giovedì 24 dicembre 2009

Processo al dissidente Liu Xiaobo, la Cina accusa: «Ingerenze straniere»

Corriere della Sera

Cresce l'attesa per la sentenza contro l'attivista dei diritti umani.

E Pechino alza la voce 

 



PECHINO - La Cina ha puntato il dito contro alcune diplomazie straniere, colpevoli di aver interferito nei suoi affari interni sul caso del processo al dissidente Liu Xiaobo. Dopo l'udienza di mercoledì durata appena due ore, il verdetto per il noto dissidente, che rischia 15 anni di carcere per sovversione, è atteso per il giorno di Natale.

Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Jiang Yu, ha affermato che gli appelli di alcune ambasciate per il rilascio di Liu Xiaobo costituiscono «una grossolana ingerenza negli affari interni cinesi». Secondo le organizzazioni per i diritti umani, Pechino ha scelto di proposito il giorno di Natale per il verdetto così da far passare inosservata la sentenza.

Ieri il cognato dell'imputato, Liu Hui, ha detto che l’udienza è durata circa due ore e che il procuratore ha accusato Liu Xiaobo di crimini gravissimi, fra questi il principale «sovversione contro i poteri dello stato». Liu Xiaobo, 57 anni, è uno dei più importanti attivisti per i diritti umani in Cina; era stato fermato dalla polizia un anno fa, poi portato in un luogo sconosciuto e arrestato formalmente solo nel giugno scorso. La colpa di Liu sarebbe stata quella di aver diffuso su internet documenti e appelli contro il regime cinese, in particolare di aver diffuso la Carta 08, un documento firmato da 300 personalità in cui si chiede al governo cinese di rispettare i diritti umani, attuare riforme politiche e garantire l`indipendenza del potere giudiziario. Il documento è stato pubblicato in occasione dei 60 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Molti dei firmatari sono stati interrogati o costretti agli arresti domiciliari.

24 dicembre 2009






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In carcere Francesca Tanzi Teneva in casa parte del "tesoro"

Corriere della Sera

Revocato alla donna il beneficio dell’affidamento in prova ai servizi sociali


Francesca Tanzi
Francesca Tanzi
MILANO - Triste vigilia di Natale in carcere per Francesca Tanzi. Alla figlia dell’ex patron della Parmalat è costata cara la scoperta in casa di 26 opere d’arte, tra cui quadri di artisti importanti, da parte della Guardia di Finanza l’11 dicembre durante le operazioni per il recupero del cosiddetto "tesoro" di Tanzi sfuggito agli investigatori dopo il crac del colosso alimentare. Per questo motivo, infatti, il Tribunale di Sorveglianza di Bologna ha revocato alla donna il beneficio dell’affidamento in prova ai servizi sociali ottenuto dopo un patteggiamento per il coinvolgimento nella vicenda Parmalat.

SI E' PRESENTATA IN CARCERE SPONTANEAMENTE - E’ stata la stessa donna, che ha una bambina di due anni e mezzo, a presentarsi al carcere di Modena per costituirsi dopo che gli era stato annunciato per telefono il provvedimento dei giudici bolognesi. Arrestata il 17 febbraio 2004 con il fratello Stefano e quattro manager della Parmalat, Francesca Tanzi fu scarcerata l’8 marzo successivo. Il 20 febbraio 2007, Francesca e Stefano Tanzi chiusero il conto con la giustizia patteggiando insieme ad altre 15 persone, di fronte al Gup di Parma Domenico Truppa, la prima, una pena a tre anni e 5 mesi di carcere, il secondo a 4 anni e 10 mesi. Successivamente Francesca Tanzi ottenne l’affidamento in prova ai servizi sociali che sarebbe terminato tra pochi mesi.

Giuseppe Guastella
24 dicembre 2009





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Il re della truffa finisce in ospedale

La Stampa


E' giallo sul ricovero di Madoff. Le tv Usa: «L'hanno picchiato»
NEW YORK


Bernard Madoff finisce in ospedale. Il finanziere, condannato a 150 anni di cercere per una maxi-truffa da 50-65 miliardi di dollari, è stato trasferito lo scorso 18 dicembre dal carcere di Butner, dove si trova a scontare la pena, e poi sarebbe stato dimesso.

I motivi del ricovero non sono stati resi noti dalle autorità carcerarie. Secondo una televisione del North Carolina (lo stato dove si trova il penitenziario che ospita Madoff) il "re della truffa" sarebbe stato ricoverato a causa delle dure percosse ricevute, che gli hanno causato fratture sul viso, costole rotte e l’accumulo di aria nel cavo pleurico. Il finanziere è stato ricoverato e curato - secondo le indiscrezioni - presso il Duke University Hospital la scorsa settimana e ora sarebbe stato dimesso.

Indiscrezioni sullo stato di salute di Madoff si susseguono da mesi. Secondo alcuni rumors il finanziere sarebbe da tempo malato di cancro e proprio per questo si sarebbe accollato l’intera responsabilità delle maxi-truffa. Lo scorso agosto il New York Post aveva riportato che a Madoff restavano pochi mesi di vita in seguito al suo stato di salute. Le autorità carcerarie avevano però seccamente smentito le indiscrezioni riportate dal quotidiano, sottolineando che nessun «cancro gli era stato diagnosticato» e che «non era un malato terminale». Madoff è stato condannato a 150 anni di carcere, il massimo della pena che poteva essergli inflitta, lo scorso 29 giugno, per aver attuato uno schema Ponzi multimiliardario per decenni.

A bloccare l’ascesa del re della finanza americana ed ex presidente del Nasdaq l’11 dicembre 2008 sono stati i figli, che lo hanno denunciato una volta venuti a conoscenza dello schema a piramide attraverso il quale operava la società del padre. Nel corso della sua deposizione in tribunale Madoff ha chiesto scusa alle sue vittime, senza però riuscire a impietosirle: l’aula del tribunale è esplosa in un scroscio di applausi non appena la sentenza a 150 anni di reclusione è stata pronunciata.




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Belpietro sbarca su RaiDue da febbraio sarà l'anti-Santoro

Republica

di GOFFREDO DE MARCHIS e LEANDRO PALESTINI

 

l contratto dopo le feste. Incerta la scelta sulla prima serata  Il direttore di Libero: "Prenderò meno della metà di un milione"


Belpietro sbarca su RaiDue da febbraio sarà l'anti-Santoro
Maurizio Belpietro

ROMA - Sarà Maurizio Belpietro il protagonista dell'informazione Rai orientata a destra. L'anti-Santoro, secondo la definizione di molti: stessa rete, RaiDue, giorni diversi. Annozero il giovedì, il direttore di Libero lunedì (quasi sicuramente) o mercoledì. Si parte il primo febbraio. La scheda di programma, primo atto ufficiale di lancio di un nuovo format, è stata già trasmessa agli uffici competenti.

