mercoledì 23 dicembre 2009

Video-choc: il kamikaze di Peshawar

Corriere della Sera

Le telecamere di sicurezza riprendono l'attentatore

Video



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L'album Panini si dimentica uno scudetto della Roma

Corriere della Sera


Il direttore: «Deprecabile errore tipografico, ci cospargiamo il capo di cenere»

 


L'album Panini
L'album Panini
ROMA - Un errore tipografico e la frittata è fatta: la Roma ha vinto solo due scudetti invece dei tre nel 1942, nel 1983 e nel 2001. L'album dei calciatori 2009-2010, Panini Modena, ufficialmente non ancora presentato ma già in edicola, assegna nell'albo d'oro vicino allo stemma della Roma soltanto due scudetti

SEGNALAZIONE DEI TIFOSI - Visto l'alto numero di copie dell'album già venduti nelle edicole della capitale, la cosa non è sfuggita a molti tifosi che hanno cominciato a chiamare le varie radio locali, una delle quali, Centro Suono Sport dalle cui frequenze viene irradiata una trasmissione molto seguita nella capitale, si è fatta diretta portavoce del malcontento dei romanisti, chiamando direttamente l'azienda di Modena.

«ERRORE DEPRECABILE» - «È vero - conferma il direttore commerciale della Panini Antonio Allegra - ed anche a loro abbiamo fatto le nostre scuse, che peraltro estendo a tutti i romanisti. È stato un deprecabile errore tipografico e ci cospargiamo il capo di cenere, ma la Panini è fatta di essere umani, e quindi anche noi possiamo sbagliare». «Adesso stiamo studiando - continua Allegra - un modo per poter dare la possibilità a chi ha già comprato l'album di cambiarlo. Roma è una piazza per noi molto calda, con tanti collezionisti, quindi ci teniamo in modo particolare. Siamo dispiaciuti, ma posso garantire che presto nelle edicole si troveranno soltanto gli album giusti».

UN RISARCIMENTO - «Certo per quelli già stampati possiamo fare poco, se non studiare una forma di 'risarcimento'. Ci scusiamo anche con la As Roma, con la quale abbiamo avuti contatti informali». Intanto, in attesa della presentazione ufficiale dell'album dei calciatori Panini, sta andando bene («al di là delle aspettative», precisa Allegra) la raccolta delle figurine dei campioni del basket Nba. «Stiamo avendo un buon ritorno, e non solo in Italia. Siamo molto soddisfatti», dice Allegra.

Ma visto che una delle figurine di Kobe Bryant, quella inserita fra quelle degli altri giocatori dei Lakers, è praticamente introvabile non è che il fuoriclasse Usa sta diventando un secondo Pizzaballa? «Questa è un'utopia, al giorno d'oggi non ci sono figurine più 'difficili' - risponde Allegra -. Io posso garantire di aver visto andare in stampa i fogli con quella figurina di Bryant»

23 dicembre 2009




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Magliana, giallo sulla sepoltura del boss Sentiti i rettori di Sant'Apollinare

Corriere della Sera


I pm di Roma vogliono capire come e perché i familiari di De Pedis ottennero dal Vaticano una tomba nella Basilica


Un' immagine d' archivio del boss della malavita romana Enrico De Pedis (Ansa)
Immagine d' archivio del boss della malavita romana Enrico De Pedis (Ansa)
MILANO - Perché la salma di Enrico De Pedis, il boss della banda della Magliana noto come «Renatino», è stata sepolta nella basilica di Sant'Apollinare? A questa domanda prova a dare una risposta la procura di Roma.Nell'ambito degli accertamenti avviati anche con la testimonianza bis di Sabrina Minardi, la superteste che ha accusato Renatino del rapimento e dell'omicidio di Emanuela Orlandi su ordine del cardinale Paul Marcinkus, sono stati sentiti come testimoni dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, monsignor Pedro Huidobro, appartenente all'Opus Dei, rettore della Basilica, e l'ex rettore, monsignor Pietro Vergari. La procura ha anche sentito la vedova di De Pedis, Carla Di Giovanni. Il boss della banda della Magliana fu ucciso in un agguato a Roma il 2 febbraio del 1990. 
 
