martedì 22 dicembre 2009

Pronto a tirare statuetta al premier Il dipietrista Barbato nella bufera

Corriere della Sera


l deputato Idv con gli operai Fiat: «Per ogni licenziato tiro una statuetta». Poi si corregge: «Io frainteso» 

 

«Per ogni operaio della Fiat buttato fuori, la tiro io in faccia la statuetta a Berlusconi». Parole precise quelle pronunciate dal deputato Idv Francesco Barbato, durante il sit-in di protesta degli operai Fiat di fronte a Palazzo Chigi, che hanno sollevato un polverone politico. «Di chi perde il posto di lavoro e di chi non l'ha mai avuto: è di questo che si deve occupare un governo serio», ha detto Barbato nel suo intervento. Poco dopo il deputato diepietrista ha provato a correggere il tiro. «Voglio specificare il mio pensiero perché le mie parole sono state fraintese. 
 
Ai lavoratori della Fiat che manifestano a Montecitorio ho detto che per ogni lavoratore licenziato criticherò duramente in Aula Berlusconi ed il governo e proseguirò nelle sede istituzionali e nelle piazze questa battaglia per la difesa del lavoro. L'Italia dei Valori, come è noto - ha aggiunto -, è il partito della legalità ed è contro ogni atto di violenza. In piazza ho invitato i manifestanti a mantenere la calma in una situazione che poteva diventare tesa» ha concluso. Ma le sue dichiarazioni e il riferimento all'aggressione al premier avevano già acceso la miccia delle polemiche. 
 
«Grazie a Dio anche il più estremista dei lavoratori della Fiat ha più raziocinio e rispetto della verità dei fatti di Barbato che, anziché minacciare ancora Berlusconi, dovrebbe sapere che il governo sta facendo di tutto per non lasciare soli gli operai che rischiano di subire provvedimenti dalle aziende colpite dalla crisi internazionale» ha detto Gregorio Fontana, del coordinamento nazionale del Pdl. «Barbato - aggiunge - sa che è stato stanziato un altro miliardo per gli ammortizzatori sociali e che è in corso un incontro responsabile in cui il governo ricerca una proficua mediazione sindacato-azienda. Barbato non può più ormai non sapere che evocare odio e violenza provoca danni irreparabili, eppure non desiste. La statuetta dell'Oscar della demenza e della irresponsabilità se la merita proprio lui».

«ISTIGAZIONE ALLA VIOLENZA FISICA» - «Per chi non avesse ancora capito chi è uno dei partiti che fa parte del network che da tempo sta sviluppando una campagna d'odio contro il presidente Berlusconi, le parole pronunciate da Francesco Barbato sono più che eloquenti: una vera istigazione alla violenza fisica. Viceversa, è necessario abbassare i toni e procedere sulla strada delle riforme condivise» ha detto Pietro Laffranco, deputato Pdl.




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Fermò Tartaglia in fuga dopo l'aggressione a Silvio: nessun grazie, solo insulti

Quotidianonet

Andrea Matteazzi, il pallavolista di 29 anni che il 13 dicembre a Milano fermo’ per primo Massimo Tartaglia, dopo che aveva lanciato la statuina a Berlusconi, racconta il suo momento al settimanale Oggi: ‘’Non dico che mi aspettassi un premio, ma avevo la speranza che mi arrivasse almeno un grazie dallo staff del Cavaliere"





Milano, 22 dicembre 2009 - Nessuno lo ha ringraziato, in compenso non sono mancate le minacce e gli insulti. Così Andrea Matteazzi, il pallavolista di 29 anni che il 13 dicembre a Milano fermo’ per primo Massimo Tartaglia, l’aggressore di Silvio Berlusconi, racconta il suo momento al settimanale Oggi, in edicola da domani.

‘’Non dico che mi aspettassi un premio, ma avevo la speranza che mi arrivasse almeno un grazie dallo staff del Cavaliere o dal premier in persona. Ma nessuno si e’ fatto sentire’’, afferma Matteazzi.

‘’Non volevo una medaglia al valore - prosegue - un ringraziamento da parte di Berlusconi sarebbe piu’ importante di qualsiasi medaglia. In compenso si sono fatti sentire gli ‘altri’: sono bersagliato da minacce e insulti, sono molto scosso. Uno fa un gesto coraggioso, blocca un delinquente e si ritrova tempestato di parolacce e di violenze’’.



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La Poggi: «Alberto rimane il colpevole» E Stasi contro il libro del Corriere

Corriere della Sera


La mamma di Chiara: «La sentenza l'ha uccisa per la seconda volta, mentre l'assassino se la ride in libertà»



MILANO - «Per noi nulla cambia: il responsabile resta lui». Rita Poggi, mamma di Chiara, parla a cinque giorni dalla sentenza del giudice di Vigevano che ha assolto Alberto Stasi dall'accusa di aver ucciso sua figlia.

