venerdì 18 dicembre 2009

In carcere per 35 anni, scagionato dal Dna

Corriere della Sera


Un uomo era stato accusato ingiustamente di avere rapito e violentato un bambino. «Ma non serbo rancore»

 

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WASHINGTON – Da quando i tribunali hanno accettato le prove del Dna, 246 detenuti innocenti sono stati scarcerati in America. L’amaro record della durata di detenzione di un innocente lo detiene James Bain, di Bartow in Florida. Bain è tornato in libertà ieri dopo 35 anni di carcere: ne aveva 19 quando vi entrò con l'accusa di avere rapito e violentato un bambino, oggi ne ha 54. Invano il detenuto aveva chiesto per oltre un decennio di sottoporsi alla prova del Dna, inesistente al momento della sua condanna. Vi è infine riuscito quest’anno grazie a «Innocence projet», Progetto innocenza, una combattiva associazione dei diritti umani che ha ottenuto l’assenso al giudice James Yancey.

«ERRORE IMPERDONABILE» - «Fu un errore imperdonabile - ha detto ieri il giudice stringendogli la mano -. Buona fortuna». Bain avrà un risarcimento danni di 1 milione e 750 mila dollari: in base alla legge della Florida, gli innocenti ricevono 50 mila dollari per ogni anno di carcere. «Ci avrei rinunciato volentieri in cambio della mia libertà» ha commentato Bain. L'uomo, che al momento del sequestro del bambino era casa con la sorella, fu arrestato dalla polizia in base a un affrettato identikit.

La vittima dichiarò di essere stato stuprato da un giovane con le basette e i baffi, connotati rispondenti a quelli del detenuto. Non vi fu mai un faccia a faccia tra i due, ma il bambino pensò di riconoscerlo in una fotografia: «In realtà - ha protestato l’avvocato Seth Miller, il suo liberatore - la vittima fu spinta a farlo dalla polizia». Ha ammesso Ed Threadgill, l’ex procuratore della Florida che lo fece condannare: «Mi rammarico del tragico abbaglio, se ci fosse stata la prova del Dna lo avremmo evitato».

«NESSUN RANCORE» - Bain, un uomo religioso, ha assicurato di non serbargli rancore. E’ sbucato dal tribunale con una maglietta con su scritto «Non colpevole» accolto dagli applausi di un’enorme folla. Ha espresso il desiderio di completare l’università interrotta e di acquistare un telefono cellulare: «Non ne ho mai usato uno».

IL PRECEDENTE -
Il precedente record di detenzione di un innocente, 28 anni, apparteneva a Donald Gates, di Akron nell’Ohio, scarcerato appena cinque giorni fa. Gates fu condannato all’ergastolo nell’81 per l’assassinio e lo stupro di una ventunenne. Aveva 31 anni, adesso ne ha 59: «Andai in prigione che ero un giovane e ne esco che sono un vecchio» ha lamentato.

Prima di lui, deteneva il record, 27 anni, Lee Woodward, di Dallas nel Texas, a sua volta falsamente accusato di omicidio, e liberato nel 2008. Casi come quelli di Bain, Gates e Woodward stanno diventando sempre più frequenti e incominciano a fare effetto sulle giurie, che dalle statistiche hanno ridotto le condanne a morte negli ultimi anni.

Il Death penalty information center, Centro d’informazione sulla pena capitale, un’altra associazione dei diritti umani, ha riferito che nel 2009 le condanne a morte in America saranno 106, contro il record del ’94 di 328. Persino il Texas, lo stato dell’ex presidente Bush, il più spietato, è sceso a 9 condanne da una media di 34 annue negli Anni novanta.

«Le giurie popolari - ha spiegato il Centro - si rendono conto di potere sbagliare senza la certezza della prova del DNA. Non vogliono avere la vita di un innocente sulla loro coscienza». Ma la loro prudenza non riduce le esecuzioni. Quest’anno esse sono aumentate a 52, da 42 nel 2007 e da 37 nel 2008.

Ennio Caretto



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Eccesso di velocità, ambulanza multata

Corriere del Mezzogiorno


Fotografata da un autovelox mentre trasportava un’ammalata all’ospedale Santissima Annunziata


Ambulanza incastrata dall'autovelox


TARANTO — Non voleva credere ai propri occhi quan­do si è visto arrivare la conte­stazione della polizia stradale che gli notificava una contrav­venzione per eccesso di veloci­tà. Per una giusta ragione, per­chè quel giorno, Giovanni Pe­tarra, autista di ruolo della Asl Taranto 1, stava sì premendo sull’acceleratore (non di più 90 chilometri orari su una stra­da dove non si deve andare a più di 70), ma per trasportare una paziente all’ospedale San­tissima Annunziata del capo­luogo jonico. Guidava l’ambu­lanza, insomma, ed aveva an­che una certa fretta perché la malata si lamentava perché «doveva andare urgentemen­te in bagno».

