giovedì 7 gennaio 2010

Un gesto necessario

Corriere della Sera

I costi dei giornali e una proposta sui sussidi

Caro direttore, siamo convinti che sarebbe stato meglio aspettare prima di alzare il prezzo del giornale. Sappiamo che la situazione di tutta la stampa italiana è difficile. Sappiamo che i conti economici delle aziende editoriali soffrono per il calo della pubblicità: un po’ per la crisi economica, un po’ per colpa di un sistema scientificamente costruito per dirottare le risorse verso la televisione. Però…

Nel 2008, se abbiamo capito bene, i ricavi della Rcs quotidiani sono calati da 716 a 666 milioni di euro e il fatturato pubblicitario si è ridotto da 288 a 265 milioni: il tutto continuando a fornire con Corriere.it una informazione totalmente gratuita a un milione e mezzo di lettori on line. Nel 2009, poi, la situazione sarebbe ulteriormente peggiorata. Concordiamo: sono dati che non possono non preoccupare, nonostante i buoni segnali, a dispetto dei tempi non propizi, di aumenti delle vendite del Corriere. Dati che hanno costretto anche la redazione, con il buonsenso e lo spirito di sacrificio sempre dimostrati già in passato, a farsi carico di tagli dolorosi alle retribuzioni e ai posti di lavoro.

Sappiamo anche che molti concorrenti hanno aumentato il prezzo a un euro e venti ben prima che lo facessimo noi: la Stampa, il Giornale, Libero... Altri ancora. E sappiamo che negli ultimi mesi in tutta Europa il prezzo dei giornali è aumentato, qua e là, anche di 50 centesimi. Né ignoriamo che il prezzo del Corriere era fermo da cinque anni, e che un euro del 2010, per quanto nel 2009 sia stata registrata l’inflazione più bassa da cinquant’anni a questa parte, non ha lo stesso valore di un euro del 2005.

Ma 20 centesimi in più sono pur sempre un aumento del 20%. Non è poco. Si dirà che in realtà il ritocco è di poco superiore al 12%, tenuto conto del fatto che il giovedì e il sabato con i supplementi il prezzo resta invariato. Ma neanche il 12% è poco. Non è poco alla luce della situazione, molto pesante, di tante famiglie italiane. Ma anche alla luce di un dovere preciso che ha sempre avuto un quotidiano indipendente come il Corriere: offrire al suo lettore il meglio, nello spirito della concorrenza e del libero mercato. Di cui il prezzo è una componente non trascurabile.

E veniamo al punto. Ricordiamo quanto disse il presidente di Rcs, Piergaetano Marchetti, all’assemblea degli azionisti del 28 aprile 2008, quando già la crisi economica mordeva: «Non vogliamo essere un’azienda che vive di sussidi perché non solo questo mette in dubbio la capacità di reddito che una società per azioni deve perseguire ma mette a rischio l’indipendenza », anche perché «non possiamo diventare parte di una casta assistita e parassitaria. È una condizione di coerenza».

Giustissimo. Siamo costretti ad aumentare del 20% il prezzo del Corriere appellandoci al mercato e alla comprensione dei lettori? Bene, è l’occasione giusta per rinunciare parallelamente una buona volta al 4,4 per mille dei nostri ricavi: gli ultimi residui dei contributi e delle agevolazioni pubbliche. Certo, i contributi veri alla stampa indipendente sono finiti già nel 2006, con l’esaurimento delle agevolazioni per la carta, e sopravvivono solo sussidi che riguardano le tariffe telefoniche e facilitazioni del tutto secondarie. Come i sussidi per le vendite all’estero, vendite perseguite nonostante sia un gioco a perdere in nome della necessità di consentire a tanti italiani che vivono o viaggiano in Paesi extraeuropei di mantenere un legame con l’Italia.

Ci sono le agevolazioni postali, è vero. Ma meritano un discorso a parte, perché sono un’anomalia nell’anomalia: lo Stato le riconosce infatti, con pelosa e ipocrita generosità, perché vuole tenersi stretto, per motivi squisitamente politici e clientelari, il «monopolio» delle Poste. Vogliamo scommettere che in un regime di concorrenza vera i giornali, senza più alcun «favore», ci guadagnerebbero sia sul piano economico sia nella puntualità delle consegne? All’estero funziona così. Lo Stato abolisca il «monopolio», abolisca le tariffe agevolate e vedremo se i giornali più sani non ci guadagneranno. Noi, ne siamo certi, stapperemmo una bottiglia.

Bene, al netto di quella voce postale ci risulta che Rcs quotidiani abbia ricevuto dallo Stato nel 2008 contributi e agevolazioni per 2,9 milioni, che scenderebbero quest’anno a 2,4 milioni. Stiamo parlando del 4,4 per mille (per mille!) del fatturato della Rcs Quotidiani, ovvero l’uno per mille (per mille!) dell’intero fatturato della Rcs Mediagroup. Niente a che vedere con i sussidi destinati a giornali concorrenti che accedono a contributi di vario genere facendo lo slalom in mezzo a norme confuse e anacronistiche che partono dalla famigerata legge 250 del 1990, quella per la stampa di partito.

