casini, ha dato mandato ai suoi legali di intraprendere, nelle competenti sedi giudiziarie, azioni civili e penali, nei confronti del condirettore de Il Giornale Alessandro Sallusti, per le affermazioni reiterate tra domenica e lunedì nel corso di diverse trasmissioni televisive». Il condirettore de «Il Giornale», a proposito dell'aggressione a Berlusconi, lunedì ha firmato un articolo in prima pagina («dietro la violenza c'è una regia») in cui si fa, tra gli altri, il nome di Casini. Argomentazioni riprese dallo stesso Sallusti negli interventi televisivi.

TRAVAGLIO CONTRO SALLUSTI - Contro Sallusti anche Marco Travaglio. «Ieri sera, per chi avesse avuto lo stomaco di tenere acceso il televisore su quella "m..." di trasmissione che è Speciale Tg1, ha potuto assistere al linciaggio in contumacia prima di Scalfari e di Annozero da parte del piduista Cicchitto. E poi al linciaggio personale di Santoro e del sottoscritto, additati come mandanti morali del pazzo che aveva appena lanciato un souvenir sulla faccia del presidente del Consiglio, a opera del vicedirettore de Il Giornale. Così Marco Travaglio nella sua rubrica «Passaparola» in onda sul blog di Beppe Grillo, nel sottolineare che «naturalmente, risponderà in Tribunale di quello che ha detto».

Perché, aggiunge, «non credo sia ancora lecito dare delle mandanti di un tentato omicidio a persone che fanno semplicemente, a differenza sua, i giornalisti e non i servi, non i killer prezzolati». Immediata la replica di Cicchitto: «Travaglio conferma di essere uno scientifico provocatore di violenza che dispone, senza contraddittorio, di dieci minuti in diretta televisiva, durante i quali svolge il ruolo di terrorista mediatico che sollecita esplosioni di violenza nella società italiana.

Visto il mezzo che ha a disposizione la pericolosità di questo individuo è maggiore dei cosiddetti cattivi maestri che lanciavano messaggi per via teorica». Ovviamente, a questo punto, potrebbe starci anche la reazione di Speciale Tg1, visto che Travaglio ha rivolto sorprendentemente nei confronti del programma di Rai Uno lo stesso epiteto che Sgarbi aveva rivolto a lui. Con il critico d'arte peraltro condannato a pagare 30mila euro.

PDL CONTRO TRAVAGLIO - Non è finita. Senza querela al momento, si registra il comunicato del gruppo del Pdl al Senato nei confronti di Travaglio: «È disgustoso quello che ha detto. E vorremmo che ci fossero mille altre trasmissioni e mille altri giornalisti coraggiosi e liberi di dire come stanno le cose realmente e pronti a condannare un calunniatore come lui». «Il vero provocatore è Travaglio - prosegue la nota-. Uno che ha avuto vacanze pagate da mafiosi non dovrebbe neanche uscire di casa per la vergogna.. La sua follia, il suo odio pari alla sua nullità, non conoscono limite».

GIOVANE ITALIA CONTRO DI PIETRO - Andiamo avanti. Da Bologna la Giovane Italia, movimento giovanile del Pdl, punta il dito contro il leader dell'Idv Antonio Di Pietro e lo querela. È lui, sostiene il direttivo provinciale della Giovane Italia sotto le Due Torri, il «vero istigatore politico» del gesto di Massimo Tartaglia. A portare al gesto del 42enne, secondo il presidente Marco Lisei e il coordinatore Francesco Paioli, è stata la «scia di odio» abbracciata e portata avanti da Di Pietro, «che ha fatto del Presidente Berlusconi un nemico da abbattere».

A sostegno della loro tesi, i tre portano le dichiarazioni rese nella serata di domenica sera dall'ex magistrato. È proprio sulla scorta di quelle parole che, lunedì, la Giovane Italia ha deciso di muoversi per affermare una «condanna ferma e decisa» e presentare una denuncia contro Di Pietro per istigazione a delinquere. «Indiretta», ma sempre istigazione. Nell'esposto, redatto dall'avvocato Fabio Loscerbo che è avvocato, sono catalogate tutte le offese che Di Pietro, negli ultimi mesi, ha rivolto all'indirizzo del premier. Questo il bilancio dopo un giorno dall'aggressione. «Non ha senso incolparsi l'un l'altro», aveva detto Napolitano...
N.L.

14 dicembre 2009(ultima modifica: 15 dicembre 2009)



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Aggressione a Silvio Berlusconi Striscia la Notizia: c’è chi aveva dato l’allarme

Il SecoloXIX


Due testimoni dell’aggressione di domenica al presidente del Consiglio hanno raccontato ieri stasera a Striscia la Notizia di aver avvisato la polizia di un possibile attentato, senza essere presi in considerazione.

La redazione del programma di Canale 5 ha ricevuto la segnalazione di due fratelli che domenica erano in piazza del Duomo, a Milano, dove si stava svolgendo il comizio per il tesseramento del Pdl, presenziato da Silvio Berlusconi; fra la folla avrebbero sentito i commenti di Massimo Tartaglia, che minacciava un’aggressione: «Abbiamo notato una persona che era in piedi vicino allo stand del Pdl - hanno detto i due ai microfoni di Striscia - la quale, agitata, parlava di Berlusconi dicendo che lo stava aspettando. Era una frase palesemente minacciosa e lasciava intendere che era uno squilibrato mentale. La sera, poi, lo abbiamo riconosciuto nelle riprese delle notizie in televisione».

