sabato 2 gennaio 2010

Fassino riabilita Craxi: "Fu un capro espiatorio"

di Guido Mattioni


L’esponente del Pd: "Inaccettabile dipingerlo come un criminale". La Moratti auspica la riconciliazione: "Una casa divisa crolla". L’ex Ds: "Su Tangentopoli dalla politica un silenzio reticente e ambiguo". Tognoli: "Ora possiamo riscrivere la vera storia del leader psi"

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Un affondo e una parata. Con il primo, portato in modo forte e chiaro - inequivocabile - che pesa politicamente ben più della seconda, comprensibilmente diplomatica considerando l’ingombrante tema in discussione. Ovvero Bettino Craxi.

Riguardo al quale Piero Fassino, intervistato l’altro giorno dalla Stampa di Torino, non ha esitato ad affermare, tra tante altre cose poco conformiste, quindi degne di nota, che «fu probabilmente un capro espiatorio». Eludendo la risposta diretta soltanto alla domanda sull’opportunità o meno di dedicare all’ex leader del Psi una strada milanese, come proposto dal sindaco Letizia Moratti. «Deciderà il Consiglio comunale», se l’è cavata Fassino, auspicando semmai un importante convegno sulla figura dello statista scomparso.

L’ex segretario Ds, nonché ex giovane dirigente del Pci, ha «schermeggiato» così, replicando senza troppo indietreggiare, alle stoccate dell’intervistatore circa il tormentone scatenato giorni fa dalla prima cittadina ambrosiana. E lo ha fatto citando innanzitutto un suo libro di sette anni fa. Libro che - ha ricordato - «in alcuni passaggi sembrò eretico». Fassino ha insomma rivendicato quella sua non inedita volontà di «uscire dagli opposti manicheismi nei confronti di Craxi».

Del quale, ha detto, «continuo a pensare che dipingerlo come un criminale sia una caricatura sciocca e inaccettabile. Così come descriverlo la vittima di una congiura».
In apparenza sordo all’inesausto abbaiare dei dipietristi e dei feticisti delle manette alla Travaglio, l’esponente del Pd è parso lanciare un messaggio anche all’interno del suo partito, dove una rilevante componente continua a rifiutarsi di considerare l’ex leader del garofano per quello che invece fu: un uomo della sinistra.

«Non ci sono dubbi, Craxi è stato un politico della sinistra, nel solco della storia del socialismo riformista», ha tagliato corto Fassino. Aggiungendo poi una valutazione politica riecheggiata proprio ieri su YouTube in un intervento di Letizia Moratti. Che di Craxi ha ricordato la scelta della «via riformista per rompere l’immobilismo provocato dal compromesso storico»; nonché «l’orgoglio ridato al socialismo»; per non dire delle «sue anticipazioni in materia di politica sociale e welfare»; e senza dimenticarsi dell’«ancoraggio alle democrazie occidentali» pur nella «difesa dell’autonomia italiana, come avvenne con l’episodio di Sigonella».

Identici concetti e quasi le stesse parole usate da Fassino. Il quale, nell’intervista alla Stampa, ha aggiunto dell’altro. Come quando, parlando di Tangentopoli, da lui giudicata comunque inevitabile - «non si poteva chiedere ai magistrati di guardare dall’altra parte» - ha detto che «al di là delle responsabilità penali la dimensione giudiziaria ha finito per sovrastare la riflessione politica».

Non solo. L’esponente Pd ha poi definito «un silenzio assolutamente reticente e ambiguo da parte di tutta la classe politica» quello che accolse il discorso in cui Craxi, alla Camera, disse una evidente verità: e cioè che il problema del finanziamento illecito della politica non riguardava soltanto il Psi, ma l’intero sistema.

Identità di vedute, quelle tra lui e il sindaco, che qualcuno potrà leggere (e altri condannare) come ennesime prove di disgelo tra maggioranza e opposizione. Si vedrà. Fa però pensare un’altra frase della Moratti. Che citando Abramo Lincoln ha sentenziato: «Una casa divisa al proprio interno non può stare in piedi». Appunto: si vedrà.

Mibac-Cnr, nasce il codice di identificazione permanente

La Stampa

Servirà ad una migliore tutela delle risorse digitali. Garantirà provenienza, autenticità, diritti d'autore e localizzazione dei documenti
ROMA

Primo passo per un sistema italiano di identificazione univoca e permanente delle risorse digitali di libri, articoli, file multimediali, news e ogni altro documento diffuso in Internet. Il nuovo nasce dall’accordo di collaborazione tra la Direzione Generale per le Biblioteche, gli Istituti Culturali ed il Diritto d’Autore del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali (MiBac) e il Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), firmato dal Direttore Generale del MiBac, Maurizio Fallace, e dal Vice Presidente del Cnr, Roberto de Mattei. L’accordo, spiega il Cnr, dà il via ad una prima fase di attività sperimentale.

