mercoledì 30 dicembre 2009

30 anni di RaiTre

Repubblica

In un nostro montaggio le sigle di alcuni dei programmi che hanno fatto la storia della Terza rete Rai, nata il 5 dicembre 1979 alle 18:30

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Violenza su undicenne, domani l’interrogatorio del parroco

Il Secolo xix



Sarà interrogato domani dal giudice per le indagini preliminari Emilio Fois il parroco di Alassio, don Luciano Massaferro, 44 anni, arrestato ieri dalla polizia per violenza sessuale su una bambina di 11 anni, una chierichetta della parrocchia.

Nell’interrogatorio di convalida dell’arresto il sacerdote sarà assistito dall’avvocato Alessandro Chirivì, di Albenga, che si dice pronto a presentare un’istanza al tribunale del riesame per la scarcerazione immediata. Don Massaferro, rinchiuso in carcere a Chiavari, è finito sotto inchiesta per almeno tre episodi di violenza descritti dalla ragazzina durante gli incontri con gli psicologi dell’Istituto Gaslini di Genova.

Uno sarebbe avvenuto su uno scooter, un altro nella biblioteca dell’ufficio parrocchiale ed il terzo tra aprile e maggio scorsi nella baracca dell’orto di proprietà del sacerdote dove il parroco avrebbe fatto giurare all’undicenne, in un momento di intimità, di non raccontare nulla dei loro incontri proibiti. Gli inquirenti hanno sequestrato oltre al computer che il parroco aveva in uso, anche altro materiale informatico.





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Aborto rallenta la venuta del Messia"

La Stampa


Un embrione umano

L'accusa di due rabbini
GERUSALEMME

Due grandi rabbini di Israele si sono scagliati contro l’aborto perchè, sostengono, «rallenti la redenzione messianica». Lo scrive il sito israeliano Y-Net. «Israele passa per ogni anno attraverso un’epidemia che toglie la vita a decine di migliaia di ebrei e che, oltre ad essere un peccato grave, rallenta l’arrivo del Messia», hanno dichiarato il grande rabbino ashkenazita, Yona Metzger, e il grande rabbino sefardita, Shlomo Amar, in una lettera a tutte le comunità giudaiche.

I due rabbini mettono in relazione gli aborti e il ritardo dell’arrivo del Messia, poichè, dicono, lui non arriverà fino a che non vengano al mondo tutte le anime che devono venire da madri ebree. Nella lettera, i rabbini annunciano che stanno studiando un metodo per rinnovare la lotta contro l’aborto, con la creazione di una commissione speciale per tentare di impedire «l’omicidio di feti nel ventre delle loro madri».

Secondo i leader religiosi ogni anno in Israele avvengono circa 50 mila interruzioni volontarie di gravidanza. «La maggioranza di questi aborti non è necessaria ed è proibita dalla Halajà (la legge religiosa giudaica)», affermano i due rabbini, che concludono «Maledetti coloro che non si spaventano con queste informazioni».






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Mosca pronta a missione Armageddon

La Stampa



L'asteroide Apophis si potrebbe schiantare sulla Terra nel 2036. I russi pensano di lanciare un missile
per distruggerlo
MOSCA
Proprio come nei film "Armageddon" e "Depp Impact" la Terra rischia di essere colpita da un asteroide. Dopo la profezia sul 2012, una nuova ombra investe il mondo. La data cruciale sarebbe il 2036. Sulla base dei dati forniti dall'Agenzia Spaziale, Apophis, questo il nome dell'asteroide-killer, potrebbe schiantarsi contro il pianeta. Per questo motivo "il distruttore" è da tempo sotto stretto controllo. Come riporta Fox News, la Russia avrebbe pensato di intervenire, lanciando un missile contro il "nemico". Il capo dell’Agenzia Spaziale Anatoly Perminov ha detto alla radio Golos Rossii (Voce della Russia) che una tale missione potrebbe rendersi necessaria per evitare che Apophis colpisca il nostro pianeta.

Quando Apophis fu scoperto nel 2004, gli astronomi stimavano le probabilità di uno schianto pari a 1 su 37. Ulteriori studi, poi, hanno escluso qualsiasi possibilità di un impatto nel 2029, ma secondo quanto ha dichiarato Perminov nessuna ipotesi può essere scartata. Si ritiene che il 13 aprile 2029 Apophis - nome greco del dio dell’Antico Egitto Apòfi, detto «il distruttore» - si troverà a una distanza così ravvicinata, da raggiungere una magnitudine pari a 3,3, tanto da poter essere individuato a occhio nudo senza difficoltà. Questo incontro ravvicinato sarà visibile in una vasta zona che comprende Europa, Africa e Asia occidentale.

Già in passato Apophis aveva fatto parlare di sè. Cinque anni fa causò fece scattare un primo allarme, poiché le osservazioni iniziali indicavano una probabilità relativamente alta di collisione. Tuttavia, osservazioni successive hanno permesso migliori previsioni e una determinazione dell’orbita più precisa, che di fatto hanno escluso la possibilità di un impatto con il nostro pianeta o con la Luna per quella data. Comunque, la probabilità di un impatto per il 13 aprile 2036 rimane ancora elevata, mantenendo l’asteroide al livello 1 di pericolo.




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Non voglio le cure» Muore malato di Sla

Corriere del Veneto

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Renzo Betteti aveva dichiarato le sue volontà

TREVISO — Ha voluto mo­rire con la stessa dignità con cui è vissuto. Il trevigiano Renzo Betteti, 62 anni, malato dal febbraio scorso di Sla, si è spento lunedì pomeriggio nel­la sua casa. Un mese fa l’ex fi­sioterapista aveva formalizza­to la volontà di non essere sot­toposto ad alcuna forma di ac­canimento terapeutico. A ottobre, in una toccante intervista rilasciata ad Anten­na Tre Nordest, Betteti aveva annunciato l’intenzione di non permettere alla sclerosi laterale amiotrofica, né alla sa­nità pubblica né ad alcun tri­bunale, di ridurlo ad un vege­tale nell’ultimo scorcio della sua esistenza terrena: «Non me la sento di finire come una pianta in un vaso di fiori, che viene alimentata, non può parlare, ha gli occhi aper­ti e il cervello che funzio­na… ».

