lunedì 4 gennaio 2010

Un affare da molti milioni dietro le minacce ricevute»

Corriere della Sera


Massimo Ghini: la faccenda ha preso una piega politica

 


Massimo Ghini (Ap)
Massimo Ghini (Ap)
ROMA - Brutta storia quella che sta vivendo Massimo Ghini. L’attore che tutela i colleghi, come presidente del sindacato attori, denuncia il comportamento di alcuni sindacati in una storia di truffe e di interessi clientelari che riguarda l’Imaie, un istituto sconosciuto ai più. La Cgil che lui rappresenta contro gli altri due organismi confederali, un fiume di denaro che non gira per il verso giusto. «Ho cercato di tenerla segreta ma a questo punto deve uscire fuori». È due anni che lo insultano al telefonino e via mail.

Il 30 dicembre ha ricevuto l’ennesima minaccia, una telefonata da una voce non contraffatta: «Stai lontano dall’Imaie. Comunista di m... Come tuo padre». «Fu partigiano. Questa vicenda ha preso un sapore politico. Non potevo più stare fermo. Alla Questura ho presentato denuncia. Anche se ho idee chiare su chi c’è dietro. Lo dirò al magistrato quando mi convocherà. Il caso è sotto il controllo della Guardia di Finanza e della Polizia Postale.

C’è un ricorso del collegio di sorveglianza che fa capo al ministero del Tesoro». L’Imaie, l’istituto omologo alla Siae (che tutela gli autori) per legge riconosce un diritto di equo compenso agli artisti-esecutori: sia musicisti che attori. Prima, negli anni ’ 80, l’Imaie contava poco: «Nel ’98, dopo la musica, si allarga al settore audiovisivo, cresce, arriva a gestire un sacco di denaro.

Da un ufficetto si passa a un palazzo in via Piave, i soldi da manovrare diventano improvvisamente milioni di euro. E cominciano i problemi. Io ero entrato nel Consiglio d’amministrazione, in un sistema già avviato. I produttori musicali si misero di traverso con gabbie di natura legale per bloccare l’erogazione dei fondi ai musicisti. C’era da gestire una fetta di potere enorme».

L’Imaie ritira i compensi dei soci aventi diritto, e poi li redistribuisce. Ma come? «Due anni fa ci fu un introito forte, 24 milioni di euro. Ciò che avanza, e non ha una destinazione precisa (esempio: per i diritti sulle videocassette non c’è una normativa ad personam) va in cumulo e deve essere redistribuito in una forma che il Consiglio d’amministrazione deve decidere. Lì si scatenò l’inferno, venne fuori sia la cattiva gestione che la situazione non chiara». Cioé?

«Una truffa. Si parla di 2 milioni e mezzo di euro. Sono stati usati marchingegni poco chiari, risultano iscritte persone che non ne avrebbero diritto. Ci sono gruppi di potere e connivenze all’interno della società. Io ho messo in discussione equilibri interni, ho toccato interessi personali mantenendo come Cgil un atteggiamento di contrasto. Tra 100 e 120 milioni non sono stati distribuiti per carenze organizzative».

Valerio Cappelli
04 gennaio 2010



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Mr Bean al posto di Zapatero: hackerato il sito della presidenza spagnola dell'Ue

Corriere della Sera


Per la sicurezza della pagina web della presidenza, Madrid ha investito 11,9 milioni di euro


dal nostro corrispondente  Elisabetta Rosaspina



Mr. Bean sulla pagina hackerata
Mr. Bean sulla pagina hackerata
MADRID – Gli irriverenti sostengono da tempo che Zapatero, il presidente del governo spagnolo e, da quattro giorni, anche padrone di casa dell’Unione Europea, ha qualcosa di Mister Bean. O viceversa. Ma che aprendo la pagina web nuova di zecca della presidenza europea di turno dal primo gennaio saltasse fuori il faccione sorridente del comico anglosassone Rowan Atkinson, non se l’aspettavano neanche i più maligni: proprio lì, dove avrebbe dovuto esserci (e ora è tornato), il video con il messaggio di benvenuto del premier spagnolo.

SICUREZZA - Tanto meno se lo sarebbero aspettati i responsabili della sicurezza del sito online, i tecnici di Telefonica, la compagnia di telefonia fissa e mobile nazionale, che percepirà per garantire l’inviolabilità della pagina 11,9 milioni di euro in sei mesi. L’incursione degli hacker, che hanno introdotto il serafico Mister Bean accompagnato da un benevolo messaggio di «Hi there!», ciao a tutti!, è stata di breve durata, ma non è sfuggita agli internauti di Twitter ed è stata rilanciata online dal quotidiano El Mundo, cui però i responsabili della pagina web della presidenza spagnola di turno della Ue non hanno voluto ammettere la beffa. Si sono limitati a riconoscere qualche problema tecnico di avviamento che ha messo fuori servizio il sito soltanto per poco più di un’ora. Quel che non è stato possibile negare è che i sistemi di sicurezza non siano proprio ancora del tutto a punto. Messo alla porta il simpatico imbucato, si lavora adesso per evitare assalti informatici più pericolosi.

04 gennaio 2010




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Il commento E il razzista Bocca gli dà ancora del bandito

di Redazione

ASTIO Dagli scritti giovanili antisemiti agli ultimi insulti a Bettino: la parabola di un cattivo maestro rancoroso

 

«La via di un bandito» - titolo dell’intervista rilasciata da Giorgio Bocca a Gianni Barbacetto del Fatto - sarebbe quella che il sindaco di Milano, Letizia Moratti, intenderebbe dedicare a Bettino Craxi. Via nella quale Bocca non abiterebbe mai, perché Craxi, appunto, «faceva politica come un bandito».

E «ignorava le leggi e faceva i comodi suoi». E «se qualcuno non gli andava a genio, chiedeva che fosse licenziato». Ha il dente avvelenato, Giorgio Bocca. Sembra vedergli pulsare le vene di sdegno civile, anche se poi a un sommario esame risulta essere solo rancore (si ricorda ancora, passati svariati decenni, d’un gesto di lesa maestà perpetrato ai suoi danni nel corso di un’intervista al «bandito» per Canale5: «Lui era ripreso sempre di faccia, io sempre di nuca».

Ma lui non era Craxi. Gli sarebbe piaciuto esserlo, però era solo un giornalista, l’interrogante. La spalla, diciamo pure. Quindi, nuca). Suggerisce una nota massima di avere l’accortezza di tenersi qualche nemico per la vecchiaia. Per andare sul sicuro, Giorgio Bocca di nemici contro cui scagliarsi a testa bassa se ne è cercati da quando aveva i calzoni corti.

Avendo passato e ripassato tutti gli «ismi» possibili e immaginabili, cambiato e ricambiato più gabbane che neanche Fregoli, presi un’infinità di tori per le corna salvo accorgersi che erano vitelli ed essendo, Bocca, di asprigno carattere montanaro, portato alle violente infatuazioni, alle ubriacature, nell’individuare un nemico e metterlo nel collimatore della sua abbaiante «passione civile», ci ha sempre messo niente.

