mercoledì 30 giugno 2010

Ciancimino accusa: "Mio figlio rifiutato dal 'Collegio San Luigi'"

Il Resto del carlino

Il piccolo Vito Andrea avrebbe dovuto frequentare la prima elementare. Il padre Massimo: "Sono molto amareggiato per questa vicenda. Putroppo non appartengo a nessuna cricca, nè ho rapporti con il Vaticano"


Bologna, 30 giugno 2010

«Dopo la regolare iscrizione e il versamento del pagamento della retta all’istituto religioso ‘Collegio San Luigi' di Bologna, mio figlio Vito Andrea è stato rifiutato perchè non gradito a causa del suo cognome». È la denuncia di Massimo Ciancimino, che si dice «molto amareggiato per questa vicenda».

«È con molta amarezza che ancora oggi, mentre c’è chi inneggia a falsi ‘eroi', io debba constatare come la strada della legalità sia difficile e tutta in salita -ha detto- oggi, dopo avere regolarmente iscritto mio figlio alla prima elementare del ‘prestigioso' istituto ‘Collegio San Luigi' della città in cui vivo, siamo stati contattati dalla segretaria che ci ha comunicato che dopo avere sottoposto l’iscrizione di mio figlio al preside, quando quest’ultimo ha visto il cognome ha detto: ‘non lo vogliamo quì, senza dare alcuna spiegazione». «Sicuramente il figlio di Anemone o di Mangano lo avrebbero accolto. Putroppo non appartengo a nessuna cricca, nè ho rapporti con il Vaticano».





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La morte di Taricone: le banalità su paracadute e sport estremi

Quotidianonet



Blog di Rosalba Carbutti

 

Non volevo scrivere di Pietro Taricone. Non perché la sua morte non mi abbia colpita, anzi. La sua morte, così assurda, per una fatalità, è davvero l'essenza della nostra caducità. Detto questo, volevo evitare il solito buonismo di circostanza che celebra un attore, ex Gieffino. Però, lo ammetto, dopo aver visto Matrix, e sentito alcuni commenti non ce l'ho fatta a resistere alla tentazione di dire la mia. Il problema è che alcune considerazioni mi hanno fatto ribollire il sangue. Si può banalizzare il paracadutismo e i cosiddetti sport estremi in quel modo? Dai, su, parliamoci chiaro: in una trasmissione tv non si possono fare analisi del tipo: "I giovani con questi sport cercano di colmare un vuoto". E ancora: "Chi si lancia da un aereo è come quei ragazzi d'oggi che vanno in discoteca: vogliono emozioni. Vogliono sfidare la morte e trovare un senso nella vita". E per concludere (con un Alessio Vinci, per la verità, un po' imbarazzato) ecco la "chicca" finale: "Forse a Pietro il successo non bastava... quindi aveva bisogno di questi lanci col paracadute". Ragazzi, ma stiamo scherzando?

Secondo voi il povero Pietro aveva bisogno di lanci per un capriccio, un'insoddisfazione... etc? Non può succedere che qualcuno voglia provare o si appassioni a sport, diciamo così, non convenzionali? E, soprattutto, se così fosse, perché significherebbe essere 'vuoti', senza valori in cerca di un senso della vita? Scusate, ma queste affermazioni, dopo aver sentito anche commenti (di amici e dintorni) del tipo: "Poverino, Taricone. Certo che se evitava di provare quelle emozioni lì...Oppure: Forse si era montato la testa e aveva bisogno di adrenalina...". E via così, con la fiera delle ovvietà. Da gente, ovvio, che di mettersi una tuta e provare un lancio, in prima persona, per capire cosa si prova, neanche a parlarne. Però, come sempre, sono tutti bravi con i soliti bla bla di circostanza e a puntare il ditino verso qualcuno o qualcosa.

Scusate, lo so, mi sto infervorando. D'altra parte avendo provato sia un lancio (in tandem) col paracadute che il bungee jumping mi permetto di dissentire. Quando mi lanciai dal famoso aereo - da oltre 4mila metri - subito dopo la caduta libera scrissi di getto due righe dell'articolo che poi pubblicai: "Precipito e il primo pensiero non è sto morendo, ma sto vivendo". Non è che forse Pietro, con la sua compagna Kasia, provava lo stesso sentimento? E a buttarsi col paracadute si sentiva vivo e felice perché amava abbracciare le nuvole? C'è forse qualcosa di sbagliato in questo? Ognuno ha le sue passioni. Ma smettiamola di fare analisi strampalate. Taricone, o' Guerriero, non credo non conoscesse le regole, visto che aveva già fatto 400 lanci.

E certamente conosceva anche i rischi. Che ci sono, certo, inutile negarlo. Ma se l'ex attore è morto è stato per un errore, una fatalità, una virata sbagliata. Amen. Perché non poteva succedere guidando la macchina, sciando, andando in moto o giocando a pallone? Su, siamo seri, e non distacchiamoci troppo dalla realtà. In quanto a Taricone, ora, lasciamolo stare. Personalmente lo ricordo per un'intervista che mi rilasciò qualche anno fa per il settimanale Onda tv: già allora preferiva parlare di cavalli (un'altra sua passione) piuttosto che di donne e Gf. Fu un colloquio breve, di una mezz'oretta. Ma ricordo che non smisi mai di ridere: Pietro era, così, simpatico in modo innato e di un'intelligenza muscolosa, come il suo fisico. Ricordiamolo semplicemente come un giovane di 35 anni, con una figlia e una bella compagna. Un amico come tanti, di quelli che si salutano con una pacca sulle spalle. Sarà per questo che su Facebook e Twitter migliaia di perfetti sconosciuti gli scrivono parole di cordoglio come se fosse qualcuno di famiglia?



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Londra, Broker ubriaco brucia 10 milioni di dollari

Libero





Un giovane agente di borsa della City di Londra in una sola notte e con un acquisto folle e non autorizzato, ha fatto aumentare il prezzo del petrolio di oltre un dollaro e mezzo a barile. Si calcola che ha bruciato quasi 10milioni di dollari. E questo senza calcolare i danni globali del mercato.

In realtà, però, il fatto è accaduto esattamente un anno fa ma solo oggi la stampa britannica ha diffuso la notizia. Alle 07:45, le 08:45 italiane, di martedì 30 giugno 2009,  ricostruisce il "Telegraph online" , il 34enne Stephen Perkins, broker della Pvm Oil Futures viene contattato da un dirigente dell'impresa petrolifera che gli chiede conto dell'acquisto di 7milioni di barili di greggio nel cuore della notte, per un totale di 520milioni di dollari. Lui, Perkins, risponde che l'operazione è stata fatta in accordo con un cliente.

Peccato che la bugia cade subito perché il broker rifiuta di mettere il presunto cliente in contatto con la ditta. Inoltre la transazione era stata compiuta intorno all'una e mezza di notte. Ma alle 02:00 il prezzo del greggio sui mercati era salito di oltre 1 dollaro e mezzo. Quando la Pvm se ne è accorta la compagnia aveva già subito una perdita di oltre 9.763.000 dollari cioè buona parte dei 12milioni di dollari di utili annuali accumulati dall'azienda. La stessa azienda che alla fine del 2009 ha subito perdite per 7,6milioni di dollari.

Alle 06:30 Perkins si rende conto del guaio che ha combinato. Solo più tardi ammetterà di esser stato lui il responsabile del pasticcio globale. Il 34enne è stato licenziato immediatamente dalla Pvm, messo al bando dalla City, multato di 72mila sterline e indagato dall'autorità britannica di vigilanza dei mercati finanziari Fsa, Financial Services Authority, che solo oggi ha reso pubblico il bizzarro incidente. Alla base di tutto, ha ammesso lo stesso broker, una pesante sbronza presa durante il fine settimana. 

30/06/2010





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Sentenza della Cassazione "Se la molestia è via mail non costituisce un reato"

di Redazione

La molestia via mail non è un reato.

Annullata dalla Cassazione una condanna perché "Il fatto non è previsto dalla legge come reato".

La Suprema Corte spiega: "Il turbamento del soggetto non è sufficiente"


 

Roma - La molestia via mail non è un reato. Lo si evince da una sentenza con cui la Cassazione ha annullato senza rinvio "perché il fatto non è previsto dalla legge come reato" la condanna al pagamento di un’ammenda di 200 euro inflitta ad un 41enne dal tribunale di Cassino: l’imputato era stato accusato di molestie per aver inviato con la posta elettronica a una donna un messaggio contenente "apprezzamenti gravemente lesivi della dignità e dell’integrità personale e professionale" del convivente della destinataria.

La decisione della Cassazione La Suprema Corte (prima sezione penale, sentenza n. 24510) non ha condiviso le conclusioni del giudice del merito, secondo il quale l’articolo 660 del codice penale, relativo al reato di molestie o disturbo alle persone, "con la dizione 'telefono' comprende gli 'altri analoghi mezzi di comunicazione a distanza'". Per gli ermellini, la posta elettronica "utilizza la rete telefonica e la rete cellulare delle bande di frequenza, ma non il telefono, né costituisce applicazione della telefonia, che consiste, invece, nella teletrasmissione in modalità sincrona, di voci o di suoni". La modalità della comunicazione via mail, si osserva nella sentenza, è invece "asincrona" e "l’invio di un messaggio di posta elettronica, esattamente proprio come una lettera spedita tramite il servizio postale, non comporta, a differenza della telefonata, nessuna immediata interazione tra il mittente e il destinatario, nè veruna intrusione diretta del primo nella sfera delle attività del secondo".

Il turbamento non è sufficiente Dunque, "l’evento immateriale o psichico - sottolineano i giudici di piazza Cavour - del turbamento del soggetto passivo costituisce condizione necessaria ma non sufficiente; infatti per integrare la contravvenzione prevista e punita dall’articolo 660 c.p. devono concorrere alternativamente gli ulteriori elementi circostanziali della condotta del soggetto attivo, tipizzati dalla norma incriminatrice: la pubblicità (o l’apertura al pubblico) del teatro dell’azione ovvero l’utilizzazione del telefono come mezzo del reato". Il caso del telefono è ben diverso da quello delle e-mail, poichè, secondo gli alti giudici, "il mezzo telefonico assume rilievo proprio per il carattere invasivo della comunicazione alla quale il destinatario non può sottrarsi, se non disattivando l’apparecchio telefonico, con conseguente lesione della propria libertà di comunicazione, costituzionalmente garantita". Stesso discorso del telefono, va fatto per gli sms, dato che, ricorda la Cassazione, il destinatario "è costretto a percepirli" prima di poterne individuare il mittente. Perciò, conclude la Corte, "la avvertita esigenza di espandere la tutela del bene protetto della tranquillità della persona incontra il limite coessenziale della legge penale, costituito dal principio di stretta legalità e di tipizzazione delle condotte illecite".