«Il Ministero sostiene con forza una soluzione che può davvero essere rivoluzionaria per la Rete. Naturalmente, questo sistema sarà tanto più efficace e operativo quanto più le istituzioni che potranno coordinare e gestire le assegnazioni dei codici si dimostreranno collaborative» afferma Fallace. «Con questo accordo -aggiunge il direttore generale del MiBac- l’Italia si inserisce in un percorso sul quale si stanno avviando le pubbliche amministrazioni di tutto il mondo, come conferma il Federal Registrer 2.0 lanciato dall’Amministrazione Obama».

«Siamo particolarmente soddisfatti di avere contribuito alla progettazione di un sistema che, una volta operativo, consentirà agli utenti della rete una maggiore e migliore reperibilità dei documenti di interesse. E ai "content provider" una tutela dei contenuti rispetto a possibili violazioni della originalità e del diritto autorale» sottolinea il Vice Presidente del Cnr, de Mattei.

«A differenza dell’informazione diffusa attraverso i canali dell’editoria tradizionale -spiega Brunella Sebastiani, direttore della Biblioteca Centrale del Cnr- quella reperibile in Internet non è sufficientemente certificata da istituzioni che possano garantire la qualità dei dati e l’accesso permanente. Da qui l’esigenza di associare alle risorse digitali dei ’codici di identificazione persistentì che possano certificarne l’autenticità, la provenienza, i diritti d’autore e la localizzazione».

Per garantire identificazione e accesso nel lungo periodo alle risorse identificate è necessario, spiega il Cnr, «puntare sull’affidabilità e credibilità delle istituzioni garanti del sistema e su una soluzione concettualmente semplice che possa superare il rapido cambiamento delle tecnologie». «Le comunità di utenti che già usano gli identificatori persistenti adottano -precisa Maurizio Lancia, dirigente dei Sistemi Informativi del Cnr- standard differenti. La soluzione italiana, basata sullo standard aperto National Bibliography Number (Nbn), presenta un’innovativa ’architettura gerarchicà, distribuita su più livelli di responsabilità, che consente l’accesso immediato all’oggetto identificato e ai relativi ’metadatì descrittivi».

Questo modello, spiega ancora il Cnr, «prevede un registro nazionale di primo livello, gestito dalle strutture afferenti al MiBac (Biblioteche nazionali centrali e Istituto centrale per il catalogo unico), presso il quale si accreditano i registri di secondo livello, gestiti da organismi rappresentativi dei diversi macrosettori culturali (’media e stampà, ’università e ricercà, o ’archivì)». «Alla base del sistema -continua l’Ente di ricerca- si trovano i registri di terzo livello, gestiti dalle istituzioni che effettuano l’assegnazione dei codici Nbn ai propri contenuti digitali».

«Per la realizzazione di questa infrastruttura, il Cnr, con il contributo della Fondazione Rinascimento Digitale di Firenze, ha sviluppato il software con interfaccia Web 2.0, che consente -afferma l’Ente di ricerca- la gestione dei registri ai differenti livelli e la comunicazione tra gli stessi». «Il software -continua il Cnr- permette l’assegnazione ’decentratà dei codici Nbn, garantendo all’infrastruttura un potenziale di crescita praticamente illimitato». Così, un articolo scientifico, ad esempio, potrebbe essere registrato dall’Università o Ente di afferenza del ricercatore, che utilizzerà un codice così composto: IT (Italia, primo livello), UR (Università e Ricerca, secondo livello), CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche, terzo livello), 12345 (ID progressivo).

E già si guarda al suo utilizzo internazionale. (segue) «La soluzione italiana, già richiesta per la sperimentazione della gestione dei registri nazionali di Germania, Svizzera, Austria e Repubblica Ceca, è stata, infatti, valutata positivamente -riferisce il Cnr- dalla comunità scientifica come riferimento per la realizzazione di un ’global resolver’ europeo, che garantisca il collegamento tra i diversi sistemi nazionali di identificazione persistente». «Definirei strategica la scelta della mia Direzione generale -afferma il direttore generale del MiBac Fallace- proprio in ragione della missione istituzionale assegnata alle Biblioteche nazionali centrali di Roma e Firenze, destinatarie del deposito legale di tutta la produzione editoriale italiana».

Una scelta strategica, conclude Fallace, anche per «l’attività svolta dall’Istituto centrale per il Catalogo unico delle biblioteche italiane e per le informazioni bibliografiche, cui è affidata la diffusione degli standard di catalogazione, digitalizzazione e gestione della rete del Servizio Bibliotecario Nazionale (Sbn), i cui direttori sono parte del Comitato di coordinamento, che coinvolge anche il Cnr, responsabile della sperimentazione del network italiano Nbn».