Una determinazione poi ri­badita, alla fine di novembre, in una dichiarazione rilascia­ta al medico del distretto, che insieme ai familiari ed agli amici l’ha seguito fino al­l’istante fatale. Perché quel terribile momento è inesora­bilmente arrivato, visto che in forza di quella formale vo­lontà, Betteti ha rifiutato di sottoporsi alla tracheotomia. Aprendo una via respiratoria alternativa a quella naturale, ormai drasticamente compro­messa dalla malattia, quell’in­tervento chirurgico avrebbe costituito l’unica possibilità di tenerlo in vita. Ma quella, per Renzo, non sarebbe stata vita. Così il 62enne è spirato nella sua abitazione. «Ed in questa maniera il suo deside­rio è stato esaudito», ha spie­gato ieri il figlio Stefano. Nella mente dei tanti che l’hanno conosciuto e apprez­zato, lungo i venticinque anni in cui il fisioterapista ha pre­stato servizio all’ospedale, gli altri sedici in cui ha esercitato nel suo studio, l’ultimo in cui è rimasto immobilizzato a let­to, riecheggiano le commo­venti parole con cui Betteti si era rivolto ai politici, nel peri­odo in cui infuriava il dibatti­to sul testamento biologico.
«Non voglio augurare nien­te a nessuno – aveva afferma­to – anzi, spero che non capiti mai a nessuno quello che è ca­pitato a me. Però se un politi­co si rendesse conto della sof­ferenza che abbiamo noi qua a letto, che non possiamo ne­anche grattarci un orecchio, non lo so se tanti la pensereb­bero lo stesso nel modo in cui ne stanno discutendo in que­sti giorni. Vogliono togliere la possibilità e l’autonomia alla persona di decidere della pro­pria vita. Per questo a tutte le persone che mi conoscono e che mi vedono, chiedo di fare qualcosa. Di aiutare non tanto me, che non so quanto mi ri­marrà ancora da vivere, ma tutti quelli che verranno do­po di me». La famiglia ha sottolineato come le disposizioni sulla sua fine abbiano voluto essere an­che un modo per tutelare i congiunti rispetto ad eventua­li dubbi su presunte responsa­bilità in capo alla crisi respira­toria che l’ha stroncato. «É sempre stato lucidamente consapevole delle conseguen­ze a cui sarebbe andato incon­tro – ha aggiunto Stefano Bet­teti – non c’è alcun lato oscu­ro su cui indagare». I funerali saranno celebrati domani alle 14 nella chiesa di Sant’Ange­lo. Le offerte raccolte saranno devolute alla ricerca sulla Sla. Angela Pederiva






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Moussavi e Karruobi via da Teheran» I leader riformatori fuggiti o arrestati?

Corriere della Sera

I due capi dell'opposizione sono andati via dalla capitale iraniana, probabilmente sono nelle mani del regime

MILANO - Sta precipitando la situazione in Iran. Il regime infatti starebbe per giungere alla stretta finale avendo deciso di arrestare i leader dell'opposizione. I due capi dell'opposizione iraniana, Hossein Mussavi e Mehdi Karrubi, hanno infatti lasciato Teheran per una città del nord del paese. Lo riferisce l'agenzia ufficiale Irna. Secondo il sito dell'opposizione Rehesabz, invece, i due sono stati portati in tale località proprio dalle autorità del paese, che li avrebbero, in pratica, arrestati. Nella versione dell'Irna i due politici hanno lasciato la capitale di loro spontanea volontà, in quella del sito dell'opposizione Karrubi e Mussavi sono invece «sotto il controllo» di membri del Ministero delle Informazioni e dei Guardiani della Rivoluzione. «Due dei capi della sedizione - scrive l'agenzia ufficiale - hanno lasciato Teheran per il nord dell'Iran dopo aver constatato il montare della collera del popolo che esige la loro punizione». Il sito Rehesabz cita la notizia dell'Irna aggiungendo come dettaglio che i due uomini politici sono stati portati nella località di Kelar-Abad, nella provincia di Mazandaran bagnata dal Mar Caspio. «Alcuni membri dei Guardiani della rivoluzione e del Ministero delle Informazioni - scrive il sito - hanno portato Mussavi e Karrubi nella città di Kelar-Abad (...) per proteggerli dalla collera della popolazione» e sono sotto il controllo delle autorità citate.
L'ATTACCO DI AHMADINEJAD - La mossa del regime arriva al termine di una giornata segnata prima da un duro attacco verbale e poi anche da una contromanifestazione dei fedelissimi della teocrazia iraniana. «Il pentimento non servirà». Queste le nuove, dure parole dal presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad contro l'opposizione. «Fanno un gran baccano e creano notizie false per complicare la situazione - ha detto in tv -. Ma dovrebbero imparare la lezione dalle esperienze del passato. La nazione iraniana è come un oceano ed essi dovrebbero avere paura del giorno in cui questo grande oceano si muoverà, e non ci sarà ritorno». Ventiquattr'ore prima Abbas Vaez-Tabasi, un religioso che rappresenta la Guida suprema Ali Khamenei, aveva invocato per gli oppositori la pena di morte.
«BASTA TOLLERANZA» - Una posizione ribadita dal capo della polizia iraniana, Esmail Ahmadi-Moqaddam, secondo cui «il tempo della tolleranza è finito». Almeno contro alcuni degli oppositori arrestati durante le manifestazioni - ha spiegato - sarà mossa un'accusa da pena di morte, quella di «guerra contro Dio» (Moharebeh). «Accecheremo l'occhio della sedizione - ha minacciato -. Chiunque verrà arrestato in queste manifestazioni sarà trattato con severità, da criminale. Le azioni di coloro che prendono parte ai raduni e creano insicurezza saranno considerate Moharebeh». Mercoledì due uomini che hanno partecipato alle proteste post-elettorali sono stati condannati a morte dal Tribunale della Rivoluzione di Teheran: i due giovani dissidenti sono stati riconosciuti colpevoli di aver collaborato con un gruppo politico clandestino filomonarchico e di aver attentato alla sicurezza nazionale. Sale così a sette il numero di oppositori condannati a morte negli ultimi mesi in Iran. A Karaj, nel nord del Paese, è stato impiccato mercoledì mattina Ardeshir Geshavarz, dissidente 35enne recluso da sei anni e accusato dell'omicidio di un agente di polizia. L'esecuzione ha suscitato la protesta dei carcerati e ci sono stati disordini nella struttura.
ONU: SCIOCCATI - E suonano come una risposta al presidente iraniano le parole dell'alto commissario dell'Onu per i diritti umani Navi Pillay, che si è detta «scioccata» dai «morti, i feriti e gli arresti» nel quadro della repressione contro l'opposizione in Iran: «Sono scioccata per il numero di morti, feriti e arrestati. Le informazioni disponibili mostrano ancora una volta le eccessive azioni di violenza perpetrate dalle forze di sicurezza e dalla milizia paramilitare Basij». Dall'Italia il ministero degli Esteri ha convocato l'incaricato dell'ambasciata iraniana a Roma per consultazioni sugli ultimi sviluppi in Iran, come ha spiegato il sottosegretario Enzo Scotti alla Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato convocata in via straordinaria. Scotti, a nome del governo, ha ribadito la viva preoccupazione dell'Italia e ha nuovamente condannato le violenze e la perdita di vite umane, chiedendosi se la «violenza senza precedenti della repressione sia stata dettata da paura o da calcolo». Nel secondo caso si tratterebbe «dell'ennesimo azzardo da parte di una leadership radicale sempre meno disposta al dialogo con l'opinione pubblica».
FUNERALI MOUSAVI - Intanto a Teheran si sono svolti in gran segreto e tra strette misure di sicurezza al cimitero Behesht Zahra i funerali di Ali Habibi Mousavi, il nipote del leader dell'opposizione ucciso durante gli scontri domenica: la sua salma è stata finalmente riconsegnata alla famiglia, che ne aveva denunciata la scomparsa. «Alle 7 agenti di apparati di sicurezza hanno telefonato alla famiglia dicendo che sarebbe potuta andare a ritirare la salma senza farlo sapere ai mezzi d'informazione - scrive il sito riformista Rahesabz -. I funerali si sono svolti nel silenzio dei media e tra strette misure di sicurezza». Le autorità temevano che i funerali si sarebbero potuti trasformare in una nuova manifestazione dell'opposizione. La polizia, che nega di aver sparato, ha dichiarato che l'uomo è stato ucciso da «terroristi» in un episodio che non aveva nulla a che fare con le manifestazioni. Inoltre gli agenti hanno annunciato l'arresto del proprietario dell'auto dalla quale è partito il colpo che ha ucciso il giovane Mousavi. «La polizia ha identificato e arrestato il proprietario dell'auto coinvolta nel presunto omicidio» ha riferito una fonte delle forze di sicurezza. L'uomo però ha detto che l'auto gli era stata rubata nei giorni precedenti l'incidente.
CORTEI PRO REGIME - Sul fronte opposto in tutto il Paese migliaia di persone sono scese in piazza su appello delle autorità per affermare il proprio sostegno al regime, denunciare «gli ipocriti sediziosi» fino a chiederne l’impiccagione. A Teheran i manifestanti si sono radunati per partecipare alle sei processioni organizzate per denunciare il «complotto che mira a sovvertire il regime islamico»
.CASA MONTAZERI - Nella città santa di Qom la casa del grande ayatollah Hossein Ali Montazeri, morto pochi giorni fa, è stata circondata dagli agenti di sicurezza governativi che impediscono a chiunque di visitare la famiglia del religioso. «Da diversi giorni circondano la casa, isolandoci dal resto della città - ha detto un parente del religioso -. Ogni tanto ci insultano, minacciandoci di fare irruzione nell'ufficio dell'ayatollah». La famiglia Montazeri non può organizzare alcuna riunione di preghiera o di commemorazione religiosa in onore dell'ayatollah. Due giorni dopo la morte, secondo alcuni siti riformisti, l'abitazione di Montazeri ha subito un primo assalto da parte dei Basij, che hanno distrutto foto e aggredito le persone che avevano partecipato al funerale. Montazeri era tra le più autorevoli personalità religiose sciite in Iran: critico verso il regime della Repubblica islamica, era stato emarginato nel 1989 trascorrendo gli ultimi vent'anni isolato a Qom. Durante la crisi seguita alle elezioni presidenziali di giugno, aveva duramente criticato il governo, manifestando sostegno ai leader riformisti Mousavi e Karroubi. Era anche tra le voci più critiche rispetto all'attuale Guida suprema, l'ayatollah Ali Khamenei.