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Asilo lager di Pistoia I genitori: "Nuove querele C'è chi ha visto e ha taciuto"

Quotidianonet

I genitori dei bambini dell'asilo 'Cip e Ciop' hanno visionato le 220 ore di videoriprese fatte dalle telecamere installate dalla polizia.
Finore per le violenze sono imputare due maestre


Firenze, 30 giugno 2010

Si allarga l'indagine
sui maltrattamenti all'asilo-lager 'Cip e Ciop' di Pistoia. I genitori di alcuni bambini hanno infatti deciso di querelare altre persone che gravitavano nella struttura dove lavoravano le due maestre Anna Laura Scuderi ed Elena Pesce, accusate di maltrattamenti ai bambini e imputate in un processo in rito abbreviato a Genova.

STUDIO APERTO I video-choc dentro l'asilo 'Cip e Ciop'

"Abbiamo visto i video ripresi dalle telecamere installate dalla polizia - ha detto una delle madri -: 220 ore di immagini. Questo ci ha aperto uno scenario diverso da quello che pensavamo di conoscere. I protagonisti sotto quelle telecamere non erano solo le imputate Pesce e Scuderi, ma altre persone che ci siamo sentiti in dovere di individuare nelle nostre querele e abbiamo visto che ci sono persone che hanno visto e non hanno parlato". I genitori non hanno tuttavia fornito il numero esatto delle querele né i nomi dei querelati.

PISTOIA CHOC, ECCO L'ASILO-LAGER

Per le due mastre, ieri, sono stati revocati gli arresti domiciliari (sostituiti dal divieto di dimora in Toscana). "Non auspichiamo atti di violenza contro di loro - hanno detto alcune mamme -: non vorremmo che da carnefici si trasformassero in vittime". In merito alla revoca dei domiciliari una delle mamme ha osservato che "anche se non possono stare in Toscana, c’è pero’ il rischio di trovarsele vicine al mare, nell’ombrellone accanto magari a Rimini o in Sicilia".

I genitori hanno ribadito la loro "fiducia" nella magistratura, sottolineando che "se non riusciamo tutti insieme a far sì che tutti i responsabili vengano assicurati alla giustizia, tanti altri bambini potrebbero vivere le stesse sevizie subite dai nostri figli". Inoltre hanno denunciato a carico loro e dei loro figli "situazioni gravose" oltre a "una serie di episodi" in cui "si è riscontrato un certo pregiudizio nei confronti di questi bambini quasi fossero colpevoli di aver frequentato il ‘Cip e Ciop’ e non di esserne vittime".



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Pisanu: "Nel 1992-93 ci fu una 'quasi trattativa' fra Stato e mafia"

Quotidianonet

Nel dossier l'ex ministro ripercorre quegli anni: “Le stragi fecero temere il colpo di Stato.
C’è stata convergenza interessi con massoni, affari e politica.
E Cosa nostra non ha rinunciato alla politica”

Roma, 30 giugno 2010

Negli anni delle stragi di mafia di quasi vent’anni fa, tra governo italiano e Cosa nostra “qualcosa del genere” di una trattativa “ci fu e Cosa Nostra la accompagnò con inaudite ostentazioni di forza”. E’ quanto scrive il presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia, Giuseppe Pisanu, nella relazione ‘I grandi delitti e le stragi di mafia 1992-1993’ presentata oggi.


Nel dossier Pisanu ripercorre
quel periodo, ricordando gli attentati, i morti e le ‘manovre’ organizzate dalla mafia per destabilizzare lo Stato. Secondo il senatore del Pdl “la spaventosa sequenza del 1992-93 ubbidì ad una strategia di stampo mafioso e terroristico, ma produsse effetti divergenti: perché se da un lato determinò un tale smarrimento politico-istituzionale da far temere al presidente del Consiglio in carica l’imminenza di un colpo di stato; dall’altro lato determinò un tale innalzamento delle misure repressive da indurre Cosa Nostra a rivedere le proprie scelte e, alla fine, a prendere la via, finora senza ritorno, dell’inabissamento. Nello spazio di questa divergenza - aggiunge - si aggroviglia quell’intreccio tra mafia, politica, grandi affari, poteri occulti, gruppi eversivi e pezzi deviati dello Stato che più volte, e non solo in quegli anni, abbiamo visto riemergere dalle viscere del paese”.


Per Pisanu, che lascia aperte
le diverse discussioni politico-giudiziarie su quegli anni, è in ogni caso “ragionevole ipotizzare che nella stagione dei grandi delitti e delle stragi si sia verificata una convergenza di interessi tra Cosa Nostra, altre organizzazioni criminali, logge massoniche segrete, pezzi deviati delle istituzioni, mondo degli affari e della politica. Questa attitudine a entrare in combinazioni diverse è nella storia della mafia e, soprattutto è nella natura stessa della Borghesia mafiosa”.



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Dell'Utri, il Csm apre pratica a tutela dei giudici Nel mirino gli articoli del Fatto: "Screditati i pm"

di Redazione

Aperta una pratica a tutela dei tre giudici della seconda sezione penale della Corte di Appello di Palermo.

Nel mirino alcuni articoli di stampa, in particolare uno apparso sul quotidiano Il Fatto, pubblicati prima della sentenza a carico di Dell’Utri: "Discreditano la magistratura"


 

Roma - La prima commissione del Consiglio superiore della magistratura ha deciso, a maggioranza, di aprire una pratica a tutela dei tre giudici della seconda sezione penale della Corte di Appello di Palermo che ieri ha condannato Marcello dell’Utri a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Oggetto della pratica a tutela è il contenuto di alcuni articoli di stampa, in particolare uno apparso sul quotidiano Il Fatto, pubblicati prima della sentenza a carico di Dell’Utri e in cui - secondo quanto ipotizzato dal consigliere laico del Pdl Gianfranco Anedda che ha chiesto e ottenuto l’apertura della pratica - i giudici Claudio Dall’Acqua, Sergio La Commare e Salvatore Barresi sarebbero stati oggetto di "insinuazioni e sospetti" che getterebbero "discredito sulla magistratura giudicante".

La decisione del Csm Quattro i voti a favore dell’apertura della pratica, due i contrari (il consigliere Giuseppe Maria Berruti di Unicost e il presidente della prima commissione, Mario Fresa, togato della corrente Movimento per la giustizia). La Commissione dovrà ora valutare se con questi articoli sia stata messa in atto una delegittimazione del collegio e lo farà al termine di un’istruttoria con l’acquisito di documenti e probabilmente anche di una relazione del presidente della Corte di appello di Palermo. Solo allora la prima commissione deciderà se mettere a punto un documento di tutela dei tre magistrati da sottoporre poi all’esame del plenum del Csm.

L'articolo incriminato In uno degli articoli di stampa del Fatto pubblicato prima che i giudici si riunissero in camera di consiglio per la sentenza Dell’Utri, si riferiva quanto sostenuto da Marco Travaglio e cioè che la sentenza fosse già stata scritta e che da parte del collegio della corte di Appello ci fosse gran voglia di assolvere il senatore del Pdl, almeno a giudicare dalle ordinanze con cui erano state rigettate quasi tutte le richieste dell’accusa. Secondo il consigliere laico del Pdl, Anedda, si tratterebbe di "insinuazioni" da intendersi anche come "condizionamenti se non intimidazioni" nei confronti dei tre giudici del collegio. La votazione sulla pratica a tutela è avvenuta solo dopo la pronuncia della Corte di appello di Palermo.





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Rapine in banca, Italia maglia nera d'Europa Da noi il 42% dei colpi

di Redazione

La denuncia del sindacato dei bancari della Cisl: "Nel 2009 in Italia ci sono state 1.744 rapine, il 42% del totale europeo".

Dati incoraggianti per l'anno in corso: nei primi mesi del 2010 si riscontra un calo del 15%.

Viene rapinato uno sportello ogni 15-20 sportelli


Roma - Questo è un record di cui avremmo fatto volentieri a meno. Il 45-50% delle rapine compiute nelle banche europee avviene in Italia. Lo afferma la Fiba Cisl riportando i dati dell’osservatorio nazionale del sindacato e sottolineando che "il fenomeno delle rapine in banca in Italia, per quanto in flessione negli ultimi due anni, resta di dimensioni importanti". Nel 2009 in Italia ci sono state 1.744 rapine, il 42,02% del totale di 4.150 in Europa. Seppure le rapine in Italia sono risultate il 42,02% del totale europeo nel 2009, la Fiba Cisl afferma che la percentuale è fra il 45 e 50% perché ci sono alcune realtà dove il fenomeno delle rapine è particolarmente elevato.

Un 2010 in calo Nei primi mesi del 2010, prosegue la tendenza nazionale di flessione cominciata nel 2008, dopo circa otto anni sostanzialmente ininterrotti di crescita. I primi riscontri per quest’anno prefigurano un calo tendenziale del 15% con caratteristiche disomogenee sul territorio. In particolare, spiega la Fiba, diminuiscono in tutte le regioni a eccezione di Campania, Marche, Piemonte e Veneto. Umbria e Puglia sono stazionarie. Le rapine aumentano in modo consistente o molto consistente a Pescara, Napoli, Milano, Torino, Perugia e Verona. Altri significativi aumenti - spiega il sindacato dei bancari - si registrano a Lecce, Sassari e Treviso. Roma è stazionaria ma nel 2009 era cresciuta del 20% sul 2008. In Italia, le rapine tentate e non riuscite sono inferiori al 10% del totale a differenza di percentuali più alte dei Paesi europei e viene ancora compiuta mediamente una rapina in banca ogni 15-20 sportelli (era una ogni dieci fra il 1998 e il 2003).