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Un paese solo al comando commemora Fausto Coppi

La Stampa

Castellania ha appena 42 abitanti e tutto parla del campionissimo:
«Arriveranno in migliaia, ma per noi il mito non è turismo»



MARCO ANSALDO
Il paese è piccolo e spoglio. Anche più di quanto lo fosse quando Fausto Coppi lo abbandonò nel dopoguerra per vivere con la moglie Bruna a Sestri Ponente. «A quei tempi Castellania aveva trecento abitanti - racconta Piero Coppi -. Oggi ne sono rimasti 42 nel borgo, 86 contando le frazioni, e tra il 1980 e il 2000 sono nati in tutto tre bambini, anzi bambine perché erano femmine». Traccia l’immagine di un posto ancora uguale a se stesso, abbarbicato a colline selvagge che appaiono più alte, negli umori spogli dell’inverno, di quanto non siano in realtà. Castellania è a 400 metri di altitudine e sembra montagna. Lungo la strada e nelle vallette irraggiungibili dal sole la neve dei giorni scorsi ha ghiacciato.

Piero, uno dei tre cugini del Campionissimo («per parte di madre benché si chiamasse Coppi pure mio padre, nei paesi succede »), è il custode della memoria: di Fausto, del fratello Serse e di Castellania, con l’accento sulla i, «perché c’è ancora chi lo sbaglia dopo tanti anni». Ha 74 anni. Lavorava giù all’autostrada che passa per Tortona. «Adesso, in pensione e senza più l’impegno da sindaco che ho mantenuto per 24 anni, posso dedicarmi di più ai miei cugini», racconta mentre ci accompagna nel locale a fianco del monumento dove sono esposte maglie storiche e alcune immagini. Le urne votive contengono la terra della Bocchetta, dell’Izoard, del Pordoi, di Quarna Sotto, sul lago d’Orta da dove i Coppi vennero secoli fa per stabilirsi sui colli di Tortona. «Qui Fausto è con Seghezzi, Leoni e Bartali prima di sferrare l’attacco nella Cuneo-Pinerolo - indica Piero Coppi -. Qui è mentre si piega per passare sotto le sbarre del passaggio a livello tra Busalla e Ronco Scrivia: quante volte lo abbiamo fatto, io lo seguivo negli allenamenti, sono stato un discreto dilettante, con il collo da pugile e la forza del leone, come diceva Cavanna, il massaggiatore cieco, però non avevo la testa giusta per correre.

Eppure in allenamento stavo con Fausto. Dove? Nei dintorni si sono inventati “le strade di Fausto e Serse Coppi", hanno messo persino i cartelli per segnalarle ai turisti. Tutte balle, pubblicità. L’unica strada che lui faceva, al ritorno dai chilometri verso la Liguria, era da Villarvernia a Castellania passando per Carezzano. Le altre non le conosceva neppure». Intorno al mausoleo dedicato a Fausto e a Serse e sulla piazzetta in terra battuta fervono i preparativi per le celebrazioni di oggi. «Avremo mille, forse 1500 persone - dice Sergio Valenzona, il sindaco eletto da pochi mesi -. Personalità, ex campioni, tanti tifosi». Per le dimensioni di Castellania e della strada che la raggiunge sarà un’invasione epocale. «Il problema sono i pullman, una dozzina: dovremo fermarli a Villarvernia, in pianura, e portare su la gente con le navette perché non sapremmo dove parcheggiarli. Qui non ci si è mai attrezzati per trasformare il mito di Coppi in un richiamo turistico, però il passato è passato.

Quest’anno con le celebrazioni di settembre per i 90 anni dalla nascita e con il Cinquantennale dalla morte qualcosa si è mosso e abbiamo scoperto che molta gente aspettava una nostra chiamata per darci una mano, anche nel reperire i soldi». Forse sarà una svolta per Castellania. Il paese si è agghindato. L’unica locanda («Al Grande Airone», come sbagliarsi?) ieri era chiusa per preparare l’evento. «Un piatto ispirato a Coppi? - dicono Leo e Luciana, i titolari -. Nessuno ricorda cosa preferisse perciò gli abbiamo dedicato quelli con la selvaggina, soprattutto il fagiano che amava cacciare». Teresio Ferrari, il pittore, terrà una mostra dei ritratti di Fausto e ovunque hanno appeso le gigantografie del Campionissimo: nel cortile dietro alla casa paterna, al numero 2 della via che ovviamente si chiama Fausto Coppi, ce ne sono che lo colgono mentre controlla le botti per il vino o dà il becchime alle galline vicino alla madre Angiolina con il fazzoletto in testa. Lui, Fausto, è in giacca doppiopetto.

Un contadino ormai improbabile. Lungo le poche e immutate viuzze altre foto immortalano le imprese. «Le riconosce?» dice Piero indicando le due immagini nell’angolo dove il vescovo di Tortona questa mattina celebrerà la Messa. «Qui è alla partenza del record dell’ora, nel ’42 al Vigorelli, una roba incredibile, fatta senza preparativi: corse indossando la maglia di lana e guardi che bici aveva. Quest’altra invece è alla Milano-Sanremo del ’46». Avrebbero potuto sceglierne altre cento. Dietro ad ognuna, una storia. Per vederle tutte basta scendere a Tortona, dove a Palazzo Guidobono hanno allestito una mostra di straordinaria bellezza che presto viaggerà a Torino, Napoli e Roma. Tuttavia nelle strade di Castellania danno un effetto diverso. Spesso Coppi vi appare solo. In testa e solo. Nel ciclismo dei nostri giorni, anche quello elitario dei Contador o di Lance Armstrong, un bravo fotografo dovrebbe cancellare al computer molta gente per ottenere la stessa scena. I campioni non fuggono più. Il Campionissimo lo faceva e quindi, per la gente, non è mai andato via.