30 dicembre 2009






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Che ridicole le crociate contro gli oroscopi

di Renato Farina

Prendersela con i "maghetti" in nome del cattolicesimo è poco onesto e disecucativo. L'unico peccato di chi segue gli astrologi è quello di andare contro la propria intelligenza

 
L’oroscopo è una faccenda poco seria. D’accordo. Ed è diseducativo. D’accordissimo. Ma forse è persino meno serio e meno educativo battersi usando il nome cattolico contro Giancarlo Magalli che pubblicizza su «RaiDue» in prima serata gli oroscopi del 2010.
Non si discutono le buone intenzioni. Uno fa quello che può per migliorare il mondo, e si comincia dal poco. Ma infiammarsi per una stupidaggine e stendere comunicati per contestare le previsioni di un maghetto, sapendo che si alzerà un bel polverone, forse non è un buon insegnamento per la gioventù che vorrebbe vedere gli adulti migliori gettare le migliori energie per qualche battaglia più interessante.
C’è l’Iran dove i ragazzi sono ammazzati perché cercano la libertà. In Irak due chiese a Mosul sono state incendiate da quelli di Al Qaida perché non sopportano le feste di Natale. Prendersela con l’idea che qualcuno dica che quest’anno andrà bene a chi è nato nel segno dei pesci, pare essere una battaglia nobile senz’altro, ma esagerata.

Sia chiaro. Tengo a precisarlo. Non sono un eretico, almeno questo pare di no. Ho già abbastanza guai anche senza avere il Sant’Uffizio che mi lancia anatemi. E dunque sono contro gli oroscopi senza remore, nonostante sia sempre stato un ammiratore di Frate Indovino e del suo calendario basato non sulle stelle ma più che altro sulla luna. Chi crede nell’Oroscopo e sceglie le cose su questa base fa peccato. Fa peccato soprattutto perché va contro l’intelligenza.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica firmato da Wojtyla, Ratzinger e dal grande amico Sandro Maggiolini è perentorio. Siamo credenti non creduloni. Al numero 2116, tra le infrazioni contro il primo comandamento «Non avrai altro Dio all’infuori di me», colloca la divinazione: «Tutte le forme di divinazione sono da respingere: ricorso a Satana o ai demoni, evocazione dei morti o altre pratiche che a torto si ritiene che “svelino” l’avvenire. La consultazione degli oroscopi, l’astrologia, la chiromanzia, l’interpretazione dei presagi e delle sorti, i fenomeni di veggenza, il ricorso ai medium manifestano una volontà di dominio sul tempo, sulla storia ed infine sugli uomini ed insieme un desiderio di rendersi propizie le potenze nascoste.
Sono in contraddizione con l’onore e il rispetto, congiunto a timore amante, che dobbiamo a Dio solo». Dunque non si scherza. C’è un sacco di povera gente turlupinata dai maghi. Ma anche uomini potenti decidono su questioni decisive dopo aver ascoltato l’astrologo. Si diceva di Hitler, ma anche di Stalin. Basterebbe questa constatazione a tenerci lontani da queste manie. E di certo non è bello che la Rai investa in oroscopi. Avrei fatto una scelta diversa. Ma c’è persino un lato positivo in questa ricerca di segni: indica una sperdutezza, un bisogno. Se però i cattolici e quanti hanno qualcosa di più sensato da proporre si stracciano le vesti e gridano allo scandalo, senza indicare un'altra possibilità, fanno la figura di quelli che rubano il giochino a un bambino.

Resto dell’idea del grande cardinale Giacomo Biffi che preferisce combattere le storture con l’ironia, la ragione e una salda umanità. Ha scritto: «È stato giustamente notato come il mondo che ha smarrito la fede non è che poi non creda più a niente; al contrario, è indotto a credere a tutto: crede agli oroscopi, che perciò non mancano mai nelle pagine dei giornali e delle riviste; crede ai gesti scaramantici, alla pubblicità, alle creme di bellezza; crede all’esistenza degli extraterrestri, al new age, alla metempsicosi; crede alle promesse elettorali, ai programmi politici, alle catechesi ideologiche che ogni giorno ci vengono inflitte dalla televisione. Crede a tutto, appunto». Un lungo elenco, come si vede. A quando la battaglia contro le creme di bellezza e gli Ufo? Su, ragazzi, battiamoci per l’Iran e contro la tortura di queste carceri italiane, che farà meno chiasso, ma indebolisce la stupidità più della lotta contro lo zodiaco. Stare con forza dalla parte di chi si oppone alla tirannide, è un inno alla libertà persino dagli oroscopi.

A questo proposito, ho trovato una bella frase di Umberto Eco, che è il più bell’antidoto contro la prepotenza del fatalismo e della pigrizia magheschi: «Si nasce sempre sotto il segno sbagliato e stare al mondo in modo dignitoso vuol dire correggere giorno per giorno il proprio oroscopo». Un bel programma per il 2010.



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Iran, l'Onu: "Scioccati per le violenze" E Ahmadinejad minaccia l'opposizione

di Redazione

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Continuano gli arresti: almeno 1.500 tratti in arresto. Ieri la sorella di Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace nel 2003, è stata fermata a Teheran. L’ayatollah Abbas Vaez Tabasi avverte: "Giustizieremo tutti i nemici di Dio". E, nonostante la denuncia dell'Onu, Ahmadinejad minaccia l'opposizione: "Pentirsi non basterà"


Teheran - Dopo le proteste e la repressione di domenica, continuano gli arresti in Iran. La sorella di Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace nel 2003, è stata fermata a Teheran, secondo quanto riferisce il sito dell’opposizione Jaras. Intanto, l’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Navi Pillay, ha espresso tutto il suo sconcerto per quanto sta accadendo a Teheran, esortando le autorità a moderare le proprie reazioni contro l’opposizione.