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Così i camalli affondarono la democrazia dell'alternanaza

di Marcello Veneziani

Il 30 giugno di cinquant'anni fa i portuali misero a ferro e fuoco Genova.

Le violenze minarono il governo di centrodestra e il possibile cambiamento


Se cercate la scatola nera della sinistra italiana, potrete trovarla nel porto di Genova. Là, esattamente cinquant’anni fa, in un giugno più caldo del presente, la sinistra sfregiò la democrazia e fece cadere un governo legittimamente uscito dalle urne con un moto violento di piazza. Sto parlando dei ganci di Genova, come furono chiamati in gergo missino i micidiali ganci usati dai portuali comunisti, i feroci camalli che scesero in piazza per impedire lo svolgersi di un regolare congresso nazionale del Msi. Oggi tv e giornali ricordano i fatti di Genova con un sottinteso epico, quasi a celebrare un’epopea partigiana di giustizia e libertà.

Affiorano rievocazioni nostalgiche di quel clima, in cui perfino le auto bruciate e le magliette a strisce dei portuali sono ricordate con tono elegiaco da commosso amarcord. E invece quell’evento che Aldo Moro definì «il più grave e minaccioso per le istituzioni» dalla nascita della Repubblica italiana, fu un vero e proprio golpe di piazza che tardò la nascita di una democrazia matura fondata sull’alternanza, resuscitò gli spettri della guerra civile e alimentò nella destra frustrata rigurgiti di neofascismo e sogni di golpe. Il principale testimonial e istigatore di quell’evento, con Umberto Terracini, fu Sandro Pertini, che ritrovò in quella mobilitazione lo spirito bellicoso della lotta partigiana, non accorgendosi che si trattava di una mobilitazione violenta contro un pacifico congresso ed un legittimo governo liberal-democratico.

Era l’epoca del governo Tambroni, il primo governo di centro-destra che godeva dell’appoggio esterno dell’Msi. Il Paese viveva il boom economico, ormai pacificato, la violenta contrapposizione tra fascismo e antifascismo si era spenta, e anche la guerra fredda, con l’avvento di Krusciov e Kennedy si era intiepidita (salvo poi riaggravarsi a Cuba), assopendo l’antitesi comunismo-anticomunismo. Non era ancora stato eretto il Muro di Berlino.

In quel tempo l’Msi era guidato da Arturo Michelini, un nazional-conservatore che voleva inserire il suo partito nel gioco politico delle alleanze. Del resto, negli anni cinquanta, molte amministrazioni del sud erano rette dall’appoggio monarchico e missino, e perfino il Pci di Togliatti aveva trescato in Sicilia con l’Msi per sostenere la giunta Milazzo. Insomma, la guerra civile del ’45 e il frontismo radicale del ’48 erano ormai ricordi sepolti, come ricordo lontano erano ormai i celerini di Scelba contro i manifestanti o la legge dello stesso Scelba che vietava la ricostituzione del disciolto partito fascista. L’Msi ebbe l’infelice idea di celebrare il suo congresso a Genova, città antifascista con un forte movimento sindacale e comunista.

Di fronte alle minacce della sinistra, il Prefetto di Genova aveva saggiamente proposto di spostare il congresso missino a Nervi. Ma social-comunisti, Anpi, Cgil e portuali non accettarono il compromesso; volevano cogliere il pretesto del congresso missino per abbattere il governo di centro-destra. Sarà proprio Sandro Pertini (che perfino il suo compagno di partito Pietro Nenni considerava un violento) ad accendere il fuoco della rivolta con il «discorso del brichettu» (il fiammifero) del 28 giugno. Due giorni dopo la città fu messa a ferro e fuoco dagli insorti, come accadde poi nel luglio del 2001 ad opera dei no-global. Aggressioni ai delegati missini, rifiuto di accoglierli in albeghi e locande, la celere travolta dai camalli, le jeep della polizia capovolte, incendi e assalti. Forse fece bene la polizia a non rispondere col fuoco e fecero bene i missini a non mobilitare il loro servizio d’ordine che comunque sarebbe stato soccombente.

Ci sarebbero stati molti morti, non solo a Genova. Alla fine a morire fu il governo Tambroni e a restare invalida fu la democrazia italiana, che perse da allora il fianco destro. La spuntarono loro, i camalli d’assalto e le sinistre di piazza. Sotto i colpi della piazza i ministri della sinistra dc rassegnarono le dimissioni, il governo Tambroni cadde e gli stessi che avevano giudicato con allarme la violenza di piazza, come Moro e Fanfani, aprirono poi alla stagione del centro-sinistra, portando i socialisti al governo.

Quando si parla del rumore di sciabole dei militari e carabinieri italiani, e della strisciante tentazione golpista che attraversò l’Italia tra il ’64 e il ’70, da De Lorenzo a Borghese, coinvolgendo i partigiani Sogno e Pacciardi, si deve considerare quel precedente genovese che rendeva impossibile la nascita per vie democratiche di un centro-destra in Italia. Quel clima violento perdurò a Genova fino ai primi anni 70, se si considera che tra i primi passi del terrorismo rosso in Italia ci furono l’assassinio del militante missino Ugo Venturini e il rapimento del magistrato “destrorso” Mario Sossi.

L’insurrezione di Genova diventerà la madre di tutte le mobilitazioni di piazza con cui la sinistra in Italia ha inteso forzare la democrazia italiana, i suoi governi, le sue scelte, le sue alleanze. Un metodo che viene tuttora utilizzato per abbattere con una spallata di piazza i governi usciti dalle urne. Per fortuna il clima è cambiato, i camalli si sono imborghesiti, non portano più le magliette a strisce e i ganci micidiali, né ci sono in giro partigiani pronti a riprendere le armi. Ma quel governo di centro-destra avrebbe accelerato la nascita di una destra postfascista e avrebbe insieme creato le premesse per una democrazia dell’alternanza, spingendo anche la sinistra a superare il massimalismo e a disporsi così a governare. Ma il Pci dell’epoca prendeva ancora ordini e soldi da Mosca e considerava l’America e il Capitalismo due mali da cui liberarsi. Così la Dc, con i suoi alleati, restò al governo vita natural durante.



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Gite dell’orrore a casa Maso Il proprietario:«Vergogna, sono deviati»

Corriere del Veneto

Sul web l’abitazione del delitto tra le mete consigliate. L’inquilino: «Li denuncio questo non è un museo, io qui ci abito».




VERONA — Ci sarà stato perfino chi s’è messo in posa per una foto ricordo. Sorriso guascone, zainetto in spalla e cappellino ben calato sulla fronte per proteggersi dal sole. Quasi un turista qualunque. Un turista dell’orrore. Sembra essere l’ultima moda, se il luogo del pellegrinaggio è la casa di Pietro Maso, il killer di Montecchia di Crosara che nel 1991, quando aveva 19 anni, uccise i genitori per intascare i soldi dell’eredità e «continuare a fare la bella vita». In quella villetta di due piani, Pietro ammazzò a padellate mamma e papà con la complicità di tre amici: Giorgio Carbognin, Paolo Cavazza e Damiano Burato. «Li attesero al buio, in cucina. È lì che li aggredirono », ricorda Michele Grassi, 49 anni, che ha comprato la casa del massacro, ne ha ricavato due appartamenti e ora li affitta a 400 euro al mese. I locali se li spartiscono una famiglia di indiani e un italiano. Ma nessuno di loro sembra turbato dal ricordo di quanto avvenuto tra quelle mura. L’interesse, a quanto pare, arriva dall’esterno.

Perché sui siti internet (alcuni dei quali specializzati in fenomeni paranormali e misteri dell’occulto) da qualche tempo è comparsa una lista di luoghi che vale la pena visitare. È il tour delle case dell’orrore. Dall’appartamento di via Poma dove venne ritrovato il corpo di Simonetta Cesaroni, alla villetta di Garlasco in cui è morta Chiara Poggi. Senza scordare lo chalet di Annamaria Franzoni a Cogne, e il podere di Terrazzo in cui Gianfranco Stevanin seppelliva le sue vittime. Per facilitare il turismo del macabro, ciascun luogo viene indicato con tanto di indirizzo e numero civico. E lo stesso accade per l’edificio di via San Pietro in cui vennero uccisi Antonio Maso e sua moglie Rosa Tessari. Michele Grassi, che quella casa l’ha acquistata direttamente dalle sorelle di Pietro, è arrabbiato. «Solo una persona deviata - dice - può fare un tour del genere.

Sarà che a distanza di anni i giornali ne parlano ancora e che il delitto ha scosso profondamente l’opinione pubblica, però è una vergogna che ci sia ancora qualcuno che vuole speculare su quanto accaduto. Non voglio aver niente a che fare con tutto questo: presenterò una denuncia alla polizia postale per far togliere i riferimenti della mia abitazione da quei siti internet». A Montecchia di Crosara nessuno ha dimenticato il massacro. «Per tutti siamo il paese di Maso - spiega - di noi si parla solo per il delitto, invece che per la ricchezza di questa terra o per le ciliege che si producono. Ogni tanto c’è qualcuno che mi telefona e mi chiede della casa, di quel accadde quella maledetta notte.Non solo giornalisti, ma anche fanatici in cerca di informazioni». Grassi ha completamente ristrutturato l’edificio. Al posto della cucina in cui vennero massacrati i coniugi ora c’è una camera da letto.

All’esterno, una scala conduce all’appartamento del piano superiore. Uno degli inquilini, che chiede l’anonimato, ammette che, a distanza di quasi vent’anni, non mancano i curiosi. «Capita che qualcuno mi chieda se è proprio questa la casa di Pietro Maso - ammette - e una volta ho visto un tizio che scattava delle foto. Se c’è chi arriva fin qui solo per vedere l’abitazione è libero di farlo, affari suoi. Ma questo non è un museo, non può certo entrare: io qui ci abito...». Oggi il killer di Montecchia ha 39 anni, da qualche tempo il giudice gli ha concesso di lasciare il carcere durante il giorno per recarsi al lavoro. Ha una fidanzata con la quale sembra in procinto di sposarsi e nelle scorse settimane è stato paparazzato assieme al re del gossip Fabrizio Corona.