Ora il conducen­te deve pagare 155 euro di multa e dovrà rinunciare, «co­sa ancor più insopportabile», a cinque punti della patente. L’autista preso di mira dall’au­tovelox dei vigili urbani di Fra­gagnano, è andato su tutte le furie. «Ma come - dice - , se an­che noi dobbiamo rispettare i limiti di velocità, siamo pro­prio a posto. Tutte le strade della provincia che portano a Taranto - fa notare - hanno un limite di velocità che non supera i settanta chilometri orari, in alcuni tratti anche di meno. E noi che guidiamo in urgenza, con i lampeggianti e le sirene accesi, dobbiamo ri­spettare tali obblighi per non farci multare. Non è ridico­lo?».


Le carte, intanto parlano chiaro. Hanno l’intestazione del Dipartimento della Pubbli­ca sicurezza, sezione Polizia Stradale di Taranto. Sono quel­le della relazione di notifica­zione con cui la Polstrada chie­de alla Asl, proprietaria del mezzo multato, chiede le gene­ralità del conducente a cui do­vranno essere sottratti i cin­que punti dalla patente e do­vrà pagare 155 euro «entro sessanta giorni». Un atto dovu­to, per il sottufficiale addetto alle contestazioni che non può certo sapere che l’auto­mezzo responsabile del supe­rameno del limite era un’am­bulanza con paziente a bordo.

L’hanno ben visto, però, gli agenti di polizia municipale del comune di Fragagnano che quella mattina erano di pattuglia con l’autovelox sulla provinciale per Taranto. Nono­stante tutto hanno proceduto alla convalida della misura tra­smettendo tutti gli atti alla po­lizia stradale. Il conducente d’ambulanza se la prende an­che con il suo datore di lavo­ro. «Posso capire i vigili urba­ni - dice Petarra - ma quando è arrivata la multa negli uffici della Asl, non potevano accer­tarsi di cosa si trattava e re­spingere al mittente il verba­le? ».

L’area gestione del patri­monio, da parte sua, ha girato l’atto d’accertamento all’inte­ressato tramite la direzione amministrativa aziendale del presidio Giannuzzi di Mandu­ria dove Petarra presta servi­zio. Con le indicazioni, chiare, circa il pagamento della mul­ta. «Del pagamento della pre­detta infrazione - si legge - ef­fettuato a cura dell’autista re­sponsabile del predetto mez­zo ». Sarà premura del dipen­dente, adesso, proporre ricor­so trasmettendo la documen­tazione attestante la natura dell’attività sanitaria di soccor­so al momento della violazio­ne.

«Non vedo proprio cosa dovrò rispondere - commen­ta in proposito l’autista Petar­ra - più di quanto non dica il foglio di viaggio dove si evin­ce chiaramente il motivo e le circostanze dell’intervento ri­tenuto troppo tempestivo dai solerti vigili urbani». Al di la di questo, le intenzioni degli autisti d’ambulanza del Gian­nuzzi sono molto decise. «Vuol dire che per evitare pro­blemi, saremo più scrupolosi nel rispettare i limiti e ci fer­meremo al rosso anche se die­tro ci sono persone che ri­schiano di morire».

Nazareno Dinoi




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Prosperini: «Pronto a rispondere al gip» E Formigoni lo paragona a Stasi

Corriere della Sera


Il presidente della Regione porta ad esempio il processo di Garlasco e invita a «coltivare l'utile arte del dubbio»

 

MILANO - «Risponderà alle domande e mi difenderò», comunica dal carcere di Voghera, tramite il suo avvocato, Pier Gianni Prosperini, l'ormai ex assessore al turismo arrestato mercoledì sera dalla Guardia di Finanza per corruzione, turbativa d’asta e truffa nell’ambito dell’inchiesta su tangenti pagate per la promozione in tv. Prosperini sarà sentito alle 14.30 di sabato nel carcere di San Vittore, dove sarà trasferito per l’occasione dalla prigione di Voghera.

L'avvocato Ettore Traini ha fatto sapere che Prosperini ha intenzione di rispondere alle domande e di difendersi dalle accuse. Secondo il legale «c’è spazio per difendersi e per questo nel colloquio avuto oggi abbiamo deciso di rispondere al gip». Sabato sarà sentito anche il proprietario di Odeon Tv Raimondo Lagostena Bassi.

Il terzo arrestato, il consulente della Pubblicis Massimo Saini, venerdì pomeriggio si è avvalso della facoltà di non rispondere. Nel carcere di San Vittore, Saini, assistito dall’avvocato Giuseppe Ciancia, ha dichiarato al gip di non essere in grado di rispondere alle domande perché non ha ancora letto con la dovuta attenzione l’ordinanza di custodia. Con ogni probabilità Saini sarà sentito nei prossimi giorni dai pm Alfredo Robledo e Paolo Storari.