«Un giornalista dotato di quel carisma ineguagliabile - si legge in una biografia - di quella dirittura morale inscalfibile» che lo fa, in tutto e per tutto, Venerato Maestro. Dirittura morale inscalfibile. Bocca è quello che firmò il «Manifesto della razza», quello che scrisse, nero su bianco: «A quale ariano, fascista o non fascista, può sorridere l’idea di dovere, in un tempo non lontano, essere schiavo degli ebrei? Sarà chiara a tutti, anche se ormai i non convinti sono pochi, la necessità ineluttabile di questa guerra, intesa come una ribellione dell’Europa ariana al tentativo ebraico di porla in stato di schiavitù».

Bocca è quello che nel ’43 denunciò l’industriale Paolo Berardi il quale, in uno scompartimento ferroviario nel quale sedeva anche il segretario del Guf Giorgio Bocca, ebbe la malaugurata idea di dire ad alcuni reduci dal fronte russo che la guerra era ormai perduta. Prima gli mollò un ceffone (eroismo che rievocò in seguito con un corsivo intitolato, fascisticamente, «La sberla... e la bestia») e quindi, giunto il treno alla stazione di Torino, lo consegnò all’Ovra in quando «disfattista». Bocca è quello che dopo l’8 settembre, solo dopo quella data, sia chiaro, si spogliò dell’orbace di «fascista integerrimo» per vestire i panni del partigiano. E in tal veste, a guerra finita, fu a capo di un tribunale del popolo che condannò a morte un ufficiale «collaborazionista» della Monterosa.

Bocca è quello che nel febbraio del ’75 (nel pieno dell’«attacco al cuore dello Stato») scrisse un memorabile articolo intitolato: «L’eterna favola delle Brigate Rosse». Vi si leggeva: «A me queste Brigate rosse fanno un curioso effetto, di favola per bambini scemi o insonnoliti; e quando i magistrati e gli ufficiali dei carabinieri e i prefetti cominciano a narrarla, mi viene come un’ondata di tenerezza, perché la favola è vecchia, sgangherata, puerile, ma viene raccontata con tanta buona volontà che proprio non si sa come contraddirla». E ancora: «Questa storia è penosa al punto da dimostrare il falso, il marcio che ci sta dietro: perché nessun militante di sinistra si comporterebbe, per libera scelta, in modo da rovesciare tanto ridicolo sulla sinistra».

Bocca è quello che firmò l’appello contro il commissario Calabresi («il processo che doveva far luce sulla morte di Giuseppe Pinelli si è arrestato davanti alla bara del ferroviere ucciso senza colpa. Chi porta la responsabilità della sua fine, Luigi Calabresi, ha trovato nella legge la possibilità di ricusare il suo giudice... »).

E Bocca sarebbe quello dotato di dirittura morale inscalfibile? Quello che si permette - con quel metro di giudizio che si ritrova - di giudicare Bettino Craxi? Possiamo solo sperare che quest’ultima abbaiata non sia dettata dall’avvisaglia d’un qualche sonno della ragione, ma che trovi spiegazione nella «tigna» del vecchio montanaro, nel desiderio irrefrenabile di prendersi una ancorché tardiva rivalsa: mettere Craxi di nuca e porsi lui, Giorgio Bocca da Cuneo, di faccia. Sarebbe nel suo carattere.




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Le lettere inedite/Così pregavano Craxi

Libero

di Filippo Facci

Carte, appunti, fascicoli, informative, soprattutto lettere. Bettino Craxi spesso non le leggeva neanche, talvolta neppure le apriva: resta che ne riceveva a tonnellate. È ben chiaro che le missive fossero proporzionali, per numero e spesso per l’adorazione che promanavano, al potere che il leader socialista deteneva prima di schiantarsi: ecco perché sono centinaia e perché ne faremo se va bene un sommario. Come detto, non è solo posta più o meno confidenziale: ci sono lettere di portata storica - quella di Ronald Reagan, per esempio - più altre non meno importanti come quelle dei principali leader europei.

Ci sono carte e informative e dossier: roba interessante mischiata a spazzatura. C’è un dossier sull’allora Capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro circa i suoi rapporti col Sisde e coll’imprenditore Valerio Valetto. C’è una lettera autografa di Indro Montanelli in cui, il 31 luglio 1934, dichiara di ricevere 150 lire dall’Ufficio stampa del Capo del governo per l’articolo «Il nuovo eroismo»; allegato, anche il tagliando dell’assegno intestato a Galeazzo Ciano e girato a favore di Montanelli. Segue, poi, una ricevuta emessa dal sottosegretariato per la Stampa e la Propaganda: riguarda «lire 200», in data 30 settembre 1934, per l’articolo «Necessità dello stile»; un’ultima ricevuta, il 9 febbraio 1935, vede Montanelli ricevere altre 200 lire per l’articolo «La famiglia»: Indro, di suo pugno, si scusa per il ritardo con cui accusa ricevuta.

Il caso Moro

Molte le carte sul caso Moro e sui rapporti Brigate Rosse-camorra. Di altre carte non sapremmo che dire: si passa da infiniti carteggi sui finanziamenti esteri del Pci (in particolare sulla misteriosa finanziaria Maltese Sapri broker, dove convivevano il cassiere Pci Renato Pollini e quel Renato Castellari morto suicida in circostanze misteriosissime nel 1993) sino al noto schema detto «canestrino» che permetteva al Pool di Milano, durante Mani pulite, 

di scegliersi il giudice; una serie di inquietanti informative riguardano poi Nicola Mancino - ex Dc, oggi vicepresidente del Csm - e alcune indagini del 1985 condotte dal pm Francesco Misiani per concussione aggravata e poi archiviate a Roma da Domenico Sica; altre carte, peraltro note, riguardano il passato extraparlamentare del pm Francesco Greco e alcuni suoi imbarazzanti interventi per inneggiare alla superiorità della giustizia cinese. 

Una serie di appunti riguarda poi un’operazione che Carlo De Benedetti avrebbe compiuto nel 1989 quando la sua Olivetti incorporò la srl System di Roma (via del Colosseo 9) che di fatto era una cooperativa informatica legata al Pci. 

Le lettere di Francesco Cossiga a Craxi sono infinite e copiosissime, mentre non è chiaro il significato di una missiva di Cossiga indirizzata presumibilmente a Licio Gelli: «Caro Licio, ho ricevuto la tua segnalazione e mi sono mosso nel senso da te indicato...». Eccetera. È datata 5 aprile 1979. In parte da decifrare, nondimeno, una scrittura autografa datata 27 novembre 1984 e così denominata: «Verbale di intesa tra i signori Silvio Berlusconi e Calisto Tanzi. 

Nell’ipotesi di operatività economicamente equilibrata delle imprese televisive private oggi esistenti si conviene quanto segue...». Nelle pagine successive si parla dell’impegno di Berlusconi nell’assicurare adeguata copertura pubblicitaria a Euro tv (70 miliardi di lire dal 1985 al 1987) mentre Tanzi si impegna ad acquistare l’intero capitale sociale della Sedit spa per un totale di due miliardi di lire. 