Pare che, in prigione, ricevesse migliaia di lettere di fan. «Ai ragazzi che mi scrivono emi raccontano che vogliono uccidere i genitori - ha spiegato in una intervista rilasciata nel 2007 a Repubblica - dico di fermarsi, di ragionare, di ricucire i rapporti. Non ho potuto salvare me stesso, almeno ci provo con gli altri». Ma alla sua redenzione in paese ci credono in pochi. «Qui è meglio che non si faccia vedere. Gli auguro un giorno di avere dei figli, per capire cose significa essere genitori», taglia corto Grassi. All’epoca del delitto, abitava nello stesso palazzo di Burato, l’unico minorenne del gruppo. «Quella notte, pochi minuti dopo aver ammazzato i Maso - ricorda - si ritrovarono proprio nella sua cantina. Accesero lo stereo ad alto volume e mi svegliarono. Ero arrabbiato, emi rivestii per andare a rimproverarli, ma dopo qualche minuto la musica cessò. Solo in seguito scoprii cosa stavano festeggiando... ».

Andrea Priante
30 giugno 2010

Maso si sposa e incontra Corona per l’esclusiva foto




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Sotto processo da cinque anni per un tappino da 10 centesimi

Corriere della Sera

L’imprenditore è accusato di furto aggravato ma non è mai stato interrogato. La procura aveva chiesto l’archiviazione

Cagliari

Sotto processo da cinque anni per un tappino da 10 centesimi


CAGLIARI — Accusato di aver «rubato» un piccolo tappo di pneumatico (valore neanche 10 centesimi), un imprenditore edile è da 5 anni sotto processo. Se dovesse essere condannato — Salvatore Schievenin, 68 anni, è imputato di furto aggravato — rischia da 2 a 8 anni di reclusione. Lui giura: «Non so nulla». E in questi 5 anni non è stato interrogato una sola volta: né dai carabinieri né da magistrati della procura né dal gip.

La «vittima» del furto, invece, fra verbali e testimonianze si è dovuto presentare più volte.
Comprensibilmente esasperato: «Non ho fatto alcuna denuncia, non so chi abbia preso quel cappelletto, non mi importa saperlo—si è sfogato lunedì in udienza — ho perso molto tempo, voglio essere lasciato in pace». Tutto è cominciato nel settembre 2005: un battibecco fra due automobilisti per un parcheggio davanti a una banca. Giuseppe Orrù, che riesce a occupare il posto auto, entra nell’istituto di credito. L’altro per dispetto si avvicina a una ruota e porta via il cappelletto coprivalvola. Ma un’impiegata della banca vede tutto. Si precipita fuori, appena in tempo per apostrofare l’automobilista «ladro » e sentirsi rispondere: «Si faccia gli affari suoi e vada a quel paese». L’auto si allontana, l’impiegata annota il numero di targa, va dai carabinieri e denuncia l’aggressione verbale. Così si risale al proprietario: la vettura è intestata a una società dell’imprenditore Salvatore Schievenin, ma è utilizzata anche dai suoi dipendenti. Difficile risalire all’autore del furto.

Le indagini procedono: rapporto dei carabinieri, decreto penale di condanna dell’imprenditore, opposizione del suo legale. La procura col pm Chiara Maria Manganiello chiede l’archiviazione. Ma il gip Daniela Amato non è d’accordo: l’auto e il tappino coprivalvola erano «beni esposti alla fede pubblica», si tratta perciò non di «semplice» furto, ma di furto aggravato; che ci sia o no denuncia del derubato non importa: il reato è perseguibile d’ufficio. È il 2007, il processo inizia e si trascina tre anni, da un giudice monocratico all’altro. Francesco Viola, avvocato di Schievenin, si appella alle leggi e al buon senso: «Il mio assistito è incensurato; può avere le attenuanti generiche e il reato sarebbe furto semplice, procedibile a querela di parte» (che Orrù non ha mai voluto presentare: quindi, il processo sarebbe chiuso).
Come pure chiuso è il processo «parallelo»: l’impiegata che aveva denunciato l’automobilista (ma non ha riconosciuto in lui Schievenin) ha ritirato la querela. Il «giallo» del tappino coprivalvola andrà a sentenza l’8 novembre.

Alberto Pinna
30 giugno 2010



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La morte da rockstar di Taricone

Corriere della Sera

Il successo, la fine prematura, il gigantesco cordoglio via Internet




La morte in qualsiasi modo si manifesti è paurosa da vedere. Nel tragico incidente che ha strappato alla vita Pietro Taricone è come se avessimo visto anche noi in faccia la morte. Quasi in diretta, per una sorta di comunione mediatica. Non si spiegherebbe altrimenti l’incredibile partecipazione al cordoglio, un vastissimo lutto online che ha attraversato i siti (quello del «Corriere» ha registrato un numero incredibile di contatti) e i social network a sottolineare la speciale vicinanza all’eroe che ci ha lasciato.

Perché Pietro era l’emblema di una doppia natura modernissima: l’essere insieme personaggio comune, venuto dal niente, dall’anonimato, e personaggio di successo, grazie al reality, il genere eponimo del nostro tempo. Nel romanzo Troppi paradisi di Walter Siti, il narratore spiega: «Era dai tempi del Vietnam che in me privato e pubblico non si univano così strettamente. È arrivato nella persona (o meglio nell’immagine) di Pietro Taricone. Non sono così scemo da non capire che se non ci fosse lui, nella casa del Grande Fratello, tutto questo ambaradàn mediatico non susciterebbe in me l’entusiasmo che suscita. Ma appunto ognuno si sceglierà, tra i dieci ospiti della casa, il proprio Taricone». Il reality ci pone di fronte a una situazione sociale inedita: per tre o più mesi viene attivato un laboratorio di situazioni comportamentali, una grandiosa seduta di autocoscienza che curiosamente intercetta un bisogno esteso, uno psicologismo diffuso, un desiderio di protagonismo.

Il reality è un sogno a occhi aperti e Pietro è stato l’icona di questo forma particolare di notorietà, ma anche l’incarnazione del primo decennio del XXI secolo: venuto alla ribalta nel 2000, ci ha lasciati giusto dieci anni dopo. Tragicamente, come solo le rockstar sanno fare. Improvvisamente, come gli eroi giovani della tradizione classica. Pietro era speciale, tutto il contrario di quello che appariva nella casa del Grande Fratello. Dietro la scorza dura e coatta del palestrato, dello sciupafemmine, del morto di fama, c’era un ragazzo sensibile che si interrogava sul significato di quella sua esplosione mediatica: il successo si raggiunge così facilmente? Come faccio a non restare prigioniero di questa macchina infernale? Sarò capace di vivere sotto i riflettori senza restare accecato? Si poneva delle domande, inseguiva consigli, cercava di sfuggire alla spietatezza del baraccone televisivo.

Coccolato prima dai guru dei talk show era guardato poi con sospetto, quasi con fastidio. Nel marzo del 2008 era venuto a trovarci al Corriere per una chat con i lettori. Ricordo il suo sorriso, l’affabilità, il senso di rispetto. Ricordo anche un suo intervento sulla funzione del video: «In televisione più parli delle cose, più la televisione le vanifica. Più vado a dire che non vorrei la monnezza a Napoli, più la monnezza rimane a Napoli. Allora tu ti poni il problema: faccio un lavoro che mi rende felice? No, allora comincio a essere frustrato». Pietro, come tutti noi, cercava la felicità: anche se molto spesso la felicità non cerca noi.

Aldo Grasso
30 giugno 2010






Lizzie, la ventunenne che mangia ogni 15 minuti e pesa solo 25 chili

Il Mattino



AUSTIN, TEXAS (29 giugno) 


Una storia incredibile quella di Lizzie Velasquez, 21enne statunitense di Austin, Texas, costretta dalla malattia a mangiare continuamente, praticamente ogni quarto d'ora, e nonostante questo arrivando a pesare solo 25 chili.

IL VIDEO DELLA TV AMERICANA

Lizzie è stata protagonista di un documentario sulla tv d'oltreoceano. «Mangio ogni 15-20 minuti per tenere alto il mio livello di energia - ha detto la ragazza - mi peso ogni giorno, e se mi accorgo di aver guadagnato mezzo chilo inizio ad agitarmi per la felicità».

A causa della disinformazione sul suo disturbo, che porta le persone a credere che sia anoressica, Lizzie è costretta a specificare a tutti che la sua non è anoressia. «Quando conosco nuove persone dico: 'Ciao, sono Lizzie e soffro di questa rara sindrome, non sono anoressica».

Una vita difficile fin dal primo giorno.
Lizzie è nata prematura e pesava poco più di un chilo, i medici si accorsero della presenza di una quantità minima di liquido amniotico. «Ci dissero che non avevano idea di come avesse fatto a sopravvivere - racconta la madre Rita - per vestirla usavamo i vestiti delle bambole, perché quelli per bambini erano troppo grandi. I medici dissero che non sarebbe mai stata capace di camminare, parlare o avere una vita normale».

Per i medici non c'erano speranze, ma Lizzie ce l'ha fatta. Seppur tra mille difficoltà, Lizzie parla, cammina e vive come una qualsiasi coetanea. Il suo caso ha affascinato medici e scienziati di tutto il mondo: il professor Abhimanyu Garg, dell'Università del Texas, ha condotto studi su Lizzie, azzardando che il suo disturbo possa essere una forma di NPS (Neonatal Progeroid Syndrome), che causerebbe un'accelerazione dell'invecchiamento, perdita di peso da viso e corpo e degenerazione dei tessuti.




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Campania, Caldoro taglia mille consulenti via anche degustatori di miele e olio

Il Mattino

 

NAPOLI (30 giugno)

Via, a casa: un migliaio di presidenti e amministratori di agenzie, società e consorzi regionali. La scure del presidente della Regione Campania, Caldoro, si abbatte su tutti i consulenti esterni all’istituzione. Una pletora di incarichi assegnati dall’amministrazione Bassolino dopo il 31 luglio dello scorso anno quando la giunta regionale uscente decise con una delibera di sforare il Patto di stabilità. Il presidente Caldoro si è avvalso dei poteri del decreto legge e ha firmato una direttiva spedita giovedì scorso con la quale si chiede la «revoca degli incarichi e dei contratti deliberati, stipulati o prorogati dal 31 luglio del 2009». Sono circa cinquanta le società interessate dal provvedimento che ora devono ricostruire la genesi dei vari incarichi professionali. E si va dagli assaggiatori di vino fino ai degustatori di miele, olio e formaggi. L’esperto: non per tutti i contratti lo stop può essere immediato.