INTERROGATIVI - Negli scorsi anni si era ipotizzato che nella tomba dove è seppellito De Pedis ci fosse anche il cadavere di Emanuela Orlandi. Ipotesi avanzata sulla scorta di una telefonata fatta da un ignoto - riconosciuto dalla Minardi e identificato dalla procura - alla trasmissione Chi l'ha visto. Quel suggerimento telefonico, suggestivo quanto irreale, spinse gli inquirenti ad ispezionare la tomba a Sant'Apollinare. Ora invece il procuratore aggiunto Capaldo vuole fare chiarezza sul perché della sepoltura di Renatino nella Basilica e su come i familiari dell'ex boss abbiano ottenuto il via libera alla sepoltura del loro congiunto in un luogo sacro e appartenente come giurisdizione alla Città del Vaticano.




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Letterina di Di Pietro: col diavolo niente dialogo

di Redazione

Il leader dell'Idv sul suo blog scrive una lettera di Natale dando del "diavolo" a Berlusconi: "Vuol cambiare la Costituzione per non farsi processare. E c'è anche chi vuole fare gli inciuci dialogando con lui. Liberaci con il voto democratico di questo diavolo al governo"



Roma - "Gesù Bambino apri gli occhi a coloro che, invece di fare opposizione, decidono di fare inciuci con questa maggioranza". Lo scrive sul suo blog Antonio Di Pietro, in una lettera di Natale, in cui ribadisce che non è possibile il dialogo sulle riforme perché "del diavolo non ci si può fidare". 

"Caro Gesù Bambino - scrive il leader di Idv - adesso dicono che bisogna riaprire la stagione del dialogo. E se la prendono con noi perché a questo tavolo del dialogo non ci sediamo. Ma, caro Gesù Bambino, tu lo sai bene com’è fatto il diavolo. Tu lo sai bene che non ci si può fidare di lui e con alcune persone, soprattutto con il diavolo, non si può dialogare". 

Inciuci "Nel nostro Paese - si legge ancora - c’è un diavolo al governo che pensa di usare le istituzioni solo per farsi gli affari suoi. Che vuole addirittura cambiare la Costituzione perché nella Carta non è previsto che lui non può essere processato. Questo diavolo vuole che nella nostra Costituzione ci sia scritto che alcune persone (lui!) non possono essere processate, non che non possono commettere reati, intendiamoci.

Lui questo lo chiama dialogo. E, come tu sai, caro Gesù Bambino, capita spesso che qualcuno abbocchi e dica: 'Vabbè andiamo a dialogare'. Caro Gesù Bambino - prosegue Di Pietro - l’anno prossimo mettici in condizione di liberarci politicamente, attraverso l’esercizio democratico del voto, di questo diavolo al governo.

Soprattutto mettici in condizione di far comprendere ai cittadini italiani che non devono cadere nel trabocchetto dando il loro voto di fiducia a persone che fanno credere di fare il loro interesse, ma che in realtà fanno solo gli interessi propri. Gesù Bambino apri gli occhi a coloro che, invece di fare opposizione, decidono di fare inciuci con questa maggioranza".



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Consolato egiziano: lavoro per tutti Ma dev'essere rigorosamente in nero

di Marcello Foa

Negli ultimi dieci anni solo un funzionario è stato regolarizzato. E chi si lamenta viene licenziato


Il consolato egiziano di Milano? Ha qualche problema con gli abusivi. Non solo tra gli emigrati che ogni giorno chiedono assistenza e informazioni, ma anche dietro gli sportelli, tra i funzionari che dovrebbero garantire il pieno di rispetto delle leggi. Già, perché l’ufficio di rappresentanza diplomatica del Cairo tende ad assumere il personale locale in nero. Poco importa che si tratti di italiani o di egiziani: chi è reclutato direttamente a Milano, e dunque non è in trasferta dal Cairo, quasi mai ottiene di essere messo a norma, benché gli accordi tra i due governi prevedano l’equiparazione con i contratti della Farnesina. E non da ieri, a quanto pare è una consuetudine che dura da trent’anni.