PROSPERINI COME STASI? - Sul caso Prosperini è intervenuto venerdì mattina, nell'aula del Consiglio regionale, il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, che ha citato il caso dell'omicidio di Garlasco e l'assoluzione di Alberto Stasi per chiedere all'opinione pubblica di «coltivare l'utile arte del dubbio» sull'arresto.

«Oggi Prosperini è dipinto come certamente colpevole e responsabile - ha detto Formigoni - anche sulla base della diffusione illegale di intercettazioni telefoniche coperte da segreto istruttorio che dipingono un quadro accusatorio certo e certificato».

I CASI GIUDIZIARI - Il governatore ha ricordato alcuni casi giudiziari recenti e del passato di «persone ritenute colpevoli per solare evidenza e per abbondanza di prove quando parla la pubblica accusa», mentre la storia «vede poi ribaltato il giudizio e le vede assolte perché il fatto non sussiste quando interviene la magistratura giudicante».

Formigoni ha portato ad esempio il caso di Alberto Stasi «dipinto per anni come il colpevole assoluto e assolto giovedì perché il fatto non sussiste»; quello di Milena Bertani «completamente prosciolta dopo nove anni», quello dell'ex presidente della Regione Abruzzo Ottaviano Del Turco «rinviato a giudizio un anno e mezzo dopo l'arresto senza che si sia potuto aggiungere uno straccio di fatto all'impianto accusatorio» e quello della giunta abruzzese del comune di Salimi «arrestata in massa nel '92 e poi completamente assolta nel corso degli anni».

«ASPETTIAMO LA DIFESA» - I casi citati servono, per Formigoni, affinché l'opinione pubblica sappia che «finora ha parlato l'accusa. Aspettiamo che parli la difesa, che possa parlare Prosperini e che poi la magistratura giudicante emetta il suo verdetto». Il numero uno del Pirellone ha ribadito l'invito alla magistratura perché «proceda con rapidità in quanto il momento è molto delicato».




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Aiutateci a ritrovare il piccolo Liam»

Corriere della Sera


La Procura cerca un bimbo di 8 anni portato via dalla madre da una casa famiglia: «È scomparso»


Il piccolo Liam Gabriele McCarty (Proto)
Liam Gabriele McCarty (Proto)
ROMA - Indagini a tutto campo a Roma per rintracciare un bimbo italo-americano di otto anni, Liam Gabriele McCarty, sottratto dalla madre negli Usa al padre, violando una sentenza del Tribunale dei minorenni romano che lo scorso 18 novembre aveva disposto l’affidamento del bimbo a una casa famiglia.

«DIFFONDERE FOTO DEL PICCOLO» - Il pm Eleonora Fini ha ordinato venerdì mattina la diffusione ai giornali e alle televisioni della foto del piccolo Liam. Delle indagini si occupano anche gli agenti della Squadra mobile romana. Sulla vicenda sono stati aperti anche alcuni siti internet, uno dei quali dal padre del bimbo, Michael, compreso Facebook. Nel 2007, si legge proprio sul social network, l’Fbi ha inserito la madre nella lista delle persone «most wanted».

18 dicembre 2009




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Intervista esclusiva con Ban Ki-moon» Ma era un sosia del segretario dell'Onu

Corriere della Sera


Disavventura di un giornalista dell'Afp all'aeroporto di Copenaghen. L'uomo è stato al gioco e ha risposto

 


La vicenda raccontata sul sito di «Libération»

COPENAGHEN - Pensava di avere tra le mani un'intervista in esclusiva. Dopo quattro ore ha scoperto di aver preso un'incredibile cantonata. È ciò che è capitato domenica a un giornalista dell'Afp, l'agenzia di stampa francese. Il reporter, appena sbarcato all'aeroporto di Copenaghen per seguire il summit sul clima, non poteva credere ai suoi occhi. Mentre ritirava i bagagli, ha visto nello scalo danese una persona che assomigliava moltissimo a Ban Ki-moon, il segretario generale dell'Onu. Prendendo la palla al balzo si è avvicinato e gli ha chiesto un'intervista. Peccato che si trattasse di un sosia che è stato al gioco e proprio come se fosse il segretario generale del Palazzo di Vetro ha risposto alle incalzanti domande del giornalista discettando sui problemi climatici del mondo e sull'importanza del summit internazionale. 
 