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Opposizione divisa pure sulla sfiducia a Brancher

di Francesco Cramer

Roma

Opposizione in ordine sparso anche sul caso Brancher. Non appena il capogruppo del Pd a Montecitorio Dario Franceschini dichiara di voler impallinare il neo ministro per il Decentramento con una mozione di sfiducia individuale, Di Pietro si spella le mani ma l’Udc arriccia il naso.
È il deputato udiccino Roberto Rao a spiegare il perché: «Noi non ci accodiamo all’Italia dei valori - ribadisce -. E poi le mozioni di sfiducia hanno sempre ricompattato la maggioranza». Sì, ma se davvero dovesse arrivare in Aula il documento per cacciare Brancher? «Faremo una riunione e decideremo».

Nessun atto unitario, quindi, per risolvere la questione del ministro che, dal canto suo, conferma: «Non mi dimetto». Per lui è bastato il gesto di sabato sera quando, travolto dalle critiche per aver invocato a mo’ di Speedy Gonzales il legittimo impedimento, ha rinunciato ad avvalersi dello scudo processuale. Si presenterà a Milano all’udienza del 5 luglio per il processo Antonveneta-Bpi, ma al centrosinistra non basta proprio. Così, Franceschini ha rotto gli indugi e dichiarato che «presentiamo la mozione di sfiducia individuale al ministro e iniziamo a raccogliere le firme che speriamo siano le più ampie possibili tra l’opposizione e tra gli altri gruppi. Non basta la rinuncia al legittimo impedimento, la vicenda resta inqualificabile».

Di firme ne occorrono almeno 63 ma di certo non ci saranno quelle dei centristi, allergici a mischiarsi con i «manettari» dipietristi. Esplicito l’onorevole udiccino Adornato: «La mozione di sfiducia è la solita “dipietrata” inutile cui il Pd si è accodato». Dipietristi che infatti brindano, presentando la nuova linea del Pd come una loro vittoria. È il capogruppo Donadi a esultare: «Siamo soddisfatti che il Pd abbia accolto la proposta di Idv e che si proceda con la raccolta delle firme che, ovviamente, sarà sottoscritta da tutto il nostro gruppo. È passata la linea dell’Idv - dice sicuro -. E questo voto sarà la cartina di tornasole sulla serietà e credibilità di quanti, finiani e Lega in testa, ma anche Udc, affermano di battersi in difesa della legalità, della trasparenza e della dignità delle istituzioni». Insomma, tra i piddini sembra aver fatto breccia la linea dura dei dipietristi che, oggi, presenteranno un’interrogazione al governo per sapere «quali sono le ragioni della promozione alla carica di ministro del sottosegretario Brancher».

L’altro fronte aperto è quello delle deleghe, visto che al momento non sono ancora chiare le funzioni precise del neo ministro. A questo proposito sempre l’Idv ha annunciato un sit in davanti a Palazzo Chigi: «Per risolvere il mistero delle deleghe fantasma di Brancher attenderemo il neo ministro sotto il suo ufficio per domandare al diretto interessato quale ruolo svolgerà al Consiglio dei ministri». Mentre il ministro Bossi liquida così la questione: «Il caso è chiuso, basta. È stato fatto un errore sulle deleghe».



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Per i giudici ferire Berlusconi non è reato

di Enrico Lagattolla

Milano

Perfetta la mira, traballante la psiche. Era annebbiato, Massimo Tartaglia. Quel pomeriggio, in piazza Duomo, qualcosa si era spento nella sua testa. Quando prese una miniatura del Duomo, e la lanciò in faccia al premier. Scollegato, prima di ferire al volto il presidente del Consiglio. Confuso, tanto da mandarlo in ospedale con un taglio al labbro, un altro sotto l’occhio e un dente spezzato. Pericoloso? Non abbastanza. Perché Tartaglia - il perito elettrotecnico, l’inventore di (in)successo - è stato assolto. Assolto perché non imputabile. E non imputabile perché incapace di intendere e volere al momento del fatto. Quel black out che l’ha fatto arrestare e la «patente» del matto ora gli evitano una condanna.

Così, ieri, ha deciso il giudice per le udienze preliminari di Milano Luisa Savoia, al termine del processo con rito abbreviato. Il gup - anche e soprattutto sulla scorta della perizia psichiatrica che ne ha attestato l’instabilità mentale - ha così accolto la richiesta di proscioglimento del procuratore aggiunto Armando Spataro, e disposto che Tartaglia venga sottoposto per un anno alla libertà vigilata con l’obbligo di conformarsi alle indicazioni fornite dal direttore del centro di recupero dove si trova da quando, dal febbraio scorso, è uscito dal carcere. In più, unica concessione alla sicurezza altrui oltre che a quella dell’imputato, al perito sarà vietato partecipare per un anno alle manifestazioni pubbliche. I suoi legali, gli avvocati Daniela Insalaco e Gian Marco Rubino, avevano invece chiesto - oltre all’assoluzione - anche la concessione della libertà. Tartaglia, dicono, non è socialmente pericoloso. Lo è, invece, per i periti.

«Siamo sollevati dalla decisione del giudice - dicono i genitori dell’imputato -, senza dubbio quando Massimo ha agito era incapace di intendere e di volere. Non so quali saranno gli sviluppi, ma mi auguro che presto potremo riabbracciarlo. Abbiamo incontrato spesso Massimo negli scorsi mesi e ultimamente lo abbiamo trovato più tranquillo. Continua la sua terapia e rimane sotto osservazione, e in questi giorni era un po’ teso per il processo». Così, quando gli hanno detto dell’assoluzione, Tartaglia ha risposto ai suoi avvocati dall’interno del suo mondo stralunato. «Cosa significa, che ora posso andare alla vasca dei pesci?». Probabilmente sì. Anche perché, con la sentenza di ieri, esce quasi pulito da una vicenda che l’aveva proiettato dal più oscuro anonimato alla ribalta mondiale.

Lo stesso presidente del Consiglio era stato generoso con lui. «L’ho perdonato - disse Berlusconi poco prima di Natale -, ma nel giudicarlo la magistratura non lasci passare il messaggio che si può colpire liberamente il premier». Ora, non è chiaro se quel messaggio sia passato o no. Per Daniele Capezzone, portavoce Pdl, «questa decisione lascia grandi preoccupazioni e perplessità». «Tartaglia - prosegue Capezzone - a dicembre è giunto a un passo dall’omicidio di Silvio Berlusconi (in realtà, l’accusa è di lesioni aggravate, ndr). Oggi tutto finisce così. Non è un po’ poco?». E qualche dubbio ce l’ha anche il ministro della Difesa Ignazio La Russa, che quel 13 dicembre del 2009 era in piazza con Berlusconi. «Se una persona è riconosciuta incapace di intendere e volere, non posso che affidarmi al giudizio dei tecnici». Però c’è un però, eccome. «Purché non ci marcino troppo - precisa La Russa - non è che prima lanciano il sasso, o meglio il Duomo, e poi nascondono la mano».



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Telecom, Procura di Milano contro il giudice che l’ha bocciata

di Redazione

Ora per fortuna non è più così. Come dimostra anche lo scontro, altrettanto aspro, fra la Procura e il gip Clementina Forleo nella vicenda delle scalate bancarie. Ora la contesa riguarda la lettura della vicenda della security di Telecom-Pirelli, la struttura guidata da Giuliano Tavaroli. La Procura alla fine di una lunga indagine era arrivata alla conclusione che l’attività di dossieraggio svolta per anni dal team fosse farina del sacco di Tavaroli. E aveva chiesto di procedere per appropriazione indebita, classico reato del dipendente infedele. Mariolina Panasiti, giudice quasi mai appiattito sulle posizioni dell’accusa, ha fatto tabula rasa di questa impostazione: ha scritto chiaro e tondo che gli «spioni» avevano agito nell’interesse della dirigenza, dunque del numero uno del gruppo, Marco Tronchetti Provera. Per la Panasiti, Tronchetti Provera sapeva.

E così ha rimandato le carte al mittente. Per nuove indagini. Dopo aver sbeffeggiato la Procura anche a proposito del dossier Oak Fund: i Pm avrebbero perso un importante spunto investigativo sui conti esteri della Quercia. Ora Civardi contrattacca in Cassazione con l’artiglieria pesante. Anche se lo fa in solitudine, perché l’altro pm Nicola Piacente e il procuratore aggiunto Alfredo Robledo non firmano l’atto. Che però non conosce il linguaggio morbido del galateo: «Il gup si è sbizzarrito su indagati o potenziali indagati, pretendendo di essere un giudice di merito e di un’indagine che non conosce nella sua interezza». Di più: la Panasiti avrebbe approfittato di un’indagine importante e unica nel suo genere per salire sul palcoscenico e dare bacchettate ai pm.

Bacchettate, par di capire, di grande impatto mediatico. Per farlo, scrive Civardi, il gup ha seguito un sentiero facile facile che un giudice non dovrebbe mai percorrere: ha dato spazio alle suggestioni prospettate dagli imputati invece di documentarsi sugli atti processuali che, fra parentesi, nemmeno avrebbe letto per intero. Insomma, uno scivolone dietro l’altro. Non solo. Per Civardi non è vero nemmeno che la Procura abbia fatto proprie le difese di Telecom-Pirelli. All’inizio, ricorda il Pm, le società ritenevano regolare l’operato della security.

E solo l’indagine ha portato a galla le responsabilità degli imputati. È stata invece Mariolina Panasiti, per il pm, a stravolgere le regole del diritto. La scelta di convocare come teste Tronchetti Provera sarebbe stata presa dalla Panasiti per ragioni extraprocessuali. Non solo: il gup aveva già deciso, prima ancora di ascoltare altri eventuali testi, di cancellare l’appropriazione indebita. E di restituire alla procura un processo monco. Ma «capovolto» in direzione di Tronchetti Provera. Un testacoda che Civardi non digerisce.
SteZu



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Gli italiani? Pagano le multe, ma soltanto se vivono all’estero

di Massimo M. Veronese

A Londra le ambasciate devono al Comune 36 milioni di sterline per infrazioni al codice della strada.

