domenica 20 dicembre 2009

Cliente insoddisfatto, recesso assicurato

La Stampa


STEFANO SANTINI


Può capitare, talvolta, di pentirsi dell’acquisto di un’enciclopedia porta a porta, della sottoscrizione di un contratto telefonico o di un abbonamento ad una rivista, perché non ritroviamo nel prodotto appena comprato le caratteristiche che ci aspettavamo.

Il nostro ordinamento prevede la possibilità di tornare indietro, esercitando il cosiddetto diritto di recesso. Il diritto di recesso è infatti proprio l’esercizio della possibilità di una delle due parti contraenti di recedere unilateralmente da un contratto, eliminando tutte le obbligazioni in esso contenute, senza che questo comporti delle penali e senza che l’altra parte dia il proprio consenso, ma con una comunicazione alla stessa.

Nessun diritto di recesso per la vendita in negozio
Il ripensamento su un acquisto effettuato con la conseguente restituzione del bene al rivenditore non è però sempre possibile. Se ad esempio compriamo un paio di scarpe in un negozio e, una volta andati a casa e provatele, ci rendiamo conto che non sono di nostro gradimento, non possiamo restituirle al mittente, a meno che il negoziante, a sua discrezione, non accetti di riprendersele.

Per la vendita in negozio o in altri locali commerciali, infatti, il diritto di recesso non esiste. Possiamo invece esercitarlo per vendite al di fuori dei locali commerciali (a domicilio, in strada, in alberghi, per posta), per le vendite a distanza (via internet, telefono), per i contratti di multiproprietà e per i pacchetti turistici. Ci sono però alcune tipologie di contratto che non seguono tali regole: sono quelle, ognuna con le sue specificità, relative alla costruzione, vendita e locazione di beni immobili, alla fornitura di prodotti alimentari consegnati con scadenza regolare, alle assicurazioni, agli strumenti finanziari, ai prodotti venduti con distributori automatici o acquistati via telefono pubblico, ai servizi di lotterie o scommesse, ai prodotti confezionati su misura e molto altro.

IL QUADRO NORMATIVO
Il diritto di recesso è così disciplinato dall’art. 1373 del Codice Civile:
“Se a una delle parti è attribuita la facoltà di recedere dal contratto, tale facoltà può essere esercitata finché il contratto non abbia avuto un principio di esecuzione.

Nei contratti a esecuzione continuata o periodica, tale facoltà può essere esercitata anche successivamente, ma il recesso non ha effetto per le prestazioni già eseguite o in corso di esecuzione (1569, 1612 e seguenti, 1671, 2227). Qualora sia stata stipulata la prestazione di un corrispettivo per il recesso, questo ha effetto quando la prestazione è eseguita. E’ salvo in ogni caso il patto contrario”.

Vendita a domicilio di valori mobiliari
Dal punto di vista normativo il primo riferimento al diritto di recesso si ritrova nell’articolo 18-ter (abrogato dal d. lgs, 58/1998) della legge 7 giugno 1974, n. 216 (“Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 8 aprile 1974, n. 95, recante disposizioni relative al mercato mobiliare ed al trattamento fiscale dei titoli azionari”). In riferimento ai contratti di compravendita di valori mobiliari stipulati mediante vendite a domicilio, l’articolo disponeva infatti che “l’acquirente ha la facoltà di comunicare al venditore o al suo agente, procuratore o commissario, a mezzo telegramma, il proprio recesso senza corrispettivo”, prevedendo inoltre una sospensione di 5 giorni della efficacia di tali contratti a decorrere dalla data di sottoscrizione.

Contratti stipulati al di fuori dei locali commerciali
È con la direttiva europea 85/577/CEE del Consiglio del 20 dicembre 1985 per la tutela dei consumatori in caso di contratti negoziati fuori dei locali commerciali, recepita dal legislatore con il D. Lgs. n.50 del 1992, che il diritto di recesso viene più approfonditamente regolamentato all’interno del nostro ordinamento.

L’articolo 4 di tale decreto sancisce il principio: “Per i contratti e per le proposte contrattuali soggetti alle disposizioni del presente decreto è attribuito al consumatore un diritto di recesso nei termini ed alle condizioni indicati negli articoli seguenti”. E infatti la novità più importante introdotta dal provvedimento è proprio quella contenuta nel successivo art. 6 (“Esercizio del diritto di recesso”), comma 1: “Il consumatore che intenda esercitare il diritto di cui all’art. 4 deve inviare all’operatore commerciale [...] una comunicazione in tal senso nel termine di 7 giorni [...]”.

Obblighi informativi a carico del venditore
I sette giorni diventano sessanta “qualora l’operatore commerciale abbia omesso di fornire al consumatore l’informazione sul diritto di recesso [...] oppure abbia fornito una informazione incompleta o errata che non abbia consentito il corretto esercizio di tale diritto” (art. 6, comma 2).
Le informazioni da fornire al consumatore sono ben specificate nell’articolo 5 dello stesso decreto:
• i termini del diritto di recesso
• le modalità di esercizio
• l’indicazione del soggetto verso cui va esercitato e il suo indirizzo.

A quali contratti si applica?
Il decreto si occupa inoltre di specificare il campo di applicazione:
“Il presente decreto si applica ai contratti tra un operatore commerciale ed un consumatore, riguardanti la fornitura di beni o la prestazione di servizi, in qualunque forma conclusi, stipulati:

a) durante la visita dell’operatore commerciale al domicilio del consumatore o di un altro consumatore ovvero sul posto di lavoro del consumatore o nei locali nei quali il consumatore si trovi, anche temporaneamente, per motivi di lavoro, di studio o di cura;

b) durante un’escursione organizzata dall'operatore commerciale al di fuori dei propri locali commerciali;

c) in area pubblica o aperta al pubblico, mediante la sottoscrizione di una nota d'ordine, comunque denominata;

d) per corrispondenza o, comunque, in base ad un catalogo che il consumatore ha avuto modo di consultare senza la presenza dell'operatore commerciale” (art. 1, comma 1); specificando poi (art. 3) come siano esclusi i contratti i contratti per la costruzione, vendita e locazione di beni immobili ed i contratti relativi ad altri diritti concernenti beni immobili, i contratti relativi alla fornitura di prodotti alimentari o di altri prodotti di uso domestico corrente consegnati a scadenze frequenti e regolari, i contratti di assicurazione e quelli relativi ai valori mobiliari.

Requisiti della merce
Per esercitare il diritto di recesso è necessario inoltre che la merce da restituire sia integra (artt. 7 e 9) le disposizioni di tale decreto si applicano anche “ai contratti riguardanti la fornitura di beni o la prestazione di servizi, negoziati fuori dei locali commerciali sulla base di offerte effettuate al pubblico tramite il mezzo televisivo o altri mezzi audiovisivi, [...] nonché ai contratti conclusi mediante l’uso di strumenti informatici e telematici”. Le sanzioni per chi ostacola il diritto di recesso o non si preoccupa di fornire al cliente la corretta informazione, sono di natura pecuniaria, “fatta salva l’azione della legge penale qualora il fatto costituisca reato” (art. 11).