C’è chi, magari facendo prediche sugli sprechi, incassa dallo Stato sotto varie forme di aiuti (che il Corriere non si è mai sognato non solo di avere ma men che meno di invocare) il 10 per cento del fatturato, chi il 16,3 per cento, chi addirittura il 20 per cento. Chiudiamola lì almeno noi, con quello 0,4 per cento e non se ne parli più. E potremo finalmente spazzare via tutte quelle chiacchiere pretestuose di chi, in perfetta malafede, vorrebbe lasciare le cose così come stanno con quegli «aiutini» a doppio taglio proprio per potere starnazzare di fantomatici e faraonici «soldi dello Stato» dati a chi preferirebbe di gran lunga regole chiare, patti chiari, concorrenza chiara. E vinca il migliore. Insomma, direttore, restiamo dell’idea che sarebbe stato meglio aspettare ad aumentare il prezzo del Corriere. E siamo consapevoli che ormai, fatto il passo, è difficile fare retromarcia. Ma un segnale, ai nostri lettori, glielo dobbiamo. Che sia la volta buona?

Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella
07 gennaio 2010




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Carburanti: volano benzina e diesel

Corriere della Sera


Il prezzo della verde supera gli 1,35 euro al litro, quello del gasolio sfiora gli 1,20






Ancora aumenti per benzina e gasolio (Ansa)

MILANO - Ondata di rialzi sulla rete carburanti dopo lo scatto di avanti di Agip di martedì scorso. Dal consueto monitoraggio di quotidianoenergia.it emerge, infatti, che in questi due giorni tutte le compagnie hanno rialzato i listini di benzina e diesel. Lo stesso presidente dell'Antitrust, Antonio Catricalà, ammette di non capirne il motivo, ma di non essere grado di dimostrare che sia un illecito.

GLI AUMENTI - Nel dettaglio, Api-Ip hanno aumentato il prezzo di riferimento della verde di 1,2 centesimi fino a 1,337 euro/litro e di 1,3 centesimi quello del gasolio fino a 1,182 euro/litro, allineandosi così al market leader. Erg è salita di 1,5 centesimi su entrambi i prodotti portandosi rispettivamente a 1,339 e 1,184 euro/litro. Lo stesso ha fatto Shell, che è volata oltre quota 1,35 euro/litro sulla benzina (a 1,354) e ha sfiorato la soglia di 1,2 euro/litro sul diesel (a 1,199), confermandosi ancora una volta la più alta.

Ancora, Esso è salita a 1,338 euro/litro sulla verde (+1,4 centesimi) e a 1,185 euro/litro sul gasolio (+1,7 centesimi). Q8 e Tamoil hanno aumentato di 1,4 centesimi entrambi i prodotti portandosi rispettivamente a 1,338 e 1,337 euro/litro sulla verde e a 1,183 e 1,182 euro/litro sul gasolio. Total, infine, ha rivisto al rialzo di 2 centesimi sia la benzina che il diesel salendo a 1,344 e a 1,189 euro/litro.

CATRICALÀ - «L'Antitrust «ha aperto un'istruttoria e l'ha chiusa con degli impegni delle aziende, perché non siamo riusciti a trovare la prova dell'intesa dei petrolieri», ha detto Catricalà. Sulla velocità dei prezzi al rialzo e la lentezza quando scendono, le aziende - prosegue Catricalà - «sono riuscite a dare una prova da un punto di vista scientifico della bontà delle loro azioni. Da punto vista razionale non riesco a capire, ma da punto di vista tecnico, giuridico ed economico non ho la prova che questo sia un illecito».

07 gennaio 2010






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Bimba con deficit genetico raro, appello genitori per farmaco

Corriere della Sera


solo 15 casi nel mondo


La piccola ha bisogno di una medicina da prendere ogni 4 ore per sopravvivere, ma è prodotta solo negli Usa

 

NAPOLI - È uno dei 15 casi al mondo di una malattia genetica rarissima, che uccide generalmente i neonati con le convulsioni. La madre ha rivolto un appello, attraverso il Tg regionale della Campania, al ministro della Sanità Ferruccio Fazio: «Non è facile procurare il farmaco salvavita di cui ha bisogno, perchè viene prodotto soltanto negli Usa».

La figlia deve assumerlo ogni quattro ore. La malattia, scoperta tre anni fa, è ancora poco conosciuta, spiega ancora Maria Morrone, e non è neppure iscritta nel registro delle malattie rare del Paese. Viene descritta come «deficit da piridossamina 5 fosfato ossidasi», un enzima che produce la vitamina B6.

È questa carenza a provocare le convulsioni dei neonati, il cui decesso veniva prima attribuito all'asfissia. Patrizia oggi ha quasi un anno, è di Giugliano, ed è l'unica piccola paziente al mondo, fra quelli colpiti dalla patologia, a non aver subito danni neurologici grazie a una diagnosi precoce.

PRECEDENTE - «È nata prematura, quando ero al settimo mese di gravidanza - racconta la madre Maria Morrone - Al secondo policlinico di Napoli sono riusciti a salvarla, e oggi sta bene. Ma è difficile procurarsi il farmaco che le è indispensabile per andare avanti». La donna aveva già perso un bimbo, a causa della stessa malattia, due anni fa, a 15 giorni dalla nascita. Un precedente che ha aiutato i medici quando le convulsioni stavano attentando anche alla vita della piccola Patrizia.

07 gennaio 2010




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L’airbag non si apre, il conducente muore: la casa auto paga i danni

La Stampa


Se l’airbag di cui la vettura è dotata non si apre in caso di incidente stradale, la casa automobilistica è tenuta a risarcire i familiari dei danni derivanti dalla morte del conducente.

