lunedì 21 dicembre 2009

Battisti, Lula a sorpresa: "Sì della Corte Suprema? Tanto la decisione è mia"

di Redazione

Il presidente brasiliano "archivia" la decisione della Corte suprema che la settimana scorsa si era espressa per l'estradizione dell'ex terrorista in Italia. Di fatto vincolando il parere del governo. Ma il presidente: "La scelta spetta soltanto a me"

 


Brasilia - Sull’estradizione di Cesare Battisti "decido io, non mi importa delle decisioni del Supremo Tribunal Federal". Mette un punto fermo il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva. La settimana scorsa, la Corte suprema brasiliana aveva vincolato la decisione di Lula sull’estradizione in Italia dell’ex terrorista rosso al rispetto delle norme del trattato di estradizione in vigore tra i due Paesi, che in pratica non lascerebbe molto margine di manovra al presidente brasiliano per giustificare l’eventuale l’eventuale asilo politico.

Lula: "Ci penso io" "Non mi importa cosa abbia fatto il Stf - ha detto Lula -. Adesso la palla è sul mio campo, e sono io a decidere come calciare, con tre dita o come fa Marta" (la brasiliana che potrebbe vincere oggi per la quarta volta il titolo di miglior giocatrice di calcio del mondo, ndr). Finora il presidente brasiliano aveva evitato di esprimersi sul caso Battisti, dicendosi in attesa di ricevere il testo integrale delle decisioni della Corte, che dovrà essere ultimato solo a gennaio.



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Una Beretta 84 per i vigili di Roma «Ma nessuno faccia il pistolero»

Corriere della Sera


Il sindaco Alemanno dà le pistole a 300 agenti: difesa personale, ma anche più sicurezza per i cittadini


La pistola in dotazione ai vigili urbani di Roma (Omniroma)
Pistola in dotazione ai vigili urbani di Roma (Omniroma)
ROMA - «Nessuno faccia il pistoleros, fate in modo che nessun cittadino romano si senta solo e insicuro». Così il sindaco di Roma Gianni Alemanno si è rivolto lunedì ai 300 vigili urbani della capitale ai quali ha "simbolicamente" consegnato l'arma, una Beretta 84.

«RESPONSABILITA' PROFONDA» - Alemanno ha ricordato, davanti al comandante Angelo Giuliani, che «avere un'arma in servizio è una responsabilità profonda, bisogna usarla solo in casi estremi e avere un atteggiamento ancor più disponibile per affrontare i problemi». «Molte armi sono ancora da consegnare - ha detto Alemanno - perché è necessario un attentissimo lavoro di addestramento e bisogna procedere gradualmente. Anche se il passaggio è simbolico possiamo dire che da oggi - ha aggiunto - il corpo della polizia municipale è armato e in grado di difendersi anche nelle situazioni più rischiose».

IL COMANDANTE - «La vera sfida è come si porta l' arma e non averla nella fondina». È quasi un monito quello che il Comandante generale del Corpo dei vigili urbani Angelo Giuliani ha rivolto ai suoi 300 vigili urbani «armati» che hanno superato il corso di addestramento presso il Centro di perfezionamento al tiro della polizia di Stato a Nettuno e le visite mediche fisiche e psichiche. Giuliani, nel ribadire che la consegna delle prime 300 pistole «è solo un primo passo per la difesa personale dell'agente ma garantisce più sicurezza ai cittadini. Un agente sicuro - ha ricordato - dà più sicurezza». Il Comandante ha detto inoltre che « il Corpo si armerà tutto, ma con gradualità perchè abbiamo scelto la politica dei piccoli passi».

Secondo quanto riferito dal Comandante il «58% dei vigili ha chiesto di essere dotato dell'arma, di questi il 14% non è risultato idoneo alle visite mediche». Sono circa mille gli agenti che svolgendo funzioni di polizia giudiziaria sono armati. Dopo questa prima trance di 300 pistole ne verranno consegnate altre 2500 circa. Per il delegato del Sindaco alla Sicurezza Giorgio Ciardi «l'armamento è un passo in più per la sicurezza dei cittadini e per il dialogo che con loro si instaura che passa anche attraverso una maggiore autorevolezza del corpo della polizia municipale». A conclusione della cerimonia il Sindaco ha visitato l' armeria presso il Comando generale dove, in previsioni di periodi di assenza, gli agenti potranno depositare l'arma.

21 dicembre 2009




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Alunna disabile deve pagare quota a insegnante di sostegno per la gita

Corriere della Sera


La ragazza, iscritta a una scuola media, malata di atassia di Friedreich, deve accollarsi l'accompagnatrice

 

ROMA - E’ disabile, affetta da una grave e rara patologia neurodegenerativa e invalidante, l’atassia di Friedreich, ma vorrebbe andare in gita scolastica a Berlino con i ragazzi della sua classe, una scuola media di Roma, a marzo del 2010. Però per Noemi, 14 anni, la gita riserva una ’sorpresa’: oltre a dovere pagare i 300 euro della quota individuale, la madre della ragazzina dovrebbe pagare anche altri 400 euro come quota aggiuntiva per l’accompagnamento dell’insegnante di sostegno. La vicenda è riportata dai legali della madre di Noemi, Michela Riccio, 35 anni, romana e separata, con un lavoro saltuario in un call center e tanti problemi da affrontare legati alla situazione di Noemi.

DESTINAZIONE BERLINO - Secondo quanto raccontano i legali, la scuola media frequentata da Noemi ha organizzato, in accordo con il Municipio VIII di Roma, una gita scolastica a Berlino dal 9 al 12 marzo 2010: costo a studente 300 euro. Ma Noemi dovrebbe pagare anche la quota dell’insegnante di sostegno. Inoltre, la giovane madre, vista l’invalidità riconosciuta al 100% della figlia, ha fatto domanda al’Aci per ottenere l’esenzione dalla tassa automobilistica.

La Regione Lazio, affermano i legali, avrebbe risposto che «la richiesta non poteva essere accolta perché la vettura della donna non è dotata di sedile girevole«. La donna si è rivolta ad Anna Orecchioni e Giacinto Canzona per ottenere in sede giudiziaria i diritti spettanti alla figlia.