STASI CONTRO IL LIBRO - Intanto l'ex imputato apre un nuovo fronte di guerra. Questa volta contro il libro «Alberto e Chiara. La verità di Garlasco» scritto dalle giornaliste del Corriere della Sera Giusi Fasano ed Erika Camasso e edito da Rcs Quotidiani. In una lettera al Corriere due degli avvocati di Stasi, Giuseppe e Giulio Colli, diffidano il giornale a procedere alla pubblicazione, divulgazione e vendita del libro. «Scrivo in nome e per conto di Alberto Stasi che a tal fine mi ha incaricato, per diffidarvi dal procedere alla pubblicazione, divulgazione e vendita del libro in ogni modo, luogo o forma» scrive Colli, in quanto «nessuna autorizzazione è stata data per l'utilizzo delle fotografie private e personali del mio assistito; circostanza ancor più grave in considerazione del fatto che le fotografie risultano provenienti da supporti informatici di proprietà di Stasi e sottoposti a sequestro giudiziario». Stesso discorso vale, secondo il legale, per le immagini e ai filmati che ritraggono Alberto e contenute dal pc della vittima.

FOTO DI ALBERTO E CHIARA - Le foto in questione ritraggono Alberto e Chiara durante l'ultima vacanza trascorsa insieme, immagini allegate agli atti giudiziari che fanno parte del fascicolo d'inchiesta sull'omicidio di Garlasco. Alberto Stasi si è opposto anche alla pubblicazione delle fotografie di Chiara. «Analogamente - continua l'avvocato Colli - le medesime fotografie ricavate dai supporti informatici di proprietà della signorina Chiara Poggi, sottoposte anch'esse al sequestro, relativamente alle fotografie private e personali che ritraggono il mio assistito e comunque tutte le altre foto in cui è protagonista il signor Stasi». L'avvocato è pronto, in caso di violazione dei diritti del suo assistito, ad agire in sede civile e penale. Il libro, in vendita con il Corriere della Sera, sarà nelle edicole da mercoledì e per alcune settimane.

«NON TROVO LE PAROLE» - In un'intervista al settimanale Oggi, in edicola mercoledì, Rita Poggi parla del rapporto con la figlia e con Stasi: «Quando vengo al cimitero parlo con lei. Ma oggi mi sento quasi in colpa, non trovo le parole per spiegarle cosa è successo. Non so dirle che il suo assassino è sempre in libertà. Questa sentenza ha ucciso Chiara una seconda volta. Se ci avessero detto che non era stato Alberto, se lo avessero assolto senza l'ombra del dubbio, forse ci sentiremmo più sollevati anche noi. Ma con questa sentenza per noi nulla cambia: il responsabile resta lui. Non ci arrenderemo finché non sapremo chi è stato». Stasi è stato infatti assolto con la vecchia formula dell'insufficienza di prove, oggi trasferita nel secondo comma dell'articolo 530 (prove mancanti, insufficienti o contraddittorie).

«L'ASSASSINO SE LA RIDE» - «Non vogliamo passare il resto dei nostri giorni a chiederci chi l'ha uccisa - spiega la mamma di Chiara -: sarebbe un vero ergastolo per noi che siamo le vittime. Mentre l'assassino se la ride in libertà. Gli altri genitori possono fare ogni cosa per aiutare i figli, possono anche dare la vita per sostenerli e proteggerli. Ma noi cosa possiamo fare per Chiara? L'unica cosa è renderle giustizia. La nostra paura è che se l'assassino non avrà mai un nome, l'anima di nostra figlia non avrà mai pace». Rita Poggi racconta la partenza per le vacanze, prima della notte del 13 agosto 2007, quando Chiara è stata uccisa: «Pensavamo di lasciarla in buone mani. La ricordo ancora la mia piccola, all'alba, ferma sul cancello, sorridente. Come se dicesse: "Stai tranquilla, mamma, andrà tutto bene". È l'ultima immagine che ho di lei».

STASI: ASSOLUZIONE NON È VITTORIA - Anche Stasi ha parlato, in un'intervista al Quotidiano Nazionale. Dice che gli anni passati con Chiara «sono stati i più belli della nostra vita» e attacca Rita Poggi: «Ha detto che ho dato a sua figlia gli anni più belli della sua vita, credo che non l’abbia dimenticato». Dopo la sentenza Stasi sta tornando alla normalità, «piano piano, è un processo lento. Sto riprendendo orari, abitudini, le cose della vita quotidiana». Ma per lui l'assoluzione non è stata una vittoria: «Non lo è. È stata quello che doveva essere perché io non ho fatto nulla alla mia fidanzata. Non è come vincere al Superenalotto, è il riconoscimento di quello che ho sempre detto». Dice di ricordare Chiara di continuo: «Quasi tutte le cose che faccio, che dico me la ricordano». E se si trovasse davanti l’assassino gli chiederebbe: «Perché?».

22 dicembre 2009




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Prega per un alunno, sospesa.

La Stampa


In Gran Bretagna il secondo caso di questo genere; in primavera un'infermiera, che si era offerta di pregare per una persona malata, aveva ricevuto delle sanzioni.
MARCO TOSATTI


Un’insegnante di appoggio cristiana è stata sospesa dal suo incarico di dare lezione ai bambini malati a casa, perché si è offerta di pregare per un’alunna malata. Olive Jones, 54 anni, di Weston-super-Mare, ha detto che la ragazzina era troppo malata per seguire una lezione. E l’insegnante ha deciso di parlarle della sua fiducia nei miracoli. Ma la madre della bambina ha detto che la famiglia non era credente, e ha sporto reclamo. Mrs Jones, che non aveva un contratto formale, è stata avvisata dalla Oak Hill Short Stay School che sarebbe stata sospesa. Mrs Jones ha visitato la sua alunna il 25 Novembre e ha detto di essere stata informata della decisione poche ore dopo l’incidente. 