Lo ha sancito la Corte Suprema confermando la sentenza pronunciata dalla Corte d’ Appello di Torino contro la Opel Italia, condannata a pagare i danni ai parenti di un automobilista deceduto in un incidente (Cass. n. 14/2010). 

Verdetto

I giudici della Terza Sezione hanno rigettato il ricorso presentato dalla casa automobilistica, condannandola anche a pagare le spese di giudizio. 

Motivazione

Il fulcro della motivazione ruota intorno al collegamento causale tra le lesioni subite dalla vittima e l’omesso funzionamento dell’airbag, emerso anche in sede di merito a seguito della consulenza tecnica. l I giudici ermellini hanno ritenuto congrua e logica la motivazione della Corte d’Appello secondo la quale «l’onere probatorio a carico del danneggiato si esaurisce nella dimostrazione di aver subito un danno casualmente connesso con l’uso del prodotto».


+ Sinistri stradali



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Studentessa sordomuta bocciata al Besta, il Tar: potrà ripetere l'esame

Corriere della Sera


Il tribunale: alla ragazza non sono stati accordati i benefici di legge ricollegabili alla sua condizione


MILANO - E' stata bocciata perché ritenuta non idonea, senza però che le fossero accordati i benefici di legge ricollegabili alla sua condizione di sordomuta. Ora potrà ripetere l'esame di riparazione per l'ammissione alla quinta classe: lo ha deciso il Tar della Lombardia, accogliendo il ricorso della ragazza presentato dall'avvocato Filippo Facino contro il Ministero della Pubblica istruzione e l'istituto scolastico. Il caso riguarda una ragazza iscritta al Liceo scienze sociali «Fabio Besta» di Milano. Il tribunale ha disposto la sospensione dell'esecuzione del provvedimento di bocciatura.

LA LEGGE VIOLATA - I giudici amministrativi hanno ritenuto che la studentessa non abbia sostenuto l'esame «nel rispetto delle misure prescritte dall'art. 16 della legge 1992 n.104 in favore degli studenti handicappati». Il provvedimento di non ammissione, inoltre, secondo i giudici, «non contiene alcun riferimento al piano educativo individualizzato, né indica per quali discipline siano stati adottati particolari criteri didattici e quali attività integrative e di sostegno siano state svolte», come invece prevede lo stesso articolo di legge. Come spiegato dall'avvocato Facino, ora la scuola dovrà concordare con la studentessa una data per la ripetizione l'esame, pena un nuovo giudizio di inottemperanza, sempre davanti al Tar.

TROPPE ORE PER LA PROTESI - La studentessa, iscritta in quarta, aveva terminato lo scorso anno scolastico con 5 debiti da recuperare. In quattro materie era stata promossa, ma era «caduta» sulla quinta, matematica, venendo così bocciata. Il legale della giovane nel suo ricorso al Tar ha spiegato: «La protesi all'orecchio non può essere sopportata per più di due ore - spiega l'avvocato - come invece è accaduto durante l'esame; inoltre, la mia assistita non è stata affidata a un piano educativo individualizzato, né a un insegnante di sostegno, come dispone la normativa». Il Tar ha ritenuto di accogliere le tesi dell'avvocato e, adesso, la giovane è in attesa di conoscere la data in cui ripeterà l'esame.

07 gennaio 2010




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Animali domestici, auto e chitarre: il boom dei necrologi personalizzati

Corriere della Sera


Al posto della croce dilaga in Scandinavia l'utilizzo di simboli e disegni legati alla vita del defunto


MILANO - Fino a qualche tempo fa in Scandinavia i necrologi pubblicati dai giornali erano dei riquadri di circa tre centimetri per cinque e dunque notevolmente più grandi di quelli italiani. Oltre a ciò, quasi tutti i defunti hanno il loro bel necrologio e i giornali mettono a disposizione per questi particolari annunci varie pagine alla settimana.

Sopra i dati del caro estinto campeggiava una croce e sotto vi erano le frasi dei parenti o degli amici che ricordavano le sue qualità. Adesso sta dilagando una nuova moda, iniziata in Svezia: i necrologi, invece della croce, riportano foto o disegni legati alla professione, agli hobby o alle cose terrene amate dal defunto. Si mettono foto dell'animale domestico preferito, la foto o il marchio dell'auto posseduta, attrezzi di lavoro, oggetti usati per passione, come barche, chitarre, biciclette.


Necrologi personalizzati

DISEGNI - La tendenza di personalizzare i necrologi, mettendo al bando la croce, è in rapida ascesa, non solo tra gli atei ma anche, e soprattutto, tra gli aderenti alla religione luterana, fede religiosa predominante tra gli scandinavi. «Mentre in Svezia si può mettere qualsiasi foto o disegno che si desidera, in Finlandia quasi tutti i giornali hanno solo una ventina di disegni a disposizione di coloro che vogliono mettere necrologi o ricordi dei loro defunti.

Un piccolo scalpore ha causato, in Svezia, un necrologio con un sigaro consumato a metà e posato su un portacenere, ma solo perché fumare è disdicevole», dice Maria Ryssy, responsabile degli annunci di Helsingin Sanomat, principale quotidiano finlandese. Comunque, la scelta in Finlandia è vasta: si possono mettere disegni di barche, coppie di colombi, angeli, soli splendenti, gabbiani, note musicali, paesaggi bucolici. La 'personalizzazione' dei necrologi e l'abbandono della croce non hanno avuto, finora, nessun commento dalla Chiesa luterana.