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Paolo Fox, gli oroscopi e gli almanacchi di Leopardi

Quotidianonet



Pubblicato da Giuseppe Tassi

La polemica sull'oroscopo di Paolo Fox in prima serata Tv su Rai2 mi riporta alla memoria il celebre dialogo di Leopardi fra il venditore di almanacchi e il ''passeggere''. A chi non lo conoscesse, suggerisco di leggerlo proprio in questi giorni di fine anno, perché è un concentrato della filosofia leopardiana, del suo pessimismo, ma anche della concretezza e del lucido cinismo che il poeta aveva maturato nei confronti della vita.

Il ''passeggere'', che poi sarebbe l'alter ego di Leopardi, chiede al venditore di almanacchi perché dovrebbe dargli trenta soldi per quel calendario, che porta con sè le illusioni dell'anno nuovo. E la risposta è una soltanto: perché ogni uomo che abbia fede nella vita spera che l'anno che verrà gli porti qualcosa di più e di meglio dell'ultimo e di tutti quelli lasciati alle spalle: è un dolce abbandono nella mani di Dio o del Caso, per chi non crede, un tuffo nel vuoto dell'inconoscibile, che a volte è più confortante delle esperienze e delle certezze raggiunte.

C'è tanto di questo sentire nei telespettatori che martedì sera si sono seduti davanti alla tv per seguire in diretta gli oroscopi di Paolo Fox, sacerdote composto e garbato degli influssi planetari. Ognuno aspettava una parola di conforto, un raggio di speranza nei tempi calamitosi della crisi o nelle svolte turbinose della vita. Senza rimettersi al giudizio delle stelle, senza fede cieca in quelle parole profetiche, che sono parte di un gigantesco gioco di società che dura da millenni. Ecco perchè le accuse dell'Aiart,  l'associazione del telespettatori cattolici contro Paolo Fox mi sembrano eccessive.

La gran parte dei teleutenti è schermata contro ciarlatani e creduloni dalla propria cultura e lo stesso Fox ammette che le sue previsioni sono da prendere con il beneficio d'inventario e vanno verificate nel tempo. Personalmente non credo agli oroscopi ma ritengo che gli influssi astrali abbiano davvero un' influenza sul carattere delle persone. Se la polvere che ha costruito l'uomo è davvero figlia delle stelle, è normale che dentro di noi ci sia una scintilla di eternità e un anelito verso il mistero del futuro. Senza farne una malattia, senza deviare nelle superstizioni, senza dimenticare che la razionalità resta la caratteristica fondante dell'uomo.

Dunque, aspettando il 2010, prendiamo l'oroscopo come un gioco e compriamo sereni l'almanacco del nuovo anno. Proprio come fece Leopardi, a dispetto del suo pessimismo cosmico.






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I furbetti dell’oroscopo hanno rotto

di Marcello Veneziani


Milioni di veggenti che non leggono un tubo ma si avventano sulla tua mano, sulla tazza di caffè, sui tuoi occhi e cercano di leggere come sarà questo 2010. Fingono di conoscere il dettaglio ma sono grossisti dell'astrologia

 

Giuro che al prossimo che mi fa l’oroscopo gli faccio l’endoscopia, con strumenti improvvisati. Non se ne può più di queste milioni di veggenti che non veggono un tubo ma si avventano sulla tua mano, sulla tua tazza di caffè, sui tuoi occhi e cercano di leggerti come sarà questo ventidieci. Ma fatevi i cazzacci vostri. Oppure ti chiedono di che segno sei, se non lo sanno già, e cominciano a fare una previsione trionfale, invasiva e personalizzata, valevole per l’otto per cento e rotti dell’umanità, almeno se la dividiamo per i dodici segni zodiacali.

Io a questi oroscopi finto personali, in realtà fondati sullo stoccaggio zodiacale, do lo stesso affidamento del sorteggio. Fingono di conoscere il dettaglio ma sono grossisti dell'astrologia. E cominciano a pontificare: voi leoni, voi tori e voi scorpioni... Ma voi pappagalli che sapete? Li denuncerei per razzismo, perché credono alla razza degli acquari a cui io appartengo e discriminano sulla base delle etnie zodiacali. Questo non è un paese normale, ma paranormale. Diffida delle leggi ma non degli oroscopi.

