martedì 5 gennaio 2010

Svelato a Dubai il grattacielo dei record: i numeri

La Stampa


Il Burj Khalifa, l'edificio più alto del mondo, è stato inaugurato oggi a Dubai.
Alla cerimonia era presente lo sceicco Mohammed Bin Rashid Al Maktoum, che ha festeggiato il suo quarto anniversario dall'ascesa al trono dell'emirato arabo.




Fotogallery


Con i suoi 828 m di altezza, il Burj Khalifa, è visibile a 95 km di distanza e supera di oltre 300 metri il Taipei 101, l'edificio più alto fino a questo momento. Progettato dal britannico Adrian Smith e costruito in tempi record, soltanto 5 anni e tre mesi, l'edificio vanta 344mila metri quadrati di superficie, 49 piani di uffici, mille appartamenti distribuiti su 61 piani e 18 piani riservati all'Hotel Armani, primo hotel disegnato interamente dallo stilista italiano.

Il costo iniziale dell'edificio era di un miliardo di dollari, lievitato però fino a raggiungere la cifra di 4,1 miliardi.  Nelle intenzioni delle autorità locali, l'evento dovrebbe rilanciare l?economia di Dubai, dopo la crisi finanziaria delle settimane scorse e il tracollo evitato in extremis grazie ad un megaprestito delle banche di Abu Dhabi.

Durante la cerimonia di inaugurazione, alla quale hanno partecipato 60mila ospiti, lo sceicco Al Maktoum ha tenuto un breve discorso e in seguito ha scoperto una targa che dedica la torre allo sceicco Khalifa bin Zayed-Nahyan, rinominando l?edificio Burj Khalifa. Khalifa bin Zayed-Nahyan era lo sceicco di Abu Dhabi ed è sempre stato molto vicino allo sceicco Al Maktoum.

La cerimonia ha visto una serie di spettacoli con balletti tradizionali arabi, paracadusti con la bandiera degli Emirati Arabi Uniti e orchestra e fontane che sprigionavano spettacolari giochi d'acqua.



Powered by ScribeFire.

Germania, "bug" informatico col 2010 Bloccate 20 milioni di carte di credito

La Stampa


La falla nel software dei microchip
BERLINO

Un "bug" informatico legato alla data del 2010 ha reso inutilizzabili oltre 20 milioni carte di credito e di debito in Germania. A rivelare le dimensioni di un problema che dall’inizio dell’anno provoca non pochi disagi per l’intero settore del credito, è stata oggi l’associazione tedesca delle casse di risparmio e delle casse di compensazione (Dsgv), spiegando che molte delle carte bloccate sono legate al circuito Eurocheque (Ec). La falla si troverebbe nel software dei microchip delle stesse carte, che non riuscirebbero così a "leggere" la nuova data.

La commissione bancaria Zka si aspettava di correggere entro oggi questa sorta di Millenniun Bug a scoppio ritardato, ma a quanto pare non è stato possibile rispettare questa scadenza. Tra le banche più colpite ci sono la Postbank e la Commerzbank. Un portavoce di quest’ultima, vale a dire la seconda principale banca commerciale tedesca, ha detto comunque che il problema è stato risolto per «gran parte» degli sportelli automatici dell’istituto. Solo in alcuni casi, ha aggiunto, non vengono ancora riconosciute le nuove carte Ec e il bug non riguarda comunque i clienti titolari di carte di credito.




Powered by ScribeFire.

Polonia: agli ex comunisti pensioni tagliate del 50%

Corriere della Sera


Il generale Jaruzelski, 86 anni, ha visto dal 1° gennaio la sua pensione passare da 2.100 euro mensili a 1.050

 

Il generale  Wojciech Jaruzelski
Il generale Wojciech Jaruzelski
A partire dal 1° gennaio, 40 mila ex comunisti polacchi si sono visti ridurre la loro pensione del 50%. La legge governativa prevede una «misura punitiva nei confronti di coloro che mantennero un sistema di potere inumano». Tra i «puniti» la principale figura di spicco è il generale Wojciech Jaruzelski di 86 anni che vedrà la sua pensione passare da 2.100 euro mensili a 1.050.

Nell'inverno del 1989 Jaruzelski diede inizio ai cosiddetti dibattiti della «Tavola Rotonda» in modo da passare gradualmente il potere a Solidarnosc. Eletto presidente della repubblica, il generale formò un governo di coalizione con Solidarnosc stessa. Nel 1990 gli succedette Lech Walesa e Jaruzelski si ritirò a vita privata.

40MILA PERSONE - Come scrive l'inglese Telegraph, il provvedimento riguarderà circa 40 mila ex comunisti (uomini e donne) di cui molti erano agenti della polizia di Stato o degli apparati di sicurezza. Nonostante il taglio del 50%, alcune forze politiche polacche sostengono che le pensioni degli ex comunisti sono ancora troppo alte, considerato che un medico riceve una pensione di circa 400 euro al mese. È ovvio, però, che ben pochi dei 40 mila avevano pensioni «alte» come quella di Jaruzelski. L'Alleanza della sinistra democratica (partito degli ex comunisti) ha fatto sapere che porterà la legge sui tagli all'esame della Corte Costituzionale perché ritiene che questa legge sia un'imposizione collettiva che non tiene conto di presunti e specifici reati individuali.

I KACZYNSKI - La legge sulle pensioni rientra nel quadro della «guerra al comunismo» che vede i prima fila i gemelli Lech e Jaroslaw Kaczynski, rispettivamente presidente della repubblica e capo del partito Diritto e giusitzia nonché ex primo ministro. Una delle ultime misure è stata la legge varata nel dicembre 2009 che proibisce il possesso o l'esposizione dei simboli comunisti quali falce, martello, bandiera rossa. In Polonia, dunque, è vietato indossare anche una maglietta con l'immagine, per esempio, di Che Guevara.

L'articolo 256, paragrafo 2, di detta legge recita: «Viene privato della libertà fino a due anni chi propaganda, produce, importa, affitta, immagazzina, presenta, trasporta o invia oggetti contenenti simboli o recanti simboli comunisti». A ben vedere, la lotta al comunismo dei gemelli Kaczynski ha obiettivi anche economici, oltre a quelli ideologici: cercare di influenzare altre nazioni della Ue nell'opposizione al North Stream, ovvero il gasdotto russo-tedesco che porterà il gas in Europa passando dal Baltico. Adesso, in Polonia si parla di abbattere il «Palazzo della cultura» di Varsavia. Il motivo? Fu regalato da Stalin in nome dell'eterna amicizia tra i russi e i polacchi.


Paolo Torretta
05 gennaio 2010



Powered by ScribeFire.

F1: Briatore assolto dalla corte di Parigi

Corriere della Sera

L'ex team manager della Renault ha visto annullata la squalifica a vita inflittagli dalla Fia

Flavio Briatore (Ansa)
Flavio Briatore (Ansa)
PARIGI (FRANCIA)
- Flavio Briatore ce l'ha fatta. L'ex team principal della Renault ha visto annullato dal tribunale di Grande Istanza di Parigi, la squalifica a vita inflittagli dalla Fia (la Federazione internazionale dell'automobilismo) per il cosiddetto «Singaporegate», contro la quale aveva presentato ricorso. La giustizia francese ha giudicato «irregolare» la decisione della Fia, presa lo scorso 21 settembre, di squalificare a vita l'ex direttore della scuderia Renault. Secondo la Fia Briatore organizzò proprio durante il Gp di F1 di Singapore del 2008 l'uscita di strada di Nelson Piquet jr, per far entrare in pista la safety car e quindi favorire l'altro pilota della Renault Fernando Alonso che avrebbe poi vinto la gara.