L’insegnante part-time di matematica ha lavorato per la Oak Hill school a Nalsea vicino a Bristol per circa cinque anni. Ha detto: "se avessi fatto qualche cosa di criminale credo che la reazione sarebbe stata la stessa. E questo è come un marchio nero su mio nome e la mia figura quando si tratterà di ottenere referenze per un altro lavoro, solo perché ho condiviso quello che credevo, come se avessi commesso un gesto criminale. Volevo semplicemente incoraggiarli a essere aperti alla preghiera". Ha detto anche di essere stata chiamata dal direttore che le ha detto che condividere la sua fede con un bambino potrebbe essere equiparato al bullying. "Ero choccata. Tremavo. Sono sbalordita che un paese con tradizioni cristiane così forti sia diventato un posto dove è difficile parlare della tua fede". A febbraio un’infermiera, Caroline Petrie, amica di Olive Jones, era stata sospesa dal lavoro perché si era offerta di pregare per un paziente.




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Messico, via libera alle nozze gay

La Stampa

Primo matrimonio omosessuale di tutta l'America Latina

CITTA'DEL MESSICO


Città del Messico è da oggi la prima città dell’America Latina ad aver approvato il matrimonio tra omosessuali: è il risultato di una serie di cambiamenti nel codice civile approvato dall’assemblea legislativa della megalopoli latinoamericana.

Con 39 voti a favore, 20 contro e 5 astensioni, la "Asemblea legislativa" della capitale ha dato via libera alle modifiche nella normativa, dopo quanto deciso nel 2007, quando la stessa assemblea approvò le unioni civili tra persone dello stesso sesso. Nel mondo, solo alcun Paesi (Belgio, Canada, Spagna, Norvegia, Sudafrica, Svezia e Olanda) permettono i matrimoni omosessuali, oltre che alcune città degli Stati Uniti, ricordano i media locali.

I cambiamenti approvati oggi devono ancora avere il via libera dell’esecutivo della città e non contemplano d’altra parte l’adozione di figli da parte di coppie dello stesso sesso, aggiungono i media sottolineando la forte opposizione a quanto deciso dai legislatori da parte della Chiesa cattolica messicana.

Commentando il voto di oggi, il promotore dell’iniziativa, il deputato David Razù, ha precisato che «ogni uomo e donna ha diritto di sposarsi liberamente, senza alcuna restrizione sulla base del proprio orientamento sessuale». «Per molti secoli - ha aggiunto - leggi ingiuste hanno proibito i matrimoni tra bianchi e neri, o tra indios ed europei. Ora tutte queste barriere non ci sono più, e rimane in piedi un unico ostacolo: proprio quello contro il quale abbiamo votato oggi».

Del tema di matrimoni tra omosessuali si è parlato negli ultimi giorni anche in un’altra grande capitale latinoamericana, Buenos Aires, dove lo scorso primo dicembre erano in programma quelle che sarebbero state le prime nozze gay dell’intero continente. La cerimonia tra Alex Freyre e Josè Maria Di Bello è però saltata all’ultimo momento, dopo l’intervento della magistratura locale, che ha accolto il ricorso di un privato cittadino. In questi ultimi giorni, gli attivisti gay hanno lanciato in Argentina una campagna proprio per superare gli ostacoli posti dalla giustizia, e permettere così il matrimonio tra omosessuali.




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Bambini a rischio, il colosso Ikea ritira il seggiolone 'Leopard'

Quotidianonet


Il colosso svedese dell’arredamento per la casa "invita i clienti a smettere immediatamente di utilizzare il sedile e riportarlo indietro". I piccoli rischio anche il soffocamento



Roma, 22 dicembre 2009

L'Ikea, il colosso svedese dell’arredamento per la casa, "invita i clienti che hanno acquistato il seggiolone ‘Leopard’ a smettere immediatamente di utilizzarlo e a portare il sedile e la struttura al reparto Cambi & Resi del negozio Ikea, dove riceveranno il rimborso". Il seggiolone, da quanto si legge in un comunicato diffuso dall'azienda, risulta pericoloso per l’incolumità dei bambini che rischiano addirittura di soffocare.

"La chiusura a scatto che fissa il sedile alla struttura potrebbe rompersi e causare la caduta del sedile all’interno della struttura, provocando la caduta del bambino - spiega la nota - se si staccano, le chiusure a scatto potrebbero comportare un rischio di soffocamento".

Ikea ha ricevuto undici segnalazioni di rottura delle chiusure a scatto. "In un incidente - prosegue la nota - il sedile sul quale era seduto un bambino è scivolato all’interno della struttura e ha riportato alcuni lividi sulle gambe. In un altro incidente un bambino ha messo in bocca una chiusura a scatto che si era staccata, ma questa è stata rimossa prima che potesse causare danni seri. Non sono stati segnalati altri incidenti o lesioni".