Il programma di Belpietro non è nei palinsesti, ma ci entrerà presto, appena il giornalista avrà firmato il contratto. Subito dopo le feste. Viale Mazzini avrebbe voluto una partenza anticipata, già nella seconda settimana di gennaio. È stato lo stesso Belpietro a frenare la spasmodica caccia di un contraltare di Annozero: c'è bisogno di tempo e di una preparazione adeguata per offrire un buon prodotto. Tanto più che Santoro conquista pubblico settimana dopo settimana e ormai viaggia stabilmente intorno a una media di 6 milioni di spettatori.

Senza un contratto in mano, Belpietro preferisce non sbilanciarsi troppo. Ma ha molta voglia di provarci. Dice che l'approdo è "molto probabile". Anti-Santoro è una definizione non gradita: "Io e Michele abbiamo idee lontane anni luce. Ma è un fior di professionista, lo rispetto, ha talento e fa televisione da 20 anni. Io voglio partire con i miei tempi, rodarmi, avere il tempo di fare anche ascolti non mirabolanti".

Parole tanto prudenti quanto scontate davanti a un recordman dello share. La sostanza rimane: alla fine, il centrodestra ha scelto il suo volto. Per rispondere alle falsità e alla faziosità del servizio pubblico, come ha denunciato infinite volte Silvio Berlusconi. A Belpietro non manca l'esperienza, maturata sulle reti Mediaset: L'Antipatico, Panorama del giorno, La telefonata.

Il Natale del prete che sfida i muri

La Stampa

Betlemme divisa in due parti. La spola di don Nagle tra i cattolici nei Territori
MARCO BARDAZZI

Video

A Ovest hanno il mare, che in alcuni punti non dista più di 20 chilometri: ne possono quasi sentire l’odore, ma il Muro impedisce di andare oltre. A Sud hanno Gerusalemme e Betlemme, luoghi simbolo della loro fede: almeno a Natale vorrebbero visitarli, ma i permessi sono difficili da ottenere e la barriera è sempre là, insieme a decine di checkpoint da attraversare.

Capita che una famiglia di 10 persone riceva i pass per la madre e gli otto figli, ma il padre figura su una qualche «lista nera» e sfuma per tutti il Natale in visita ai parenti. Per la piccola comunità dei cristiani di Ramallah, Nablus e altre località della Cisgiordania, la festa più attesa arriva anche stavolta «impacchettata» dai muri che segnano la vita nei Territori. Ogni anno l’avvicinarsi del 25 dicembre interroga i 175 mila cristiani che vivono in Israele e nelle zone palestinesi: l’1,5% della popolazione, tra sei milioni di ebrei e 3,5 milioni di musulmani. La tentazione è unirsi alle decine di migliaia che se ne sono andati.

«Vengono da me e mi chiedono: “Per i musulmani sono un cristiano; per gli ebrei sono un arabo. Cosa posso fare?”». Don Vincent Nagle è la persona giusta per tentare una risposta. Nato in una famiglia di ebrei californiani, affascinato dall’Islam al punto da dedicare anni di studi ad approfondirlo, girando paesi arabi e imparando lingua e culture. Il cammino lo ha poi portato ad approdi imprevisti: la conversione al cattolicesimo, poi il sacerdozio come missionario nella Fraternità San Carlo.

Ora è l’uomo-chiave del Patriarcato di Gerusalemme per tenere i rapporti tra le piccole comunità cristiane nei Territori. Una missione sempre in auto, passando da un checkpoint all’altro, da una barriera alla successiva. I suoi giudizi sul Natale in Terrasanta non sono diplomatici: «Israele vuol convincere il mondo di essere a favore della soluzione dei due Stati - dice - ma basta guardarsi intorno per capire che non è così. Israele sta prendendo tutto.

Le barriere non sono per la sicurezza, ma per delimitare il territorio: già l’11% della terra migliore è stata portata via ai palestinesi. E gli insediamenti crescono, nonostante la moratoria. I lavori su 3000 abitazioni già in costruzione vanno avanti, insieme a quelli di grandi strade di comunicazione tra le colonie che dividono interi villaggi».

La vita della millenaria comunità cristiana è sempre più dura. In molti si arrendono. Dal Patriarcato dipendono ora anche tre parrocchie in altre parti del mondo, una proprio a San Francisco, la città di don Nagle. «Ha più parrocchiani palestinesi di quanti ne abbiamo qui», dice. Ma a colpire il sacerdote sono coloro che, nonostante tutto, non se ne vanno. «Penso al caso di Ibrahim - racconta - un greco ortodosso che ha sposato una cattolica e ora frequenta la nostra chiesa.

Un tassista che vive in un monolocale seminterrato, con la moglie e cinque figli. Come molti nella comunità cristiana, in questi anni ha visto crollare il suo status sociale, anche per il muro. Gli ho chiesto perché non emigra negli Usa. Mi ha risposto che non se ne andrà, perché l’unica eredità che può lasciare ai figli è poter dire: “Sono un cristiano nella terra di Cristo”». Con il tempo, spiega il sacerdote, ci si abitua anche ai muri.

I cristiani locali questo Natale ne incontrano molti, non solo le barriere di Israele. Dentro il Santo Sepolcro a Gerusalemme, per esempio, gli ortodossi hanno isolato la navata centrale con un muro per separarla dai cattolici. «Puoi reagire con il lamento - afferma don Nagle - oppure guardi quei muri e dici: “Quello che ci divide è anche ciò che ci unisce, perché ci permette di condividere lo stesso luogo”».

E qui spuntano gli spiragli di luce che permettono al Natale di Betlemme di essere, nonostante tutto, una festa. «Se la speranza fosse solo nella politica, ce ne sarebbe poca», dice il sacerdote. «Lo abbiamo capito con la visita di Benedetto XVI a maggio. I cristiani locali avevano forti perplessità, la consideravano politicamente inopportuna. Invece il Papa è venuto e ha dato ai cristiani la certezza di non essere dimenticati» «La speranza - ripete don Nagle - è vivere ora, oggi: non si può aspettare che ci siano due Stati, che scompaia il Muro. Si può essere sorpresi dalla gioia adesso, invece di puntare a un futuro indeterminato».