RICORSO - Briatore si era rivolto al Tribunale di Grande Istanza di Parigi lo scorso 24 novembre, chiedendo la sospensione della sua radiazione e un milione di euro di danni alla Fia. Per quanto riguarda però proprio la richiesta di un risarcimento di un milione di euro per danni alla sua immagine, il tribunale di Parigi ha assegnato a Briatore solo 15.000 euro a titolo di compensazione dei danni subiti. Oltre a Briatore, che come detto, si è rivolto con successo alla giustizia ordinaria, la Fia ha punito anche Pat Symonds: l'ex direttore tecnico della Renault è stato squalificato per 5 anni.


05 gennaio 2010







Powered by ScribeFire.

Trova libretto di risparmio con cento lire del 1907 Ora chiede 500mila euro

di Redazione

Gli eredi della signora Ida Giovanna Mantelli, che nel 1907 depositò cento lire in banca, hanno trovato il libretto di risparmio e chiedono, tra rivalutazione e interessi, mezzo milione di euro

 




Genova - Correva l'anno 1907... ben 103 anni fa. Il 1° maggio, per l'esattezza. Una giovane donna di 26 anni, Ida Giovanna Mantelli, entra in banca (la festa dei lavoratori non esisteva ancora e quel giorno era feriale) e deposita ben cento lire su un libretto di risparmio. Tasso di interesse del 3,50%, come scritto sul libretto n. 0069 della Banca Popolare di Sampierdarena, agenzia di Bolzaneto. Passano gli anni, anzi i decenni. Alla veneranda età di 103 anni compiuti la signora Ida muore (è il 7 giugno 1984) nominando con un testamento olografo erede universale la pronipote Umiltà Morazzini, classe 1927, originaria di Siena. Passano vent’anni circa e la signora Umiltà raggiunge la compianta prozia (è il 20 agosto 2001). Umiltà Morazzini lascia eredi i due figli Aldo e Maria Grazia. 

Il libretto ritrovato Trascorrono 9 anni e nel settembre 2009 Aldo ritrova in un cassetto della vecchia casa della "pro-prozia" il vecchio libretto del 1907 con le 100 lire depositate. Si consulta con la sorella Maria Grazia, fanno due rapidi calcoli e poi accusano un leggero malore: la cifra di 100 lire, tra rivalutazione ed interessi si è moltiplicata in oltre 500mila euro. Gli eredi hanno dunque deciso di agire legalmente - a mezzo degli avvocati Anna Orecchioni e Giacinto Canzona - al fine di recuperare l’ingente somma presso la Banca d’Italia visto che anche la Banca Popolare di Sampierdarena è ormai solo sui libri di storia.




Powered by ScribeFire.

I vigili rubano il posto a una disabile

Corriere del Mezzogiorno

Il caso a Manduria, nel Tarantino.
L'auto parcheggiata sulle strisce gialle. «Le ho ottenute dopo cinque anni»





TARANTO - Da tutti se l’aspettava di vedersi occupato il posto riservato ai disabili come lei. Ma non dai vigili urbani. «Invece sono proprio loro, ogni mattina, che parcheggiano con l’auto di servizio nel rettangolo con le strisce gialle e il contrassegno dei portatori di handicap». La denuncia è di Gabriella Lazzaris, una quarantaduenne dipendente del comune di Manduria costretta da cinque anni a vivere in carrozzella per gli esiti di un incidente stradale. L’impiegata che ogni giorno deve superare le solite barriere architettoniche per recarsi sul proprio posto di lavoro, ha sopportato sino a ieri l’ennesima offesa alla sua disabilità. Ad occupargli l’unico posto auto che la sede comunale riserva a quelli nelle sue condizioni, non è il solito «furbetto» che utilizza il tagliando arancione di un parente per non pagare la sosta nelle strisce blu. Questa volta ad infrangere le regole, sostando in una zona di divieto, è addirittura il furgone della polizia municipale.

Documento fotografico alla mano, la signora non si lascia intimorire e denuncia pubblicamente l’abuso. «Mi chiedo - dice - se i vigili hanno il dovere di multare chi parcheggia in sosta vietata, allora a chi tocca elevare la multa quando sono loro a commettere la violazione?». Una domanda sacrosanta che dovrebbe trovare risposta in chi dirige il corpo di polizia della città di Manduria che di spazi riservati ai propri automezzi ne ha a sufficienza.

«Basta spostarsi dall’altra parte del municipio, ma loro non vogliono fare due passi a piedi così costringono me a sforzi che nemmeno si immaginano», insiste la signora in carrozzina che se la prende soprattutto perché quel posto se l’è sudato eccome. «Dopo cinque anni di estenuanti richieste - racconta Gabriella -, finalmente tre settimane fa sono riuscita a far tracciare le strisce gialle con lo stemma della sedia a rotelle nel parcheggio interno dove lavoro. Il minimo che potevano fare - dice -, due strisce per uno spazio stretto che non è nemmeno a norma; ed ora, cosa scopro? - insiste la signora - che sono proprio loro ad appropriarsene. Ma dov’è la logica, dove la giustizia?».

La combattiva dipendente dell’ufficio cultura del comune di Manduria che vive separata dal marito con due figlie ancora minorenni, si è già fatta promotrice di una proposta provocatoria, non accolta da nessuno, rivolta a tutti i suoi colleghi. «Ho chiesto loro di trascorrere un’intera giornata lavorativa stando su una carrozzella come la mia: un solo giorno e capirebbero una piccolissima parte di quello che si può provare lavorando in queste condizioni». Perché la mancanza del posto auto è solo uno degli impedimenti architettonici che la disturbano.

Il tragitto che deve percorrere per entrare nel suo ufficio non è adatto a chi si sposta su ruote perchè il pavimento è lastricato con chianche sconnesse di pietra usurata dal tempo; la porta della sua stanza è di quelle normali che si chiudono e aprono dall’interno per cui ogni volta ci deve essere un collega ad alzare il saliscendi e spalancare completamente l’uscio. Ma il colmo sono i servizi igienici: assenti. «Praticamente non ho un bagno perché quello chimico che hanno messo fuori esposto al pubblico, non è praticabile per una in carrozzella per cui qualcuno ha avuto il pudore di mettere il cartello con la scritta "guasto"». E quando capita di averne bisogno? «Devo trovare la disponibilità di un collega che mi accompagni a casa altrimenti vi lascio immaginare».

Nazareno Dinoi
05 gennaio 2010



Powered by ScribeFire.

Il monumento ai garibaldini, mostro incompiuto da 50 anni

Corriere della Sera


Progettato nel 1960, doveva celebrare lo sbarco dei Mille a Marsala





C’è il cadavere cementizio di un poderoso monumento, a Marsala, che testimonia in modo agghiacciante quale sia il rispetto del nostro Paese per la sua storia. È dedicato a Garibaldi e ai Mille, fu immaginato dopo la sbarco, promesso ai tempi del Duce, progettato per il centenario del 1960, iniziato con la posa della prima pietra da Craxi 24 anni fa, bloccato perché totalmente abusivo, sbloccato, ri-bloccato e abbandonato alle erbacce. Abbiano pietà: lo abbattano. Sempre meglio le ruspe che avere sotto gli occhi un mostro di calcestruzzo che insulta l’Unità d’Italia.

