lunedì 31 maggio 2010

Ivan Basso, trionfo in rosa

Corriere della Sera
Secondo Arroyo, Nibali conserva la terza piazza su Scarponi.
La cronometro finale allo svedese Larsson

Il ciclista varesino si aggiudica il Giro d'Italia dopo quello del 2006


VERONA

Ivan Basso si è aggiudicato con pieno merito la 93ma edizione del Giro d'Italia. Per il ciclista varesino si tratta del secondo successo nella corsa in rosa, dopo quello del 2006. I due successi sono stati inframmezzati da una squalifica di due anni per doping. Basso ha costruito la sua vittoria con una grande impresa sulle terribili rampe del monte Zoncolan nella 15ma tappa, e l'ha rinforzata nelle tappe del Mortirolo e sabato in quella che affrontava la Cima Coppi sul passo Gavia.

CRONOMETRO - La cronometro finale di 15 km a Verona ha visto il successo dello svedese Larsson con 42" di vantaggio su Basso (15mo). David Arroyo si aggiudica la medaglia d'argento in classifica finale distaccato di 1'51", Vincenzo Nibali ha mantenuto la terza piazza nei confronti di Michele Scarponi, sul quale alla partenza della tappa contro il tempo era in vantaggio per un solo secondo.

Il Giro di Basso

COMMENTI - «È una giornata fantastica per me», ha commentato il vincitore. «È stato un Giro difficilissimo, spettacolare e incerto e il pubblico si è divertito. Ringrazio la mia squadra che è stata eccezionale».


30 maggio 2010





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Rimosso l'obbligo del casco in bici per i minori di 14 anni

La Stampa

Ritirato l'emendamento, spunta un test per guidare le "mini-car"



ROMA

Rimosso l’obbligo dell’uso del caschetto in bici per i minori di 14 anni e del seggiolino per il loro trasporto in moto (misura applicata soltanto in Belgio). Introdotto l’obbligo di una prova pratica di guida per condurre le minicar e sanzioni più dure per coloro che, proprietari e officine, truccano i mezzi e i ciclomotori. Per gli autovelox, inoltre, è stato stabilito che non possano essere istallati a meno di un chilometro dal segnale del limite di velocità in modo «da impedire brusche frenate».

Sono le ultime novità che vengono dalla commissione Trasporti della Camera che ha approvato una serie di modifiche alla riforma del codice della strada. Inoltre, chi commette un’infrazione in auto, vedrà i proventi della propria multa investiti per migliorare le strade e aumentare la sicurezza degli automobilisti. I Comuni che non investiranno in sicurezza stradale il denaro raccolto con le multe degli automobilisti indisciplinati, dovranno a loro volta pagare una sanzione pari al 30% dei proventi dell’anno precedente. Apparentemente si tratta di una questione tecnica ma nella realtà i proventi per le infrazioni stradali arrivano alla considerevole cifra di circa 1,5 miliardi di euro l’anno. Un "tesoretto" che spesso rappresenta anche una delle principali voci di bilancio delle amministrazioni italiane.

Il testo prevede che i proventi siano divisi «al loro delle spese» al 50% tra l’ente proprietario della strada e l’ente a cui appartiene l’organo accertatore (i comuni per l’appunto). Quindi alle piccole e grandi amministrazioni locali spetta poco meno di un miliardo di euro che, specie dopo i tagli previsti dalla Finanziaria, pesa non poco sui bilanci. L’emendamento approvato prevede, però, che i Comuni possano investire i proventi per pagare il personale che lavora nella sicurezza stradale. La Camera interviene anche per ribadire il pugno duro contro l’abuso di alcol alla guida. Maggioranza e opposizione hanno approvato un emendamento che prevede «l’impossibilità di conseguire di nuovo la patente nel caso in cui la patente stessa sia stata revocata per una seconda volta, a seguito di reiterazione del reato di omicidio colposo causato da un incidente provocato da un soggetto in stato di ebbrezza» o «sotto l’effetto di sostanze stupefacenti» mentre è alla guida.

L’obiettivo della commissione è arrivare in poche settimane all’approvazione del testo da rinviare al Senato: in questo modo il nuovo ddl potrebbe divenire legge prima della pausa estiva. Tra le nuove norme più attese ci sono quelle definite "zero-alcol" ma anche la targa personale e la possibilità di innalzare il limite di velocità sulle autostrade a 150km/h.



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Danilo uccise Elisa con 13 colpi al torace"

Corriere del Mezzogiorno


Dopo l'ordine d'arresto Di Pietro, il procuratore generale di Salerno accelera: ci sono precisi indizi di colpevolezza

Video

SALERNO

«Motivi crudeli e abbietti», questo il movente che spinse la mano di Restivo secondo la procura che ne ha disposto l'arresto. «Danilo Restivo uccise Elisa Claps il 12 settembre 1993 colpendola 13 volte al torace con un’arma da punta e taglio, dopo un approccio sessuale rifiutato dalla ragazza» ha detto ai giornalisti il procuratore generale di Salerno, Lucio Di Pietro. Il magistrato ha aggiunto che nei confronti di Restivo «ci sono gravi, precisi e concordanti indizi di colpevolezza in ordine all’omicidio di Elisa Claps».

L'OCCULTAMENTO DEL CADAVERE - Dopo aver colpito al torace Elisa Claps, provocandone la morte, Restivo - ha spiegato Di Pietro - «l’ha trascinata in un angolo del sottotetto della chiesa della Santissima Trinità, coprendo il cadavere con materiale di vario tipo, fra cui tegole e materiale di risulta».

IL SOTTOTETTO - Non ci sarebbe stato alcun trasferimento del cadavere di Elisa secondo la procura salernitana. Dal 12 settembre 1993, giorno dell’omicidio, «il corpo di Elisa è sempre rimasto nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza, dove poi è stato trovato» ha detto Di Pietro. «Dall’esame autoptico del professor Introna, di altissimo livello scientifico - ha aggiunto il magistrato - è emerso che Elisa Claps è stata uccisa proprio la mattina del 12 settembre 1993, esattamente negli stessi luoghi in cui aveva incontrato Danilo Restivo».

Caso Claps, l'arresto di Danilo Restivo



Danilo Restivo
Danilo Restivo
MANDATO D'ARRESTO EUROPEO Risale all’11 maggio scorso la richiesta d'arresto di Restivo da parte dei pm. Il gip ha accolto quindi la richiesta il 22 maggio: lo ha detto ai giornalisti il Pg di Salerno, Lucio Di Pietro. «L’11 maggio - ha spiegato Di Pietro - la Procura generale ha depositato alla cancelleria del gip anche la richiesta di emissione di un mandato di arresto europeo e il gip ha accolto totalmente la richiesta cautelare dell’ufficio della Procura generale». Per Danilo Restivo, «che in Italia è in stato di arresto, è possibile un provvedimento di estradizione temporanea dall’Inghilterra» ha aggiunto Rosa Volpe, il pm di Salerno che, insieme ad altri due magistrati, coordina l’inchiesta sull’assassinio di Elisa Claps. «In questa fase - ha aggiunto Volpe - abbiamo un anno per eseguire effettivamente l’arresto».




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Quei 150 miliardi presi ad Angelo Rizzoli imbarazzano il Corriere

di Vittorio Feltri

L’ex proprietario del« "Cor­riere della Sera", Angelo Rizzoli, venne privato del suo giornale dopo l’arre­sto.

A 30 anni di distanza Rizzoli, scagionato da tutte le accuse, vuole che gli venga riconosciuto il danno subìto

 
L’ultima cosa che vorrei fare è polemizzare con Ferruccio de Bortoli, direttore del Corriere del­la Sera , non solo perché siamo amici da una vita, abbiamo lavo­rato nello stesso giornale, ne ab­biamo viste di tutti i colori e condi­viso gli anni più belli eccetera ec­cetera, ma anche perché la cosa su cui non concordiamo non ri­guarda né lui né me, nel senso che parliamo di una vicenda in cui i nostri personali interessi non c’entrano neanche di stri­scio. Mi riferisco al pasticcio Rizzoli del quale il Giornale si è occupato a lungo e con una serie nutrita di articoli, e il Cor­r­iere ha comin­ciato a occu­parsi da meno di una settima­na.

Per esem­pio ieri, pubbli­cando una let­terona di Ange­lo Rizzoli e una rispostona dello stesso Ferruccio de Bortoli piuttosto imbarazzata. Il lettore si domanderà che impor­ta a noi di certe beghe fra ricchi. Il problema è che c’è di mezzo il Corriere ossia non un quotidiano qualsiasi, bensì uno strumento di informazione talmente potente da essere diventato un simbolo: chi lo possiede conta, e chi non lo possiede non può considerarsi ar­rivato, sicché tutti brigano per conquistarne il controllo. Si dà il caso che un trentina di anni fa il simbolo in questione fu scippato al padrone legittimo, cioè Rizzoli, con una manovra che definire poco chiara è ridutti­vo. Basti pensare che il suddetto Rizzoli, affinché non rompesse le scatole, fu trasferito dalla sua bel­la casa in una prigione, dove tra­scorse tredici-mesi-tredici. Nel frattempo i furbetti del salotto buono (buono per la tappezzeria e non per il resto) attuarono un piano per irrompere pres­soché gratis in via Solferi­no con tanti saluti allo stile che amano attribuirsi. Già.