Esasperato da quest'ossessione degli oroscopi, dalle tv ai giornali, dai salotti alle tavole, ho deciso di passare all’offensiva. In un primo tempo ho pensato di portarmi con me l’articolo 231 del testo unico delle leggi di Pubblica sicurezza e recitare ai primi tentativi di veggenza: «Sotto la denominazione di mestiere di ciarlatano si comprende ogni attività diretta a speculare sull’altrui credulità o a sfruttare o alimentare l’altrui pregiudizio, come gli indovini, gli interpreti dei sogni, i cartomanti, coloro che esercitano giochi di sortilegio, incantesimi, esorcismi o millantano o affettano in pubblico grande arte... ecc. ».

Ma poi, per non essere pedante, ho cambiato strategia. Così, anziché farmi sodomizzare dalle veggenti e subire passivamente operazioni zodiacali alle mie spalle, ho deciso a capodanno di bruciare sul tempo le maghette e di spacciarmi io per un grande conoscitore di astri, influssi e ascendenti. Forte della mia carnagione tropicale, mi sono spacciato per Fidel Astro, mago affidabile, come dice il nome, e competente, come indica il cognome.

Un vero líder maximo dell’astrologia. Ho predetto l’anno che verrà ai meravigliati astanti e alle affascinate, azzodiacate ascoltatrici a cui ho offerto oroscopate indimenticabili. Gli ingredienti per un oroscopo di successo sono facili: partite dall'autostima sconfinata delle persone, considerateli eccezionali, e predite un anno intenso, ricco di eventi e novità, speciale. Poi alludete a qualche inevitabile travaglio, qualche trauma infantile e qualche aspettativa covata dentro di loro. Andate sul sicuro. Dite poi che qualcuno gli vuole male perché tutti sono convinti che c’è qualcuno che gliela tira e se una cosa non gli riesce è perché qualcuno gufa.

Persino i più sfigati si sentono vittime dell’invidia. Ma aggiungete che lui è protetto in alto, alludendo ai suoi cari scomparsi, così si commuoverà pensando a nonna o a papà che sorveglia dall'alto dei cieli. Alludete poi a tensioni sul lavoro, a incomprensioni in famiglia e a un superiore che ce l’ha con lui. Coglierete comunque nel segno. E poi dite che deve avere più fiducia nelle sue doti, deve esplicitare i suoi sentimenti, e non farsi mai scavalcare nelle file dai soliti furbi perché questo è un popolo di furbi ma vittimisti, dal capricorno al sagittario, passando per gli altri dieci segni. Poi sfiziate sull’amore e promettete soldi con l’anno nuovo, tanto voi non ci rimettete niente. E vaticinate una grande svolta verso luglio: crea momentanea attesa ma poi se la scordano.

Miscelate in modo diverso questi ingredienti con varianti più lessicali che sostanziali adattando l'oroscopo alla faccia e alla mente del fesso; vi prenderanno per mago. I più fessi chiederanno dopo la predizione anche la raccomandazione astrologica; vediamo cosa posso fare. Intanto, per ingraziarsi gli astri, lasciate in questa improvvisata urna che i profani chiamano tasca, trecento euro per sacrificare un montone, compiendo riti propiziatori.

Morale della favola? Giocate con gli oroscopi, scherzate pure, non fanno male a nessuno se restano un modo frivolo per passare una mezza serata. Se vi fa bene, se vi dà sicurezza, sentirvi appartenenti a un partito zodiacale, fate pure, ma non imponete agli altri le vostre debolezze. Però poi non avete il diritto di considerare arretrati, rozzi e superstiziosi quelli che vanno da Padre Pio a chiedere i miracoli. E non avete il diritto di definirvi laici: chi non è credente può essere credulone, e professare una religione infima, più primitiva e infantile delle antiche fedi.

Sono pronto a riconoscere dignità alla sapienza di caldei, sciamani e di coloro che videro armonie nell’universo tra micro e macrocosmo. Anzi sono convinto con Vico che le superstizioni, compresi gli oroscopi, siano appunto estreme tracce superstiti di verità perdute nel tempo e ultimi tentativi di dare un senso al futuro. Ma distinguete la luce dai fuochi fatui, la verità dalle sue contraffazioni, la grandezza dei sapienti dalla furbizia dei saccenti.

Confesso pure di avere un amico mago pugliese che una volta mi indovinò il passato; ma non so se si era prima documentato. Il suo nome d'arte è Juppiter, con due «p», perché sa il futuro ma non sa il latino. Gli darei volentieri una mano, non per farmela leggere ma per aiutarlo nella sua carriera; però già lavora con la Rai. Infine aggiungo che non ce l’ho contro i maghi, Branko e Lucia Alberti, Paolo Fox e Van Wood, Linda Wolf e il creativo Marco Pesatori, e anche i più estrosi come Horus, Giada, Sirio, Stellium ecc. Se Marzullo parla di libri e Di Pietro di politica, anche loro possono parlare di astri in tv.