LA MALATTIA - L’atassia di Friedreich insorge solitamente nell`infanzia o nell'adolescenza ed è una malattia caratterizzata da una progressiva perdita della coordinazione motoria: i primi sintomi sono la difficoltà nella corsa e nelle attività sportive in genere. Vengono colpiti generalmente per primi gli arti inferiori, provocando instabilità nel cammino. Successivamente compaiono disturbi nella coordinazione delle mani e nell'articolazione della parola. Anche se i disturbi sono progressivi, il decorso della malattia è variabile. Molti i pazienti costretti all'uso della sedia a rotelle.

21 dicembre 2009




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La Stasi spiava Romy Schneider

Corriere della Sera


L'attrice austriaca seguita dai servizi segreti della Germania Est per il suo appoggio all'opposizione

 


Romy Schneider (Emmevi)
Romy Schneider (Emmevi)
BERLINO - Romy Schneider fu spiata dalla Stasi fino al giorno della sua morte, il 25 maggio 1982: a rivelarlo è la «Bild» che ha scoperto un voluminoso dossier raccolto dai servizi segreti della Germania est sull'attrice austriaca, accusata di aiutare anche finanziariamente l'opposizione al regime comunista nella Ddr. Steffen Meyer, portavoce della «Birthler-Behoerde», l'authority che conserva l'enorme archivio della Stasi, ha spiegato al quotidiano di Amburgo che la «Sissy» del grande schermo fu seguita fin dal suo primo sostegno al Comitato per la protezione della libertà e del socialismo (Schuetzkomitee), l'organismo creato a Berlino Ovest nel 1976 che si batteva per la liberazione dei prigionieri politici nella Ddr.


LA DOCUMENTAZIONE - Il 28 dicembre 1976 il ministero per la Sicurezza dello Stato, responsabile della Stasi, impartì l'ordine «urgente» di spiare le attività di Romy Schneider e sui documenti raccolti venne apposto il 19 gennaio 1978 il timbro «Segreto!». Nel rapporto riguardante «la persona di Romy Schneider, nata a Vienna nel 1938, cittadina austriaca, attrice, abitante a Berlino, Winklerstrasse 22» venivano indicati come obiettivi di indagine la documentazione dei titoli di viaggio suoi e degli accompagnatori, oltre all'ordine di avvertire immediatamente l'unità spionistica da mobilitare.

Nel caso in cui l'attrice avesse attraversato il territorio della Ddr per recarsi a Berlino Ovest, tutti i dati che la riguardavano dovevano essere trasmessi alla Sezione XX/5 della Stasi. Una delle accuse principali rivolte all'attrice era stata di aver guadagnato alla causa dell'opposizione al regime della Ddr due grandi personalità del cinema francese come Yves Montand e la moglie Simone Signoret. In un rapporto stilato da un colonnello della Stasi nello stile così ben illustrato dal film «La vita degli altri», è scritto infatti che «Sch. ha appoggiato lo 'Schutzkomitee' con versamenti in denaro ed ha ottenuto l'iscrizione di Yves Montand e di Simone Signoret».

In un altro rapporto è scritto che Romy Schneider «ha firmato il 25.9.1981 la 'lettera aperta' al compagno L. Breznev di Havemann (lo scienziato-filosofo dissidente della Ddr, ndr)». L'attività di spionaggio nei confronti dell'attrice ebbe termine il 7 giugno 1982, qualche giorno dopo la sua scomparsa all'età di 43 anni, con questa annotazione manoscritta sul dossier segreto: «deceduta il 25.5.1982».




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In Tv Epifani disfattista: «Ma la colpa è di Silvio»

di Redazione


Brutti, sporchi e cattivi. Come in un western di seconda categoria, e come sostiene il leader Cgil Guglielmo Epifani, gli italiani visti da fuori di questi tempi non vanno per la maggiore. Pochi i successi, tanti gli scandali nei quali la stampa straniera sguazza beata. Ma allora di chi è la colpa? Per chi segue con un minimo di attenzione le cronache nostrane e sa chi alimenta da mesi scandali inesistenti, odio politico, disfattismo economico, la risposta non è difficile.

Ci sono le raccolte di «Repubblica» e la cineteca Rai con le registrazioni di «Annozero» e dei Tg3 a fornire ampia documentazione. Ma attualità e storia recente sembrano di scarso interesse per uno dei suoi protagonisti, il leader della Cgil Guglielmo Epifani. Che ieri a «Mezz’ora», ospite di Lucia Annunziata, ha condiviso l’analisi di base: «Siamo un Paese che si ripiega su se stesso. Fuori dall’Italia contiamo sempre molto meno. Non diamo all’estero una buona immagine». Ma poi ha svelato il vero nome dell’assassino»: «Chi ha la maggioranza e chi governa ha sempre un po’ più di responsabilità».



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Baby velista riappare: alle Antille

di Roberto Fabbri

Laura Dekker, 14 anni, è stata ritrovata dopo tre giorni di silenzio: prima di scappare aveva prelevato 3.500 euro. Protesta contro il tribunale che le aveva proibito di diventare la più giovane navigatrice transoceanica in solitaria

 
Una ragazzina con un grande carattere e un coraggio raro. Ma soprattutto animata da una straordinaria fame di libertà. Ad appena 14 anni Laura Dekker voleva fare il giro del mondo in solitaria e diventare così la velista da record più giovane della storia, ma un tribunale le aveva impedito l’impresa. Venerdì allora è scappata di casa, pronta a inseguire il suo sogno aggirando gli ostacoli della legge. Per tre giorni è aleggiato il mistero sulla scomparsa di questa ragazza olandese nata su una barca e disposta a tutto pur di entrare nel Guinness dei primati. Poi, nella tarda serata di ieri, i dubbi si sono sciolti, Laura è stata ritrovata sana e salva. Era salita su un aereo e aveva raggiunto i Caraibi: l’hanno rintracciata a Saint Maarten, un’isoletta delle Antille Olandesi.

Fin dall’inizio della vicenda gli inquirenti avevano escluso la pista della violenza o del rapimento. Conoscendo la determinazione di Laura, erano più propensi a credere che fosse partita per poter iniziare altrove la sua sfida all’oceano, visto che in patria glielo impedivano: la sua barca è ancora ormeggiata in porto, in Olanda. Il Tribunale dei minori di Utrecht aveva infatti stabilito che si trattasse di un’impresa troppo rischiosa per una minorenne, che oltre tutto se fosse partita avrebbe mancato ai suoi obblighi scolastici. 