 Paolo Torretta
07 gennaio 2010



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La bassottina si perde nei boschi Poi va da sola all'ufficio oggetti smarriti

Corriere della Sera

La Germania si appassiona alla storia della piccola Druse, che grazie al suo fiuto ritrova la via di casa

La bassottina protagonista della vicenda
La bassottina protagonista della vicenda
MILANO - E' l'ennesima prova che dimostra come alcuni animali abbiano un'intelligenza che si avvicina all'uomo: Druse, questo il nome del bassotto dello Schleswig-Holstein in Germania protagonista dell'ultima vicenda esemplare, dopo essersi perso durante una battuta di caccia si è consegnato «regolarmente» agli impiegati di un ufficio degli oggetti smarriti.

LA SUA AVVENTURA - Sfinito, affamato e un po' infreddolito il cagnolino aveva girovagato per alcune ore senza meta tra i boschi. Il cane, una femmina, si era smarrito domenica sera dopo una battuta di caccia nella zona assieme al suo padrone e con ogni probabilità aveva perso la via del ritorno dopo essere incappato in un gregge di pecore agli argini di un fiume. La due giorni di ricerca non ha dato esito, fino a quando Druse ha deciso di aiutarsi da sè.

FIUTO O COINCIDENZA? - Lunedì mattina, con molta sorpresa, gli impiegati del circondario della Frisia settentrionale, nella cittadina di Flensburgo, si sono ritrovati il bassotto nell'edificio poco prima dell'apertura. Nulla di strano, se non fosse che la struttura ospita proprio la sezione «oggetti smarriti». A confermare l'incredibile vicenda, o casualità, sono state le autorità locali, come spiega il quotidiano Flensburger Tageblatt. Intelligente e cocciuto com'è generalmente questa specie, il bassotto ha atteso che il primo visitatore entrasse dall'ingresso posteriore. «E' vero che la porta scorrevole si apre automaticamente, tuttavia non per una bestiola piccola come può essere appunto un bassotto», sottolinea il giornale. Il cagnolino è quindi giunto all'interno; si è diretto all'ascensore ed è restato lì - in un angoletto - ad aspettare pazientemente che qualcuno si prendesse cura di lui. Non è chiaro se sia stato solo merito del suo fiuto, che lo ha portato ad individuare l'ufficio «giusto», o se ci sia arrivato per caso, essendo quello il primo edificio incontrato. Un impiegato lo ha notato e ha poi informato l'ufficio oggetti smarriti: «Abbiamo un cane trovatello». Fatalità vuole che in quel momento nell'edificio si trovasse un cacciatore che ha subito riconosciuto la bestiola senza padroncino come quella di un suo amico e l'ha infine riportata al suo legittimo proprietario.

Elmar Burchia
07 gennaio 2010



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Farefuturo attacca Feltri: fondi un suo partito

di Redazione

La rivista online della Fondazione vicina a Gianfranco Fini va all'attacco del direttore del Giornale: "Esca dal Pdl e rifondi una forza politica di estrema destra". Poi prosegue: "Xenofoba, populista, stracciona, sempre incazzata, con la bava alla bocca. Di quella che, per dirla tutta, avrebbe fatto rabbrividire Giorgio Almirante"


Milano - Altro che uscita di Gianfranco Fini e da suoi dal Pdl per dar vita a una formazione di moderati. Dal Pdl, semmai, dovrebbe uscire Vittorio Feltri (che però di mestiere fa il giornalista e non il politico, ndr) per rifondare una forza di destra estrema. Lo suggerisce la newsletter Ffwebmagazine, periodico online della Fondazione Farefuturo presieduta da Gianfranco Fini, in un articolo a firma del direttore Filippo Rossi. 

Partito di estrema destra "Sapete - si legge sul sito internet - cosa serve davvero alla destra italiana? Un partito di estrema destra. Di quella vera: xenofoba, populista, stracciona, sempre incazzata, con la bava alla bocca. Dura e pura. Senza tentennamenti. Con gli attributi. Maschilista, reazionaria, brutta e cattiva. Di quella che fa le manifestazioni contro gli immigrati. Di quella che raccatta i falliti della società. Di quella che urla i suoi slogan senza pensare, così per vedere l'effetto che fa. Di quella che, per dirla tutta, avrebbe fatto rabbrividire Giorgio Almirante. Un'estrema destra che si riempie la bocca di parole come nazione, popolo, patria e che le tradisce nella sostanza". 

Sciatta e ignorante E questa nuova estrema destra, "che odia gli intellettuali, tutti, da qualsiasi parte stanno, perché è una destra semplice, dozzinale, sciatta, strumentalmente ignorante", potrebbe già avere un leader: "un giornalista - scrive Rossi - che si diverte a sbaraccare il tavolo da gioco della politica. Si chiama Vittorio Feltri. Capo fazione perfetto. E poi avrebbe anche una classe dirigente soddisfatta finalmente dei nuovi ruoli dirigenziali: Marcello Veneziani, Daniela Santanchè e tanti altri... Gente con una certezza sempre in tasca. Con un nemico sempre pronto all'uso". 