Contratti a distanza
Un successivo intervento normativo deriva poi dalla direttiva 97/7/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 20 maggio 1997 riguardante la protezione dei consumatori in materia di contratti a distanza, recepita dal nostro ordinamento con il D. Lgs. 22 maggio 1999, n. 185.

Il contratto a distanza è definito “il contratto avente per oggetto beni o servizi stipulato tra un fornitore e un consumatore nell’ambito di un sistema di vendita o di prestazione di servizi a distanza organizzato dal fornitore che, per tale contratto, impiega esclusivamente una o più tecniche di comunicazione a distanza fino alla conclusione del contratto, compresa la conclusione del contratto stesso” (art.1, comma 1, d.lgs. 185/99).

Il decreto non è però applicabile ad ogni tipo di contratto a distanza; infatti ne sono esclusi i contratti relativi ai servizi finanziari, quelli conclusi tramite distributori automatici, con gli operatori delle telecomunicazioni impiegando telefoni pubblici, relativi alla costruzione e alla vendita o ad altri diritti relativi a beni immobili, con esclusione della locazione o di quelli conclusi in occasione di una vendita all’asta (art. 2).

L’articolo 3 del decreto legislativo n. 185/99 definisce, all’insegna dei criteri della trasparenza e della chiarezza, quali debbano essere le informazioni che il consumatore ha il diritto di ricevere. Informazioni che devono giungere al cliente sotto forma scritta o comunque su un qualsivoglia altro supporto duraturo e accessibile (art. 4).

Gli obblighi di informazione sono un elemento centrale nell’esercizio del diritto di recesso. Anche nel caso dei contratti a distanza infatti, il termine per l’esercizio del diritto di recesso si estende da dieci giorni lavorativi (art. 5) a tre mesi, in caso tali obblighi non vengano rispettati.

Il diritto di recesso si esercita, infine, con l’invio, entro il termine previsto, di una comunicazione scritta all’indirizzo geografico della sede del fornitore mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento.

Commercializzazione a distanza di servizi finanziari ai consumatori
Altro intervento normativo in materia è il decreto legislativo n. 190 del 19 agosto 2005, che ha invece recepito la direttiva 2002/65/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 23 settembre 2002, concernente la commercializzazione a distanza di servizi finanziari ai consumatori.

Tale decreto estende il diritto di recesso a quattordici giorni per i contratti finanziari stipulati “a distanza” (art.11, comma 1) e a trenta giorni per le assicurazioni sulla vita (art.11, comma 2), senza che il consumatore paghi penali o ne indichi il motivo.

Codice del consumo
Successivo è il decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, recante “Codice del consumo, a norma dell’articolo 7 della legge 29 luglio 2003, n. 229”. L’articolo 7 in questione delegava il Governo ad adottare uno o più decreti legislativi per il riassetto delle disposizioni in materia di tutela dei consumatori.

L’articolo 47 del d. lgs. n. 206/05 si occupa di nuovo del tema dell’informazione del consumatore in merito alla sua possibilità di esercizio del diritto di recesso, conferendole ancora una volta una fondamentale importanza. L’esercizio del diritto di recesso è regolato dall’articolo 64 che ne rivede i termini:

“1. Per i contratti e per le proposte contrattuali a distanza ovvero negoziati fuori dai locali commerciali, il consumatore ha diritto di recedere senza alcuna penalità e senza specificarne il motivo, entro il termine di dieci giorni lavorativi”, prevedendo che, se prescritto dall’offerta, “in luogo di una specifica comunicazione è sufficiente la restituzione, entro il termine di cui al comma 1, della merce ricevuta” (art. 64, comma 3).

Altri interventi normativi sono intervenuti per regolare aspetti più specifici concernenti il diritto di recesso. In particolare il d.lgs n. 174 del 1995 ha analizzato il diritto di recesso nelle polizze di assicurazione sulla vita, il d. lgs. 24 febbraio 1998, n. 58 quello nei contratti di investimento immobiliare e il d. lgs. 9 novembre 1998, n. 427 il diritto di recesso nella multiproprietà.




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L'appello del fondatore di Wikipedia "Servono fondi"

Quotidianonet


a Wikimedia Foundation invita ogni singolo navigatore che utilizzi il sito a sostenere il progetto, attraverso una donazione per aiutare a reggere i costi e a far sì che tutto ciò possa "continuare a esistere e a essere migliorato"






Roma, 20 dicembre 2009. "Immagina se ogni persona sulla terra potesse condividere, con accesso libero e totale, tutta la conoscenza umana".

A disegnare lo scenario è Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia, libera enciclopedia online, senza scopo di lucro, pubblicata in circa 250 lingue in tutto il mondo, con 14 milioni di voci registrate in totale e oltre 34 milioni di pagine. Il sito è gratuito, ‘open source' e liberamente consultabile: un vero e proprio ‘patrimonio dell’umanità. Oggi Wikipedia, a quasi nove anni dal suo debutto, è in affanno.

Lo spiega in questi giorni Wales stesso dalle pagine web: ha bisogno di fondi per proseguire la sua ‘creatura'. E se Natale è tempo di doni, perchè allora non sostenerla, dal momento che la conoscenza, come si dice, non ha prezzo? "Per molti di noi, la maggior parte di noi, Wikipedia è diventata un’indispensabile parte della nostra vita quotidiana", rammenta ancora Wales, Jimbo per gli amici, ponendo l’accento su uno degli aspetti più importanti di quello che è divenuto, in meno di un decennio, un vero e proprio ‘simbolo' da difendere per chiunque abbia a cuore l’accesso al sapere e la sua diffusione democratica.

Già all’inizio del 2007 un allarme, che poi non ebbe seguito, aveva scosso la rete: Wiki rischiava la chiusura. Malgrado sia uno dei "5 luoghi virtuali più visitati al mondo -spiegano dal sito- Wikipedia è governata al suo interno da uno staff di meno di 35 persone che lavorano grazie ai contributi degli utenti, 10 milioni di dollari l’anno, che finanziano anche la tecnologia necessaria affinchè tutto sia mantenuto libero, moderno, veloce, pratico e funzionale". Ora la Wikimedia Foundation invita ogni singolo navigatore che utilizzi il sito a sostenere il progetto, attraverso una donazione per aiutare a reggere i costi e a far sì che tutto ciò possa "continuare a esistere e a essere migliorato".