I fratelli, insospettiti, avrebbero raggiunto una pattuglia nelle vicinanze: «Abbiamo deciso di informare una pattuglia della polizia di Stato, che sostava davanti alla Galleria di piazza del Duomo»; il poliziotto, però, impegnato in una conversazione telefonica, li avrebbe liquidati dicendo: «Chiamate il 113».

da YouTube, il servizio trasmesso da Striscia la Notizia




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Multa, vuoi fare ricorso? Prima paghi una tassa


Al popolo dei multati è un’idea che non piacerà: la loro principale arma, il ricorso davanti al giudice di pace, presto potrebbe diventare a doppio taglio. Lo prevede la Finanziaria 2010 che dedica un capitolo alla impervia questione delle spese di giustizia, agendo sia sul fronte del recupero delle spese non riscosse, sia sul taglio di alcune esenzioni, che permettevano di fare ricorso gratis per alcune categorie di cause incluse, ad esempio, le liti condominiali.

Ma è sul fronte delle contravvenzioni che la nuova normativa rappresenta un cambio di marcia più incisivo. Si fa presto a fare i conti: attualmente, la legge prevede un’esenzione totale dal cosiddetto «contributo unificato» per le spese di giustizia quando il ricorso è contro le contravvenzioni. Con la Finanziaria, salta l’esenzione: chi vuole contestare una multa, dovrà pagare 30 euro (si potrà farlo in tabaccheria) per presentare il ricorso. 

La spesa sale a 70 euro se le contravvenzioni superano i 1.100 euro di valore. L’intento della norma è trasparente: arginare la marea montante di cause che sta intasando gli uffici dei giudici di pace. E proprio la quotidiana battaglia sulle contravvenzioni è diventato il lavoro principale dei 4.700 «magistrati alternativi» istituiti nel 1995: i ricorsi per le contravvenzioni sono quasi 700mila l’anno, stima dell’Unione nazionale dei giudici di pace. Un numero che continua a crescere.

Ed ecco perché la Confederazione dei giudici di pace accoglie con favore l’idea della «tassa sui ricorsi»: «Siamo letteralmente oberati da 7-10 cause al giorno - lamenta Salvatore Fazio, rappresentante dell’associazione di categoria - e spesso proprio quelle automobilistiche ci rubano più tempo».
Il filtro insomma, ai giudici non dispiace affatto: «Un filtro ci vuole e probabilmente quello economico è il più efficace - ammette Fazio.

Il problema è l’elevato tasso di litigiosità del nostro Paese. I giudici di pace erano stati creati per sgravare i tribunali da una parte delle cause, ma non è stato così: con i nuovi giudici si è generato nuovo contenzioso». Va sottolineato poi, come ha rivelato un’inchiesta del Giornale del 10 novembre 2008, che la sorta di trasformazione forzata dei magistrati aggiunti in vigili urbani un costo ce l’ha già e non è piccolo. Il proliferare di multe pazze, i soli Comuni ne elevano 10 milioni l’anno, comporta un costo di 40 milioni di euro l’anno per la giustizia. 

La finanziaria non fa che spostare questo carico dalla fiscalità generale agli utenti del «servizio giustizia». Il nodo vero diventa la misura del pagamento: se i 70 euro di contributo per 1.100 euro di spesa possono essere accettabili, è chiaro che per le multe ordinarie, i classici 70 euro per il parcheggio in sosta vietata o l’ingresso nella Ztl, il contributo di 30 euro si trasformerà in un deterrente tombale: chi becca la multa finirà col tenersela. E, considerando che secondo l’Unione nazionale dei giudici di pace su dieci ricorsi, in media vince sei volte l’automobilista, per un bel po’ di gente la tassa si tradurrà in giustizia negata. Anche perché l’altra strada possibile, il ricorso in prefettura, ha già incorporato il deterrente: il multato, se il ricorso non passa, dovrà pagare il doppio della contravvenzione minima.

Se, dunque, l’esigenza di un filtro ai ricorsi è generalmente avvertita, i consumatori invocano un freno anche all’escalation delle multe. «Per gli enti locali sono ormai un surrogato delle tasse - denuncia Paolo Landi, segretario dell’Adiconsum - ormai anche i punti patente puoi evitare di farteli togliere purché paghi la contravvenzione». E l’Adiconsum suona l’allarme anche su altre due proposte che stanno circolando nelle Commissioni parlamentari. 

«Vogliono rendere obbligatoria la conciliazione fatta da organismi privati in materia di contratti assicurativi e bancari, contravvenzioni e danni alla salute da interventi medici - accusa Landi - in queste materie non si potrà far ricorso ai giudici di pace se non si sarà prima tentata la strada dell’arbitro».
E non solo: ci sono proposte che mirano rendere obbligatorio il ricorso a un legale su questi temi. «È la lobby degli avvocati che preme - s’indigna Landi - se passano queste proposte i consumatori dovranno praticamente pagarsi una giustizia privata».




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Jihad e antagonisti: ecco chi minaccia il premier


Una serie interminabile di minacce, dirette e indirette, all’indirizzo del presidente del Consiglio. Una quarantina di intimidazioni, solo in parte anonime, in parte riconducibili mitomani, alla galassia antagonista (anarchico insurrezionalista) alle istanze integraliste delle frange islamiche più radicate in Europa. 