Senza data, per contro, una missiva privata e autografa di Silvio Berlusconi: «Caro Bettino, grazie di cuore per quello che hai fatto. So che non è stato facile e che hai dovuto mettere sul tavolo la tua credibilità. Spero di avere il modo di contraccambiarti... Ancora grazie, dal profondo del cuore. Tuo Silvio». Non è noto se sia stata scritta a margine del «decreto Craxi» (che impedì l’oscuramento alla reti Fininvest il 20 ottobre 1984) o a margine di altre faccende. L’amicizia tra Craxi e Berlusconi del resto non è mai stata un mistero.

Quanti magistrati...

Ci sono anche lettere o bigliettini di magistrati. Ce n’è uno del procuratore generale presso la Cassazione Vittorio Sgroi (28 marzo 1987) e un altro in cui il procuratore generale di Milano Giulio Catelani, il 5 marzo 1992, ringrazia vivamente per «il buon ricordo di una piacevole serata in cui ho avuto l’occasione e il privilegio di conoscerla». Normale: ma va detto che in quel periodo l’alba di Mani pulite era già sorta. Meno di un anno dopo Catelani smetterà di spedire ai politici non solo le missive, ma pure gli inviti per l’inaugurazione dell’Anno giudiziario. 

E nella primavera del 1993, un anno dopo, dirà: «La nostra è una rivoluzione legale e saggia che dura da poco più di un anno, ricordatevi che quella francese è iniziata nel 1788 ma è finita solo nel 1794». Tra le carte craxiane spunta anche una lunghissima lettera di Adolfo Beria di Argentine (eccellente ex procuratore generale di Milano, padre della giornalista Chiara) che in data 11 aprile 1990 delucida Craxi sulla questione Cir-Mondadori-Fininvest: «Oggi sono sempre più convinto di essere stato nel giusto a sostenere che era meglio che la vicenda venisse risolta in sede arbitrale e non fosse portata davanti alla magistratura milanese con provvedimenti cautelari ed urgenti. Con viva cordialità, tuo affezionatissimo».

...e uomini di potere

Va da sé che la parte del leone la facciano le lettere e i messaggi e le suppliche dei vari politici. Infinite le personalità internazionali - dalla Thatcher a Boutros Ghali - e numerosi gli scambi epistolari con Marco Pannella, Armando Cossutta, Emma Bonino, una lettera di Mario Segni, altre più datate di Loris Fortuna, in sostanza tutti i segretari dei partiti di allora. Compare anche una lunga lettera di Umberto Bossi all’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato (25 giugno 1992, Mani pulite furoreggiava) in cui il senatur commenta le linee programmatiche del governo. 

Molti i bigliettini di cordiale scambio con Giorgio Napolitano: sia che fossero scritti da semplice parlamentare del Pci (ala migliorista, già accusata di intelligenza col nemico socialista) sia da presidente della Camera quale fu dal 1992 al 1994. Questo bigliettino è dell’11 marzo 1988: «Caro Bettino, Ci terremmo, e ci terrei, al tuo intervento. Potrebbe essere una buona occasione di dialogo e convergenza. Posso contarci?». Altri messaggi volanti: «Parlerà ora Capanna, e poi io, e riprenderò il tema di una possibile missione europea, su cui Andreotti non ha detto nulla». 

Quando invece Napolitano gl’inviò la seguente, ed è interessante, era il 4 agosto 1992 e in teoria Craxi si era già avviato a divenire un appestato politico: «Desidero informarla di averla chiamata a far parte della Commissione bicamerale per le riforme istituzionali». Notare che Napolitano è passato al «Lei». Anche Francesco Rutelli, da radicale, è piuttosto assiduo. 

Nel luglio 1991 scrive a Craxi per lamentarsi che una sua lettera non è stata pubblicata dall’Avanti!: «Non è stata pubblicata domenica, né martedì né mercoledì. Oggi abbiamo addirittura appreso che il direttore Villetti se l’è persa!». Terribile. Sarà per questo che nell’autunno 1993, durante la campagna elettorale per le amministrative di Roma (ballottaggio Fini-Rutelli), l’ex radicale e neo progressista dichiarerà a tutti i giornali, di Craxi, che «sognava di vederlo consumare il rancio in carcere». 

Ci sono anche un paio di testimonianze della politica che fu e dei galantuomini che l’abitavano: altro che casta. Questa lettera-ricevuta è datata 31 dicembre 1945 ed è scritta su carta intestata dell’Avanti!: «Riceviamo dal compagno Pietro Nenni la somma di lire 350.000 quale rimborso del prestito che gli era stato fatto dall’amministrazione del Giornale Avanti! in occasione dell’acquisto da lui fatto della macchina Lancia, cedutagli a prezzo speciale dai compagni di Torino».

Scrive il Quirinale

Quest’altra invece è datata 4 aprile 1985, ed è su carta intestata del Quirinale, firmata Sandro Pertini: «Caro Craxi, mi è stato sottoposto per la firma il disegno di legge di rivalutazione dell’assegno personale e della dotazione della Presidenza della Repubblica... Riconosco che un adeguamento delle voci, dopo circa 20 anni dall’ultima rivalutazione, è necessario... (tuttavia auspico che) la decorrenza della corresponsione della nuova misura dell’assegno sia fissata in una data successiva alla scadenza del mio mandato. A questo fine, ti restituisco il disegno di legge perché sia emendato in senso suddetto».

Le lettere di varia estrazione, infine, non si contano. Dal politologo Gianfranco Pasquino (1989) al professor Umberto Veronesi (natale del 1985) alla Valletta Sabina Ciuffini, alle sorelle Fendi (5 maggio 1984, incoraggiamento e stima) sino addirittura a Toni Negri. E scambi politici con Norberto Bobbio, altri appena diversi con Sandra Milo, con Francesco Alberoni, Nicola Trussardi, mezzo mondo. Prima della pioggia, ovviamente.




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Abbandona cane al freddo Padrona denunciata

Libero


Abbandonato, ha rischiato di morire assiderato. Si tratta di un cane meticcio, che ha cercato riparo dal gelo della notte modenese, utilizzando la manica tagliata di una maglietta: ma l'esigua protezione non lo ha riparato dall' umidità, che gli ha ghiacciato il pelo.
Una donna lo ha trovato e lo ha rifocillato, poi ha avvisato i vigili che, grazie al microchip dell'animale, hanno rintracciato e denunciato per abbandono, la padrona.

La mattina di Natale, la donna ha portato il proprio cane a fare un giro e, passeggiando sul marciapiede, si è imbattuta nel meticcio abbandonato, irrigidito dal freddo e semicongelato. Dopo aver aspettando inutilmente che qualcuno si prendesse cura dell’animale, ha deciso infine di portarlo a casa per prestargli i primi soccorsi e rifocillarlo. Nei giorni successivi, la segnalazione del ritrovamento è arrivata al comando della Polizia municipale di Modena, che si è messo in moto.