La polizia in verità considerava più probabile un’altra meta. Aveva allertato tutti gli aeroporti dei Paesi vicini, nel timore che Laura volesse raggiungere la Nuova Zelanda. La ragazza infatti possiede anche un passaporto di quel remotissimo Paese, perché è nata in acque neozelandesi sulla barca a vela dei genitori che in quel 1995 stavano facendo il giro del mondo, durato in tutto sette anni.
A rendere più concreta l’ipotesi di una fuga in un altro continente c’era anche un prelievo di 3.500 euro dal conto di Laura qualche giorno fa. 

E una lettera che avrebbe scritto al padre, con cui vive dopo la separazione dei genitori, che è un grande sostenitore del suo progetto. E proprio sul padre si erano puntati gli occhi degli inquirenti: il genitore aveva detto di non avere idea di dove fosse la figlia, ma la polizia voleva vederci chiaro, perché secondo i servizi sociali poteva essere stato proprio lui a incoraggiare la ragazza. E magari a coprirne la fuga. 

Gli assistenti sociali seguono la vicenda fin dallo scorso settembre, quando il padre di Laura, Dick, lui stesso in mare sulla sua barca a vela dall’età di dodici anni, aveva chiesto un permesso alla scuola che permettesse alla giovane skipper di fare il giro del mondo e seguire i corsi via internet dalla cabina della sua barca a vela. Anche la madre di Laura aveva qualche riserva, ma pareva disposta ad assecondare la determinazione della figlia. Venne quindi chiesto il pronunciamento del Tribunale, che infranse i sogni di Laura mandando la giovane su tutte le furie e lasciò a bocca asciutta il padre, che già aveva firmato lucrosi contratti di sponsorizzazione e di sfruttamento dell’immagine della baby velista. Laura, giunta in segreto alle Antille, era pronta a ridar vita a tutto questo. Ma ancora una volta è stata fermata all’ultimo momento.




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F1, Roma annuncia il Gp Già polemica con Monza

di Redazione

Accordo con Ecclestone: gara nella Capitale dal 2012. Circuito all'Eur, gara in calendario ad agosto, quando il traffico è minore. Proteste della Lega che difende il Gp di Monza




Roma - Roma avrà il suo Gp di Formula 1, dal 2012. L’annuncio di Maurizio Flammini - c’è un accordo con Ecclestone - scatena però la polemica con Monza, Lega in testa ma non solo: "Roma parassita", tuona il sindaco della città lombarda, sede tradizionale del Gp d’Italia. Ma è una polemica bipartisan, perché anche il Pd locale tuona contro. E non bastano le rassicurazioni del sindaco Gianni Alemanno, sul fatto che le monoposto sul circuito romano non faranno saltare il "classico" italiano dei motori. La finestra offerta da Bernie Ecclestone per il Gran Premio di Roma rientra tra il 2011 e il 2013, ma con tutta probabilità il primo semaforo verde della Formula 1 all’Eur scatterà nell’agosto 2012, unico periodo dell’anno in cui la Capitale non deve fare i conti con il traffico. 

Tracciato all'Eur Polemiche a parte sul "doppiaggio" nei confronti della gara di Monza, il Gp della capitale comincia sempre più a prendere forma e la firma dell’accordo tra l’ideatore dell’evento romano, Maurizio Flammini, e il patron del Circus ne è una prova. "L’accordo per dar vita al Gran Premio di Roma - assicura Flammini - È già stato fatto e firmato. Da definire gli appositi iter delle amministrazioni locali". Il Gran Premio di Roma dovrebbe prendere il via nel 2012, mentre il contratto concluso con Ecclestone, avrà la durata di 10 anni (cinque anni più cinque). "In pista" oltre ad Alonso e Hamilton ci saranno anche migliaia di posti di lavoro ed un giro d’affari, compreso l’indotto, pari all’1% del pil del Lazio. 

"Sarà un Gran Premio spettacolare - ha ricordato il padre dell’evento, già ideatore della Superbike - Il circuito sarà quello previsto nel quartiere Eur, dove ci saranno ben tre punti di sorpasso. Sarà costruito un sottopasso sulla Cristoforo Colombo, mentre i box prenderanno forma nella zona delle Tre Fontane". Per quanto riguarda invece la formalizzazione del progetto, gli enti locali dovrebbero essere pronti entro la fine del 2010. La data del Gran Premio potrebbe ricadere nel mese di aprile o di ottobre anche se sarebbe preferibile il mese di agosto, periodo in cui "i problemi legati al traffico nel quartiere Eur sarebbero minimi". 

Monza non ci sta Il presidente della provincia di Monza Dario Allevi attacca: "Questa storia mi ha stufato, bisogna prima capire se è vero. Non sarebbe la prima volta che Flammini propone bufale a scopo propagandistico. Se la notizia venisse ufficializzata faremo le nostre deduzioni e presenteremo le istanze nelle sedi dovute per difendere il Gran Premio d’Italia che è quello di Monza". Il sindaco del capoluogo lombardo Marco Mariani, anche lui della Lega Nord, rincara la dose: "E' l’ultimo atto di arroganza di una capitale parassita che da 2000 anni vive togliendo l’ossigeno alle altre città. Questo succede perché siamo stati lasciati soli a difendere il GP di Monza". Interviene anche Filippo Penati, il responsabile della segreteria politica di Pierluigi Bersani, che chiede l’impegno del governo per il Gp di Monza: "Sarebbe un danno terribile se il gran premio di Roma fosse pensato come alternativa: anzi, sarebbe un vero e proprio crimine".

Prova a spegnere le polemiche il sindaco Alemanno: "Pensiamo che il Gran Premio di Roma sia molto importante e siamo favorevoli. Tra l’altro sarebbe un viatico per le Olimpiadi del 2020, una proiezione internazionale di Roma. E non è vero che è in alternativa a Monza. Monza è un gran premio sul circuito, e il gran premio di Roma è integrativo a quello di Monza, non è sostitutivo".



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Grillo boccia lista e candidati E il movimento boccia Grillo

Il Secolo XIX

Sono (o si presentano) come l’altenativa al vechcio della politica, ma la prima grossa “grana” in chiave politica per il movimento di Beppe Grillo, nasce proprio in casa sua. A Genova e con il l «meet up di genova in dissenso con beppe grillo sulle regionali in liguria. Relativamente alla presentazione di una Lista Civica 5 Stelle “beppegrillo.it” per la Liguria», come spiega l’incipit del documento diffuso.