Basta recarsi in tribunale per averne conferma. L’elenco dei dipendenti che negli ultimi anni hanno fatto causa al consolato è lungo e risponde, tra gli altri, ai nomi di Mohammed Idris, Said Hashem, Mohammed Hafifi, Ashuad Awad, nonché di cittadini italiani, persino di una domestica filippina. L’ultimo caso è quello di Ehab Khalil ed è clamoroso. Fino allo scorso settembre quest’uomo di mezza età dall’aspetto mite e i modi cortesi - che ha accettato di raccontare la sua storia al Giornale - aveva il compito di mantenere i rapporti con le questure del Nord Italia e con le magistrature per i procedimenti penali che riguardano cittadini egiziani. E quando, lo scorso luglio, il presidente Mubarak venne in visita a Milano, gli fu affidato il coordinamento con le autorità di polizia italiane e con i servizi segreti egiziani per la sicurezza nei tre alberghi occupati dalla delegazione egiziana. Il giorno della partenza accompagnò addirittura in aeroporto i piloti del jet personale del presidente. Un insospettabile, un uomo degno della massima fiducia e di incarichi di grande responsabilità. Eppure, per quanto incredibile, un irregolare.
«Il consolato mi aveva assunto a giugno e all’inizio sembrava che fosse tutto normale. Mi avevano chiesto il permesso di soggiorno, il codice fiscale, la tessera Asl, eccetera per regolarizzare la mia posizione», racconta. Khalil conosce bene le norme italiane. È residente nel nostro Paese dall’89 e per vent’anni ha lavorato come broker turistico. L’assunzione al consolato sembrava l’occasione della vita.

«Il primo mese mi consegnarono lo stipendio in contanti, dentro una busta, ma mi pregarono di pazientare un po’, perché per formalizzare l’incarico dovevano ricevere il via libera dal Cairo e i tempi della burocrazia erano lunghi. Non me ne preoccupai troppo, pensai che, non appena risolto questo inghippo, avrebbero versato gli arretrati all’Inps». E invece le settimane passarono senza che nulla accadesse. Al mattino Khalil firmava il registro di entrata del consolato, in zona Loreto, alla sera quello di uscita. Ma alla fine dei mesi di luglio e di agosto anziché ricevere il regolare cedolino con versamento dello stipendio in banca, si vide consegnare la solita busta piena di banconote.

Poi in settembre, la sorpresa. Benché avesse ricevuto molti apprezzamenti per il suo comportamento durante la visita di Mubarak e per la professionalità dimostrata nello sbrigare altre pratiche consolari, gli annunciarono il licenziamento, maturato pochi giorni dopo l’insediamento del nuovo console. Questione di costi. «Non dipende da noi», gli dissero. Traduzione: il governo del Cairo ci impone di risparmiare. «Ma non era vero, perché al mio posto hanno inviato dall’Egitto un funzionario del ministero, prossimo alla pensione, che non parla italiano, non conosce le leggi del vostro Paese e che, essendo in missione all’estero, costa molto più di me», racconta Khalil, che se ne sarebbe fatta una ragione se perlomeno il consolato lo avesse messo in regola con l’Inps, riconoscendogli i diritti previsti dalla legge italiana. «E invece mi hanno allontanato su due piedi, dandomi, sempre in contanti, un solo stipendio come liquidazione».

Khalil ha denunciato la rappresentanza diplomatica. E ha scoperto che la sua non era affatto un’eccezione. Negli ultimi dieci anni solo un funzionario è stato messo in regola. Le cause dei suoi ex colleghi fioccano, ma soltanto a fine rapporto, perché chi osa prima viene licenziato in tronco e si ritrova senza tutela, in quanto irregolare, come ben sa il povero Khalil, che è disperato, senza sussidio di disoccupazione, senza lavoro.

Oggi due dei tre dipendenti assunti dal consolato egiziano con (ipotetico) contratto locale sono costretti a lavorare in nero. Un’anomalia, un paradosso, che fa sorgere, a noi italiani, un dubbio. Come possiamo pretendere dagli immigrati egiziani il rispetto delle nostre leggi, se a violarle è proprio il loro consolato?




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Russia, quella strana voglia di Stalin

di Marta Allevato




I sondaggi continuano a segnalare nostalgia per l’uomo che trasformò l’Unione Sovietica in una grande potenza: uno su tre lo rivorrebbe al Cremlino. Celebrazioni per il suo compleanno



Gulag, carestie, epurazioni, eliminazione del dissenso, stragi di massa, deportazioni etniche, torture nelle segrete della Lubjanka. In tutto tra i 20 e i 40 milioni di morti. Non importa di quanti orrori sia costellato il suo “regno” (1924-1953), Stalin rimane per i russi il personaggio storico più popolare, il leader che ha condotto l'Unione Sovietica a vincere la seconda guerra mondiale e che ha arginato il nazismo, l'ideatore dei piani quinquennali che hanno trasformato la Russia in un gigante economico.