Cosa sia oggi quel catafalco lo dicono le foto che pubblichiamo, del quotidiano on line Marsala.it diretto da Giacomo Di Girolamo: uno scheletro incompiuto di blocchi, pilastri, vasche di cemento armato il cui materiale, probabilmente peggiore di quello usato per l’ospedale di Agrigento (che doveva essere sgomberato perché pericolante mesi fa) è stato via via divorato dal tempo e dalla salsedine e dalle erbacce e ricoperto di coloratissimi e orrendi graffiti. Il tutto con l’aggiunta di mucchi di immondizia, cartacce e topi morti che hanno ridotto il contenitore a una oscena discarica.

Fosse vivo, Giuseppe Garibaldi imbraccerebbe lo schioppo. E avrebbe ragione. Le vicende di quell’orribile manufatto «artistico» sono una sintesi di quanto ci fa talvolta arrabbiare l’Italia: megalomania, approssimazione, litigiosità, ottusità burocratica, contrapposizione di poteri, indifferenza per i tempi, disprezzo per il buonsenso...

Cominciò tutto tantissimo tempo fa. Quando le autorità locali presero a sognare un monumento che ricordasse la cosa che, insieme con il vino liquoroso, rende celebre la cittadina: lo sbarco dai vapori Piemonte e Lombardo, la mattina dell’11 maggio 1860, dell’Eroe dei due mondi e dei suoi volontari decisi a cogliere l’occasione delle fibrillazioni anti-borboniche per tentare di travolgere il Regno delle Due Sicilie e arrivare all’Unità d’Italia.

Quali progetti fossero i progetti iniziali non sappiamo. Certo è che già negli anni Venti lo scultore Ettore Ximenes, un grande della sua epoca autore di un altro paio di Garibaldi eseguiti per Pesaro e Milano nonché di opere sparse per il mondo come la statua di Dante a Philadelphia, aveva già consegnato al comune il basamento in granito per un monumento rimasto però solo allo stadio di progetto.

Altri decenni di pensamenti e ripensamenti, finché non viene presa la solenne decisione: per il centenario dello sbarco dei Mille, il monumento deve essere pronto. Macché, arriva e passa anche quella ricorrenza. Lasciandosi dietro solo un progetto grandioso firmato dall’architetto Emanuele Mongiovì: «Due poppe di nave, in travertino e a grandezza quasi naturale, che si fondono in una sola prua a ricordare i due bastimenti dell’impresa, il Piemonte e il Lombardo, convergenti nell’unicità del Risorgimento». Misure: 70 metri di lunghezza per 26 di larghezza. Più «un albero maestro che si innalza per 47 metri». Più le vele: «Un panneggio marmoreo di 550 metri quadri. A prua, svettante per 5 metri, Giuseppe Garibaldi».

E i soldi? Altri due decenni di rinvii e il sindaco socialista della cittadina, Egidio Alagna, lancia nel 1981, centoventi anni dopo lo sbarco, una pubblica sottoscrizione per raccogliere un miliardo di lire: «Noi mettiamo i primi cento». Ma la Regione Sicilia, generosissima con tutti, stavolta non ci sta. E dopo aver già bocciato il finanziamento nella legislatura precedente, lo boccia di nuovo.

Ricorda la cronaca che gli oppositori addebitavano a Garibaldi «gli errori di uno stato accentratore, contro il quale la Sicilia avrebbe dovuto battersi sino al 1946 per ottenere lo statuto autonomistico» quindi un monumento a lui «per iniziativa della regione, significava negare quegli stessi valori che stanno alla base dell’autonomia».

Le stesse accuse che spingeranno nel 2008 il governatore Raffaele Lombardo a teorizzare che «l’Unità ci è costata violenza, sangue e miseria» e invocare la rimozione di tutti «i simboli di una impostura chiamata Unità d’Italia» e incitare «cancellare Cavour il piemontese, qualche siciliano come Crispi che fece sparare sul suo popolo e Nino Bixio, il carnefice di Bronte».

Appello sicilianista raccolto dal sindaco di Capo d’Orlando, Enzo Sindoni, che farà distruggere a martellate la targa «Piazza Garibaldi» lanciando un’invettiva contro il condottiero bollato come «un feroce assassino al servizio di massoneria e servizi inglesi». Fatto sta che a un certo punto, nei primi anni Ottanta, forti dall’avere a Palazzo Chigi un garibaldino come Bettino Craxi, i socialisti alla guida del Comune riescono a fare il colpaccio. Varano il progetto, trovano i soldi per partire e riescono addirittura a far venire il presidente del consiglio a Marsala per il via ai lavori. È il 14 giugno 1986. Caldo torrido. Sotto un sole furibondo Craxi esalta l’Eroe dei due mondi, posa la prima pietra e pronuncia le fatali parole: «Spero di poter collocare anche l’ultima».

Non l’avesse mai detto... Due anni dopo, la magistratura bloccava i lavori su denuncia della capitaneria di porto di Trapani: l’area prescelta era di proprietà del demanio marittimo e l’opera, nonostante fosse stata approvata dall’ufficio tecnico di Marsala il 15 maggio 1984, era abusiva. Poche settimane e un dispaccio Ansa diceva: «La capitaneria di porto di Trapani ha ingiunto al comune di Marsala di demolire, entro trenta giorni, il basamento costruito su terreno del demanio marittimo sul quale doveva sorgere il monumento-museo in ricordo dello sbarco dei mille di Garibaldi avvenuto nel 1860. Nell’ingiunzione la capitaneria scrive tra l’altro che se il comune non ottempererà all’invito sarà la stessa capitaneria a procedere d’ufficio ».

Sono passati, da allora, ventuno anni e mezzo. E mentre spuntavano ogni tanto nuovi appelli a sbloccare i lavori e nuove proposte per rendere il ciclopico manufatto più leggero (e se si rinunciasse alle vele? e se si facessero le vele di metallo invece che di granito? e se queste vele suonassero al vento?) lo scheletro del Monumento ai Mille è degradato, degradato, degradato. Finché, come fosse un evento inaspettato e sorprendente, qualcuno si è battuto sulla fronte: «Oibò! È già arrivato il centocinquantenario! » Vabbé, amen, pensiamo al bicentenario...

Gian Antonio Stella
05 gennaio 2010



Powered by ScribeFire.

Iran, attacco degli hacker al sito di Ahmadinejad

di Redazione

Il sito web ufficiale del presidente Mahmoud Ahmadinejad è stato colpito da un attacco di hacker riformisti.

Il messaggio che compare sulla homepage ricorda quello ricevuto da molti italiani a fine anno sul proprio telefonino



Teheran - L'opposizione al regime iraniano porta avanti la propria battaglia anche utilizzando l'abilità degli hacker. "Oh Dio, nel 2009 ti sei portato via il mio cantante preferito, Michael Jackson, la mia attrice favorita, Farrah Fawcett, il mio attore preferito, Patrick Swayze, la mia voce preferita, Neda. Per favore, ti supplico, non dimenticare nel 2010 il mio politico preferito, Ahmadinejad, e il mio dittatore preferito, Khamenei. Grazie". Questo il messaggio che compare stamane sul sito web ufficiale del presidente Mahmoud Ahmadinejad, colpito da un attacco da parte di hacker riformisti, come riferisce il blog "Enduring Freedom", che si occupa di politica estera degli Stati Uniti negli scenari più caldi del Medio Oriente.