Trent’anni sono pa­recchi. Quanti ce ne sono voluti alla mirabile giusti­zia italiana per stabilire che Angelo Rizzoli è inno­cente, fu quindi incarcera­to per errore, e che l’azien­da gli fu soffiata in modo disinvolto e meritevole di essere riesaminato, per usare termini gentili. La vit­tima dell’errore giudizia­rio, ottenuto il certificato di innocenza, cerca a que­sto punto di riavere quan­to gli fu tolto. Allo scopo è riuscito a far sì che la sua storia sia oggetto di un’in­chiesta parlamentare. E ora a qualcuno ballano i cerchioni perché la com­missione, dovendo fare chiarezza e stabilire chi ha torto e chi ragione, scarta­bellerà numerosi fascicoli e ascolterà tutti i testimo­ni. Il rischio è che saltino fuori cose turche e si sco­prano altarini. Ecco per­ché alcuni personaggi al­l’improvviso sono passati dalla calma dei forti al ner­vosismo dei deboli.

Difat­ti, finché Rizzoli cantava vittoria per esser uscito a testa alta dai tribunali, po­co male, era un suo diritto; ora però, avendo avviato un procedimento perché gli venga riconosciuto il danno subito, il clima in­torno a lui è mutato. Che vuole questo signore? Non penserà mica ad un inden­nizzo? È un dato che il Corriere, zitto fino a pochi giorni fa, a commissione di inchie­sta istituita ha attaccato a parlare, affidandosi - co­me è evidente - anche agli avvocati. Prima un artico­lo di Bocconi. Poi la rispo­sta di Angelo Rizzoli cui ha replicato, appunto, Ferruc­cio de Bortoli.

Da tutta que­sta roba, lo dico con rispet­to, non si capisce niente. La materia è ostica e solo gli specialisti la sanno ma­neggiare. Ma se depurata dai tecnicismi si riduce a questo. Il Banco Ambrosia­no, per effetto di un aumen­to di capitale, doveva ver­sare a Rizzoli 150 miliardi o giù di lì. L’accordo è do­cumentato. Peccato che di quella montagna di quat­trini non c’è traccia. Proba­bilmente non è mai stata versata oppure è stata ver­sata ad altri anziché al de­stinatario. Sta di fatto che l’Ambrosiano non ha uno straccio di carta per tappa­re la bocca ad Angelo che, invece, dimostra di non aver ricevuto una lira. Tutto qua. Il resto sono «ciacole». D’altronde quanto accaduto alimenta sospetti a non finire. An­che qui vado giù piatto evi­tando le tortuosità tipiche delle liti in campo civile. La sostanza è la seguente. Angelo è spedito in galera, accusato di varie nefandez­ze. L’opinione pubblica si persuade che l’editore ne abbia combinate di ogni colore.

L’azienda è pronta per andare in amministra­zione controllata. Angelo è estromesso completa­mente. Chi subentra in bre­ve tempo risana il gruppo che evidentemente era già sano, altrimenti sarebbe morto, e una volta riasset­tato viene consegnato su un piatto d’argento a Gemi­na e ai soliti ricchi bravi a fare i ricchi coi soldi degli altri, da sempre. Il concetto è semplice. I famosi 150 miliardi sono spariti. È naturale che qual­cuno li abbia intascati, ma questo qualcuno non è Riz­zoli. Chi?

Il Banco Ambro­siano (che poi ha assunto altre denominazioni a cau­sa delle note vicende Calvi e soci) non ha le prove di aver pagato. È invece ac­certato che il Corriere a prezzo di realizzo sia stato acquisito da quelli che con un linguaggio suggestivo vengono chiamati poteri forti. Rizzoli, per ricorrere a un’espressione resa famo­sa da D’Alema, vada a farsi fottere. Sennonché lui non ci sta e questo fa imbufali­re il banchiere Bazoli che col Banco Ambrosiano ha avuto che fare e col Corrie­re pure. E De Bortoli? Pedala in salita che sembra Basso, la maglia rosa. Però la pren­de alla larga. Inizia dalla P2. Rimprovera a Rizzoli di essersi iscritto alla loggia segreta predisponendosi a pigliarsela in saccoccia perché quel club era pieno di mariuoli. Come dire: An­gelone caro, potevi fre­quentare gente migliore.

Farei tuttavia presente a Ferruccio che la responsa­bilità penale è personale; che la P2 non è stata con­dannata per associazione a delinquere; che Angelo Rizzoli è pulito come l’ac­qua Sangemini e che è sta­to derubato di 150 miliar­di. Lui non pretende l’aure­ola né il diploma di marti­re. Chiede solo gli sia resti­tuita la refurtiva. Se ciò non avverrà subi­to, provvederà la commis­sione parlamentare a sput­tanare chi nasconde il bot­tino.



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Ravello, Auditorium abbandonato Inaugurato 4 mesi fa, già cade a pezzi

Il Mattino

SALERNO (31 maggio) - È stato inaugurato in pompa magna appena quattro mesi fa, in gennaio. Ma già lo splendido auditorium di Ravello firmato Oscar Niemeyer appare in balìa del degrado.

Il Mattino lo ha visitato ed ha potuto riscontrare la presenza di polvere, muffa, macchie di umidità, con le controsoffittature che si staccano nel foyer, le toilettes degli artisti sporche, calcinacci in garage. I mobili di design appaiono già sporchi.

L’auditorium, che è rimasto chiuso dal giorno dell’inaugurazione, lo scorso gennaio, è costato 16,8 milioni e sorge su una superficie triangolare di 3300 metri quadrati.

Il degrado è visibile già arrivando dalla parte meridionale della struttura, dove vistose macchie marroni denunciano preoccupanti infiltrazioni.





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Berlino, frasi su Kabul: il presidente si dimette

di Redazione

Il presidente tedesco, Horst Kohler, ha annunciato le sue dimissioni, dopo le polemiche su alcune sue frasi sull’impegno militare della Germania in Afghanistan. Recentemente aveva ammesso a una radio tedesca la necessità di certe operazioni militari per difendere anche degli interessi economici

 
Berlino - Il presidente tedesco, Horst Kohler, ha annunciato le sue dimissioni, dopo le polemiche su alcune sue frasi sull’impegno militare della Germania in Afghanistan. Recentemente, Kohler aveva ammesso a una radio tedesca la necessità di certe operazioni militari all’estero per difendere anche degli interessi economici. Il presidente aveva in seguito affermato di essere stato frainteso e che le sue frasi non erano legate all’impegno militare tedesco in Afghanistan, fortemente osteggiato dalla popolazione. Kohler, 67 anni, ex direttore amministrativo del Fondo monetario internazionale, era in carica dal primo luglio 2004.




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Capri, denunciati De Sica e la moglie «Veranda abusiva nella villa storica»

Il Mattino

  

CAPRI (31 maggio) - Abusivismo edilizio sull'isola di Capri: denunciati alla Procura della Repubblica di Napoli l'attore Christian De Sica e la moglie Silvia Verdone. I due avrebbero realizzato senza autorizzazione una veranda sul terrazzo della loro villa.

Secondo quanto si apprende i controlli della polizia municipale di Capri sono scattati nella «Villa Quattro Venti» un mese fa, dopo la segnalazione di un condomino. La veranda è stata rimossa ma resta la denuncia.





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Parassita minaccia le palme italiane

La Stampa

Il "punteruolo" divora le piante. A rischio migliaia di esemplari



TORINO

Un esercito di migliaia di insetti minaccia di far scomparire le palme italiane. Dalle Cinque Terre, alla costa siciliana, passando per la riviera romagnola, un parassita sta divorando le piante tipiche delle località marittime, rischiando di sconvolgere i panorami del mediterraneo: i lungomare potrebbero presto ritrovarsi orfani delle palme.

Dietro al nome scientifico impronunciabile, Rhynchophorus ferrugineus, si cela un insetto spietato, nonostante le dimensioni ridotte. Lungo appena 45 millimetri, il coleottero appartenente alla famiglia dei curculionidi, è originario dell’Asia e della Melanesia ed è approdato nello Stivale con l’importazione di palme infette dall'Africa del nord. Il “punteruolo rosso”, com’è comunemente chiamato, deposita le larve nel “cuore” della pianta, che in pochi giorni viene devastata: la chioma perde slancio, si secca e la palma muore.

«E’ un vero disastro: ci sono decine di migliaia di palme morte o in procinto di morire», afferma Valeria Francatti intervistata dal Telegraph, entomologa che sta cercando il modo di combattere la strage silenziosa. Ma la battaglia contro il killer delle palme non è affatto facile: «Non esiste un metodo efficace per eliminare i parassiti», spiega Pio Federico Roversi del consiglio di ricerca dell’Agricoltura a Firenze. «Usare sostanze chimiche è quasi impossibile, perché spesso le palme sono piantate vicino a spiagge o in città, dove i pesticidi metterebbero a rischio la salute delle persone».

Il pericolo è serio e le contromisure vanno adottate in fretta. Al Bioparco di Roma, durante la giornata mondiale per la conservazione delle piante, si è svolto un laboratorio ad hoc che ha illustrato le tecniche per riconoscere in tempo la presenza del parassita letale.