Basta retorica della gente Gente che, a quel punto, "si dovrebbe contare davvero nel paese, facendola finita con la retorica della gente. Con la retorica di quel che vuole il popolo". Una soluzione da prendere in considerazione - prosegue l'articolo - anche perché, adesso, questo "leader con un giornale senza partito si sfoga pretendendo, metastasi maligna, che il Pdl, movimento nato moderato, liberale ed europeo, si trasformi in quel che non potrà mai essere". 

Un caudillo detta la linea "Quel che non si capisce, però, onestamente - conclude Ffwebmagazine - è come sia possibile che leader politici di lungo corso e di tradizione consolidata come, giusto per fare qualche nome, Giulio Tremonti, Claudio Scajola, Franco Frattini, accettino ancora tutto questo. Accettino senza fiatare che un caudillo detti la linea di un grande partito europeo. Accettino di mandare al macero una possibilità, un'opportunità storica: quella di costruire, finalmente, anche in Italia, una destra sana, colta, moderata. Come loro. Una destra capace di parlare al paese, a tutto il paese. E non solo a una rumorosa minoranza di incazzati".



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L’ipocrisia di chi contesta il body scanner

Corriere della Sera

Strano, davvero: la vita privata viene quotidianamente uccisa senza resistenza, però si grida alla privacy violata dall’intrusione di un body scanner negli aeroporti. Tutti i giorni tracciano con meticolosa precisione ogni atomo della nostra esistenza, e ci si scandalizza invece se il nostro corpo viene sottoposto ai raggi X per evitare che sia disintegrato in volo grazie a un farabutto che nasconde l’esplosivo nelle mutande.

Forse pensano che gli agenti della security possano vivere una scena tratta da «Vedo nudo» con Nino Manfredi. Ma è solo una fantasia vagamente paranoica, perché da quelle apparecchiature uscirà al massimo la silhouette di un sacco di forma umana, grigia, sgraziata, tutt’altro che attraente. L’unico segreto messo a nudo sarà l’eventuale presenza di protesi interne: peccato, ma non sarà un prezzo troppo elevato da sacrificare sull’altare della sicurezza. Certo, il corpo esibito, scrutato, frugato, svelato ha sempre qualcosa di conturbante. Guardandoti dentro, sembra che vogliano denudare l’anima, penetrare in una dimensione segreta, profanare il carattere sacro della propria intimità. Ma molti passeggeri avranno già avuto esperienze di radiografie, Tac, ecografie. C’è sempre qualcosa di imbarazzante nello sguardo altrui che oltrepassa la soglia della pelle di ciascuno, scavalca la frontiera dell’invisibile che ciascuno di noi comprensibilmente custodisce come una sfera inviolabile. Ma non si rendono conto che quella frontiera è già stata sgretolata da intrusioni forse più immateriali ma non meno invadenti, prepotenti, arroganti. E allora perché allarmarsi proprio quando, in cambio di un momentaneo passaggio sotto l’occhio tecnologico che guarda nel corpo, si può incrementare la ragionevole certezza che il tuo viaggio non sia l’ultimo della vita?

Del resto, la riservatezza dei passeggeri costretti loro malgrado a passare sotto i raggi del body scanner è solo il ricordo sbiadito di un’epoca tramontata. La carta di credito con cui si è acquistato elettronicamente il biglietto ha già segnalato l’itinerario del passeggero. Mail e sms che confermano prenotazioni, orari e alloggio sono nella piena disponibilità del Grande Occhio che scruta ogni movimento dei cittadini. Il telepass avrà già indicato gli spostamenti autostradali. I tabulati telefonici hanno già fissato frequenza, sequenza e durata delle chiamate in entrata e in uscita. Le telecamere fisse hanno già archiviato il passaggio lungo le strade cittadine. Un satellite di Google potrà aver già raggiunto chiunque con millimetrica precisione. Le smart card dei supermercati hanno già messo a disposizione del Grande Occhio informazioni dettagliate sui cibi comperati regolarmente, tipi di dentifricio, detersivi, marche di liquori, ingredienti per la colazione. Le banche dati hanno già svelato ogni movimento bancario, versamento, bonifico, prelievo.

Se non è il corpo fisico a essere stato frugato, scrutato, osservato, è pur sempre l’insieme dei comportamenti di un individuo che non conosce più privatezza, segretezza, riserbo, pudore. Prigionieri della trasparenza universale, vittime e bersagli di una visibilità illimitata che ha già provveduto a polverizzare ogni barriera che separi il pubblico dal privato, i passeggeri che dovranno essere sottoposti all’intrusione degli aeroporti avranno già fornito alle pubbliche autorità informazioni molto più dettagliate su di sé. E senza che le proteste per l’intollerabile violazione della privacy abbiano avuto la minima eco. Ciò che nella vita ordinaria viene accettato e interiorizzato come costo inevitabile della vita personale e sociale, diventa in un luogo sempre più esposto alle scorribande di malintenzionati qualcosa che offende addirittura, come è stato detto, la dignità umana. L’invasione nella sfera dei comportamenti, delle abitudini, degli stili di vita, dei consumi, delle frequentazioni, dei rapporti umani, della vita familiare non appare come un attentato a qualcosa la cui salvaguardia un tempo appariva sacra e imprescindibile. Una radiografia compiuta con scopi difficilmente contestabili appare invece oltraggiosa e intollerabilmente invasiva. La vita privata è già scomparsa, ma è nata una società un po’ schizofrenica, che accetta rassegnata l’ineluttabile, ma rifiuta una semplice opportunità per viaggiare (un po') più sicuri. E non è nemmeno la trama di «Vedo nudo ».