Tutti morosi meno uno: noi

 

Soldi: non si parla d’altro. Soldi da pagare al fisco, soldi da restituire alle banche, soldi da mettere da parte, soldi che mancano, soldi che servono. Per difendere i tuoi soldi ti devi guardare da tutti, nemmeno più delle mozzarelle ti puoi fidare, figurati dei vigili, dei parcheggi selvaggi, degli ausiliari del traffico, delle strisce blu. Il monte multe, nei bilanci dei comuni, pesa più del gettito prodotto dall’Irpef, facile così il moltiplicarsi dei soliti sospetti. Solo nel 2008 gli italiani si sono visti infliggere più di 12 milioni e mezzo di multe, 1.427 all’ora, 24 al minuto. Per questo ogni scusa, stratagemma, trucchetto, amico degli amici, va bene per sfuggire al cappio di questa burocrazia ottusa e persecutoria.

Invece all’estero, ma guarda te, le multe noi le paghiamo. Ossequiosi e regolari come giapponesi. Che invece non le pagano mai. Proprio noi italiani, sempre sospesi tra il dire e il fare, sempre attenti a mostrarci peggio di quanto siamo, ci distinguiamo per eleganza nella capitale dell’aplomb. Almeno così racconta il Daily Telegraph che tenero con noi non è stato mai: dice che i diplomatici accreditati presso la Corte di San Giacomo approfittano da anni dell’immunità di cui godono per snobbare il codice della strada e le multe che fioccano di conseguenza. Il comune di Londra sforna statistiche angoscianti: il debito che la casta diplomatica deve alle casse amministrate dal London Mayor è di 36 milioni di sterline complessivi tra multe mai conciliate e pedaggi per il centro mai pagati. Tutti morosi meno una: l’Italia. Alla faccia di idee precotte e pregiudizi che ci vogliono furbastri in servizio permanente effettivo. Nell’elenco delle delegazioni inadempienti reso noto dal Foreign Office la rappresentanza guidata dall’ambasciatore Alain Economides, cioè la nostra, è uno specchio di civiche virtù.

In Inghilterra i ministri arrivano in bicicletta con le mollette a tener fermi gli orli dei pantaloni, i diplomatici invece con auto blu dotate di sala massaggi e buffet, magari con bivacco di scorte al seguito, segno evidente di ascesa sociale da esibire. E fosse solo che non pagano il dovuto. L’immunità, cioè il lei non sa chi sono io, scrive il Daily Telegraph, è stata opposta ai ficcanaso, almeno in dodici casi, per coprire anche veri e propri crimini. Un paio di diplomatici sauditi sono accusati di molestie sessuali e traffico di essere umani, un gambiano è stato incriminato di taccheggio, un pakistano per minacce di morte, un camerunense di abbandono di minori. Altri dieci gentiluomini, tra cui statunitensi, tedeschi e brasiliani, sono stati pizzicati a guidare ubriachi peggio di Gascoigne. Senza concessioni alla diplomazia.

Tutte le debolezze e tutte le sconfitte sono accettate tranne quella di non avere un soldo in tasca, il mercato, anche nelle multe, provvede a molti a patto di non dover accontentare tutti. Per questo gli Usa se ne fregano. Sono loro i morosi numero uno, il corpo diplomatico più parassita e scroccone. La delegazione americana deve da sola 4 milioni di sterline di pedaggi automobilistici, congestion charge, mai pagati dal 2003 ad oggi, anche se loro dicono che ai sensi dello statuto internazionale non devono nulla a nessuno. Ma l’abitudine all’impunita è una pandemia tra i furbetti del quartierino diplomatico. I russi, per esempio, secondi, hanno in sospeso con il comune 3,2 milioni di sterline, i giapponesi, che sorridono sempre e adesso si capisce perché, 2,7 milioni. Finanziariamente stremati dalla crisi o inguaribilmente furbi non si sa. C’è che il Comune è andato al recupero crediti scrivendo, a muso duro, alle ambasciate. Ha messo insieme meno di 8mila sterline. Forse ci voleva più diplomazia. O forse più italiani.





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Nell'Italia del nepotismo universitario il papà professore dà 30 alla figlia

di Stefano Zecchi

A Venezia un docente ha denunciato un collega che ha promosso la rampolla.

Ma lui si è giustificato: "L’unico corso per questa materia è il mio"


 

L’esame di «Restauro» è importante per gli studenti delle Accademie di Belle Arti, e così è capitato che una ragazza abbia dato proprio quell’esame nell’Accademia di Venezia. Lei è brava, pieni voti, trenta. La stessa studentessa continua il suo percorso accademico con un’altra prova: consegna il libretto, in cui sono scritti i voti, al professore; questi gli dà un rapido sguardo e immediatamente esce dalla sua bocca un’esclamazione di sdegno: «Hai sostenuto l’esame di Restauro!». Infuriato il professore va dal direttore, minaccia di rivolgersi al tribunale... tutto per quel «Restauro». Perché? Il padre della ragazza, Vanni Tiozzo, insegna la disciplina in cui la figlia, come la stragrande maggioranza dei suoi compagni, ha sostenuto l’esame.
Il professore indignato, Igor Lecic, denuncia l’ennesimo caso di nepotismo che si consuma nelle aule universitarie e cerca di montare lo scandalo.

Il nepotismo nell’università ha toccato livelli di vera indecenza, e le pagine del Giornale non sono state avare nel denunciarlo, ma se ritorniamo a dare uno sguardo a ciò che è accaduto nell’Accademia veneziana, ci accorgiamo che il rischio di fare di tutta un’erba un fascio ci porta dritto dritto nel qualunquismo. O peggio: in quel clima di sospetto in cui si vedono sempre e ovunque truffe e malafede. Nell’Accademia di Belle Arti di Venezia c’è un solo corso di «Restauro» e, quindi, un solo docente. La studentessa, per dare quell’esame, non poteva che sostenerlo con suo padre. Si può supporre che sia stata favorita, ma si può anche immaginare che, proprio per il fatto di trovarsi di fronte al padre, la ragazza abbia studiato con molto scrupolo per non fare brutte figure.

Certo, ci dovrebbero essere delle regole precise che disciplinino situazioni come quella ora descritta. Nei concorsi a cattedra, per esempio, viene sancito per legge che nelle commissioni valutatrici non ci debbano essere docenti con legami di parentela, e se tra i candidati del concorso c’è chi risulti consanguineo con un membro della commissione, il docente deve dimettersi. Per semplici esami universitari non c’è regola che stabilisca una procedura in caso di parentela tra docente e studente.

D’altra parte, se è comprensibile l’indignazione per casi di nepotismo e clientelismo autentici, che rappresentano un vero e proprio affronto alla valutazione del merito, non si può neppure danneggiare i figli che hanno la stessa vocazione del padre e che si trovano, in un modo o nell’altro, ad essere necessariamente cooptati da lui per svolgere il suo stesso lavoro.

Viene in mente qualche caso. In nome di un irreprensibile antinepotismo, Cesarone Maldini, chiamato qualche anno fa a guidare la nazionale, avrebbe dovuto lasciare a casa il figlio Paolo, uno dei migliori difensori del mondo del calcio? Oppure, per colpa del padre Dario, la brava Asia Argento avrebbe dovuto fare un lavoro diverso dall’attrice? Poi ci sono gli Angela della televisione con i loro programmi scientifici... Sì, d’accordo, l’obiezione è facile: se il Cesarone non avesse calpestato i campi di calcio, è probabile che Paolo avrebbe fatto un altro mestiere; se Dario Argento non fosse stato un regista, la figlia non sarebbe diventata un’attrice.

Con i se e con i ma non si finisce più: invece tutti saranno d’accordo nel riconoscere grandi meriti a quei figli, eventualmente superiori a quelli dei padri.È chiaro che in queste circostanze è assurdo stabilire regole antinepotistiche per garantire la trasparenza del merito, ma, in linea generale, neppure sono convinto che siano le regole a preservarci da indecenti soprusi, con cui si mandano avanti figli che hanno santi in paradiso a tutto danno di quelli che camminano faticosamente con i loro piedi sulla terra. Abbiamo bisogno non di regole ma di responsabilità: essere responsabili quando si giudica, si sceglie, si definiscono gerarchie di valori, consapevoli che proprio questa responsabilità è alla base di una società giusta.





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La Quercia? C'è ancora e ha 180 milioni di debiti

di Antonio Signorini

I Ds non sono più un partito: adesso si occupano di archiviare materiale storico. Digitalizzate 70mila fotografie del vecchio Pci.  Chiudono i conti con 9 milioni di attivo, ma sono pesantemente esposti con le banche

 

Roma

I Democratici di sinistra sono vivi, magari non lottano insieme a noi, però fanno dei bei «profitti» e si danno da fare come possono, catalogando foto del Partito comunista italiano e raccogliendo materiale sulle feste dell’Unità. Se ne sono accorti i lettori di Unità e di Europa, che ieri si sono ritrovati di fronte a otto pagine tra il ragionieristico e il nostalgico. Titolo: «Relazione sulla gestione del rendiconto al 31 dicembre 2009». La ditta in questione sono appunto i Ds il cui logo, quercia e rosa del socialismo europeo, campeggia su tutte le pagine. In sostanza si tratta il bilancio del partito fondato da D’Alema e sciolto con la nascita del Partito democratico, firmato dal mitico Ugo Sposetti, tesoriere che ha tirato fuori dal pantano dei debiti gli eredi del Pci, con operazioni a dir poco spericolate.