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Salvini: "2 Giugno? Niente da festeggiare"

di Redazione


L'europarlamentare della Lega, Matteo Salvini, si
dice contrario alle troppe feste e quindi propone di ridurle, a partire
da quella del 2 giugno: "Non so quanto
ci sia da
festeggiare visto il momento.

Quindi si potrebbe tornare all’antica"













 








Milano - Più che altro se la prende con l'eccesso di
ponti e vacanze. Però a finire nel mirino di Matteo Salvini,
eurodeputato della Lega Nord, è anche la festa ella Repubblica, che come
ogni anno si celebra il due giugno. Quando c’è crisi bisognerebbe
ridurre le feste e "consentire l’apertura dei negozi tutto l’anno, anche
la domenica per
chi vuole.
Salviamo magari Natale e Pasqua, feste con la F maiuscola". Intervistato
da KlausCondicio,
Salvini dice che sarebbe utile ridurre le feste, a cominciare dal 2
giugno: "Credo che in pochi si accorgeranno della festa - spiega - non
so quanto ci sia da
festeggiare visto il momento.
Quindi si potrebbe tornare all’antica".



Vacanze estive "Io tagliarei anche i tre mesi di
vacanze estive per le scuole - prosegue Salvini -  riducendoli a due.
Siamo
il paese d’Europa che ha le vacanze estive più lunghe in assoluto.
Difficili da
sostenere, sia per le famiglie sia per il commercio. Distribuirei le
pause in maniera
diversa durante l’anno".


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Perugia, scoperto un laboratorio-lager Operai cinesi al lavoro tra i topi

Il Mattino

   Le immagini della GdF


PERUGIA (31 maggio)

Un laboratorio tessile per la produzione di capi di maglieria in cachemire dove - secondo la guardia di finanza - 15 cinesi lavoravano «in nero» e vivevano in «pessime» condizioni igieniche è stato individuato a Città di Castello dalle fiamme gialle che hanno arrestato il titolare, anche lui originario della Cina, e tre suoi connazionali risultati clandestini.

L'attività si svolgeva in un capannone industriale di 1.200 metri quadri nella zona di Cerbara dove gli investigatori hanno trovato 25 macchine da cucire e altre attrezzature destinate alla produzione. Tutto è stato sequestrato. L'attività è risultata gestita da un cinese di 34 anni, trapiantato a Città di Castello da oltre 10 anni, il quale - è emerso dagli accertamenti - utilizzava 15 suoi connazionali, tra cui 10 donne.

All'interno del capannone i finanzieri hanno trovato il necessario per la produzione dei capi di abbigliamento. Erano stati inoltre ricavati numerosi altri piccoli ambienti che - secondo la gdf - servivano da dormitorio, bagno, dispensa e cucina, tutti apparsi maleodoranti e in pessime condizioni igieniche al personale intervenuto. Le mura divisorie erano state realizzate con dei pannelli provvisori in cartongesso assemblati alla meglio mentre la gdf ha trovato ovunque sporcizia e rifiuti, trappole per topi, servizi igienici maleodoranti ed insalubri, oltre a camere da letto buie, anguste e fatiscenti arredate con suppellettili di fortuna.

Alcuni roditori morti sono stati rinvenuti in cucina vicino al freezer che conteneva prodotti alimentari in precario stato di conservazione. Di pochi euro al giorno è risultata la paga per gli operai che - sempre in base a quanto accertato dalla gdf - lavoravano dal primo pomeriggio fino alle 5 del mattino successivo.





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Cina, fabbriche scoprono lo sciopero

La Stampa

Braccia incrociate nella fabbrica Honda: i salari sono troppo bassi



TEODORO CHIARELLI

INVIATO A HONG KONG

Strike, sciopero. La parola viene urlata con malcelato stupore nei titoli in prima pagina dei giornali in lingua inglese di Hong Kong come il China Daily e il South China Morning Post e nelle edizioni asiatiche dei colossi dell’informazione finanziaria come il Financial Times e The Wall Street Journal. Strike, sciopero non in un posto qualunque della Cina, che già sarebbe di per sè una notizia. Ma niente meno che alla Honda, secondo produttore auto del Giappone che qui ha impiantato una bella fetta della propria produzione per sfruttare il basso costo della manodopera.

E proprio questo è il punto: il salario. In quattro fabbriche di componenti per auto attorno a Guangzhou nella provincia di Guangdong, sud della Cina, 1.900 addetti hanno incrociato le braccia rivendicando un aumento dello stipendio, ormai insufficiente, dicono, per far fronte al costo crescente, anche in Cina, della vita. Il livello salariale minimo stabilito per legge è di 900 yuan, più o meno 90 euro. In realtà secondo quanto riportato da alcuni giornali i dipendenti della Honda arriverebbero a percepire 1.500 yuan, ma a prezzo di pesanti straordinari. I manifestanti, che hanno bloccato la produzione in almeno due occasioni nelle ultime due settimane, chiederebbero di arrivare almeno a quota 2.000-2.500 yuan. L’azienda ha risposto picche e si ritrova ora con la produzione bloccata anche in altri stabilimenti per mancanza di componenti.

La questione salariale, del resto, è destinata inevitabilmente a diventare centrale nei prossimi mesi ed è per questo che la vertenza Honda viene guardata con interesse e qualche preoccupazione dalle autorità politiche cinesi. Si teme che la protesta possa allargarsi a macchia d’olio, minando i delicati equilibri che hanno portato negli ultimi dieci anni al boom dell’economia del colosso asiatico. Lo stesso China Daily in un editoriale di venerdì scorso sosteneva che il problema degli stipendi andava in qualche modo affrontato.

La Cina è diventato il più grande mercato mondiale dell’auto. Lo scorso anno sono state vendute più di 13 milioni e 600 mila vetture. La politica dei bassi stipendi rischia di avere il fiato corto e di compromettere, se si innestasse una spirale di vertenze, l’armonico sviluppo economico voluto dai governanti cinesi. I quali difficilmente sarebbero disposti a tollerare un’ondata di tensioni sociali e meno che meno di disordini.

Al contrario, c’è chi guarda a questi embrioni di crescita sindacale con malcelata simpatia come simboli di una nuova acquisizione di consapevolezza da parte dei lavoratori. Per il professor Ma Qiufeng della Jinan University di Guangzhou quella dello sciopero è "una buona notizia" perché le richieste dei lavoratori possono aiutare la Cina a diventare una società più aperta. Del resto il caso Honda viene subito dopo un’altra vicenda che ha già fatto il giro del mondo rischiando di mettere in cattiva luce la potenza economica cinese: i suicidi a ripetizione alla Foxconn, la più grande azienda elettronica del mondo, 800 mila dipendenti dei quali 300 mila nella sola area di Shenzhen dove vengono assemblati i prodotti di punta di Apple, Hewlett-Packard e Nokia.

Anche in questo caso sono stati denunciati ritmi di lavoro molto alti per poter arrivare a un livello salariale appena decente. La fatica, lo stress, la solitudine hanno fatto sì che dieci persone si siano tolte la vita e almeno altre due siano state salvate in extremis. Sarà un caso, ma sabato i vertici dell’azienda guidata da Terry Gou hanno annunciato un aumento dei salari del 20%.





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Ufo, continua il mistero a Crispano Trenta segni nel mirino. Aperta inchiesta

Il Mattino

Scoppia la mania nel comune in provincia di Napoli.
La festa dei Gigli passa in secondo piano. Indagano i carabinieri

Video

 

NAPOLI (30 maggio)

Il mistero dell’incontro ravvicinato con gli ufo a Crispano. Sarebbero una trentina le figure geometriche, tra le quali una decina di cerchi, realizzate tre notti fa, in due campi di erba medica e fieno nella zona del campo sportivo di Crispano.

Il dato è emerso dai rilievi fotografici effettuati a bordo dell’elicottero dei carabinieri, che venerdì pomeriggio ha sorvolato in lungo e in largo tutta la zona interessata dal fenomeno dell’avvistamento di due sfere di colore arancione. Sulla vicenda, i militari della compagnia di Casoria, coordinati dal capitano Luigi Lubello, hanno aperto un fascicolo che, una volta completo, verrà inviato alla squadra speciale dell’aereonautica militare che si occupa di questi fenomeni nell’ambito del piano della sicurezza nazionale.

Una doccia fredda agli entusiasmi dei tifosi degli extraterrestri, però, è arrivata dall’Enav di Capodichino. Le apparecchiature radar dell’aeroporto napoletano non hanno rilevato nessuna anomalia nel periodo di tempo indicato dai tre operatori ecologici, che nella notte tra 26 e 27 maggio hanno dichiarato di aver visto quelle due sfere luminescenti sospese nel cielo di Crispano.

Pura allucinazione? Nemmeno per sogno. Nei blog degli esperti Ufo impazza una feroce polemica. Se la tecnologia umana è arrivata a realizzare un aereo invisibile ai radar, figuriamoci chi compie viaggi interstellari cosa è capace di fare. In città, la percentuale di chi crede alla visita dallo spazio, sfiora il 90%. E il numero di chi è stato testimone di avvistamenti cresce in modo esponenziale.

«Due sere prima dell’avvistamento a Crispano - racconta N.L., 14 anni, di Frattamaggiore - ho visto dal balcone di casa mia, quelle due sfere luminose». Anche la signora Claudia D’Ambrosio ha la sua testimonianza. La sua abitazione confina con uno dei campi.