Così, nel 130° anniversario della nascita del «piccolo padre» lo scorso lunedì, sulla sua tomba ai piedi del Cremlino a Mosca si sono recate circa cinquemila persone: figli di funzionari dell'Unione sovietica, campioni sportivi, parlamentari del partito comunista. Hanno sfidato una bufera di neve pur di portare il loro omaggio a Josif Visarionovich Dzhugashvili, in quello che reputano un «giorno di festa».

Sembra proprio che, a più di mezzo secolo dalla sua morte, la Russia non riesca a liberarsi dal fantasma di Koba (soprannome giovanile di Stalin), che continua a sedurre ancora una fetta cospicua dei suoi cittadini. Come dimostra il recente sondaggio dell'Istituto Vtsiom, secondo il quale il 37% degli intervistati prova per Stalin sentimenti positivi, mentre solo il 24% esprime un giudizio negativo. 

Il 35%, inoltre, pensa che la cosa più importante fatta dal dittatore sia stato condurre l’Urss alla vittoria nella seconda guerra mondiale. Il dato che allarma di più le associazioni per il ricordo della repressione stalinista è quel 29% di intervistati che gradirebbe alla guida del Paese un leader come Stalin. L'anno scorso Koba è arrivato terzo in un sondaggio tv per eleggere il più grande russo di tutti i tempi, mentre gruppi di fanatici chiedono da tempo alla Chiesa ortodossa la beatificazione di San Josif.

La risurrezione politica dell'eredità stalinista ha coinciso con l'ascesa, nell'ultimo decennio, dell'uomo forte di Russia: Vladimir Putin, che ha cavalcato l’onda della nostalgia per il passato sovietico. Operazioni mediatiche ed editoriali volte a presentare uno Stalin edulcorato, si sono susseguite sulle emittenti di Stato e sui banchi di scuola. Non sono passati inosservati i manuali di storia che riabilitano la figura del «piccolo padre», omettendo o ridimensionando gli errori delle sue politiche. Il tutto in piena contraddizione con la decisione di rendere obbligatoria nelle scuole la lettura di Arcipelago gulag di Solgenitsin.

La destalinizzazione del Paese, ammoniscono all’unisono i difensori dei diritti umani, non è finita e la Russia deve fare i conti una volta per tutte con il suo controverso passato, come ha fatto la Germania. E proprio in questo, molti analisti individuano una delle cause della nostalgia di Stalin. Mentre la Germania riunificata e l’Europa si sono rapidamente integrate, mentre l’Oriente si è lanciato in un sorprendente boom economico e nella globalizzazione, la Russia post sovietica è rimasta isolata. Secondo Vladimir Ryzhkov, professore all’Alta scuola di economia di Mosca e politico indipendente, la Federazione russa non ha ancora superato la sua instabilità e il Paese sembra involvere invece che progredire.

Come ai tempi dell’Urss, la Russia dipende interamente dall’export di risorse energetiche: l’86% dell’export russo consiste in materie prime e i prodotti finiti coprono l’80% dell’import. Ogni tentativo di creare un’economia moderna e basata sull’alta tecnologia è naufragato. La media delle entrate per un cittadino russo è la stessa di 20 anni fa, mentre oggi il 20% del Paese vive sotto la soglia di povertà. Più del 50% della ricchezza nazionale è concentrato nelle mani del 10% della popolazione. Nel Rapporto sulla competitività mondiale del World Economic Forum, la Russia è 63ª, su centotrentadue nazioni; dietro a Turchia, Messico e perfino Azerbaijian. Lo stessa involuzione si è registrata nel campo dei diritti umani. Nella classifica 2008 dell’Economist sulla democrazia nel mondo, la Russia era al 108° posto su 167 Stati. E in molti pensano che «si stava meglio, quando si stava peggio».