La minaccia L’ayatollah Abbas Vaez Tabasi, influente personalità religiosa in Iran, ha affermato che i leader dell’opposizione iraniana, in quanto "nemici di Dio", meritano la morte in virtù della legge islamica. Lo riporta l’agenzia di stampa iraniana Fars. "Coloro che stanno dietro all’attuale sedizione nel Paese - ha detto Abbas Vaez-Tabasi, un religioso che rapresenta Khamenei - sono 'mohareb' (nemici di dio) e la legge è molto chiara in merito a quella che deve essere la punizione per i mohareb".

La replica dell'Onu "Scioccata" per le violenze e le vittime di questi giorni in Iran e per l’ondata di arresti contro manifestanti e oppositori. In un comunicato diffuso oggi a Ginevra, l’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Navi Pillay, ha espresso tutto il suo sconcerto per quanto sta accadendo a Teheran, esortando le autorità a moderare le proprie reazioni contro l’opposizione. Secondo la Pillay, "le informazioni di cui disponiamo rimandano ancora una volta ad eccessivi atti di violenza da parte delle forze di sicurezza e della milizia paramilitare dei Basij". "Il governo ha il dovere di assicurare che la violenza non aumenti", ha aggiunto l’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, esprimendo poi preoccupazione per le notizie continue di arresti di giornalisti, attivisti politici, difensori dei diritti umani. "La gente - ha sottolineato - ha il diritto di esprimere le proprie convinzioni e di tenere proteste pacifiche, senza essere malmenata, picchiata e gettata in prigione. Quelli che sono stati arrestati, per qualsiasi ragione, devono essere sottoposti a un processo che sia pienamente in linea con gli standard internazionali sui diritti umani".

Ahmadinejad: "Proteste nauseanti" Il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad ha definito le manifestazioni di domenica dell’opposizione una "nauseante mascherata" promossa dall’estero, "dagli americani e dai sionisti". Dopo le dure accuse di ieri, Ahmadinejad ha avvertito l’opposizione che "non servirà il pentimento" il giorno in cui la nazione "si muoverà come un grande oceano" contro di essa. "Fanno un gran baccano e creano notizie false per complicare la situazione", ha detto Ahmadinejad, intervistato dalla televisione di Stato, riferendosi all’opposizione. "Ma - ha aggiunto - dovrebbero imparare la lezione dalle esperienze del passato". "La nazione iraniana è come un oceano - ha aggiunto il presidente - ed essi dovrebbero avere paura del giorno in cui questo grande oceano si muoverà, e non ci sarà ritorno. Allora il pentimento non servirà".

L'arresto di Nushin Ebadi "Ieri sera mia sorella, la dottoressa Nushin Ebadi, docente presso la facoltà di Medicina dell’Università Azad di Teheran, è stata arrestata nella sua abitazione da agenti dell’Intelligence e portata in un luogo sconosciuto", afferma la premio Nobel in una dichiarazione diffusa dal sito

Rahesabz. Shirin Ebadi aggiunge che due mesi fa la sorella, che non è impegnata in alcuna attività politica, era stata convocata dagli apparati di sicurezza. "In quella occasione - afferma la premio Nobel - le è stato detto che doveva convincermi a cessare le mie attività in difesa dei diritti umani, altrimenti sarebbe stata arrestata". Shirin Ebadi, che si trova all’estero dalle elezioni presidenziali dello scorso giugno, ha continuato a criticare il regime. "L’arresto di mia sorella - aggiunge la premio Nobel - è un atto illegale. Il Paese ha bisogno ora di calma più che in qualsiasi altro momento e questo può essere ottenuto solo rispettando la legge. Ogni atto illegale avrà conseguenze negative". 

Arrestati tre giornalisti I siti web riformisti hanno riferito dell’arresto di tre giornalisti e un’attivista dei diritti umani. Uno è Mashallah Shamsolvaezin, giornalista riformista di spicco. In manette sono finiti anche Morteza Kazemian, giornalista del quotidiano riformista "Etemad"; l’attivista Mansoureh Shojai, un altro giornalista, Mohammad Javad Saberi, è stato arrestato nei pressi dell’università si Teheran in via Enghelab. Il procuratore generale di Teheran ha inoltre confermato l’arresto durante le proteste del giornalista 27enne siriano Reza al-Basha della tv di Dubai.

Mottaki contro l'Inghilterra L’Iran, atttraverso il suo ministro degli Esteri, Manouchehr Mottaki, ha oggi nuovamente respinto l’ultimatum delle potenze mondiali che hanno imposto a Teheran di accettare "entro fine anno" la bozza d’accordo elaborata dall’Aiea per l’arricchimento dell’uranio. "In realtà - ha affermato Mottaki - noi abbiamo posto un nostro ultimatum e se le potenze mondiali non risponderanno formalmente alla nostra proposta, andremo avanti con l’arricchimento dell’uranio per il reattore a scopi medici che sorge vicino Teheran". Il ministro iraniano ha quindi aggiunto che il suo Paese "non è disposto ad aspettare ancora. Se non raggiungeremo un accordo sull’acquisto o lo scambio dell’uranio, lo arricchiremo fino al 20 per cento da soli". Ieri il ministro degli Esteri britannico, David Miliband, ha definito molto "preoccupante" la "mancanza di autocontrollo" -ha detto Miliband- mostrata dalle forze dell'ordine iraniane negli incidenti avvenuti nel giorno dell'Ashura. Ma anche diversi altri Paesi europei hanno espresso la stessa posizione. "Le dichiarazioni di certe autorità straniere - ha affermato Mottaki - mostrano le cose vergognose che hanno fatto. Fino ad ora non abbiamo reso pubblici i loro dossier, su cosa hanno fatto e quando. Ma fortunatamente i popoli ne sono a conoscenza, e la faccenda è chiara". Dall'inizio delle proteste di piazza seguite alle elezioni presidenziali del 12 giugno, Mottaki ha affermato che il tutto era conseguenza di un complotto di Londra.





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E Craxi disse no "Meglio morire che tornare così"

La Stampa

La trattativa fallita per farlo curare in Italia
FABIO MARTINI
ROMA

Erano le ultime ore del millenovecentonovantanove. Precisamente dieci anni fa. Al primo piano di palazzo Chigi, squillò un cellulare, quello di Donato Robilotta: «Sono Bettino, che succede?». La voce di Craxi era stanca, ma i concetti chiarissimi: «Dillo a quelli là, che io in Italia ci torno soltanto da uomo libero... Piuttosto muoio qui, in Tunisia...».

A cosa si riferiva il malandatissimo Bettino, nella sua telefonata da Hammamet? Cosa voleva che sapessero «quelli là», a cominciare dal presidente del Consiglio Massimo D’Alema? Lo rivela dieci anni dopo proprio Robilotta, un dirigente del Partito socialista che allora lavorava a palazzo Chigi e aveva un affettuoso rapporto con Craxi: «Lui era molto malato, tanto è vero che venti giorni più tardi sarebbe morto.

Per salvarlo, avrebbe dovuto essere curato in Italia. Da tempo erano in corso diversi contatti - spesso a sua insaputa - per provare a farlo rientrare. In quei giorni si stava lavorando ad un’ipotesi: Craxi sarebbe rientrato a Fiumicino, di lì sarebbe stato trasportato nel carcere di Viterbo, restando il tempo necessario, uno o due giorni, per accettare una domanda di arresti domiciliari.