LANCI D'AGENZIA - Dopo aver terminato l'intervista esclusiva, il giornalista ha inviato il resoconto all'agenzia francese. «Il segretario dell'Onu Ban Ki-moon si dichiara prudentemente ottimista sull’esito della conferenza, domenica al suo arrivo all’aeroporto di Copenaghen» si legge in un primo lancio d'agenzia pubblicato dall'Afp alle 14.23 di domenica. Ne sono seguiti altri sei in cui il falso Ban Ki-moon parlava in generale del summit sul clima e delle sue aspettative. Le dichiarazioni del sosia sono state riprese dai diversi siti d'informazione (come Lematin.ch) e da innumerevoli network internazionali. Alle 18.36 la doccia fredda. L'Afp pubblica un breve ma essenziale lancio d'agenzia che recita: «Per favore, annullare la nostra serie di lanci intitolati: "Clima, da Copenaghen Ban Ki-moon si dice prudentemente ottimista", "Il segretario dell'Onu ha fatto sapere di essere ancora a New York"». Come hanno potuto appurare in seguito i giornalisti presenti al summit, il politico sudcoreano è arrivato a Copenaghen solo martedì, due giorni dopo la falsa intervista del reporter dell'Afp.

IMBARAZZO E SCONCERTO - Il falso scoop ha provocato imbarazzo e sconcerto tra i giornalisti dell'agenzia francese. Ciò che non ha funzionato sono i normali processi di verifica della notizia. È davvero strano che, dopo il lancio della prima agenzia, i giornalisti dell'Afp a New York non abbiano subito informato la redazione transalpina della presenza di Ban Ki-moon nella città americana. La redazione dell’Afp difende il collega: «Il giornalista che ha raccolto le dichiarazione del falso Ban Ki-moon era davvero in buona fede - ha spiegato al quotidiano Libération il caporedattore dell'Afp Dimitri de Kochko -. La persona intervistata era davvero un sosia. Il mio collega si è avvicinato e ha chiesto se si trovava di fronte al segretario generale dell'Onu e il sosia ha risposto di sì»
Francesco Tortora




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Feltri, Fini ci vada piano con il lambrusco»

Corriere della Sera

Il direttore de Il Giornale: «Ultimamente ha esagerato con il ’rosso’ e non gli ha fatto bene»


MILANO - Continua il botta e risposta a distanza tra il presidente della Camera Fini e il direttore de Il Giornale Feltri. Era stato il presidente della Camera giovedì a passare al «contrattacco», preparando un particolare biglietto di auguri per Natale. «Egregio direttore, per festività "serene" senza ossessioni e allucinazioni». È il testo del biglietto firmato Fini, a quanto riferisce la «Velina rossa» di Pasquale Laurito. La particolarità è che il biglietto, si legge, è accompagnato da «un flacone di un noto calmante, il Valium». Il pacchetto sarebbe stato inviato giovedì, dopo l'editoriale in cui Feltri accusava Fini di aver preparato il «ribaltone» ai danni di Silvio Berlusconi, manovra «sventata» per effetto dell'aggressione subita dal presidente del Consiglio, in piazza Duomo a Milano


LA REPLICA - Il direttore de Il Giornale non ha mancato di replicare, interpellato telefonicamente, alla notizia del regalo di Fini. «Non ho ancora ricevuto la confezione di Valium. Accetto volentieri il dono natalizio di Fini e ne faccio tesoro. Però ho una raccomandazione per il Presidente della Camera: ci vada piano con il lambrusco, il rosso fa bene ma non bisogna esagerare. E lui ultimamente ha fatto parecchio uso di ’rosso’, e non gli ha fatto bene...».





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La linguaccia è un reato Sentenza della Cassazione

Libero


    
E così anche la linguaccia è diventata reato. Lo ha stabilito una sentenza del Tribunale di Ancona, poi confermata dalla Corte di Cassazione. la condanna per ingiuria è arrivata per un agricoltore marchigiano di 41 anni,  che per sbeffeggiare un vicino con cui aveva discusso a più riprese, era entrato nella sua proprietà mostrandogli la lingua. Il rivale però avevafotografato il gesto e secondo i giudici della Suprema Corte, nel viso di chi l'ha fatta si coglie "una tensione volitiva", tale da risultare capace  ledere l'onore della persona a cui era rivolta.




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Tartaglia e le due visite al Milan «Devo incontrare il presidente»

Corriere della Sera

L’aggressore nella sede della squadra in novembre 

 

MILANO — È entrato nel portone di via Turati 3, e ha chiesto banalmente: «Dovrei salire alla sede del Milan». «Scala B, terzo piano», è stata la risposta del custode. Una frase ripetuta meccanicamen­te più volte al giorno a tutti quei tifosi o persone che cer­cano un ufficio della società rossonera.

Massimo, «Massimino» per gli amici, Tartaglia, il qua­rantaduenne ingegnere elet­tronico mancato che ha sca­gliato in faccia a Silvio Berlu­sconi un Duomo del peso di due etti, un mese prima dell' aggressione aveva già tentato di venire in contatto con il premier. Non una, ma due vol­te. Senza intenzioni violente, con ogni probabilità.

Almeno questo è quanto emergerebbe dal racconto di una dirigente del Milan che si è presentata negli uffici della Digos per rac­contare, dopo aver sfogliato i quotidiani e aver visto decine di volte le riprese televisive sull'aggressione e sulla cattu­ra dell’aggressore, che lei ave­va ricevuto e respinto Massi­mo Tartaglia. «È proprio lui, ne sono certa».