Il bello è che il 2009 è stato un anno ottimo per il partito-fantasma, con oltre 9 milioni di euro, non avendo dovuto sostenere le spese di un’attività politica vera e propria. Restano i debiti pregressi verso le banche che sono altissimi e salgono addirittura a 180 milioni rispetto ai 176 del 2008. Il buon risultato è dovuto alle entrate che per il 2009 assommano a 24.082.279 euro, in massima parte rimborsi elettorali. Ma c’è anche spesa corrente, in particolare per il personale. Perché se i Ds non esistono più come partito politico, la Quercia dà ancora lavoro a 38 funzionari, 79 impiegati e 16 collaboratori. Dovrebbero passare gradualmente al Pd, ma in periferia è difficile imporre l’assunzione di funzionari Pci-Pds-Ds. E così la riduzione dell’organico va a rilento e sempre seguendo - assicura Sposetti - l’impegno preso a suo tempo da Walter Veltroni: «La nascita del Pd non deve creare problemi e angoscia neanche a una sola persona in tutto il partito».

Chi pensa però che i Ds siano una scatola vuota si sbaglia. Il dalemiano Sposetti, che è entrato in polemica durissima con il Pd ed è stato a sua volta attaccato dai responsabili contabili del nuovo partito, fa capire che una funzione la Quercia ce l’ha ancora. C’è la archiviazione «in duplice copia» degli archivi Ds, di tutto quello che c’era nelle 250 postazioni di lavoro degli ex funzionari, che fa tanto Ddr. C’è persino la digitalizzazione - affidata a una società esterna - di un mega archivio di 70 mila fotografie che appartenevano al vecchio Pci; la classificazione dei fondi bibliotecari. Poi la memoria delle feste dell’Unità. In giro per l’Italia ci sono emissari Ds che stanno intervistando e raccogliendo materiale sulle feste estive del Pci. Nostalgia del Pci? No, assicura Sposetti. Le feste «sono un fenomeno di massa talmente forte e significativo da sopravvivere al partito e alla cultura politica che lo ha generato»





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Cuba, ancora repressione La madre del dissidente: mio figlio pronto a morire

di Redazione

Il dissidente cubano Guillermo Farinas, in sciopero della fame da quattro mesi,è ricoverato in condizioni critiche nel reparto di terapia intensiva di un ospedale. La madre: "Ha una trombosi, potrebbe morire"




L'Avana - Il dissidente cubano Guillermo Farinas, in sciopero della fame da quattro mesi e in Ccondizioni "critico" da qualche giorno presso il reparto di terapia intensiva di un ospedale, ribadisce che porterà avanti la sua protesta fino alle ultime conseguenze. Lo ha detto la madre, Alicia Hernandez, contattata telefonicamente a Santa Clara (centro dell’isola), dove Farinas è ricoverato. "Ha una trombosi alla vena giugulare, molto vicino ai polmoni e al cuore. C’è il rischio che possa essere fatale", ha detto la madre di Farinas.

Da giovedì non si nutre L’uomo, da giovedì, non riceve più l’alimentazione endovenosa a causa di un’infezione batteriologica e viene sostenuto solo con alcuni minerali e zuccheri per via endovenosa.Il suo stato è diventato critico lo scorso week end. Oggi non ha più la febbre che lo tormentava nei giorni scorsi. Farinas ha cominciato lo sciopero della fame il 24 febbraio per chiedere la liberazione di una ventina di detenuti malati considerati prigionieri di coscienza da Amnesty International. Dall’11 marzo è ricoverato nell’ospedale di Santa Clara, dove ha iniziato ad essere alimentato per via endovenosa.

Depresso, non parla più al telefono Il giornalista e psicologo oppositore è "depresso, con molti dolori e non parla più al telefono come faceva prima", secondo la madre, ma "porterà lo sciopero della fame fino alle ultime conseguenze, come ha sempre ribadito". Il peggioramento dello stato di salute di Farinas, psicologo e giornalista di 48 anni, avviene mentre è in corso un dialogo tra la Chiesa cattolica e il governo locale per la liberazione di oppositori incarcerati. Questo dialogo, apertosi il 19 maggio con un incontro tra il presidente Raul Castro e il cardinale Jaime Ortega, ha portato alla liberazione di un detenuto malato e al trasferimento di altri dodici in carceri vicine ai propri luoghi di origine. Poco dopo l’apertura del dialogo Farinas ha abbassato le sue richieste dicendo che «se il governo libererà i 10 o 12 più malati e si compromette a liberare piano piano gli altri non ci sono più motivi per continuare lo sciopero".

Le proteste dell'opposizione L’opposizione chiede la liberazione di 200 detenuti politici, a cominciare da un gruppo di 25 malati, i quali appartengono al gruppo dei 75 arrestati nel 2003 nella cosiddetta ’Primavera nerà. Il governo nega che ci siano detenuti politici e considera gli oppositori "mercenari" pagati dagli Stati Uniti. Il governo cubano ha detto che non accetterà "ne pressioni ne ricatti" nel caso Farinas, il quale ha cominciato la protesta all’indomani della morte dell’oppositore prigioniero Orlando Zapata dopo 85 giorni di sciopero della fame, decesso che ha provocato un’ondata di condanne a livello internazionale. Raul Castro ad aprile aveva detto che "si sta facendo il possibile per salvare Farinas" ma "se non cambia il suo atteggiamento sarà lui responsabile di qualcosa di tragico che neanche noi vogliamo". Per Farinas questo è lo sciopero della fame numero 21 dal 1995. L’ultimo lo ha mantenuto nel 2006 per sei mesi per chiedere l’accesso libero ad Internet per tutti i cubani.





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Ritrovato a Berlino Caravaggio rubato a Odessa

La Stampa

ALESSANDRO ALVIANI

BERLINO

E’ stata un’operazione come quelle che si vedono nei film polizieschi tanto popolari in Germania. Lo sfondo: una stazione un po’ periferica di Berlino, quella che collega l’area della Fiera, nell’estremo Ovest della capitale tedesca, con il centro città. I protagonisti: tre ucraini e un russo, intenti a cedere a un acquirente un quadro rubato che potrebbe fruttare sul mercato nero decine di milioni di euro. La vendita va però a monte per l’intervento del Bka, l’Fbi tedesca. È così che venerdì a Berlino è stato recuperato il dipinto Il bacio di Giuda (conosciuto anche come La cattura di Cristo), attribuito a Caravaggio e rubato il 30 luglio del 2008 dalle pareti del Museo di arte occidentale e orientale di Odessa, in Ucraina. I ladri erano entrati da una finestra, aggirando un sistema d’allarme antiquato, avevano ritagliato la tela dalla sua cornice ed erano scappati indisturbati passando per il tetto.



Da allora il quadro era scomparso nel nulla. Un suo presunto ritrovamento da parte della polizia ucraina, nel dicembre di due anni fa, era stato smentito. Poi la svolta: nel marzo di quest’anno il direttore del museo di Odessa, Vladimir Ostrovsky, riceve un bigliettino durante una conferenza stampa. Sopra, soltanto un link a una pagina Internet. Ostrovsky si collega e scopre che il quadro di Caravaggio è stato messo in vendita in un’asta online. Prezzo di partenza: appena 1,5 milioni di euro per una tela che, sul mercato nero, può arrivare a valerne 100 (il Bka non si sbilancia sull’effettivo valore, parlando di una somma milionaria «a due cifre»).

Ostrovsky non esita a contattare la polizia ucraina, che ad aprile allerta il Bka. «Sono in corso trattative per la vendita del quadro in Germania», è il messaggio che ricevono gli inquirenti tedeschi. Venerdì l’epilogo: gli agenti del Bka, supportati dalle teste di cuoio del Gsg 9, arrestano un cittadino russo residente a Berlino e tre ucraini mentre tentano di vendere il quadro.

Contemporaneamente in Ucraina vengono fermate altre 20 persone. Tutti gli arrestati farebbero parte di una banda internazionale specializzata in furti d'arte. Dal Bka non rivelano invece l’identità del potenziale acquirente. Di certo non sarebbe la prima volta che organizzazioni criminali internazionali mettono le mani su quadri di grosso valore: tra le piste seguite dagli inquirenti che indagano sul furto di cinque dipinti avvenuto un mese fa a Parigi c’è ad esempio anche quella mafiosa.

Nel frattempo un esperto ha confermato che il quadro sequestrato a Berlino è lo stesso che venne rubato a Odessa. L’autenticità de Il bacio di Giuda, dipinto intorno al 1602, è stata a lungo messa in dubbio, perché veniva considerata una copia di un’opera esposta alla National Gallery di Dublino. Nel 1950, però, è stato attribuito a Caravaggio. La tela si trova per ora a Berlino, in attesa che venga restituita all’Ucraina. Le foto diffuse dalle autorità tedesche mostrano che è danneggiata: probabilmente, spiegano al Bka, i ladri l'hanno arrotolata per facilitarne il trasporto.



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Le balene ancora libere di essere ammazzate

La Stampa

La Commissione internazionale non raggiunge alcun accordo
FABIO POZZO

Tutto previsto, purtroppo. Ad Agadir in Marocco la Commissione baleniera internazionale (IWC) non ha raggiunto alcun tipo di accordo per proteggere le balene. E' stata solo un'altra riunione fatta di sole chiacchiere. Intanto, Giappone, Norvegia e Islanda continuano a massacrare migliaia di esemplari. 

"I governi riuniti ad Agadir dovrebbero vergognarsi - commenta Giorgia Monti, resposnsabile campagna Mare di Greenpeace Italia - di essersi ritirati a discutere a "porte chiuse" per nascondere le loro discussioni sterili che non hanno permesso di fare nessun passo avanti nella protezione delle balene. Ma non possono certo nascondere la vergogna della caccia baleniera e della loro incapacità per cercare di fermarla.

E’ giunto il momento per tutti quei Governi che si schierano per la conservazione delle balene come l’Italia di mettere immediatamente in atto azioni politiche decise per porre fine alla falsa caccia per ragioni scientifiche del Giappone nel Santuario dell’Oceano Antartico e la caccia della Norvegia e dell’Islanda, portata avanti in totale violazione della moratoria esistente. Da oltre trent’anni - continua Monti - Greenpeace lotta in difesa delle balene. I nostri due attivisti - Junichi e Toru - rischiano più di un anno di carcere per aver denunciato la corruzione e il contrabbando di carne del programma giapponese di caccia alle balene. Cosa sono disposti a fare i paesi che dicono di voler proteggere le balene?"