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Costituzione violata: Napolitano e Fini tacciono

di Marcello Veneziani


Troppo occupati a prendersela col premier, i garanti chiudono gli occhi davanti a troppe violazioni: dal finanziamento ai partiti alla legge elettorale. Posto in Rai alla moglie del portavoce di Gianfranco


Esimio Presidente della Repubblica, Egregio Presidente della Camera, Illustre Presidente della Corte Costituzionale, mi rivolgo a voi, massimi custodi della Costituzione, delle Leggi e del Parlamento, per esortarvi a esercitare il vostro ruolo. Sono un cobas della Repubblica italiana, ovvero un concittadino di base, un sovrano come tanti. Vi rivolgo un deferente e accorato appello sapendovi così solleciti a difendere la Legalità, le Regole e la Costituzione. 

Avrete appreso che la Corte dei conti ha certificato l'abnorme crescita del finanziamento pubblico dei partiti in Italia; finanziamento che un referendum cancellò con largo consenso popolare e che invece non solo fu ripristinato sotto altra forma, ma è addirittura cresciuto del 270% nell'arco di appena cinque anni. I partiti che alle ultime elezioni hanno documentato spese per 136 milioni, riceveranno un rimborso con i soldi nostri di 503 milioni di euro. 

Quattro volte le spese documentate. Questo sfregio non è materia di preoccupazione per le Signorie Vostre che presiedete i massimi organi dello Stato e vegliate sull'osservanza estrema delle Leggi, della Costituzione e del Parlamento? 

Si è appreso inoltre che sarà protratto con il fattivo intervento del Presidente della Camera, il finanziamento pubblico ai quotidiani di partito, anche fittizi, che costituisce una duplice violazione sia del finanziamento pubblico dei partiti bocciato dagli italiani, che delle elementari regole del mercato, della libertà di stampa e della parità dei diritti nell'informazione. 

Sapete poi che nella nostra Costituzione è previsto il diritto elementare del popolo sovrano di scegliersi i propri rappresentanti. Non ritenete che la legge in vigore che cancella ogni designazione del candidato, mediante la preferenza o il collegio uninominale, sia una palese violazione di un diritto costituzionale fondamentale? Perché non sollevate il problema in veste di Custodi della Costituzione o di massimi rappresentanti del Parlamento per ripristinare la legalità e la democrazia del nostro sistema elettorale? 

Non pensate che la designazione dalla cupola dei partiti del Parlamento intero mortifichi il Parlamento stesso molto più dei decreti legge governativi o del ricorso al voto di fiducia? Non rischiate di avallare, voi Capo dello Stato e Presidenti delle Camere, la riduzione del Parlamento ad aula sorda e grigia o a succursale periferica di un'oligarchia? Non è incostituzionale ridurre i rappresentanti del popolo sovrano a dipendenti nominati o revocati dai Sette Satrapi di Partito? 

E ancora. Non pensate che sia vostra competenza sollevare la necessità di regolare la Rete, di stanare le sacche di illegalità, le violazioni e le incitazioni alla violenza che si celano in siti, blog e Facebook, sollecitando una severa regolamentazione che impedisca l'imbarbarimento tecnologico della nostra società? E poi non vi preoccupa, voi patrioti della Costituzione, la violazione continua della Costituzione in tema di tutela della famiglia, riconosciuta dalla Carta come il fondamento della nostra società, o del diritto alla vita, così calpestato? 

Non suscita la vostra autorevole preoccupazione lo sconfinamento sistematico ed eclatante del potere giudiziario negli ambiti che attengono al potere esecutivo e al potere legislativo? Non vi crea alcun problema di legalità la deviazione dai compiti istituzionali come ad esempio la trasformazione dell'organo di autocontrollo della Magistratura, il Csm, in organo di autodifesa della medesima, come si può palesemente dedurre dall'assenza di interventi censori verso i magistrati e dall'abbondanza di interventi censori verso chi critica gli abusi della Magistratura?

Non preoccupa la vostra sete di legalità che la Cassazione dichiari reato fare la linguaccia a chiunque e assolva invece chi insulta come buffone il presidente del Consiglio, rilevando anzi la sua utilità sociale? O che l'osceno, il blasfemo e la bestemmia siano ammessi, mentre alcune opinioni politicamente scorrette siano reati? 

Non merita una denuncia dei Massimi Garanti delle Leggi il tasso esagerato di reati impuniti e di processi inconclusi, il ritardo abnorme della giustizia, l'immunità dei medesimi magistrati che da ministri della legge sono diventati legibus soluti? Quanti diritti riconosciuti dalla Costituzione, e quanti doveri sanciti dalla medesima, quante leggi decise dal Parlamento o volute da referendum popolari, sono violati in modo sistematico e palese senza suscitare il vostro sdegnato intervento in veste di garanti delle Leggi, di custodi della Costituzione o di massimi rappresentanti della sovranità popolare e del potere legislativo? Non limitatevi a chiedere di abbassare i toni, alzate invece voi il tono della democrazia, dei diritti e della legalità. 

Approfittando della convalescenza del presidente del Consiglio che di solito occupa la scena, oscura tutti e attacca molti, approfittando del doloroso souvenir che gli hanno stampato in faccia e che frena le sue debordanti esternazioni, favoriti infine dal clima natalizio che induce alla buone azioni, perché non destinate i vostri prossimi discorsi pubblici, i vostri messaggi di fine o inizio anno alla Nazione, le vostre prossime dichiarazioni a ripristinare la Costituzione, il rispetto delle leggi calpestate in ambiti così decisivi per la democrazia e per la vita del Paese? 

Possibile che il vostro unico problema istituzionale sia quello di contenere l'esuberanza del presidente del Consiglio, bacchettarlo o denunciare i suoi veri o presunti abusi alle regole, al Parlamento e alla Costituzione, quando ce ne sono di così palesi che passano col vostro autorevole silenzio-assenso? Possibile che l'unica minaccia alla legalità e alla costituzione provenga dal governo, quando viviamo immersi in questa diffusa illegalità di vertice, nel cuore delle istituzioni? 

Nel caso perduri il vostro silenzio su queste vistose violazioni del dettato costituzionale e delle leggi, saremo autorizzati a ritenere che i vostri appelli e i vostri pronunciamenti non siano frutto del ruolo di Arbitri, Garanti e Custodi della Costituzione, del Parlamento e della Legalità; ma di lotta politica, di un conflitto tra poteri, di un disegno di parte per delegittimare e poi esautorare il governo eletto liberamente e democraticamente dagli italiani. Nutro fiducia natalizia che vi dimostrerete custodi dell'Italia e non del Palazzo.




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Berlusconi aggredito, internettardi gridano al falso

Paolo Attivissimo

Tratto da Il Disinformatico

Antibufala: aggressione a Berlusconi, videoaccuse di messinscena alimentate dai media tradizionali

Sì, lo so che ho detto che non me ne sarei occupato perché la cosa era
troppo patetica per darle notorietà, ma me l'avete chiesto in troppi,
ormai la notizia è stata alimentata dal Corriere
e da altre testate (complimenti), e probabilmente martedì sarò ospite
di un programma televisivo nazionale italiano per parlare della
complottomania proprio sulla base di questo e altri episodi recenti.