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Elogio' dei cattivi, il Natale esagerato di Grillo e Di Pietro

Quotidianonet


Dunque, è proprio vero: a Natale siamo quasi tutti più buoni. Quasi, ovviamente...


DUNQUE, è proprio vero: a Natale siamo quasi tutti più buoni. Quasi, ovviamente. Perché qualcuno deve pur restare «cattivo». O no? In politica, ad esempio, Berlusconi è palesemente rabbonito dalla bruttissima aggressione che ha subito. E Bersani, a sua volta, è intenerito dalle disgrazie dell’avversario. E siccome sono più buoni, pensano anche a un dialogo che possa servire a migliorare il Paese. Inciucio? Melassa? Probabilmente solo buon senso. E qui subentra lui, Di Pietro. Lui, come si vede a occhio nudo, non vuol essere buono. Lo ha scritto anche nel suo sito con una letterina a Gesù Bambino (che pare non gli abbia risposto) chiedendogli di liberare l’Italia dal «diavolo che la governa». Competitore? Nemico politico come si definisce in ogni democrazia la propria controparte? No: diavolo. Roba seria. Roba da battaglia campale, da guerra senza prigionieri. 


Di Pietro è così: nemmeno le festività lo addolciscono. Strano, perché da un lato crede ancora a Babbo Natale e scrive (o si fa scrivere) l’annuale letterina. Dall’altro evoca le fiamme dell’inferno, la punizione eterna, il Male assoluto. Sarà anche un modo di dire, una figura letteraria, ma tra il «volemose bene», e lo «spariamoci in fronte» (alla Tartaglia e relativi ammiratori) ci può e ci deve essere una via di mezzo. Soprattutto se si hanno responsabilità politiche. Beppe Grillo, che non ne ha, e che deve rispondere solo al suo popolo e al suo conto corrente, si sente infatti libero di straparlare senza confini. Lui, che buono non è, ha infatti salutato ieri con soddisfazione l’arrivo del nuovo decennio («benedetto»), perché con ogni probabilità, e grazie all’anagrafe, porterà all’uscita di scena di Andreotti, Cossiga, Berlusconi, Napolitano e Gianni Letta.

Anche lui scherza, ovviamente, come Di Pietro. Due mattacchioni. Mica tanto buoni, però. Anzi, cattivelli. Ma proprio per questo, teniamoceli cari. Grazie a loro, infatti, ogni giorno, anche a Natale, sappiamo qual è la parte giusta: l’altra. Sappiamo cosa è meglio dire o fare. Sappiamo quali sono i toni e le parole più appropriate da usare nel dibattito politico, e chi vogliamo che sopravviva oltre il 2020. Insomma, sappiamo cosa scegliere: la «melassa» dei buoni, più che il volgare humor dei cattivi.

di GABRIELE CANE'




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Picchiato e umiliato a scuola in Campania Le sevizie su YouTube Denunciati 5 compagni

Quotidianonet

E' successo in Campania, in un istituto tecnico professionale.Gli studenti accusati sono tutti minorenni. La vittima ha pure rischiato di perdere un occhio



Napoli 23 dicembre 2009



Picchiato con calci e pugni, ripreso con un video cellulare, e sbeffeggiato su internet. E’ accaduto nel casertano dove cinque studenti sono stati denunciati per bullismo dai carabinieri ad Alife. Appartengono a un noto istituto tecnico-professionale. Sono un 17enne, due 16enni e due 15enni, residenti tra i comuni di Alife, Piedimonte Matese e Baia e Latina, mentre la vittima è un 15enne di Alvignano.

Dall’inizio dell’anno scolastico, la giovane vittima ha subito gravi atti di bullismo: intimidazioni, minacce, percosse e aggressioni di ogni tipo, avvenivano da parte della piccola banda all’interno della scuola, in particolare quando le lezioni erano ultimate e non erano presenti gli insegnanti.

Il ragazzo preso letteralmente di mira veniva colpito con schiaffi, pugni, calci e umiliato davanti agli altri compagni di classe. In una circostanza, hanno spiegato i carabinieri, ha rischiato anche di perdere un occhio, venendo colpito con la punta di un ombrello che gli provocava un trauma all’occhio destro. Alcune delle sequenze più cruente sono state videoregistrate con un telefonino cellulare e i filmati postati sul sito internet 'YouTube'.

L’intera vicenda è stata portata a galla dalle indagini dei carabinieri dopo una segnalazione fatta dai genitori della vittima circa un mese fa. Una dettagliata informativa è ora nelle mani del magistrato competente della Procura della Repubblica presso il Tribunale dei Minori di Napoli, a cui è stato anche inviato un supporto informatico contenente le immagini dei soprusi e delle aggressioni. Già nei prossimi giorni potrebbero esserci ulteriori sviluppi sulla vicenda.




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Ufficiale, Schumi pilota Mercedes "La Rossa nel cuore" I ferraristi: traditore

Quotidianonet

A dare l'annuncio è stata la stessa scuderia tedesca, in una conferenza stampa. Secondo il tabloid Bild, il pilota ha siglato un contratto di tre anni da 7 milioni di euro l'anno. "Dopo tre anni di stop, ho recuperato tutte le energie" ha assicurato Michael






Berlino, 23 dicembre 2009




Michael Schumacher torna in Formula Uno. La Mercedes Gp ha confermato l’ingaggio dell’ex ferrarista che la prossima stagione affiancherà, sulla griglia di partenza del Mondiale 2010, Nico Rosberg.

‘’Abbiamo progammato tre anni’’, ha detto il tedesco nella conferenza stampa, e non per una sola stagione, come invece anticipato dalla 'Bild'.

La notizia era ormai nell’aria da tempo e già ieri la "Bild" aveva annunciato l’accordo definitivo tra le parti con un contratto annuale da sette milioni di euro. Schumacher, 41 anni il 3 gennaio, si era ritirato al termine della stagione 2006 dopo aver vinto sette titoli mondiali, due con la Benetton e cinque con la Ferrari.

"Dopo tre anni di stop, ho recuperato tutte le energie". Prime parole da neo-pilota della Mercedes Gp per Michael Schumacher, annunciato come compagno di squadra di Nico Rosberg sulla griglia di partenza del prossimo Mondiale.

"Il collo non è più un problema - ha aggiunto riferendosi al fastidio che ne aveva impedito il rientro lo scorso agosto, per sostituire Massa in Ferrari - La scorsa estate l’incidente in moto era ancora troppo vicino ma ora è tutto ok".