Silvio Berlusconi è nel mirino. Da mesi, ancor più nelle ultime settimane, il pericolo di un’aggressione diretta, concentrata a colpire «la persona fisica» del premier, è cresciuto d’intensità. Stando alle più recenti analisi dell’Antiterrorismo elaborate all’indomani dell’aggressione in piazza Duomo a Milano, la minaccia di portare l’attacco al cuore del governo, nella persona del «nemico» Silvio Berlusconi, si è fatta più esplicita e diffusa. 

A preoccupare gli 007 dei reparti antieversione (Digos e Ros) è da un lato l’«effetto emulazione» che rischia di trovare consensi in quell’area movimentista, difficilmente monitorabile, che si riconosce nelle istanze della «contrapposizione attiva» del fronte parlamentare AntiCav («non si possono escludersi -scrivono - ulteriori gesti violenti ad opera di persone singole, isolate, sulle quali è praticamente impossibile agire in sede di azione preventiva»). 

Dall’altra è la «risposta positiva» che un gesto come quello dello psicolabile Tartaglia potrebbe suscitare negli ambienti più surriscaldati della sinistra estrema, estremista, extraparlamentare. Un’area - spiegano all’Antiterrorismo - dalla quale potrebbero attingere quelle porzioni di neoterrorismo rosso impegnate in queste ore in una complicata opera di proselitismo e ricerca di consenso (i riferimenti sono alle vecchie e nuove Br-Pcc, agli ultimi volantini dei Nuclei di azione territoriale inviati a vari quotidiani, a sigle anarchiche fin qui inedite). 

Dietro le parole del ministro Maroni («il presidente del consiglio ha rischiato di essere ferito gravemente, di essere ucciso») c’è una preoccupazione diffusa a cui l’apparato di sicurezza del premier, che ha mostrato al dunque le sue falle, non ha saputo dare risposte tranquillizzanti. Quaranta e più «indicatori» di minacce, diretti e indiretti, secondo gli esperti rappresentano la fotografia di un rischio in evoluzione dovuto all’esposizione mediatica del leader del Pdl.

L’idea di ripensare totalmente il «sistema» di difesa intorno al premier (tre cordoni di sicurezza) è argomento su cui stanno ragionando gli apparati dei Servizi, anche perché al posto di uno squilibrato e di una statuetta del Duomo, la prossima volta (tra la folla, dalla finestra di un palazzo, o da un auto parcheggiata) potrebbe nascondersi un terrorista e una pistola. Così come è da rivedere la prassi operativa in caso di attentato che prevede (al contrario di quanto accaduto) l’allontanamento immediato del «personaggio ferito» dal luogo dell’aggressione. L’aria è pesante: «contestazioni e aggressioni», spiegano gli 007, «crescono d’intensità». I riferimenti non vanno solo alle recenti cariche per piazza Fontana, ai disordini sulla prima alla Scala, o ai tafferugli organizzati dai centri sociali.

C’è un complessivo innalzamento della tensione riscontrabile dai volantini inviati, dagli short message ai ministri e dai gruppi su Facebook, dalle buste con proiettili fino agli appelli sul web per l’eliminazione fisica del Cavaliere. Lettere di morte, controfirmate da varie formazioni: le «Ocs» (Organizzazione contro lo stato), le «Brigate rivoluzionarie per il comunismo combattente», le «Br nucleo Galesi», il gruppo «Rinascita Brigate Rosse», le anarchiche «Coop-Fai», il «Comitato Anna Maria Mantini», «Onda perfetta», «Antifascimo militante»...




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Bush, ritrovate 22 milioni di email

Corriere della Sera

MILANO - Alcune associazioni americane, che per prime scoprirono nel 2007 che non esisteva di fatto un sistema di archiviazione delle email dello staff presidenziale, hanno rivelato di aver recuperato 22 milioni di email inviate dall’amministrazione Bush negli ultimi anni. Inizialmente si pensava che il numero di comunicazioni andate perdute fosse molto inferiore, attorno ai 5 milioni, ma con la scoperta inquirenti e storici sperano ora di far luce su alcuni punti dell'era Bush.

SCELTE CONTROVERSE - «Molte scelte controverse furono prese in quel periodo e c’èra preoccupazione circa la disponibilità di documenti che avevano il dovere legale di conservare», ha detto Meredith Fuchs, consigliere generale del National Security Archive, una delle organizzazioni che ha chiesto di cercare i documenti. Gli americani però dovranno aspettare molto tempo prima di spulciare la corrispondenza di Bush perché la documentazione sarà catalogata dagli Archivi di Stato prima di poter essere resa pubblica. «Sembra che non volessero che quelle email venissero conservate», ha commentato Melanie Sloan della Citizens for Responsability and Ethics in Washington, «potremmo non sapere ma del tutto cosa successe in quegli anni».



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L'ex 007 di Reagan "Ecco i tre errori della sicurezza"

La Stampa

CORRISPONDENTE DA NEW YORK

L’aggressione a Silvio Berlusconi è avvenuta perché il servizio di sicurezza ha commesso tre errori». Ad analizzare quanto avvenuto in piazza Duomo è Joseph LaSorsa, che era nel servizio segreto del presidente degli Stati Uniti ai tempi dell’attentato a Ronald Reagan ed oggi guida in Florida l’omonima agenzia di consulenza per la sicurezza.