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Va in pensione la Finanziaria nata per spartire soldi col Pci

di Vittorio Macioce

Dal furto di Amato con il prelievo sui conti correnti, alle tattiche di ostruzionismo politico: trent’anni di assalti alla diligenza

 

 

Era dalle dieci del mattino che passeggiavano furiosi al quarto piano di Montecitorio. Un ammiraglio e un generale, con tanto di stellette e uno sguardo di tempesta contro quei giovanotti in blu, con la ventiquattrore a portata di mano e l’aria rapace. I due stavano lì per spezzare le reni ai signori delle lobby, questa sorta di pirati, pellerossa, cavallette, stupratori di finanze pubbliche che stavano lì a saccheggiare ciò che restava di quella finanziaria di lacrime e sangue. Quel giorno, in particolare, c’era in ballo il futuro delle forze armate. Tagli drastici e lo scontro finì male. Dopo nove ore i militari lasciarono sul terreno 300 miliardi, buona parte del bottino se lo presero i partiti che spuntarono 100 miliardi per i loro quotidiani.

I due se ne andarono imprecando come il visconte di Cambronne dopo la battaglia di Waterloo: merde. Era solo il 1992. Anno nero e nefasto. Giuliano Amato era sbucato da Tangentopoli come un extraterrestre. L’Italia stava un passo oltre la bancarotta. Ciampi, ancora in Bankitalia, difendeva la lira sul Piave, ma sprofondò sotto quota mille. Non c’erano più soldi. L’11 luglio il dottor Sottile aveva organizzato un raid notturno sui conti correnti bancari degli italiani, un prelievo forzoso del 6 per mille. Non diede neppure il tempo alle vittime di scappare.

Decreto retroattivo, disse e firmò. Bisogna salvare i conti dello Stato. Qualcuno fece ricorso, ma la Corte Costituzionale rispose con un «il furto? Regolare». L’anno si chiuse con una Finanziaria da quasi cento miliardi di lire: blocco dei pensionamenti, minimum tax, patrimoniale sulle imprese, ticket sanitari, tassa sul medico di famiglia, Ici, blocco delle assunzioni nel pubblico impiego. Lacrime e sangue, appunto. Amato promise che si sarebbe ritirato a vita privata. Non lo fece.

La legge finanziaria racconta più di trent’anni di storia italiana. È uno specchio. Questa, anno di grazia 2009, dovrebbe essere l’ultima. Basta con la legge omnibus, dove trovi di tutto e di più, con l’assalto alla diligenza, con i maxiemendamenti e i mille commi. La vecchia Finanziaria va in pensione. Al suo posto c’è la legge di stabilità. Ed ha un vantaggio. È prendere o lasciare. Come racconta Tremonti: «Quella che in Europa chiamano budget non è una legge ordinaria.

Non lo è da nessuna parte. La simbologia più forte è quella britannica, quando il Cancelliere dello Scacchiere si presenta a Westminster con la valigetta rossa chiusa le alternative sono solo due: sì o no». Niente ricatti. È stato sempre questo il problema. La Finanziaria era un film western, come Ombre rosse. E qualche volta un horror, con tutti che si sbranano per qualche brandello di carne che non c’è più. È il ricordo di quelle maratone parlamentari dall’autunno fino a Natale, anche di notte.

E quella legge di bilancio che assomigliava, come diceva Rino Formica, a un informe colabrodo, zeppo di qualsiasi richiesta, pretesa, minaccia, favore campanilistico, di partito, di corrente, corporativo, di lobby, di gruppo d’affari. Tutti lì a scavare nel fondo del barile o a sperperare, negli anni d’oro, quelli lontani. La Finanziaria è rigore e clientele. È anni da incoscienti cicale o da formiche con i denti aguzzi. Sulla Finanziaria cadono i governi e si rompono antiche amicizie.

Era il 1978 e da allora ce la troviamo tra i piedi. Nacque, ufficialmente, per monitorare entrate e uscite, di fatto servì al Pci per mettere le mani su qualche fetta di torta. È il colore dei soldi del compromesso storico. Quell’anno Berlinguer entra nella maggioranza e concede l’appoggio esterno al governo Andreotti. Quella legge era una sorta di contropartita cash: un bancomat. Della serie: aggiungi un posto a tavola.

Si lamentava Beniamino Andreatta: «Non sapete quanto ci è costato il Pci. Per riuscire ad approvare la Finanziaria ogni anno dovevamo spendere tra i 1000 e i 1500 miliardi per compiacere Botteghe Oscure». Spadolini parlava di «patologia inestirpabile». Guido Carli la fotografava così: «È il terreno più propizio alle bravate dei politici spendaccioni a caccia di popolarità». Francesco Forte, ministro delle Finanze del Fanfani V, la ricorda così: «Gli emendamenti che piovevano a migliaia venivano spesso presentati dalla Dc e dal Psi per conto dei comunisti. L’assalto alla diligenza avveniva con il rinvio delle spese ai decreti collegati e agli ordinamenti, detti salsicciotto. Vi entrava di tutto».