La dirigente della squadra rossonera è riu­scita a collocare nel novem­bre scorso le visite di Tarta­glia: un uomo che, come è ri­sultato dalle indagini, soffre di gravi problemi psichici. Gentile, l’inventore frustrato: «Buongiorno, avevo un ap­puntamento col presidente Berlusconi». La dirigente ha subito capito di trovarsi di fronte a una persona disturba­ta. «Mi dica, per quale moti­vo? ». La risposta non si è fatta attendere: «Mi ha assicurato che avrebbe sbloccato la mia carta di credito». La manager, capendo che c’era qualcosa di strano, ha avuto la prontezza di rispondere: «Il presidente non c’è. Riferirò».

Deluso, ma contento delle assicurazioni ricevute, l’inven­tore dei quadri ballerini (che cambiano colore e si muovo­no in sequenza se stimolati dalla musica), se ne è andato. Per tornare però qualche gior­no dopo e ripetere, esattamen­te, la stessa richiesta.

Gli episodi del novembre scorso confermerebbero le precarie condizioni di salute di Massimo Tartaglia. Il padre Alessandro, 69 anni, lo ha ri­petuto più volte: «Mio figlio è uno psicolabile. Soffre di di­sturbi da quando aveva diciot­to anni. Dopo l’Itis a Corsico si è iscritto a ingegneria elet­tronica e da allora sono co­minciati i problemi».

Problemi che sono esplosi nella loro gravità domenica scorsa quando Massimo è uscito di casa per un appunta­mento con una donna che non è mai arrivata. In piazza del Duomo l’inventore ha comperato un Crocefisso e una riproduzione del Duomo in polvere di marmo e lo ha scagliato con tutta la sua for­za in faccia al premier che, do­po la manifestazione in piaz­za del Duomo, stava stringen­do le mani dei suoi simpatiz­zanti.

Massimo Tartaglia è in car­cere. Per il magistrato l’ag­gressione era premeditata.


Alberto Berticelli




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Rai, da Santoro "buon Natale" al boss Spatuzza

di Gabriele Villa


Il conduttore di «Annozero» celebra il pentito che accusa Berlusconi e Travaglio si accanisce contro il Giornale e Feltri. Da Di Pietro altro veleno contro il premier: a lui non stringo la mano

 

Marco Travaglio santo subito. Martire. Vittima del fuoco mediatico che, dopo l’aggressione in piazza Duomo a Milano subita da Berlusconi, ha dovuto subire e subisce. Ma un santo francamente imbarazzante, subito pronto, quando gli tocca di fare il suo sermone a colpire alle spalle l’assente Vittorio Feltri, a metterlo sulla graticola. È il mondo di Annozero. Che va alla rovescia e prende una piega sconcertante fin dall’anteprima.

Quanto la Rai per bocca di Santoro fa gli auguri di Buon Natale alla mafia, al pentito Spatuzza che sta tentando di infangare Berlusconi ma che, secondo il padrone di casa, Michele l’intenditore, «merita di essere ascoltato con attenzione. So benissimo chi è Spatuzza. So che ha ucciso decine di persone, ha sciolto un bambino nell’acido, ha fatto delle cose veramente orribili. Ma adesso Spatuzza racconta dei fatti e noi stiamo ad ascoltarlo».

Resta il fatto che adesso Travaglio gioca lui il ruolo della vittima e del capro espiatorio contro cui tutti se la stanno prendendo. Così gli auguri di buon Natale, dispensati da Santoro, con l’affetto di un amico fraterno realmente addolorato, dipingono sulla tela, che arrederà la tribuna del programma di Raidue fino al termine, un Marco Travaglio trafitto dalle frecce della polemica come un novello San Sebastiano. La teoria annozeresca della serata è quella di far passare la vera vittima, Berlusconi, per il carnefice.

In effetti Travaglio sfodera un’insolita, disarmante faccia di circostanza. Punta, soprattutto, ad arte, nei primi piani su un faccia contrita. Persino quando dice e ribadisce con la sua solita, disarmante aria innocente «che non si può impedire a nessuno di odiare, di augurarsi che il Creatore chiami a sé una persona che si detesta (ogni riferimento al Cavaliere naturalmente è escluso, ndr) e che l’eccessiva personalizzazione che il premier ha messo e mette in ogni sua mossa di capo di governo e di partito, sì, insomma, è la molla che può scatenare l’odio di parte di quegli italiani che non lo sopportano».

Ma i suoi sorrisetti tornano, e meno male, quando nel suo pistolotto il Travaglio Immarcescibile dedica tutta la sua scoppiettante ironia ai titoli del Giornale e tratteggia a modo suo il «partito dell’amore» mettendo alla berlina chi non può replicare.