Dopodiché sarebbe stato trasferito al San Raffaele di Milano». Conferma Marco Minniti, allora braccio destro di D’Alema: «Sì, esisteva un’ipotesi di quel tipo. Tutti i margini furono esplorati senza confliggere con l’ordinamento del Paese. Anche se forse qualche corridoio umanitario si sarebbe potuto trovare, tenendo conto delle gravi condizioni di salute di Craxi».

Ma quel corridoio non si aprì e fu proprio Craxi a dire no ad un rientro «condizionato». E in quel no finale c’è tutto il personaggio. Piaccia o no, un Craxi tutto d’un pezzo. Orgogliosissimo. Pronto a mettere in gioco la sua stessa vita, pur di non subire l’umiliazione di una carcerazione, anche di una sola notte, su mandato di quei magistrati di cui non riconosceva l’autorità. Protagonisti, a suo avviso, di un «complotto giudiziario».

Ma rinunciando a qualsiasi via d’uscita, Craxi era pienamente consapevole a cosa stava andando incontro. Francesco Cossiga era andato a trovarlo il 18 dicembre e da lui Bettino si era congedato così: «Tu lo sai, vero, che questa è l’ultima volta che ci vediamo...». Poche settimane dopo, il 19 gennaio del 2000, Bettino Craxi muore.

Muore di crepacuore, ultima ferita dentro un corpo martoriato. Tutto aveva iniziato a precipitare tre mesi prima. Il 23 ottobre il Tg2 delle 13 aveva annunciato l’assoluzione di Giulio Andreotti nel processo di Palermo. Come raccontò il figlio Bobo, nel padre c’era «un misto di soddisfazione e di stupore». In quel momento era come se avesse capito che alla fine lui, e soltanto lui, era rimasto incastrato. A sera disse: «Non sto per niente bene».

L’indomani Craxi viene ricoverato nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Tunisi. La diagnosi è molto cruda. Oltre al diabete, ai seri problemi di cuore, si scopre un tumore al rene. Don Verzé - come rivelato da Massimo Pini nella sua documentata biografia «Craxi» - scrive a Carlo Azeglio Ciampi: «Craxi è condannato a morte vicina» e privarlo della possibilità di tornare in Italia «equivale a spingerlo nella fossa».

Il 30 novembre Craxi viene operato dal professor Patrizio Rigatti a Tunisi in condizioni ambientali molto critiche. «Un assistente ha dovuto tenere alta una luce con le mani», racconterà il professore. Nelle ore successive arrivano a Craxi tanti messaggi di auguri, anche un fonogramma di poche righe del presidente del Consiglio Massimo D’Alema, che secondo quanto raccontato dall’ambasciatore Armando Sanguini, «aveva carattere confidenziale» e non ufficiale.

Una riservatezza che mise di pessimo umore il pur acciaccatissimo Craxi. Che tornò molto indebolito nella sua casa di Hammamet. Si provò a rimettere in piedi una trattativa che nei mesi precedenti aveva visto protagonisti Giuliano Vassalli (aveva studiato, senza esiti al Quirinale, l’ipotesi di una grazia presidenziale), Francesco Cossiga, Giuliano Ferrara. Come salvargli la pelle? La Procura di Milano confermò: avendo sulle spalle due condanne definitive, Craxi può sì tornare, ma sottoposto agli arresti domiciliari in ospedale.

Ma il 19 gennaio, verso le 5 della sera, la figlia Stefania, inquietata dal prolungarsi del pisolino pomeridiano del padre, entra in stanza e lo trova senza vita, con un grosso ematoma all’altezza del cuore e una smorfia di dolore sul viso, angosciosa e indimenticabile per tutti quelli che la videro anche nelle ore successive, perché risultò irriducibile per chi ricompose la salma.

D’Alema offrì i funerali di Stato, la famiglia li rifiutò e dal giorno del funerale, Bettino Craxi riposa nel piccolo cimitero cristiano di Hammamet, in una tomba scavata nella sabbia e dominata da un eloquente epitaffio: «La mia libertà equivale alla mia vita».




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Interrompe il discorso della Regina Dj licenziato dalla stazione radio

La Stampa

«Non lo sentirete più». Lui si difende: era una noia, volevo solo rendere
il programma più divertente
LONDRA
"Il discorso della Regina è una noia". Sono state queste le ultime parole che un dj inglese ha pronunciato alla radio. Il giorno di Natale, durante la trasmissione che Tom Binns conduce per la stazione BRMB, qualcosa è andato storto. E' così, dopo aver interrotto il discorso reale, il dj ha perso il posto. Tom, infatti, è andato in onda al posto di sua Maestà, introducendo la canzone successiva con ironia.

Le frasi scherzose dello speaker, però, non sono piaciute ai proprietari della radio. Lanciando il pezzo dei Wham!, Last Christmas, Tom ha detto: "Ora passiamo da una Regina ad un'altra". Orion Media, proprietaria di BRMB ha trovato le battute del dj inappropriate e ha deciso per il licenziamento: «Una cosa è certa. Il presentatore non lavorerà più per noi».

Binns si è giustificato dicendo di aver interrotto la Regina, anche se non stava neanche ascoltando le parole, per il bene della radio. Per lui, infatti, era davvero troppo noioso: «Nessuno avrebbe ascoltato il discorso di Elisabetta, così ho deciso di rendere il programma divertente». Il dj, riporta il Telegraph, ha spiegato al sito Chortle le motivazioni del gesto: «Dopo tutto, pagano i comici per fare gli scherzi, pensavo di farne uno anche io». David Lloyd, direttore marketing della società ha precisato che chiederà scusa a tutti gli ascoltatori dello "show", assicurando la definitiva "cacciata" di Tom: «Non abbiamo nulla a che fare con quello che ha detto e lui non lavorerà più per nessuna nostra radio».




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I sopravvissuti dell'Olocausto: "Il Vaticano possiede i nostri beni"

La Stampa

Ma la Corte d'Appello di S.Francisco
annulla la causa: un tribunale Usa
non può giudicare i Paesi stranieri
CITTA' DEL VATICANO
Una Corte d'Appello americana ha annullato una causa intentata dai superstiti dell'Olocausto, i quali sostenevano che la Banca Vaticana avesse accettato milioni di dollari ricavati dai beni sequestrati loro dai Nazisti.

La Corte di San Francisco ha fatto riferimento a un emendamento che sostiene che la Banca Vaticana non può essere processata per via di un emendamento del 1976 sull' "Immunità degli Stati sovrani stranieri", che sostanzialmente protegge i Paesi esteri dall'essere processati presso una corte statunitense.

I sopravvissuti all'Olocausto provenienti da Croazia, Ucraina e Jugoslavia hanno intentato un procedimento contro la Banca Vaticana nel 1999, sostenendo che essa conservava e riciclava i beni di cui si era impropriamente impossessata, appartenenti a migliaia di ebrei, serbi e zingari che erano stati uccisi o imprigionati dal regime filo-nazista di Ustasha al potere in Croazia.




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Addio "compagno Fini" Ora Gianfranco è sociale

Il Tempo

Svolta sociale del presidente della Camera: meno battaglie per gli immigrati, spazio agli italiani. E si prepara a volare negli Usa.