La Finanziaria va approvata entro l’anno. E per farlo il governo, ogni governo, è stato costretto a subire ricatti e ostruzioni. Con i ministri economici che lasciano da parte un po’ di argent de poche per accontentare i ragazzini litigiosi. Litigi. Come quello che passò alla storia come la «disputa delle due comari». Il 5 novembre del 1982 Rino Formica, socialista e ministro delle Finanze, critica aspramente il suo collega democristiano Andreatta. E il ministro del Tesoro risponde: «Rino? È un commercialista di Bari esperto di fallimenti e bancarotta». Formica replica: «Andreatta?

Una comare». Governi bruciati, come quello di Berlusconi nel ’94. Il Cavaliere era a Mosca e i sindacati scatenarono le piazze: «Né uno né dieci scioperi generali possono cambiare la Finanziaria. I giornali parlano di tre milioni di manifestanti? Significa allora che venti milioni se ne sono stati a casa». Ma alla fine anche Berlusconi fu costretto alla resa, via ribaltone. È l’Italia di Prodi, che con la Finanziaria impone agli italiani l’eurotax. Ed è ancora lui che nel 2007 presenta una legge di un solo articolo e 1364 commi. Un pasticciaccio che era lo specchio di una coalizione color arlecchino.

È Roberto Calderoli in fuga dai lobbisti: «C’è una categoria che ha minacciato di ammazzarmi entro sera, un’altra mi ha ricordato la fine di qualcuno caduto dall’aereo». Ora si cambia. La diligenza verrà blindata. Nel 2010 Tremonti dirà al Parlamento: «Questo è il budget, prendere o lasciare».




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Pio XII, il Vaticano e i dubbi degli ebrei "Beato, ma non c'è valutazione storica"

di Redazione

Dopo le critiche del mondo ebraico alla beatificazione di Papa Pacelli la Santa Sede: "La virtù eroiche per la beatificazione riguardano la sua fede non la valutazione della portata storica di tutte le sue scelte". Poi la precisazione: "Non sarà beatificato con Giovanni Paolo II"






Città del Vaticano - La virtù eroiche per la beatificazione di Pio XII riguardano il suo rapporto con Dio, la sua fede, e "non la valutazione della portata storica di tutte le sue scelte operative". Lo afferma un comunicato del Vaticano in rispota alle perplessità e alle critiche degli ebrei su papa Pacelli. La firma del decreto per la beatificazione di Pio XII non vuole essere un atto ostile agli ebrei e il Vaticano si augura "che non sia considerata un ostacolo sul cammino del dialogo tra ebraismo e la Chiesa cattolica". 

In aiuto agli ebrei L’azione in favore degli ebrei compiuta da Pio XII è testimoniata anche da molti di loro. È quanto rileva padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana. In merito all’azione svolta da Pacelli nel secondo conflitto mondiale, fra l’altro si legge che non si intende con l’approvazione del decreto sulle virtù eroiche limitare "la discussione circa le scelte concrete compiute da Pio XII nella situazione in cui si trovava. Per parte sua, la Chiesa afferma che sono state compiute con la pura intenzione di svolgere al meglio il servizio di altissima e drammatica responsabilità del Pontefice. In ogni caso - prosegue la nota - l’attenzione e la preoccupazione di Pio XII per la sorte degli ebrei - cosa che certamente è rilevante per la valutazione delle sue virtù - sono largamente testimoniate anche dagli ebrei". 

Distensione La Santa Sede si augura che "la prossima visita del Papa alla Sinagoga di Roma sia occasione per riaffermare e rinsaldare con grandi cordialità i vincoli di amicizia e stima" che legano la Chiesa cattolica al popolo ebraico. È quanto afferma una nota della Santa Sede, spiegando la decisione del papa di firmare il decreto per le virtù eroiche di Pio XII. 

Non sarà santo con Wojytila "Il fatto che i decreti sulle virtù eroiche di Papa Giovanni Paolo II e Pio XII siano stati promulgati nello stesso giorno, non significa un "abbinamento" delle due cause da ora in poi". Lo afferma il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi. "Le due Cause - spiega - sono del tutto indipendenti e seguiranno ciascuna il proprio iter. Non vi è quindi nessun motivo di ipotizzare un’eventuale Beatificazione contemporanea".