P.S. Ho detto una bugia, non mi sono spacciato per Fidel Astro, non ho partecipato a nessuna seduta spiritica o spiritosa di fine anno o di capodanno. Ho preferito la solitudine e non perché gli astri mi sconsigliavano di uscire, ma perché volevo passarla in compagnia della musica, del pensiero e dei mille fratelli maggiori, gli autori che abitano la biblioteca, dove vive la mia famiglia invisibile. In certi passaggi rituali, sottrarsi all'obbligo della festa e passarla in gremita solitudine, è un privilegio o forse una grazia da coltivare. La solitudine ti fa sentire in compagnia degli dei. Ognuno crede agli astri suoi.



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Si spegne la voce di Terminator addio a Glauco Onorato

Repubblica


E' morto all'età di 73 anni il doppiatore torinese Glauco Onorato. Onorato, classe 1936, divenne celebre per aver dato la voce ad attori come Bud Spencer, Charles Bronson e Arnold Schwarzenegger in Terminator e Commando. Parallelamente alla carriera di doppiatore, ha partecipato come attore a numerosi film tra i quali I Promessi Sposi di Sandro Bolchi, la soap opera Centovetrine e a diverse commedie di Eduardo De Filippo negli anni '60


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I DOPPIAGGI:

1. 'Commando' con Arnold Schwarzenegger
2. Rattigan ne 'Basil l'investigatopo'



Pubblicato da RepubblicaRadioTv





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Il Grande Fratello spia i lavoratori tutti schedati dal computer di Stato

Repubblica


dal nostro corrispondente ANDREA TARQUINI



BERLINO - Da ieri, la Germania ha avviato la costruzione di un'enorme banca-dati, un computer centrale che registra e immagazzina informazioni su tutti i circa 40 milioni di lavoratori dipendenti: reddito ma anche assenze sul lavoro per malattia o altro, partecipazione a scioperi, ammonimenti o sanzioni disciplinari sul posto di lavoro.

Si chiamerà Elena, come la bella di Troia contesa nell'Iliade di Omero, ma ai media in allarme evoca ricordi letterari ben meno epici: "Qualcuno si potrebbe chiedere in che Stato viviamo", scrive il prestigioso notista Heribert Prantl sulla Sueddeutsche Zeitung: "Nella Repubblica federale, Stato di diritto, o in '1984' di George Orwell?". L'incubo del cittadino trasparente, la paura dell'abolizione di fatto del diritto alla privacy grazie ai mezzi illimitati dell'elettronica e del virtuale, segna questo inizio d'anno nella prima potenza europea.

I media, ma anche sindacati e alcuni partiti politici criticano duramente il progetto, e preannunciano proteste e appelli alla Corte costituzionale.

Sembra un paradosso, ma proprio la Germania, considerata la più stabile e garantista tra le grandi democrazie del mondo libero, si è decisa a varare un sistema che solleva pesanti riserve e timori di un abuso o uso illecito dei dati. L'iniziativa risale al 2002, al governo Schroeder. Elena, nella sigla in tedesco, vuol dire "Elektronischer Entgeltnachweis", cioè in pratica documentazione elettronica del reddito. Fin qui, nulla di particolare.

È normale ovunque che si ricorra alle nuove tecnologie per i controlli sui redditi. Il sistema funzionerà così: la banca dati "Elena" comincia per legge subito a lavorare, alla Zentralspeicher, cioè registro centrale, con sede a Wuerzburg, in Baviera. Dal 2012, i datori di lavoro saranno completamente liberati dall'obbligo di fornire per iscritto su carta dichiarazioni sul reddito dei loro dipendenti.

I quali invece riceveranno un documento di plastica simile a una carta di credito: quando chiederanno prestazioni sociali, l'impiegato delle autorità usando quella carta potrà richiamare i dati personali sul computer. Ovvio che la lotta all'evasione ma anche a ogni tentativo di frode nelle richieste di assegni-povertà, sussidi di disoccupazione e altre prestazioni del generoso welfare tedesco sia priorità e diritto di uno Stato.

Quando Fini voleva cacciare gli immigrati

di Gian Maria De Francesco

Sono passati appena tre anni da quando il presidente della Camera si scagliava contro la proposta di cittadinanza lampo agli stranieri. E diffondeva volantini per sostenere che "cinque anni sono troppo pochi". Maroni: "L'Italia minacciata dal terrorismo in franchising" 

 



Roma

È la calda estate del 2006. L’Italia ha da poco vinto la sua quarta Coppa del mondo e al governo siede da pochi mesi Romano Prodi. Nelle more di una nuova Finanziaria «modello Dracula», il centrosinistra gioca con le regole sull’immigrazione e i ministri Amato e Ferrero varano un ddl che consente agli stranieri di ottenere la cittadinanza in metà tempo: cinque anni anziché dieci.