Gianfranco Fini

Un Fini sociale. Che guarda alla famiglia. Ai giovani. A voler esser un pizzico maliziosi si potrebbe anche aggiungere un Fini che si concentra sugli italiani. Insomma, sarà un presidente della Camera diverso, che ridisegna le sue priorità. Non vuol dire che il cofondatore del Pdl abbia deciso di abbandonare le battaglie che hanno caratterizzato il suo anno politico che s'avvia a conclusione. Semplicemente, si tratta di rinnovare l'agenda, di introdurre nuovi elementi, nuovi contenuti. E sicuramente anche nuovi toni.

Il rapporto con Silvio Berlusconi si mantiene sereno.  Presto per dire che sia tornato saldo. Ma il fatto che i due, dal giorno della statuina vicino a piazza Duomo, oltre ad essersi visti si siano sentiti quattro volte al telefono, è segno che qualcosa è cambiato.

Qualcosa di sostanziale. Certo, per ora oggetto dei colloqui sono stati soprattutto gli auguri per le festività. Convenevoli. Poco, quasi per nulla: è corsa lungo le cornette la politica. In ogni caso, il clima è cambiato. E forse più che la statuina a farlo mutare è stato il fuorionda con il quale era stato svelato un colloquio riservato tra il presidente della Camera e il procuratore della Repubblica di Pescara. Clima diverso e ora si cambiano anche gli argomenti.

Il Fini targato 2010 sarà molto più attento alle questioni economiche. E in particolare sociali. Per esempio, il principale inquilino di Montecitorio è deciso a chiedere che il governo applichi uno dei punti qualificanti del programma di governo: realizzi il quoziente familiare. Insomma, metta mano al sistema fiscale prevedendo aiuti alle famiglie.

Nel piano presentato alle elezioni 2008, si parla esplicitamente di quoziente (come in Francia, dove i contribuenti vengono considerati anche come nucleo familiare), sebbene si citi la sua introduzione in via sperimentale. Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti si sta muovendo su una strada analoga, ma diversa che preveda bonus in base ai figli che fanno parte della famiglia.

Di sicuro, Fini chiederà di accelerare questo processo. Altro tema che il presidente della Camera si appresta a lanciare riguarda il welfare. In particolare, la nuova bandiera sarà un sistema di stato sociale più inclusivo soprattutto per i giovani. D'altro canto, il welfare inclusivo era nel decalogo che ha compilato Fini nel suo libro «Il futuro delle libertà».

E per capire che tipo di stato sociale immagini l'ex leader di An basta ricordare le sue parole del giugno scorso sulle garanzie: «Occorre correggere le anomalie delle frammentazioni e della disparità di trattamento che abbiamo ereditato dal passato. Lo sforzo deve essere quello di costruire un welfare inclusivo che non discrimini i precari rispetto ai garantiti. Un sistema più moderno che miri a tutelare il lavoratore nelle varie fasi della sua vita professionale oggi non più all'insegna necessariamente del posto fisso ed a tempo indeterminato.

In questo senso - ammoniva Fini - il sistema di ammortizzatori sociali deve coprire i nuovi rischi del mercato del lavoro, permettendo al lavoratore di affrontare i cambiamenti senza che questi si traducano inevitabilmente in negativi arretramenti delle sue condizioni di vita». Non mancheranno certamente gli appelli al dialogo e alle riforme condivise, e i moniti contro i voti di fiducia. Ma si parlerà meno di immigrati e anche la legge sulla cittadinanza verrà presto accantonata con la scusa della campagna elettorale incipiente. Fini appare deciso anche a riscoprire una sua battaglia un po' messa da parte: quella a favore delle donne.

Sul sito della sua fondazione Farefuturo, da pochi giorni, compare un nuovo testo con il quale si annuncia che l'associazione «vuole promuovere una “rivoluzione della dignità” centrata sull'insostituibile ruolo sociale della donna, sul valore originale della sensibilità e dell'ingegno, su una vera politica delle pari opportunità, sulla riscoperta anche del ruolo materno». Più in generale, l'intera fondazione subirà una mutazione: meno futili provocazioni culturali e più analisi, più ricerca, più proposte (che poi dovrebbe essere l'obiettivo numero uno).

Infatti sul web è l'intera pagina di presentazione dell'organizzazione ad essere stata riscritta. Al primo punto si legge: «L'egemonia del presente domina lo spazio del dibattito del nostro Paese. Soffriamo di un pericoloso schiacciamento sull'immediato del “tempo storico”: la cultura del sondaggio diventa l'unica premessa per azioni, strategie, leadership; il “mark to market” diventa sistema decisionale e cifra delle politiche pubbliche e delle scelte private. Farefuturo vuole promuovere una rinnovata cultura strategica».

Un capitolo a parte riguarda i rapporti internazionali. La fondazione del presidente della Camera ha stretto alleanze con quella dell'ex premier spagnolo Aznar (Faes) e con la fondazione Adenauer e alcuni eurodeputati che provengono da An hanno riscoperto un certo interesse nei loro confronti da parte degli esponenti della Cdu. Fini ne è consapevole e infatti vedrà i parlamentari di Strasburgo a lui più vicini subito dopo le feste, forse in un pranzo informale.

Poi verranno i viaggi all'estero. Due quelli più importanti. Il primo a Washington su invito della speaker della Camera Usa, Nancy Pelosi, per febbraio. Non esclude un incontro anche informale con Obama, sebbene non sia prassi che il presidente degli Stati Uniti riceva il presidente di un ramo del Parlamento italiano: sono al lavoro le diplomazie. Il secondo a Gerusalemme, sempre in febbraio: per Fini un ritorno.

Fabrizio dell'Orefice



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Renata Polverini e i suoi "vizietti" di sinistra

di Gabriele Villa

Da quando è segretaria dell’Ugl, il sindacato ha perso una valanga di tessere. Eppure ha spuntato la candidatura a governatore del Pdl in Lazio. Finiana doc, adora D’Alema. La Renata d’Italia non piace alla sua base ma trionfa nei salotti radical chic


Dà fuoco alle polveri ma non brucia. Solleva polvere ma non inquina. Un po’ come quelle avvertenze che si leggono sui prodotti a rischio, le battute su Renata Polverini si sprecano.
Anche se gliele fanno, però, come accadeva fin dall’asilo, rigorosamente dietro le spalle.
Primo: perché lei appena si gira, sempre che le vada di voltarsi e di salutare prima di congedarsi, mette a posto tutti con uno sguardo. O con uno dei suoi sorrisi (che poi sono dello stesso genere dello sguardo). Secondo: perché lei adesso, anche se nonsisabeneperché (o forse lo si sa fin troppo bene) è una che conta. Forse non conterà troppi iscritti nel suo sindacato, l’Ugl (su questo punto torneremo fra poco), ma conta dove, dati i tempi che corrono, importa contare. Cioè nei salotti televisivi buoni che hanno sostituito le sale da tea di una volta. Nelle feste comandate, intendendo per tali non Natale e Pasqua, ma quelle che si danno tra piazza Navona e piazza Affari. Ai tavoli di consultazione e davanti a una telecamera con vista. Insomma lei, la nuova Renata d’Italia, c’è. Sempre. Ed è una sicurezza. Perché rappresenta un po’ la pasticceria finissima. Ovvero la sicurezza di un tempo, nei salotti buoni di un tempo. Quarantasette anni compiuti il 14 maggio, figlia di una delegata della Cisnal da cui ha appreso, fin da giovanissima, la passione e l’impegno per il sindacato, si è ritrovata a guidare, prima donna in Italia a ricoprire tale incarico, a 44 anni, l’Ugl. Acronimo che nulla a che vedere con la gioventù del littorio (pur essendo l’organizzazione sindacale della nuova destra), ma che sta per Unione generale del lavoro.