‘’Correrò per vincere il titolo mondiale’’. “E’ un nuovo capitolo della mia carriera nel mondo delle corse”, ha detto il tedesco, “e davvero non vedo l’ora di lavorare con il mio vecchio amico Ross Brawn e con i miei compagni dei tempi del Programma Junior Mercedes. Sono convinto che insieme il prossimo anno saremo in lizza per il Mondiale di Formula 1 e sul serio non vedo l’ora di tornare in pista”.

Il contratto con Mercedes per Schumi è il compimento di una carriera: “Questa partnership chiude un cerchio”, ha spiegato, “la Mercedes mi ha sostenuto per tanti anni quando ho iniziato la mia carriera in Formula 1 e ora spero di poter restituire qualcosa a questo marchio”.

Michael Schumacher può essere ancora competitivo in Formula 1. Ne è convinto Ross Brawn, team principal della Mercedes Gp, la scuderia con cui il pilota tedesco ha firmato un contratto triennale. Nonostante a gennaio compirà 41 anni e non guida una monoposto in gara dal Gran Premio del Brasile 22 ottobre del 2006, Schumacher è convinto di poter tornare ai suoi livelli di prima del ritiro.

"Ho chiesto a Michael se può essere ancora competitivo e lui è il miglior giudice di se stesso", ha detto Brawn. "Ho grande fiducia in lui e mi ha detto che può farcela", ha concluso il team principal della Mercedes Gp.

"Il ritorno di Michael è fantastico, così come averlo come compagno di squadra". Nico Rosberg commenta così l’annuncio della firma con la Mercedes Gp di Michael Schumacher. Rosberg sarà il compagno di squadra del sette volte campione del mondo. "Competere con uno dei più grandi piloti di tutti i tempi per me sarà una sfida enorme", dice Rosberg.

"Sono certo che formeremo una coppia molto forte, così come sono convinto che Schumi non abbia perso nemmeno un pò della sua velocità. Il suo ritorno è una grande notizia anche per il nostro sport e i tifosi", conclude Rosberg.

SCHUMI: "LA ROSSA NEL CUORE"


"Dopo 14 anni trascorsi assieme porterò la Ferrari sempre nel mio cuore, anche se adesso siamo rivali in pista": lo dice Michael Schumacher in una lettera pubblicata sul suo sito internet. "Il mio primo pensiero - scrive - va alla Ferrari. Sono felice che la separazione sia avvenuta in un modo così armonioso e che resteremo anche in futuro amici". Il tedesco ringrazia soprattutto "Luca di Montezemolo e tutta la squadra per i tempi trascorsi assieme". "Anche se non avevamo ancora firmato nessun contratto - aggiunge - avevamo già concordato la nostra futura collaborazione’’.

Schumacher sottolinea anche che non dimenticherà mai i tifosi: "In tutto il mondo mi hanno sostenuto con molta dedizione. Per questo li voglio ringraziare". "La fetta più grande della mia vita di pilota è rossa", prosegue il sette volte campione. "Sento la lealtà e la vicinanza di questi ragazzi che mi hanno accompagnato e che ogni volta mi hanno messo a disposizione una macchina perfetta". "Questo legame - conclude - resterà per sempre, anche se in futuro saremo rivali in pista, perché la Ferrari tornerà alle vecchie glorie, di questo sono certo, perché la squadra è forte e unita".

MARANELLO


‘’Quello che la Ferrari doveva dire su Michael Schumacher lo ha detto il presidente Luca di Montezemolo giovedì sera, nella cena di auguri natalizi con la stampa. Comunque in bocca al lupo. Da oggi è un avversario e come tutti gli avversari proveremo a batterlo’’. Così il portavoce della scuderia di Maranello, Luca Colajanni.

Montezemolo, che aveva molto ironizzato sul fatto che lo Schumacher vero è quello che ha corso per la Ferrari e che in Mercedes si cimenterà il gemello siamese, aveva anche detto di essere deluso dal tedesco ma che resteranno amici.

LA SUPER-PATENTE DA RIFARE


Per poter tornare a correre in Formula 1 Michael Schumacher deve rifare la ‘super-patente’. La licenza dei piloti scade infatti un anno dopo l’ultima gara. Il tedesco ha guidato l’ultima volta una monoposto il 22 ottobre 2006 a Sao Paolo.

Il regolamento della Fia elenca nell’appendice L, articolo 5, esattamente le condizioni per il rilascio della cosiddetta superlicenza. Secondo il punto 5.1.2 a), un pilota può gareggiare in Formula 1 se ha partecipato ad almeno 15 gare negli ultimi tre anni. La scorsa estate, quando doveva prendere il posto di Massa, Schumacher avrebbe ancora potuto fare riferimento a questo punto del regolamento, adesso invece non più perche’ e’ passato troppo tempo.

La Fia precisa comunque che il consiglio mondiale in collaborazione con la commissione di sicurezza può rilasciare la superlicenza in via eccezionale. La domande deve essere presentata almeno 14 giorni prima della prima gara, che e’ in programma il 14 marzo in Bahrein.




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Israele, morto Aharonovitch Fu il comandante dell'Exodus

Quotidianonet


Nel 1947 Aharonovitch cercò di portare il vascello con oltre 4.500 ebrei scampati ai campi di sterminio nazisti in Palestina, sfidando il divieto imposto dalla Gran Bretagna. Al cinema fu interpretato da Paul Newman




Gerusalemme, 23 dicembre 2009




All’età di 86 anni è morto Yitzhak Ike Aharonovitch, comandante della nave 'Exodus', il vascello con 4.554 ebrei scampati ai campi di sterminio nazisti che, sfidando il divieto dei britannici, nel 1947 cercò di raggiungere la Palestina.

La figura di Aharonovitch, che è deceduto ad Hadera in Israele, fu resa celebre dall'interpretazione che ne fece Paul Newman nel film intitolato - appunto - 'Exodus'.

Aharonovitch, assieme a Yosi Harel (un altro protagonista di spicco della lotta degli ebrei contro il mandato britannico in Palestina, ndr), sfidò il blocco britannico ma la nave fu intercettata dalla marina di Sua Maestà e i passeggeri furono riportati in Germania e internati a Lubecca. Successivamente furono spostati a Cipro e infine giunsero in Israele nel 1948 quando venne costituito lo Stato ebraico.