«Quella notte ho notato una luce intensissima attraversare le tapparelle che erano tutte abbassate. Credevo che si trattasse del solito incendio di copertoni e plastica. E invece...».

Nella Crispano «on the space», gli eroi del giorno sono i tre operatori ecologici che hanno dato inizio a tutta la vicenda, che ha preso tutta la città, facendo addirittura trascurare i preparativi per la festa del Giglio. E allora davvero credi che qui siano arrivati i marziani.

Marco Di Caterino





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Ho un solo motto: futtetenne"

di Barbara Benedettelli

Bud Spencer racconta la sua filosofia di vita tutta napoletana: "Solo la morte è una cosa irrimediabile, il resto si aggiusta sempre"

 
Quando ho detto a mio figlio che avrei intervistato Bud Spencer lui ha escalmato: «Wow, figo! Sai che parla benissimo italiano?». Ma Bud Spencer è italiano. Il suo nome è Carlo Pedersoli ed è nato a Napoli, nel quartiere Santa Lucia. Anche la sua filosofia di vita è napoletana, una filosofia che in questa intervista è diventata un ritornello: «Futtetenne. Perchè i problemi, quelli veri, sono pochi». Lui non è proprio un ragazzino, almeno all’anagrafe.

Qualcuno «gli ha detto che è nato nel 1929», e magari si è sbagliato perchè questo «gigante buono» ha energia da vendere. La domenica è in prima serata su Canale 5 con la fiction I delitti del cuoco, in cui veste i panni di un cuoco detective «extralarge». E a proposito di cuochi e di cibo lui dice «mangio, ergo sum». Mangio, dunque sono, e chi è per davvero lui lo ha scoperto quando aveva 28 anni e si è guardato allo specchio: «Mi sentivo un trittongo, che in grammatica indica tre consonanti di seguito e nella vita uno str...». Un trittongo che era un campione olimpionico ed è diventato poi un attore conosciuto in tutto il mondo grazie a un film western, Dio perdona... io no.

Carlo, perché i suoi film ancora oggi fanno grandi ascolti in Tv?
«Chi di noi non ha uno, sul lavoro o nella vita, a cui vorrebbe menare? Tutti. Io in quei film lo faccio e la gente si immedesima». 

Sport, televisione, cinema, fiction, politica, ora anche un libro, «Altrimenti mi arrabbio». Dove trova la forza di fare tutto?
«Ho sempre avuto molta energia. Sono anche autore di canzoni, la versione italiana di Cleopatra cantata da Nico Fidenco è mia, ho scritto per Ornella Vanoni. Adesso scrivo per me, e me le canto. A ottobre uscirà una raccolta in cui racconto i problemi di tutti: “S'è squarciata una petroliera/ il mare è una pattumiera/ nel mare che s’inquina/ è tutta una rovina/ ma una speranza c’è, è nell’Arca di Noè”. Oppure: “Si pè impegnà o capitale/ te si messo in affari/e l'amici chiù cari t'hanno fottuto dinare/ Futtatenne!; Se ti guardi ao spiecchio e si diventato viecchio tu falle 'nu pernacchio e rire rire rire, e Futtetenne!”». 

Un atteggiamento vincente?
«Sì. E vorrei insegnare anche agli altri ad averlo. Per questo ho scritto questo libro. Le cose irrimediabili sono poche. La morte di chi ami lo è per esempio, come è accaduto a me quando è scomparso in un incidente il figlio di mia sorella». 

O quello di Terence Hill (Mario Girotti). Aveva solo 17 anni. Vi frequentate ancora?
«Era a cena da me qualche sera fa. Viene a mangiare gli spaghetti, sa, la moglie lo tiene a dieta e lui da me si sfoga». 

Credere è importante?
«Ho bisogno di credere perchè - nonostante il mio peso - mi sento piccolo di fronte a quello che c'è intorno a me. Se non credo sono fregato. A una conferenza ho detto: “Non esiste al mondo un uomo o una donna che non ha bisogno di credere in qualche cosa”. Un ragazzo si è alzato dicendo: “Io sono ateo!”. “Bene”, gli ho risposto, “lei allora crede che Dio non esiste, quindi crede in qualche cosa”».

Qual è stata la svolta più importante nella sua vita?
«Nella vita lo stesso uomo, in fasi diverse, può essere intelligente, cretino, furbo o imbecille, finchè non si guarda allo specchio e si chiede chi è. Io l'ho fatto a 28 anni perché ero un trittongo. Ho deciso di lasciare tutto quello che avevo, i Parioli, le fidanzate, gli amici, le feste, la biancheria pulita, e di andare in Amazzonia a lavorare per una società che faceva strade. Devo dire che i primi mesi piangevo spesso. Mi mancava la bella vita. Poi però nel bene e nel male ho capito chi ero e quali erano i miei valori fondamentali». 

Quali?
«Uno dei più importanti è la decenza. Se hai ottant'anni e una ragazza di venti ti gira intorno e ti fa impazzire, devi guardarti allo specchio e, per decenza, chiederti il perchè. Vuole incontrare qualcuno che le dia il successo? Ti prende in giro? Così eviti. Un altro valore importante è l'onestà di sapere che determinate cose non le puoi fare. Che hai dei limiti». 

Insomma, non sempre amore è la parola giusta?
«Quello vero capita una volta sola, tutto il resto non c'entra. Passione, attrazione, colpo di fulmine, sono un'altra cosa. Non ti preoccupi di essere ricambiato. Quello che sai è ciò che senti tu». 

A proposito di amore, sul set del film «Più forte ragazzi» si è innamorato del volo. Altri film hanno arricchito la sua vita privata in un modo o nell'altro?
«Ho imparato ad andare a cavallo e mi è anche accaduta una cosa stranissima. Se non sei capace i cavalli lo sentono e cercano di farti cadere, il mio voleva buttarmi giù perchè pesavo 150 Kg. Non ci riusciva, così un giorno vedendomi arrivare si è buttato a terra lui!».
Carlo Pederzoli è uno che ha fatto alzare la bandiera italiana più volte. Un campione olimpionico. 

Che ricordo ha di quel periodo?
«Ho partecipato a due Olimpiadi, ero centravanti nella squadra di pallanuoto. Ne ho fatto parte per cinque anni. Abbiamo vinto a Roma e a Londra. Poi ho fatto le Olimpiadi a Helsinki nel '52 e a Melbourne nel '54. Quando si è alzata la bandiera ho pianto fiero di me e di questa nostra patria». 

E com'è questa nostra patria?
«Una volta ho avuto modo di parlare con Strauss, il governatore della Baviera, in Germania. Mi disse: «“Se i tedeschi stessero in Italia sarebbe già fallita, ma siccome ci sono gli italiani è il miracolo”». 

Lei ha detto che il rugby è uno sport capace di formare il carattere per la vita. Perchè?
«È uno sport enormemente leale. Alla fine tutti si abbracciano, perchè è sport. Adesso quello che 

Che carattere bisogna avere per vincere nella vita o per lo meno per non farsi «bastonare»?
«Futtetenne!» 

Un bel ritornello.
«Ora sto scrivendo Il gregge. E il gregge siamo noi». 

È anche filosofo?
«Pensi che ho fatto tre corsi universitari e non ne ho finito uno. Chimica, giurisprudenza e sociologia. Parlo cinque lingue di cui tre le penso. Ma non sono laureato». 

Futtetenne?
«Futtetenne!».




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Invoca aiuto del padrone urlandone il nome Salvato pappagallo impigliato tra i cavi

Il Mattino

VIBO VALENTIA (29 maggio)

Si era impigliato tra i cavi dell'alta tensione prima di essere salvato dai vigili del fuoco che hanno accolto le sue richieste di aiuto. Protagonista della vicenda è il pappagallo Enrico, che vive a Brognaturo in provincia di Vibo Valentia. Enrico, bloccato tra i cavi, ha iniziato a gridare il nome del padrone “Cenzo”, intendendo Vincenzo Grenci, che appena ha saputo la notizia da altri abitanti del paese che avevano sentito le grida, è accorso sul posto. Subito dopo sono stati chiamati i vigili del fuoco e così gli agenti insieme a Grenci e ad un'altro uomo hanno salvato l'animale.

Enrico si era perso ieri sera, dopo che la figlia lo aveva portato a fare un giro per il paese. Improvvisamente era scappato dal controllo della ragazza e si era rifugiato sui alcuni fili dell'alta tensione: «Abbiamo avuto tanta paura per il nostro Enrico - ha detto Vincenzo Grenci - ora è tornato a casa ed è tranquillo. Mia figlia aveva portato Enrico a fare un giro, improvvisamente, però, è volato via ed è finito sui cavi dell'alta tensione. Quando ha visto che non riusciva più a tornare a casa, ha iniziato a pronunciare il mio nome, “Cenzo, Cenzo”. E così si è radunata tantissima gente che ha iniziato a disperarsi per la sorte del mio pappagallo».

«Quando sono arrivato - ha proseguito il padrone del pappagallo - Enrico ha continuato a chiamarmi. Sembrava un bambino che aveva rivisto il padre ed al quale chiedeva aiuto. E infatti c'era il rischio che Enrico, volando via, potesse rompersi una zampetta. Abbiamo allora chiamato i vigili del fuoco, ma questi non avevano una scala adeguata per il recupero. È arrivato così il proprietario di una impresa che ha una scala con il cestello e così siamo riusciti a mettere in salvo il mio pappagallo». Vincenzo Greci adesso è soddisfatto «Il mio Enrico - ha concluso - è conosciutissimo a Brognaturo e tutti gli vogliono bene. Adesso è tranquillo e sono sicuro che in futuro eviterà di fare qualche altro colpo di testa».