Già, la destra. Sarà perché viene da quella parte che Renata Polverini, nella sua straordinaria e fulminea carriera, si è presa sempre la precedenza. È accaduto nella corsa alla candidatura per il Governatorato della Regione Lazio. Dalle vie laterali di An erano infatti usciti Giorgia Meloni, ministro della gioventù e Andrea Augello, sponsorizzato dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Ma lei, la Renata dal turbo nel motore, è passata per prima, a gran velocità. E sotto l’Albero ha trovato il pacchetto-regalo della sua investitura ufficiale. Non è un mistero per nessuno che il suo turbo si chiami Gianfranco Fini. Molti considerano, e non a torto, Renata una sua creatura. Lui per primo ne avrebbe apprezzato l’eloquio e la sua capacità mediatica. E, come è giusto che sia, lei lo ripaga ogni volta che può definendosi finiana di ferro. Ma c’è anche un’altra corrente di pensiero che circola nell’orbita di Palazzo Madama, e cioè che sia vero l’esatto contrario. Che la Polverini sia il sintomo della crescita di Fini o meglio della sua autostima. Ragion per cui l’ex leader di An per salire di tono e andare a mettere i bastoni tra le ruote del Cavaliere si sta appoggiando a personaggi di grande abilità mediatica. Come lei, appunto. Solo che ogni volta che può lei strizza l’altro occhio a sinistra.

Fateci caso, sfogliate il suo personalissimo Bignami della sindacalista-modello e vi ritroverete decine e decine di frasi fotocopiate dal prontuario della Cgil. Illuminante la sua frase preferita: «Liberista mai. Sono per un socialismo buono e una migliore distribuzione della ricchezza. La redistribuzione capitalista è una favola perché i deboli si impoveriscono e i ricchi lo diventano a dismisura». In ogni caso la Cgil resta la motrice cui lei ha attaccato il vagoncino della sua Ugl per farla arrivare dove è arrivata. Nonostante i numeri che non ha. Già, perché il rapporto Censis numero 43 uscito fresco fresco parla chiaro: mentre è aumentato il numero degli iscritti ai sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil, che oggigiorno sono 14 milioni e 412.566 mila cioè 173.884 in più rispetto all’anno precedente; mentre la Confsal, la confederazione degli autonomi, conferma e migliora il suo quarto posto nel panorama nazionale, l’Ugl è l’unico sindacato a perdere iscritti. È passato infatti dai 2.145.995 del 2007 ai 2.054.063 del 2008. In altre parole, laggiù, nella base, qualcuno non ama la Polverini, perché 91 mila e passa iscritti in meno pesano. O almeno dovrebbero pesare quando ci si siede ai tavoli delle contrattazioni. Ma Renata i numeri non li dà. O almeno non ama darli. E se è vero che quelli del pubblico impiego sono molto più difficili da offuscare, è altrettanto vero che lei, regina della parlantina e incantatrice di intervistatori, ha buon gioco a parlare dei suoi trionfi sulla contrattazione sul fronte privato. Perché i numeri nel privato non sono noti. In quest’ambito Confindustria lascia liberi i suoi aderenti di sedersi al tavolo con chi meglio garba. E quindi chi strilla di più o vende meglio il suo fumo, fa più impressione.

Innegabilmente Polverini Renata la sua impressione la fa. Ha fascino, forse il fascino che a volte può suscitare una carte vetrata, ma ce l’ha. Indossa sempre pantaloni, per sottolineare la sua personalità determinata, ma vivaddio, pare non resista come gran parte delle donne al richiamo di scarpe, borse, camicette meglio se griffate. E nella sua Ugl ha voluto quasi tutte donne ai posti di comando e sottocomando. È un’ottima stratega che ha saputo cavalcare abilmente successi e amicizie. Ha la pelle dura e camaleontica che ogni politico indossa quando si butta nell’agone e fa promesse che non manterrà. A proposito di una che arriva da destra ma guarda spesso a sinistra, miss Polverini, pare abbia usato questo giro di parole: «Sono di destra come Cicciolina è vergine». Più certo è che Walter Veltroni, allora alla guida del Pd, le chiese di candidarsi per loro alle Politiche. Lei rifiutò lusingata e questo le servì per rimanere in un certo giro di tartine alla caviar-gauche. Così Giovanni Floris, uno degli chef prediletti da questo genere di intellighenzia ha preso ad invitarla sistematicamente nel suo Ballarò. Dimenticavamo: omaggiata ieri dell’attenzione del Fatto, della premiata ditta Travaglio & C, Renata Polverini sempre ieri è finita sotto i riflettori del Fatto quotidiano di Raidue, giusto per ringraziare. «Se c’è stima per me da parte della sinistra è un ulteriore riconoscimento per il mio lavoro e spero che continuino a pensarla in questo modo». Tranquilla, reginetta Renata. Lei non sarà simpatica a Bonanni e nemmeno ad Angeletti. Ma in compenso Epifani l’adora. Quanto a D’Alema lo ha definito «il mio politico preferito». Dopo Fini, s’intende.




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Fondatore di Wikipedia: "Basta maleducazione su Internet"

La Stampa

In un editoriale sul Wall Street Journal ("Keep a Civil Cybertongue"), il fondatore di Wikipedia Jimmy Wales accusa Internet di aver favorito la diffusione di «comportamenti che vanno dalla maleducazione incurante all’offesa intenzionale». Nell’editoriale, firmato insieme alla fondatrice del sito Civilnation Andrea Weckerle, si incoraggiano gli utenti della rete ad adottare un senso «di responsabilità», e si ricordano i diversi casi di suicidio, specialmente di adolescenti, dopo sistematiche offese ricevute online.

Certi siti «esistono solamente come posto di ritrovo dove persone aggressive e meschine possono tirar fuori la loro lingua velenosa», si legge nell’editoriale. Wales e Weckerle propongono anche una revisione della leggi federali sulle molestie online e la creazione di un network di sostegno con cui le vittime possano ricevere «supporto emotivo e consulenza pratica».

Riporto qui questa notizia di oggi per riaprire un'antica discussione, che forse farebbe bene anche a noi su questo sito, dove i forum (ma anche i blog) sono presi di mira da utenti - anche registrati - che come passatempo si divertono a riempire i loro messaggi di insulti e offese a terzi. E' chiaro che se gli internauti non sanno auto-regolamentarsi, arriveranno regole dall'alto che tarperanno le ali a tutti... è questo che vogliamo?

Genova, il Pd dice sì alla moschea E in città esplode la protesta

di Diego Pistacchi

Genova Ventitré dicembre. La Liguria è sotto il diluvio, Genova sta cercando di sciogliere il ghiaccio che l’ha paralizzata, i bambini aspettano impazienti l’arrivo di Gesù Bambino, il cardinale Angelo Bagnasco sta preparando l’omelia per la notte santa. Qualche decina di metri più in là, nel palazzo comunale di Genova, il sindaco Marta Vincenzi ha radunato la giunta per il blitz. L’antivigilia di Natale c’è un’urgenza. C’è da fare il regalo ai genovesi. C’è da approvare la moschea. Grande, oltre cinquemila metri quadrati di terreno e minareto a svettare sulla Lanterna. Tutte le mani si alzano contemporaneamente, tutti «sì» a favore del patto firmato con la Fondazione Islamica Genova.