Messagio "taroccato" Il messaggio rivolto al presidente Mahmoud Ahmadinejad e alla Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, non deve suonare nuovo a molti utenti italiani di telefonia mobile che, nel perido delle festività natalizie, si sono visti recapitare sul cellulare un testo simile, ma mirato a colpire altre personalità, sia del campo della politica che dello spettacolo.

Guerra tra hacker L’episodio dell’attacco al sito web di Ahmadinejad è l’ennesimo di una lunga serie che vede contrapposti hacker riformisti e filogovernativi. Il 28 dicembre "Rah-e Sabz", "Jaras" e "Balatarin", tutti siti web dell’opposizione, sono stati colpiti da un attacco informatico. Poche settimane prima la piattaforma di micro-blogging e social nerwork Twitter era stata oscurata da un attacco hacker, firmato dal "cyber-esercito iraniano", sigla vicina agli ambienti ultraconservatori.




Powered by ScribeFire.

Montecitorio okkupato». Dall’Idv

di Redazione


Camera okkupata». Per sei ore ieri pomeriggio l’aula di Montecitorio è stata teatro di una clamorosa occupazione. Novello squatter il deputato Idv Franco Barbato che, alla fine di una brevissima seduta convocata ieri per incardinare alcuni decreti, è rimasto seduto al suo posto. «Occupo l’Aula di Montecitorio - ha poi spiegato in una nota - perché la politica e le istituzioni si devono mobilitare verso i lavoratori disoccupati e quelli che il lavoro non l’hanno mai avuto. È questo il vero dramma del Paese».

La protesta di Barbato era rivolta in particolare a favore dei lavoratori Fiat di Pomigliano d’Arco, in questo periodo a rischio licenziamento. A convincere infine il deputato a lasciare l’Aula l’azione diplomatica del parlamentare questore del Pdl Antonio Mazzocchi. «Quella dei lavoratori di Pomigliano - ha detto poi Mazzocchi, mentre offriva alla buvette una spremuta e una pasta a Barbato, finalmente uscito - è una questione su cui il governo è pronto a confrontarsi, si tratta di una problematica fortemente sociale».



Powered by ScribeFire.

Il governatore di Bolzano? Guadagna più di Obama

di Giacomo Susca

Al numero uno della Provincia altoatesina spettano 324mila euro l’anno.

E in parlamento i più pagati sono i due segretari generali

 





«Oh my God». Gli inglesi sobbalzano sulla poltrona mentre sfogliano l’ultimo numero della rivista News of the World. Il motivo di tanto scandalo non è un inedito diario segreto di un qualche amante della buonanima di Lady D, bensì una questione di soldi. Soldi nostri, dei cittadini europei. Apriti cielo, s’è venuto a sapere che il primo presidente permanente del Consiglio Ue, l’ex premier belga Herman Van Rompuy, avrà diritto allo stipendio non proprio miserevole di 308mila euro l’anno. 

I signori britannici, presi dallo sconcerto, si sono subito affacciati alla finestra sull’Atlantico. È bastato poco per fare un confronto. «Guarda un po’ che a noi, pure euroscettici, tocca pagare un fiammingo semi sconosciuto e manco abbronzato più di quanto gli americani corrispondono a Mr President, Barack Obama». Ragionamento superficiale, se volete, eppure non fa una piega. All’inquilino della Casa Bianca spettano infatti «solo» 282mila euro all’anno. Che dire, un poveraccio rispetto al mega presidente galattico Van Rompuy. 

Fanno quasi tenerezza, le formichine inglesi. Perché qui da noi lo sanno anche i bambini che non c’è modo migliore di diventare Paperoni che entrare in politica. Non è un discorso qualunquista: autorevoli esponenti della Casta italica il conto in banca di Obama l’hanno già umiliato da un pezzo. Chissà se ne vanno fieri i 500mila cittadini della Provincia autonoma di Bolzano. Il loro governatore, Luis Durnwalder del Partito Popolare Sudtirolese, era salito agli onori delle cronache ben prima del tanto criticato - o invidiato - Van Rompuy. 

Con i suoi 324.000 euro è il presidente meglio pagato del Paese. Altro che congratulazioni, il primato gli è costato nel 2008 la pubblica gogna del temuto Tribunale di Penitenza delle Feste Vigiliane degli eterni rivali trentini: «L’imputato prende uno stipendio che vale venti volte quello di un operaio, ed è anche un insensibile». Insensibile? Già, perché assediato dai giornalisti, Durnwalder si lasciò scappare con stizza: 

«Che ne sapete? Comincio a battagliare ogni giorno alle sei e non finisco prima di mezzanotte. Lavoro e voglio essere pagato. Mi sembra semplice!». Il maldestro Durnwalder magari ha ragione: non è vero che i politici italiani guadagnano troppo. C’è chi è più fortunato. Infatti se un parlamentare racimola circa 15mila euro netti tra indennità, diaria e rimborsi per le spese «sostenute al fine di mantenere il rapporto con gli elettori»; un ministro che non sia deputato o senatore si deve accontentare più o meno di 70mila euro annuali. 

È un errore quindi credere che le poltrone ricoperte d’oro siano gli onorevoli scranni di Montecitorio. Gli oscuri stenografi del Senato, una sessantina in tutto, all’apice della carriera arrivano a meritare 250mila euro l’anno. Mentre Antonio Malaschini e Ugo Zampetti, i raramente menzionati segretari generali di Camera e Senato, raggiungono i 485mila euro. 

I governatori delle Regioni seguono invece l’ormai famosa «tabella Rizzo-Stella», le firme del Corriere della Sera che stilarono una graduatoria capace di far incazzare di brutto il numero uno della Puglia Nichi Vendola, visto che ne usciva come un nababbo. Qualcuno ha scritto un libro intitolato Perché la Puglia non è la California. Aveva ragione. Laggiù il presidente eletto sta meglio di Arnold Schwarzenegger: 226.631 euro netti annui contro l’equivalente di 162.598 euro netti in dollari americani. Il poeta del proletariato - in diretta da Santoro, naturalmente - replicò: 

«Tutto falso, mi fermo sotto i 140mila. Di questi, 60mila li ho devoluti al mio partito». Magnanimo. E pensare che adesso lo vogliono tagliare fuori dalla corsa alle Regionali, ingrati. Lasciamo perdere.
D’Altronde i ricconi d’Italia non sono nemmeno il presidente del Consiglio e il Presidente della Repubblica, loro sì, meno ricompensati di Barack Obama. Berlusconi porta a casa 212mila euro l’anno, Napolitano arriva a quota 218mila. Il tesoro, allora, non cercatelo nella Capitale ma all’ombra dei campanili. Così capita che a Stezzano, nel Bergamasco, al segretario comunale tal Giovanni Barberi Frandanisa becchi più delle alte cariche: 247mila euro l’anno. 

Sembra strano? L’interessato non se ne stupisce, anzi rivendica: «Mi sbatto 12 ore al giorno, conservo un sacco di ferie arretrate e con i titoli di studio che ho potrei fare anche il segretario del Comune di Roma...».

Come dargli torto, considerato che i grandi Comuni sono spesso generosi quando si tratta di elargire poltrone o consulenze. Il ministro Renato Brunetta ci ha costruito sopra un successo, quando s’è messo a pubblicare - come trasparenza vuole - gli elenchi degli incarichi pubblici e relativi compensi di giunte locali e società partecipate. 

L’elettore medio ha scoperto che più del sindaco oggi conta il «city manager», altra figura presa a modello dall’ordinamento a stelle e strisce. Chiamparino a Torino ha incoronato l’ingegner Cesare Vaciago (incarico da 406mila euro l’anno e buoni pasto), a Palazzo Marino s’è sistemato Giuseppe Sala (289mila). 