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Le liquidazioni d’oro dei consiglieri regionali ci costano 33 milioni

di Marcello Foa



Questa la spesa se dopo il voto del 2010 gli eletti non saranno riconfermati. In Piemonte la buonuscita è di ben 85mila euro

 

Hanno anche la liquidazione, i consiglieri regionali. E che liquidazione: da decine di migliaia di euro. Un beneficio noto agli addetti ai lavori, ma di cui l’opinione pubblica non sempre è consapevole. Almeno fino a ieri. Goà, perché l’arcivescovo di Torino, Severino Poletto, ha avuto l’audacia di biasimare i politici che in tempi difficili come questi mancano di sobrietà. Al cardinale non è piaciuta la superindennità che i consiglieri uscenti della Regione Piemonte percepiranno fra tre mesi, quando si chiuderà la legislatura. Ben 85.770 euro, netti, per 5 anni di lavoro.

Il Tfr piemontese è il più alto d’Italia, seguito a poca distanza da quello pugliese, con un’indennità di 80.600 euro a legislatura. Una regione del nord e una del sud; la mappa delle liquidazioni stravolge la consueta geografia politica e civica. Infatti tra quelle virtuose troviamo al primo posto la Calabria con 21.920 euro, seguita dall’Emilia Romagna con 24mila euro e dal Veneto con 27.497 euro. Insomma: quanto a emolumenti non c’è differenza tra settentrione e meridione, come risulta dalle statistiche della Conferenza delle Assemblee legislative delle Regioni e dai dati che il Giornale ha raccolto interpellando i Parlamenti locali.

Il motivo? Semplice: ogni regione è libera di determinare l’entità degli emolumenti.

La conseguenza? Intuibile. Le elezioni che si svolgeranno la prossima primavera costeranno parecchio alla collettività. La media delle indennità di fine mandato nelle tredici regioni che si recheranno alle urne è di 42.901 euro, sempre al netto delle tasse e dei contributi. Pur essendo molto difficile stimare il Tfr maturato complessivamente fino ad oggi, considerato che riguarda ben 709 consiglieri - alcuni dei quali di prima nomina, altri invece veterani - abbiamo tentato un calcolo indicativo. Ipotizzando che tutti i consiglieri avessero una sola legislatura alle spalle e che tutti venissero sostituiti, il costo complessivo ammonterebbe a 32.633.086 euro. Una bella somma in tempi di crisi, tanto più che il costo reale è di gran lunga più alto.

«Mi auguro che questi dati inducano l’opinione pubblica e i politici a definire con chiarezza e senza sperequazioni quanto debba guadagnare un consigliere regionale in Italia», dichiara al Giornale Monica Donini, numero uno del Consiglio regionale dell’Emilia Romagna e presidente Conferenza delle Assemblee legislative delle Regioni. «Le retribuzioni dei consiglieri sono parametrati all’indennità dei parlamentari a Roma - spiega -. C’è chi è molto parco e si ferma al 60% e chi invece tocca il 100%, come la Sicilia che prende come riferimento addirittura il Senato, anziché la Camera dei Deputati».

La liquidazione di solito corrisponde a una mensilità per ogni anno di legislatura. Lo scandalo del Piemonte e della Puglia è presto spiegato: anziché un mese ne vengono considerati due. Quello di Torino è recente, fu approvato nel 2003 durante l’era Ghigo. La liquidazione è proporzionale al numero di anni trascorsi in Consiglio. Per intenderci: se un consigliere lasciasse dopo tre mandati incasserebbe 257.312 mila euro. Puliti, puliti. Una bella ricompensa, non c’è che dire, che si inerisce in una realtà molto variegata.

Alcune regioni si limitano a calcolarla sull’indennità di carica, dunque sullo stipendio base. È il caso dell’Emilia Romagna dove il Tfr è uguale per tutti. Ma altre regioni come la Toscana e la Campania considerano nel computo anche le altre indennità, come quella di funzione. E la liquidazione, di riflesso, aumenta.

In un’Italia che non è ancora federale, quando si tratta di stipendi ognuno decide per sé. La Lombardia accorda ai propri eletti 68mila euro, molto più del Lazio (31mila euro), dove però le voci extra sono molto numerose e variano a seconda della carica, dunque aumentano in proporzione alla carica.
L’Umbria calcola la liquidazione sulle base degli ultimi dodici mesi, ma con un tetto massimo: il Tfr è limitato a dieci anni in Consiglio, chi supera questo termine non ha diritto a maggiorazioni. Un meccanismo analogo è stato adottato dalla Liguria, ma il limite è fissato a tre legislature anziché due. Sia Umbria che Liguria risultano sotto la media (rispettivamente 28mila e 30mila euro).

La Campania dove l’indennità è di 50mila euro ha tentato di arginare i costi, seppur minimamente. «Dal 2006 abbiamo bloccato gli scatti automatici», spiega il consigliere segretario Pasquale Marrazzo del Pdl.

In genere, comunque, la regione che decide di autogratificarsi con stipendi elevati raramente torna sui propri passi, come dimostra ancora una volta il Piemonte. La norma fu votata in pieno agosto su iniziativa del centrodestra, ma l’attuale maggioranza di centrosinistra in cinque anni non l’ha certa abrogata. Solo ieri dopo il richiamo del cardinale Poletto alcune voci si sono levate invocando un cambiamento. Voci da campagna elettorale. Il «salario di reinserimento», così si chiama tecnicamente la liquidazione, fu introdotto con lo Statuto Albertino, addirittura nel 1848. Da allora nessuno ha rinunciato a questo privilegio.

http://blog.ilgiornale.it/foa



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Garlasco, il libro che Stasi non vuole

Corriere della Sera


Contiene «fotografie private e personali», dice Alberto. Il perché della diffida al Corriere



Alberto Stasi

Alberto Stasi vorrebbe non vedere nelle edicole il libro-inchiesta del Corriere della Sera «Alberto e Chiara. La verità di Garlasco». Non pubblicatelo, non divulgatelo, né vendetelo «in ogni modo, luogo e forma» chiede all’editore la lettera del suo avvocato e amico, Giulio Colli. La domanda è: perché? Contiene «fotografie private e personali», dice il biondino di Garlasco che una settimana fa è stato assolto dall’accusa di aver ucciso la fidanzata Chiara Poggi, il 13 agosto del 2007.

È vero. Il libro contiene materiale inedito, comprese fotografie che Stasi definisce «private». Mette a nudo le debolezze e le lacune delle indagini, offre retroscena e dettagli che dicono più di quanto è stato raccontato in due anni e quattro mesi. Ma attenzione: la richiesta di Alberto non è, semmai, quella di non pubblicare le «fotografie private e personali». La sua diffida riguarda tutto il libro. Che di sicuro non è il frutto di un plagio, non viola la legge Scelba sull’apologia del fascismo né contiene pagine oscene: gli unici tre casi per i quali l’articolo 21 della Costituzione prevede il sequestro degli stampati.