Per cui mi arrendo, mi turo di nuovo il naso e affronto l'indagine
antibufala sulle accuse di messinscena intorno all'aggressione di
domenica scorsa a Berlusconi.

Sia chiaro che faccio quest'indagine con estrema riluttanza, perché so
che comunque parlarne – anche per sbufalarla – regala dignità a una
storiella che proprio non ne ha e che un giornalismo responsabile
dovrebbe semplicemente ignorare invece di gonfiarla pur di vendere
qualche copia o spot in più. O se proprio ne vuole parlare, dovrebbe
fare lo sforzo di accompagnarla con una documentata e dettagliata
smentita delle accuse. Invece no. Troppa fatica, vero?

Questa è per ora una bozza d'indagine: chiedo il vostro aiuto per
completarla rapidamente, anche perché non riesco a stare a lungo con il
naso turato. Se proprio volete che io nuoti nella melma del
complottismo, almeno nuotate un po' anche voi con me. Comincio a buttar
giù un canovaccio e intanto vi chiedo di rispondere al sondaggio in
alto a destra in questo blog, per capire (almeno informalmente) chi ha
contribuito maggiormente alla diffusione di queste tesi demenziali.

Nota (2009/12/20 10:00): ho
riavviato il sondaggio perché mi sono accorto che nella prima versione
non c'era modo di distinguere fra siti Internet delle testate
giornalistiche tradizionali e Internet in generale. L'intento del
sondaggio è capire quanto la notizia delle tesi di complotto sia stata
alimentata dai media tradizionali e dalle loro propaggini in Rete.
Nella prima versione, comunque, su 162 partecipanti il 66% aveva
risposto "Da Internet / Facebook / Youtube / mail", l'11% "Da radio, giornali o TV" e il 22% "Da questo blog".


Vediamo quali sono per esempio le accuse del video citato dal Corriere. A proposito: il Corriere linka una versione del video che sta sui propri server (così ci mette la propria pubblicità) anziché l'originale. Sulla base della descrizione fatta nell'articolo, riuscite a trovare il video originale? E' forse questo, che mi risulta essere il più gettonato, con oltre 439.000 visualizzazioni? E questa è la seconda parte?

E' importante trovare l'originale anche perché il Corriere ne mostra solo tre minuti e 20 secondi, ma dice che è lungo "circa otto minuti" ed è "diviso in due parti".
Bella mossa, così il lettore non può fare confronti con il video intero
e farsi una propria idea sulla base dei fatti completi anziché dei
tagli operati dai media.

Comincio comunque ad esaminare le asserzioni presenti nella versione tagliata del Corriere.

Nessuna fuoriuscita immediata di sangue



"Osservate il volto del presidente del consiglio: presenta un profondo taglio subito sotto l'occhio sinistro" dice la didascalia. Il video mostra poi l'immagine qui accanto.



"Ma andiamo a rivedere il momento esatto in cui viene colpito al volto.. Notato nulla di strano?" continua il video, mostrano una ripresa dell'impatto. "Non
si nota alcuna lesione dopo che la statuetta [sic] ha colpito il volto
del premier, eppure un taglio così profondo si sarebbe visto subito
dopo l'impatto perché il sangue fuoriesce immediatamente, invece non si
vede nulla.."


Forse l'autore dei video ha visto troppi film horror, perché nella
realtà, almeno nella mia esperienza personale di collisioni con corpi
laceranti e contundenti, il sangue non schizza fuori subito a
fontanella in caso di taglio che non interessi un vaso sanguigno
primario: ci mette qualche secondo a fuoriuscire. I medici che leggono
potranno dire la loro su questa considerazione. Come termine di
paragone si potrebbe trovare qualche video di infortunio sportivo, per
esempio calcistico.


Il "fazzoletto scuro"



"Altro strano particolare" prosegue il video "cos'è quella sorta di fazzoletto scuro che viene immediatamente messo davanti al volto di Berlusconi?". E prosegue: "Risulta
strano che in meno di un secondo abbia avuto subito disponibile
qualcosa da mettere davanti alla faccia.. Sembra quasi che fosse stato
pronto a compiere quell'azione.."
. E ancora: "Ha poi mantenuto
il volto coperto per tutto il tempo, finché non è stato portato in
macchina.. Successivamente rimane qualche minuto nella macchina finché
non esce per farsi vedere dalla gente e dalle telecamere"
.

Secondo quanto presentato da questo spezzone di Annozero
si tratta di un sacchetto di plastica contenente dei documenti datigli
in mano pochi istanti prima da un fan: nel video si vede chiaramente la
sequenza di gesti che lascia il sacchetto nella mano sinistra di
Berlusconi, che è quella che subito dopo il Presidente del Consiglio si
porterà istintivamente al viso (qualcuno ha modo di catturare e
mandarmi lo streaming dello spezzone per i miei archivi?). Repubblica ne ha un'immagine più nitida in questa fotogalleria:






La pausa prima di allontanarsi"Come avete visto il premier ha perso parecchio tempo prima di andarsene cosa che, a livello di sucurezza [sic],
è totalmente sbagliata perché l'aggressione iniziale poteva anche
essere un diversivo per qualcosa di più grosso.. Pensate che se fosse
successa la stessa cosa al presidente Obama l'avrebbero lasciato lì a
cincischiare per diversi minuti? Assolutamente no! L'avrebbero portato
via da quel luogo il più velocemente possibile.. Strano!"
.

Certo, la sosta è assolutamente criticabile. Ma concludere con quello "strano"
significa insinuare che non ci sia stata una fuga precipitosa verso
l'ospedale perché tanto la regia occulta sapeva che non ci sarebbe
stato un seguito all'aggressione. Mi ricorda tanto le accuse a Bush che
se ne rimase impietrito nella scuola elementare la mattina dell'11
settembre. E' facile costruire una tesi di complotto prendendo i
pezzetti che servono, togliendoli dal loro contesto, e scartando tutto
il resto. Dimenticando, per esempio, che la folla era assiepata davanti
all'auto, che quindi non poteva partire, e che l'auto blindata era il
luogo più sicuro dove collocare il ferito.

Il video si conclude (almeno nella versione tagliata del Corriere) con la solita ipocrita tiritera già vista in tanti altri complottismi, il classico "ma io sto solo facendo domande, mica accuso": "Con
questo video non intendo accusare nessuno di niente.. voglio solo far
notare che ci sono alcuni particolari strani e che la questione secondo
me non è del tutto chiara"
. Il video finisce qui. E parte un altro spot del Corriere.



L'applicatore di sangue finto


Il video scelto dal Corriere
non include un'altra asserzione che va per la maggiore nelle accuse dei
berluscomplottisti e che invece è presente per esempio in questo video a 2 minuti circa dall'inizio: "Ecco una foto scattata in auto molto sospetta" dice il video "cosa
tiene in mano forse un aggeggio che lancia sangue finto?... Notare il
sangue sembrerebbe proprio che qualcosa glielo abbia appena schizzato
in faccia"
.