E nella Milano che s’affanna a preparare l’Expo 2015 sono fiorite le discussioni e i veleni attorno ai 480mila euro dovuti all’ad e consigliere Lucio Stanca, il quale ha deciso di non rinunciare all’altro incarico, quello da parlamentare. 

A Napoli, invece, Luigi Massa (241mila) ha appena ottenuto dalla Iervolino di essere «sollevato» dalla direzione generale per poter tornare al primo amore, «l’impegno politico», ma in Piemonte al fianco della candidata del centrosinistra alla presidenza Mercedes Bresso. 

Giusto. La politica toglie, la politica dà. A pensar male, nel Bel Paese si finisce per propendere per la seconda ipotesi. Ad esempio quando, sbirciando tra gli elenchi brunettiani, riusciamo ancora a indignarci. Peggio di un inglese invidioso che sfoglia il News of the World.




Powered by ScribeFire.

Mancini, caso Telecom C'è il segreto di Stato per l'ex dirigente Sismi

di Redazione

Il presidente del Consiglio ha apposto il segreto di Stato sui rapporti intrattenuti dall’ex numero due del servizio segreto militare, indagato a Milano per associazione e delinquere nell’affare di spionaggio illegale che ha coinvolto la security di Telecom, con i vertici dell’azienda

 




Roma - Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha apposto il segreto di Stato sui rapporti intrattenuti dall’ex numero due del servizio segreto militare, indagato a Milano per associazione e delinquere nell’affare di spionaggio illegale che ha coinvolto la security di Telecom, con i vertici dell’azienda. 

Lo scrive oggi il Corriere della sera. Marco Mancini, già vice del Sismi, aveva invocato il segreto di Stato sui rapporti tra servizi e Telecom - all’epoca dei fatti guidata da Marco Tronchetti Provera - il 2 ottobre scorso, depositando una memoria all’udienza preliminare in cui è imputato insieme ad altri, tra cui l’ex responsabile della sicurezza dell’ex azienda statale di telecomunicazioni Giuliano Tavaroli. A novembre, poi, la gup Mariolina Panasiti aveva interpellato ufficialmente il governo per sapere se confermasse o meno il segreto. 

Oggi il Corriere scrive, senza citare direttamente fonti né documenti ma riferendosi a una lettera inviata dal premier al gup, che "la risposta di Berlusconi è arrivata: il segreto di Stato invocato da Mancini c’è". Nella sua memoria, Mancini aveva chiesto che i rapporti tra lui, l’investigatore privato Emanuele Cipriani - anch’egli imputato - e Tavaroli fossero coperti da segreto di Stato. Secondo l’accusa, Mancini avrebbe passato a Telecom - attraverso la mediazione di Cipriani - numerosi dossier relativi ad attività e notizie del Sismi. 

Telecom è indagata insieme a Pirelli per violazione della legge 231 sulla responsabilità amministrativa delle società per comportamenti illeciti dei propri dipendenti. Tronchetti Provera ha sempre smentito di avere intrattenuto relazioni con Mancini e di essere a conoscenza di eventuali attività illegali condotte dalla security dell’azienda. Tavaroli, ex capo anche della security di Pirelli, Mancini e Cipriani sono indagati - insieme a una serie di tecnici informatici - nell’ambito dell’inchiesta avviata nel 2006 dalla Procura di Milano sulla presunta raccolta illegale di informazioni riservate.

Le ipotesi di reato contestate a vario titolo ai diversi indagati sono di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione di pubblici ufficiali, rivelazione di segreto d’ufficio, appropriazione indebita, falso, accesso abusivo a sistemi informatici, favoreggiamento e riciclaggio. Mancini era imputato anche nel processo sul "sequestro illegale" dell’imam musulmano Abu Omar a Milano nel 2003. 

Processo da cui è stato prosciolto nel novembre scorso per improcedibilità grazie al segreto di Stato apposto dal governo su alcuni atti che i giudici avrebbero voluto utilizzare. Secondo il quotidiano di via Solferino con la conferma del nuovo segreto di Stato "Mancini vede allontanarsi la prospettiva di un nuovo rinvio a giudizio e invece avvicinarsi anche qui un altro proscioglimento per ’non luogo a procedere’". E’ stato impossibile per il momento contattare la Procura di Milano e il governo per ottenere un commento alla notizia.




Powered by ScribeFire.

Francia, al via la legge «tre errori e sei scollegato»

Corriere della Sera


Gli utenti accusati di file sharing illegale saranno avvisati prima con una email, poi con una lettera, ma poi scatterà la disconnessione da Internet



(Fotogramma)
(Fotogramma)
MILANO - Dopo un iter travagliato durato quasi due anni, in Francia è entrata in vigore la legge «Création et Internet», meglio conosciuta come Legge Hadopi, dal nome dell'autorità che dall'1 gennaio 2010 è chiamata a vigilare sui comportamenti degli utenti d'Oltralpe.

CHE COSA PREVEDE - Descritta come una delle più severe norme contro il download illegale, la legge prevede un percorso educativo basato su un sistema di risposta graduale in tre tappe: gli utenti scoperti a scaricare file protetti da copyright (musica, film e altre opere d'ingegno) saranno avvisati una prima volta via mail, una seconda volta attraverso una raccomandata cartacea e al terzo «errore» saranno invitati a comparire davanti a un giudice, che potrà decidere se applicare una multa o la disconnessione forzata. In tutti questi casi, a ricevere gli avvisi non è chi ha commesso il reato, ma il titolare dell'abbonamento internet. HADOPI -

A vigilare su tutto il processo, sarà l'Alta Autorità per la diffusione delle opere e la protezione dei diritti su Internet (Hadopi), i cui nove membri sono stati da poco nominati. L'Autorità farà da intermediaria tra gli aventi diritto (artisti, major) e i fornitori di connettività, chiamati a cooperare per denunciare gli utenti che scaricano file illegalmente. A differenza della prima versione della legge (bocciata dalla Corte Costituzionale)-, l'Hadopi non potrà disconnettere un abbonato senza il parere preventivo di un giudice.

OBIETTIVI - Fortemente spalleggiata da Sarkozy, che l'ha presentata come una norma-modello per altri Paesi europei, la nuova legge intende ridurre drasticamente il fenomeno della pirateria. Come ha spiegato il senatore Michel Thiolliere alla Bbc, «dopo il primo avviso due utenti su tre smetteranno di scaricare file illegali. Al secondo avviso il 95% abbandonerà del tutto questa abitudine».

OPPOSITORI - Eppure in molti sollevano dubbi sull'efficacia dell'Hadopi: come è già accaduto in altri Paesi, gli utenti troveranno presto nuovi modi per condividere file protetti da copyright. La webzine Torrent Freak elenca sei modalità per fruire di contenuti online senza problemi. Il provvedimento non piace nemmeno ai servizi segreti inglesi che temono il dilagare di nuovi sistemi protetti per scaricare in tutto anonimato. Simili servizi renderebbero ancora più dura la lotta delle autorità internazionali contro la pedo-pornografia e altre attività criminali online.

Nicola Bruno
04 gennaio 2010(ultima modifica: 05 gennaio 2010)



Powered by ScribeFire.

Via Poma, un nuovo testimone: "Ho visto fuggire l'assassino"

IL Tempo

Nuovi indizi sulla morte di Simonetta Cesaroni in un biglietto fatto recapitare a Il Tempo.
Particolari su persone e cose nel condominio teatro dell'omicidio in quel pomeriggio del 7 agosto 1990. Gli inquirenti: si faccia vivo.