Ora: dopo che per ventotto mesi la sua vita, le sue abitudini sessuali, le sue amicizie, tutto di lui è diventato pubblico, perché — viene da chiedersi —il problema di Alberto è un libro? Sono davvero quelle fotografie a far minacciare il dottor Stasi di ricorrere «sia in sede civile che penale» contro il Corriere? Se così fosse diventa inspiegabile il suo silenzio davanti alle ripetute pubblicazioni — per mesi, sulle pagine di tutti i quotidiani e dagli schermi televisivi — di fotografie private-privatissime «saccheggiate» dagli atti dell’inchiesta.

Perché di questo si tratta: sono immagini che dal punto di vista giudiziario appartengono all’inchiesta. Erano nei computer di Alberto e di Chiara e sono finite — fra il materiale sequestrato — nelle mani della procura di Vigevano, dei periti, degli avvocati e del giudice. Mai una lamentela, per le pubblicazioni dei mesi scorsi. Nessuna diffida.

In questi due anni e quattro mesi di caso Garlasco il Corriere ha dato spazio ai fatti, come sempre, cercando ogni volta di sentire tutte le parti in causa. Insistendo, spesso, anche dopo decine di telefonate senza risposta che avrebbero autorizzato chiunque ad arrendersi. Sono stati raccontati i fatti, così com’erano. Sia quando si è trattato di dar voce a una tesi dell’accusa, sia quando la voce era invece quella della difesa. Basti ricordare la perizia sul computer di Alberto, quella che confermò il suo alibi e segnò la svolta verso l’assoluzione.

Furono gli articoli del Corriere, come riconobbe lo stesso avvocato Giulio Colli, a sfondare il muro dei colpevolisti, fino ad allora in maggioranza. Nel libro-inchiesta che rimarrà in edicola per un mese si parte dalla fine: la sentenza. Alberto è stato assolto. Non colpevole. Solo Alberto Stasi, il ragazzo che sorride con i piedi a mollo nel mare da una delle sue fotografie «private e personali».

Giusi Fasano
24 dicembre 2009



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Francia, sfida della minigonna contro i presidi «bacchettoni»

Corriere della Sera


La parola d’ordine: libere di vestirci come ci pare






Torna la protesta, in minigonna: incuranti del freddo che attanaglia l’Europa gli studenti francesi si sono passati parola e si presentano a scuola nei licei d’Oltralpe vestiti di poco o nulla. Tutta colpa di un preside incauto che, stufo di vedere dietro i banchi di scuola mutandine griffate che spuntavano dai pantaloni a vita bassa, piercing e abiti troppo succinti, ha deciso di vietarli, scatenando le furie estetico-libertarie di centinaia di teenager. E così uno dopo l’altro si sono accesi i licei di Francia.

La rivolta è cominciata al Geoffroy-Saint-Hilaire, nel dipartimento dell’Hessonne, a sud di Parigi, per poi continuare al Condorcet d’Arcachon nella Gironda, la terra di Bordeaux, e in altri istituti del Paese. Leader una ragazza, una diciassettenne, Léa Dedieu, che è riuscita a persuadere i suoi compagni a presentarsi in classe in superminigonna (le ragazze) o in bermuda (i ragazzi), al grido di «Siamo a scuola non in prigione». Performance che per ora è costata tre giorni di sospensione con la motivazione che «gli studenti erano a rischio pedofili nel tragitto verso la scuola».

Torna dunque la protesta e, come prevedibile, in chiave fortemente estetica, dato lo spirito dei tempi. Già una volta, di fronte a ben altre ondate rivoluzionarie, aveva avuto gran momento il fortunato titolo di una commedia di Umberto Simonetta «Arriva la rivoluzione e non ho niente da mettermi». Ma allora le minigonne, gli eskimi, le borse della tolfa erano perlopiù elementi di contorno, anche se necessari per riaffermare la propria diversità rispetto al modo di vestire «borghese» e tradizionale.

La nuova gioventù, la generazione post-Barbie che—forse — vuol fare la rivoluzione, parte da anni di idolatria del corpo e dei suoi ornamenti, comincia presto ad essere schiava dello specchio ed è maestra già a 12 anni nell’arte di migliorarsi, valorizzarsi, addobbarsi. E perciò, semmai nuovo 68 sarà, stavolta lo sarà in chiave tutta estetica. Michel Fize, sociologo francese, ricercatore della Cnrs specializzato in gioventù, interpellato dal quotidiano The Independent non si è dichiarato sorpreso dalla rivolta degli studenti che vogliono difendere un loro dress code fortemente provocatorio.

D’altra parte — ragiona Fize —come potrebbe essere altrimenti, con dei mass media e una società che propongono modelli «iper-erotici»? Il grande educatore oggi è il piccolo schermo: «Con che faccia possiamo rimproverare a una teenager che mostra troppo, quando la tv fa esattamente quello, a tutte le ore?».

E’ come se questi studenti- cugini mettessero in scena la loro piccola neo-rivoluzione partendo dal loro vissuto, da quella cultura idolatrica del corpo contemporaneo che vivono ogni giorno, e che rimbalza dagli schermi, dalle fotografie, dalle vetrine dei negozi, ma anche dalle aule parlamentari, dagli incontri al vertice dei potenti internazionali, tutti primariamente preoccupati di quel che sembrano piuttosto che di quel che pensano. Preoccupazione e schiavitù che accomuna gli umani di ogni latitudine: che dire delle garbate studentesse iraniane che, a differenza delle loro coetanee parigine, protestano con il velo e non il piercing, ma egualmente mettono molta cura e molta grazia nello sceglierlo, nel modularlo, nell’indossarlo?

Legittime e più che giustificate dallo spirito dei tempi, come si è detto, le nostre deduzioni sociologiche: ma non sarà poi troppo facile liquidare così la nuova ondata francese? Il dubbio sorge perché la stessa Léa, interrogata, ribalta tutta la faccenda facendo, con mediatica sapienza, una bella capriola filosofica: la nostra protesta, dice, più che con bisogni narcisistici o estetici, ha a che fare con una vecchia conoscenza della rivoluzione francese: «La libertà».