L'animale aveva il microchip, per cui è stato semplice trovare la padrona, una 46enne, e denunciarla per abbandono. Al comando di via Galilei, inoltre, sono giunte numerose segnalazioni di vicini sulla padrona e sul suo animale. Già in passato la donna, con l'avvicinarsi delle ferie estive, lo aveva abbandonato. Proprio durante uno di questi abbandoni, il cane era stato raccolto, accudito e provvisto di microchip dai tecnici del Comune, che l'avevano poi riconsegnato alla proprietaria. Il cane è stato finalmente affidato a una persona che ne avrà cura.





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Uno studio britannico: "Il punto G non esiste" Ma chi l'ha fotografato polemizza sulla ricerca

Quotidianonet


Gli scienziati del King's College di Londra ritengono che sia solo il frutto dell'immaginazione umana. 
L'italiano Emmanuele Jannini, che ha fotografato la zona erogena, critica però i risultati






Roma, 4 gennaio 2010




Il punto G non esiste. Ad affermarlo sono gli scienziati del King's College di Londra, che gli hanno dato la caccia intervistando 1.800 donne e giungendo a una conclusione per molti, e soprattutto per molte, deludente. Come scrivono sul 'Journal of Sexual Medicine', il fulcro del piacere femminile sarebbe semplicemente frutto dell’immaginazione umana, un mito propagandato dalle riviste e da alcuni terapisti.

Il punto Graefenberg, o punto G, è stato chiamato così in onore del ginecologo tedesco Ernst Graefenberg, che lo descrisse per la prima volta oltre 50 anni fa come un'area, posta a 2-5 centimetri dall'entrata del canale vaginale, particolarmente sensibile alla stimolazione sessuale. Recentemente, proprio in Italia, nuove ricerche sembravano aver reso possibile individuarlo utilizzando gli ultrasuoni. Ma la più grande indagine scientifica mai effettuata sullo 'scottante' argomento, sembra confutare queste e tutte le altre teorie finora vigenti sul mito numero uno dell’anatomia femminile.

Eppure Beverley Whipple, sessuologa sostenitrice della reale esistenza del punto G, definisce questa ricerca imperfetta, sia per la composizione del campione, sia perchè non sono stati presi in considerazione gli effetti di differenti partner sessuali, che utilizzano diverse tecniche 'amorose'.

Per chi è balzato agli onori della cronaca per averlo addirittura fotografato il punto G, l’italiano Emmanuele Jannini, ricercatore e docente di sessuologia medica all’università dell’Aquila, lo studio britannico ha ben poco di scientifico. "Siamo lontani - assicura l’esperto all'Adnkronos Salute - dalla scienza. Si tratta infatti di uno studio su gemelle, che più che accertare l’esistenza del punto ‘G’ sembra documentare come le gemelle raccontano e riportano l’esperienza dell’orgasmo", afferma critico.

In particolare, la ricerca londinese "si basa sul costrutto che le gemelle omozigote", ovvero geneticamente 'identiche', "siano dotate o meno del punto G allo stesso modo, proprio perché omozigote". Ma lo studio britannico dimostra il contrario, giungendo dunque alla conclusione che quella del punto erogeno è un'idea soggettiva piuttosto che una caratteristica 'fisiologica'. Continua a non pensarla così Jannini, l’esperto che ha dimostrato, prove scientifiche alla mano, l’esistenza del punto 'rosa' che consente di provare picchi massimi di piacere.

A prova del suo scetticismo, Jannini punta il dito su alcuni aspetti deboli, almeno a suo avviso, dello studio londinese. "Non è detto che il punto G abbia un'origine genetica - spiega - e non sia piuttosto legato a una differente esposizione agli ormoni durante la vita fetale, diversità che può sussistere anche tra gemelli. A maggior ragione considerando che il clitoride è tra gli organi più sensibili al testosterone".

A ciò il sessuologo aggiunge un altro tassello che induce a sollevare dubbi sulla ricerca 'made in London'. "Molte donne - spiega - non sanno nemmeno di avere il punto G, semplicemente perché nel corso del tempo non hanno trovato la 'chiave' per sperimentarlo. Si tratta, infatti, di un particolare anatomico complesso: non stiamo certo parlando di una mano o di un piede. A mio avviso manca, nello studio britannico, una valutazione delle esperienze soggettive: le gemelle non hanno certo condiviso lo stesso partner per poter giungere alle conclusioni a cui approda questa ricerca".




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Feltri accusa Fini: "E' come Di Pietro" Farefuturo: "Vittorio re senza popolo"

La Stampa



Pdl ad alta tensione, il Giornale attacca. La fondazione dell'ex leader An replica «Politica più complessa della stampa»
TORINO

Alta tensione tra Vittorio Feltri e Gianfranco Fini. Il controllato dalla famiglia Berlusconi apre oggi con un titolo in prima pagina “Fini come Di Pietro”. Nel sommario, si legge che «dal patrimonio di An sono spariti gli immobili: trasferiti a società parallele, proprio come hanno fatto l’ex pm e i Ds».

Accanto all’inchiesta su fondi e proprietà dei partiti, il quotidiano lancia un’altra bordata contro il cofondatore del Pdl, in un editoriale di Marcello Veneziani che lo accusa di «spingere la Lega verso il sorpasso» nelle regioni del Nord. Uno scenario «possibile», che «sarebbe il segnale di crisi del bipolarismo», ma che sarebbe «una conclusione fatale, dopo aver buttato a mare sinistra e destra, grazie ai rispettivi suicidi di Veltroni e Fini».

Immediata la replica dei fedelissimi del presidente della Camera. Vittorio Feltri «si è autoproclamato come unico depositario delle idee, degli umori, delle speranze degli elettori del centro destra, si è fatto re senza popolo, si è fatto generale senza esercito» scrive Filippo Rossi, direttore di Ffwebmagazine, periodico online della fondazione Farefuturo. «Può farlo, ovviamente, grazie alla gloriosa tradizione pluridecennale del giornale che dirige. E grazie -scrive ancora Rossi- anche al fatto che lo stesso quotidiano appartiene, casualmente, alla famiglia del leader del centrodestra».

«E allora, visto che tra quei milioni di elettori c’è anche, da sempre e umilmente, il sottoscritto, è come elettore che mi arrogo il diritto di replicare al capopopolo del “Giornale” ricordandogli e ricordando a tutti che la politica è cosa più complessa, molto più complessa che vendere i giornali. Quanto vende -si chiede Rossi- “Il Giornale”? Centomila? Duecentomila? Grandi numeri, complimenti. Nessuno nega che Vittorio Feltri sia un direttore dalle uova d’oro. Ma quanti sono gli elettori del Pdl? Per la precisione: 13.957.303. Insomma, quattordici milioni circa. E allora, dovrebbe spiegare, Vittorio Feltri perchè lui e le sue centinaia di migliaia di lettori dovrebbero rappresentare quattordici milioni di italiani».