Un metodo di selezione scelto proprio anche sapendo di correre «il rischio dell’accesso di disturbatori e sabotatori, o di far conoscere in anticipo ai nostri avversari le mosse che avremmo fatto, perché era nostro interesse seguire con intransigenza anche questo “must” dettato da anni da Beppe Grillo».

Quindi il cuore del problema: «Ancora, abbiamo imposto, sempre consensualmente, un parametro che dovrebbe essere il non plus ultra del grillismo, ossia che i candidati consiglieri e il candidato presidente non avessero alle spalle nell’ultimo anno incarichi di partito o cariche elettive in nome e per conto di un partito politico. Il movimento di Beppe Grillo si dichiara apertamente anti-partitico, dunque la norma era coerente».

A Genova questo non succede perché ci sono state «vie di mezzo, soluzioni compromissorie a cui purtroppo anche talune frange del movimento “grillino”, anche già a Genova, tendono ad indulgere. Che questo processo rigoroso e realmente “dal basso”, fatto da cittadini “con l’elmetto”, fosse la strada giusta lo dimostra l’esito, ossia la designazione di un profilo altissimo come il Dr. Paolo Franceschi, a cui si sono affiancati altri nomi noti per la severità delle loro posizioni anti-sistema e a favore di una politica e un’amministrazione vicine ai cittadini. Tanto autorevole questa designazione che in breve ha coagulato attorno a sé, facendo superare ogni divisione, il consenso di tutta la rete “grillina” ligure da La Spezia a Savona, fino a Sanremo».

Ma Franceschi non è passato all’esame Grillo: «il Meet Up di Beppe Grillo Genova, dissente radicalmente con la valutazione del comico genovese secondo cui non ci sono nella regione le condizioni per scendere nell’agone elettorale. Beppe Grillo ha così invalidato un percorso che invece avrebbe dovuto appuntarsi al bavero con orgoglio, e che avrebbe dovuto riconoscere quasi ad occhi chiusi. Sul motivo per cui non l’abbia fatto occorrerà interrogarsi nell’immediato futuro, cercando di capire se e quanto il leader di un movimento anti-partitico è davvero libero e indipendente dalle pressioni trasversali di quei partiti che sarebbero danneggiati dalla presenza di una Lista Civica 5 Stelle».

Amarezza e delusione per «il Meet Up di Genova per le scelte di Beppe Grillo, che hanno come primo risultato un’incrinatura nella credibilità del personaggio per la dimostrata sua palese non consistenza con quanto predicato da anni».

Ci sarà un rischio scissione grilliana? «Ora si attendono ulteriori eventuali prese di posizione in merito alle elezioni regionali in Liguria, a seguito delle quali quello che ora è un semplice dissenso in breve potrebbe rischiare, cosa che comunque non auspichiamo, di diventare aperta rottura».





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Carcere di Teramo, muore il «negro» Il detenuto testimone del pestaggio

Corriere della Sera


Di lui parlava in un nastro anonimo mandato ai giornali il capo dei secondini:
«Il negro» ha visto tutto

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MILANO - Un detenuto, Uzoma Emeka rinchiuso nel carcere di Castrogno, è morto venerdì scorso in circostanza misteriose nell'ospedale di Teramo. Nigeriano, 32 anni, condannato a due anni per spaccio di stupefacenti, l'uomo aveva assistito il 22 settembre al pestaggio di un altro detenuto. In quell'occasione scoppiarono le polemiche perché un nastro anonimo, che parlava delle violenze, fu affidato alla stampa: «Non si massacrano così i detenuti in sezione, si massacrano sotto... il negro (Uzoma Emeka) ha visto tutto».

Queste parole, dette da Giuseppe Luzi, capo delle guardie carcerarie ad un sottoposto, furono registrate da qualcuno e inviate al quotidiano locale La Città. Luzi fu sollevato dall'incarico dal ministro della Giustizia Alfano. Ora, a distanza di tre mesim arriva il decesso di Uzom. La procura ha aperto un'inchiesta anche su questa morte e secondo il quotidiano La Stampa, che lunedì mattina riportava la notizia, i giudici hanno disposto che l'autopsia del giovane nigeriano sia filmata.

MANCONI - Sentitosi male alle 8.30 mentre era al telefono con la moglie, Uzoma Emeka, è stato ricoverato in ospedale nel pomeriggio quasi cinque ore dopo ed è morto. «Non sappiamo, ma in ogni caso è certo che a Teramo si è verificato l’ennesimo caso di ’abbandono terapeutico’», commenta in una nota Luigi Manconi, presidente dell’associazione A buon diritto. «Ora, va da sé - aggiunge - si parla di ’morte per cause naturali’: ma sappiamo che oltre il 50% dei decessi in cella è classificato come dovuto a cause da accertare».

Autolesionismo, abusi, morti improvvise, overdose presentate come suicidi, suicidi presentati come overdose, mancato aiuto, assistenza negata, «è un vero e proprio regime di omissione di soccorso - dice Manconi - quello che governa il sistema penitenziario italiano. Sullo sfondo di questo tragico avvenimento, l’ultimo di una lunga teoria di morti o inspiegate o sospette, c’è la vicenda del ’negro ha visto tutto’, del ’massacro’ involontariamente confessato, dei testimoni che esitano a parlare. Forse non ci sono ’misteri’ nel carcere di Teramo, ma certamente c’è un bubbone che va eliminato».

I DATI - Con il detenuto nigeriano morto nel carcere di Teramo le morti in carcere nel 2009 toccano quota 172: viene così superato il triste record del 2001, che aveva segnato con 171 detenuti morti, il numero più alto di morti in carcere nella storia della Repubblica. I dati sono dell’Osservatorio permanente sulle morti in carcere. Negli ultimi 10 anni, nelle carceri italiane, sono morte 1.560 persone, di queste 558 si sono suicidate. Per la maggior parte si trattava di persone giovani, spesso con problemi di salute fisica e psichica, spesso tossicodipendenti.




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Guerra con le palle di neve E il poliziotto estrae la pistola

Corriere della Sera


Durante iniziativa pacifica, alcuni giovani colpiscono l'auto di un agente in borghese, che reagisce.