Il comunicato si chiude con le scuse alla clientela e l’indicazione di numeri ed e-mail a cui possono rivolgersi i clienti per ulteriori informazioni: RPIT ikea.com, Tel.02-9292721




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Corte californiana respinge la richiesta di archiviazione

Il Tempo

Un tribunale d'appello di Los Angeles ha respinto oggi la richiesta dei legali del regista Roman Polanski di archiviare il caso contro di lui, nato dagli abusi sessuali inflitti 30 anni fa dall'artista ad una minorenne.


La richiesta di archiviazione presentata dai legali di Roman Polanski per la violenza commessa dal regista franco-polacco su una tredicenne nel 1977 è stata respinta da una corte d'appello californiana. La domanda era stata presentata all'inizio del mese dalla difesa di Polanski, attualmente agli arresti domiciliari nella sua villa di Gstaad, in Svizzera, in attesa di essere estradato negli Stati Uniti.

Nel motivare la richiesta di archiviazione il 10 dicembre scorso, l'avvocato del regista, Chad Hummel, aveva sostenuto davanti ai tre giudici della corte d'appello californiana che il magistrato che giudicò colpevole Polanski all'epoca dei fatti commise gravi errori procedurali. Nel frattempo il magistrato, Laurence Rittenband, è morto.




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Fini si regala l’orologio della X Mas

di Francesco Cramer


Roma - Ma chi l’ha detto che Gianfranco Fini ora c’ha la passione per il rosso? Mica vero: e siccome al cuor non si comanda, ecco il presidente della Camera tornare in versione camerata durante lo shopping natalizio. «Bello l’orologio: a noi!». E quell’aggeggio evocativo della gloriosa «Decima Mas» diventar suo. Un ritorno di Fiamma, insomma. «Nostalgia, nostalgia canaglia», cantavano Al Bano e Romina Power alla fine degli anni Ottanta. «... Che ti prende proprio quando non vuoi...», avrà canticchiato l’ex capo del Msi l’altro giorno, nel fare compere nel centro della capitale assieme alla compagna Elisabetta Tulliani e alla figlia Carolina.

L’acquisto, si racconta sul numero di Vanity Fair in edicola domani, è avvenuto nella nota e centralissima gioielleria Menichini di Roma. Titolo del servizio: «Incursione nello shopping», visto che nel negozio di piazza di Spagna 1 l’ex leader di An è rimasto letteralmente affascinato dal «Raid»: speciale orologio dedicato alla Flottiglia Marina della X Mas 1941-1945, cassa in acciaio, bracciale in caucciù, movimento automatico. Non è dato sapere se Fini, noto appassionato di immersioni, sia stato rapito più dal fatto che l’orologio è in grado di scendere fino a 200 metri sotto il livello del mare o dall’involucro dello stesso. 

Il «Raid» viene fornito infatti con una speciale scatola in legno con targhetta contenente il modellino del sottomarino, lo stemma della flottiglia, un cinturino di scorta, un cacciavite per la sostituzione del cinturino ma soprattutto un libretto con la storia della «Decima Mas». Quanti bei ricordi... «Quant’è?». «1.490 euro». «Perbacco...». Ma quando ci sono di mezzo cuore, radici, sentimenti... Be’... «A noi! Cioè... A me! Sì, insomma... Lo compro!». Chissà se strisciando la carta di credito ha pure gorgheggiato tra sé e sé lo storico inno: «Quando pareva vinta Roma antica, sorse l’invitta X Legione; vinse sul campo il barbaro nemico, Roma riebbe pace con onore». 

Qualche maligno sostiene che, uscito dalla gioielleria, girato l’angolo, si sia infilato in un negozio di dischi per acquistare l’ultimo cd dei «Neri per caso» ma di questo non si hanno conferme. Di certo c’è che no, da Fini non vi è stato alcun cedimento a Gramsci, al «Che», a Fidel e al «Bella ciao». E a parte il fatto che di orologi con l’effigie di Croce e Gobetti non se ne vedono in giro, da che mondo è mondo al polso si portano i simboli cari, gli stemmi di affetti veri. E poi, in fondo, il polso chi lo vede più? Il braccio non è teso da un pezzo ormai e i saluti non sono più romani ma istituzionali o, al massimo, laziali. Della serie: scurdammoce ’o passato. Un passato che il vecchio amico Gasparri vorrebbe volentieri far ricordare al Gianfranco versione Camera senza «ta» finale: «A Fini regalerei il film Berretti verdi: lui racconta sempre di essere diventato di destra perché dei giovani di sinistra impedivano l’ingresso al cinema dove proiettavano la pellicola con John Wayne. Così rivedendolo avrà quell’impulso sanamente e pienamente di destra».




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L'Idv: "Campagna d'odio? Autore è il premier" Gasparri: "Pericoloso per democrazia, come Br"

di Redazione

Scambio di battute infuocate tra il senatore dell'Idv Pardi e il presidente del Pdl a Palazzo Madama. Pardi: "La campagna d'odio è una balla, l'unico odio è quello di Berlusconi". La replica immediata: "Levare di torno il Cavaliere questa è la parola d’ordine della violenza della sinistra"

 


Roma - Nel clima di distensione ecco la fiammata dell'Idv. "La campagna d'odio?" esplode Pancho Pardi a Omnibus, su La7. "E' orchestrata dal premier". A stretto giro la replica di Maurizio Gasparri, capogruppo Pdl al Senato: "E' pericoloso per la democrazia, come le Br". 