Che neppure esiste, ma che secondo sindaco e compagni ha già dato ampie rassicurazioni di non avere legami con l’Ucoii o con gli estremisti islamici. Quindi avrà l’area gratuitamente per i prossimi 60 anni e già nel 2010 potrà iniziare i lavori. È tutto scritto sul testo della convenzione, quindi va bene così. D’altra parte, se anche il nigeriano che voleva far saltare l’aereo per Detroit aveva compilato il questionario assicurando di non essere in volo per gli Stati Uniti con lo scopo di fare il terrorista, Marta Vincenzi non ha certo bisogno di altre garanzie per dare la moschea alla comunità islamica che assicura di ripudiare il terrorismo.

Formalmente occorre aspettare che il consiglio comunale approvi l’atto, ma in una maggioranza che pure qualche mal di pancia ce l’ha, problemi non se ne vedono. E così scattano le contromosse per quello che sarebbe il primo, vero «fatto» di un’amministrazione comunale che da due anni e mezzo è ferma alle intenzioni, peraltro neppure troppo buone. La politica che non va in vacanza è scatenata. La Lega Nord ha già fissato per il 23 gennaio un «referendum» nei quartieri interessati dalla moschea. In dieci gazebo sarà possibile votare a favore o contro. Per dimostrare la loro buona fede, gli attivisti del Carroccio hanno chiesto al Comune una commissione paritetica di saggi che vigili sui «seggi» aperti. Il valore della consultazione sarebbe solo indicativo, ma non certo irrilevante.

Chi guarda invece a un referendum anche formalmente ineccepibile è il Pdl. I consiglieri regionali Gianni Plinio e Matteo Rosso hanno subito chiesto copia autentica della delibera di giunta, per poter formulare il quesito con il quale chiedere a tutti i genovesi l’abrogazione dell’atto stesso. Tutto secondo i dettami del regolamento comunale vigente. «E vediamo se troveranno il modo di non far votare i cittadini, dopo questo blitz semiclandestino dell’antivigilia», tuonano i due consiglieri.

Che per strada sembrano aver perso il terzo socio fondatore del comitato, quel Rosario Monteleone, segretario regionale dell’Udc, che da qualche tempo non si mette più in prima linea per rilanciare l’idea del referendum. Da qualche tempo, più o meno da quando l’Udc si dice interessata solo a stringere patti elettorali per le prossime regionali basati esclusivamente sui «valori condivisi». Tanto che il regalo di Natale fatto ai genovesi dal centrosinistra mette in seria difficoltà sia lui, sia il suo «promesso sposo» Claudio Burlando, governatore ricandidato che avrebbe volentieri fatto a meno di questa decisione della sua amica-nemica-compagna Vincenzi proprio alla vigilia degli accordi sui «valori» e soprattutto delle elezioni regionali.

Sandro Biasotti, lo sfidante di centrodestra, nota «il silenzio imbarazzato e preoccupante» del rivale. Non a caso, alle ultime elezioni europee, il Pd a Genova era crollato proprio in una sua roccaforte storica come il quartiere di Oregina-Lagaccio dove dovrebbe sorgere la moschea. Forse prima del referendum ci saranno le elezioni regionali. Il timore a Genova è che molti cittadini non vogliano aspettare neppure quelle. «Abbiamo timori per l’ordine pubblico», spiega Elio Salterini, presidente della commissione urbanistica del Municipio interessato dalla moschea.



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La Cassazione boccia le sentenze scritte a mano

La Stampa

Sono illeggibili, segno di ridotta attenzione nei confronti di chi è condannato. Invito ad usare il computer

 



BRUNO VENTAVOLI
ROMA

Giudici, buttate la penna. Se scrivete sentenze, fatelo al computer. La tirata d’orecchie arriva dalla Cassazione, che invita i magistrati italiani ad abbandonare nostalgie e vezzi da amanuensi. Non perché il Palazzaccio voglia d’un tratto buttare al macero secoli d’arte calligrafica. Ma semplicemente perché molte sentenze, vergate a mano, risultano incomprensibili. Giubilano, pare di sentirle, le praticanti che negli studi legali devono stendere atti per poche decine d’euro, e inciampano in scarabocchi, s’impuntano su una «f» che somiglia a una «l», rischiando l’isteria. 

E gioiscono tutti quelli che nella vita quotidiana hanno a che fare o per mestiere o per casualità con fogli rigati d’inchiostro da mani che non sanno maneggiare penne. Le ricette d’un medico, è noto, sembrano scarabocchi psicopatici. I compiti in classe degli studenti con le dita atrofizzate dai telefonini, per i poveri docenti alla Pennac, paiono tsunami di geroglifici.

La singolare sentenza (numero 49568) parte dalla Corte d’Appello di Napoli, dove due rapinatori hanno cercato di farsi annullare una condanna aggrappandosi a una penna. Ci vogliono condannare - hanno detto - ma è nostro diritto saper perché. E dato che il verdetto è buttato giù peggio che da una gallina, i motivi ci restano ignoti. Il caso è arrivato in Cassazione. I giudici hanno scorso il documento incolpato. E qualcosa di faticoso l’hanno sicuramente trovato. 

Perché alla fine hanno emesso una nota di biasimo, riconoscendo che il testo era «caratterizzata da un ormai obsoleto ricorso alla scrittura a mano, non vietato ma certamente segno di attenzione ridotta da parte del magistrato amanuense alla manifestazione formale della funzione giurisdizionale». A rincarare la dose: «gli stilemi personalissimi e frettolosi pongono in secondo piano le esigenze del lettore e in particolare di chi, avendo riportato condanna, pretende di conoscerne agilmente le ragioni». Insomma, scrivere sentenze a mano non è vietato. 

Ma digitarle su un computer è meglio, perché appena eruttate dalla stampante sono immediatamente comprensibili. E’ un segno di civiltà, fin dai primordi del diritto. Chi incise i cuneiformi nella diorite di Hammurabi, si preoccupò di rendere ogni segnetto chiarissimo, meglio d’un bassorilievo divino. Essendoci di mezzo la legge del taglione, ogni tacchetta poco chiara, poteva costare una mano o una testa.

Scrivere a mano, codice penale a parte, è da secoli un’arte sopraffina. Che suscita talvolta meraviglia, talaltre pensieri devianti e cocciute ribellioni, perché la mano che scorre lenta sul foglio parla sempre con il cuore, con l’anima, con la mente. Gli orientali, sulla calligrafia, hanno costruito un sistema di potere e di perfezione poetico-artistica. Bartleby, lo scrivano di Melville, a forza di ricopiare, imparò a ribellarsi sussurrando un mite «preferirei di no», come fosse una virgola venuta male nell’ordine americano. 

I copisti del nostro medioevo, dopo aver sudato quattro tonache a miscelare inchiostri e appuntire piume d’uccelli, si divertivano poi a nascondere nei colofoni dei nobili testi sms pruriginosi, tipo «Dentur pro penna scriptori pulchra puella» - la penna dello scrittore si merita una fanciulla carina - che suonano scaltri e beffardi quanto l’appello dei due rapinatori napoletani.

Per la storia della Giurisprudenza, comunque, gli sgorbi legali non bastano a farla franca. La Cassazione ha respinto la richiesta dei due rapinatori: «La lettura del testo non è impedita da grafia ostile al punto da precluderne la comprensione la quale, seppur non propriamente agevole, risulta possibile al di là di ogni ragionevole dubbio». Meglio, però, passare al computer. Meno zen, più ineccepibile.

Tratto da La Stampa del 30/12/2009




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