Sospeso



MILANO
- Se a Washington è stato dichiarato lo stato di emergenza per la forte ondata di maltempo che si è abbattuta in questi giorni su tutta la costa Est degli Stati Uniti, molti residenti della capitale non si sono intimoriti dinnanzi alle basse temperature e le condizioni meteo e sono scesi in strada per una spettacolare battaglia con le palle di neve. Un vero e proprio flash mob organizzato via Twitter e Facebook, cui hanno preso parte oltre 200 persone. Un poliziotto in borghese, che per caso si è trovato nel bel mezzo dell'evento, è stato poco comprensibile e non ha esitato ad estrarre una pistola.

Video

I FATTI -
Centinaia di giovani e giovanissimi si sono ritrovati sabato scorso nel centro di Washington per dare il via ad una battaglia di neve ribattezzata «Nessuna guerra, solo guerra con le palle di neve». La situazione ha rischiato di degenerare quando la grossa auto di un agente in borghese è stata colpita dalle palle di neve. Il poliziotto, che in quel momento non era in servizio, è sceso dal suo fuoristrada, ha estratto la pistola e con fare minaccioso si è scagliato verbalmente contro i giovani impegnati nella guerra con le palle di neve. La situazione a quel punto si è surriscaldata, malgrado la neve, tanto da richiedere l'intervento di altri agenti. In un primo momento la polizia di Washington DC ha negato che il funzionario avesse compiuto lo sconsiderato gesto. Tuttavia, il video che documenta l'intera vicenda ha subito cominciato a circolare sul web. È stata dunque aperta un'inchiesta e il poliziotto in questione è stato momentaneamente sospeso.

Elmar Burchia




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Prima incassano, poi tramano: gli anti-Cav

di Paolo Bracalini

Da Casini a Fini, da Adornato a Follini, devono tutto al Cavaliere. Ma, per opportunismo o ambizione, lo attaccano per farlo fuori. L'Udc è l'approdo naturale. Ma ci sono pure La Malfa, Taormina e Guzzanti

 
Milano - Fenomenologia del miracolato poi azzannatore in tre semplici mosse: fase 1) giurare eterna fedeltà al Miracolante, riconoscendolo come unico Nume democratico, così da accaparrarsi per grazia ricevuta poltrone e nomine altrimenti irraggiungibili.

Fase 2: una volta miracolati, manifestare segni di insofferenza e malessere in coincidenza di eventuali presunti cicli calanti del Miracolante o di favori chiesti ma non soddisfatti, segnali prima lievi, poi sempre più ossessivi e perturbanti qualora il suddetto appaia in seria difficoltà o prossimo al disarcionamento (sottoregola elementare: iniziare un petting spinto con l’opposizione riconoscendola come Garante della democrazia). Fase 3: mollare il Miracolante riconoscendolo come unico vero pericolo per la democrazia, rimanendo in attesa di eventuale disarcionamento e di nuove prebende dall’altra parte politica.



La terza fase del miracolato già berlusconiano poi antiberlusconiano prevede spesso una variante, la formazione di un partitucolo a se stante, meglio se di area contigua a quello del Miracolante già benefattore poi misconosciuto. È capitato a molti ma non è destino da augurare ad alcuno. Se almeno li mettessero insieme, in un Pdm, Partito dei miracolati (da Silvio), potrebbero aspirare a uno zero virgola qualcosa non periodico. Unendo, per dire, la Lega Italia di Carlo Taormina, il Partito liberale di Paolo Guzzanti, l’Italia di Mezzo di Follini, quel che resta dei Repubblicani di La Malfa e altre schegge impazzite. Ma sarebbe comunque poca cosa. 

L’approdo naturale e più promettente per il miracolato senza riconoscenza, se non è il Quirinale come forse sogna Gianfranco Fini (il primo degli irriconoscenti), non può che essere l’Udc, fucina di berlusconismo d’occasione sempre prossimo al voltafaccia. Pier Ferdinando Casini è il loro leader putativo, li ha traghettati fuori e dentro il centrodestra con l’abilità di un velista di Alinghi, mantenendo la barra dritta sull’unico punto fermo nelle acque malfide della politica: la convenienza. Da alleato di Berlusconi giurava che mai avrebbe appoggiato il centrosinistra, adesso flirta col centrosinistra e su Berlusconi parla come un Di Pietro. 

È lì nell’Udc che si annidano tanti miracolati del Cavaliere oggi spietati accusatori del medesimo. Michele Vietti è stato eletto membro del Csm con il centrodestra, sottosegretario alla giustizia e sottosegretario alle Finanze, sempre nei governi Berlusconi, ma adesso quello stesso Vietti è mortalmente imbarazzato dalla politica del Cavaliere sulla giustizia e sull’economia. 

La stessa che rappresentava lui da sottosegretario. Sempre nell’Udc c’è un altro veterano del cambio di casacca, Ferdinando Adornato, comunista pentito approdato in Forza Italia, miracolato da Berlusconi con un seggio in Parlamento, a forza di girare su se stesso («Un circumnavigatore della politica: a sinistra faceva il destro, a destra il sinistro» ha scritto L’Espresso) ha finito con l’accorgersi soltanto dopo che la cultura liberale italiana non è nel centrodestra inventato da Berlusconi, ma nell’Udc. 

Giusto in tempo per avere un seggio alla Camera. Ancora lì, nell’Udc, c’è Rocco Buttiglione, fatto per due volte ministro da Berlusconi ricambiato dal filosofo con suprema irriconoscenza, visto che ora non serve.

Ma siccome chi cambia casacca una volta è difficile perda l’abitudine, può capitare che un partito, persino l’Udc, riceva il trattamento riservato agli altri. È il caso di Marco Follini, prima udiccino berlusconiano, poi udiccino antiberlusconiano, poi non più udiccino ma piddino. Fu promosso addirittura vicepremier da Berlusconi nel 2001, salvo poi accorgersi a fine legislatura di non essere più d’accordo con Berlusconi praticamente su niente. 

Eppure era lo stesso identico Berlusconi che lo aveva miracolato ai vertici del governo, cos’era cambiato? Solo le probabilità di riconferma del centrodestra alle successive elezioni (in effetti vinte da Prodi). Ma Follini, soprannominato il «doro-moroteo» per il talento democristiano di conciliare gli inconciliabili (purché convenga), avrebbe poi fatto lo stesso con Casini, suo leader poi scaricato (a favore dell’allora più seducente Pd) perché «abbaia molto ma non morde mai». Una definizione perfetta per Follini. 