Pardi a La7 "Questa storia della campagna di odio è una balla insopportabile. Tutte le manifestazioni degli ultimi anni - ha proseguito - anche quelle spontanee, sono state sempre pacifiche. La campagna di odio semmai ha un autore fondamentale che è il presidente del Consiglio. Berlusconi infatti si è sempre scatenato con insulti contro gli avversari. A cambiare il clima d’odio - ha continuato Pardi - ci pensi innanzitutto il premier quando se la prende con il presidente della Repubblica o con la Corte costituzionale. 

Non credo poi che ci sia questo estremo bisogno di riforme costituzionali. L’unica legge che andrebbe cambiata - sostiene Pardi - è la legge elettorale. Infatti l’aspirazione del presidente del Consiglio, che era ineleggibile e incompatibile con l’esercizio del potere politico, è avere un rapporto diretto con il popolo. Ma quando si invoca il consenso popolare si dice una menzogna perché - ha concluso Pardi - la nostra non è una Repubblica presidenziale, anche se siamo stati costretti a votare con una legge elettorale infame che appunto andrebbe cambiata". 

Gasparri tuona "Levare di torno Berlusconi, questa è la parola d’ordine della violenza della sinistra anche se la dicono durante la pubblicità, come ha fatto Pardi, perché si vergognano". Questa la replica di Gasparri. Commentando una frase del senatore dell’Idv Gasparri ha continuato dicendo che "Pardi è una persona pericolosa per la democrazia, è come le Brigate rosse, solo Curcio parlava così. La violenza è alimentata anche da chi, come Pardi, usa un linguaggio terroristico che poi pazzi di turno trasformano in oggetti lanciati. Quindi - ha concluso Gasparri - gente come Pardi è incompatibile con la democrazia".




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Finlandia: treni in ritardo per la neve? Al massimo 5 minuti tre giorni all'anno

Corriere della Sera


Convogli e carrozze nuove e un'adeguata manutenzione della rete permettono di viaggiare con ogni clima



Un treno finlandese

HELSINKI (FINLANDIA) - Proprio oggi, in Finlandia, vari treni sono stati soppressi o sono arrivati in ritardo. Problemi dovuti all'inverno scandinavo? Niente affatto. I macchinisti sono entrati in sciopero. Al di là di questo fatto contingente, i treni finlandesi (e anche quelli degli altri Paesi scandinavi) sia in estate che in inverno corrono veloci come fulmini. Come spiega Carola Björklöf, dell'Ufficio stampa delle Valtion rautatiet (le ferrovie statali finlandesi): «In Finlandia i treni hanno problemi dovuti alle basse temperature in media solo per 3-5 giorni all'anno.

Il 30% dei treni, in questi 3-5 giorni, accumula dei ritardi di circa cinque minuti. Ovviamente, la media comprende anche i treni a lunga distanza come - per esempio - la tratta tra Helsinki e la Lapponia (800-1.000 km). L'efficienza della rete ferroviaria è dovuta a molti fattori: un parco locomotive e carrozze quasi tutte nuove che hanno, comunque, una manutenzione e un controllo quotidiano di tutte le parti «critiche», vale a dire riscaldamento e porte; rotaie e linee elettriche sono state costruite tenendo conto dell'inverno, della neve e del gelo; tutti gli scambi sono riscaldati e durante i mesi invernali vengono puliti ogni giorno con speciali attrezzature. In sintesi: la rete ferroviaria viene tenuta costantemente sotto controllo».

POCHI PROBLEMI - Quando fa molto freddo, con punte di 20-30 e anche più gradi sottozero e la neve è superiore ai 15 cm, i (pochi) treni vecchi hanno qualche problema in più, come ci conferma la signora Björklöf: « In genere, vi sono problemi ai freni a alle porte che si aprono e chiudono automaticamente. Riguardo al Pendolino, costruito dalla Fiat, i problemi sono scarsi: basta ridurre la velocità per superarli». In Finlandia quello che avviene per i treni (quasi sempre puntualissimi) si ripete per gli autobus e la circolazione su strada. Nonostante le forti nevicate (in inverno quasi quotidiane) una efficientissima rete di spazzaneve si mette in moto e ripulisce strade statali e vie cittadine in poco tempo.

Paolo Torretta
22 dicembre 2009



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Le webcam dell'Hp sono razziste

Corriere della Sera

l software che permette di seguire i movimenti
degli utenti non riconosce le persone di colore

MILANO - Non importa se sei bianco o nero, ma per le webcam installate nei nuovi computer HP il colore della pelle sembra invece essere tutto. In un video, che in queste ore sta scalando le classifiche del web, si accusa l'azienda produttrice di Pc più grande al mondo di vendere computer "razzisti". «Stiamo lavorando al problema», ha spiegato la società californiana.