Quali sono i tre errori?
«Il più grave è la carenza di controllo della folla che si trovava nella piazza. Quando un leader è in posti affollati devono esserci attorno a lui spazi e corridoi che consentono agli agenti di tenere a debita distanza le persone. Lì invece la gente era a ridosso del leader, quasi attaccata».

E il secondo?
«L’assenza di un percorso protetto verso l’auto del premier. Quando il presidente degli Stati Uniti si muove il servizio segreto sa che una delle maggiori vulnerabilità è nel momento in cui sale o scende dall’auto. Per proteggerlo si posiziona l’auto in un posto sicuro, come ad esempio dietro un palazzo o, meglio ancora, sotto un tendone per impedire alla gente di vedere dove si trova la macchina. Il presidente sale a bordo della limousine senza che nessuno possa vederlo. Quando si muove è già nell’auto».

Tanto il controllo della folla come la protezione dell’auto non possono comunque impedire che qualcuno lanci un oggetto contro il leader...
«Certo ma il servizio segreto può limitare il tipo di oggetti che possono essere lanciati contro il leader. E qui sta il terzo errore commesso a Milano: non c’erano controlli, perquisizioni o metal detector attraverso cui filtrare le persone che si avvicinavano a Berlusconi. Anche contro George W. Bush venne lanciata una scarpa a Baghdad, ma poiché i giornalisti entrati in quella sala erano passati attraverso i controlli di sicurezza non potevano avere con sé oggetti contundenti, di ferro, marmo o materiali simili».

Insomma, lei sta dicendo che non si può impedire il lancio di oggetti in sé, ma si possono limitare gli oggetti da lanciare.
«Esatto. Non si può togliere ogni oggetto a chi si avvicina al leader. Ma se si tratta di penne, matite, orologi, scarpe, cinte o anche lampade da tavolino i danni sono destinati ad essere limitati. I metal detector servono a questo. Il problema è che in piazza Duomo non c’erano affatto».

Quali dei tre errori è a suo avviso il più grave?
«Non c’è mai un errore più grave degli altri: è la concanetazione di sbagli differenti, la sovrapposizione fra molteplici carenze, che è sempre all’origine di un vulnus grave nel sistema di sicurezza che protegge un leader. Credo che i reponsabili della scorta di Berlusconi passeranno ora un periodo lungo e difficile di riesame delle procedure. Come facemmo noi dopo l’attentato a Reagan del marzo 1981».




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Quel pazzo era davanti a me e ha fatto di tutto per fuggire

di Redazione


Salve, ero presente all'aggressione dell’altra sera. Ero proprio dietro al folle. Le scrivo per testimoniare la dinamica dell'aggressione. Ho sentito diversi commentatori definire il Tartaglia come persona con problemi mentali (e su questo non ci sono dubbi) mi ha fatto rabbia però sentire dire che dopo aver compiuto il suo gesto il Tartaglia se ne sia stato fermo immobile consegnandosi e lasciandosi catturare senza alcun tentativo di fuga o reazione. 

La realtà è ben diversa. Era davanti a me! Ha lanciato l'oggetto saltando e urlando «Vaffa... » dopo di che si è subito girato e abbassato tentando la fuga. Un ragazzo molto alto col cappellino bianco (si vede bene in tutti i filmati ha tentato di fermarlo una prima volta afferrandolo per la giacca non riuscendoci, poi spingendo e allungandosi è riuscito a prenderlo per il collo e a fermarlo diversi metri più in là, e l'ha consegnato alla polizia. 

Non ci fosse stato questo ragazzo, il Tartaglia sarebbe fuggito tranquillamente. La gente urlava semplicemente «bastardo», non c'è stato alcun tentativo di linciaggio anche perché quasi nessuno aveva ben chiaro cosa fosse accaduto. Forse solo il ragazzo col cappellino bianco che grazie alla posizione e alla sua altezza aveva visto chiaramente tutto l'accadimento riuscendo a reagire con prontezza e coraggio!

Mariano Di Martino



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Ho detto zitti ai contestatori e mi hanno subito schedato

di Redazione


Signor Direttore,

l’altra sera ero in piazza Duomo, per motivi di shopping, proprio mentre parlava Berlusconi. Incuriosito, ho tentato di ascoltare qualche parola del presidente, ma non sono riuscito, perché, ai margini della piazza, una decina di persone urlava e fischiava. 

Poiché ho visto che questi contromanifestanti appartenevano a quella categoria di persone non più giovani (dai 40 ai 70 anni) che potremmo definire adulti, mi sono avvicinato e ho chiesto loro di permettere a me e ad altre persone di poter ascoltare Berlusconi. Ma essi mi hanno detto che «il mafioso Berlusconi non ha diritto di parlare: deve andare in galera». 

Ho tentato anche di farli ragionare dicendo che se non volevano ascoltare Berlusconi potevano anche lasciare a noi la libertà di ascoltarlo. Ho ricordato loro che lo scorso sabato (5 dicembre), essi hanno manifestato a Roma e nessuno li aveva disturbati. Mi hanno risposto che «se i mafiosi (quelli che votano Berlusconi) si fossero accostati alla loro manifestazione, li avrebbero mandati all’ospedale o sotto terra». 