La categoria, variegata, meriterebbe uno studio psicologico ad hoc, anche per riconoscerli prima che si esibiscano nell’impresa che gli riesce meglio. Un ex berlusconiano ora sputtanatore massimo del suo precedente amore è Paolo Guzzanti, già senatore forzista e presidente di Commissione parlamentare, a caccia dei comunisti che minacciano la democrazia assicurata in Italia solo dalla presenza di Berlusconi, ora teorizza il berlusconismo come puro modello di «mignottocrazia». Nella quale, in effetti, proliferano e si moltiplicano gli sfruttatori.




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Mio padre, un molestatore» Gerry Adams sciocca Belfast

Corriere della Sera

La rivelazione del leader cattolico: nascondere la verità non serve

(Reuters)
(Reuters)
LONDRA — Lo ha scoperto undici anni fa, quando ha com­piuto 50 anni. «Sino ad allora credevo che fossimo una fami­glia come le altre, con un padre amorevole». Nella dinamica do­mestica, invece, non c’era nulla di scontato. Gerry Adams, presi­dente dello Sinn Fein, ha rivela­to domenica all’emittente televisiva ir­landese Rte che il padre, repub­blicano come lui, ha a lungo abusato «emotivamente, fisica­mente e sessualmente» dei fi­gli.

Dieci complessivamente i piccoli di casa Adams, cinque maschi e cinque femmine oltre ai tre morti subito dopo la na­scita, soggetti quasi tutti alla violenza di un uomo che «sino all’ultimo — ha raccontato il po­litico — non ha ammesso la ve­rità e che è morto senza riconci­liazioni, da solo». Lui, il primo­genito che del padre porta il no­me, non ricorda di aver sofferto o assi­stito agli abusi, né di aver captato alcu­na deviazione. Sco­prire cosa era suc­cesso è stato «uno shock terribile».

Le confessioni di Adams, alla guida del maggior partito cattolico dell’Irlan­da del Nord dal 1983, hanno scon­certato il Paese. La famiglia — numeroso clan cattolico che ha partecipato attivamente alla lot­ta per l’indipendenza — non aveva mai lasciato indovinare i trascorsi violenti. Gerry Senior, considerato sino a ieri un eroe, era stato sepolto con tutti gli onori e il tricolore sulla bara. «Per me, come repubblicano, è stato un momento molto diffici­le », ha raccontato Adams. «Il tri­colore mi sembrava sbagliato, ma senza la gente avrebbe so­spettato qualcosa e i miei fratel­li non erano pronti ad affronta­re le rivelazioni». «Siamo arriva­ti alla verità — ha sottolineato — a ritmi diversi. Coloro che hanno sofferto non volevano ri­volgersi alla polizia, siamo stati aiutati, come famiglia abbiamo ricevuto l’assistenza di diversi professionisti». «Era da tempo — ha aggiunto — che volevo parlare di quello che ci è succes­so, perché la tendenza è di na­scondere, ma si può solo affron­tare il passato quando si è forti abbastanza e l’unica ragione per farlo deve essere il proces­so di guarigione della famiglia, oltre alla possibilità di aiutare altre famiglie, altri individui, che hanno a che fare con realtà simili e che credono sia la fine del mondo». Adams ha parlato con onestà disarmante: «Certo scoprire che una figura iconica come mio padre possa aver abu­sato un bambino, un figlio, psi­cologicamente e fisicamente mette in crisi la fiducia nella na­tura umana».

Il passato, purtroppo, si ripe­te. L’intervista di Adams era in­dirizzata soprattutto al fratello Liam, latitante, accusato dalla fi­glia Aine di averla sottoposta a sua volta ad abusi violenti e ses­suali. A differenza degli zii, Ai­ne ha sporto denuncia e rinun­ciato all’anonimato. Ora mag­giorenne, sostiene di essere sta­ta vittima dei soprusi del padre tra i quattro e i dodici anni. Liam, che la polizia vorrebbe in­terrogare, è scappato in Irlan­da. Nel corso dell’intervista Adams lo ha incoraggiato a tor­nare a Belfast e a presentarsi al­le autorità. «Aine ha bisogno di giustizia, l’unico modo in cui potrà ottenere giustizia è attra­verso il tribunale. È ora che tut­to questo finisca. È durato abba­stanza».


Paola De Carolis
21 dicembre 2009



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Dialogare con il Cavaliere? Chi ci prova è come Pilato »

Corriere della Sera


Di Pietro: il governo è Dracula, la prima riforma è cacciarlo

 


Antonio Di Pietro (Ansa)

ROMA - Onorevole Antonio Di Pie­tro, Silvio Berlusconi, parlando del­l’attentato subìto una settimana fa, e dell’attentatore, dice che «un cli­ma d’odio influenza le menti labili».

«Guardi: sul piano psichiatrico, Ber­lusconi ha certamente ragione. È pos­sibile che menti malate, o particolar­mente deboli, possano essere eccitate da una certa atmosfera che, purtrop­po, si respira nel Paese. Ma a me, a noi, il punto che interessa non è tanto quello psichiatrico, quanto quello poli­tico, giusto?... E allora io mi doman­do: chi ha fomentato questo brutto cli­ma? ».

Lei, e il suo partito, l’Italia dei Va­lori, secondo la maggior parte degli esponenti del Pdl siete tra i maggio­ri indiziati.

«Ah sì?».

Sì.


«E no, proprio no... Io erano setti­mane che ovunque mi fosse possibile, sui giornali e alla televisione e persino sotto il palco di piazza San Giovanni, in quella magnifica manifestazione che fu il No B-day, ricordavo come il governo ignorasse pericolosamente tutto l’enorme disagio sociale montan­te. E non solo: arrivai ad essere persi­no esplicito. Dissi: attenti che qui, pri­ma o poi, a qualcuno saltano i ner­vi... ».

( Antonio Di Pietro risponde al tele­fono cellulare da Montenero di Bisac­cia, il suo paese di origine, in Molise. Sono le sei del pomeriggio, è appena rientrato in casa. «Trovata gelida. E sa perché? Perché non c’era acqua nel­la caldaia...». Nonostante il piccolo imprevisto domestico, però, è di buon umore. Ha appena riposto la spesa nel frigorifero. «Mica posso campare d’aria...» ).