Eh già, perché il modo migliore per applicare del sangue finto sarebbe
spararlo in faccia. Anziché usare, per esempio, un tampone. Siamo
veramente oltre il ridicolo.

Giusto per chiudere la questione, riusciamo a identificare l'oggetto?
Telefonino, torcia, walkie talkie, altro? Ecco una foto alla migliore
risoluzione che ho trovato finora: potete ingrandirla cliccandovi sopra.






Le altre accuse

Ci sono anche altre asserzioni che girano in Rete, come la presunta
stranezza della camicia di Berlusconi priva di tracce di sangue o il
cambio d'inquadratura di una telecamera proprio al momento dell'attacco
o la corsa al San Raffaele anziché a un ospedale più vicino, ma per ora
la nausea ha il sopravvento e mi fermo qui.

La cosa che più mi schifa, in tutto questo pasticcio, è che i media
tradizionali e i politici stanno accusando Internet di essere la cloaca
dove si coagulano l'odio e la stupidità paranoica. Ma sono loro che
regalano pubblicità a quella cloaca, invece di tirare lo sciacquone e
occuparsi di cose più serie.






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Soldatesse incinta sotto corte marziale»

Il SecoloXIX

Le soldatesse Usa in Iraq che resteranno incinta e i commilitoni responsabili del loro status, anche se fossero i mariti, finiranno sotto corte marziale, rischiando di finire in prigione. Lo ha stabilito il generale Anthony Cucolo, comandante delle truppe americane del settore settentrionale. Lo ha reso noto la Msnbc specificando che l’ordine è stato emesso il 4 novembre scorso perché il regolamento dell’esercito prevede che una soldatessa in stato interessante sia ritirata dal fronte entro 14 giorni dalla scoperta del suo status, riducendo gli effettivi.



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D’Alema vuole l’inciucio e il Pd si spacca

di Laura Cesaretti

La minoranza frena sull’ipotesi di "compromesso" lanciata dall’ex premier. Veltroni contro Latorre: "Ormai se ne vedono di tutti i colori". Franceschini: "Niente dialogo": Sinistra estremista, Ferrero vince la gara dell'insulto: "Il premier? Come un pedofilo" 

 

Roma - Eccola lì, la diabolica parolina «inciucio», gettata come un fiammifero in un pagliaio.
L’effetto incendiario, nel Pd, è stato immediato, e qualcuno pensa che fosse proprio quello che Massimo D’Alema, nel nobilitare il «compromesso» con il governo che «servirebbe al paese», si aspettava succedesse. 

Dopo mesi di appeasement interno (se non di inciucio, visto che lo sfidante sconfitto del congresso è diventato capogruppo), la minoranza franceschinian-veltroniana del Pd torna sulle barricate, si riunisce a Cortona, tuona contro la linea del segretario, organizza le truppe sul territorio, promette di farsi sentire nei prossimi mesi. La guerriglia interna ricomincia, e la svolta «moderata» e bipartisan impressa da Bersani e D’Alema dopo l’aggressione al premier offre su un piatto d’argento il casus belli. 

Torna in campo anche Walter Veltroni, che non nasconde il suo sdegno e lamenta che nel Pd «se ne vedono di tutti i colori», prendendosela col «sorprendente» dalemiano Nicola Latorre che ha auspicato che le questioni giudiziarie del premier non portino alla caduta del governo. Con Berlusconi, che ha «eliminato i valori e creato un deserto, rendendo coriandoli la solidarietà civile nel Paese», nessun dialogo è possibile. 

Dario Franceschini attacca - senza nominarlo - D’Alema: «Di inciuci che hanno fatto bene io non ne ho mai visto uno», sentenzia il capogruppo Pd. E invita: «Piuttosto che sulla giustizia, sfidiamo la destra ad un accordo sulla riforma degli ammortizzatori sociali». 

Dall’area bersaniana gli risponde il responsabile giustizia Andrea Orlando, che chiede di smetterla di evocare «scambi o inciuci che non ci sono e non possono esserci» e ribadisce: «La posizione del Pd è nitida: no al qualsiasi legge ad personam». E il coordinatore della segreteria Filippo Penati cerca di ridimensionare l’esternazione dalemiana: «Le parole che ha detto ieri erano un evidente paradosso». 

Il segretario Bersani, che pure condivide per buona parte l’impostazione dalemiana, è però preoccupato per le ripercussioni sulla stabilità del partito e sull’opinione pubblica. I suoi non nascondono l’irritazione con l’ex ministro degli Esteri, che ha «calcato troppo la mano» evocando l’accordo tra Togliatti e De Gasperi sull’articolo 7 della Costituzione e esaltando l’«utilità di certi inciuci». 

E sospettano dietro il suo attivismo una «ricerca di ruolo» che rischia di complicare il percorso del segretario. Il quale sta cercando di mediare all’interno tra le varie anime, e non vuole arrivare a scontri frontali con Di Pietro né trovarsi contro Repubblica, che già ieri sparava su D’Alema. E che, come nota un dirigente, «può avere un ruolo totalmente destabilizzante, anche se per ora è rimasta spiazzata dalle aperture al dialogo di Oscar Luigi Scalfaro». 

Il leader Pd condivide, come ha dimostrato accorrendo al capezzale di Berlusconi, la necessità di rapporti più sereni con la maggioranza; ripete che «il premier non può essere mandato a casa dai magistrati»; tenta di costruire un rapporto privilegiato con l’Udc smarcandosi da Idv; e punta su uno scambio tra scudo processuale (col Pd contrario ma non certo in trincea) e una legge elettorale «alla tedesca». Se l’alternativa che si rischia sono elezioni anticipate per le quali il Pd non è affatto pronto, ben venga un pochino di «inciucio». 

Ma senza gridarlo ai quattro venti come fa D’Alema. «La cultura dell’inciucio che esprime Massimo - osserva un dirigente vicino a Franceschini - più che tattica è una convinzione di fondo, secondo cui Berlusconi è imbattibile e il compromesso con lui necessario. L’idillio su Mister Pesc è stato indicativo, e si capiva già allora come sarebbe andata a finire. Ma se perseguono l’inciucio noi ci opporremo senza esclusione di colpi».




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Posto in Rai alla moglie del portavoce di Gianfranco

di Redazione


RomaMamma Rai ha un figlio in più. O meglio, una figlia: volto abbastanza noto di una tv locale, gavetta in un canale sammarinese, esperienze al ministero delle Politiche comunitarie, parentela interessante - sostengono i maligni -, la brava Silvia Battazza due giorni fa è stata adottata in viale Mazzini con tanto di contratto a tempo indeterminato. La nuova figlia della Rai è già mamma e già moglie: è la consorte di Alfano. Ma non dell’Alfano Angelino, ministro della Giustizia. E neppure dell’Alfano Sonia, europarlamentare dipietrista (anche perché i matrimoni omosessuali non ci sono ancora). La Battazza è la sposa dell’Alfano Fabrizio, portavoce e paragaffe del presidente della Camera Gianfranco Fini.