Da sbellicarsi davvero per le perline. Che l’emulo di San Sebastiano infila nella sua collanina da villaggio vacanze. Ci pensa anche Tonino Di Pietro a sostenerlo. Quel pacato Di Pietro che aveva già offerto nel pomeriggio di ieri, alla presentazione del libro Il caso Genchi, naturalmente in compagnia dell’amicone Travaglio, uno scampolo significativo della sua disponibilità ad abbassare i toni della polemica.

Alla seguente, innocua, domanda di una giornalista: «Quando tornerà in Parlamento e incontrerà Silvio Berlusconi gli stringerà la mano?», lui ha risposto secco e seccato: «Siamo qui per parlare di politica e di politica dobbiamo parlare» Un vero signore. Che infatti subito dopo si è affrettato a precisare che lui e la sua Idv «non accettano né accetteranno mai di dialogare senza se e senza ma con questa maggioranza perché quando al governo ci sta Berlusconi ti chiedi sempre dov’è la fregatura».

Per la verità il Gran Condottiero dell’Italia dei suoi Valori ieri è riuscito a superarsi nello studio di Annozero così come anche in Parlamento dove, nel dibattito sulla Finanziaria, ha tuonato: «Voi criminalizzate come terroristi coloro che come Travaglio cercano di aprire gli occhi ai cittadini prima che sia tardi. Mettete a rischio la vita di queste persone perché voi armate la mano assassina. Voi dite che c’è disagio sociale e protesta. Certo che c’è.

C’è il rischio di una rivolta ma accusate noi dell’opposizione che denunciamo questo. Di chi è la colpa: nostra che denunciamo o voi che commettete questa ingiustizia? Guardatevi allo specchio perché siete voi che col vostro menefreghismo portate avanti leggi che interessano solo il premier e che create allarme e protesta civile». Questa è davvero bella, fantastico, no? Una straordinaria difesa d’ufficio di un vero duro da fumetto horror come Travaglio che, per scienza rivelata, ha il dono e il diritto di insultare impunemente Berlusconi ogni giorno del calendario.

Per fortuna che poi Di Pietro ha aggiustato il tiro (si fa per dire, naturalmente, non essendo ancora armato) definendo la Finanziaria approvata dalla Camera «iniqua e criminogena» e lo scudo fiscale una «tangente di Stato che fa percepire al governo soldi da evasori, corruttori, mercanti di droga». Si vede, come ha ammesso lui stesso ieri orgogliosamente, che sta utilizzando come sussidiari di verità i libri di Travaglio.




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Al Qaida in versione rosa recluta anche le donne: "Sorelle, aiutate la jihad"

di Gian Micalessin


L’hanno tirata per la giacchetta, anzi per il burqa, ma alla fine Omaimah Hassan ha deciso di comportarsi da moglie fedele e schierarsi al fianco del biasimato Ayman Zawahiri. Ci sono voluti due anni, ma Omaimah adesso scende in campo, fa quadrato intorno al numero due di Al Qaida amato e rispettato dal capo Osama Bin Laden, ma detestato da tante erinni velate.

La ragione di tanto risentimento risale ancora al botta e risposta di due anni fa quando un sito di Al Qaida raccolse dubbi e curiosità dei militanti per sottoporle al giudizio di papà Ayman. Le risposte arrivarono nell’aprile del 2008 e per le amazzoni in hijab, per le terroriste tutte bombe e velo fu delusione cocente.

«Per voi in Al Qaida non c’è posto... non abbiamo e non vogliamo donne tra i nostri ranghi» - rispose inflessibile il vicecapo. Dopo quel niet le grandi escluse sfogarono la frustrazione con una mitragliata di lettere indirizzate ai vertici dell’organizzazione.

Ora in quel ring infuocato ci si butta pure la signora Zawahiri uscendo dall’anonimato e sottoscrivendo le esortazioni del marito. «Non impegnatevi direttamente nel jihad, aiutate gli uomini che combattono», raccomanda la fedele Omaimah pubblicando su al-Sahab Media, il sito internet ufficiale di Al Qaida, un «messaggio alle sorelle musulmane».

La discesa in campo della signora Zawahiri fino ad oggi ombra nera e muta del marito è quasi un coro di famiglia. Mentre la moglie scrive alle donne musulmane una lettera lunga cinque cartelle il marito ricorre a uno dei suoi consueti sermoni audio. Nel nuovo discorso Al Zawahiri liquida la politica mediorientale del presidente Obama e la definisce un «nuovo atto nella campagna crociata e sionista finalizzata ad asservirci, ad umiliarci, a occupare le nostre terre e a privarci delle nostre ricchezze».