Rossi affonda e definisce quello di Feltri, un atteggiamento «che ricorda la retorica dei fascisti della prim’ora, quelli che pensavano di essere depositari dell’anima genuina del regime, Ma la politica -continua Ffweb- non è questione di identità forti. È piuttosto questione di dialogo e, ancor di più, di analisi dei problemi».

Lo scontro interno al Pdl lascia strascichi anche tra i parlamentari. «Se fossi un leghista doc acquisterei tutte le mattine “Il Giornale” per cominciare bene la giornata e farei il tifo per una testata che quotidianamente alimenta ad arte lo scontro interno al mio vero concorrente elettorale, ancorchè alleato, cioè il Pdl» ragiona Della Vedova.
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Rifiutai 9 miliardi (di lire) da Berlusconi per motivi ideologici: ora mi pento»

Corriere della Sera

La conduttrice ha ricordato che il premier «ogni volta che ti vede si alza e ti viene subito a salutare.
Prodi no»

 


Berlusconi con Alba Parietti (archivio Corriere della Sera)

MILANO - «Ho rifiutato in passato un contratto di 9 miliardi vecchie lire con Silvio Berlusconi per motivi ideologici. Poi però mi sono pentita». A rivelarlo è Alba Parietti, in un'intervista esclusiva a «Il Fatto del giorno» su Raidue.

IN TV - La Parietti ha raccontato a Monica Setta anche le sue passioni politiche e la affinità con la sinistra. La conduttrice ha ricordato, per esempio, la galanteria del premier Silvio Berlusconi «che ogni volta che ti vede si alza e ti viene subito a salutare. Questo a sinistra non succede. Se sono in un ristorante è c'è ad esempio Prodi, neanche si alza per venirmi a salutare».

04 gennaio 2010





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Gli stipendi lordi degli italiani sotto la media Ue del 32,3%

Corriere della Sera


Non solo tasse, pesano i contributi sociali. L’Ocse: buste paga al 23esimo posto

ROMA — Non è solo un proble ma di tasse. È vero che l’imposizione fiscale fa del suo meglio, ma se le buste paga degli italiani, che nel 2008 secondo i dati anticipati dal Corriere della Sera, hanno denunciato un reddito medio di 19.100 euro, sono tra le più basse in Europa e tra i Paesi industrializzati, è colpa anche dei salari lordi troppo bassi e dei contributi sociali molto alti che gravano sui lavoratori e sulle imprese. E un po’ anche dell’università che in Italia, a differenza di moltissimi altri Paesi, non rappresenta un investimento redditizio per ottenere salari più alti nella carriera lavorativa.

Secondo le ultime classifiche dell’Ocse gli stipendi netti degli italiani sono al ventitreesimo posto nella classifica dei trenta Paesi più industrializzati che aderiscono all’organizzazione. E se si considera lo stipendio al lordo delle ritenute fiscali e dei contributi, la nostra classifica migliora solo di una posizione. A parità di potere d’acquisto, lo stipendio di un lavoratore italiano single senza figli è pari a 30.245 dollari, e nella graduatoria Ocse siamo davanti solo alla Repubblica Ceca, l’Ungheria, il Messico, la Nuova Zelanda, la Polonia, il Portogallo, la Slovacchia e la Turchia. E nella classifica che considera il salario netto, pari per un italiano a 21.374 dollari, ci supera pure la Nuova Zelanda. La nostra distanza dalla testa della classifica, che vede al primo posto per il salario netto la Corea (39.931 dollari), seguita da Regno Unito (38.147) e dalla Svizzera (36.063), è siderale. Ma siamo molto lontani anche dalla Germania (29.570 dollari) e dalla Francia (poco più di 26 mila).

Per farla breve, basti considerare che i salari lordi italiani sono più bassi del 32,3% rispetto alla media dell’Europa a quindici. Naturalmente, siamo ben sotto la media dei 30 Paesi Ocse, con un 16% per cento abbondante in meno. Le differenze del salario tra gli italiani e i loro concittadini europei appaiono ancor più macroscopiche se si considerano i valori assoluti degli stipendi: 26.191 euro lordi per un lavoratore medio italiano, 32.826 per un francese, 43.942 per un tedesco e poco meno per un olandese. Solo spagnoli, greci e portoghesi, ma senza considerare l’inflazione, le tasse ed i carichi sociali previdenziali, sono dietro. E il peggio è che con il tempo, da noi, le cose stanno peggiorando.

In vent’anni, secondo uno studio dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, il valore degli stipendi degli italiani rispetto al prodotto interno lordo è diminuito di quasi il 13%, contro una flessione media dell’8% registrata nei 19 Paesi più avanzati. I salari reali, secondo l’agenzia dell’Onu, considerati a parità di potere d’acquisto, sono crollati in Italia di quasi il 16% tra il 1988 ed il 2006. Il calo più forte, manco a dirlo, che si è registrato tra i primi undici Paesi industrializzati del mondo, superiore pure a quello della Spagna (-14,5%).

Colpa delle tasse, ma non solo. Pesano, e tanto, anche i contributi sociali. In particolare quelli a carico dei datori di lavoro: nella classifica Ocse l’Italia è addirittura ventiseiesima, seguita solo da Svezia, Repubblica Ceca, Ungheria e Francia (dove però c’è una tassazione del lavoro più bassa). Fatta la somma, la pressione tributaria complessiva sulla busta paga media di un italiano è pari al 46,5% del costo del lavoro, ed è più alta solo in Germania, Belgio, Austria e Francia. Così l’Italia occupa la posizione numero 19 nella graduatoria del costo del lavoro: con un valore di 39,9 siamo quasi alla metà della Germania (61,6) e di gran lunga sotto la Francia (51,2). Anche se negli anni il nostro Paese non pare proprio che sia riuscito a sfruttare questo vantaggio competitivo.

Sul banco degli imputati, allora, vanno pure le imprese ed il sistema dell’istruzione. E anche qui è l’Ocse ad illuminare con luce tetra la situazione del nostro Paese, uno dei pochi al mondo dove una laurea non garantisce affatto salari dignitosi e dove le imprese sembrano assai poco disposte a premiare la manodopera più qualificata. E le donne. Anche se sono dei geni.

Tra il 1998 ed il 2004 in Italia il differenziale di stipendio tra un lavoratore laureato ed uno che ha fatto solo la scuola dell’obbligo, è diminuito del 6,2%, del 5% se si considerano i lavoratori con il diploma di scuola secondaria superiore. È, ancora una volta, la flessione più consistente che si è registrata tra i 22 Paesi più industrializzati del mondo. Ma non è l’ultimo record negativo, perché a parità di livello di istruzione con gli uomini, le donne italiane sono quelle che guadagnano meno di tutte rispetto agli altri Paesi industrializzati del mondo. In media, il 50% in meno.