TECNOLOGIA - Il software usato sui nuovissimi Pc prodotti da Hp consente il riconoscimento facciale e permette alla webcam di seguire automaticamente l'utente quando si muove da una parte o dall'altra e di zoomare avanti e indietro durante una sessione video in chat. Ed è proprio qui che starebbe la clamorosa gaffe: il sistema, chiamato "face tracking", sembra incapace di riconoscere le persone con la pelle nera. La prova dell'apparente malfunzionamento arriva nel breve filmato pubblicato recentemente su YouTube: Desi, un afroamericano, testa la nuova tecnologia con Wanda, una collega di lavoro bianca. La webcam sembra riconoscere quest'ultima con facilità. Non così per Desi: la webcam non si muove di un millimetro. «Penso che la mia pelle scura interferisca con l'abilità del computer di seguirmi», dice Desi nella clip.

ERRORE - Dopo il tam tam su blog, forum e portali tecnologici, Hewlett-Packard ha riconosciuto l'errore con un post pubblicato sul blog ufficiale della società. Tony Welch, uno dei responsabili della divisione Pc a Palo Alto, ha spiegato che la compagnia sta esaminando il problema molto seriamente: «La tecnologia che usiamo è sviluppata su algoritmi standard che misurano la differenza nell'intensità di contrasto fra gli occhi e la guancia superiore e il naso», ha spiegato Welch. Probabilmente, spiega Hp, è un problema di «insufficienza d'illuminazione» e «difficoltà nel catturare i contrasti». Tuttavia, come notano giustamente alcuni utenti, entrambi i visi nella clip erano chiaramente visibili e ambedue perfettamente illuminati. «I computer Hewlett Packard sono razzisti«, spiega Desi senza mezzi termini, aggiungendo però scherzosamente: «La cosa peggiore è che ne ho comprato uno per Natale».

MICROSOFT SBIANCATO - Meno di quattro mesi fa anche il gigante Microsoft fu protagonista di una gaffe simile: il colosso informatico di Redmond si dovette affrettare a chiedere scusa per aver fatto qualche ritocco, correggendo al computer il colore della pelle di uno dei protagonisti nella sua versione polacca di una pubblicità. Il testimonial nero, presente sulla versione americana, era diventato bianco latte in quella polacca. Peccato che in quell'occasione il responsabile dell'operazione si fosse dimenticato di ritoccare anche le mani.

Elmar Burchia
22 dicembre 2009



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Dalle carte di Lukashenko le storie degli italiani dispersi

Corriere della Sera


Archivi segreti Palazzo Chigi traduce i 4 volumi regalati a Berlusconi

Le due vite di Giuseppe Lombardi, rifugiato a Mosca

 

ROMA - Giuseppe Luigi Lombardi, figlio di Vincenzo, nato a Voghera, di famiglia operaia, iscritto al Pci dal 1921, ricercato in Italia per l'eccidio di alcuni fascisti, riparò in Russia come emigrato politico. A Mosca fu aiutato da compagni italiani a trovare un lavoro, in un impianto di galvanoplastica. Frequentò l'Accademia militare di Leningrado. Divenne colonnello dell'Armata Rossa ed ebbe quattro figli. La sua vita cambiò per la seconda volta l'11 luglio del 1938. Arrestato a Borisov, in Bielorussia, per spionaggio, Lombardi fu condannato a tre anni di lager dall'Nkvd di Stalin. Liberato nel 1941, pochi mesi dopo venne arrestato dagli occupanti tedeschi. Liberato ancora, questa volta dai nazisti, l'anno successivo, morì tre giorni dopo la fine del suo calvario.


Italiani in Russia
Italiani in Russia
Potrebbero esserci anche gli atti del processo, degli interrogatori e della condanna di Guron Ivan Gerardovich, il nome che Lombardi prese in Russia, nelle carte che il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko, ha consegnato il 30 novembre scorso, a Minsk, al presidente del Consiglio. Quattro grandi volumi pieni di documenti provenienti dagli archivi dei servizi di sicurezza bielorussi, in parte in cirillico, in parte in tedesco, attualmente in fase di traduzione da parte di Palazzo Chigi.

Sul contenuto di queste carte, del «regalo» che a sorpresa Lukashenko ha fatto a Berlusconi, si sa ancora poco. Sono frutto di una «ricerca certosina», come ha dichiarato il presidente bielorusso. La traduzione non è ancora completata, come sia il sottosegretario Gianni Letta che Gianni De Gennaro, che coordina i nostri servizi segreti, hanno dichiarato giorni fa alla commissione parlamentare che si occupa della materia.

Quando lo sarà il governo farà una valutazione globale del contenuto, dovrà informare le famiglie italiane interessate a conoscere il destino di tanti loro cari morti o scomparsi nei campi di prigionia russi, quindi trasmettere le carte al Parlamento. Da un primo esame del materiale emergono però alcuni dati certi. Lukashenko ha donato al Cavaliere carteggi riservati di storie processuali, giudiziarie, di persecuzione politica, che riguardano alcune centinaia di nostri connazionali. Fra i dossier in cirillico uno riguarda un elenco di 124 italiani scomparsi in quelle terre, un altro un elenco di altre 30 storie che non sono state ancora mai raccontate.