Maria Luisa Agnese
24 dicembre 2009




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Silvio perdona, Tonino no Berlusconi benevolo con Tartaglia Replica Di Pietro: "Il Cav è il diavolo"

Libero



C’è chi gli vorrebbe spaccare la faccia (Sergio Barbato, dell’Idv, ndr) come qualcuno ha già tentato di fare a Milano, lanciandogli contro la statuetta del Duomo. Alla faccia (è proprio il caso di dirlo) della distensione del clima politico e del buon esempio. Ma lui, Silvio Berlusconi, il buon esempio lo dà: perdonando il suo aggressore, Marco Tartaglia. Ma il buon esempio del Cavaliere non sembra essere stato apprezzato fino in fondo dal leader dell'Italia del valori che addirittuta scomoda Gesù Bambino. Al quale scrive una bella letterina di Natale: 

"Nel nostro Paese c'è 'un diavolo' al governo che pensa di usare le istituzioni solo per farsi gli affari suoi". Antonio Di Pietro affida al suo blog "la sua lettera a Gesù Bambino". Una missiva che chiama in causa, senza citarlo esplicitamente Silvio Berlusconi. E' lui il diavolo che "vuole addirittura cambiare la Costituzione perchè nella Carta non è previsto che lui non può essere processato" e che "non vuole essere processato". "Però lui questo lo chiama dialogo - continua Di Pietro - E, come tu sai, caro Gesù Bambino, capita spesso che qualcuno abbocchi e dica: 'Vabbe' andiamo a dialogare. Te lo immagini? Ricordi la storia di cappuccetto rosso? Avrebbe mai potuto dialogare con il lupo cattivo?". In pratica un messaggio esplicito al Pd. Di Pietro conclude: "Ecco la preghiera che ti faccio, caro Gesù Bambino: l'anno prossimo mettici in condizione di liberarci politicamente, attraverso l'esercizio democratico del voto, di questo diavolo al governo".

Prove di dialogo - Le prove tecniche di dialogo, dopo il discorso di Napolitano, e le aperture di D'Alema e Bersani, e le ampie garanzie di disgelo fornite dalla maggioranza, sono state avviate. Se non fosse per il solito Tonino: che sempre nella sua letterina a Gesù Bambino chiede che vengano aperti “gli occhi a coloro che, invece di fare opposizione, decidono di fare inciuci con questa maggioranza”. Perché quel dialogo di cui tanto si parla in questi giorni non s’ha proprio da fare: “Caro Gesù Bambino”, scrive ancora Di Pietro, ora “se la prendono con noi perché a questo tavolo del dialogo non ci sediamo. 

Ma, caro Gesù Bambino, tu lo sai bene com’è fatto il diavolo. Tu lo sai bene che non ci si può fidare di lui e con alcune persone, soprattutto con il diavolo, non si può dialogare”. Il presidente del Senato Renato Schifani e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti rilanciano invece il tema del confronto con l'opposizione. Opportunità subito affossata da Di Pietro che bolla Berlusconi come "il diavolo" e chiude a quello che lui chiama "inciucio". Schifani riconosce al presidente della Repubblica "un grandissimo ruolo non soltanto di mediazione ma di catalizzatore del clima di confronto e di rasserenamento. Noi chiudiamo questo anno in un clima diverso rispetto a quello di qualche settimana fa. Vi sono già segnali importanti di confronto sulle riforme, vi è un disgelo. Le mie non sono solo parole di auspicio, sono parole di ottimismo che si misurano sulla logica dei fatti che si stanno realmente concretizzando in queste ore”. 

Per Schifani, inoltre, “la bellezza del bipolarismo è questa, è la logica dell'alternanza. La maggioranza deve sapere che domani può essere opposizione, l'opposizione deve lavorare per diventare maggioranza, ma questo si può realizzare soltanto se si spiegano agli italiani le proprie idee, i propri progetti, non litigando. Litigando non si fa bene al Paese e non si spiega agli italiani quello che si vuol fare e si rimane quindi chiusi in un fortino».". Dal canto suo Bonaiuti sottolinea che “siamo pronti al dialogo con l’opposizione. Siamo una maggioranza e un governo moderati. Se la sinistra è pronta stavolta, se sono rose fioriranno...".

Il perdono di Silvio: ma non sottovalutare il gesto - Dopo aver perdonato il suo aggressore, il presidente del Consiglio ritiene che nel giudicare il gesto del signor Tartaglia da Cesano Boscone la magistratura debba tenere conto del fatto che si può far passare il messaggio che si può aggredire il presidente del Consiglio che resta una istituzione da difendere. È il ragionamento svolto dallo stesso Berlusconi da Arcore nel corso di una conference call con la sede del Pdl di Roma per gli auguri di Natale. "Umanamente l'ho perdonato", ha detto il Cavaliere, "sapete che non so portare rancore", ha aggiunto rivolgendosi agli interlocutori che lo ascoltavano dalla sede di via dell'Umiltà. 

 Detto ciò, il premier ha sottolineato l'importanza che il gesto di Tartaglia non sia sottovalutato. Il suo ragionamento è stato il seguente: non deve passare il messaggio che si può andare in giro e colpire liberamente il presidente del Consiglio che rappresenta un'istituzione; il rischio è che altrimenti parta un tiro al bersaglio. Nel motivare le sue osservazioni, Berlusconi ha poi ricordato che se la statuetta fosse stata lanciata qualche centimetro più in alto lui sarebbe finito «sotto terra» o avrebbe perso un occhio".

Barbato choc - Intanto è giallo su alcune dichiarazioni fatte da Francesco Barbato, deputato dell’Italia dei Valori, durante il sit-in di protesta davanti a Palazzo Chigi: Per ogni operaio della Fiat buttato fuori”, ha detto il politico, “la tiro io in faccia la statuetta a Berlusconi. Di chi perde il posto di lavoro e di chi non l’ha mai avuto: è di questo che si deve occupare un governo serio”. Parole forti, queste, cui ha fatto prontamente seguito una secca smentita dello stesso deputato dipietrista: “Voglio specificare il mio pensiero perché le mie parole sono state fraintese. Ai lavoratori della Fiat che manifestano a Montecitorio ho detto che per ogni lavoratore licenziato criticherò duramente in aula Berlusconi e il governo e proseguirò nelle sede istituzionali e nelle piazze questa battaglia per la difesa del lavoro. L’Italia dei valori come è noto è il partito della legalità ed è contro ogni atto di violenza. In piazza ho invitato i manifestanti a mantenere la calma in una situazione che poteva diventare tesa”.




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Rai, aumenta il canone costerà 109 euro

IL Tempo

Il costo è aumentato di un eruro e mezzo da l'anno scorso per via dell'adeguamento al tasso di inflazione.