A tre anni di distanza sarà l’anima finiana del Pdl, in combutta col Pd, a riproporre una versione riveduta e corretta di quel ddl. Ma cosa faceva il presidente di An a quel tempo? Nel 2006 Gianfranco Fini ha già rinnegato frasi del tipo «l’Italia agli italiani» e «la società multirazziale è un ibrido meticciato che scatena guerre tra poveri», ma di certo non gli fa piacere vedere scardinata la legge che porta il suo nome e quello di Bossi.

«Mi sembra che cinque anni per consentire agli extracomunitari di conseguire il diritto di cittadinanza siano pochi», dice il 4 agosto di quell’anno. Il Fini del 2006 è un Fini liberal, antesignano dell’odierno presidente della Camera, già pronto ad ammiccamenti con i «rossi» ai quali suggerisce che «sette-otto anni» sono un tempo ragionevole.

Ma la politica preme e l’opposizione si fa anche alzando i toni. E qui Fini e An si ingegnano con una trovata che anticipa di un anno l’invenzione berlusconiana dei gazebo: una petizione popolare con tanto di campagna pubblicitaria. «Basta ApProdi», si legge sui manifesti di Alleanza nazionale e di Azione Giovani, l’organizzazione giovanile guidata da Giorgia Meloni.

Su uno sfondo azzurro campeggia il Vlore, il barcone albanese stracarico di immigrati che giunse a Bari nell’estate 1991. Il calembour è incentrato sul nome del presidente del Consiglio che si intende rispedire al più presto a casa. Più sotto, sempre a caratteri cubitali, campeggia «No alla cittadinanza rapida». Del manifesto c’è anche un’altra versione che riporta oltre al logo di An pure quello di Azione Giovani e spiega i motivi per i quali aderire alla petizione: no ai ricongiungimenti facili, no alla chiusura dei Cpt, no alla cittadinanza breve.

Da Varese fino a Reggio Calabria, per diversi mesi, il partito di destra piazza numerosi banchetti per chiedere alla gente di firmare contro il ddl Amato-Ferrero. E Fini, per il quale la campagna elettorale non è mai finita, il 5 settembre ci va giù duro. A Tuoro sul Trasimeno sembra quasi un Bossi in miniatura. «Essere cittadini significa in qualche modo sentirsi figli di una comunità, sentirsi figli di una Patria» (perché quando Fini dice «Patria» si sente la maiuscola; ndr). Poi rincara la dose: «La cittadinanza non è una scorciatoia per l’immigrazione: è la gerarchia dei valori di riferimento che deve essere condivisa. Non possiamo accogliere tutti coloro che vogliono venire qui».

Chissà se Fini in questi giorni organizzerebbe eventi come quelli dell’aprile 2007 quando istituì il comitato Roma sicura contro il degrado della Capitale assediata dai campi nomadi e contro un governo che «fa entrare chiunque lo voglia». Quant’era diverso quel Gianfranco Fini da quello di oggi che fa la star ai congressi del Pd attaccando la Lega che «guarda alla società italiana con lo specchietto retrovisore» e che sull’immigrazione «parte da presupposti sbagliati». Certo, considerata la velocità supersonica con la quale il vecchio «figlio della Lupa» s’è trasformato in un agnellino, può darsi che il 2010 ci riservi nuove e sconcertanti sorprese.





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Tenta di uccidere il disegnatore delle vignette su Maometto: somalo arrestato

Corriere della Sera

Cerca di introdursi in casa di Kurt Westergaard con un'ascia.

La polizia lo cattura: «Collegato ad Al Qaeda»


COPENAGHEN -
La polizia danese ha ferito e arrestato un uomo armato che si era introdotto nella casa dell'autore delle vignette su Maometto, nella tarda serata di ieri, presso la cittá di Arhus. L'aggressore, un 28enne di origine somala, aveva con sé un ascia e un coltello e gridava: «vendetta», «sangue». Il vignettista, Kurt Westergaard, 74 anni, è riuscito a salvarsi chiudendosi e barricandosi in una stanza e riuscendo a chiamare polizia. Gli agenti intervenuti hanno poi fatto fuoco, ferendo il somalo ad una mano e un ginocchio.

MINACCIA SERIA - L'episodio è direttamente legato alla feroce polemica sulle vignette satiriche che toccavano anche Maomentto. Secondo i servizi danesi di sicurezza, l'aggressore è collegato ai miliziani islamisti somali Al Shabab e al ramo di al Qaeda in Africa orientale. «Consideriamo la vicenda molto seriamente», ha commentato il responsabile, Jakob Scharf. Diverse unitá di sicurezza sono intervenute nella casa di Westergaard e il vignettista è stato subito trasferito in un altro luogo. La vignetta di Westergaard -Maometto con le bombe nascoste nel turbante- è uno dei 12 disegni satirici che furono pubblicati nel 2005 dal quotidiano danese Jyllands-Posten, provocando un'ondata di violente proteste nei paesi musulmani nel 2006. Da allora Westergaard ha ricevuto diverse minacce di morte ed è sotto la protezione della polizia. In ottobre le autoritá americane hanno arrestato due presunti terroristi negli Stati Uniti accusati fra l'altro di un complotto per un attentato contro il Jyllands-Posten.