Pierluigi Battista
07 gennaio 2010



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Nave degli ecologisti

La Stampa

Scontro nell'Antartico: tratto in salvo l'equipaggio ma il trimarano va a picco





Fotogallery


SIDNEY (AUSTRALIA)

Un trimarano ultra-rapido utilizzato dagli ecologisti australiani per inseguire le baleniere giapponesi è stato distrutto in seguito a uno scontro con i pescatori nell’Antartico.

I sei membri dell’equipaggio dell’Ady Gil sono stati soccorsi e sono usciti indenni dall’imbarcazione a vela (analoga al catamarano, ma con tre scafi): lo ha indicato in una nota Sea Shepherd, un’associazione che si occupa della difesa degli animali marini. «Sembra che l’Ady Gil stia affondando e le possibilità di recuperarlo sono molto labili», ha aggiunto Sea Shepherd, che ha definito «non provocata» l’aggressione delle baleniere giapponesi e sostiene di averla ripresa in un filmato.

«Lo Shonan Maru numero 2 si è improvvisamente messo in movimento e ha deliberatamente colpito l’Ady Gil sfondando otto piedi (2,4 metri) di prua», ha aggiunto il testo. L’Ady Gil è un trimarano futuristico nero in carbonio e kevlar che può raggiungere i 93 chilometri orari. Doveva servire a ostacolare l’avanzata dei pescatori giapponesi con operazioni di disturbo. Prima di oggi, l’equipaggio dell’Ady Gil aveva lanciato bombolette maleodoranti contro la baleniera nipponica. «Le baleniere giapponesi si sono macchiate di un’escalation molto violenta del conflitto», ha dichiarato Paul Watson, responsabile della campagna condotta annualmente dall’associazione Sea Shepherd.

La distruzione dell’Ady Gil rappresenta «una perdita sostanziale per la nostra organizzazione», ha affermato Watson, che ha quantificato la perdita economica in circa due milioni di dollari. I giapponesi hanno accusato a loro volta i militanti di Sea Shepherd (Pastore dei mari), cinque neozelandesi e un olandese, di aver tentato di ostacolare le eliche della loro barca con una fune e di aver utilizzato un «indicatore laser verde» in direzione dell’equipaggio. Sotto la copertura della ricerca scientifica, il Giappone aggira la moratoria internazionale sulla caccia alle balene in vigore dal 1986, scatenando in particolare l’ira di Australia e Nuova Zelanda.



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Strage di cristiani in Egitto

La Stampa

L'agguato nel sud del Paese: sette morti alla vigilia del Natale copto






IL CAIRO


Strage di cristiani nel sud dell’Egitto. Sparando a casaccio tra la folla di fedeli che lasciavano una chiesa copta a Nag Hamadi, a circa 60 chilometri dal sito archeologico di Luxor, tre uomini a bordo di un’auto hanno ucciso sette persone e ne hanno ferite gravemente almeno altre tre.

Secondo il ministero dell’Interno egiziano l’attacco sarebbe una vendetta per un episodio che risale a due mesi fa: lo stupro di una dodicenne musulmana da parte di un uomo appartenente alla minoranza cristiana copta della città. Sarebbe stato identificato da testimoni l’uomo che ha guidato l’assalto armato. Il massacro si è compiuto mentre i fedeli lasciavano la chiesa della Vergine Maria dopo aver assistito alla messa per il Natale copto, ricorrenza che cade il 7 di gennaio.

Il vescovo Kirollos, capo della diocesi di Nag Hamadi, ha raccontato di avere ricevuto minacce personali sul suo telefono cellulare. «Anche i miei fedeli - ha detto - sono stati minacciati per strada, ’non vi lasceremo festeggiarè, dicevano loro». Per questo motivo, Kirollos ha spiegato di aver concluso la cerimonia religiosa con un’ora di anticipo sul previsto. Già a novembre, dopo lo stupro di cui è stato accusato un cittadino di religione cristiana, per diversi giorni la comunità cristiana e le sue proprietà sono state oggetto di attacchi e danneggiamenti. Secondo un rapporto di Amnesty International, gli attacchi ai danni della minoranza copta in Egitto, che conta fra i sei e gli otto milioni di fedeli, sono aumentati nel corso del 2008. Il vescovo Kirollos ha attribuito l’attacco di questa notte ad elementi «radicali musulmani». A suo giudizio si tratta di «una guerra di religione, vogliono mettere fine alla presenza cristiana in Egitto».



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Escrementi sulla targa dell’ex magistrato

di Redazione

Gli escrementi perseguitano l’Idv. È successo tre anni e mezzo fa a Roma, negli uffici di Palazzo Marini. Ed è accaduto anche martedì notte a Catanzaro. Ad essere imbrattata appunto con escrementi umani la targa della segreteria politica dell’europarlamentare dipietrista Luigi De Magistris.

A scoprire l’atto vandalico, alcuni collaboratori dell’ex magistrato, che hanno immediatamente avvisato la Polizia. La segreteria calabrese di De Magistris si trova in pieno centro storico. Solidarietà all’europarlamentare da parte del leader di Idv, Antonio Di Pietro, che parla di «atto vile e incivile», particolarmente inquietante perché accaduto in Calabria.