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Nella Cina del boom l'uomo bianco si affitta

La Stampa

Porta bene e fa status: i nuovi ricchi cercano occidentali da esibire




CARLA RESCHIA

Addio diavoli stranieri, benvenuti «bianchi da vetrina». In Cina i visi pallidi ora sono invidiati e copiati. Basta fare un giro in centro, in qualsiasi centro di una delle tante metropoli cinesi, per vedere che gli ex demoni con gli occhi tondi sono diventati di moda. Le modelle e i modelli delle pubblicità hanno l'aria meno cinese possibile, le ragazze si rifanno le palpebre e si tingono bionde, grandi cartelloni invitano a corsi d'inglese per non parlare chinglish, cioè quello strano idioma che i cinesi, e solo loro, pensano sia parlato dagli anglosassoni.

Basta mettere piede in un sito turistico per essere tramandato ai posteri (cinesi) in decine di istantanee momentaneamente apparentato a una famigliola o a una giovane coppia sorridente. Perché? Chiede il turista più stupito che lusingato. Perché gli stranieri portano fortuna, spiegano.
E denaro. E prestigio. E la fama che gode chi ha contatti internazionali. Quindi, perché non affittarli? Per un giorno, una settimana, ma anche un mese, se si hanno le disponibilità. È l'ultima trovata di un Paese che sta diventando l'America, in più di un senso. Avere un «white guy» sottomano, per una inaugurazione, per una festa, per una conferenza. Succede da noi per i divi tv e non, che arrotondano fingendosi entusiasti di inaugurare discoteche di periferia o catene di supermercati.

In Cina non occorre nemmeno essere famosi, basta avere un aspetto presentabile e attraente. Ovvero un'aria carina, per le donne, e un fisico adatto a un completo formale, per gli uomini. La conoscenza del cinese non è richiesta, e nemmeno una specifica competenza. Basta, come recita il breviario messo a punto dalla Cnn: 1. Essere bianchi. 2. Non parlare cinese, o anche non parlare affatto se non interpellati. 3. Avere l'aria di uno che è appena sceso da un aereo.

Il «Face job» è la riedizione di una antica ossessione cinese: la faccia, appunto. Metterci la faccia, perdere la faccia, lì erano, e sono, cose serie. Ora le aziende cinesi hanno scoperto che se la faccia è straniera gli affari decollano. La crisi nera dell'Occidente non ha ancora intaccato la fiducia nei «Paesi sviluppati», quindi un americano o qualcuno che lo sembri, ha un bell'impatto e può essere mostrato con orgoglio a investitori e partner.

Così, per esempio, Jonathan Zatkin, un attore americano che vive a Beijing, è passato da un ruolo minore in una serie televisiva cinese su Bruce Lee alla parte del vicepresidente di una catena di gioiellerie italiane. Incarico di tutto riposo e nemmeno spiacevole: si è trattato di sbarcare nel remoto Henan in compagnia di un paio di modelle russe per inaugurare un negozio e spendere qualche parola opportunamente tradotta in simultanea, sulla solidità di una ditta «dove ho lavorato per oltre dieci anni». Non c'è da camparne, nemmeno in Cina, ma da arrotondare sì, 300 euro per quello che si potrebbe definire un «cameo» non sono da buttar via.

Anche Brad Smith, collega e connazionale meno noto di Brad Pitt in trasferta cinese, si prende una pausa per farsi intervistare dalla Cnn mentre si trova alla sala conferenze del Ramada Inn di Hangzhou. È lì come architetto newyorchese, per la consegna e la presentazione del progetto di un museo. «Non mi hanno ancora detto come mi chiamo oggi - spiega - ma credo Lawrence, o qualcosa del genere». Il progetto, si spera, non è suo, ma un bel sorriso e una stretta di mano convincono i più di aver conosciuto una celebrità. E pazienza se quello stesso giorno, in mattinata, Brad era già apparso come socio d'affari in un Kentucky Fried Chicken. La Cina è grande e, proprio come accade a noi con loro, ai cinesi gli stranieri sembrano un po' tutti uguali.

Ci sono incarichi ancora più facili come fare presenza per alcune ore in un ufficio, in bella mostra. Anche da noi, qualcuno ritiene che sia un lavoro, ma in Cina nessuno lo chiamerebbe un parassita, perché mai? È un «White Guy Window Dressing» ed è un onore ospitarlo.

Massima parità per le donne. Certo, possono anche limitarsi a fare la ragazza immagine, false fidanzate di un falsi imprenditori, ma possono anche avere carriere di tutto rispetto come la magnate scozzese del petrolio Vicky Mohieddeen, promossa sul campo a un convegno di settore nella provincia di Shandong per 300 yuan, che fanno 44 dollari. Non molto, ma era appena arrivata in Cina e in fondo si doveva limitare a dire la verità: «Sì, in Scozia abbiamo un sacco di petrolio».
Che non fosse suo è un dettaglio, nel Paese che ha inventato le copie e sta ricostruendo come nuove intere sezioni di Grande Muraglia.





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Un liceale su tre non sa scrivere in italiano

La Stampa

Dal rapporto Invalsi sugli allievi degli istituti superiori il quadro
di una scuola che non riesce a insegnare una scrittura accettabile




MARIO BAUDINO

Sanno parlare, e bisogna ammettere che quando vanno in tv lo dimostrano non senza petulanza; in compenso, non sanno scrivere. Più della metà degli studenti che l’anno scorso hanno affrontato la maturità sono stati giudicati insufficienti per quanto riguarda le loro competenze linguistiche dagli esperti dell’Invalsi, l’ente che certifica il livello di preparazione dei nostri ragazzi.

Viene pubblicato oggi il rapporto sugli esami di Stato per il secondo ciclo, una ricerca condotta insieme con l’Accademia della Crusca su un campione di 545 studenti elaborato dall’Istat. Il risultato è sconfortante: i temi di italiano risultano «bocciati» per il 36,1 per cento nei licei, per il 69,4 negli istituti tecnici, e per l’87 nei professionali. Se aggiungiamo gli «appena sufficienti», le percentuali nei licei sfiorano l’80 per cento, e nei tecnici e professionali sfondano quota 90.

Ciò non significa che ci sia stata un’ecatombe di bocciati, al contrario. Significa però, come sottolinea con amarezza la professoressa Elena Ugolini, del consiglio di indirizzo dell’Invalsi, che «dopo 13 anni di scuola ci troviamo davanti a ragazzi di un’estrema povertà dal punto di vista linguistico. La mia rabbia è constatare che non siamo riusciti a insegnare loro a scrivere». Quattro erano le aree sulla cui base sono stati giudicati i temi: testuale (cioè la capacità di organizzare e riconoscere un testo), grammaticale, lessicale e ideativa. E quattro restano le aree di competenza su cui si è abbattuta la bocciatura, anche se con qualche differenza fra un corso di studi e l’altro.

Il professor Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, fa notare che nei licei c’è maggiore correttezza ortografica, ma per fattori sociali e culturali, visto che la lingua parlata si impara in casa propria, o nel proprio ambiente, in modo naturale. Dove è più importante l’insegnamento «esplicito» - un caso potrebbe essere l’uso della punteggiatura - «anche nei licei la padronanza è debole». Tutti questi studenti, però, hanno superato l’esame. Com’è possibile? «Le commissioni di maturità hanno valutato il curriculum scolastico» spiega la professoressa Ugolini, e non è questione di gettare su di esse la croce.

L’indagine Invalsi (da non confondere con la prova che è inserita nell’esame di terza media: si tratta di una ricerca d’altro tipo, che infatti riguarda anche la matematica) ha una logica diversa: verificare la competenza per quanto riguarda l’italiano scritto, e si avvale di contributi specialistici importanti, come quello di Sabatini o del linguista Luca Serianni. Ognuno dei 545 elaborati d’esame, cancellate le correzioni e i giudizi, è stato riesaminato da due diversi insegnanti sulla base di una nuova griglia di valutazione, quella appunto che tiene conto di quattro campi fondamentali. Alla fine tutti i compiti avevano così tre voti: e, come da un mostro con tre teste, è emersa la «spaventosa fotografia».

Ci aiuta a riassumerla la professoressa Daniela Notarbartolo, che ha lavorati su molti di questi temi. Sul piano testuale, un tipico errore è il non andare mai a capo (è vero che gli antichi non se ne preoccupavano granché, ma insomma adesso bisogna farci attenzione); in più i maturandi non sembravano preoccupati dei nessi logici tra un blocco di testo e quello successivo, né dei rimandi interni, con conseguenze deleterie sulla coerenza e la coesione dell'insieme. Trattandosi di una generazione cresciuta col web, con Mac e Windows, espertissima nella grafica, colpisce la scarsa coscienza del fatto che la pagina scritta ha caratteristiche grafiche.

C’è poi l’aspetto grammaticale: a parte gli errori veri e propri (salti di soggetto, concordanze, ambiguità, uso improprio di tempi e modi del verbo o di congiunzioni e avverbi anche banali, come fortunatamente o infatti), la pecca maggiore è nella incapacità di usare il linguaggio in modo flessibile. Un’identica struttura di frase finisce col ripetersi all’infinito, sempre la stessa. Ma non basta. Seri guai si annunciano anche sul piano del lessico: è povero, tanto che molti ragazzi non distinguono fra apportare e asportare, installare e instaurare, transizione e transazione. Al di là delle parole più abituali, c’è un ricorso continuo alle virgolette perché non si trova il termine adatto. Infine, la competenza ideativa: a monte dell’errore più diffuso c’è sostanzialmente la carenza di idee o tesi da esporre e argomentare. Ragion per cui si accumulano periodi a catena senza dare una gerarchia agli argomenti, si divaga, non si conclude.

L’obiezione sorge spontanea: ma perché prendersela tanto con gli studenti visto che di questi errori non hanno certo l’esclusiva, anzi li condividono con una moltitudine di parlanti, italofoni immaginari spesso dotati di grandi e piccoli pulpiti? La riposta è ovvia: proprio per spezzare questo circolo vizioso bisogna riuscire a insegnare finalmente l’italiano. Come scriveva il maestro D’Orta titolando un suo ormai lontano best seller, io speriamo che me la cavo. Al momento non è affatto detto.




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