Un altro testimone compare sotto l’albero. Il giallo di via Poma potrebbe così avere altri risvolti dopo il rinvio a giudizio per omicidio, a distanza di 29 anni, di Raniero Busco, all’epoca fidanzato di Simonetta Cesaroni.  Dopo i nuovi indizi acquisiti grazie alle prove tecnico-scientifiche che hanno portato all'incriminazione di Busco ora sposato e padre di due bambini, ecco arrivare un nuovo indizio.

«Non mi giudichi male - esordisce la lettera spedita da Roma il 3 dicembre e giunta pochi giorni fa in redazione - ma dopo tanti anni ho avuto un flash». La lettera è scritta a mano con lettere tondeggianti e in parte con grafia a stampatello. «Io penso di sapere chi veramente ha ucciso la povera Simonetta Cesaroni...». La missiva, un biglietto natalizio, a questo punto contiene alcuni dettagli di quanto avvenne quel pomeriggio di ventinove anni fa in via Poma.

Dettagli di cui è facile avere riscontro nonostante il tempo trascorso. Dettagli su cose e individui che potrebbero dare all'inchiesta nuovi scenari. O forse solo chiarire alcuni punti oscuri di quella vicenda che si è ingarbugliata con il trascorrere degli anni. L'anonimo scrivente «disposto ad uscire allo scoperto» descrive con estrema precisione, indicando altezza e colore di capelli, chi ha visto quel pomeriggio verso le «18,50» nella via del rione Prati dove era l'ufficio degli Alberghi della gioventù, ufficio nel quale fu trovata uccisa Simonetta Cesaroni. Anonimo che speriamo mantenga la promessa ed «esca allo scoperto» per fornire altri particolari che aiutino gli investigatori a fare luce su tutte le zone d'ombra di questa vicenda che va avanti da 29 anni. 

Il Tempo prende atto di questo biglietto «anonimo» solo per l'importanza del caso Cesaroni e per la testimonianza che potrebbe far luce su aspetti ancora oscuri dell'omicidio di Simonetta. La lettera presenta un errore ortografico particolare. Il passaggio dal corsivo allo stampatello è di seguito, proprio dove comincia la descrizione dei particolari utili. Scrittura di una persona anziana che, vista la precisione delle indicazioni sulle strade, abitava e forse abita ancora in quella via.

Tra un mese intanto si aprirà per la prima volta il processo per l'omicdio di Simonetta. Davanti ai giudici della Terza corte d'Assise comparirà in qualità di imputato per l'omicidio volontario aggravato dalla crudeltà Raniero Busco, 44 anni. L'ex fidanzato si è sempre proclamato innoncente e non si è presentato all'udienza preliminare. Simonetta fu uccisa a seguito di una violenta botta in testa poi il suo corpo fu martoriato da 27 coltellate. I legali di Busco nel contestare il rinvio a giudizio hanno sottolineato che la pubblica accusa ha presentato «solo mezze prove. Le sue argomentazioni non sono state convincenti. A mio parere, Busco è stato incastrato». La svolta nell'inchiesta è arrivata dopo l'utilizzo di nuove tecniche investigative, a partire dai test di rilevazione delle tracce biologiche e le analisi di quelle ematiche che si sono rivelate riconducibili a Raniero Busco.

La parte civile che rappresenta la famiglia Cesaroni rimane perplessa. Dopo il rinvio a giudizio l'avvocato Lucio Molinaro dichiarò: «La parte civile non può non essere appagata da questa conclusione. Il rapporto dei due era ormai esasperato dalle troppe liti e uno dei due alla fine ha ceduto. È un fatto noto che i rapporti tra i due non fossero idilliaci. Come mai solo dopo 29 anni si giunge a questa conclusione?».


Maurizio Piccirilli

05/01/2010





Powered by ScribeFire.

Ronde, tanto rumore per nulla

La Stampa



Molti gli annunci, ma nelle prefetture da Milano a Trieste non arrivano le domande

FABIO POLETTI

MILANO


L’unica ronda visibile a Milano per ora, è quella di «Porta Volta»: Aldo, Giovanni e Giacomo con basco, gonnellino kilt e carriola, che impazzano alla tv da Fabio Fazio.

In Prefettura è arrivata una sola domanda, quella dei poliziotti in pensione riuniti nell’Api, a libro paga di Palazzo Marino per controllare scuole e parchi. Presto ne arriverà un’altra dell’associazione «Milano più sicura», l’ex ronda di militanti leghisti di via Crema e piazza Trento che, smessa la casacca verde come impone la legge firmata dal ministro dell’Interno Maroni, si presenta con nuovi colori ma con la stessa testa. Sarà perchè non se ne parla più, sarà perchè gli indici della criminalità sono in discesa, sarà pure perchè le regole per molti sono troppo restrittive, malgrado mille annunci e mille aspettative le ronde di mezzanotte fanno fatica a decollare.

Gli ottomila cittadini delle ronde, di cui parlava dieci anni fa il parlamentare della Lega Mario Borghezio sembrano un miraggio. Se si esclude Bari dove sono resistiti per un mese i controlli anti bulli, il fenomeno piace soprattutto al Nord. Da Cuneo a Trieste non c’è comune che non avesse la sua ronda. Ma è difficile che resistano ai paletti imposti dalla legge che vieta simboli di partito, figuriamoci le divise paramilitari delle ronde nere della Guardia Nazionale Italiana o i Berretti blu legati all’Msi che si vedevano in giro per Milano fino a qualche tempo fa. Il sindaco Letizia Moratti che sulla sicurezza ha sempre puntato molto, non ha mai nascosto la necessità di avere regole precise: «Le ronde non devono essere la giustizia fai-da-te di singoli cittadini».

Eppure dove a Milano sono nate negli Anni Novanta, c’è anche chi inizia ad avere qualche ripensamento. Giovanni De Nicola, consigliere provinciale del Pdl, un tempo alla testa del «Fronte dei cittadini», si chiede che senso abbia fare le ronde oggi: «Se non sono davvero manifestazioni spontanee di cittadini sono inutili. Quando le facevamo noi era un modo per dimostrare che avevamo il controllo del teritorio, dei nostri quartieri. Oggi la polizia e l’esercito presente in città, fanno di più e fanno pure meglio». Che la sicurezza non sia più una prerogativa della destra o della sinistra lo sanno tutti. Ma il rischio che sulle ronde i partiti si giochino la visibilità è alto.

Davide Boni assessore leghista al Territorio in Lombardia schiaccia sull’acceleratore: «Sarebbe assurdo escludere qualcuno perchè vota un partito. Non è questo lo spirito della legge». Alessandro Morelli, consigliere di zona 5 e animatore di «Milano più sicura» promette che non ci saranno escamotage: «In strada non ci saranno nostri militanti». Max Bastoni, uno dei responsabili dei Volontari Verdi, giura di voler rispettare la legge ma storce il naso: «Sono stati i nostri alleati di governo a non volere le ronde di prima. Temevano che noi diventassimo troppo forti. Ma è chiaro che quando si parla di sicurezza si parla di politica.