Insomma, onorevole: la notizia è che lei davvero non si sente respon­sabile nemmeno un po’ di questo cli­ma politico così aspro che...

«Mi ascolti bene: non soltanto non mi sento assolutamente responsabile. Ma addirittura accuso e denuncio».

Chi accusa?

«Questo governo. Un governo che alimenta tensioni ignorando gli inte­ressi dei cittadini, la disoccupazione crescente, dimenticandosi di chi sof­fre e minando invece di continuo la Costituzione, perseguendo interessi privati di stampo... scriva bene: di stampo piduista. Un governo che pur di raggiungere i propri scopi fa un ignobile ricorso sistematico al voto di fiducia, che utilizza il Parlamento per assicurarsi ogni genere di impunità e che...».

Capito. E la denuncia?

«Denuncio il finto buonismo di una opposizione che, di fronte alle ne­fandezze che ho appena elencato, ha un atteggiamento pilatesco».

D’Alema sostiene che ciò «che vie­ne chiamato inciucio a volte invece è un compromesso che può essere uti­le al Paese».

«Le dico: io D’Alema lo rispetto, ma non lo condivido».

Sia più preciso.

«Cosa chiede D’Alema? Riforme. Chiede cioè quanto chiedono sessan­ta milioni di italiani, compreso, è chia­ro, il sottoscritto. Il problema è che per fare una riforma occorre essere in due: e purtroppo, in Italia, Berlusconi, da quando fa politica, ogni volta che si è seduto a un tavolo per discutere non è mai stato d’accordo su niente».

Quindi quella di D’Alema è uto­pia? O ingenuità?

«D’Alema è stato intempestivo. Ciò che propone è tecnicamente, material­mente, eticamente impossibile».

Il ministro Giulio Tremonti però apre. Nell’intervista rilasciata alCor­rieredice che è il momento di varare riforme condivise.

«Se qualcuno chiedesse a Dracula di gestire la banca del sangue, Dracula si tirerebbe indietro?».

Tremonti è Dracula?

«No, Dracula è quel clan, quel grup­po di persone che gestiscono la politi­ca italiana, che condizionano le ban­che, che lavorano solo per ottenere be­nefici personali, o per le proprie azien­de... Perciò io credo che la prima rifor­ma da fare sia anche l’unica, per ora, possibile».

Sarebbe?


«Mandare a casa Berlusconi».

Senta, nel dettaglio: sul cosiddet­to «legittimo impedimento», alter­nativa al ddl per il «processo breve», qual è la sua posizione?

«Penso che sia inaccettabile sceglie­re la strada del male minore».

Una strada che a molti osservato­ri, anche nell’opposizione, sembra tuttavia essere politica­menteragionevole.

«Ragionevole stabilire che la legge è uguale per tutti tranne che per Silvio Berlusconi?».

Cosa pensa di D’Ale­ma candidato alla guida del Copasir, il Comitato parlamentare di control­lo sui servizi?

«Ah! È candidato?».

Sembra di sì.


«Mah... Non ho precon­cetti. D’Alema ha sempre servito bene il Paese: è sta­to premier, ministro e, dunque, ha le carte in re­gola... Solo, ecco, con ama­rezza mi chiedo perché certe cariche così impor­tanti debbano essere deci­se nei sottoscala e non in Parlamento...».

Regionali, alleanze. Aggiornamento sui rap­porticon l’Udc?

«Io non ho preclusioni sull’Udc, ma su talune candidature non eticamente compatibili. È un mes­saggio importante dire ai lettori: guar­date, noi candidiamo solo gente per­bene. Io stesso, nel mio partito, sono molto vigile».

Vigila anche su altro all’interno dell’Idv?


«Non ho capito la domanda...».

Vigila sui dissidenti?


«Il prossimo anno avremo un bel congresso. Certo non so se il partito, così giovane, possa già fare a meno di me...».

Un’ultima domanda: ha visto su

YouTube
quel video che mette in dubbio l’autenticità dell’attentato contro Berlusconi?

«Sì, l’ho visto... Quel video è una so­lenne fesseria».


Fabrizio Roncone
21 dicembre 2009



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Vedrai che prima o poi arrivo». Viaggio sul Frecciarossa a bassa velocità per il gelo

Corriere della Sera

Ritardi e disagi lungo la tratta inaugurata una manciata di giorni fa. E le luci dello spot Tav si sono spente


Dal nostro inviato  Francesco Alberti

(Emblema)
(Emblema)
BOLOGNA-FIRENZE — Si parte da Bo­logna quando già dovremmo essere ar­rivati a Firenze. E si arriva a Firenze quando già dovremmo essere di ritor­no a Bologna. Ma evviva lo stesso: già riuscire a salire su un treno, sfilandosi dalla dolente umanità che impreca e implora in sala d’aspetto, è come vince­re al lotto. La tratta Bologna-Firenze è l’ultima copertina del festival Tav: l’hanno inaugurata una manciata di giorni fa e su quei 37 minuti di viaggio che dovrebbero unire piazza Maggiore a piazza della Signoria (78 chilometri) ci hanno costruito sopra progetti, svio­linate e perfino un Capodanno in comu­ne. Poi però (cose che succedono in in­verno) è venuta giù una nevicata sibe­riana. Seguita da un gelo da pinguini. E le luci dello spot Tav si sono spente. Puff. Fine del miracolo: tutti a Bassa ve­locità, Italia slow, come ai bei tempi (cioè fino all’altro ieri), con la differen­za che ci eravamo illusi di aver aggan­ciato il treno dell’Europa, dove pure piove, nevica e tira perfino il vento.

È a lettere cubitali l’avviso che lam­peggia sul tabellone luminoso. Una di­chiarazione di resa firmata Trenitalia: «Causa neve e gelo nel Centro e Nord Italia i treni Tav ridurranno per motivi di sicurezza la velocità. Inoltre si po­tranno avere selezionate soppressioni o limitazioni di percorsi e di stazio­ni... » .