Omaimah però gli ruba decisamente la scena. Le consuete e scontate accuse del marito sono poca cosa rispetto ai curiosi riferimenti e ai meta-messaggi annidati nel primo discorso della moglie. A partire dalla seconda parte della missiva tutta incentrata su un invito alla resistenza passiva indirizzato alle immigrate musulmane. Le «sorelle musulmane in occidente» devono guardarsi bene da tutte le tentazioni ad abbandonare l’hijab perché - spiega Omaimah - «i blasfemi criminali occidentali prima ti tolgono il velo e poi cancellano la tua sembianza musulmana riducendoti ad una merce di scambio».

E subito dopo la signora Al Zawahiri non esita ad esibirsi in un «Resistere, resistere, resistere» che fa tanto Procura di Milano, ma è invece un tentativo di compattare il movimento femminile musulmano nei Paesi occidentali. Un movimento che non deve pensare a prendere le armi o a farsi saltare, ma a «stare al fianco del marito» e ad «aiutare con preghiere e danaro i mujaheddin in stato di estremo bisogno». E nella lettera non manca una rassicurazione a chi dopo le voci diffusesi nel settembre 2008 la pensava morta e sepolta, dilaniata da un missile americano lanciato su un presunto covo di famiglia.

«Non preoccupatevi, stiamo bene e i nostri cuori anche se lontani - tranquillizza la signora Zawahiri - sono vicini a voi». Come dire se non ci sentite non preoccupatevi siamo braccati, ma vivi.
Ora bisogna vedere come reagiranno le aspiranti martiri alqaidiste. Finora i consigli di suo marito non sembrano aver avuto molto successo. In Irak dal 2003 si sono registrati oltre venti attacchi suicidi messi a segno da kamikaze del gentil sesso. In Palestina 11 donne non hanno esitato a farsi saltare pur di tirarsi dietro un israeliano. Ma molte pasionarie sono già pronte a giurare che il «niet» di Zawahiri è soltanto il frutto della sofferenza per la perdita della prima moglie uccisa a Kandahar nel 2001.

«Ho assaporato l’amarezza della brutalità americana quando il seno della mia amata moglie è stato schiacciato dal tetto della nostra casa» scriveva nel 2005 il numero due di Al Qaida. È l’unico atto di dolore che di lui il mondo ricordi.



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Maroni rimuove il prefetto di Venezia

Corriere del Veneto



La Lega aveva accusato Gallerano d’essere morbido sui sinti. Insorge il centrosinistra. Galan: «Mala tempora» 

 

VENEZIA – Avevano sperato nella sua rimozione nei corridoi della Provincia all'indomani del trasferimento di sinti veneziani. Lo avevano chiesto ad alta voce due settimane fa in occasione della tappa veneziana del ministro degli Interni Roberto Maroni per la festa dei Vigili del Fuoco. Ed è successo. Su richiesta dei leghisti veneziani, Michele Lepri Gallerano non è più il prefetto di Venezia e sarà sostituito a breve da Luciana Lamorgese.

La decisione inappellabile e finale è stata presa dal Consiglio dei Ministri su indicazione dello stesso Maroni che, proponendo ventitré nuove nomine in un valzer di prefetti ha collocato Lepri Gallerano «in posizione di fuori ruolo presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri per assumere l'incarico di Commissario dello Stato per la Regione Sicilia».


Ma quello che può sembrare sulla cartaun avanzamento di carriera, si è rapidamente trasformato in una bomba politica che ha fatto insorgere l'intero centrosinistra veneziano e spaccato anche il centrodestra già in delicato equilibrio per la recente nomina di un leghista a candidato della Regione Veneto. Ed è infatti stato il presidente Giancarlo Galan il primo a criticare la decisione di Maroni appellandosi perfino al latino. «Mala tempora currunt quando si verificano queste coincidenze – ha detto – I prefetti come le nuvole vanno, vengono. Ma tutto ciò non è sempre un bene. Se accade a Venezia poi non è per nulla un bene».

Perché anche se i fax del ministero non fanno alcun riferimento alle motivazioni del trasferimento del prefetto, è difficile non leggere in questa promozione-rimozione, a soli quattro mesi dall'insediamento, un'azione di forza della Lega, in vista, tra l'altro, delle prossime elezioni comunali della città lagunare, in concomitanza con quelli regionali.

«E' una decisione indecente e un episodio di gravità eccezionale – ha affermato il sindaco di Venezia Massimo Cacciari che ha perfino telefonato al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per fermare la procedura di avvicendamento – è stato rimosso per ragioni esclusivamente politiche, anzi per vendetta politica perché gli si imputa di non essere riuscito a impedire il trasloco della comunità dei sinti di via Vallenari nel nuovo villaggio». Non è un mistero d'altra parte che i rapporti tra il prefetto e gli esponenti della Lega veneziana avevano raggiunto il loro apice di tensione proprio la notte del trasloco tra il 24 e il 25 novembre.