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La messa via radio disturba gli aerei Sacerdote denunciato

Corriere del Veneto

Asolo, sequestrata l’antenna del Duomo. Sconcertato don Giacomo: «Non ci capisco nulla»

 

Il parroco di Asolo don Giacomo Lorenzon, già rettore del collegio vescovile Piox di Treviso

Il parroco di Asolo don Giacomo Lorenzon, già rettore del collegio vescovile Piox di Treviso

ASOLO (Treviso) — C’era­no una volta le radio pirata, che trasmettevano il rock dal­le navi ormeggiate fuori dei confini territoriali della Gran Bretagna. C’erano una volta, appunto. Perché, da qualche anno a questa parte, l’etere è normato in ogni anfratto. E trasmettere su onde non regi­strate è vietato. Peggio: penal­mente perseguibile. Lo ha sco­perto il parroco del duomo di Asolo, romantica cittadina ar­roccata sulle colline trevigia­ne a pochi chilometri da Bas­sano del Grappa.

Il quale si è visto gli agenti della polizia giudiziaria piombare in chie­sa, intenti a sequestrargli l’an­tenna e il ripetitore coi quali diffondeva la messa in paese. Colpa delle interferenze: la sua radio usava le frequenze riservate ai piloti per comuni­care con la torre di atterrag­gio. Don Giacomo Lorenzon, denunciato per danneggia­mento di sistemi informatici e telematici, martedì non se ne fa­ceva una ragione: «È una cosa improvvisa, non so neppure io cosa dire». Per raccontare questa sto­ria bisogna fare un salto nel tempo di più di 30 anni.



Era il 1976 quando apriva i battenti Radio Asolo, un’emittente lo­cale che ancora oggi trasmet­te, diretta da Lucio Baruffa. Una decina d’anni dopo, si tro­vò un accordo per porre il tra­smettitore e l’antenna in cen­tro al paese. E dove meglio se non sul campanile del Duo­mo, che svetta sotto la rocca della Regina Cornaro? Era il 1986 quando iniziarono le tra­smissioni in centro. Poco do­po la Radio decise di cambia­re sede. Ma quell’antenna ri­mase lì, galeotta. I sacerdoti, negli anni, non ci hanno più fatto caso.

Ogni volta che c’era da celebrare una messa o una liturgia, accendevano i microfoni. E tutti, in paese, potevano sentire la parola di Dio. In realtà l’eucarestia vola­va anche più lontano, se è ve­ro che qualche volta s’è udita fino a Castelfranco Veneto, a una ventina di chilometri da Asolo. Nelle ultime decadi molto è cambiato. La radio è stata so­stituita dalla televisione e da internet. Ma soprattutto, a Treviso, è stato aperto un ae­roporto, il Canova, che, com­plici le compagnie low cost, è diventato punto nevralgico di passaggio per centinaia di vo­li. E così alcuni piloti hanno iniziato a lamentarsi. Quando passavano in zona di Asolo, c’erano delle interferenze. Par­ticolarmente tra le otto e le no­ve del mattino, l’orario della messa. Disturbi in cabina. Vo­ci. Parole.

Le segnalazioni so­no giunte alla polizia postale di Venezia, che ha inoltrato le carte all’Ispettorato telecomu­nicazioni e assistenza al volo e al Ministero. Gli agenti, a po­co a poco, hanno individuato la sorgente delle onde. La par­rocchia di Santa Maria Assun­ta, appunto. È stata formaliz­zata la notizia di reato, quella prevista dall’articolo 635 bis del codice penale, che puni­sce chi danneggia sistemi in­formatici o telematici con il carcere da sei mesi a tre anni. Il pm Francesca Torri, titolare dell’inchiesta, ha disposto il sequestro delle apparecchiatu­re. E così siamo arrivati a ve­nerdì scorso. Quel giorno, don Giacomo non era neppu­re in canonica. C’era un altro sacerdote, in pensione, che è rimasto basito di fronte alla determinazione degli agenti. «Potevate almeno telefonare prima di sequestrarci tutto», avrebbe detto il religioso.