02 gennaio 2010





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Seattle sospende piano per intitolare un parco a Perugia

Corriere della Sera


Dopo la condanna di Amanda Knox. Le città sono gemellate dal 1993 

 




ROMA - Perugia e Seattle sono gemellate dal maggio del 1993, ma la recente condanna di Amanda Knox a 26 anni di carcere per l’omicidio della studentessa britannica Meredith Kercher, avvenuto a Perugia nel 2007, potrebbe avere ripercussioni sui rapporti tra le due cittadine. Secondo quanto riporta il Seattle Times, le autorità di Seattle, principale città dello Stato di Washington, volevano intitolare un parco cittadino proprio a Perugia, ma ora hanno deciso di sospendere questo piano.

«MALUMORI DOPO LA SENTENZA» - Gli abitanti di Seattle sono infatti rimasti scossi dalla vicenda giudiziaria in cui è rimasta coinvolta la loro giovane concittadina, e il sovrintendente per i parchi dell’amministrazione locale, Tim Gallagher, ha deciso di fare marcia indietro a causa di questi malumori. «Abbiamo temporaneamente accantonato la procedura per l’intitolazione del parco» alla città di Perugia, ha detto Gallagher. Il presidente della Seattle-Perugia Sister City Association, Mike James, si è detto sorpreso. «Queste sono questioni separate e il processo (di Amanda Knox) non dovrebbe definire Perugia», ha detto. «Questo è un discorso razionale, ma ci sono state molte reazioni emotive dopo il verdetto».

SINDACO DI PERUGIA SCRIVERÀ A COLLEGA DI SEATTLE - Il sindaco di Perugia Wladimiro Boccali scriverà al suo collega di Seattle in merito alla vicenda, auspicando che le relazioni tra le due città «non debbano essere compromesse da una vicenda che è deve restare soltanto giudiziaria». «Le nostre due comunità - continua Boccali - non c'entrano nulla. Certo io non ho visto nessun fumus di antiamericanismo in città, nè credo che i giudici del processo siano stati mossi da altre ragioni che non fossero esclusivamente gli atti processuali».

«L'ultimo, tra i tanti, episodi dell'amicizia tra le nostre due città - ricorda il sindaco - è Sister Orca, un' opera di un artista di Seattle, di origini indiane, donata a Perugia come segno di amicizia perché l'orca è per quelle popolazioni un animale sacro». La grande scultura in bronzo decorato è stata collocata recentemente proprio davanti alla stazione del Minimetrò, l' infrastruttura più significativa della Perugia moderna. «Scriverò al sindaco di Seattle - conclude Boccali - per dirgli che i sentimenti dei perugini sono immutati, e spero sia lo stesso per quanto riguarda gli abitanti di Seattle».

01 gennaio 2010





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Invia fotomontaggio razzista su Obama e Palin: dipendente Usa rischia il posto

Corriere della Sera


La controversa immagine sta facendo il giro della rete. E il 72enne che l'ha spedita può perdere il lavoro 

 



DAL NOSTRO CORRISPONDENTE 

NEW YORK –
Barack Obama lustrascarpe di Sarah Palin. La controversa fotografia che da ieri impazza sulla rete rischia di costare il posto all’impiegato del Department of Transportation del Colorado che lo scorso 22 dicembre ha avuto la malaugurata idea di spedirla via e mail a un gruppo di almeno quattro amici, sotto al titolo «pare che Obama abbia trovato la sua nicchia».

Il montaggio fotografico mostra il primo presidente afro-americano della storia mentre, inginocchiato per terra in quella che appare come la hall di un aeroporto, lucida i leggendari tacchi a spillo dell’ex candidata repubblicana alla vicepresidenza. Lei (seduta) è elegante e sorridente; lui (genuflesso) è arcigno e trasandato, in un maglione grigio, jeans troppo larghi e scarpe da ginnastica.

IMMAGINE TROPPO RAZZISTA - L’immagine, dal sapore chiaramente razzista, non è andata a genio a uno dei quattro destinatari che ha subito sporto denuncia. «Il mittente di quella e mail rischia misure disciplinari che vanno dal richiamo scritto alla sospensione a tempo indeterminato», mette in guardia la portavoce del Department of Transportation Mindy Crane. Se l’uomo – che ha 72 anni - l’avesse spedita da una e mail privata invece che aziendale, ovviamente sarebbe diverso.

Non è la prima volta che gli Obama sono vittime di manipolazioni fotografiche a sfondo razzista. Lo scorso novembre Google è stata costretta a comprare spazi pubblicitari Web per scusarsi di un'immagine offensiva su Michelle Obama che la ritraeva in versione scimmia. E nel suo inarrestabile viaggio attraverso la blogosfera anche la foto del marito lustrascarpe si va via via «arricchendo» di nuovi insulti e nuovi slogan


Alessandra Farkas
01 gennaio 2010



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