Mario Sensini
04 gennaio 2010



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Montreal, bara d'oro e corteo a Little Italy per il capomafia Nick Rizzuto

Corriere della Sera


Il boss era stato ucciso il 28 dicembre da un uomo armato.
Folla ai funerali



I funerali di Rizzuto (Ap)

 MONTREAL - Nick Rizzuto è stato sepolto in una bara d'oro dopo che il feretro è stato portato in corteo per le strade della Little Italy di Montreal. I media locali - pochi giorni dopo la cerimonia - hanno pubblicato le foto dei funerali del figlio del capomafia Vito Rizzuto, ucciso il 28 dicembre da un uomo armato che lo ha avvicinato mentre era in piedi vicino a una Mercedes e ha esploso contro di lui diversi colpi d'arma da fuoco.

SERMONE - Tra imponenti misure di sicurezza, bocche cucite e ingresso vietato senza troppi complimenti ai giornalisti dal servizio d'ordine schierato intorno alla chiesa di Notre-Dame, il sermone è stato recitato in italiano. A parlare il solo Riccardo Padulo, amico di famiglia, che ha ricordato Rizzuto, 42 anni, come un «gentleman». «Agli occhi Dio è stata una bella persona e la folla ai funerali lo dimostra», ha aggiunto. Vito, il padre di Nick, sta scontando una condanna in un carcere del Colorado per estorsione e omicidio e non era presente alla cerimonia.

04 gennaio 2010




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Impiccato manichino raffigurante Obama, indaga la Cia

Quotidianonet

La macabra messinscena è stata eseguita nella cittadina di Plains, nello Stato meridionale della Georgia, città natale di Jimmy Carter e dei movimenti ispirati alle ideologie razziste e violente, come il famigerato Ku Klux Klan

Plains, Georgia (Stati Uniti), 4 gennaio 2009

I servizi segreti americani stanno indagando sul ritrovamento di un manichino rappresentante il presidente degli Stati Uniti Barack Obama impiccato a un edificio della cittadina di Plains, nello Stato meridionale della Georgia. 


Secondo il portavoce dei servizi, Ed Donovan, un grosso manichino nero è stato trovato sabato mattina pendente da un edificio di Main Street. Plains è un un piccolo paese ignoto alle cronache, tranne che per il fatto di essere la città natale dell’ex presidente democratico Jimmy Carter. 


La macabra messinscena è stata filmata da Tv locali che mostrano il manichino che pende da una forca di fronte a un cartello rosso-bianco-blu (i colori della bandiera americana, ndr) che annuncia con orgoglio “Plains, Georgia: patria di Jimmy Carter, il nostro 39mo presidente”. Secondo un testimone, il manichino recava attaccato il nome di Obama, circostanza che i pompieri non hanno potuto confermare. 

La Georgia è uno degli ex Stati sudisti e schiavisti che persero la guerra di secessione nel 1865. Da allora in diversi Stati del Sud sono apparsi movimenti ispirati a ideologie razziste e violente, come il famigerato Ku Klux Klan.




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De Magistris, il fallito di successo

di Vittorio Sgarbi


Da pm ha sempre perso: ma i continui stop a quei processi inventati gli hanno permesso di vestire i panni della "vittima dei potenti".

E vincere così un posto a Bruxelles nell'Idv

 
Su cosa si misura il successo di un uomo? Su quello che ha fatto. Successo è una parola eufonica, che trasmette un’emozione positiva, che indica il buon risultato dell’azione di una persona determinata. Che ha successo, dunque. Ma è una parola strana, trattandosi di un participio passato sostantivato. Successo discende da succedere. Avere successo non vuol dire altro che è successo qualcosa. Successo, appunto, è quello che è successo. Avendo letto ieri mattina le dichiarazioni di Luigi De Magistris su Berlusconi, inique e preconcette, con l’irritazione mi è venuto immediatamente da pensare, come ogni volta che sento un moralista: da che pulpito parla questo? Cosa ha fatto De Magistris?

L’unica cosa che gli è riuscita è quella che contesta a Berlusconi: fare politica. Avendo ottenuto consenso non per quello che ha fatto ma per quello che non ha fatto, o che ha fatto male. Berlusconi ha raccolto consenso attraverso l’immagine. E De Magistris ha fatto lo stesso attraverso un procedimento più inquietante e pericoloso. Per spiegarlo devo risalire a un reato che non esiste, ma che mi fu configurato, negli anni in cui polemizzavo con Di Pietro e con i magistrati di Mani pulite, da un loro amico e collega, contiguo e indipendente: Italo Ghitti, celebre gip che, in numerose occasioni (credo non sempre), ratificava le richieste di arresto dei pubblici ministeri di Milano. 

Al culmine dell’azione del più facinoroso di loro, Di Pietro appunto, che si configurò nell’epico scontro con Craxi indicando le due polarità del buono e del cattivo sul modello di Davide e Golia o (nella mentalità più infantile del Di Pietro) di Ginko e Diabolik, Ghitti mi confidò: «Lei, pur nella sua esuberanza, talvolta dice cose condivisibili, ma rimprovera a Di Pietro e ai suoi comportamenti in astratto non emendabili, sulla base delle inchieste o delle dichiarazioni di collaboranti (magari indotti a parlare con la tattica degli arresti). 

Per essere più efficace dovrebbe rimproverare a Di Pietro il reato più evidente, anche se non formalmente contemplato dal codice: quello di “corruzione di immagine”. Chiesi chiarimenti. Mi disse (erano i giorni in cui Di Pietro annunciava il suo abbandono della magistratura, misterioso per molti, ma chiarissimo in questa luce), che gran parte delle azioni spettacolari di Di Pietro erano finalizzate a ottenere, per contrasto con la presunta o acclarata disonestà dei potenti, consenso affermando la propria purezza, la propria differenza. Io mostro che Craxi è un ladro, e prendo il suo posto. Così è andata. E così sempre di più appare affermata la posizione politica di Di Pietro rispetto al Partito democratico, nelle stesse forme del Psi di Craxi rispetto alla Dc e anche (nella logica dei due forni, fortemente limitata oggi dal bipolarismo) al Pci. La diagnosi, e ancor più, la previsione di Ghitti, appaiono oggi impeccabili. 

Ma se l’accusa di ipotetico reato di «corruzione di immagine», e cioè di inchiesta fatta per mettere in cattiva luce l’antagonista e occuparne lo spazio politico, vale per Di Pietro, massimamente vale per le inchieste e la carriera di magistrato di Luigi De Magistris. Non solo i gravi rilievi contestati dal Csm (e puntualmente confutati da De Magistris), ma l’analisi di tutte le indagini e di tutta l’attività inquirente (con grandi teorie di complotti, P2, massoneria et ultra) porta alla conclusione che nessuno dei perseguiti (per non dire perseguitati) da De Magistris è stato condannato. Archiviazioni, assoluzioni, non luogo a procedere: un’impressionante quantità di fallimenti dopo un grande rumore e spettacolari coinvolgimenti sostenuti dalla grancassa di una televisione asservita al mito dell’eroe solitario e ostacolato da poteri occulti. 