La Battazza ha iniziato a bucare gli schermi nei primi anni Novanta grazie ai Giochi senza frontiere, fortunata trasmissione su una sorta di Olimpiadi tra nazioni dalle prove più bizzarre e divertenti. E lei, carina è carina, rappresentava come conduttrice la minuscola ma agguerrita San Marino. La piccola Repubblica nell’agosto del 1991 aveva partorito la San Marino Rtv, servizio radiotelevisivo pubblico, partecipato al 50 per cento dall’ente per la radiodiffusione sammarinese e al 50 per cento dalla Rai. Oggi retta dalla celebre Carmen Lasorella, l’emittente è stata la palestra della Battazza, un cuore diviso tra il Titano e Roma, città dove vive il marito nonché ugola dell’ex leader di An.

A lei l’onore di condurre la prima edizione di San Marino Rtv-Notizie, Tg di dodici minuti andato in onda il 28 febbraio 1994. Dall’1 gennaio 2006 la giornalista è nella Capitale come addetta stampa dell’ambasciata della Repubblica di San Marino e poi inanella un paio di consulenze al ministero delle Politiche comunitarie. Con l’incarico di «Comunicazione istituzionale con particolare riferimento all’informazione on line e a quei prodotti editoriali innovativi che utilizzano il sistema on the web», lavora dall’ottobre al dicembre 2008 (2mila 600 euro lordi al mese) e poi dal gennaio a giugno 2009 (mille e 600 euro lordi al mese).

Poi il fortunato giro di walzer a viale Mazzini e per lei, una vita nelle notizie, una bella, davvero bella notizia: assunta. Assunta a tempo indeterminato in Rai presso l’ufficio stampa, in sostituzione di Mauro Valente, dirottato alla testata Raisport. E i precari? Be’, tranquilli, il Cdr (sindacato interno dell’azienda) ha chiesto che per rimpiazzare una collega andata in pensione, si peschi da lì.



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Casini copia l'Idv: Silvio non c'è più Ormai il leader Udc è come Di Pietro

di Gian Maria De Francesco

Il leader dell’Udc getta la maschera di moderato e si iscrive al partito dell’antiberlusconismo militante: "Il dopo Cavaliere è già iniziato". L’attentato al Duomo? Colpa del premier: "È lui che sparge odio"

Roma - «Il dopo-Berlusconi è già cominciato. Ai nastri di partenza chi ha maggiore credibilità siamo noi». Pier Ferdinando Casini la campagna per le Regionali dell’Udc l’ha aperta così: archiviando il presidente del Consiglio, non sulla base di una legittima espressione popolare, ma di una personale valutazione che lo porta a proporsi come un nuovo Mao-Tse-Tung: «Facciamo una lunga marcia e dialoghiamo con il Paese».

Una metamorfosi kafkiana, un Frankenstein che nemmeno Mary Shelley avrebbe potuto inventare. Casini, ieri all’assemblea dell’Udc, sotto le mentite spoglie del tradizionale moderatismo ha abbracciato alcune tesi del dipietrismo militante.
Eccolo, il nuovo antiberlusconista dalla faccia pulita arringare il suo popolo con toni che ricordano l’ex pm. «È stato instillato veleno nella società, lo dico con fraternità a Berlusconi: non pensa che questa modalità di amplificare le tensioni non abbia finito per amplificare anche quel dissennato e vergognoso episodio?», si è domandato retoricamente attribuendo la responsabilità dell’aggressione anche a chi ne è stato la vittima.

L’impressione è quella di trovarsi dinanzi a una versione riveduta e corretta della vulgata travaglio-dipietrista. «L’odio genera altro odio: dal male può nascere la consapevolezza ma quando si costruisce sul male inevitabilmente si produce altro male», ha sottolineato snocciolando un lungo rosario anti-Carroccio: «le ronde, i medici spia, gli attacchi a Tettamanzi, i centomila fucili di Bossi».

Casini non ha nemmeno rinnegato le dichiarazioni pre-Piazza Duomo con le quali vagheggiava un nuovo Comitato di liberazione nazionale «in difesa della democrazia» nel quale intenderebbe rivestire un po’ il ruolo di Ivanoe Bonomi un po’ quello di Alcide De Gasperi. «Se Berlusconi pensa di trascinare questo Paese sulla strada dell’avventura e delle elezioni anticipate in un attacco dissennato al presidente della Repubblica, alla Consulta, avrà le risposte che si merita».

A questo punto non sorprende nemmeno che le attestazioni di stima e solidarietà siano giunte da quei meandri della politica che Casini nelle sue vite precedenti (Dc e Ccd) mai si sarebbe sognato di battere. Il comunista Diliberto ha risposto all’appello affinché «tutte le forze democratiche creino un fronte comune a difesa della Costituzione». Non poteva mancare l’imprimatur del moralizzatore per eccellenza: «Sono contento che Casini condivida la mia analisi», ha detto Di Pietro. Come se non ci fosse un fil rouge che unisce le invettive contro un governo «fascista, piduista e mafioso» e la violenza di un esagitato.

Per Di Pietro, infatti, è così. Da ieri lo stesso vale pure per Casini. Che si è concesso un’altra «licenza poetica» lanciando l’ennesimo ultimatum al Cavaliere: «Basta con la caccia alle streghe, ai colpevoli. Ciascuno tolga le ali ai propri falchi, ce ne sono tanti in giro, non c’è solo l’odio militante di Di Pietro ma quello di tanti squadristi giornalistici». Un riferimento al Giornale, che il suo collega Buttiglione aveva già definito un covo di «iene dattilografe».

Verrebbe da domandarsi quale sia il vero Casini, visto che ieri il leader cattolico ha fornito di sé altre due versioni. Come quella del politico che alza prezzo di un’eventuale alleanza alle Regionali, pronto a nuove convergenze parallele. «Andremo da soli dove ci pare e in compagnia dove riteniamo ci siano condizioni politiche», ha affermato denunciando che ovviamente «non svendiamo il Nord alla Lega». A volte è sembrato l’imitazione di se stesso utilizzando gli stessi doppi sensi con i quali lo dipinge Neri Marcoré. «Non siamo esperti di ammucchiate», ma «ogni tanto in politica gli attributi vanno mostrati».

La terza versione è quella riformista. «Ha ragione D’Alema, a volte bisogna andare a qualche compromesso», ha argomentato chiedendo contestualmente la rinuncia al «processo breve». Di Casini/1, Casini/2 e Casini/3 il coordinatore Pdl La Russa sembra non aver nostalgia: «Quando era al governo creava una tensione al giorno». Il 5-6% dell’Udc si spiega anche così.