Ma alla legge non si comanda. E sebbene le interferenze non avrebbero mai pregiudicato seriamente il volo aereo, così sostengono gli addetti ai lavo­ri, quel trasmettitore e quel­l’antenna andavano eliminati. Così finisce la storia. Don Giacomo, parroco ad Asolo da soli due anni, si trova a pa­gare per tutti. Ieri sembrava più dispiaciuto che irritato: «Non mi sono ancora fatto un’idea di cosa sia successo — ha spiegato — sono davve­ro sprovvisto di informazio­ni. Non so cosa dire. È una co­sa improvvisa, meglio non commentare». Non è chiaro adesso cosa succederà al sa­cerdote. Gli inquirenti stanno valutando la sua posizione: ol­tre all’inchiesta penale, ri­schia pure pesanti sanzioni amministrative. Di certo, per queste feste natalizie, ad Aso­lo nessuno potrà più sentire la sua voce comodamente se­duto in casa. O nella cabina di un aereo.
Mauro Pigozzo





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L’Italia dei Favori: weekend a spese del partito nell’hotel del coordinatore

di Redazione


Chiamatela Italia dei Favori. Archiviati i Valori sotto una catasta di dubbi mai chiariti su bilanci, associazioni e questioni immobiliari e passati di moda i Livori dopo l’aggressione al premier, il partito di Antonio Di Pietro si concentra sugli aiutini agli amici. In particolare, agli amici albergatori. Già, perché l’ultimo trend nell’Idv è proprio questo: organizzare weekend di tavole rotonde (e tavole imbandite) in piacevoli location di montagna, casualmente di proprietà di membri del partito.


È accaduto ben due volte in Lombardia, dove il gruppo dipietrista del Consiglio regionale ha organizzato per il 14 e 15 novembre e per il 21 e 22 dello stesso mese gli incontri «La Regione Lombardia, dalla parte dei giovani» e «Gli stati generali della Lombardia». Dibattiti, confronti, qualche bell’intervento anti-berlusconiano e perfino la «dottoressa Maruska Piredda» che spiega la differenza «Tra formazione e precariato». Sì, trattasi proprio della hostess Alitalia che poco più di un anno fa esultava alla notizia del fallimento della compagnia per la quale lavorava: alla faccia del precariato.

Comunque, entrambi i finesettimana di lavoro e autocoscienza si sono tenuti a Lizzola di Valbondione, nel Bergamasco, nell’Hotel Gioan. E, come specificato dal volantino di adesione, con «pasti e pernottamento a carico del gruppo Idv del consiglio regionale della Lombardia». Leggasi: con i soldi pubblici stanziati al gruppo.
Ora, dove sta il favore? Nel fatto che il proprietario dell’albergo è Sergio Piffari, coordinatore regionale del partito. Ricapitolando: il gruppo Idv invita i simpatizzanti e i militanti per due weekend a spese del partito; soldi che vanno però a finire nelle tasche di un dirigente del partito stesso, proprietario dell’albergo che ospita l’iniziativa. D’altronde non hanno sempre detto che il governo non ha fatto abbastanza per combattere la crisi? Questo è il loro modo per incentivare le imprese. Specie quelle degli amici.



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Treviso, manca un euro Il controllore del bus intima a due ragazzine senegalesi di scendere

Quotidianonet

La disavventura è capitata a due giovanissime di 9 e 14 anni che avrebbero ricevuto l’ordine di abbandonare l'autobus di linea e proseguire a piedi nonostante il gelo e il buio per un solo euro mancante. In loro soccorso e’ intervenuto pero’ un altro passeggero che ha versato la somma. Il controllore è stato denunciato dai genitori alla polizia

Treviso, 22 dicembre 2009 - Avrebbe fatto scendere al freddo e nell'oscurità della notte due ragazzine per pochi spiccioli mancanti. La disavventura è capitata a due senegalesi di 9 e 14 anni che avrebbero ricevuto l’ordine di abbandonare l'autobus di linea sul quale stavano rincasando, col buio e il gelo di questi giorni, da un controllore dell’azienda di trasporto pubblico di Treviso, Actt, il quale non avrebbe tollerato la mancanza di un euro per il raggiungimento della somma necessaria all’acquisto dei biglietti.

L’uomo, che e’ stato denunciato alla polizia dai genitori, avrebbe preteso che le minori scendessero dal mezzo nel punto in cui sono state sorprese senza titolo di viaggio, a vari chilometri da casa, apostrofandole come ‘’zingare’’. In loro soccorso e’ intervenuto pero’ un altro passeggero che ha versato la somma di denaro mancante.
 





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