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Caivano, muore a 14 anni su maxiscooter I parenti devastano l'ospedale

Il Mattino

Il ragazzino, nipote di un boss, non poteva guidare quel veicolo
Era senza casco. Dopo l'incidente, il due ruote è «sparito»

di Marco Di Caterino

CAIVANO (31 maggio) Troppo piccolo per guidare un maxi scooter e stare fuori casa di notte. E troppo sicuro di sé per indossare il casco che forse gli avrebbe salvato la vita. Luca D'Antò, 14 anni, è morto dopo essere stato sbalzato dal mezzo a due ruote, lanciato a tutta velocità in via Settembrini a Caivano. Nell'incidente è rimasto ferito anche il secondo passeggero e forse proprietario dello scooter, C.C., 16 anni, nipote di Giovanni Ciccarelli, il boss a capo della piazza di spaccio «dei carcerati» del Parco Verde. Solo lievi escoriazioni e qualche contusione hanno invece riportato altri due minorenni, coinvolti con il loro scooter nel mortale incidente, avvenuto nella notte tra sabato e domenica.

Luca D'Antò, le cui condizioni sono apparse subito gravissime, è stato soccorso dai sanitari del 118, a bordo del quale è stato trasportato al pronto soccorso dell'ospedale San Giovanni Bosco di Napoli, scortato da una decina di auto di familiari e amici. Il ragazzino è deceduto qualche minuto dopo, nonostante gli sforzi dei sanitari.

E nell'ospedale si è scatenato il finimondo. I familiari e gli amici della vittima hanno sfogato la loro rabbia mettendo a soqquadro i locali. La situazione si è normalizzata solo con l'arrivo di alcune volanti e una decina di poliziotti che non senza difficoltà, sono riusciti a riportare la calma nel pronto soccorso. Il nipote del boss, invece è stato soccorso dalla gente del Parco Verde, che nel giro di un paio di minuti si è materializzata in via Libertino.

E mentre. C.C. adagiato sui sedili di un'auto, veniva portato al pronto soccorso del San Giovanni di Dio di Frattamaggiore, qualcuno faceva sparire lo scooter che Luca non avrebbe dovuto guidare dal luogo dell'incidente. Il sedicenne, che ha riportato alcune fratture e un trauma cranico, è stato ricoverato nel reparto di ortopedia, in attesa di essere sottoposto ad altri accertamenti radiologici che indicheranno ai sanitari i tempi di guarigione.

Sul posto i carabinieri della locale tenenza, diretta dal tenente Giovanni Palermo, che per quanto è stato l possibile, hanno effettuato i rilievi e cercato di ricostruire la dinamica di quanto accaduto.

Lo scooter, forse un Beverly 150, guidato da Luca D'Antò , proveniente dal Parco Verde, ha imboccato via Libertini. Il mezzo a due ruote, secondo alcune testimonianze raccolte sul posto, viaggiava a velocità sostenuta. Giunto a metà della strada, il mezzo a due ruote si è trovato sulla sua traiettoria un altro motorino che procedeva a velocità meno sostenuta.
Luca D'Antò ha tentato di evitare il tamponamento facendo scartare sulla destra il pesante scooter che invece ha finito, seppur leggermente, per urtare l'altro motorino che si è ribaltato scaraventando sull'asfalto i due passeggeri.

Quel piccolo tamponamento, con la velocità sostenuta del mezzo condotto dal quattordicenne, ha fatto perdere a Luca D'Antò il controllo del Beverly, che come un cavallo impazzito si è messo ad ondeggiare con violenza, sbalzando così in aria i due occupanti. La forza cinetica ha fatti si che i due ragazzi, una volta toccato l'asfalto sono scivolati sulla carreggiata. Luca D'Antò ha finito per impattare con inaudita violenza sul cordolo del marciapiede.

In meno di settantadue ore, Caivano piange la morte di Luca D'Antò e quella di Luigi Giusti ucciso dopo essere stato investito da un camion all'uscita della scuola. Lacrime diverse, ma lo stesso dolore.





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Baseball, paura sul diamante: pallina colpisce giocatore alla testa

IL Mattino

 

NEW YORK (30 maggio) - Grande spavento per gli appassionati di baseball durante la partita tra N.Y. Yankees e Cleveland.

Il lanciatore David Huff degli Indians viene colpito in testa dalla pallina appena battuta con grande potenza da Alex Rodriguez degli Yankees. Il giocatore se l'è cavata con una piccola contusione.

GUARDA IL VIDEO DA YOUTUBE





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500 Indianapolis, schianto terrificante: auto contro le reti di protezione

Il Mattino

WASHINGTON (31 maggio) - Una sequenza da brivido che ha fatto temere il peggio per il pilota Miche Conway durante la 94esima edizione della gara automobilistica «500 Indianapolis».

L'auto superveloce di Conway è decollata sulle ruote dell'avversario dopo un attacco in curva. Il pilota si è schiantato contro le reti di protezione. Le sue condizioni non sono gravi.

GUARDA IL VIDEO DELL'INCIDENTE





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Processo civile dura 40 anni Querelante muore a 95 anni senza ancora una sentenza

Quotidianonet

La signora negli anni '70 intraprese una causa civile contro i parenti per un'eredità.
Dopo decenni di carte bollate fece causa anche causa allo Stato per l’eccessiva durata di un processo

Roma, 30 maggio 2010

Avrebbe compiuto tra poco 95 anni G. I., di S. Gregorio da Sassola alle porte di Tivoli, ma si è spenta per una lunga ed invalidante malattia: si è spenta senza avere la possibilità di vedere la fine di una lunga causa civile intrapresa contro i parenti per una consistente eredità materna. 

La ‘stranezza’, è che la causa la intraprese quando aveva appena 50 anni, negli anni ‘70: dopo decenni passati tra carte bollate, udienze rinviate, giudici sostituiti, avvocati cambiati o deceduti, codici e leggi che si susseguono, diversi anni fa, l’anziana donna, stufa di attendere, aveva deciso di fare causa allo Stato italiano invocando l’applicazione dell’articolo 6 della convenzione europea dei diritti dell’uomo che “punisce” pecuniariamente lo Stato per l’eccessiva durata di un processo.

Esemplare e veloce la decisione della Corte di Appello di Perugia, che accogliendo il ricorso della donna, patrocinato dagli avvocati Giacinto Canzona ed Anna Orecchioni che rendono noto il fatto, aveva condannato il ministero della Giustizia a pagare alla donna 8.000 euro oltre agli interessi legali: era il 10 aprile del 2006.

Il ministero della Giustizia avrebbe dovuto immediatamente onorare il debito nei confronti della vecchietta, pronta a godersi “da viva” la meritata vittoria, ma purtroppo così non è stato e a poco sono serviti i numerosi atti di precetto contro l’amministrazione, che si è vista pure pignorare le fotocopiatrici. Ora saranno gli eredi a chiedere giustizia.





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Calabria, bufera eolico sull’Idv

di Gian Marco Chiocci

Anche un uomo di Di Pietro nell’inchiesta sul parco di Crotone che vede già indagati due esponenti di spicco del Pd.

Le nuvole si addensano su Loiero. Un superteste accusa: "Il mio 40% era per il presidente"


 
Soffia il vento, in arrivo la bufera. Dalle inchieste sul business dell’eolico in Calabria spuntano nomi sempre più «eccellenti». Dopo quello di Nicola Adamo (uomo simbolo del Pd calabrese nonché vicepresidente del consiglio regionale della vecchia giunta di centrosinistra) e Diego Tommasi (ex assessore all’Ambiente) entrambi indagati, ora è la volta di Agazio Loiero, che pur non essendo al momento ancora indagato viene tirato pesantemente in ballo dalla «gola profonda» della Procura di Catanzaro. Al trio si aggiunge il nome di uno degli uomini di fiducia di Antonio Di Pietro in Calabria, Antonio Domenico Vulcano, coordinatore del circolo Idv di Cirò Marina, indagato dal pm di Crotone, Pierpaolo Bruni, nella sua qualità di responsabile dell’ufficio tecnico del Comune di Melissa (Crotone) per falsità ideologica in atti pubblici e abuso d’ufficio. Per la Procura avrebbe falsamente attestato e certificato che sull’area interessata alla costruzione del parco eolico non c’erano vincoli ambientali e paesaggistici.

I nomi di Adamo e Tommasi compaiono in un’informativa della Procura di Paola (ora l’inchiesta è stata spostata a Catanzaro) che parlando del Grande Affare ipotizza una maxi tangente di 2 milioni e 400mila euro pagata per la costruzione del parco eolico di Isola Capo Rizzuto, vicino a Crotone. Gli inquirenti concentrano la loro attenzione sulle «linee guida» del piano eolico regionale, che sarebbero state modificate ad hoc, sostengono, per favorire gli amici imprenditori. In mano ai Pm c’è anche un’intercettazione telefonica tra Adamo e Tommasi del 26 ottobre 2006, dalla quale emerge - si legge nell’informativa - come i due «con un malcelato siparietto, cercano di scaricarsi la paternità delle responsabilità giudiziarie a loro addebitate (...). Si evince chiaramente che le note «linee guida» sono state formulate dagli onorevoli Tommasi ed Adamo, in questa intercettazione.