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Il filosofo che fa il teppista per convincersi di esistere

di Giancarlo Perna


La parabola dell’ex ministro dello Scudocrociato che insulta «il Giornale»: trombato ovunque, dalla Ue a Torino, è rimasto isolato pure nella sua Udc

 

Da qualche tempo, il molto onorevole Rocco Buttiglione, vicepresidente della Camera e presidente dell’Udc, ce l’ha con il Giornale. Tre mesi fa, sul caso Boffo, ci ha trattati da «leninisti». L’altro ieri ci ha detti «fascisti». Per questi ondeggiamenti di giudizio si ipotizzano tre cause: ormai sessantunenne si avvia all’obnubilamento; è un analfabeta di ritorno poiché da 16 anni trascura gli studi per la politica; non se lo fila più nessuno e sfoga come può la sua infelicità. È sempre imbarazzante doversi occupare di persone in crisi ma l’informazione ha i suoi imperativi.

Dunque, due giorni fa, il filosofo tomista ha detto in un prestigioso convegno (l’Assemblea delle Regioni) che rappresentiamo la componente degenerata e fascista del Pdl. Testualmente: «Il fascismo era quello che per combattere la sinistra decideva che bisognava essere più carogne dei delinquenti della sinistra. Nel Pdl c’è questa componente. Prendete il Giornale di Feltri e vedrete che sta seguendo Repubblica in questa nobile contesa». Ammettiamo, per comodità, che sia vero. Viene subito da notare che, per Rocco, Repubblica è la battistrada e il Giornale insegue.

Il filosofo non precisa se l’abbia raggiunta o sia ancora distanziato. È legittimo allora chiedersi perché si svegli adesso per il Giornale che sarebbe l’allievo e abbia sempre taciuto sulla Repubblica, il maestro. Se noi siamo fascisti, tanto più lo sono i colleghi che ci sopra(d’a)vanzano. Un salto logico che fa propendere per la prima delle tre ipotesi su esposte: Buttiglione è affetto dal vagellare dell’età. Se invece le sinapsi funzionano significa che è in malafede. Può riscattarsi dando del fascista al quotidiano di De Benedetti nelle prossime 48 ore. Se non lo fa, saremmo legittimati a dargli del cialtrone per il resto dei suoi e nostri giorni.

Non contento, il pensatore ha aggiunto che il Giornale è «un covo di iene dattilografe». Ignoro cosa ne pensi la redazione ma ci sarebbe da querelarlo. Non per l’offesa – siamo tutti pellacce – ma per mancanza di originalità. Se vuole proprio offenderci, si inventi qualcosa di nuovo. Invece, ha ricalcato Max D’Alema che usò la stessa formula riferita all’intera stampa italiana nel 1999 quando era premier. Ripeto: presidente di tutti gli italiani.

Poi, se la prendono con le intemperanze del Cav! Tuttavia, tra la fanfaronata di Max e quella di Rocco la differenza sta nell’ironia. D’Alema, pur non essendo docente e anzi neanche laureato, faceva una citazione colta sia pure tutta interna al suo lugubre mondo pansovietico. Il copyright dell’espressione è infatti di Stalin che parlò di «iene dattilografe al servizio dell’imperialismo». Max, dunque, aveva parafrasato l’idolo della sua gioventù con intenti – fiacchi quanto si vuole – ma pur sempre umoristici. Rocco, invece, totalmente all’oscuro dell’aggancio storico, ha voluto solo aggredire guidato dal già evocato analfabetismo di ritorno (seconda ipotesi).

Ora, non ci resta che vagliare l’ultima supposizione sul declino buttiglionesco: la frustrazione per essere finito nel dimenticatoio. È senz’altro la componente predominante dei suoi vaneggiamenti. Dell’Udc è presidente. Un ruolo di facciata: poteri reali, zero. A mettere bocca neanche ci prova. Il partito si muove impazzito tra destra e sinistra. L’ultima bizzarria del capo vero, Pierferdy Casini, è un patto di sangue con Di Pietro e con il Pd. Cioè con un manettaro e una consorteria che non sapendo a che santo votarsi fa l’occhiolino a vetero comunisti, Pecoraro Scanio ecc. Un carro di Tespi che – tra matrimoni gay, testamenti biologici, concepimenti in provetta – dovrebbe fare venire l’orticaria al pio Buttiglione. Dovrebbe. Il poveretto invece, consapevole di contare un fico secco, incassa e tradisce se stesso per uno straccio di poltrona. D’altra parte, se non si adegua, lo gettano alle ortiche.

Le sconfitte degli ultimi anni lo hanno ridotto all’angolo. Nel 2004 doveva diventare commissario europeo. Fu il Cav – che oggi svillaneggia – a proporlo dopo averlo già nominato due volte ministro. Messo sotto esame dall’Ue, Rocco fu bocciato per parrucconeria. Gli venne rinfacciato di avere detto in un convegno teologico che i gay erano «indizio di disordine morale». Pregato di precisare, cercò di mettere una pezza a colore e fece peggio: «Come cattolico considero l’omosessualità un peccato, non un crimine». Ossia in galera no, all’inferno sì. Figurarsi gli eurocrati. Lo invitarono a ripresentarsi mentre loro ci riflettevano. E Rocco che ti fa? Va a una altro convegno e se la prende con le ragazze madri dicendo: «I bambini che hanno solo la madre e non un padre sono figli di una madre non molto buona». Ossia, figli di una buona donna. L’Ue lo mandò al diavolo e prese il suo posto il più laicamente disinvolto, Franco Frattini.

Fu una brutta batosta. Due anni dopo, per sottrarlo all’avvilimento, l’Udc col benestare di quel buon samaritano del Cav, lo candidò sindaco del centrodestra di Torino contro l’uscente ds, Chiamparino. Fu scelta Torino perché era la città della sua adolescenza. Qui, aveva rianimato la locale Comunione e liberazione e conosciuto il filosofo cattolico Augusto Del Noce che gli istillò il gusto del sillogismo. Lo stesso che, anni dopo, lo fece suo assistente alla Sapienza di Roma mettendolo in cattedra. Bene, nonostante fosse di casa sotto la Mole, l’elezione andò di peste. Rocco fu sbattuto fuori al primo turno come un cingalese di passaggio: prese meno del 30 per cento dei voti. Da allora, è considerato irrecuperabile e sopravvive vivacchiando.

Gli esordi in politica, nel ’93, erano stati ben altro. Entrò nella Dc-Ppi con l’aureola dell’intelligentone. Parlava sei lingue e aveva collaborato con Papa Wojtyla per un paio di encicliche. Era considerato un conservatore di destra, ma sapiente. Nel ’94, venne eletto deputato e segretario del Ppi. Si alleò prima con la sinistra, poi con il Cav. Per questo, fu cacciato dal partito. Lui ne fondò uno suo, il Cdu. Poi si fuse con l’Udc di Pierferdy e ne diventò succubo. Fu invischiato nelle piroette del trio Casini-Follini-Cesa. Un po’ a destra, un po’ a sinistra, ogni tanto al centro. La sua testa cedette. Prima il mal di capo, poi le vertigini, ora il nulla.