Un terzo blocco di carteggi riguarda atti d'interrogatorio di cittadini bielorussi, negli anni '60. Persone e famiglie che abitavano nelle zone in cui durante la Seconda Guerra Mondiale si trovava un campo di prigionia tedesco, in cui erano detenuti anche nostri connazionali. Dopo l'8 settembre molti italiani catturati dai nazisti furono mandati proprio nella cosiddetta Russia Bianca, in tanti casi vi trovarono la morte. Alcune di queste storie potrebbero ora essere ricostruite nella loro interezza, così come potrebbe accadere per alcune delle decine di migliaia di storie che riguardano i soldati dell'Armir mai ritornati in Patria.

Un quarto blocco di carte sono ancora storie di prigionieri italiani in quelle terre, ma è scritto in tedesco e si occupa anche di prigionieri russi. Anche in questo caso potrebbe riguardare un campo di prigionia della Wehrmacht, durante l'occupazione nazista della Bielorussia. Ovviamente al termine di questo lavoro di traduzione andranno fatti riscontri, verifiche, valutazioni comparate e storiche. Gli archivi di provenienza, ha dichiarato Lukashenko, sono sia russi che bielorussi. I servizi segreti di Minsk si chiamano oggi Kgb, quelli di Mosca hanno chiamato nome, Fsb.

I primi erano anche un apparato territoriale dei secondi sino ai primi anni '90. Un grande lavoro di ricostruzione di quegli anni e di tante storie è stato fatto dal centro studi Memorial di Mosca insieme alla Fondazione Feltrinelli di Milano. Traduttori e storici, fra qualche mese, potrebbero avere altro materiale su cui lavorare.

Marco Galluzzo
22 dicembre 2009



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L'inglese inventato di Celentano spopola negli Usa e su Internet

Corriere della Sera


Una vecchia canzone di Adriano viene improvvisamente riscoperta grazie alla rete. E scoppia la mania





MILANO – Il molleggiato lo aveva detto, già nel lontano 1994, che la sua Prisencolinesinanciusol (canzone del 1972 il cui testo si basava su un vocabolario di sua invenzione) era un rap ante litteram. 
 
ADRIANO LO AVEVA DETTO - E ora i molti che lo derisero ricevono un sonoro schiaffo morale, tirato metaforicamente dal celebre scrittore e blogger statunitense Cory Doctorow, che scopre Adriano Celentano molti anni dopo e lo cita nel suo prestigioso blog Boing Boing come esempio di quanti cantano l’inglese senza conoscerlo e come simbolo del fascino dello slang finto-anglofono. Il columnist rilancia casualmente il pezzo e accade che una folla di blogger giovani e «molto avanti» sente questo brano di 40 anni fa, senza conoscere minimamente il molleggiato, e lo trova incantevole, attuale, originale. È subito Celentano-mania, gli Stati Uniti rimangono colpiti dall’eclettico artista e vedono in lui e nel suo stile l’invenzione del genere rap e il futuro della musica.

ALCUNI POST «Celentano è una leggenda, un precursore dell’innovazione musicale» afferma l'utente Gjashley, mentre BdgBill lo cita come esempio per come dovrebbe evolversi la musica rock odierna. Qualcuno se la prende con Boing Boing: «E ci arrivate adesso?! Complimenti per il tempismo», ironizza qualche blogger. Junglemonkey celebra il suono dell’inglese per le orecchie straniere: «Ma è meraviglioso se questo è il suono della lingua inglese!». «E' come ascoltare Bob Dylan» gli fa eco un utente anonimo.

RECENSIONE SPONTANEA - I commenti che si susseguono su Boing Boing sono entusiasti. Qualcuno paragona Adriano ad artisti come Elvis Presley, i REM e i Radiohead. La webzine Wired la definisce una delle migliori recensioni spontanee collettive. Dopo 40 album pubblicati, 30 film e 150 milioni di copie vendute in tutto il mondo, Celentano sbarca finalmente negli States. E questo grazie a Internet, ai blog e a un signore (Cory Doctorow appunto) talmente avanti da definire Facebook «la pornografia del sociale». Avresti mai pensato, Adriano, di essere così rock?

Emanuela Di Pasqua
21 dicembre 2009



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Sono Mohamed, mi hanno rubato il Natale

di Marcello Veneziani


Salve, sono Mohamed Venez-Janiì, bambino musulmano di anni dieci. Stamattina ero contento di andare a scuola perché dovevamo andare a vedere il presepe e a festeggiare con i canti di Natale. Invece stamattina la maestra ha detto che per rispetto nei miei confronti si resta in classe e non si festeggia Natale. Gesù Bambino è troppo offensivo per noi islamici, ha detto, la Madonna vergine, devota e madre, è un insulto ai diritti delle donne, i Re Magi sono tre offese alla Costituzione repubblicana, gli Angeli sono una presa in giro dei trans, il bue e l’asinello sono un’offesa ai diritti degli animali ridotti a termosifoni della grotta, e il panettone è un insulto consumista alla fame nel mondo.

Ma il Natale tutto, ha detto, mortifica quelli come me, che non sono cristiani, ci offende e ci prende pure in giro perché ci riduce nel presepe a beduini, pastori e cammellieri.