A scatenare l'ira del Carroccio era stato il fatto che Lepri Gallerano, avvertito per tempo da Ca’ Farsetti, non avrebbe comunicato i tempi e i modi del trasferimento al ministro Roberto Maroni, con il quale stava cenando in occasione del G8 di San Servolo la sera del 24 novembre. Nulla di strano dunque secondo gli uomini del Carroccio, che spingono sul tasto fiduciario che effettivamente la legislazione prefettizia sancisce nero su bianco.

«E' una questione che riguarda il ministroRoberto Maroni, che ha saputo del trasferimento dei sinti dai giornali della mattina dopo e non dal prefetto – ribatte il parlamentare Corrado Callegari – La Lega veneziana non c'entra sulle nomine. L'aggressività e la volgarità di Cacciari sono fuori luogo e non meritano proprio nessun commento». Ma l'equazione è già stata fatta. E se alcuni (i Verdi, Rifondazione e l'Italia dei Valori) hanno azzardato un paragone tra le pressioni della Lega veneziana e le decisioni del ventennio fascista, non si può negare che esista un asse preferenziale tra Francesca Zaccariotto e il ministro Roberto Maroni, suo collega di partito e di corrente, e che la presidente della Provincia avesse chiesto già in più occasioni allo stesso

Maroni di usare il suo ruolo per rimuovere Lepri Gallerano. Poco importa dunque che era stato proprio il ministro degli interni a trasferirlo da Padova a Venezia quando la Provincia era già saldamente in mano al centrodestra e alla presidente Zaccariotto. I tradizionali auguri di Natale che il prefetto farà oggi a tutti gli esponenti politici veneziani saranno anche un addio alla città lagunare.

Alessio Antonini
18 dicembre 2009



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Capodogli morti: avevano ingerito plastica scambiandola per calamari

Corriere del Mezzogiorno


Quattro su sette avevano lo stomaco colmo di buste e scatolette.

Gli altri hanno seguito i compagni morenti

 

FOGGIA - I capodogli spiaggiati a Peschici sono morti perché avevano ingerito di tutto di più: buste di plastica, pezzi di corda, scatole e contenitori di vari materiali sono stati trovati nello stomaco di quattro dei sette mammiferi ritrovati in località Foce Varano, sul Gargano, in Puglia. La scoperta è stata compiuta dal professore Giuseppe Nascetti, pro-rettore dell’università della Tuscia, ritenuto uno massimi esperiti mondiali di parassitologia ed ecologia marina, chiamato come esperto a valutare le cause dello spiaggiamento e della successiva morte dei cetacei.

«SPIRITO GREGARIO» - Secondo il professor Nascetti, i capodogli potrebbero aver scambiato gli oggetti trovati nei loro stomaci per calamari, unico cibo di cui si nutrono. «Quello che sembrava il capobranco - spiega l’esperto - ne aveva lo stomaco colmo. Un po' meno gli altri tre. Ma la morte di tutti e sette gli esemplari è riconducibile al fatto che i tre capodogli che non avevano ingerito oggetti di plastica abbiano seguito il capobranco andando come lui a morire sulla spiaggia. Un comportamento legato allo spirito gregario ai gruppi di giovani maschi».


INQUINAMENTO MATERIALE E ACUSTICO - Nei prossimi giorni Nascetti invierà una dettagliata relazione sui risultati dei suoi rilievi sulle carcasse dei capodogli alle autorità pugliesi e al ministero dell’Ambiente. Nascetti ha ipotizzato anche le ragioni che potrebbero aver «ingannato» i capodogli, facendo loro scambiare le buste di plastica e gli altri oggetti trovati nei loro stomaci per calamari. «Ritengo - spiega - che siano stati disturbati dall’intenso traffico delle navi nell’Adriatico.

E non solo quelle militari con i loro sonar. Alcune grandi imbarcazioni eseguono ricerche di idrocarburi al di sotto dei fondali marini emettendo forti ed improvvisi rumori che interferiscono con i sistemi di ricerca di cibo dei capidogli disorientandoli». Per Nascetti tutti gli spiaggiamenti di cetacei che avvengono sono riconducibili all’inquinamento materiale e acustico che, dopo la terraferma, sta invadendo anche i mari.


18 dicembre 2009




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Rubato il cartello all'entrata di Auschwitz

Corriere della Sera


Portata via la celebre iscrizione «Arbeit Mach Frei» («Il lavoro rende liberi»)

 

VARSAVIA (POLONIA) - Un atto di vandalismo, ma dalla connotazione fortemente simbolica. Il cartello recante l'iscrizione in tedesco «Arbeit Mach Frei» («Il lavoro rende liberi») posto all'ingresso dell'ex campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau, in Polonia, è stato rubato da ignoti.

Lo rende noto oggi la polizia polacca, senza fornire ulteriori dettagli. È la prima volta che la targa con l'oltraggiosa scritta, realizzata dai prigionieri, viene sottratta dal posto in cui fu messa nei primi anni '40. Nel campo di concentramento non lontano da Varsavia morirono circa un milione di persone, il 90% dei quali ebrei.


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