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Giovanni Paolo II e Pio XII: i due papi insieme verso gli altari

Corriere della Sera

Le comunità ebraiche: «su pacelli il giudizio rimane critico»
A sorpresa papa Benedetto XVI ha firmato il decreto sulle «eroiche virtù» di entrambi: ora sono «Venerabili»

MILANO
- Benedetto XVI ha firmato il decreto sulle «eroiche virtù» di Giovanni Paolo II e, a sorpresa, di Pio XII. I due Pontefici diventano così «Venerabili» e si accelera il loro processo di beatificazione. Se per Wojtyla è probabile che la cerimonia di beatificazione si svolga già ad autunno prossimo, con milioni di pellegrini a Roma, non è evidente quando ciò avverrà per Pacelli, figura criticata dalla comunità ebraica mondiale per il suo presunto «silenzio» di fronte alla persecuzione nazi-fascista degli ebrei. A fare la differenza tra i due pontefici è il miracolo: già individuato nel caso di papa Wojtyla, non ancora per Pacelli.

LA SUORA GUARITA - I medici e i teologi devono infatti certificare, a questo punto della causa di beatificazione. un miracolo avvenuto per intercessione dei due Papi. Anche il miracolo, come ogni tappa del processo di beatificazione, dovrà essere poi approvato da vescovi e cardinali della congregazione per la Causa dei santi e, da ultimo, dal Papa. Nel caso di Wojtyla, com'è noto, è già stato individuato il caso di una suora francese guarita dal morbo di Parkinson.

RABBINI - La scelta del Papa su Pio XII provoca la reazione del rabbino David Rosen, consulente per il dialogo interreligioso del Gran rabbinato di Israele: «La decisione di firmare il decreto delle "eroiche virtù" di Pio XII non mostra grande sensibilità nei confronti delle preoccupazioni della comunità ebraica - afferma Rosen - Sono sorpreso che una simile decisione sia stata presa a sole tre settimane dalla programmata visita del Papa alla sinagoga di Roma». Il rabbino Giuseppe Laras, presidente della Assemblea Rabbinica Italiana, spiega che la decisione di Benedetto XVI di firmare il decreto su Pio XII non è una questione che riguarda l'ebraismo e gli ebrei. «Come è stato già detto in passato - ha aggiunto però - nonostante i meriti per aver salvato un certo numero di ebrei, questo Papa non ha preso posizione pubblica ufficiale contro la Shoah, che era la condanna a morte di tutti gli ebrei. Per questo la decisione ci riaccende queste considerazioni che per noi sono sempre dolorose».

COMUNITA' EBRAICHE - In serata viene diramata una nota congiunta dal rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, dal presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna e dal presidente della comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici: «Se la decisione di oggi dovesse implicare un giudizio definitivo e unilaterale dell'operato storico di Pio XII ribadiamo che la nostra valutazione rimane critica».








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Milena Gabanelli: «Io, pendolare e i ritardi del Frecciarossa»

Corriere della Sera

Il diario di viaggio della conduttrice di "Report"
sulla navetta Bologna-Roma

Mercoledì 16 dicembre: parto da Bolo­gna alle 8.47, arrivo previsto a Roma, 10.55. Tempo bello, cielo terso. L’impiega­to del Club Eurostar mi consegna il bigliet­to con una punta di orgoglio: «Ce l'abbia­mo fatta, adesso si va a Roma in due ore!». Per una pendolare fissa come me è una bella notizia. Il treno arriva con 10 minuti di ritardo, a Firenze ne ha già accumulati altri 20. Mi sie­do nel salottino vuoto perché devo fare mol­te telefonate e non voglio disturbare. Quan­do passa il controllore allungo i 10 euro di supplemento. «Da una settimana sono 20 euro» mi dice. Anche se me li rimborsa la Rai, 20 euro per un treno in ritardo non glie­li do; mi alzo e torno a sedermi al mio posto sulla carrozza 3. Arrivo a Termini con 35 minuti di ritar­do. Mi infilo al Club Eurostar per chiedere il rimborso. Una signora guarda il biglietto e dice: «Ripassi fra 20 giorni, perché deve essere lavorato». Lavorato? «Si», dice «adesso c'è tutta un’altra procedura». Imbufalita vado a prendere il taxi.

Due giorni dopo sono di nuovo lì, in anticipo sulla partenza e con il tempo a disposizione per capire meglio questa storia del rimborso. Tre persone in fila e un solo sportello aperto. Dal nulla compare una mastina che sbarra la strada a quei pochi passeggeri che varcano la porta automatica del club, e gli chiede di esibire la tessera associativa. A lei domando informazioni sul bonus, ma non sa nulla, è lì solo per impedire l'ingresso agli abusivi. Quando è il mio turno l'impiegata mi dice che, dal 13 dicembre, con 35 minuti di ritardo non si ha più diritto al 50% di rimborso, «sta scritto nel regolamento europeo al quale abbiamo dovuto adeguarci» e mi allunga un malloppo di 40 pagine. Lo sfoglio, trovo il riferimento al rimbor­so in caso di ritardi, ma non ci sono indica­zioni specifiche. Mi indigno, arriva un'altra impiegata, guarda anche lei, e poi scompa­re dentro un ufficio a consultare internet. Alla fine il mio treno parte e ne so come pri­ma. Le carrozze sono piene, ma i salottini viaggiano vuoti. Chiacchiero con il capotreno che mi dice «è stato fatto un gran can can per andare sui giornali e in televisione a dire che si accor­ciano i tempi, ma la Firenze Bologna non si riesce a fare in mezz’ora, in pratica ci vuole ancora lo stesso tempo di prima e il rimbor­so del 50% del biglietto te lo danno solo con 2 ore di ritardo». E in effetti quando scendo a Bologna il tempo di percorrenza è sempre di 2 ore e 40. Il capotreno mi saluta e sussur­ra «i 37 chilometri di tunnel, sa, sono un problema». Quel tunnel lo percorrerò tutte le settimane, penso, mentre vado verso casa con in mano un gianduiotto gentilmente of­ferto dal personale di bordo, è in carta argen­tata con scritto «frecciarossa».

Epilogo: le ferrovie spagnole rimborsa­no il 50% del biglietto AV per ritardi supe­riori ai 15 minuti e il 100% sopra i 30 minu­ti. Francia e Germania il 25% dai 60 ai 119 minuti, il 50% se si superano le due ore. Quindi Trenitalia si è adeguata alle condi­zioni dei due paesi europei noti per la pun­tualità dei loro treni. Poco puntuale è inve­ce anche il sito di Trenitalia dove nell’area clienti, all’indice «bonus previsti» trovi scritto: «Se il treno AV, AV Fast, ES su cui si viaggia porta più di 25 minuti di ritardo hai diritto al 50% del prezzo pagato». Buon Natale, ingegner Moretti.

Milena Gabanelli
20 dicembre 2009





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