E la Lega, tra tutti, è quella che da sempre si occupa di più di certi temi. Noi non vogliamo in strada “giustizieri della notte”. Ma la gente vuole una risposta concreta alla domanda di sicurezza». Chi di sicuro non ci sta anche se viene sempre tirata in ballo, talvolta a sproposito, è l’associazione dei City Angels. Il suo presidente Mario Furlan è più che categorico: «Noi non presenteremo alcuna domanda. Le ronde servono solo se hanno una funzione sociale, aiutare chi è per strada, non solo per la sicurezza. Giocarsela tra sigle politiche come stanno facendo, non serve».




Powered by ScribeFire.

Ricorso contro le multe? Da oggi si paga

Avvenire


Volete contestare una multa ricevuta per mancato rispetto del divieto di sosta? Preparatevi a pagare. Fare ricorso al giudice di pace, dopo l’approvazione a dicembre di un emendamento alla legge finanziaria, costa dall’inizio dell’anno dai 30 ai 70 euro, marche da bollo escluse. Fino a ieri era gratis, ora non lo sarà più. Risultato? Anche se un verbale o un atto di accertamento dovesse rivelarsi palesemente illegittimo, il cittadino dovrà sborsare di tasca propria i soldi per dimostrare di aver ragione.

«Resta, invece, la possibilità di rivolgersi a costo zero al prefetto – spiega il presidente di Adiconsum, Paolo Landi – col rischio però di dover pagare il doppio della sanzione comminata se verrà dimostrato che chi ha fatto ricorso aveva torto». Nello specifico, se la multa non supera i 1.100 euro il contributo unificato (così viene chiamato in Finanziaria) ammonterà a 30 euro (più 8 euro di marche da bollo) mentre per le sanzioni più alte, si pagheranno 70 euro. 


L’obiettivo del legislatore è stato quello di ridurre al massimo il numero di procedimenti che grava sulle spalle dei giudici di pace, sui quali ogni anno, per quel che riguarda l’opposizione alle sanzioni amministrative, pesa circa un milione e mezzo di procedimenti. I diretti interessati, però, non sembrano entusiasti del provvedimento.

Si tratta di «un’imposta improvvida che scoraggerà la richiesta di giustizia – ha osservato il presidente dell’Unione nazionale dei giudici di pace, Gabriele Longo –. Renderà più difficile la giustizia minore per i cittadini comuni e sarà un danno per la finanza locale». In che senso? «La tassa – spiega – viene pagata allo Stato. Visto che il 70 per cento dei ricorsi vengono vinti dal ricorrente, le spese di giudizio saranno a carico di chi ha emesso il verbale e quindi, nel caso delle multe fatte dai vigili urbani, saranno i Comuni a pagare. 


È una forma di traslazione dalla finanza statale a quella locale. Un po’ come è avvenuto con l’Ici». Lo scenario più probabile a questo punto è il crollo dei ricorsi per questioni di tipo amministrativo, anche se le associazioni dei consumatori temono un ulteriore giro di vite per i cittadini che intendono far valere le proprie ragioni sul piano amministrativo.

«In Parlamento è in discussione un altro provvedimento – spiega Landi – che prevede per tutti i casi di contenzioso aperti in materia di assicurazioni, finanza, condomini e salute, il passaggio obbligatorio, per chi voglia far ricorso, agli organismi della conciliazione privata. Solo dopo si passerà eventualmente al giudice di pace. 


È evidente che, se dovesse essere approvato un progetto del genere, ci troveremmo di fronte all’introduzione di nuovi elementi nella direzione della giustizia privata». E se il governo potrebbe in questo modo mettere fine al rischio abuso nei ricorsi da parte dei cittadini, i giudici di pace pongono altri rilievi. «Già oggi – spiega Longo – i ricorsi non vengono più presentati dal singolo cittadino ma da un suo legale di fiducia». C’è il rischio che la consulenza di un avvocato, in futuro, sarà sempre più necessaria.



Powered by ScribeFire.

Una replica ai pensabenisti sull'Islam

Corriere della Sera

 di Giovanni Sartori

Il mio editoriale del 20 dicembre «La integrazione degli islamici» resta attuale perché la legge sulla cittadinanza resta ancora da approvare (alla Camera). Nel frattempo altri ne hanno discusso su questo giornale. Tra questi il professor Tito Boeri mi ha dedicato (Corriere del 23 dicembre) un attacco sgradevole nel tono e irrilevante nella sostanza. Il che mi ha spaventato.

Se Boeri, che è professore di Economia del lavoro alla Bocconi e autorevole collaboratore di Repubblica, non è in grado di capire quel che scrivo (il suo attacco ignora totalmente il mio argomento) e dimostra di non sapere nulla del tema nel quale si spericola, figurarsi gli altri, figurarsi i politici.

Il Nostro esordisce così: «Dunque Sartori ha deciso che gli immigrati di fede islamica non sono integrabili nel nostro tessuto sociale, non devono poter diventare cittadini italiani». In verità il mio articolo si limitava a ricordare che gli islamici non si sono mai integrati, nel corso dei secoli (un millennio e passa) in nessuna società non-islamica. Il che era detto per sottolineare la difficoltà del problema. Se poi a Boeri interessa sapere che cosa «ho deciso», allora gli segnalo che in argomento ho scritto molti saggi, più il volume «Pluralismo, Multiculturalismo e Estranei» (Rizzoli 2002), più alcuni capitoletti del libriccino «La Democrazia in Trenta Lezioni » (Mondadori, 2008).

Ma non pretendo di affaticare la mente di un «pensabenista», di un ripetitore rituale del politicamente corretto, che perciò sa già tutto, con inutili letture. Mi limiterò a chiosare due perle del suo intervento. Boeri mi chiede: «Pensa Sartori che chi nasce in Italia, studia, lavora e paga le tasse per diventare italiano debba abbandonare la fede islamica?». Ovviamente non lo penso. Invece ho sempre scritto che le società liberal- pluralistiche non richiedono nessuna assimilazione. Fermo restando che ogni estraneo (straniero) mantiene la sua religione e la sua identità culturale, la sua integrazione richiede soltanto che accetti i valori etico-politici di una Città fondata sulla tolleranza e sulla separazione tra religione e politica. Se l’immigrato rifiuta quei valori, allora non è integrato; e certo non diventa tale perché viene italianizzato, e cioè in virtù di un pezzo di carta. Al qual proposito l’esempio classico è quello delle comunità ebraiche che mantengono, nelle odierne liberaldemocrazie, la loro millenaria identità religiosa e culturale ma che, al tempo stesso, risultano perfettamente integrate nel sistema politico nel quale vivono.

Ultima perla. Boeri sottintende che io la pensi come «quei sindaci leghisti» eccetera eccetera. No. A parte il colpo basso (che non lo onora), la verità è che io seguo l’interpretazione della civiltà islamica e della sua decadenza di Arnold Toynbee, il grande e insuperato autore di una monumentale storia delle civilizzazioni (vedi Democrazia 2008, pp. 78-80). Il mio pedigree di studioso è in ordine. È quello del mio assaltatore che non lo è.

Il Corriere ha poi pubblicato il 29 dicembre le lettere di due lettori i quali, a differenza del professor Boeri, hanno capito benissimo la natura e l’importanza del problema che avevo posto, e che chiedevano lumi a Sergio Romano. Ai suoi «lumi» posso aggiungere il mio? Romano, che è accademicamente uno storico, fa capo alle moltissime variabili che sono in gioco, ai loro molteplici contesti, e pertanto alla straordinaria complessità del problema. D’accordo. Ma nelle scienze sociali lo studioso deve procedere diversamente, deve isolare la variabile a più alto potere esplicativo, che spiega più delle altre. Nel nostro caso la variabile islamica (il suo monoteismo teocratico) risulta essere la più potente. S’intende che questa ipotesi viene poi sottoposta a ricerche che la confermano, smentiscono e comunque misurano. Ma soprattutto si deve intendere che questa variabile «varia», appunto, in intensità, diciamo in grado di riscaldamento.