A quel punto, vedendo la limitata capacità di far funzionare il loro cervello, ho deciso che era inutile stare a perdere tempo con loro. Nonostante la loro limitata capacità psichica, però, ho notato che erano organizzati. Infatti, mentre discutevo con loro, ho visto che una minuscola donna, sui 50 anni, con una mossa della testa, ha ordinato, a uno dei picciotti (sui 65 anni), di riprendermi con la sua telecamera, come per dirmi «adesso ti inseriamo nella nostra lista dei cattivi». Ma io, al signore che mi riprendeva ho detto «picciotto, io non ho paura della mafia!». 

La cosa penosa è che queste persone psicolabili o handicappate mentali sono eccitate dai leader antiberlusconiani e mandate in piazza; ma quando compiono gesti violenti, tutti se ne lavano le mani, proprio perché psichicamente instabili. Provi a immaginare se qualche psicolabile di destra avesse solo dato un ceffone a Di Pietro o alla Bindi. I soliti 15 o 20 milioni del popolo della sinistra avrebbero riempito piazza San Giovanni per difendere la costituzione, la democrazia, bla, bla, bla. Invece feriscono il presidente del Consiglio della Repubblica italiana e Di Pietro lo accusa di essere un facinoroso, mentre la Bindi di fare la vittima. Adesso capisco perché quei poveri picciotti non sono capaci di ragionare. Con certi maestri!

E-mail firmata




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Lo odio troppo...". Ora Tartaglia rischia tre anni


Milano - «La personale, alta insofferenza che nutro verso Silvio Berlusconi, la sua politica e il suo partito». Così, all’inizio del verbale firmato nella notte di domenica davanti al procuratore aggiunto Armando Spataro, Massimo Tartaglia indica senza mezzi termini il movente del suo attacco contro il capo del governo. Una confessione piena, e non poteva essere altrimenti, in cui Tartaglia non si dichiara affatto pentito, e anzi spiega e ribadisce le ragioni del suo gesto.

È la sua confessione, da questo punto in avanti, il blocco di partenza dell’inchiesta e del processo. Un’inchiesta e un processo che sarebbe già chiusa e un processo già chiaro nei suoi esiti possibili - con un Tartaglia destinato a scontare un periodo di carcere piuttosto breve - se su tutta la vicenda giudiziaria non pesasse l’incognita dello stato mentale dell’indagato. Che, anche ne corso dell’interrogatorio, appare a chi gli sta davanti assai precario. E che in serata scrive una lettera di scuse al premier «per un atto superficiale, vigliacco ed inconsulto». 

Scena dell’interrogatorio, la stanza - al terzo piano della questura milanese - di Bruno Megale, capo della Digos. A condurre è Armando Spataro, capo del pool antiterrorismo della Procura milanese, con accanto Megale e il comandante del reparto informativo dei carabinieri, Andrea Chittaro. Tartaglia appare frastornato, ma non abbastanza da non capire di essersi ficcato in un guaio dall’eco planetaria. Ma non si rimangia niente. Parla delle sue convinzioni politiche. Racconta qualche dettaglio del suo odio verso il premier, «perché non ci spiega come ha fatto i soldi», affastella confusamente buona parte degli argomenti consueti della polemica anti-Cav.

Poi si entra nei dettagli del pomeriggio di domenica. E qui si direbbe che lo sfasamento non impedisca a Tartaglia di capire che se vuole limitare i danni deve almeno evitare l’aggravante della premeditazione. In tasca gli hanno trovato un piccolo campionario di oggetti il cui unico senso, in quelle circostanze, è l’utilizzo come armi improprie: un lungo e acuminato pezzo di plexiglas, un pesante posacenere da tavolo, un grosso crocifisso, uno spray urticante. 

Che voleva farne? «Ero uscito per venire al comizio, avevo letto che nei giorni precedenti c’erano stati degli scontri (si riferisce probabilmente ai tafferugli nei cortei del 12 dicembre) e volevo potermi difendere», mette a verbale. Giura di essersi mosso da solo, «non avevo contatti». E quando gli chiedono se quando ha comprato il souvenir aveva già in mente di usarlo come arma contro Berlusconi, la sua risposta è disarmante: «Un po’ sì, un po’ no». 

Peccato che, intervistati da «Striscia la notizia» saltino fuori due testimoni che raccontano di come, in attesa dell’arrivo del premier, un tizio con l’aria da matto annunciasse pubblicamente con aria minacciosa che «stava aspettando il premier». «Abbiamo avvisato un poliziotto - raccontano i due - ma lui stava telefonando e ci ha detto solo di chiamare il 113». 

Al termine dell’interrogatorio, domenica notte, Tartaglia viene spedito a San Vittore, in isolamento al centro clinico, sotto sorveglianza 24 ore su 24 per evitare che si faccia del male. Ieri mattina Spataro chiede al giudice preliminare la convalida dell’arresto e l’emissione di un ordine di custodia in carcere per il reato di lesioni aggravate. Quali siano i motivi che impediscono la sua scarcerazione appare così ovvio che Spataro non sta neanche a indicarli nel dettaglio. Lo stato di esaltazione ideologica di Tartaglia, ritiene il pm, è tale che potrebbe spingerlo a colpire ancora un altro obiettivo, o darsi alla fuga. Entro oggi un giudice preliminare deciderà se accogliere la richiesta della Procura e tenerlo in carcere.