Tommasi: «Pronto?». Adamo: «Caro coindagato!». T: «L’hai capita compa’! Mi hanno annunciato un’informazione di garanzia». A: «Che cazzo conti?». T: «È sul Quotidiano (della Calabria, ndr). A: «Ma guarda che sono sicuro come la morte, infatti, sto chiamando a Sammarco...(omissis), è una vergogna, ma questo lo sai chi è? È tutto... questi mestatori alla Gentile... che ti dico i nomi, alla Morrone... hai capito?». T: «Uh - uh! Eh sì». A: «Hai capito! (...) la cosa che bisogna seguire qual è? La conferenza dei servizi... C’è stata la conferenza, io avrei imposto...». T: «Eh ma io non partecipo!». A: «Avrei imposto... solo questo avrei imposto a coso, quando c’ero io no! che si seguisse l’ordine cronologico a seconda dell’arrivo delle domande, chi arriva prima... hai capito? no? (...) e poi il rispetto della legge nella (incomprensibile)». T: «Peggio! Noi abbiamo fatto una cosa, no? (...) abbiamo... l’unica cosa politica che è stata fatta su questa partita... è stata fatta una delibera congiunta (...) fra i due assessorati per stabilire delle linee guida». A: «Che non c’erano». T: «Non c’erano... abbiamo fatto una delibera noi...(omissis) A: «Abbiamo fatto una cosa buona (...) abbiamo fatto una cosa buona!» T: «È la prima Regione d’Italia che ha fatto una cosa del genere (...) possono essere discutibili... potevano essere più restrittive o più allargate...cose...». A: «Certo! Non c’erano proprio! Non c’erano proprio». T: «No, ed è la prima Regione d’Italia che fa questa cosa (...) quindi l’unico atto che politicamente è stato fatto è questo, il resto è tutta gestione tecnica, tecnica dovuta tra l’altro (...). Si può bocciare... si può approvare... ma questi sono cazzi... sono cazzi delle commissioni che sono tecniche e non politiche». A: «Che pare che scarichi responsabilità, non è questo il problema».

Il nome di Loiero, assieme a quello che viene definito un suo amico imprenditore, Antonio Speziali, viene invece fatto dal superteste in questo contesto: «Il mio 40 per cento (...) per bocca di Speziale, era del presidente della Regione, Agazio Loiero (...) me lo ha detto il giorno prima che si doveva stipulare il contratto (...). Io da parte di Speziali ho avuto una conferma... Giancarlo D’Agni (uomo di fiducia di Adamo e indagato nell’inchiesta, ndr)... mi disse... caro (omissis) i parchi sono passati in quanto l’ho voluto io, che sono Nicola... non ti dimenticare che... per fare le modifiche al piano Eolico, si è dovuto raggiungere un accordo, tra Nicola e il presidente... siamo stati fino alle 3 a fare le modifiche al piano eolico per filo e per segno come suggerito da Roma... quindi noi dobbiamo pagare un prezzo... Loiero, Adamo... lì hanno raggiunto un accordo (...) che loro prendevano il 40 per cento a testa... dei famosi impianti che (omissis) aveva sviluppato... me lo ha detto prima D’Agni e poi me lo ha confermato Speziali». Sia Loiero sia Speziali hanno rispedito al mittente ogni accusa.



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Ecco la politica del terrore L’islam fa guerra ai libri: cosa non vuole far leggere

di Matteo Sacchi

Un saggio appena uscito documenta l’aggravarsi delle pressioni ai danni degli intellettuali nei Paesi musulmani.

Censure e galera per chi non si allinea. E fuggono in Occidente


 

L’islam ama definirsi la religione del Libro. La religione della parola scritta e certificata. Molto meno amate le immagini, anzi spesso vietate. Il raccontare è sacro, il dipingere o il suonare è spesso considerato blasfemo. Un punto di partenza tutt’altro che libertario ma che dovrebbe garantire il ruolo della letteratura, lo status degli scrittori. Dice infatti il Corano riferendosi a chi ha accesso alla conoscenza: «È per il calamo ciò che scrivono».

E per qualche secolo è stato davvero così. Almeno a giudicare dal fatto che nel X secolo il poeta Al-mutanabbi poteva permettersi versi che suonano più o meno così: «Sono forse roccia? Perché non mi smuove questo vino,/ e nemmeno questi canti?/ Se desidero del limpido vino rubro lo trovo./ Ma l’amata è perduta». Se scrivesse ora gli stessi versi, a più di mille anni di distanza, rischierebbe di avere bruttissimi guai. Per rendersene conto basta sfogliare il saggio appena pubblicato dall’islamista Valentina Colombo: Vietato in nome di Allah. Libri e intellettuali messi al bando nel mondo islamico (Lindau, pagg. 176, euro 17). Sotto l’ombra della mezzaluna gli ultimi trent’anni sono stati un vero incubo per gli intellettuali. Un incubo di cui l’Occidente riesce a rendersi conto solo quando una fatwa colpisce lo scrittore di grido con passaporto britannico, vedasi Salman Rushdie, o quando a morire sotto i colpi di pugnale degli estremisti è Theo van Gogh.

Eppure quella in atto nei Paesi islamici è una vera e propria politica del terrore. A volte a praticarla sono i governi a colpi di processi farsa, di galera e di censure. Altre ci pensano gli estremisti sgozzando gli «apostati» come agnelli. Una mattanza così diffusa e reiterata che è persino difficile fare un censimento dei perseguitati. I nomi che vedete nel grafico di questa pagina, infatti, sono solo alcuni degli esempi più clamorosi del progressivo incupirsi del controllo culturale. Se nel 1955 perché la traduzione in arabo della Divina Commedia venisse pubblicata in Egitto venne chiesto all’editore di omettere i versi dell’Inferno relativi a Maometto (ovviamente senza nemmeno mettere una nota per il lettore), venticinque anni più tardi era diventato un problema anche solo discutere di linguistica.

Nel 1980 uscì sul mercato L’introduzione alla storia della lingua araba di Louis Awadh. L’autore aveva fatto alcune innocue notazioni filologiche in cui rilevava che alcune parole del testo coranico erano legate alla lingua dell’antico Egitto. Abbastanza perché l’università islamica Al-Azhar intervenisse con tutto il peso della sua autorità per richiedere la messa al bando del volume. Il motivo? L’autore avrebbe oltraggiato la sacralità della lingua araba in quanto lingua di Dio. E se la fonetica diventa irreligiosa, figuratevi cosa può capitare a chi osa qualcosa di più. Soprattutto contando che l’Egitto è un Paese, teoricamente, vicino all’Occidente.

Ecco spiegato come è stato possibile che Mahmud Muhammad Taha, benché ottantaduenne, sia finito impiccato a Khartoum per il suo saggio Il secondo messaggio nell’Islam (correva l’anno 1985). Chiunque provi a mettere in discussione la teocrazia islamica, in Paesi in cui la pressione delle ambasciate occidentali è nulla, rischia subito grosso. E non è detto che per forza si debba ricorrere al boia: se non c’è la possibilità di una condanna a morte ufficiale possono sempre capitare sgradevoli «incidenti». Lo scrittore iraniano Ali Dashti è morto in carcere non si sa esattamente come. In gattabuia era entrato negando i miracoli di Maometto. Del resto doveva aspettarselo: nel 1980, una volta instaurata la teocrazia, Khomeini aveva organizzato il gigantesco rogo di 80mila libri.

E se i nomi degli scrittori citati sin qui vi dicono poco o nulla non stupitevi. I sostenitori dell’islam più ortodosso sanno che è strategico far loro attorno terra bruciata. A casa propria ma possibilmente anche all’estero. Tanto più che non tutti sono degli eroi votati al martirio. A volte per far paura basta meno. Quando non si arriva al dramma ci si imbatte infatti nel grottesco, in episodi surreali. Il teologo egiziano Abu Zayd, fervente musulmano ma favorevole a una certa forma di modernismo, è stato condannato per apostasia.

Da allora è stato considerato dai tribunali egiziani come «giuridicamente» morto e quindi è stato chiesto anche l’annullamento d’ufficio del suo matrimonio. Ora vive in Olanda dove insegna a Leida. La vicenda potrebbe scatenare amara ilarità: il fatto che anche adesso gli convenga chiudersi bene la porta alle spalle la sera molto meno. E se lui se ne è andato, a finire nel mirino dei tribunali - in Egitto la sharia è «la fonte principale della legislazione» - sono molti degli intellettuali rimasti: nel 2008 è toccato alla regista Ines al-Dighdi, al poeta Hilmi Salim, al pensatore liberale Sayyid al-Quinmi...

Tutte persone la cui ultima speranza, quando i costi legali o il rischio che qualcuno passi alle vie di fatto diventa troppo alto, resta sempre e solo la fuga o la minaccia pubblica della fuga. Classico l’esempio di quanto ha fatto Ahmad al-Baghdadi, docente di scienze politiche in Kuwait (altro Paese che all’Occidente deve più di qualcosa). È stato condannato a un anno di galera nel 2005 per aver detto che a scuola è meglio se i bambini passano più tempo a studiare musica che a studiare il Corano. Chiedendo asilo politico ha richiamato l’attenzione della comunità internazionale. Ma più il tempo passa e meno l’Occidente è un rifugio.