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Il pluralismo valorizza la diversità No al multiculturalismo ideologico

Corriere della Sera



A quanto pare il tema della cittadinanza agli islamici è sentito. Il Corriere ha selezionato ieri 11 lettere, ricavate da un totale di quasi 450 accolte su 23 pagine di Internet. Ne ignoro la distribuzione. Ma un mio amico ha calcolato che più della metà di queste lettere sono a mio favore, e che le altre sono per lo più divagazioni ondeggianti tra il sì e il no. Grazie a tutti, anche perché ho così modo di estendere il discorso (seppure complicandolo un po’).



Primo.
Non si deve confondere tra il multiculturalismo che esiste in alcuni Paesi, che c’è di fatto, e il multiculturalismo come ideologia, come predicazione di frammentazione e di separazione di etnie in ghetti culturali. Per esempio la Svizzera è oggi, di fatto, un Paese multiculturale che funziona bene come tale, anche se il lieto fine ha richiesto addirittura una guerra intestina. Invece Belgio e Canada sono oggi due Paesi bi-culturali in difficoltà, specie il primo. Anche la felix Austria fu, sotto gli Asburgo, un grande Stato multiculturale che però si è subitamente disintegrato alla fine della prima guerra mondiale. Comunque, i casi citati sono o sono stati multiculturali di fatto. Il multiculturalismo ideologico di moda è invece una predicazione che distrugge il pluralismo e che va perciò combattuta.

Secondo.
Contrariamente a quanto scritto da alcuni lettori, è il pluralismo che valorizza e pregia la diversità. Ma una diversità fondata su cross-cutting cleavages, su affiliazioni e appartenenze che si incrociano, che sono intersecanti, e non, come nel caso dell’ideologia multiculturale, da affiliazioni coincidenti che si cumulano e rinforzano l’una con l’altra. Pertanto è sbagliato, sbagliatissimo, raccontare che ormai viviamo tutti in società multiculturali, e che questo è inevitabilmente il nostro destino. Invece sinora viviamo quasi tutti, nell’Occidente, in società pluralistiche in grado di assorbire e di gestire al meglio l’eterogeneità culturale. Attenzione, allora, a non attribuire al multiculturalismo pregi che sono invece del pluralismo.

Terzo.
Un’altra confusione da evitare è tra conflitti religiosi e conflitti etnici. Questi ultimi sono purtroppo eterni e ricorrenti. Lo sono anche, tra l’altro, all’interno del mondo musulmano. Per esempio gli iraniani sono etnicamente persiani, non arabi; e la comune fede islamica non ha impedito, di recente, una sanguinosissima guerra tra l’Iraq di Saddam Hussein e l’Iran degli ayatollah. Le religioni possono invece coesistere pacificamente ignorandosi l’una con l’altra. Si combattono quando sono «calde», invasive, fanatizzate; non altrimenti.

Quarto.
Qual è il vero Islam? Gli intellettuali musulmani accasati in Occidente si affannano quasi tutti a spiegare che non è quello propagandato dai fondamentalisti. Anche io ho letto, ovviamente, il Corano, che è simile all’Antico Testamento nel suggerire tutto e il suo contrario. Ma il fatto è che gli islamisti contrari al fondamentalismo hanno voce e peso soltanto con gli occidentali. Il diritto islamico viene stabilito, nei secoli, dai dottori della legge, gli ulama. Sono loro a stabilire quali sono, o non sono, gli sviluppi conformi alla dottrina coranica; e anche in Occidente il comportamento dei fedeli è dettato, ogni venerdì, nella moschea dal discorso del Khateb che accompagna la preghiera pubblica. La moschea, si ricordi, non è solo un luogo di culto, una chiesa nel nostro significato del termine, è anche la città-Stato dei credenti, la loro vera patria.

Quinto.
I rimedi. Tutti si chiedono quali siano, eppure sono ovvi. È stato il bombardamento del «politicamente corretto» che ce li ha fatti dimenticare o dichiarare superati. A suo tempo i tedeschi accolsero milioni di turchi come «lavoratori ospiti»; noi avevamo e abbiamo i permessi di soggiorno a lunga scadenza; gli Stati Uniti concedono agli stranieri la residenza permanente. Sono tutte formule che si possono, se e quando occorre, migliorare e «umanizzare». Ma sono certo preferibili alla creazione del cittadino «contro-cittadino» che, una volta conseguita la massa critica necessaria, crea e vota il suo partito islamico che rivendica diritti islamici se così istruito nelle moschee. Non dico che avverrà; ma se il fondamentalismo si consolida, potrebbe avvenire. È un rischio che sarebbe stupido correre. O almeno a me così sembra.

Giovanni Sartori
07 gennaio 2010



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I musulmani e i tempi dell'integrazione

Corriere della Sera



di Tito Boeri

 
Caro Direttore, dunque Giovanni Sartori ha deciso che gli immigrati di fede islamica non sono integrabili nel nostro tessuto sociale, non devono poter diventare cittadini italiani (Corriere del 20 dicembre, ndr). Non si tratta di un’affermazione di poco conto. Parliamo di circa un milione e mezzo di persone che oggi vivono in Italia.