E poi? Paradossalmente, le prospettive più fosche per il 42enne imprenditore di Cesano Boscone potrebbero arrivare se venisse dichiarato infermo di mente, perché rischierebbe di venire inghiottito da un meccanismo di trattamenti sanitari obbligatori e di manicomi giudiziari di durata incalcolabile. Mentre se il processo dovesse seguire il suo corso normale le conseguenze sarebbero relativamente lievi. Qualche settimana di carcere cautelare, poi il processo per lesioni. Per questo reato la legge prevede una pena massima di tre anni di carcere, che salgono a quattro in caso di circostanze aggravanti (e qui ci sono sia la premeditazione che l’aver colpito un pubblico ufficiale).

Però se Tartaglia sceglie il patteggiamento o il rito abbreviato, si ritorna di nuovo ai tre anni, o anche sotto. Quanto basta al lanciatore di cattedrali per evitare il carcere e restare libero, consegnato ai servizi sociali e ai propri fantasmi.




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Travaglio: "Si può volere la morte di un politico" Di Pietro-Bindi: è bufera


Roma - Marco Travaglio abbassa i toni come li abbassò Hitler alla notizia che Berlino era ormai accerchiata. «Chi l’ha detto che non posso odiare un politico? Chi l’ha detto che non posso augurarmi che se ne vada al più presto? E che il Creatore se lo porti via al più presto?».

Il giorno dopo che un pugno di suoi fedeli lettori, bava alla bocca e il suo Fatto Quotidiano in mano, hanno cercato di zittire il Cavaliere al comizio di Milano al grido di «mafioso-mafioso», il Torquemada della tv di Stato rincara la dose: «Perché non si può odiare un politico? Non esiste il reato di odio». Tutto ridotto al codice, per il reporter delle Procure. 

Ventiquattro ore dopo che Massimo Tartaglia ha letteralmente spaccato la faccia al premier, Travaglio scarica tonnellate di astio nei confronti del presidente del Consiglio e, nel suo pistolotto settimanale sul sito di Beppe Grillo, sputa veleno a più non posso. «Berlusconi? Sta distruggendo la democrazia, ha avuto rapporti con la mafia, è un corruttore, ne ha combinate di tutti i colori. È lui che insulta tutti quelli che non sono suoi: magistratura, stampa libera, poteri di controllo».

Non Tartaglia, Travaglio: va via liscio come olio bollente sul sentiero dell’invettiva e chissenefrega se poi qualcuno cerca di spaccare la testa del premier. Se le parole a volte sono pietre, le sue sono macigni: il giorno in cui scoppia la bufera su Rosi Bindi e Antonio Di Pietro per aver accusato Berlusconi di istigare la violenza, Travaglio li incita, li sprona: «Cosa hanno detto di così strano i due? La verità è che Berlusconi se le va a cercare, è un noto provocatore e anche lui lo sa». Alla fine ben gli sta, insomma. «Berlusconi ha seminato violenza in questi anni, è l’uomo più violento che ci sia nella storia repubblicana».

Il suo tradizionalmente gommoso eloquio non riesce a celare il risentimento per l’attentatore, definito «Squilibrato, pazzo, psicolabile, non sano di mente». Ha i nervi a fior di pelle, Travaglio, perché qualcuno ha osato dipingerlo come uno dei principali istigatori d’odio. 

E per dimostrare che non è così picchia che è una meraviglia: «Che stupidaggini scrive Battista sul Corriere della Sera sul clima d’odio...»; e ancora: «Maroni? Sproloquia e delira dicendo di voler chiudere Facebook...»; e ancora: «Chiunque ha avuto lo stomaco di vedere quella merda di trasmissione che è Speciale Tg1 ha potuto assistere al linciaggio in contumacia prima di Scalfari e di Annozero da parte del piduista Cicchitto e poi al linciaggio personale di Santoro e del sottoscritto, additati come mandanti morali a opera del vicedirettore di Libero (in realtà condirettore del Giornale, Alessandro Sallusti ndr.)», definito più avanti «servo e killer prezzolato». 

A Travaglio non va giù che «chi subisce violenza ci guadagna» e quindi che ci possa guadagnare un Berlusconi sfigurato (?); ecco perché «Il matto è doppiamente matto». Travaglio Berlusconi lo vuole vivo e in ottima salute soltanto perché «Quando se ne andrà da Palazzo Chigi, e se ne andrà maledetto, ci serve in ottima salute perché si possa rendere conto fino in fondo del male che ha fatto alla gente». Odio? Macché: soltanto civile e sana divergenza d’opinione.




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Latina, il Tribunale ricicla anche i fascicoli delle intercettazioni

Corriere della Sera

Per stampare l'elenco delle udienze sono stati usati dei fogli di un processo in primo grado



I fogli stampati con gli elenchi delle udienze
I fogli stampati con gli elenchi delle udienze
LATINA - Ridurre gli sprechi riciclando la carta è certamente un gesto meritorio per chi lo compie. Di questi tempi è una pratica che - pur non facendo rima con una certa sensibilità ambientalista - si sposa con la necessità di far quadrare i conti anche limando i costi della banale cancelleria. E' vero per il settore privato, lo è ancor di più per il pubblico, per quegli uffici che producono quintali e quintali di scartoffie ogni giorno.