In realtà presunzioni, insensatezze, sparate accompagnate da un vittimismo televisivo e dal fuoco amico dei Travaglio e dei Santoro. Gli spari hanno procurato feriti, fortunatamente non morti (come è capitato con le inchieste di qualche altro magistrato), ma sono stati i clienti di De Magistris, Prodi, Mastella, Loiero, Cossiga, Sanza, Luongo, Bubbico, De Filippo sul versante prevalente della politica; mentre il collega Vanesio di De Magistris, Henry John Woodcock, si occupava del mondo dello spettacolo, indagando e arrestando illustri personaggi come Vittorio Emanuele di Savoia, Fabrizio Corona, Lele Mora, Flavia Vento, Francesco Totti, Elisabetta Gregoraci, Cristiano Malgioglio.
Insomma, star della politica e dello spettacolo, trasformando Catanzaro e Potenza in capitali dell’azione giudiziaria. 

Altro che Palermo e Milano. Potenza della noia. Desiderio di successo. Fallimento assoluto delle indagini. Il compito di un magistrato dovrebbe essere, nel desiderio dei cittadini onesti, l’individuazione dei colpevoli. L’obiettivo di De Magistris sembra essere stato quello di creare dei casi, di inventare dei colpevoli importanti e di fare la vittima. Ottenendo l’applauso dei cittadini che odiano i potenti, e godono nel vedere abbattuti i palazzi. Sarebbe interessante di fronte alla mancanza di responsabilità diretta del magistrato per le sue indagini sbagliate, sentire l’opinione dei parenti delle vittime, per esempio della moglie del senatore Bubbico, che vorrebbe ottenere risarcimento dopo l’infondato sputtanamento. Ma De Magistris non paga. Quello che non può più fare con le inchieste fa con le parole. È un fallito. Ma un fallito di successo.




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Carroccio maestro di finanza. L’Idv fa fortuna coi titoli di Stato

di Gian Maria De Francesco

La Lega Nord nei conti correnti accumula 17,5 milioni di euro. E la "Pontida Fin" registra 12 milioni in immobili. Il movimento di Di Pietro investe su obbligazioni Sanpaolo, Bot e Cct. Le sedi sono quasi tutte dell'ex pm





Roma - Per quanto politicamente diversi, Umberto Bossi e Antonio Di Pietro hanno una caratteristica in comune: l’ottimo andamento economico dei rispettivi partiti. Una circostanza che non si desume solo dai conti del 2008, ma dalla notevole liquidità accumulata dal Carroccio e dall’Italia dei Valori. La Lega, infatti, ha in cassa circa 17,5 milioni di euro, quasi tutti su conti correnti bancari. Il partito dell’ex Pm, oltre ad avere una disponibilità di 3,3 milioni, può contare su immobilizzazioni finanziarie per 2,5 milioni. 

Queste ultime non rappresentano quote societarie come per la maggior parte dei partiti, ma sono rappresentate da 2 milioni di Buoni ordinari del Tesoro e da 400mila euro di obbligazioni del Sanpaolo e da quote di fondi. Un investimento simile lo aveva effettuato pure il Partito Democratico, che nel 2008 aveva messo oltre 19 milioni al sicuro in titoli di Stato. L’ex segretario Dario Franceschini decise di ricorrere a quella «discreta» somma per le Europee e le amministrative dell’anno scorso. 

Chi ha soldi in cassa cerca sempre il rendimento sicuro. Lo hanno fatto pure la Margherita (380mila euro in gestioni patrimoniali Ras) e il comunistissimo Pdci, che nel 2008 ha dovuto liquidare causa rovesci elettorali 1,1 milioni di fondi di investimento conservando solo 225mila euro. 

Insomma, Tonino Di Pietro quando si tratta di denari non ha nulla da imparare. Anzi, se si considera che - eccezion fatta per la sede romana di via di Santa Maria in Via (appartenente a Inarcassa) - le sedi Idv di Milano e di Bergamo sono di proprietà dell’ex Pm, si può comprendere come il partito, in fondo, sia una fonte di reddito anche per il presidente. 

Infatti, nei 195mila euro di spese per godimento di beni di terzi (voce alla quale si computano i canoni di locazione) c’è sicuramente anche l’affitto dell’appartamento di via Casati a Milano, che funge da sede nazionale ed è intestato alla An.To.Cri., l’immobiliare di Di Pietro intitolata con le iniziali dei nomi dei tre figli.

Per la sede di Bergamo, il tesoriere Silvana Mura, fedele braccio destro del leader unico, ha ribadito nel rendiconto quanto sia «diventata ancor più necessaria a causa del rilevante numero di parlamentari della Lombardia». 

Malumore di qualche iscritto? Può darsi, visto che quasi nessun partito nei propri bilanci giustifica la scelta di una sede o di una sezione locale. Comunque Di Pietro & C. hanno chiuso il 2008 con un avanzo di gestione di 14,6 milioni e un patrimonio di 28 milioni. È terminato con una redditività del 50% il penultimo esercizio caratterizzato dal vecchio statuto con il quale «associazione» (dei fondatori dipietristi) e «partito» si mescolavano. Dal mese scorso il nuovo statuto è un po’ meno «familista» anche se per la fedelissima Mura c’è sempre la possibilità di restare tesoriera a vita. 

Discorso diverso per la Lega Nord. Come altri partiti tradizionali, ha riunito le proprietà immobiliari in una società-veicolo ad hoc con un nome che più bossiano non si può. È la Pontida Fin che tra le immobilizzazioni materiali ha registrato terreni e fabbricati per oltre 12 milioni di euro. Anche se ha chiuso con una modesta perdita, Pontida Fin valorizza i propri immobili e ha registrato ricavi per oltre 900mila euro. A differenza delle società immobiliari di An che fino al 2008 hanno concesso le sedi in comodato gratuito ai circoli (ma con la Fondazione An tutto cambierà). Non solo gestione oculata per il Carroccio, ma anche tanti mattoni sui quali costruire un solido futuro.




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Fini fa sparire le case come Di Pietro

di Gian Maria De Francesco

Il patrimonio immobiliare di An confluirà in una fondazione. Come fece l’Idv con la società An.to.cri. Intanto ai partiti arriva il "regalino" annuale dei rimborsi elettorali: 121 milioni per le Politiche 2008, un euro per elettore a chi supera l'1%. Bilanci in attivo: Carroccio maestro di finanza, l'Idv fa fortuna coi titoli di Stato 

 




Roma - Gianfranco Fini come Antonio Di Pietro? Gianfranco Fini come Piero Fassino? Non sono paradossi, ma è la realtà. La gestione degli immobili della «vecchia» Alleanza nazionale, evidenzia il rendiconto 2008, assomiglia parecchio a quella dell’Italia dei Valori e dell’ultima fase dei Ds. Il trend è quello seguito oramai da parecchi partiti: far confluire in società ad hoc il patrimonio immobiliare per poterlo gestire meglio. 