Da cosa trae Sartori questa convinzione? Da un’analisi dei processi di integrazione degli immigrati di fede islamica in Paesi a più antica immigrazione? Si direbbe di no. Il 77 per cento dei maghrebini di seconda generazione immigrati in Francia ha sposato una persona di cittadinanza francese. Dichiarano di sentirsi francesi tanto quanto gli altri immigrati. In Germania un figlio di immigrato turco (al 90 per cento di religione islamica) ha la stessa probabilità di un figlio di immigrato italiano di sposarsi con una persona nata in Germania.

Si identificano di più con il Paese che li ha accolti di quanto non facciano i figli dei nostri emigrati. Nel Regno Unito gli immigrati del Pakistan o del Bangladesh, le due più grandi comunità di fede islamica ivi presenti, si integrano allo stesso modo degli indiani, dei caraibici e dei cinesi. Si sentono britannici e parte del Regno Unito più degli immigrati di fede cristiana, anche se mantengono la loro religione. Si integrano economicamente e socialmente, nel lavoro, sposandosi con persone del Paese che li accoglie e parlando a casa l’inglese, indipendentemente da quanto spesso vadano in moschea, da quanto siano devoti all’Islam. Ritengono di poter essere al tempo stesso britannici e musulmani. Si sbagliano forse?

Pensa Sartori, come quei sindaci leghisti che si battono contro la costruzione di moschee nelle loro città, che chi nasce in Italia, studia, lavora e paga le tasse da noi, per diventare italiano debba abbandonare la fede islamica? Non voglio certo negare che ci sia un problema di integrazione degli immigrati in generale e dei musulmani in particolare. Ma trattare di questi problemi con superficialità, alimentando pregiudizi tanto diffusi quanto lontani dalla realtà non aiuta certo a risolverli. Impedire poi ai musulmani di praticare la loro religione da noi, a differenza di quanto avviene in Paesi che da decenni ospitano grandi comunità di fede islamica, e precludere loro a priori la cittadinanza italiana, serve solo ad allungare i tempi dell’integrazione.

04 gennaio 2010(ultima modifica: 05 gennaio 2010)




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Quelle pensioni così povere

Corriere della Sera



Molti falsi poveri davanti al Fisco, troppi veri poveri nei libri paga dell’Inps. Puntualmente l’analisi delle dichiarazioni dei redditi ci rivela scomode verità, almeno per chi paga le tasse: gli italiani guadagnano poco, meno della media europea. Ma, se li mettiamo di fronte allo specchio dell’Inps, il ritratto è ancor più drammatico. Nel 2009 l’ente ha staccato 15 milioni e mezzo di assegni con un importo medio di 773 euro al mese. Per tredici mensilità fanno poco più di 10.000 euro. La stragrande maggioranza dei pensionati vive, quindi, con mille euro al mese. Forse meno. E se in casa ci sono due ex lavoratori si arriva a 2.000. Non c’è di che scialare.

Nel 2010 anche la scala mobile girerà lenta. L’inflazione zero ha congelato l’aumento: +0,7%. Le «minime» cresceranno di soli tre euro al mese. Ma le bollette, per fare un esempio, sono rincarate ben di più. Molti pensionati, per la prima volta dopo anni, dovranno anche restituire qualcosa all’Inps perché il costo della vita 2009 è stato inferiore alle previsioni. Un po’ si prende, un po’ si restituisce. E il mini aumento scema ancor di più.

Per decenni la questione previdenziale è stata affrontata dal lato della spesa pubblica. Un’impostazione doverosa, in un Paese che ha brevettato le pensioni di giovinezza. Vi ricordate i 19 anni sei mesi e un giorno dei dipendenti pubblici? O le rendite di anzianità svincolate da un’età minima (si staccava anche a 49 anni)?

Le ultime riforme stanno riportando in equilibrio i conti. E se è vero che i già pensionati sono stati in parte risparmiati, com’era giusto, è altrettanto vero che sono stati quasi completamente dimenticati. Forse è il caso di ridare loro almeno una parte dei risparmi che deriveranno dai nuovi coefficienti di calcolo delle rendite contributive.

O dall’agganciamento dell’età pensionabile alle aspettative di vita.
Dal 2002 ad oggi, a parte l’integrazione decisa dal secondo governo Berlusconi per portare il minimo a un milione di lire — beneficio toccato a una minoranza —, è stato fatto molto poco. Qualche una tantum e la quattordicesima del governo Prodi. Provvedimenti tampone legati al possesso di redditi minimi, da certificare con non pochi fastidi burocratici.

Anno dopo anno le pensioni hanno continuato a rivalutarsi solo grazie all’inflazione misurata dall’Istat, perché la perequazione agli stipendi è stata cancellata negli Anni 90. E così il loro potere di acquisto si è pian piano svilito. Un miglioramento potrebbe venire dall’annunciata, ma mai attuata, creazione di un paniere ad hoc per i pensionati, per tenere conto dei loro veri consumi. Anche le norme fiscali sono penalizzanti sul fronte degli oneri detraibili (le rendite basse non ne beneficiano). E se il coniuge supera con la pensione i 2.840 euro non è più a carico. E si perdono i relativi vantaggi.
Tanti poveri, molti evasori. Perché non cercare di riportare la bilancia in equilibrio? L’Italia nello specchio dell’Inps e del Fisco piacerebbe di più. A tutti.




Massimo Fracaro
06 gennaio 2010(ultima modifica: 07 gennaio 2010)



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