INTERCETTAZIONI RICICLATE - Ma la virtù può diventare un problema se ci troviamo in un tribunale e se a essere usati - con troppa leggerezza - sono i fogli dei fascicoli giudiziari, magari di procedimenti ancora in corso. E' quanto accaduto nel palazzo di giustizia di Latina, dove per stampare l'elenco delle udienze sono stati usati dei fogli che, nel retro, riportavano alcune intercettazioni relative al fascicolo di un processo in primo grado. Cosa che non è sfuggita agli occhi di chi, frequentando le aule di giustizia, ha trovato il ruolo delle udienze staccato dalla bacheca, potendo così sbirciare tra diverse pagine di trascrizioni scottanti su fatti di droga e altro ancora.

TRIBUNALE SENZA SOLDI - Qualcuno, a piazza Buozzi, sostiene che non sia la prima volta in cui accade un fatto simile, e che le cancellerie debbano spesso industriarsi se manca la carta negli uffici. E a Latina, oltre all'organico sotto dimensionato, il collasso economico del tribunale è una questione conclamata. L'ordine degli avvocati ha fatto appello alle associazioni professionali e di categoria per raccogliere fondi destinati all'informatizzazione dei processi. Giustizia sponsorizzata: una via da non sottovalutare, almeno per avere qualche risma di carta in più. Oppure per usarne di meno, se l'obiettivo è davvero quello di snellire e modernizzare.

IL PRECEDENTE DI PALERMO - Riciclare fogli di carta senza badare al loro contenuto, in maniera impropria o inopportuna, capita più spesso di quanto non si immagini. Ha fatto scalpore, pochi giorni fa, la testimonianza di poliziotto che a Palermo, tra la carta pronta per la fotocopiatrice, ha ritrovato casualmente l'ordine di servizio di una scorta datato 23 maggio 1992. Una data che qualcuno, evidententemente, aveva dimenticando autorizzando l'uso di quei fogli. Era la scorta del giudice Falcone, proprio il giorno della strage.

Michele Marangon
15 dicembre 2009




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Il «mandante morale» sotto accusa

di Laura Cesaretti

Roma

Di averla fatta veramente grossa, stavolta, se ne è accorto anche lui.Così a sera Antonio Di Pietro tenta goffamente di giustificarsi, mentre su di lui piovono giudizi di fuoco e accuse di essere il «mandante morale» dell’aggressione al premier, e fa emettere in tutta fretta una nota in cui si «deplora e condanna fermamente» l’accaduto, definendolo «un gesto inconsulto e sconsiderato».

Troppo tardi, però. Tanto più che a tutti è subito tornato in mente l’avvertimento dipietrista di appena tre giorni fa: «C’è un clima di scontro di piazza. Se il governo continua ad essere sordo alle richieste dei cittadini, ci può scappare anche l’azione violenta». Un classico caso di self-fulfilling profecy, la profezia che si autoavvera.

L’azione violenta è arrivata, ed erano passati solo pochi minuti dall’assalto a Silvio Berlusconi, in piazza Duomo a Milano, che già l’ex pm dichiarava ai quattro venti che il Cavaliere se l’era ben meritata, e che se viene aggredito la colpa è sua: certo, «io non voglio che ci sia violenza, ma lui con i suoi comportamenti e il suo menefreghismo la istiga». E ancora, sempre a caldo: «Sul piano politico c’è un clima di esasperazione e di odio creato da chi ha nelle mani le redini del Paese e ne approfitta per fare soltanto i fatti suoi», e per portare avanti «il suo disegno eversivo, fascista e piduista». Avvertendo: «L’Italia dei Valori non permetterà che questo accada».

A chi gli ricorda la strana coincidenza con l’avvertimento dell’11 dicembre, Di Pietro replica stizzito: «Io ho segnalato l’esasperazione che ho avuto modo di notare nelle piazze, durante le manifestazioni. E ho lanciato l’allarme che il menefreghismo del governo, prima o poi, avrebbe rischiato di procurare reazioni negative. Non è prendendosela con me che si affronta il problema». Insomma, «non c’era bisogno di essere profeti: a forza di fregarsene dei bisogni degli italiani la situazione era al culmine, e qualcuno avrebbe potuto perdere la testa». Giustificatamente, par di capire.

Il centrosinistra tace imbarazzato sull’exploit del leader Idv, mentre Pier Ferdinando Casini (che solo il giorno prima lo aveva arruolato tra i fondatori del nuovo Cln anti-Berlusconi) si affretta a prendere le distanze e condanna la «violenza intollerabile» assicurando a Berlusconi la sua solidarietà «senza se e senza ma». Dal centrodestra è una valanga su Di Pietro. Per Fini, le sue dichiarazioni sono «inaccettabili: non si può in alcun modo giustificare un atto di violenza».

«È un provocatore, sta scatenando una spirale di violenza», accusa Cicchitto. «Parole rivoltanti», bolla Roberto Formigoni.Intanto i blog e siti legati a Italia dei Valori, a Beppe Grillo e ai girotondisti vari si riempivano di messaggi. «Chi semina vento raccoglie tempeste. Di mazzate», dice Gianluca. «Quando qualcuno si scaglia contro un potente compie un atto di giustizia, non di violenza: al lanciatore i nostri complimenti e sentiti ringraziamenti», approva Camillo. «Naturalmente ora tutta la casta si unirà a difesa del despota. Ribalteranno la realtà dicendo che rifiuteranno ogni forma di violenza. Non facciamoci intimidire», incita Alessandro da Parma.