Alla sua intensità massima produce l’uomo- bomba, il martire della fede che si fa esplodere, che si uccide per uccidere (e che nessuna altra cultura ha mai prodotto). Diciamo, a caso, che a questo grado di surriscaldamento, di fanatismo religioso, arrivano uno-due musulmani su un milione. Tanto può bastare per terrorizzare gli infedeli, e al tempo stesso per rinforzare e galvanizzare l’identità fideistica (grazie anche ai nuovi potentissimi strumenti di comunicazione di massa) di centinaia di milioni di musulmani che così ritrovano il proprio orgoglio di antica civiltà.

Ecco perché, allora, l’integrazione dell’islamico nelle società modernizzate diventa più difficile che mai. Fermo restando, come ricordavo nel mio fondo e come ho spiegato nei miei libri, che è sempre stata difficilissima.






Powered by ScribeFire.

La polemica

di Redazione


Caro direttore, ho letto con grande stupore su il Giornale di oggi (ieri ndr), lunedì 4 gennaio, il titolo, su tutta la prima pagina, «Fini come Di Pietro» ripreso a pagina 3 dall’articolo col titolo «Fini fa sparire le case come Tonino».

Titolo e contenuto, nella migliore delle ipotesi, sono frutto di un colossale abbaglio, nella peggiore sono invece il maldestro e calunnioso tentativo di addebitare a Fini (e come conseguenza a tutta An) propositi o comportamenti scorretti del tutto inesistenti che soltanto una campagna di natura diffamatoria, che ho già avuto modo di definire «fuoco amico immotivato» potrebbe giustificare.


L’articolo cerca, sia pur con qualche cautela, di accreditare la tesi contenuta nei due citati titoli di per sé gravemente offensivi sia per l’uso del verbo «sparire», sia per l’accostamento a comportamenti di Di Pietro che, in ogni caso, «non ci azzeccano» non foss’altro perché l’Idv non è confluito in nessun nuovo partito e la loro diversa natura ha dato vita a polemiche nate al loro interno.

In realtà la situazione è assai diversa da come appare sul Giornale ed è del tutto cristallina, tant’è che nessuno, dicesi nessuno, in An ha sollevato la minima perplessità. Com’è noto, sette giorni prima della nascita del Pdl, An tenne il suo ultimo congresso con cui deliberò di aderire al nascente nuovo partito frutto del concorde incontro politico tra Berlusconi e Fini.

Nel corso della relazione congressuale, che tenni in qualità di coordinatore nazionale di An e perciò ripresa da Tv e giornali, oltre ai contenuti politici, illustrai (e poi lessi) anche il percorso giuridico-amministrativo della confluenza nel Pdl che venne specificatamente approvato dai congressisti all’unanimità.

In forza di tale deliberazione si è stabilito che Alleanza nazionale, esattamente come Forza Italia, resterà giuridicamente in vita fino al 2013 per consentire la normale definizione dei rapporti economici di dare e avere ancora in corso.

Ogni passaggio fu inoltre concordato con gli amici di Forza Italia anche per assecondare loro specifiche esigenze. Va pertanto precisato che:

1) Nulla è cambiato né è oggi in corso di cambiamento per quanto riguarda la sorte degli immobili che, meritoriamente, come ammette lo stesso articolo, sin dai tempi dell’Msi, la destra ha acquisito per destinarle a proprie sedi politiche.

2) Non è quindi in corso alcun passaggio «a società ad hoc» come invece dice l’articolo adombrando con ciò chissà quali manovre in atto.

3) È altrettanto fortemente errato scrivere che esiste oggi una «fondazione» guidata dal «finiano di ferro Donato Lamorte» con «tesseramento prolungato a marzo 2010».

Al contrario il congresso di An all’unanimità, stabilì in accordo con quanto Forza Italia aveva già deliberato da pochi giorni, di affidare il percorso di ordinaria amministrazione di An, fino al 2013, a un comitato altamente rappresentativo presieduto dall’onorevole Donato Lamorte con la partecipazione non certo di amici o parenti ma di esponenti della «storia» di An tra cui il senatore Valentino, il senatore Gamba, il senatore Caruso, l’onorevole Biava e con la contestuale nomina di una terna di amministratori guidata dal senatore Franco Pontone, esempio riconosciuto di assoluta correttezza amministrativa nel mondo politico.

Sarà nel 2013, fra tre anni cioè, che tutti insieme potremo decidere di dar vita a uno strumento come una fondazione, che sul piano culturale coltivi i valori per cui ci siamo battuti in Alleanza nazionale e che, sul piano politico, sono oggi presenti nel Pdl. Ma quello che qui importa e che con questa lettera mi preme precisare è che il titolo e l’articolo di oggi, mi creda direttore, hanno indignato non solo me, ma tutti coloro che hanno militato in An. Il Giornale ha infatti cercato di attribuire a Fini intenzioni, o addirittura comportamenti, che nulla hanno a che fare con il modo trasparente e corretto con cui tutta An ha gestito la confluenza nel Pdl.

Vorrei fosse chiaro infine che, in ogni caso resterebbe invalicabile la circostanza che Fini (che era già presidente della Camera) affidò all’ufficio politico e semmai a me, come coordinatore, il compito di definire tutti gli inevitabili aspetti giuridici della confluenza da sottoporre al Congresso. Come difatti avvenne.

Mi consenta in conclusione, caro direttore, di rinnovarle il mio auspicio, o meglio ormai la mia esplicita richiesta (che sono certo è largamente condivisa da altri lettori del suo giornale) di non vedere impegnato il Giornale ad alimentare (o a volte addirittura creare) tensioni nel campo del centro destra ma al contrario, pur con tutta la verve anche polemica di cui lei è maestro, ad accrescere la coesione della coalizione che sta governando l’Italia.

Sono certo che converrà con me nel ritenere questa una condizione necessaria per dare risposta ai problemi del Paese che la sinistra, ne sono convinto almeno quanto lei, potrebbe solo accrescere se, per nostre divisioni e incomprensioni, le lasciassimo campo libero. La ringrazio per la pubblicazione.

ministro della Difesa



Powered by ScribeFire.

Obama rompe un tabù Incarico di prestigio nell'amministrazione a un transessuale

Quotidianonet


Amanda Simpson è stata nominata Consigliere Tecnico Anziano del Ministero del Commercio.
Nella sua vita da uomo era un pilota collaudatore di aerei



Washington, 4 genneio 2010


Barack Obama rompe un altro tabù: ha nominato un transessuale nella sua amministrazione. Si tratta di Amanda Simpson, Consigliere Tecnico Anziano del Ministero del Commercio. Lo ha reso noto il sito web della Abc, citando la stessa Simpson che si è augurata come "primo transessuale nominato dal presidente nell’amministrazione, spero di essere seguita da altre centinaia".

Nella sua vita precedente da uomo, Simpson era un pilota collaudatore di aerei da guerra e vice direttore dello sviluppo delle tecnologie avanzate del gigante missilistico Raytheon. In seguito si presentò senza successo alle elezioni per la Camera dell’Arizona ed è stata delegato democratico per Hillary Clinton alla convention democratica che nell’agosto 2008 incorono Barack Obama come candidato per la Casa Bianca.

Fonte AGI






Powered by ScribeFire.