Pdl e Pd chiedono la lotta all'evasione.


Rai Aumenta il canone Rai, seppure solo di 1 euro e mezzo per l'adeguamento al tasso di inflazione. «Misura inevitabile e che il governo ha cercato di limitare al massimo», fa notare il capogruppo Pdl in Vigilanza Alessio Butti. Ma il decreto firmato rii dal vice ministro per lo sviluppo economico Paolo Romani, con il quale la cifra da pagare passa da 107,5 a 109 euro, viene bocciato dall'Agcom, il consiglio degli utenti («aumento assolutamente da evitare»).

Mentre nel mondo politico sono in tanti a chiedere subito un impegno contro l'evasione. «Come per la precedente annualità -fa notare il ministero dello Sviluppo economico - l'importo è stato adeguato di 1,50, tenendo conto dell'inflazione programmata». «Il verbo adeguare è forse esagerato - commenta il parlamentare Pd Enzo Carra - la decisione va comunque accompagnata da un serio disboscamento dell'evasione fiscale». Alla lotta contro l'evasione pensa anche l'Udc Roberto Rao, che ricorda la sua proposta di inserire il canone nella bolletta energetica. Il nodo, «rimane l'evasione», dice anche il segretario del sindacato dei giornalisti Rai (Usigrai) Carlo Verna.

Critica anche l'Aiart,associazione dei telespettatori cattolici: «l'aumento del canone quantitativamente è minino - dice il presidente Luca Borgomeo - ma è il segnale che conta. Si ritocca verso l'alto quella che tanti italiani considerano un'odiosa tassa, ma la qualità cala». L'aumento «non può creare scandalo», commenta da parte sua il parlamentare Pdl Benedetto della Vedova.

Convinto che «il futuro della Rai sia la privatizzazione». Rognoni fa notare che l'Italia ha il record dell'evasione, mentre il recupero consentirebbe di ridurre il canone ai meno abbienti e agli anziani oltre i 70 anni, pensionati al minimo. Anche Butti ricorda la necessità di pensare ora a ridurre l'evasione. L'auspicio, conclude, «è che per il 2010 l'incremento del canone possa favorire un aumento della qualità dei programmi, a vantaggio del pluralismo e della piena soddisfazione dei contribuenti».




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Sms di Al Qaeda per fare propaganda

Il Tempo

Video dei leader e richieste di denaro sui telefonini: anche così vengono reclutati i combattenti per la jihad.


Combattenti per la jihad reclutati con gli sms 


Al Qaeda allarga gli orizzonti della sua propaganda. Dal web ai telefonini. C'è un gruppo di simpatizzanti di Al Qaeda «La squadra degli Ansar» che si è specializzato nella diffusione della propaganda di Al Qaeda attraverso i cellulari. Ci sono, inoltre, gruppo di ingegneri informatici e tecnici che si incontrano in Internet, ma che poi danno vita a gruppi di propaganda che usano la telefonia mobile come mezzo per veicolare documenti, canti jihadisti o per diffondere via mms le immagini degli attentati sferrati da Al Qaeda. Ora anche i messaggi di Osama Bin Laden e Ayman al-Zawahiri e i comunicati del gruppo terroristico vengono veicolati attraverso i cellulari.

Secondo l'accademico saudita Fayz al-Shahri, «i giovani simpatizzanti di Al Qaeda stanno usando da poco tempo una nuova tecnica di propaganda che è quella di veicolare i messaggi di Al Qaeda e i video dei loro leader da un cellulare all'altro attraverso il sistema Bluetooth in modo da non essere scoperti dalla polizia». Sui forum jihadisti sono frequenti i messaggi che invitano gli utenti a scegliere il servizio «mobile» che consnete di ricevere sul proprio telefonino notizie e messaggi dei mujaheddin. E gli sms vengono usati anche per chiedere soldi alla causa della Guerra santa.

Nel cellulare di un giovane saudita è stato trovato persino un sms di Sayd al Shahri, capo di Al Qaeda in Yemen, con una richiesta di finanziamento per il suo gruppo. Il principe Nayf bin Abdel Aziz, vice ministro degli Interni saudita impegnato in prima fila nella lotta contro Al Qaeda ha avvertito l'opinione pubblica dell'esistenza di conti correnti bancari nel regno nei quali vengono raccolti soldi destinati al terrorismo. I numeri di questi conti correnti erano stati diffusi tramite i telefoni cellulari con il pretesto di raccogliere fondi per i musulmani bisognosi.
Maurizio Piccirilli



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Se il conflitto d’interesse è di un suo assessore, l’Idv fa finta di niente

di Redazione


Grandi o piccoli che siano, sempre conflitti d’interesse sono. Tutto il mondo è paese, insomma, nell’insolita gara a chi arraffa di più. Stavolta a finire con l’indice puntato contro di loro, sono i censori dell’Italia dei valori, tanto attenti a sottolineare le magagne del premier quanto generosi a glissare sulle proprie, per dir così, debolezze. Due pesi e due misure, quindi e l’ultimo caso è targato Torino.

Nel mirino Gianfranco Porqueddu, istriano di Pola, 67 anni, sposato con due figli. E un curriculum di tutto rispetto anche in fatto di cariche detenute e collezionate. Porqueddu, attualmente assessore provinciale allo Sport e vicepresidente del consiglio provinciale e consigliere nazionale del Coni in carica dal 2009 al 2012, è stato in passato anche consigliere comunale, assessore allo Sport e sindaco di Vinovo.

Oltre che presidente regionale del Coni Piemonte dal marzo 2001 e consigliere nazionale del Coni dal marzo 2007, carica recentemente rinnovatagli.

Insomma Porqueddu ha fatto il pieno. Che indubbiamente sia titolato per ricoprire le cariche ottenute è un dato certo. L’ex sindaco e assessore a Vinovo è infatti laureato in Attività sportive all’università di Lione e docente universitario di educazione fisica oltre che docente di atletica leggera all’Isef e allenatore nazionale specialista Fidal. Insomma di sport ne mastica. Nulla da eccepire dunque per competenze, molte le perplessità invece sulla collezione di poltrone che ha fatto arrabbiare il Pdl provinciale.

È mai possibile che un partito che fa della propria arma di battaglia il conflitto di interesse non dia il buon esempio imponendo un limite di nomine ai propri esponenti, dicono al Popolo della libertà, rammaricati del fatto che nessuno sembri scandalizzarsi quando invece l’Idv lancia a ripetizione i propri strali contro il conflitto di interesse e faccia di esso la propria crociata di libertà democratica.




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