Ma la maestra non sa che per noi islamici beduini non è un’offesa, e nemmeno pastori e cammellieri. Mio zio è cammelliere e ha pure le capre e io da grande volevo fare il beduino. Comunque Natale non si festeggia per rispetto mio. La maestra della classe accanto, più furba, ha trasformato il Natale in festa della luce: io non lo so, perché vengo da lontano, ma forse a Natale si festeggia la santa natività dell’Enel. La maestra del piano di sotto, invece, non ha fatto festeggiare e ha spogliato l’albero di tutte le palle luminose perché quattro ladri hanno rubato l’insegna ad Auschwitz; ma non ho capito che c’entra con Gesù Bambino.

Non vi dico la rabbia che mi ha preso quando ci ha detto che non si andava più a cantare «Tu scendi dalle stelle» e non si mangiava più il panettone per rispetto di noi islamici. E non solo mi sono arrabbiato perché ci hanno tolto una bella mattinata di festeggiamenti, ma questa cosa che non si festeggia perché ci sono io musulmano mi ha fatto odiare per la prima volta da tutti i miei compagni di classe perché hanno capito che a causa mia e della mia famiglia non si festeggia Natale e non si canta ma si interroga e si fanno i compiti.

Mi hanno preso per uno che piange e si arrabbia se gli altri festeggiano, non ama il Bambinello e detesta la Madonna come il Panettone. Dicono che vengo dalla Rabbia saudita. Non mi invitano più alle feste perché pensano che io sono contrario e gliela tiro. Vedono me, mia madre Fatima e mio padre Alì, come guastafeste e anche un poco terroristi. E invece non è vero: a me piace Natale e a casa mia di solito a Natale si mangia l’Agnellone perché pure per noi è una mezza festa, mi è simpatico il Bambinello, la gente intorno al presepe è tutta delle parti mie, non c’è nemmeno un personaggio padano o inglese. Tutti mediorientali come me. Salvo gli angeli che sono come le hostess degli aerei, vivono in cielo e non hanno una terra loro.

Questa storia che si deve rispettare me che sono islamico mi ha stufato. Il giorno prima della festa di tutti i santi, la mia maestra ha detto che non dobbiamo festeggiare perché si offendono non solo gli islamici, gli ebrei e i non credenti ma pure i protestanti. Poi, d’accordo con il capo d’istituto, ci ha riuniti tutti intorno alla cattedra e ha tolto dal muro il crocifisso. Ha detto che quel segno lì, sperduto sul muro a fianco alla lavagna, che non avevo mai notato, offendeva me e tutti quelli che come me non credono e non pregano per Cristo.

A me è dispiaciuto vedere quel poveretto magro magro e già sofferente, pieno di sangue e con quei chiodi conficcati nelle mani e nei piedi, finire in una busta di plastica e andare chissà dove; raccolta differenziata, almeno spero. I miei amici dicevano: ma che ti ha fatto Gesù Cristo, che ha fatto alla tua famiglia? E io non sapevo cosa dire perché non mi aveva fatto niente, non mi offendeva affatto, mi faceva pena. Mio padre ne aveva parlato pure bene, diceva che era un profeta, comunque una brava persona. E non ce l’aveva con noi musulmani né tifava per gli americani anche perché quando c’era lui, non c’erano ancora né l’Islam né l’America.

Ma ora che la maestra ha tolto il crocifisso, l’albero, il presepe, la festa di Natale, i canti e le preghiere perché offendevano me, una mia amichetta ha detto: ma perché sei così incazzuso e ti offendi per ogni cosa che abbiamo e festeggiamo noi? Ma io non mi offendo affatto, è lei, la maestra, che dice così. Ho paura che ci toglieranno pure Pasqua perché offende noi musulmani. Ho paura che si inventeranno qualcosa per toglierci pure le vacanze dell’estate e diranno che non si fanno perché noi musulmani odiamo il mare e preferiamo il deserto. Bugia, a me piace il mare. Io non so perché voi italiani vi vergognate di fare le cose che avete sempre fatto, di far vedere agli altri le cose che vi piacciono da sempre; non volete farci capire che pure voi avete un dio, solo che lo chiamate e lo vedete in altro modo.

Ho l’impressione che questa maestra - che legge la Repubblica ma siccome è pluralista, come dice lei, porta a volte in classe l’Unità, Il fatto e Il manifesto - trova la scusa che c’è in classe l’islamico ma è lei che non sopporta il Natale. Forse perché s’annoia, forse perché da bambina perdeva a tombola, forse perché il marito la trova racchia, o non so, perché detesta la Croce, il Papa e tutti i suoi dipendenti. A me il presepe piace; mi piace meno quel panzone vestito di rosso, Babbo Natale, che mi sembra un pagliaccio carico di vizi, pensa solo a ingrassare e a farci ingrassare e mi fa pure paura perché è travestito.

Anzi una volta ho chiesto alla maestra come si dice di uno che ama i bambini? E lei mi ha detto «pedofilo». Babbo Natale allora è pedofilo. Perché non lo mettete in galera? Ma poi non dite che lo fate per rispetto del bambino islamico. Smettetela perché se andiamo avanti così, nessuno mi invita più a giocare insieme. Non avete capito che a forza di rispettarmi, mi state escludendo da ogni vostra festa. Comunque ora che non ci sente la maestra dico la parolaccia: Buon Natale.



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