Non contemplate invece «seleziona­te » riduzioni del prezzo del biglietto: il Bologna-Firenze sul Frecciargento co­sta 26 euro in prima classe e 24 in se­conda, a prescindere da gelo e neve. «Anzi — racconta Luigi, che viene da Caserta —: al ritorno mi hanno fatto pa­gare di più che all’andata perché, mi hanno detto, siamo in periodo natali­zio... ». Evviva, si parte. Il muso del Frec­ciargento 9415 sbuca in stazione alle 15.30 (era atteso per le 14.53), accolto dagli sguardi feroci di alcune centinaia di persone che da ore vedono sgranarsi sul tabellone luminoso ritardi in dop­pia e spesso tripla cifra: tra le 11 e le 14 non c’è stato un convoglio in orario e spesso non c’è stato nemmeno il convo­glio (soppresso). Maria, giovane e ar­rabbiata, racconta a voce alta («Così sentono tutti») che ieri ci ha messo 5 ore dal sud della Francia a Bologna («In bus fino a Girona e poi aereo per l’Ita­lia ») e che ora invece «sono 6 ore che sto disperatamente cercando di trovare un treno per San Benedetto del Tron­to ». Un capotreno scuote la testa, «sì, la situazione oggi è catastrofica...», poi giudiziosamente si dilegua.

Bologna si allontana in uno scenario da Transiberiana. Appennini sotto mez­zo metro di neve. Cielo cristallino. Tra­monto da cartolina. Termometro am­piamente sotto lo zero. Non per tutti, però: il computer di bordo, situato tra la carrozza 1 e 2, riporta stagioni diver­se: «Temperatura esterna 9 gradi...». Vabbè. Passeggeri sfiniti. «Mamma, ve­drai che prima o poi arrivo» sussurra al cellulare un signore con il tono del sol­dato al fronte. L’altoparlante annuncia che «su questo treno è a disposizione un operatore per l’efficienza»: non è la giornata giusta, nessuno ride.

Carlo, che sta andando a Roma, racconta di aver aspettato due ore in sta­zione a Bologna «e quando finalmente il treno è arrivato hanno annunciato il cambio di binario con il convoglio già quasi in partenza: se lo perdevo, giuro che passavo il resto della vita a far cau­sa alle Ferrovie». C’è poi chi si fa male da solo: come la signora della carrozza 3, che legge avidamente l’opuscolo di Trenitalia dove, al grido «Italia a 300 al­l’ora », ti propongono un tour di 24 ore così impostato: «Colazione a Torino, pausa shopping a Firenze, aperitivo a Roma, cena a Napoli, la notte a Saler­no... ». Meraviglioso: ma se nevica o fa freddo, una settimana potrebbe non ba­stare.

Alle 16.20, eccoci a Firenze: 50 minu­ti di viaggio, come nell’era ante Tav. E infatti il ritorno in Intercity dura poco di più (un’ora e due minuti) e costa de­cisamente meno (13 euro in prima clas­se, 9 e mezzo in seconda). «Le Frecce italiane, mah... — ironizza un signore di mezz’età —. È come costruire una ca­sa dal tetto: pensassero ai pendolari o allo stato disgustoso di molti treni. Ep­poi quali frecce, se basta una bufera per fermarle?». Fuori corre l’Appennino. Là in fondo ci sono le luci della stazione di Bologna. La folla è ancora lì, a sfogliare ritardi, mentre è già buio e tutti paghe­rebbero per arrivare a casa: anche a bas­sissima velocità.


21 dicembre 2009





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Auschwitz, trovato la scritta E' stata fatta a pezzi

Quotidianonet


Era stata rubata venerdì notte. Arrestati cinque uomini fra i 20 e i 39 anni. Il portavoce del Museo del campo di concentramento: "Tornerà al suo posto al più presto"



  
Varsavia, 21 dicembre 2009 


 La polizia polacca ha annunciato questa notte di avere ritrovato l’iscrizione in tedesco “Arbeit macht frei”, (il lavoro rende liberi), rubata venerdì sul luogo dell’ex campo di concentramento nazista di Auschwitz-Birkenau, nel sud della Polonia: cinque uomini sono stati arrestati.

“Abbiamo fermato cinque uomini nel nord della Polonia, hanno dai 20 ai 39 anni. L’iscrizione trovata è stata tagliata in tre pezzi”, ha dichiarato il portavoce della polizia di Cracovia, Dariusz Nowak. “Sono stati arrestati poco prima della mezzanotte e la scritta è stata trovata in una casa”, ha aggiunto rifiutandosi di fornire altre precisazioni.

L’iscrizione in metallo, che misura 5 metri di lunghezza, era posta sopra la porta d’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz. La sua scomparsa aveva causato grande emozione e mobilitazione, in particolare in Israele.

 “E’ un sollievo enorme. Siamo estremamente riconoscenti alla polizia che ha fatto un lavoro fantastico”, ha dichiarato Pawel Sawicki, un portavoce del museo di Auschwitz. “Hanno trovato l’iscrizione in così poco tempo”, ha sottolineato. “Questo simbolo, certamente uno dei più importanti del secolo scorso, potrà ritornare al suo posto”, ha dichiarato. “Siamo molto impazienti di vedere in quale stato è l’iscrizione. Secondo le informazioni in nostro possesso, è stata tagliata in pezzi. I nostri esperti cercheranno di sistemarla perché possa tornare il più rapidamente possibile al suo posto”, ha commentato ancora Sawicki.

Il museo di Auschwitz si prepara a celebrare il 65esimo anniversario della liberazione dal campo di concentramento nazista, il 27 gennaio prossimo. Il museo e altre istituzioni avevano offerto una ricompensa di circa 30.000 euro per ogni informazione che avrebbe potuto permettere di trovare l’iscrizione e i responsabili del furto.

Da Israele si era levato un coro di indignazione. “E’ un atto abominevole che è assimilabile alla profanazione”, aveva dichiarato il vice Primo ministro e ministro dello Sviluppo regionale, Sylvan Shalom. “Questo gesto testimonia ancora una volta dell’odio e della violenza contro gli ebrei”, aveva aggiunto Shalom. E il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva rivolto un appello al governo polacco affinché facesse il possibile per ritrovare l’iscrizione in ferro battuto. La polizia polacca aveva chiamato in aiuto anche l’Interpol e l’Europol.

La Germania nazista sterminò dal 1940 al 1945 ad Auschwitz-Birkenau circa un milione e centomila persone, di cui un milione di ebrei. Le altre vittime del campo furono soprattutto polacchi, rom e prigionieri sovietici.




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