La presenza islamica sempre più alta porta con sé minacce potenziali, e non solo potenziali, per molti di questi «cervelli» costretti alla fuga. La somala Ayaan Hirsi Ali che collaborò con Theo van Gogh e che ha vissuto a lungo sotto scorta si è spostata negli Stati Uniti per sentirsi veramente libera e sicura. In Europa doveva vivere blindata. Nel suo ultimo libro appena tradotto in italiano, Nomade (Rizzoli), ha spiegato come in Europa un certo clima di violenza sia ormai per tutti, ma soprattutto per lei e per le donne in generale, alla «porta accanto».

L’intellighenzia e i media del Vecchio Continente, sempre pronti a gridare alla censura se qualcuno critica (non vieta) l’esposizione di un crocefisso dipinto con lo sperma, a questi allarmi sono però stranamente sordi. Deve scapparci il morto.





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Napolitano non firma i tagli

di Alessandro Sallusti

La manovra finanziaria rimandata al governo per modifiche e correzioni.

Notte di trattative, oggi arriva il sì.

L’ira dei ministri con Tremonti, il silenzio di Berlusconi, la mediazione di Letta: storia di un pasticcio


Al presidente Napolitano la Finanziaria targata Tremonti non piace, tanto che non l’ha firmata e ha chiesto al governo chiarimenti e modifiche. Il prestigioso autografo arriverà solo questa mattina dopo una notte di limature e correzioni. Su che cosa? Un po’ su tutto, dai tagli agli enti locali a quelli degli stipendi della casta, agli aiuti alla cultura. Per un Paese in larga parte abituato a farsi assistere e mantenere dallo Stato indipendentemente dalla resa è ovviamente dura fare marcia indietro. Così lo stop di Napolitano ha fatto tirare ieri un sospiro di sollievo a quelle categorie e a quei ministri, più d’uno, che inutilmente avevano bussato nelle settimane scorse alla porta di Tremonti per sapere, suggerire, chiedere di usare una mano più leggera nello sforbiciare costi e spese.

Ieri sul Corriere della Sera, Piero Ostellino invocava, analizzando la Finanziaria, meno Stato e più società. Oggi, su questo Giornale, Marcello Veneziani ci spiega che il rigore non deve far paura perché le società sane sono quelle che anche dopo una buriana si rimodellano da sole trovando nuovi punti di equilibrio. Insomma, ci voleva il coraggio di sfidare l’impopolarità e spezzare un circolo vizioso che solo apparentemente accontenta tutti ma che in realtà, lasciando le cose come stanno, non crea occasioni e sviluppo per nessuno. Quello che sarà lo sapremo nei dettagli solo oggi, ma certo questa è una manovra che non ha più padri. Non Berlusconi, che avrebbe voluto un approccio diverso nella sostanza e nel metodo ma che si è dovuto fermare, per evitare il peggio in un momento di crisi e instabilità, davanti all’intransigenza di Tremonti che minacciava fuoco e fiamme in caso di modifiche imposte dal governo in fase di scrittura. Non Tremonti che esce politicamente indebolito da questa situazione confusa e che senza l’intervento del solito mediatore Gianni Letta avrebbe anche potuto precipitare rovinosamente.

Lo stesso Napolitano alla fine firmerà ma non senza turarsi il naso.
Adesso la palla torna a Berlusconi che in queste ore, non a caso, è sembrato tenersi, almeno ufficialmente, lontano dal ring. Chi lo aveva convinto a lasciar fare ad altri, a non impuntarsi, ora dovrà rispondere di aver fatto fare al governo una figura non certo esaltante. E a ore approda in Parlamento la grana delle intercettazioni. Sarà anche vero che un premier di fatto non comanda, ma forse è meglio per tutti che cominci a farlo.





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Le case del Vaticano: tesoro da 115mila proprietà

di Gian Marco Chiocci

La Chiesa gestisce il più grande patrimonio immobiliare al mondo

E a Roma e provincia un bene su cinque è in mano a enti religiosi.

L'holding Apsa ha un potere di indirizzo simile a quello detenuto dallo Ior.

Numeri in continuo movimenti al trading e alle donazioni dei fedeli


 

Roma

Casa e Chiesa, Vaticano real estate: fa impressione l’elenco completo del più vasto patrimonio immobiliare al mondo, sfuggito a ogni serio censimento, sin qui noto solo agli addetti ai lavori delle segrete stanze pontificie. Stando alle stime (non ufficiali) il 20 per cento dell’intero patrimonio immobiliare italiano farebbe riferimento alla Chiesa di Roma che nella Capitale vedrebbe salire percentualmente la sua potenza edilizia fino a un quarto dell’intero comparto: ventitremila fra terreni e fabbricati (appartamenti, negozi, uffici eccetera) intestati a centinaia di entità diverse fra enti, diocesi, istituti, congregazioni, confraternite, società, tutte realtà comunque riconducibili al Vaticano.

Un numero imprecisato di appartamenti per migliaia di unità. Quasi 600 palazzi fra istituti e conventi, 50 monasteri, più di 500 chiese, 22 conventi, 400 immobili fra case generalizie, cliniche private, ospizi, case di riposo, residenze private, scuole, seminari, oratori, una quarantina di collegi e via discorrendo. Un patrimonio continuamente aggiornato e incrementato dal trading immobiliare e da sempre crescenti lasciti e donazioni dei fedeli (su Roma, nel 2008, se ne registrarono la bellezza di 8mila). Calcolando per difetto gli esperti contano in oltre 115mila proprietà il vero tesoro vaticano in tutta Italia. Da brividi il suo controvalore di mercato. Secondo i responsabili del «Gruppo Re» (Re non sta per Real Estate bensì per Religiosi ecclesiastici) che assiste i ministri del culto nella gestione del loro immenso tesoro immobiliare «se a metà degli anni novanta i beni delle missioni si aggiravano intorno agli 800 miliardi di vecchie lire, oggi dovrebbero valere dieci volte di più. Il patrimonio nazionale immobiliare della Chiesa raggiunge quasi il 22 per cento del totale italiano, proprietà all’estero escluse».

Secondo un’approfondita inchiesta del Mondo del 2007 la vera svolta sul business del mattone in Vaticano arriva alla fine del 2002 con la nomina del cardinale Attilio Nicora alla presidenza dell'Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica) che si divide la gestione del potere finanziario con la banca pontificia dello Ior (l’Istituto per le Opere di religione) e con il Fondo pensione per i dipendenti vaticani. «L’holding Apsa, che a Roma risulta proprietaria di beni per pochi milioni, perché iscritti a bilancio al costo storico, e accatastati sempre come popolari o ultrapopolari, pur situandosi in pieno centro (...). Ma che invece ha un potere di indirizzo enorme sull’immenso patrimonio che fa capo alla Chiesa e agli oltre 30mila enti religiosi che operano sul territorio». Venticinque anni fa il non ancora baciapile Francesco Rutelli prese la parola in parlamento sul dibattito che seguì l’approvazione della legge che istituiva i fondi di culto, e snocciolò una quantità gigantesca di numeri e indirizzi «per lasciare agli atti della Camera una tale imponente messe di proprietà degli enti ecclesiastici (...).

La consistenza gigantesca di questi beni è sotto i nostri occhi, e noi riteniamo di doverla evidenziare al Parlamento mentre si discute di quali oneri lo Stato debba fronteggiare per assicurare la sussistenza degli enti ecclesiastici e il sostentamento del clero». Venticinque anni dopo quell’exploit, con Rutelli diventato cattolicissimo dopo la folgorazione sulla via del Campidoglio e i successivi finanziamenti a grandine per il Giubileo (3.500 miliardi), un altro parlamentare radicale, Maurizio Turco, s’è messo d’impegno per venire a capo del più vasto patrimonio immobiliare mondiale. E giorno dopo giorno, fra il 2006 e il 2007, facendo la spola fra gli uffici del partito in via di Torre Argentina e gli archivi del catasto, ha ricostruito casa per casa le proprietà della Chiesa. Un lavoro immenso. Pazzesco. Sfiancante. Reso complicato dalle non sempre corrette descrizioni degli stabili e degli enti di riferimento riportate sul registro degli immobili.

Un lavoro che non tiene però conto del grande affare del turismo religioso (con l’Opera romana pellegrinaggi a farla da padrone) a cui si ricollegano le migliaia di «case per ferie» seguite direttamente dai religiosi per un fatturato annuo da 4 miliardi di euro. Ci si dovrebbe soffermare inoltre sul business delle alienazioni dei sacri palazzi – attraverso il cambio di destinazione d’uso - a holding immobiliari, enti istituzionali, attività commerciali e compagnie alberghiere: in tre anni numerosi conventi o seminari sono stati riconvertiti e trasformati in hotel oppure in condominii da 30/40 appartamenti l’uno ceduti o affittati, per un giro d’affari da centinaia di milioni di euro. Un business reso più fruttuoso dalle tante agevolazioni fiscali di cui gode la Chiesa, a cominciare dall’esenzione dell’Ici fino alla detassazione sulle imposte da versare sugli affitti riscossi passando per un migliore trattamento tributario nei confronti degli enti religiosi proprietari dei palazzi storici.