I più goliardici propongono di intitolare la piazza all’aggressore Tartaglia, altri lo invocano «santo subito». Roberto M. invita a fare un passo in più: «Berlusconi è il diavolo in persona, ne ha trovata un’altra per sviare l’attenzione. Il personaggio andrebbe eliminato fisicamente!». Mentre Scipione inneggia: «Berlusconi colpito al volto: giustizia di strada».



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Berlusconi aggredito: dietro la violenza c'è una regia


Milano - Berlusconi il dittatore, il fascista, il tiranno, il monarca assoluto da abbattere a qualsiasi costo. Parole di Antonio Di Pietro, e non soltanto sue. Il fronte dell’odio anti Cavaliere ha incassato il primo risultato. Tradita pochi giorni fa dal mafioso Graviano che non ha sganciato la prevista bomba atomica contro il premier, la ben assortita compagnia democratica e costituzionale si è parzialmente rifatta grazie a Massimo Tartaglia, 42 anni da Cesano Boscone, provincia di Milano, il pazzo che ieri sera ha provato ad eseguire l’ordine di liberare il Paese dalla scomoda presenza del premier. 

È successo a Milano, piazza Duomo, alla fine del comizio di apertura della campagna elettorale per le Regionali. Tartaglia ha affrontato il premier scagliandogli in pieno volto un pesante oggetto. Ora Berlusconi è ricoverato in ospedale: ha perso molto sangue, ha lesioni esterne e interne alla bocca, due denti fratturati, il setto nasale incrinato più ematomi vari. 

Il fatto che l’aggressore abbia problemi psichiatrici non attenua neppure di un millimetro la gravità dell’accaduto e le responsabilità politiche. Di matti è pieno il Paese, da sempre, ma mai a uno squinternato era venuto in mente di attentare alla vita di un primo ministro. Non è un caso che ciò sia successo proprio oggi e proprio contro Berlusconi. 

È evidente che anche i mattacchioni leggono i giornali, guardano la televisione, si abbeverano alle tesi di La Repubblica, dei Santoro, dei Travaglio, dei Di Pietro. Ecco alcune perle degli ultimi giorni. Di Pietro: «Berlusconi non può fare come gli pare o rischia una azione violenta». Bersani, capo della sinistra: «Se il premier strappa, avrà reazione dura». Casini (annunciando una alleanza con Di Pietro): «Contro Berlusconi potrebbero esserci delle sorprese». 

Ieri sera sono stati tutti accontentati. Di Pietro, il più feroce di tutti, non ha fatto marcia indietro: Berlusconi se l’è cercata, è un provocatore, ha dichiarato. È in momenti come questi che l’ex pm dà il meglio di sé. Come ai bei tempi di Tangentopoli lui gode a vedere la gente soffrire, in cella o in piazza è uguale. Per lui una vita vale meno di un falso in bilancio. 

Se uno scrivesse che rappresenta la feccia del Paese verrebbe querelato. Gli altri invece si sono affrettati a dichiarare solidarietà incondizionata. Su quella della sinistra stendiamo un pietoso velo, ma quanto vale la solidarietà di Casini che pur di abbattere, politicamente parlando, il Cavaliere è pronto a dare il suo sostegno elettorale a Di Pietro? E quella di Fini, che ridendo con un procuratore aspettava divertito che il killer Spatuzza lanciasse la sua bomba atomica contro il premier monarca assoluto che non rispetta le istituzioni? 

Non sono domande retoriche. Più si dà copertura alla campagna di odio della sinistra, per mere questioni di potere personale, più anche le frange estreme si sentono protette politicamente. Perché in piazza Duomo a Milano non c’era soltanto il pazzo Tartaglia. Centinaia di ragazzotti, sventolando 

Il Fatto, quotidiano di Travaglio che anche ieri riproponeva la tesi di Berlusconi capo della mafia, si sono infiltrati tra la folla del Popolo della libertà, urlando slogan contro il premier dittatore e mafioso. E vien da chiedersi come mai il questore e i servizi abbiano permesso tanto, dimostrandosi assolutamente incapaci di proteggere la libertà di espressione del partito di maggioranza oltre che la vita del primo ministro.

No, la violenza contro Berlusconi non è stata un caso, una tragica fatalità. C’è una regia e una strategia che passa anche per giornali, segreterie politiche e trasmissioni televisive irresponsabili. Se la solidarietà di ieri sera ha un senso, Fini e Casini devono immediatamente togliere qualsiasi legittimazione politica al piano di una opposizione che sta diventando sempre più extraparlamentare. Come ai vecchi tempi, i cattivi maestri pontificano, cretini, delinquenti e pazzi, agiscono.

Il tutto sotto l’ombrello della Costituzione sacra e intoccabile, di quella parte della magistratura politicizzata, di chi sostiene che la volontà popolare non conta e chi vince le elezioni, se è Berlusconi, non può governare. Cambiamola, questa Costituzione, facciamo subito le riforme. Per questo, signor Presidente, le auguriamo di tornare subito in pista, più in forma di prima. Ne abbiamo bisogno.




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