È singolare, tuttavia, che il secondo pilastro del Pdl, alla vigilia del matrimonio con Forza Italia, abbia seguito un percorso simile a quello di due formazioni del centrosinistra spostando gli attivi su un ramo parallelo. Una strada già seguita dalla formazione dell’ex magistrato che affitta i «suoi» appartamenti all’Idv. L’affinità maggiore è però con i Democratici di Sinistra che, prima delle nozze con la Margherita, hanno fatto confluire l’ingente patrimonio immobiliare dell’ex Pci in fondazioni, alcune delle quali affittano i locali proprio al Pd. Una strada che si appresta a seguire pure An. 

Fusione fredda/1. Alla nascita del Popolo della libertà i due sposi, Fi e An, non sono arrivati nelle stesse condizioni. I «finiani», che hanno elargito al nuovo partito 6 milioni, chiudono con un avanzo di 10,3 milioni, una liquidità di 30,6 milioni di euro (la maggiore tra tutti i partiti italiani) e un patrimonio netto positivo per 38 milioni. Formalmente non risultano immobili perché sono confluiti dai tempi dell’Msi in tre società: Italimmobili, Immobiliare Nuova Mancini e Isve. 

Le prime due contano circa 5 milioni di euro immobilizzati in terreni e fabbricati. Sono le storiche sezioni che la Fiamma comprava perché nessuno gliele affittava. E 5 milioni non sono pochi, perché i cespiti sono iscritti a costo storico. Denaro e immobili passeranno alla nuova Fondazione An, guidata dal finiano di ferro Donato Lamorte, che ha prolungato il tesseramento a marzo 2010. La formazione berlusconiana ha investito pesantemente, contribuendo con 40 milioni al nuovo partito. 

Nel rendiconto 2008 sono riportati i 161 milioni di ricavi per competenza che dovrebbero ritornare dai rimborsi della legislatura. Il debito bancario sfiora i 106 milioni e il patrimonio netto è positivo per 6 milioni grazie alla favorevole computazione dei ricavi. Non sorprende che Sandro Bondi nell’ultima relazione inviti tutti quanti a un «percorso condiviso» per rafforzare «l’autonomia» del Pdl. A via della Scrofa non avranno sentito. 

Fusione fredda/2. D’altronde anche il Pd è nato da un’esperienza simile. I Ds, accusavano i detrattori margheritini, hanno messo le mani sul patrimonio. E infatti il Pd si regge sui suoi rimborsi e non ha immobili a disposizione, mentre 2.400 immobili dei Ds - del valore di almeno 500 milioni - sono finiti nelle varie fondazioni messe su in fretta e furia dal tesoriere diessino Ugo Sposetti. Ai vecchi Ds, nel 2008, era rimasto solo un milione e mezzo di immobili a fronte di un debito bancario di 172 milioni. Curioso che i due ex partiti alla fine del 2008 potessero contare su oltre 30 milioni di liquidità mentre il Pd aveva a disposizione solo 900mila euro. In questo caso a via della Scrofa hanno tenuto le orecchie aperte. 

Politica spa. Questi fenomeni continueranno a essere possibili fino a quando «Politica spa» sarà una delle aziende più prolifiche del panorama «imprenditoriale» italiano, un’impresa la cui redditività non dipende direttamente dalla sua capacità di stare sul mercato, ma dalle elargizioni dello Stato, cioè dei cittadini, nei suoi confronti. 

Solo in questo modo si possono spiegare i circa 121 milioni di euro «rastrellati» sotto forma di rimborsi dalle otto principali formazioni che hanno partecipato alle elezioni politiche del 2008. Il totale poi supera i 160 milioni se si considerano i singoli partiti, che due anni fa si presentarono in coalizione o confluirono nelle due maggiori formazioni, Pdl e Pd. E che continuano a incassare i rimborsi delle elezioni 2006 e delle varie amministrative. 

Certo, finché i partiti continueranno a ricevere il quintuplo di ciò che effettivamente spendono, come segnalato recentemente dalla Corte dei Conti, questa tendenza è destinata a proseguire. Non è tuttavia edificante che le associazioni politiche, anche in un anno di crisi come il 2008, abbiano potuto sedersi su una montagna di liquidità, denaro sonante immediatamente disponibile, di oltre cento milioni di euro, circa 200 miliardi di vecchie lire. Somme che in alcuni casi vengono utilizzate per acquistare titoli di Stato con il beffardo effetto che la Repubblica paga i partiti due volte: con i rimborsi e con gli interessi su Bot e Cct.

Un fiume di soldi. Ai soldi pubblici si aggiungono quelli più o meno privati. Le contribuzioni di singoli e società ai partiti sono ammontate nel 2008 a oltre 100 milioni di euro. Quaranta volte più delle quote associative, che si sono fermate a 2,5 milioni di euro. In alcuni casi i finanziamenti provengono da deputati, senatori o dai gruppi parlamentari che a loro volta li ricevono dalle rispettive Camere. In altri sono frutto di lobbying: imprese metalmeccaniche che finanziano tanto Fi quanto il Pd, televisioni private come Sei tv che elargiscono finanziamenti a Fi, Lega e Idv. Tanto, fino a 103mila euro si può detrarre il 19% dei finanziamenti. La politica conviene, ai cittadini un po’ meno.






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Dubai, un grattacielo da record del mondo E' alto più di 800 metri

Quotidianonet

Ma l'altezza ufficiale verrà rilevata al momento dell'inaugurazione. Il numero di piani abitabili dovrebbe essere 162. La struttura è costata 4,1 miliardi di dollari



Dubai, 3 gennaio 2009


E' alto 818 metri, almeno secondo la stima più accreditata, in pratica due volte e mezzo la Tour Eiffel. Ma l'altezza ufficiale del grattacielo più alto del mondo, il Burj Dubai, verrà rilevata solo domani, al momento dell'inaugurazione. L’avveniristica struttura, cattedrale nel deserto dei cantieri bloccati dalla crisi, aveva superato già il 5 febbraio i 500 metri, sorpassando di fatto l’edificio rivale, il Taipei 101 a Taiwan. Ma i costruttori del Burj, l’Emaar Properties, sono alla caccia di un record e non si sono fermati lì. Il piano d’osservazione, al 124esimo piano, sarebbe a sua volta un record. Il Burj Dubai batterebbe così anche la Cn Tower di Toronto e l’antenna KVLY-TV mast nel Nord Dakota. Il numero di piani abitabili dovrebbe essere 162. La struttura è costata 4,1 miliardi di dollari.

Ecco gli altri numeri del colosso di Dubai. La struttura è visibile a 95 chilometri di distanza, la visibilità panoramica arriva fino a 80 chilometri. Per pulire le vetrate dell'edificio sono necessarie dalle sei alle otto settimane. Gli operai impiegati al culmine dei lavori sono stati circa 12 mila. Per costruirlo sono stati necessari 330 mila metri cubi di cemento e 31 mila e 400 tonnellate di acciaio. I tempi di realizzazione hanno superato i cinque anni, dal 21 settembre 2004 al 4 gennaio 2010.





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