Il tesoro immobiliare del Vaticano scoperto dal radicale Turco è da guinness dei primati. Per pubblicarlo tutto occorrerebbe un giornale intero. Ci limitiamo a segnalare le «sigle» religiose con il più alto numero di proprietà fra Roma e provincia: la Cei ne ha 16, l’Opera romana per la preservazione della fede e la provvista di nuove chiese in Roma 54, l’Abbazia di Subiaco 102, l’Apsa 306 (comprese le varie sigle) le Ancelle francescane del Buon pastore 55, Arcipretura Valmontone 350, Arcipretura in Vallepietra 97, Beneficio parrocchiale del capitolo di San Pietro-Vaticano 164+201 (oltre a 114 beni amministrati da Hoerner Arturo), capitolo Subiaco 575, Canonici Albano Laziale 171, Canonici Ariccia 518, Capitolo Basilica S. Maria Maggiore 101, Caritas 70, Vicarie Castel Madama 158, Vicariato di Roma 276, Suore domenicane Santa Caterina 20, Sottocura Sant’Andrea Gallicano 92, Società cattolica di assicurazioni Verona 33, Suprema congregazione sant’Ufficio 133, Santa Sede Città del Vaticano 178, Reverenda Fabbrica di San Pietro 139, Propaganda Fide e suoi istituti di riferimento (1.139, come pubblicato ieri dal Giornale), Congregazione di S. Vincenzo Pauli 161, Pontificio istituto teutonico 211, Pontifica opera per la preservazione della fede 683.




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Sprechi, la grande abbuffata delle commissioni

di Francesco Cramer

Creati alla Regione Molise dodici organi di studio: dall’influenza suina ai disagi delle famiglie.

I trenta consiglieri si occupano di tutto, senza produrre mai un rapporto.

E a fine anno tutti insieme si spartiscono un milione di euro


 

Roma

Taglia e (s)cuci. Mentre il governo si danna per forgiare una manovra all’insegna della mannaia perché «lo Stato deve costare meno», in periferia il magna magna resta la norma. Briciole, si dirà. Ma un po’ qui, un po’ là, va a finire che i costi della macchina pubblica lievitano come sufflé. L’escamotage, in molte Regioni, è il seguente: creare commissioni ad hoc al fine di studiare o monitorare un determinato problema. Di solito ne fanno parte consiglieri di maggioranza e opposizione così sono tutti contenti visto che l’effetto è duplice: primo, ottenere un’indennità maggiorata di un tot per cento, ossia stipendi più pesanti; secondo, avere la possibilità di assumere personale, naturalmente elettoralmente grato. Il tutto a spese della collettività, cioè Pantalone.

Si prenda il Molise di Michele Iorio che, oltre a quattro commissioni permanenti, ne ha create altre otto temporanee. Totale dodici commissioni che fanno felice l’esercito dei 30 consiglieri regionali. A dire il vero l’opposizione di centrosinistra s’è messa di traverso e per alcune commissioni non partecipa ai lavori. C’è quella per la «cooperazione interregionale nell’area adriatica» (7 componenti previsti); quella «per gli affari comunitari» (5 componenti); quella «di studio e di conoscenza sul dissesto idrogeologico e di verifica dello stato attuale e futuro degli interventi post-terremoto e post-alluvione» (7 membri); quella «d’inchiesta a carattere temporaneo sulle problematiche del disagio familiare» (5 componenti); quella «per lo studio delle problematiche relative all’attuazione del piano di rientro dal deficit interessante il Servizio sanitario regionale» (5 membri); quella «per lo studio delle problematiche relative agli insediamenti di produzione energetica sul territorio molisano» (5 membri); quella «per la valutazione degli effetti economici ed occupazionali in ambito regionale del federalismo fiscale» (5 membri) e per finire quella «d’inchiesta a carattere temporaneo sull’influenza umana A/H1N1» (5 membri).

Utili? Per i politici sì, visto che servono ad appesantirne la busta paga: 10 per cento in più dell’indennità, che già arriva a 14mila euro lordi al mese, cui deve aggiungersi il gettone di presenza (leggasi soldi) ogni volta che la commissione si riunisce. Olé. In totale tutti questi «summit» aggiuntivi costano ai contribuenti circa un milione di euro l’anno che si aggiungono ai 60 milioni di euro l’anno spesi per il personale assunto a tempo indeterminato. Ma non è finita qua: ogni presidente di commissione, infatti, ha la possibilità di assumere esperti, consulenti, collaboratori. Praticamente un’ulteriore infornata di gente, sempre a spese della collettività. E poi c’è un altro trucco: spacchettare l’incarico per due, anche tre persone. I collaboratori si dividono lo stipendio da 3mila euro lordi al mese ma così almeno sono felici in tanti.

I molisani, però, possono dormire sonni tranquilli visto che i propri rappresentanti studiano e tengono sott’occhio un po’ di tutto. Producono? Poco o nulla. La commissione sul dissesto idrogeologico non ha partorito alcunché mentre quella sul disagio familiare ha confezionato una relazioncina in cui si dice che le famiglie molisane, in tempi di crisi economica, fanno fatica. E la commissione sull’influenza A/H1N1? «Qui siamo al folclore puro», ammette il consigliere regionale Michele Petraroria che ha appena firmato una mozione per sciogliere le otto commissioni. Il comitato per monitorare il cosiddetto fenomeno della suina, presunta bufala per fare miliardi con inutili vaccini (tesi fatta propria anche dal presidente della commissione Sanità del Consiglio d’Europa ndr), non si capisce bene cosa abbia prodotto fino a ora. Salvo, chiaramente, qualche soldo in più nelle tasche dei soliti noti.





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Israele attacca flottiglia di navi Ong diretta a Gaza, almeno 16 i morti

Corriere della Sera
Le imbarcazioni volevano forzare il blocco nella zona: assalto per impossessarsi dei natanti finito nel sangue

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MILANO


Assalto israeliano contro una flottiglia di navi appartenenti ad organizzazioni non governative in rotta verso Gaza nel tentativo di forzare il blocco imposto da Tel Aviv nella zona. Secondo alcuni canali televisivi israeliani, almeno 16 attivisti filo-palestinesi che erano a bordo sono morti, mentre diversi altri, almeno una trentina, sarebbero rimasti feriti. Secondo i media israeliani le forze armate di Tel Aviv avrebbero cercato di impossessarsi delle navi, ma l'assalto è finito nel sangue.

L'ASSALTO - Poco prima delle immagini mostrate dalla tv israeliana, il canale televisivo del movimento islamico Hamas aveva parlato di diversi feriti e aveva mostrato le immagini di membri di un commando scesi da un elicottero e di persone sdraiate sul ponte della nave. Una portavoce di Free Gaza Movement, una delle organizzazioni che ha organizzato il convoglio umanitario, ha detto che almeno due persone a bordo della nave turca sono state uccise, e una trentina ferite. Il pronto soccorso israeliano, Zaka, ha riferito che sette persone sono state ricoverate in un ospedale ad Haifa, la principale base navale israeliana, e una è in serie condizioni. Secondo l'esercito israeliano i militari di Tel Aviv sarebbero stati oggetto di un attacco da parte di armi da fuoco dalle persone presenti sulle navi. Negli scontri secondo l'esercito israeliano almeno 4 attivisti sarebbero morti.

PROTESTE IN TURCHIA - Alcune delle navi attaccate battevano bandiera turca. L'attacco israeliano ha così generato una protesta ad Istanbul dove manifestanti hanno lanciato pietre contro il consolato tentando di fare irruzione. Il governo turco ha immediatamente convocato l'ambasciatore israeliano ad Ankara. La Turchia ha definito «inaccettabile» l'attacco israeliano contro la flotta umanitaria a Gaza e ha messo in guardia da «irreparabili conseguenze».

RAMMARICO DEL GOVERNO - Un ministro israeliano ha espresso il proprio «rammarico per tutte le vittime» dell'assalto della marina alla flotta di attivisti pro-palestinesi diretti a Gaza.

TENSIONE IN ISRAELE - Intanto la polizia israeliana ha elevato lo stato di allerta nelle zona del Wadi Ara (60 chilometri a nord di Tel Aviv), dopo che nella città di Um el-Fahem si era sparsa la voce - finora non confermata - che nell'attacco della marina israeliana alla flotta di attivisti filo-palestinesi diretti a Gaza sia stato ferito dai militari lo sceicco Raed Sallah, leader del Movimento islamico nel Nord di Israele, che vive a Um el-Fahem. La radio militare aggiunge che i vertici della polizia israeliana hanno condotto stamane una seduta di emergenza e che continuano a seguire da vicino l'evolversi della situazione nella popolazione araba.

GRECIA - Il ministero degli Esteri greco ha attivato l'Unità di crisi. Della flottiglia per Gaza, facevano parte due unità battenti bandiera ellenica, il cargo «Libertà del Mediterraneo» e la passeggeri «Sfendoni», a bordo delle quali si trovavano cittadini greci e palestinesi. Atene ha indicato di non avere finora notizie ufficiali su quanto accaduto e sulla sorte dei propri concittadini. Secondo attivisti greci a bordo delle unità, citati dalla radio Skai, gli israeliani avrebbero dato l'arrembaggio con elicotteri e gommoni ed avrebbero fatto uso di «proiettili veri». Redazione online
31 maggio 2010



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